agenzianova.com, 22 agosto 2019
Decine di detenuti separatisti anglofoni e dell'opposizione in Camerun sono stati torturati dalle forze di sicurezza dopo essere stati trasferiti dal carcere di Kondengui, a Yaoundé, in seguito alla rivolta avvenuta il mese scorso. È quanto denunciato in un rapporto dall'organizzazione Human Rights Watch (Hrw). "Le autorità del Camerun hanno arrestato più di un centinaio di persone in segreto e torturato molte di loro tra il 23 luglio e il 4 agosto", afferma Hrw.
Il rapporto, che si basa sulla testimonianza di 14 detenuti e di diversi avvocati, denuncia gli abusi e le percosse subite dai detenuti nella struttura penitenziaria, trasferiti il giorno dopo la rivolta nella prigione centrale di Yaoundé, avvenuta il 22 luglio in segno di protesta contro il sovraffollamento, le condizioni di vita disastrose e i ritardi nei processi davanti ai tribunali. Il governo del Camerun ha annunciato lo scorso 3 agosto di aver interrogato 244 detenuti, una parte dei quali è stata in seguito condotta nella sede del segretariato di Stato per la difesa (Sed), il quartier generale della gendarmeria, a Yaoundé, dove sarebbero stati torturati.
Il mese scorso la polizia è intervenuta all'interno del carcere di Kondengui per reprimere una rivolta di detenuti che protestavano contro la repressione nei confronti del movimento separatista anglofono e delle cattive condizioni interne alla struttura. Nella rivolta sono rimaste ferite decine di detenuti. In un video filmato dai detenuti e caricato su Facebook, i manifestanti scandiscono lo slogan "Ambazonia libera!" e lanciano detriti contro le forze di sicurezza all'interno del carcere, mentre in sottofondo si odono colpi di arma da fuoco spari e si intravedono pennacchi di fumo. Secondo quanto riferito dall'emittente statale "Crtv", i detenuti hanno dato alle fiamme la biblioteca e un laboratorio situati all'interno della struttura. Il carcere, costruito nel 1969 per 1.500 persone, conta attualmente circa 9 mila detenuti, il 90 per cento dei quali non sono stati passati in giudicato. Un episodio simile è avvenuto pochi giorni dopo nel carcere di Buea, nella regione anglofona del Sudovest, dove le forze di sicurezza hanno sparato colpi d'arma da fuoco e lacrimogeni per ristabilire l'ordine.
Per quanto accaduto il governo del Camerun ha incolpato i sostenitori del leader dell'opposizione Maurice Kamto, attualmente agli arresti, per la rivolta avvenuta ieri all'interno del carcere di Kondengui, nella capitale Yaoundé. Stando a quanto riporta la stampa locale, un funzionario del governo, Jean Claude Tilla, ha visitato la struttura e ha puntato il dito contro i sostenitori del Movimento per la rinascita del Camerun (Mrc), definendoli gli istigatori della violenza. "Sappiamo che si nascondono dietro il problema anglofono per fomentare tali rivolte", ha detto Tilla. In una nota il vice portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, Farhan Haq, ha denunciato il mese scorso che più di 1,3 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria nelle regioni anglofone del Nordovest e del Sudovest del Camerun. Inoltre, si legge nella nota, circa 1.300 persone sono state sfollate soltanto la scorsa settimana in seguito ai nuovi attacchi che hanno provocato decine di morti fra i civili, mentre centinaia di case sono state date alle fiamme.
"La situazione continua ad essere caratterizzata da violazioni dei diritti umani diffuse", ha detto Haq, secondo cui, nonostante le crescenti esigenze, il Camerun resti una delle risposte umanitarie maggiormente sottofinanziate a livello globale. Nei mesi scorsi anche l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, aveva lanciato un avvertimento alla comunità internazionale sul rischio che la crisi in Camerun stia "sfuggendo" di mano e che la finestra per la riconciliazione si stia chiudendo.
