Gazzetta del Mezzogiorno, 6 luglio 2019
Oltre 400 bambini di etnia uigura, in una sola città dello Xinjiang, sono stati separati da uno o da entrambi i genitori, finiti in carcere o internati in strutture di rieducazione: contro le piaghe "del terrorismo e dell'estremismo" soprattutto religioso, come rivendica Pechino, neanche loro sfuggono al processo di "mandarinizzazione" che va avanti spedito nella regione del nordovest della Cina, caratterizzata dalla forte minoranza musulmana turcofona.
Se sono centinaia di migliaia, se non più di un milione secondo alcuni rapporti rimbalzati all'Onu, gli adulti rinchiusi nei centri di detenzione, il passaggio aggiuntivo è la campagna che passa per scuole e dormitori dedicati alle nuove generazioni. Da un'inchiesta della Bbc, ad esempio, è emerso che uno delle decine di uiguri intervistati e residenti in Turchia, Abdurahman Tothi, ha raccontato di non avere più notizie dei suoi figli da tre anni, dopo il loro viaggio con la madre nello Xinjiang per una visita ai nonni.
L'uomo ha spiegato di aver trovato un video online di un bambino che è sicuro essere suo figlio, Abdulaziz, che parla in mandarino e non in uiguro, la sua lingua madre. "Il loro obiettivo - è stata la sua amara spiegazione - è di farne degli han cinesi, portandogli via la loro vera identità".
I bambini sono destinati, secondo la ricostruzione della tv britannica, a scuole con enormi dormitori, sorte negli ultimi anni con i centri "di addestramento vocazionale" destinati agli adulti che, dopo aver commesso reati, puntano al reinserimento sociale. Su 60 interviste, genitori o parenti hanno raccontato nei dettagli la scomparsa di oltre 100 bambini. Una fonte diplomatica che ha visitato la regione ha rimarcato le "evidenze di primarie e sistematiche violazioni dei diritti umani" in una strategia che non ammette "soluzioni alternative" al modello han, l'etnia maggioritaria in Cina.
di Claudio Bozza
Corriere della Sera, 6 luglio 2019
Più che una brusca frenata è una virata, netta, dettata dalla realpolitik. Decine di telecamere sono puntate su Matteo Salvini, perché tutti si attendono l'affondo per la costruzione di un "muro" anti-migranti al confine con la Slovenia, evocato e rilanciato per giorni dal governatore leghista del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga. Invece il ministro dell'Interno, mentre nel Mediterraneo si sta giocando l'ennesimo braccio di ferro, stavolta getta acqua sul fuoco. Anche perché, poco prima di parlare ai giornalisti, il ministro ha appena riattaccato il telefono con Boštjan Poklukar e Davor Bozinovi, i suoi omologhi di Slovenia e Croazia. Con entrambi viene deciso di rafforzare la collaborazione, con pattugliamenti congiunti ai confini.
Un confronto in un "clima buono", filtra dal Viminale, inutile quindi inasprirlo evocando muri. E così Salvini, già impegnato in una complicatissima partita "via mare", sceglie di non aprire un ulteriore fronte "via terra". La barriera di 232 chilometri, declinazione di un messaggio trumpiano, può quindi attendere. "Ma non escludiamo nulla. Ci siamo dati qualche settimana di tempo: faremo un bilancio sui risultati di questi controlli e poi valuteremo", spiega Salvini. Che menziona la parola muro "solo come ultima ipotesi", ma nel caso in cui non venisse interrotto il flusso di clandestini in entrata dal Nord-Est evoca la "sospensione di Schengen". Il flusso di migrazione a cui si riferisce il capo della Lega è la cosiddetta "rotta balcanica", alternativa terrestre ai tentativi drammatici di entrare in Europa via mare. E adesso che quest'ultima porta è stata chiusa a doppia mandata dal governo italiano, lungo la dorsale che da Pakistan e Afghanistan porta fino ad Austria e Germania, i numeri dei clandestini sono tornati a salire (652 quelli individuati nei primi cinque mesi del 2019).
Salvini sa bene che solo una minima parte di questi migranti punta all'Italia, ma è altrettanto consapevole che la tutela del confine a Nord-Est è politicamente e mediaticamente strategico. "Prevenire è meglio che curare", dice ancora Salvini annunciando l'arrivo di "40 uomini in più tra polizia e carabinieri".
