di Luca Kocci
Il Manifesto, 9 luglio 2019
Nell'anniversario del suo viaggio a Lampedusa. Il papa: Signore Gesù, benedici i soccorritori nel mar Mediterraneo e le persone soccorse in questi anni. Guidale affinché siano accolte da tutti noi con amore. Fuorilegge da arrestare, come i comandanti della Sea Watch 3 Carola Rackete e del veliero Alex Tommaso Stella, per il vicepremier ministro dell'Interno Matteo Salvini. Soccorritori da benedire per papa Francesco. C'erano anche gli operatori delle organizzazioni umanitarie impegnate nel mar Mediterraneo alla messa che ieri il papa ha voluto celebrare a San Pietro, nel sesto anniversario del primo viaggio del suo pontificato a Lampedusa.
Erano in 250: migranti e rifugiati arrivati in Italia con i corridoi umanitari, i ricongiungimenti familiari, ma anche con i barconi partiti dalla Libia; e gli operatori e i volontari della Caritas, del Centro Astalli, delle parrocchie e delle organizzazioni che salvano i migranti alla deriva nel Mediterraneo. Fra loro don Mattia Ferrari, viceparroco a Nonantola (Mo), che ha partecipato ad una missione della nave Mar Ionio, della Ong Mediterranea: "Una celebrazione per riaccendere la luce sull'umanità, quando sembra essere messa a rischio", spiega al manifesto.
Un gesto semplice quello di Francesco, per ricordare "quanti hanno perso la vita per sfuggire alla guerra e alla miseria e per incoraggiare coloro che, ogni giorno, si prodigano per sostenere, accompagnare e accogliere i migranti e i rifugiati", spiega la nota della sala stampa vaticana. Ma che, nella contingenza del momento - Sea Watch e Alex che forzano il blocco della Guardia di Finanza per sbarcare i migranti a Lampedusa, Salvini che sbraita come un indemoniato e invoca pene infernali -, assume un significato forte. Un po' come quando due mesi fa Francesco invitò ed incontrò a San Giovanni in Laterano Imer e Semada Omerovic, la famiglia rom legittima assegnataria di una casa popolare a Casal Bruciato aggredita dai fascisti di Casa Pound.
"In questo sesto anniversario della visita a Lampedusa, il mio pensiero va agli ultimi che chiedono di essere liberati dai mali che li affliggono", ha detto Francesco nell'omelia, specificando chi sono gli ultimi: gli "ingannati e abbandonati a morire nel deserto", i "torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione", coloro "che sfidano le onde di un mare impietoso" e che vengono "lasciati in campi di un'accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea". "Non si tratta solo di migranti", ha concluso, "sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata", come titola L'Osservatore Romano di oggi. Nelle preghiere dei fedeli c'è il ringraziamento per i "fuorilegge", come li chiama Salvini: "Signore Gesù, benedici i soccorritori nel mar Mediterraneo". E per i salvati: "Signore Gesù, benedici le persone che sono state soccorse in questi ultimi anni e guidale affinché siano accolte da tutti noi con amore".
La messa a San Pietro arriva il giorno dopo l'Angelus di domenica, quando il papa aveva ricordato le vittime del centro di detenzione per i migranti - che in passato aveva esplicitamente chiamato "lager" -adiacente alla base militare di Dhaman, nell'area di Tajoura, in Libia: "La comunità internazionale non può tollerare fatti così gravi".
E nello stesso Angelus Francesco aveva auspicato "che siano organizzati in modo esteso e concertato i corridoi umanitari per i migranti più bisognosi". Una soluzione politica, peraltro praticata anche in Italia con due diversi progetti - uno della Federazione delle Chiese evangeliche, Tavola valdese e Comunità di Sant'Egidio e l'altro di Caritas e Comunità di Sant'Egidio -, ma con numeri troppo esegui (circa tremila migranti arrivati in tre anni) per fare fronte alla situazione.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 9 luglio 2019
Il magistrato anti Ong accusa Emilio Coveri per il sostegno concesso dall'Associazione ad una donna che lo aveva richiesto. Emilio Coveri, fondatore di Exit-Italia, l'associazione impegnata ad informare i cittadini italiani che vogliono raggiungere la Svizzera per ottenere assistenza al suicidio, è indagato dalla Procura di Catania e il prossimo 25 luglio sarà interrogato dai pm titolari del fascicolo insieme al procuratore capo Carmelo Zuccaro, salito agli onori delle cronache per la sua ossessione anti Ong che lo avvicina al ministro Salvini.