In precedenza l'International Crisis Group (Icg) aveva riferito che almeno 1.850 persone sono state uccise e 530 mila sono state sfollate negli scontri negli ultimi 20 mesi, mentre sia il governo che i separatisti continuano a rifiutarsi di sedersi al tavolo dei colloqui. Le violenze nelle regioni anglofone del Camerun sono riesplose in concomitanza alle elezioni presidenziali dell'ottobre scorso, vinte dal presidente uscente Paul Biya che ha ottenuto la rielezione per un settimo mandato.
Nel discorso da lui pronunciato in occasione della cerimonia di giuramento, Biya ha promesso di trovare una via d'uscita al conflitto che da paralizza le regioni, dicendosi "certo che esista una via di uscita nell'interesse di tutti", ma indirizzando al contempo un messaggio di rigore ai militanti separatisti, "fautori della guerra" responsabili di "nuocere alla nostra unità nazionale promuovendo la secessione": chi non dimostrerà volontà di difendere il paese nella sua unità sarà fermato con ogni mezzo dal governo, ha detto Biya, "non solo in base al rigore della legge ma anche grazie alla determinazione delle nostre forze di sicurezza e difesa".
Le violenze sono scoppiate nel 2016 a causa della presunta emarginazione della comunità anglofona da parte delle autorità centrali di Yaoundé e si sono aggravate dopo che i separatisti hanno autoproclamato la Repubblica di Ambazonia.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 22 agosto 2019
Il 15 agosto un gruppo di studenti papuani ha organizzato una protesta a Malang, nella provincia di Giava orientale. Gli studenti intendevano ricordare, e contestare, l'accordo di New York del 1962 con quale la colonia olandese della Nuova Guinea, invasa un anno prima dall'esercito indonesiano, era stata posta sotto l'amministrazione delle Nazioni Unite. Un anno dopo l'Indonesia ne assunse il controllo di fatto in attesa di un referendum sullo status politico del territorio, da tenersi nel 1969. La consultazione si svolse nei tempi previsti ma fu una farsa: su una popolazione di 800.000 abitanti ne vennero "selezionati" poco più di 1000 che, sotto minaccia, votarono sì all'annessione.
Torniamo al 15 agosto. La protesta è stata vietata, gli studenti hanno manifestato lo stesso e sono stati aggrediti dalla popolazione locale, aizzata dal vice-sindaco di Malang che aveva minacciato gli studenti di "farli tornare a casa loro", ossia a Papua. Il 16, nella città di Surabaya, un gruppo di facinorosi fomentati da gruppi religiosi locali hanno assaltato un dormitorio di studenti papuani al grido di" scimmie, cani, maiali", accusandoli di aver strappato e gettato nella spazzatura una bandiera indonesiana. Il giorno dopo, Festa dell'indipendenza dell'Indonesia, la polizia ha lanciato gas lacrimogeni all'interno del dormitorio. Alcuni studenti sono stati arrestati e rilasciati poche ore dopo, quando è emerso che non era stata distrutta alcuna bandiera.
Come era facile attendersi, le violenze di Malang e Surabaya hanno scatenato reazioni a Papua Ovest: a Manokwari il parlamento locale è stato dato alle fiamme e altrettanto è accaduto a una prigione di Sorong. Sono stati distrutti edifici pubblici e appartamenti privati. Le organizzazioni locali per i diritti umani, pur condannando gli episodi di violenza, hanno denunciato il comportamento della Polizia nazionale indonesiana, la sua attitudine discriminatoria e l'uso illegale della forza.
Va avanti così da decenni; da un presidente all'altro la situazione non è cambiata. Gli scontri tra gruppi armati indipendentisti e forze armate indonesiane hanno causato migliaia di morti. Numerosi sostenitori pacifici dell'indipendenza sono finiti in carcere, anche solo per avere sventolato la bandiera papuana.
savethechildren.it, 22 agosto 2019
Le Organizzazioni chiedono impegno per il rimpatrio volontario e sicuro dei rifugiati. Quasi 1 milione di Rohingya stanno ancora aspettando giustizia e chiarezza sul loro futuro, due anni dopo essere state costrette a lasciare le proprie case a causa delle atrocità di massa subite in Myanmar, stanno lottando per la propria sicurezza e la propria dignità come rifugiati in Bangladesh.