In piazza dell'Unità d'Italia ci sono un centinaio di sostenitori del leader leghista e qualche contestatore. Il ministro è arrivato a Trieste al fianco del fedelissimo governatore Fedriga per siglare un importante accordo commerciale con l'Ungheria a trazione sovranista, che difficilmente si sarebbe concretizzato con i precedenti assetti politici a Roma ed in Friuli Venezia Giulia. Il governo guidato da Viktor Orbán si è di fatto comprato una porta d'accesso sull'Adriatico: 31 milioni di euro uno spazio di 32 ettari sulla banchina del porto di Trieste. "Un obiettivo molto importante - spiega il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjarto - l'Italia è il nostro quinto partner commerciale".
E a confermare che il braccio di ferro sia quasi unicamente quello "via mare", poco dopo si apprende della dura lettera inviata da Salvini al suo omologo tedesco Horst Seehofer: "L'Italia, pur continuando a rispettare la normativa sovranazionale e a difendere responsabilmente le frontiere europee a beneficio di tutti gli Stati membri dell'Ue, non intende più essere l'unico hotspot dell'Europa", afferma il Viminale chiedendo l'intervento della Germania per risolvere la situazione della nave Alan Kurdi.
di Daniela Preziosi
Il Manifesto, 6 luglio 2019
L'ex leader ha vuoti di memoria. Dimentica che fu proprio lui a chiudere Mare Nostrum, la missione voluta da Enrico Letta che salvò 100mila vite. Al suo posto chiese e ottenne dalla Ue l'operazione Triton di Frontex per la "difesa" delle frontiere. Il "successo di Salvini" inizia "quando si esaspera il tema arrivi dal Mediterraneo e allo stesso tempo si discute lo Ius soli senza avere il coraggio di mettere la fiducia come avevamo fatto sulle unioni civili".
Più precisamente quando "nel funesto 2017 abbiamo considerato qualche decina di barche che arrivava in un paese di 60 milioni di abitanti, una minaccia alla democrazia" (la citazione è di Marco Minniti, allora ministro dell'interno). In una lettera al quotidiano Repubblica Matteo Renzi attacca l'operato del suo successore Paolo Gentiloni e del ministro Minniti sul delicato tema dell'immigrazione. L'affondo è troppo sfacciato, la ricostruzione troppo lacunosa perché il cauto Nicola Zingaretti possa non replicare.
"Renzi era il segretario e rieletto con grande consenso dalle primarie Pd. Faccio fatica a credere che questi temi gli siano sfuggiti di mano", dice, quindi la nuova posizione di Renzi va interpretata "come una severa autocritica". A Zingaretti non sfugge il tentativo di soffiare sulle contraddizioni che attraversano la nuova maggioranza Pd. Per questo chiede al senatore di Scandicci di non "vivere nel passato", come in "un eterno regolamento dei conti che ci isola dalla società".
Nella richiesta di guardare avanti c'è però un'oggettiva difficoltà dell'attuale segreteria. Che da una parte rivendica la discontinuità, dall'altra non può sconfessare i suoi grandi elettori Gentiloni e Minniti. L'ex presidente del consiglio, oggi presidente Pd, è considerato persino in odore di candidatura alle future primarie da premier.
Le parole di Renzi avrebbero il pregio di aprire una discussione di merito sulla linea del nuovo Pd se non fosse così scoperta la strumentalità della tardiva dissociazione. In quel "funesto 2017" Renzi era un fan di Minniti. In rete possono essere recuperate tutte le dichiarazioni di adesione alla linea dura dell'ex ministro che aprì la strada alla messa sotto accusa dell'operato delle Ong nel salvataggio dei naufraghi, a partire dal Codice di autoregolamentazione che molte organizzazioni firmarono solo per non dover lasciare il mare.
Tanto più che Renzi, da premier, chiese e ottenne dall'Europa la chiusura dell'operazione Mare Nostrum, una missione di salvataggio dei migranti voluta da Enrico Letta per sostituirla con il programma Triton di Frontex che aveva la filosofia opposta del controllo delle frontiere Ue. Letta non commenta, ma chi gli è vicino ricorda che Mare Nostrum salvò almeno 100mila vite, secondo le stime di diversi organismi internazionali.