Il reato è lo stesso che venne ipotizzato a suo tempo nei confronti di Marco Cappato, quando il tesoriere dell'Associazione Coscioni si autoaccusò di aver accompagnato Dj Fabo in Svizzera a morire nel febbraio 2017: istigazione e aiuto al suicidio punito in forza dell'articolo 580 c.p. contemplato dal Codice Rocco di ispirazione fascista.
Fu proprio grazie al processo che si aprì in quell'occasione che l'art. 580 finì, insieme all'assoluzione parziale di Cappato, davanti alla Corte Costituzionale. La quale, nell'ordinanza emessa nell'ottobre scorso, ha dato tempo un anno al parlamento affinché legiferi sul fine vita per tutelare adeguatamente "determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione". Il 24 settembre prossimo scadrà il tempo, e la Consulta si riunirà di nuovo per decidere - a questo punto al posto della politica e degli organi legislativi - se è legittimo aiutare un aspirante suicida che lo chiede espressamente.
È il caso di Emilio Coveri, accusato dalla magistratura etnea di aver "rafforzato", "nella sua decisione di togliersi la vita", la volontà di una donna di 47 anni, affetta da tempo di una grave forma di depressione, che si era rivolta ad Exit per ottenere l'assistenza di una clinica svizzera dove poi si è recata ed è morta il 27 marzo scorso.
Nella lente di Zuccaro ci sarebbero alcune frasi scritte dal presidente di Exit per dare suggerimenti - come ha riferito ieri lo stesso Coveri intervistato da Radio 24 - alla donna che gli chiedeva consigli su come aggirare l'opposizione dei famigliari. E i 7.000 franchi, versati dalla 47enne in qualità di socia a Exit-Italia, che la procura ritiene la prova del "fine egoistico, come quello finalizzato ad appropriarsi dei beni materiali di chi viene istigato o aiutato al suicidio", contenuto nell'art.580. Che a settembre, forse, non esisterà più.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 9 luglio 2019
Il ministro annuncia nuove misure per fermare le navi delle Ong e bloccare le partenze dei barconi. Domani vertice a palazzo Chigi. Matteo Salvini può essere soddisfatto. La guerra contro le ong adesso potrà contare anche sull'aiuto delle navi della Marina militare e della Guardia di finanza chiamate a "difendere" i nostri porti.
Una misure decisa ieri nel corso di una riunione del Comitato nazionale ordine e sicurezza convocato d'urgenza dal ministro dell'Interno per discutere come impedire alle navi delle organizzazioni umanitarie l'ingresso nelle acque territoriali italiane.
Tra le altre misure adottate anche un incremento dei controlli per ridurre le partenze dai barconi dalla Libia e dalla Tunisia grazie all'utilizzo di radar, aerei e droni in modo da accelerare, rispetto a quanto accade oggi, l'intervento della cosiddetta Guardia costiera libica e di quella tunisina. Ma anche la fornitura al governo di Tripoli di altre dieci motovedette (lo stesso annuncio il Viminale lo aveva fatto anche l'11 giugno scorso al termine di un'altra riunione del Comitato per l'ordine e la sicurezza).
"A me non serve un'operazione di trasporto di immigrati in giro per il Mediterraneo. A me serve un'operazione di protezione e tutela e oggi gli esponenti della Difesa hanno dato suggerimenti utili non per distribuire i problemi in giro per 'Europa ma per bloccarli alla radice", ha commentato Salvini al termine della riunione. Per la propaganda leghista le nuove misure rappresentano sicuramente un successo. Resta da vedere quanto la loro applicazione porterà realmente ai risultati sperati dal governo gialloverde.
Per adesso i tecnici del ministero della Difesa sono al lavoro per capire quante navi serviranno nel prossimo futuro per aumentare la nostra presenza nel Mediterraneo. Il piano prevede che la competenza sulle acque nazionali spetti ai mezzi della Guardia di finanza, mentre alla Marina militare va il compito di vigilare in acque internazionali.
Ma cosa accadrà quando verranno intercettati un barcone in difficoltà o la nave di una Ong Salvini non lo spiega, ma sul punto fonti della Difesa non lasciano spazio a dubbi: "Tutto avverrà nel rispetto delle normative internazionali", è la risposta. Il che significa che non verranno effettuati respingimenti delle imbarcazioni con i migranti verso la Libia, vietati dal diritto internazionale, ma anche che non saranno messe in atto manovre tese a ostacolare il cammino della nave della Ong che ha tratto in salvo uomini, donne e bambini e che sta cercando di raggiungere un porto sicuro. "Cosa che, come ha ricordato anche il ministro dell'Interno, la Libia non è", ricordano sempre dalla Difesa.