In una dichiarazione congiunta rilasciata oggi, 61 Ong locali, nazionali e internazionali che lavorano nei due paesi, hanno chiesto che nello stato di Rakhine in Myanmar - dove circa 128.000 sfollati Rohngya e di altre comunità mussulmane sono confinati dal 2012 nei campi senza poter far ritorno alle loro case - i diritti umani vengano riconosciuti a tutta la popolazione, senza eccezioni, e che i rifugiati Rohingya attualmente in Bangladesh possano avere un ruolo nelle decisioni sul proprio futuro, comprese le modalità del loro rimpatrio in Myanmar.
Le Ong hanno espresso forte preoccupazione per la sicurezza delle famiglie coinvolte dalle violenze nello stato di Rakhine, incluse quelle Rohingya, mentre il conflitto si intensifica e l'accesso umanitario rimane limitato. Alla luce delle notizie sul possibile rimpatrio accelerato di 3.450 rifugiati Rohingya circolate questa settimana, le Ong hanno esortato i governi del Bangladesh e del Myanmar a garantire che qualsiasi processo di rimpatrio avvenga in sicurezza e che sia volontario e dignitoso.
Negli ultimi due anni, le Ong hanno aiutato il governo del Bangladesh e le Agenzie delle Nazioni Unite a fornire il necessario sostegno e il supporto vitale ai rifugiati che vivono nel più grande campo profughi del mondo nel Paese. Gli sforzi congiunti hanno stabilizzato le condizioni di vita nel campo, predisponendo le misure necessarie per affrontare la difficile stagione dei monsoni e prevenire la rapida diffusione di malattie. Ma bisogna fare di più. Le Agenzie hanno infatti invitato la comunità internazionale ad aumentare i finanziamenti per la risposta umanitaria in Bangladesh e Myanmar, per poter migliorare le condizioni di vita dei rifugiati e delle comunità locali ospitanti, e quelle degli sfollati interni nel Rakhine.
"Per due anni, i bambini Rohingya e le loro famiglie hanno vissuto nei campi con poche speranze di un futuro dignitoso. Dopo aver subito alcune delle peggiori violazioni dei diritti umani del ventunesimo secolo, ora vivono in rifugi temporanei fatti di bambù e plastica e non riescono a ricevere un'istruzione adeguata. Un bambino su dieci è ancora malnutrito e i rischi di traffico e sfruttamento, droga e criminalità nei campi fanno sentire i bambini insicuri", afferma David Skinner, Responsabile di Save the Children a Cox's Bazar.
"È tempo che il mondo crei le condizioni per sostenere il ritorno sicuro e volontario dei Rohingya in Myanmar, dove il Governo deve far fronte ad una delle sue responsabilità più elementari, quella di garantire lo stesso livello di sicurezza e umanità per tutti. I Rohingya meritano giustizia per ciò che hanno sofferto: i responsabili delle violazioni dei diritti umani e dei crimini contro l'umanità devono essere assicurati alla giustizia affinché i bambini Rohingya siano protetti e queste atrocità non si ripetano più, e per garantire loro il futuro che desiderano" conclude Skinner.
Save the Children, l'Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro, lavora in Myanmar nello stato del Rakhine dal 2010 e in Bangladesh, a Cox's Bazar dal 2012. L'Organizzazione fornisce supporto ai bambini e alle persone più vulnerabili con interventi per la salute, l'alimentazione, l'igiene, l'istruzione e - soprattutto - la protezione dei minori. Nello stato del Rakhine, Save the Children è presente e opera nei campi di Sittwe e Pauktaw e in 19 villaggi in aree di conflitto, in Bangladesh ha raggiunto con i suoi interventi salvavita più di 400.000 bambini a Cox's Bazar, e ha creato più di 90 Spazi a misura di bambino e oltre 100 centri per l'apprendimento.