Che quella di Renzi sia un cambio di opinione lo riconosce anche Matteo Orfini, primo dem a esprimere dissenso sull'operato di Minniti (che arrivò a ipotizzare la chiusura dei porti, nell'estate del 2017, stoppato dal collega Graziano Delrio). Oggi Orfini plaude al ripensamento: "Sono felice che questa riflessione sia più condivisa anche da chi allora non lo disse", in quel passaggio "ci siamo spostati sulla lettura del fenomeno di Salvini e della destra", "L'idea che l'immigrazione mettesse a rischio la democrazia era sbagliata".
Ma Zingaretti non la pensa così. E se i renzianissimi difendono la svolta di Renzi, il resto del gruppo dirigente esclude una rilettura critica del passato. Lo si vedrà oggi stesso a Montecatini, dove è in corso l'assemblea di Base riformista, la corrente guidata da Lorenzo Guerini. Che del resto voleva Minniti alla guida del partito.
di Angelo Scarano
Il Giornale, 6 luglio 2019
Il Garante dei detenuti, Mauro Palma, critica il dl Sicurezza bis e apre la strada a nuove richieste di asilo. Palma nel suo "parere" in merito al dl Sicurezza Bis ha sostenuto la tesi che i migranti a bordo delle navi "bloccate" possono chiedere l'asilo. Palma, nel corso della sua audizione alle Commissioni Riunite Affari costituzionali e Giustizia alla Camera, ha messo nel mirino il decreto varato dal governo. Di fatto, secondo il Garante, il blocco per le navi ong imposto dal decreto non può "il diritto costituzionalmente sancito di cercare asilo (o protezione internazionale) nonché il diritto fondamentale a non subire - o a non essere espulsi verso un Paese dove si rischia di subire - torture o trattamenti o punizioni inumani o degradanti".
Così il Garante apre all'ipotesi di richieste d'asilo anche da parte dei migranti che si trovano o su una nave ong oppure dai valichi di frontiera. L'analisi del Garante è piuttosto precisa e di fatto mette in discussione l'ossatura del dl Sicurezza bis. Pur prendendo atto che l'articolo 1 condiziona la "facoltà di porre il divieto di accesso alle acque territoriali al rispetto degli obblighi internazionali dell'Italia", il Garante nazionale raccomanda quindi che nel testo sia resa esplicita l'assoluta tutela dei diritti e che venga inserito un richiamo all'articolo 10 della Costituzione.
Poi arriva un assist per Carola Rackete. Il Garante infatti sottolinea la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare che "ammette il divieto di ingresso nelle acque territoriali solo nel caso di passaggio "non inoffensivo" dell'imbarcazione straniera, il Garante nazionale ritiene "non sia possibile interpretare come 'non inoffensiva' la situazione di chi ha adempiuto all'obbligo internazionale e nazionale di prestare soccorso in mare. Per questo chiede di escludere la possibilità di legittimare azioni interdittive di ingresso di navi che stiano svolgendo attività di salvataggio".
Il comunicato del Garante dei detenuti
Il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, ha reso il proprio parere - obbligatorio per gli atti legislativi riguardanti i propri ambiti di competenza, secondo quanto previsto dal Protocollo opzionale alla Convenzione ONU su tortura e trattamenti inumani e degradanti - sul Decreto legge 53/2019 recante "Disposizione urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica" nel corso di un'audizione presso le Commissioni Riunite Affari costituzionali e Giustizia della Camera.
Il primo articolo del Decreto riguarda la possibilità del Ministero dell'Interno di limitare o vietare l'ingresso nelle acque territoriali di imbarcazioni per motivi di ordine e sicurezza o in caso di violazione della legislazione vigente sull'immigrazione. In proposito, il Garante nazionale nota che tale previsione non può intendersi come possibilità di ledere il diritto costituzionalmente sancito di cercare asilo (o protezione internazionale) nonché il diritto fondamentale a non subire - o a non essere espulsi verso un Paese dove si rischia di subire - torture o trattamenti o punizioni inumani o degradanti.
Così come presso tutti i valichi di frontiera è possibile presentare domanda di asilo per i cittadini stranieri, anche alla frontiera marittima - quale è il limite delle acque territoriali- deve essere garantito il rispetto di questo diritto fondamentale. Pur prendendo atto che l'articolo 1 condiziona la facoltà di porre il divieto di accesso alle acque territoriali al rispetto degli obblighi internazionali dell'Italia, il Garante nazionale raccomanda quindi che nel testo sia resa esplicita l'assoluta tutela dei diritti sopra ricordati e che venga inserito un richiamo all'articolo 10 della Costituzione.