Ristretti Orizzonti, 21 agosto 2019
Il 9 luglio l'Unione delle Camere penali ha indetto, per denunciare la drammatica situazione nelle carceri, una giornata di astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale, che ha avuto al centro una assemblea pubblica a Napoli.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 agosto 2019
Al 41bis è vietato lo scambio di generi alimentari anche se ciò avviene tra persone del medesimo gruppo di socialità. Questo è ciò che dice la sentenza della Cassazione sul ricorso proposto dal ministero della Giustizia nei confronti di Giovanni Riina, figlio di Totò, l'ex capo dei capi. Tutto ha avuto inizio quando il tribunale di Sorveglianza di Perugia ha accolto il reclamo ex art. 35bis ord. pen. di Giovanni Riina, detenuto sottoposto al regime del 41bis.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 21 agosto 2019
Corte di cassazione, Terza sezione penale, sentenza 20 agosto 2019, n. 36257. L'abuso edilizio non è tollerato. E l'immobile costruito deve essere demolito. Anche quando rappresenta l'abitazione di un'anziana novantenne. La Cassazione, Terza sezione penale, sentenza n. 36257 depositata ieri, sceglie la linea dura, confermando l'ordinanza del tribunale di Napoli con la quale veniva negata la sospensione della distruzione di una serie di opere edilizie costruite in violazione di legge.
trapanisi.it, 21 agosto 2019
"Una situazione disastrosa e alquanto allarmante", aveva commentato a caldo sulla sua pagina Facebook, Gioacchino Veneziano, segretario regionale della Uil-Pa Polizia Penitenziaria, subito dopo la visita della delegazione del sindacato, alla Casa circondariale "Pietro Cerulli" di Trapani.
Una affermazione che trova ora maggiori dettagli nella nota inviata alla stampa nella quale Veneziano afferma che "eravamo venuti a fare la visita dei luoghi di lavoro tre anni fa e, rispetto ad allora, abbiamo costatato un disfacimento strutturale inammissibile: è come se, da allora, nessun dirigente si sia occupato di mettere in campo le più banali opere di manutenzione ordinaria. Abbiamo trovato cancelli e porte pieni di ruggine, muri con la muffa e infiltrazioni di acqua nei corridoi e nei tetti".
Secondo il segretario regionale Uil-Pa Polizia Penitenziaria "il reparto della Media Sicurezza è quello da ristrutturare nella sua interezza, quindi da chiudere senza indugio, infatti - continua Veneziano - non riusciamo a capire cosa vengono a verificare le varie visite dell'Asp ma, soprattutto, cosa scrivono nelle relazioni conclusive quando noi, come sindacato dei lavoratori, abbiano costatato gravissime violazioni del datore di lavoro con ossidazione di tutte le strutture in ferro, muffa nei muri, postazioni dei lavoratori vergognosamente degne da terzo mondo senza aria condizionata, ovvero ricircolo dell'aria, con mobilio preso sicuramente in prestito dai vari sfasciacarrozze, quindi tutto fuorilegge".
"A causa dei ritardi dell'Amministrazione nell'ovviare alle debolezze strutturali e di sicurezza nella zona dove si è concretizzata l'evasione - sottolinea il sindacalista - è stata collocata una cabina di legno che apparteneva al lido della Polizia Penitenziaria quando, da oltre sei mesi, erano arrivati i fondi per rinforzare la sicurezza - sostiene Veneziano - ma evidentemente a chi ha diretto per dieci anni questo Istituto non stava a cuore la sicurezza dei nostri colleghi, ovvero tanto chi paga in caso di eventi critici è solo ed esclusivamente il personale che indossa la divisa della Polizia Penitenziaria".
Per quanto riguarda i numeri, attualmente sono in servizio al "Pietro Cerulli" 242 poliziotti penitenziari di cui 40 utilizzati presso il Nucleo provinciale operativo traduzioni e piantonamenti, ulteriori 85 poliziotti utilizzati nei compiti e servizi attinenti la sicurezza e circa 80 unità assenti per la fruizione di diritti soggettivi.
In pratica - prosegue il segretario regionale della Uil-Pa Polizia Penitenziaria - rimangono 37 poliziotti nell'arco delle 24 ore (da dividere per tre turni) a controllare 535 detenuti, di cui 442 per reati comuni, 93 dell'alta sicurezza (suddivisi tra mafia, camorra, 'ndrangheta e sacra corona unita)". I detenuti stranieri sono 107 quindi il 20% del totale dei ristretti.
Altissima la presenza di detenuti con problemi psichiatrici - secondo il sindacato - "che si aggirano ad oltre 100, rendendo il carcere di Trapani un mini ospedale psichiatrico". Gioacchino Veneziano preannuncia che al prefetto di Trapani Tommaso Ricciardi di incontrare il personale di Polizia Penitenziaria del carcere "Pietro Cerulli", "orfano di un'Amministrazione ostile e lontana dai bisogni dei lavoratori, fermo restando che invieremo una relazione dettagliata sulle condizioni della struttura e su come sono costretti ad operare i poliziotti penitenziari trapanesi al ministro Alfonso Bonafede, al capo del Dap Francesco Basentini, al capo del Personale Massimo Parisi, al Servizio di Vigilanza sull'Igiene e la Sicurezza dell'Amministrazione Penitenziaria (Visag), alla neo provveditora regionale Cinzia Calandrino, all'Asp di Trapani e ai Carabinieri del Nas oltre che allo stesso prefetto di Trapani.
Le criticità del carcere trapanese sono state, proprio in occasione dello scorso Ferragosto, illustrate dalla ex parlamentare nazionale ed esponente del Partito Radicale Rita Bernardini che, insieme ad una delegazione, ha effettuato una visita - protrattasi dalle ore 10.30 circa fino alle ore 17.15 - alla Casa circondariale dalla quale è emerso l'evidente stato di degrado della struttura. Insieme a loro anche Roberto Piscitello, a capo della Direzione generale dei Detenuti e del Trattamento del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.
La delegazione ha riscontrato la presenza di celle anche piccolissime, destinate a ospitare un detenuto e che spesso ne ospitano due e di celle pensate per ospitarne tre che ne ospitano quattro con letti a castello anche a tre piani. Con eccezione del reparto "Adriatico", inaugurato tre anni fa - che non ha comunque il riscaldamento ma ha i bagni a norma e la palestra - il resto invece è stato giudicato in pessimo stato: sia il reparto di isolamento, con docce esterne, senza acqua calda e il bagno a vista in tutte le celle e anche alla turca - dove è stato trovato un detenuto senza cuscino e uno straniero privo del sapone per lavarsi - sia il reparto di alta sicurezza, lo "Ionio", dove ci sono le docce esterne alle celle, in violazione al regolamento penitenziario, il bagno senza finestre e impianto di aerazione.
I detenuti stanno nelle celle 20 ore su 24 e la socialità è svolta in una sorta di gabbione nelle quattro ore d'aria consentite. Confermate, anche dal punto di vista della condizione dei detenuti, le criticità evidenziate dalla Uil-Pa Polizia Penitenziaria al reparto "Mediterraneo", con infiltrazioni e muri scrostati, mentre al reparto "Tirreno" che ospiterà i cosiddetti "protetti" e che dovrebbe essere inaugurato il prossimo autunno, ci sarà anche il riscaldamento.