Inoltre, posto che la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare ammette il divieto di ingresso nelle acque territoriali solo nel caso di passaggio "non inoffensivo" dell'imbarcazione straniera, il Garante nazionale ritiene non sia possibile interpretare come "non inoffensiva" la situazione di chi ha adempiuto all'obbligo internazionale e nazionale di prestare soccorso in mare. Per questo chiede di escludere la possibilità di legittimare azioni interdittive di ingresso di navi che stiano svolgendo attività di salvataggio.
Relativamente all'articolo 12 del Decreto, che concerne "Fondi di premialità per le politiche di rimpatrio", il Garante nazionale nota che la norma è formulata in termini tali da lasciare irrisolta la questione se i beneficiari dei fondi siano gli Stati che garantiscono cooperazione nella riammissione oppure i singoli migranti che accettano il rimpatrio volontario assistito (o entrambi). Nel caso i destinatari fossero i rimpatriandi in via volontaria, il Garante nazionale valuterebbe in modo molto positivo tale previsione, in linea con quanto già altre volte espresso.
Il Garante nazionale coglie poi l'occasione per richiamare l'opportunità che siano sempre le Camere, secondo quanto previsto dall'articolo 80 della Costituzione, a ratificare gli accordi di riammissione con i Paesi di rimpatrio, in quanto tali accordi sono da ritenersi veri e propri trattati di natura politica di ambito internazionale.
Infine, circa le norme di natura penale contenute nel testo del Decreto, il Garante nazionale esprime la propria perplessità, ribadendo che il codice penale dovrebbe essere oggetto di particolare protezione rispetto a possibili interventi urgenti dettati da emergenze o emotività, che spesso rischiano di modificarne la complessiva costruzione logica.
di Stefano Bartezzaghi
La Repubblica, 6 luglio 2019
Dal salvataggio di vite umane come reato alla democrazia nemica della libertà. Così Orbán e soci cambiano il senso delle parole. "Oggi sono i democratici liberali, i veri nemici della libertà. Essendo io un sostenitore della libertà devo essere illiberale", ha detto Viktor Orbán in un'intervista ed è parso voler fornire materia ulteriore al dibattito sulla "correttezza", di recente animato da Gustavo Zagrebelsky e Michele Serra su Repubblica.
Il contenuto ideologico delle parole del premier ungherese si esaurisce nella mera dichiarazione di illiberalismo, che peraltro è del tutto irrilevante visto che non aggiunge nulla all'evidenza delle politiche di Orbán. L'uso strumentale della nozione di "libertà" e derivati ("liberalismo", "liberismo", "libertario") è inoltre tipico della destra e ben lo sappiamo nell'Italia che alla libertà ha dedicato case e poli.
È la forma logica dell'espressione a rendere invece significativa la dichiarazione. Il dibattito politico trasgredisce comunemente diversi tipi di correttezza. Gli insulti sessisti alla comandante della Sea Watch 3 sono stati per esempio scorretti dal punto di vista "politico" e morale e anche dal punto di vista della lingua.
Orbán ha invece ostentato la volontà di essere scorretto proprio sul piano logico. Dire che chi sostiene la libertà deve essere illiberale è come dire che chi tiene alla giustizia deve essere criminale (e chi tiene allo sport deve essere sedentario, chi tiene all'ambiente deve inquinare, chi tiene alla cultura deve essere ignorante, eccetera).
Ragionamenti clowneschi, da far ridere i bambini. Si tratta di patenti violazioni della legge fondamentale della logica (se "a" è vero, allora "non a" deve essere falso), ma è altrettanto chiaro che questa scorrettezza fa ancora meno scandalo di un ormai ordinario vaffanculo. "La logica porta dappertutto, basta uscirne", diceva l'umorista Alphonse Allais: la violazione della logica formale è in realtà il presupposto di qualsiasi discorso persuasivo, che per sua natura risponde non a una logica, ma a una retorica.
A proposito di retorica, la politica italiana si è spopolata improvvisamente di quelle metafore zoologiche che l'hanno resa un pittoresco bestiario dai tempi di Amintore Fanfani (e dei "cavalli di razza") a quelli di Pier Luigi Bersani (e del "tacchino sul tetto" con la "mucca in corridoio"). Oggi rimane la "Bestia" salviniana, che vive però a livello del suolo, o anche sotto. Il linguaggio non prende più il volo e le figure del discorso politico sono nude asserzioni, tutte seguite da un almeno ideale punto esclamativo.