La delegazione dei Radicali ha, anch'essa, registrato la carenza nell'organico della Polizia penitenziaria che le nuove immissioni non compensano, anche a fronte dei pensionamenti. Questo si riflette non solo sulla sicurezza del carcere ma anche sulle attività per i detenuti che non possono essere svolte per mancanza di personale. "Non emergono all'apparenza - dicono dalla delegazione - carenze di educatori e psicologi ma, secondo i detenuti, incontrare gli stessi educatori, gli assistenti sociali e responsabili del Sert non è una cosa semplice".
Presenti molti detenuti di tipo psichiatrico, tossicodipendenti e sieropositivi e, tuttavia, si registrano carenze nell'assistenza di tipo sanitario. Nota totalmente negativa è l'assenza di lavoro: solo 70 detenuti lavorano e solo 5 con datori di lavoro esterni: una percentuale inferiore al 15 per cento. Limitate le attività scolastiche e di formazione".
Un altro dato negativo - secondo Rita Bernardini e gli altri componenti della delegazione che ha visitato il carcere trapanese nella giornata di Ferragosto - è la mescolanza di detenuti in attesa di giudizio e detenuti definitivi. Una nota positiva è che il padiglione completamente ristrutturato è stato realizzato in tempi brevi perché è stato utilizzato il lavoro dei detenuti supportato da alcuni poliziotti. L'ex direttore dal Dap, Santi Consolo - dice - ha voluto che le ristrutturazioni fossero fatte proprio attraverso il lavoro dei detenuti, in modo da recuperare posti e possibilità di lavoro, che sono qualificanti da spendere all'esterno. Questa è l'unica nota positiva - conclude - tutto il resto, nel carcere di Trapani, è illegalità".
Il Fatto Quotidiano, 21 agosto 2019
La caduta del governo lascia a metà il percorso delle riforme dei processi penali e civili volute dal Guardasigilli M5S, Alfonso Bonafede. Del dicembre 2018 è invece lo Spazza-corrotti, che introduce il Daspo dalla Pubblica amministrazione per chi ha condanne per corruzione, sconti di pena per chi collabora, carcere senza pene alternative per i condannati per questo tipo di reati, l'introduzione dell'agente sotto copertura e di nuovi strumenti investigativi (come il Trojan nei cellulari) e regole più stringenti sui finanziamenti ai partiti e alle fondazioni politiche.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 21 agosto 2019
I lunghi giorni della Open Arms sono conclusi. È il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, a stabilire in fine le sorti degli 83 migranti ancora a bordo della nave Ong battente bandiera spagnola, che da giorni stazionava a pochi metri dal porto di Lampedusa. La Procura ha disposto nel tardo pomeriggio di ieri il sequestro della nave e lo sbarco immediato degli occupanti per motivi sanitari a seguito della lunga ispezione che aveva eseguito personalmente Patronaggio accompagnato da personale medico e polizia giudiziaria intorno alle 14.30 di ieri.
Il sequestro è stato disposto nell'ambito di un'indagine che ipotizza i reati di abuso di ufficio e omissione di atti di ufficio, al momento a carico di ignoti. Ne dà notizia sul suo profilo Facebook il ministro Salvini che dopo la concitata agenda politica di ieri non abbandona la linea dura: "Qualcuno nel nome del governo dell'inciucio vuole riaprire i porti ma finché campo io difenderò la sovranità del mio paese e quindi sono corso dal Senato al Viminale". Il Procuratore Patronaggio è una vecchia conoscenza del ministro degli Interni a partire dall'indagine per sequestro di persona che aveva coinvolto Matteo Salvini in seguito al caso della nave Diciotti. Continua quindi il braccio di ferro tra il Viminale e la Magistratura, mentre Salvini afferma sicuro che "se qualcuno pensa di spaventami con l'ennesima denuncia e richiesta di processo, si sbaglia".
L'epilogo della lunga vicenda della Open Arms arriva dopo una giornata di crescente tensione, appelli umanitari e immagini drammatiche. In molti infatti avevano abbandonato l'imbarcazione lanciandosi dal ponte dell nave nel tentativo di raggiungere la riva a nuoto. La Guardia costiera aveva recuperato a più riprese i naufraghi per poi trasferirli sul molo di Lampedusa e condurre accertamenti medici. Una volta in mare infatti, per i migranti è scattato l'obbligo si soccorso e assistenza da parte delle autorità italiane, secondo la convezione di Amburgo del 1979 che impone di sbarcare le persone salvate in mare nel porto sicuro più vicino.
Si rivela inutile intanto l'iniziativa del governo spagnolo, che ieri aveva deciso di inviare un'imbarcazione militare per soccorrere e scortare la Open Arms fino al porto di Palma, a Maiorca. Ci sarebbero voluti circa tre giorni perché la nave Audaz della marina spagnola, salpata nel pomeriggio di ieri dalla base militare di Rota, vicino Cadice, raggiungesse l'isola italiana, ma la notizia era stata accolta da subito positivamente dal governo italiano. Il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, dopo giorni di contrattazione in merito alle modalità di trasferimento dei migranti, aveva definito l'apertura del governo spagnolo "una buona notizia", e auspiuca che questi "si impegni a fermare per il futuro la Open Arms, con i mezzi e i modi che ritiene più opportuni". Il rischio di stragi in mare non lascia comunque le acque del Mediterraneo, dove c'è un'altra imbarcazione che opera per conto diMfs, la Ocean Viking, ferma da alcuni giorni al largo di Malta con a bordo oltre 300 persone in attesa di un porto sicuro.
rassegna.it, 21 agosto 2019
La Fp-Cgil del Lazio denuncia la situazione della locale casa circondariale: 40 poliziotti in meno, oltre cento reclusi in più. "Occorrono politiche alternative al carcere - spiega il sindacato - e investimenti economici su strutture e personale". "L'istituto risente anzitutto dei tagli all'organico: il personale è di 133 unità (di cui nove impiegate presso il locale nucleo traduzioni) a fronte delle 176 previste da pianta organica".
Questa la situazione della casa circondariale di Rieti, secondo quanto afferma la Fp Cgil di Roma e Lazio, che ha avviato una serie di visite nelle carceri della regione per constatare da vicino "le condizioni di disagio in cui ormai si trova a operare la Polizia penitenziaria". C'è poi un problema di sovraffollamento: "Questo organico ridotto si trova a gestire 373 detenuti, mentre la capienza massima regolamentare prevista per la struttura è di 256".
L'istituto reatino, per le caratteristiche strutturali che lo contraddistinguono, è stato preso a modello per sperimentare la modalità di vigilanza dinamica dei detenuti, ma "oggi per mancanza di risorse economiche non si è ancora completata l'installazione di automatismi elettronici che semplificherebbero l'attività di vigilanza delle sezioni e del perimetro dell'istituto e che sarebbero almeno in grado di compensare il deficit di sicurezza in cui si trovano a operare gli agenti, dovuto alla carenza di personale".
Il nucleo traduzioni, poi, conta solo nove unità di polizia penitenziaria, e deve fronteggiare oltre che i servizi traduzioni programmati anche quelli urgenti, nonché i piantonamenti ospedalieri. Questo provoca il ricorso allo spostamento del personale dalle sezioni o dagli uffici dell'istituto, incidendo anche qui sulla sicurezza interna.
Al fine di migliorare e snellire il servizio, il nucleo necessiterebbe di un incremento di mezzi che richiedono la patente B per la guida. Per trovare una soluzione, occorrono per la Fp, "politiche alternative al carcere, investimenti economici sulla strutture e sulla formazione del personale ma soprattutto adeguamento delle piante organiche".
A breve avverrà l'incontro tra il nuovo provveditore e i sindacati. "Saremo in prima linea - conclude il sindacato - per rappresentare la situazione degli istituti e dei servizi penitenziari Laziali nonché a chiedere interventi incisivi per la salvaguardia dei lavoratori. È tempo che l'Amministrazione assuma impegni concreti sulla tutela della sicurezza e della salute della Polizia penitenziaria".
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