Fra queste spiccano casomai i paradossi come quello orbaniano. Spiccano perché fin dal suo etimo il "paradosso" si dovrebbe opporre alla "dóxa", cioè all'opinione comune. Salvini non si richiama ossessivamente al "buon senso"? Come possono allora le destre europee sovraniste usare come armi efficaci sia il buon senso sia il paradosso?
La trasgressione che diventa regola; il coro delle voci che cantano di cantare fuori dal coro; la sicurezza che si persegue tramite l'aumento delle armi in circolazione e l'istigazione a usarle; il salvataggio di vite umane che diventa reato; il vittimismo come discorso del potere (secondo l'annoso magistero berlusconiano): sono tutte articolazioni omologhe all'illiberalismo dei sostenitori della libertà.
Anche Orbán presenta la sua assurdità come necessitata: come "non a" _deve_ essere falso (se è vero "a"), così chi ama la libertà _deve_ essere illiberale. Una volta in più impariamo che ad apparire vera oggi è la conclusione che consegue non dalla logica ma da uno svelamento. L'apparenza inganna, dice il discorso di destra; la retorica abbindola, la logica vincola e strangola, il paradosso è il vero buon senso.
Se la Terra può essere presa come piatta è perché è stata detta sferica da troppo tempo. E del resto da bambini quanto è stato difficile imparare che fosse sferica? Il paradosso che anziché smentirlo si allea con il buon senso è il paradosso che rovescia conquiste faticose, acquisizioni dispendiose della specie e riconsegna i suoi individui, uno per uno, a luoghi comuni già superati, credenze seppellite, background ancestrali: paura dell'uomo nero; segregazione del diverso; regnante reclusione casalinga della donna; responsabilità di poteri occulti per ogni malanno; difesa armata di spazi recintati; giustizia sommaria ed esemplare su soggetti individuati per stereotipo; indebitamento per riassesto dei bilanci; meritocrazia dei senza curriculum; innocenza degli inerti. Oltre al conformismo del vaffanculo, indicato giustamente da Serra, c'è il conformismo del paradosso. L'elenco delle sue manifestazioni si allunga, in attesa che qualcuno lo interrompa.
nena-news.it, 6 luglio 2019
L'ong statunitense ha ieri accusato il sistema carcerario iracheno di non rispettare gli standard internazionali basilari. Tra i principali problemi il sovraffollamento senza poi dimenticare che in non pochi casi le confessioni sono state estorte tramite tortura.
Le autorità irachene stanno detenendo migliaia di persone in condizioni "degradanti" e in luoghi sovraffollati. A lanciare la pesante accusa al governo di Baghdad è stata ieri la Ong per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw). L'organizzazione non governativa statunitense ha mostrato alcune fotografie della prigione di Tal Keif nella provincia di Nineve (nord est del Paese) affermando come in questo carcere, insieme a quello vicino di Tasfirat, non vengano rispettati gli standard internazionali basilari.
In una delle fotografie si vedono infatti decine di ragazzi ammassati in un centro di detenzione per giovani. Alcuni sono in posizione fetale. Si può notare, inoltre, come non si veda il pavimento perché interamente ricoperto dai corpi dei detenuti. Un'altra foto mostra una stanza piena di donne e bambini molto magri con vestiti e prodotti per la casa appesi alle pareti.
"Due anni fa abbiamo documentato le morti in carcere a causa del sovraffollamento - ha detto all'Associated Press la ricercatrice irachena di Hrw Belkis Wille - vedere che le condizioni [di detenzione] restino così, vuol dire che la popolazione carceraria è ancora minacciata. Tutto ciò è davvero frustrante".
Secondo infatti Human Rights Watch, nelle prigioni di Tal Keif, Tasfirat e Faisaliyah sono rinchiuse circa 4.500 persone, quasi il doppio della capienza prevista. I detenuti sono per lo più accusati di terrorismo e circa un terzo di loro è già stato condannato e attende di essere trasferito a Baghdad. Ai carcerati, inoltre, non viene accordato il permesso d'incontrare i loro avvocati perché le prigioni non prevedono spazi per incontri.
Le autorità irachene, che hanno dichiarato la vittoria sull'autoproclamato "Califfato islamico" (Isis) nel dicembre del 2017, non forniscono dati ufficiali sui detenuti presenti nelle loro carceri. Secondo alcuni studi indipendenti, il numero dovrebbe aggirarsi intorno alle 20.000 unità e la maggior parte di loro è dietro le sbarre per legami con l'Is.
Ma a preoccupare non è solo il sovraffollamento: il sistema carcerario locale è stato accusato dalle Ong internazionali e locali di estorcere le confessioni degli imputati con la tortura. Oltre ad essere moralmente inaccettabile, il ricorso alla violenza, sottolineano gli esperti, porterà alla radicalizzazione dei detenuti più vulnerabili.
"Le autorità irachene dovrebbero assicurare condizioni all'interno delle carceri che non alimentino nuovi torti in futuro" ha dichiarato Lama Fakih, responsabile di Hrw per il Medio Oriente. Da qui l'invito della ong statunitense per migliorare le condizioni carcerarie secondo gli standard internazionali e garantire agli imputati processi giusti.
Ieri mattina, intanto, si sono registrate proteste a Bassora (nel sud dell'Iraq) per la mancanza di lavoro, per la presenza eccessiva di stranieri nella locale industria del petrolio, per le interruzioni di elettricità e la mancanza d'acqua. Problemi, questi ultimi due, che diventano ancora più insostenibili in questa fase dell'anno in cui le temperature superano di regola i 50 gradi. Le manifestazioni ricordano quelle della scorsa estate: allora furono decine le vittime delle proteste.
Alcuni edifici municipali e, soprattutto il consolato iraniano, vennero dati alle fiamme dai dimostranti. La rabbia dei cittadini scesi in piazza ieri era indirizzata verso il governo di Baghdad accusato di corruzione e ritenuto incapace di migliorare le infrastrutture dell'area e di risolvere i problemi della popolazione. Altri presidi di protesta hanno avuto luogo in questi giorni anche nella vicina provincia meridionale di Dhi Qar e a Qurn (un po' più a nord di Bassora).
Le manifestazioni dell'anno scorso costrinsero il premier al-Abadi a rassegnare le dimissioni. La patata bollente è passata ad Adel Abdoul che, a distanza di più di un anno dalle elezioni legislative di maggio, non è però ancora riuscito a formare un governo di coalizione (sono scoperti infatti alcuni dicasteri). "La paura di Mahdi è che si possa ripetere quanto accaduto nel 2018 e che questo potrebbe fargli perdere l'incarico" ha detto l'analista Joel Wing al portale Middle East Eye. I suoi timori sono legittimi anche perché, come aggiunge Wing, "si trova in una posizione più debole di Abadi dato che non ha una coalizione che lo sostiene, ma due liste [di partiti] rivali".
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 6 luglio 2019
Arrestato il 21 giugno, sparito per una settimana nelle celle di Forte Tiuna, sede dei servizi militari, è riapparso venerdì scorso. Il giorno dopo è morto.
L'ultima a vederlo vivo era stata la moglie. Pochi minuti, nell'aula del Tribunale dove gli erano state contestate le accuse di sedizione e attentato alla sicurezza dello Stato. Lui in sedia a rotelle, lo sguardo perso nel vuoto, tremante, balbettava qualcosa; forse chiedeva solo aiuto, incapace di parlare e di capire. Si chiamava Rafael Acosta, era un capitano di corvetta della Marna venezuelana. Gli agenti del Controspionaggio militare della Dgcim lo hanno arrestato il 21 giugno scorso. Sparito per una settimana. Inghiottito nelle celle di Forte Tiuna, sede dei servizi militari. È riapparso venerdì scorso. Il giorno dopo è morto.
Il suo decesso diventa un caso dirompente nella tragedia venezuelana. Infiamma un clima di tensione, arresti, condanne, censure. E morti. Il paese retto con pugno di ferro da Maduro scivola nel pozzo nero della repressione tra l'indifferenza e la rassegnazione della comunità internazionale incapace di trovare una soluzione che dia speranza a milioni di venezuelani costretti a fuggire o a restare. Con l'energia elettrica che salta, il cibo che scarseggia, le medicine introvabili, e la stessa benzina che adesso diventa un bene prezioso perché il regime non è neanche più in grado di estrarre petrolio.
L'atteso rapporto conclusivo dell'Alto Rappresentante Onu per i Diritti Umani Michelle Bachelet dopo la sua visita a Caracas esorta il regime a "adottare subito misure specifiche per contenere e risolvere le gravi violazioni" che asfissiano milioni di venezuelani. Denuncia la morte di 5.287 persone solo nel 2018 che il governo attribuisce a "resistenza all'autorità". Ad essere messe sotto accusa sono le forze speciali della Faes e i colectivos, gruppi di civili armati che controllano con il terrore i quartieri di Caracas e vaste zone del paese e fanno il lavoro sporco nelle repressioni delle manifestazioni di opposizione.
Il capitano di corvetta Rafael Acosta era stato accusato di cospirazione per aver partecipato ad un piano per abbattere e uccidere Nicolás Maduro. Lo avevano arrestato poche ore prima che l'Alto Commissario per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, concludesse la sua visita di tre giorni in Venezuela. La moglie, Waleswka Pérez, ha subito denunciato che il marito era stato torturato e che sotto i colpi degli uomini del Contro-spionaggio alla fine era morto. Il regime si è limitato a prendere atto del decesso, ha trasferito la salma nella morgue di Bello Monte, la principale di Caracas, ma ha impedito che familiari e periti della difesa potessero vederla. È stato costretto ad aprire una inchiesta anche per le reazioni della Bachelet rimasta "impressionata" da questa morte "inaspettata e inquietante".
La Procura generale ha portato in Tribunale Ascanio Antonio Tarascio Mélia e Estiben José Zarate Soto, i due agenti dei Servizi che tenevano sotto custodia l'ufficiale della Marina, e li ha accusati di "omicidio preterintenzionale". Il governo ha garantito un'indagine seria e scrupolosa. Ma appare chiaro che scarica sui due soldati responsabilità che ricadono su tutto il regime. L'opposizione chiede un'inchiesta internazionale. Non si fida. Il vicepresidente del Psuv, il partito al potere, Diosdado Cabello, uomo forte del chavismo, ha subito messo in chiaro le cose: "Qui ci sono organismi di sicurezza che stanno indagando. Bastano questi. Il Venezuela non è un paese messo sotto tutela".
I periti ufficiali incaricati dal pubblico ministero hanno esaminato il corpo con ermetismo negando che presenti segni di torture. Ma un ex giudice in esilio, Zair Mundaray, ha diffuso una relazione forense filtrata dal Venezuela nella quale si afferma che la salma del capitano di corvetta presentava costole fratturate, il setto nasale rotto, numerose escoriazioni, ematomi nei muscoli, bruciature nei piedi.
Chi ha ucciso il capitano di corvetta Rafael Acosta? Era sotto la tutela dello Stato che aveva il dovere di garantire la sua incolumità. Uno dei tanti casi Cucchi che punteggiano il Venezuela. Finire nelle mani dei Servizi significa interrogatori brutali e torture. A ottobre scorso un consigliere municipale dell'opposizione, arrestato per tradimento alla Patria, volò dal decimo piano della sede della Polizia politica. Il governo disse che si era suicidato, l'opposizione che era stato scaraventato dalla finestra. Il caso è ancora aperto. Non ci sono colpevoli. Gli arresti e gli interrogatori continuano. Ci sono 630 detenuti politici nelle carceri venezuelane e 109 sono militari.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 luglio 2019
31 Stati su 47 del Consiglio d'Europa prevedono la possibilità di visite affettive. Le persone recluse non possono fare sesso con i loro rispettivi partner. Per questo a volte accade che alcuni detenuti eludono l'imposizione, approfittando delle salette adibite per far incontrare le proprie compagne con i figli piccoli.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 5 luglio 2019
Convegno organizzato dalla Commissione carcere della Camera penale di Roma. Magistrati, avvocati, professori universitari ed esperti della materia si sono riuniti ieri al Tribunale di Roma per un convegno dal titolo "L'ergastolo ostativo e la speranza: evoluzione giurisprudenziale nelle Corti interne e Internazionali", organizzato dall'avvocata Maria Brucale, responsabile della Commissione carcere della Camera penale di Roma.
Vita, 5 luglio 2019
Una proposta dell'associazione "A Roma Insieme - Leda Colombini" per modificare la Legge 62/2011 per creare case famiglia in beni confiscati alle mafie per dare una sistemazione idonea ai 56 minori presenti oggi nei penitenziari italiani.