Al massimo, quindi, si può ipotizzare che potranno essere svolte delle ispezioni a bordo in modo da ritardare il tragitto delle imbarcazioni, ma è difficile che un comandante della Marina militare - la stessa che nel 2014 diede vita alla missione Mare nostrum "salvando l'onore dell'Europa", come riconobbe il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker - possa decidere di forzare più di tanto la situazione.
La questione sbarchi continua intanto ad agitare i rapporti tra alleati, al punto che il premier Giuseppe Conte ha convocato per domani un vertice a palazzo Chigi al quale, oltre a Salvini, sono stati chiamati a partecipare anche i ministri Trenta, Toninelli, Tria e Moavero. Scopo dell'incontro è quello di coordinare gli interventi dei vari ministeri per "evitare - spiegano a palazzo Chigi - che possano ingenerarsi sovrapposizioni o malintesi che finirebbero per nuocere all'efficacia dell'azione del governo".
Un'ulteriore conferma delle tensioni esistenti, ammesso che ce ne sia il bisogno, arriva dalla battuta fatta ieri da Luigi Di Maio e servita a liquidare le parole con cui Salvini si è lamentato di essere astato lasciato da solo a fronteggiare le navi delle Ong. "Se il ministro dell'Interno si sente solo, e non gli possiamo neanche dire che ci sono strade alterative per risolvere questo problema per sempre, vuol dire che manderemo un peluche", ha detto il vicepremier grillino difendendo la ministra Trenta a sua volta attaccata dal leghista.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 luglio 2019
Ieri mattina un migrante di origini bengalese è deceduto presso il Centro di permanenza e rimpatrio di Torino. La morte risalirebbe addirittura nella notte, ma se ne sono accorti la mattina. Secondo le indiscrezioni trapelate dalla campagna Lasciate-CIEentrare, l'uomo, 32enne, era stato posto in isolamento, dopo le denunce degli altri trattenuti che avevano segnalato l'abuso sessuale che avrebbe subito da altri migranti.
Alla notizia della morte, alcuni migranti hanno inscenato una dura protesta, perché non è stato subito chiaro quali fossero le cause. Secondo il medico legale la morte sarebbe per cause naturali, anche se le indagini sono ancora in corso. La protesta, poi rientrata, aveva causato piccoli incendi in alcuni moduli del Cpr.
Ma come sono le condizioni di questa struttura e come vivono i migranti trattenuti? Qualche tempo fa, Radio blackout ha raccolto e diffuso la denuncia di un trattenuto al dodicesimo giorno di sciopero della fame recluso nel Cpr.
"In questo centro ci trattano malissimo, peggio degli animali: il cibo ci viene somministrato in scatole di plastica dopo diverse ore dalla sua preparazione, quindi freddo, e non abbiamo alcun modo di poterlo consumare se non sul pavimento", ha raccontato il ragazzo. "Perdo ogni giorno un kg, non so se sopravvivrò, ma voglio lanciare questo messaggio: ho perso tutte le mie energie, siamo discriminati in Italia e a nessuno interessa nulla, non venite in Italia!". Ha concluso chiedendo di essere mandato in qualsiasi altro posto, purché fuori da quella prigione il prima possibile.
Non è però un caso isolato. Ad esempio, l'estate scorsa, il centro è stato danneggiato da un incendio doloso. Alcune delle persone recluse nel Cpr sono salite sui tetti, in segno di protesta per le condizioni nelle quali sono costrette a vivere. Due mesi dopo invece sono andati distrutti diversi moduli abitativi, dati alle fiamme da cittadini magrebini reclusi da oltre un mese e mezzo nel centro. Ma non sono mancati problemi burocratici non esattamente di poco conto.
A maggio scorso, l'avvocato Cristiano Prestinenzi di Bologna, ha parlato di "una grave violazione di diritti inalienabili dell'individuo riconosciuti dalla Costituzione, dai trattati internazionali e, più in generale, dai principi basilari su cui si regge uno Stato democratico".
Si riferiva ad un suo assistito trattenuto da oltre un mese al Cpr di Torino, che non riusciva ad avere la documentazione sanitaria che lo riguarda. "Il mio assistito mi ha riferito di avere un problema serio di salute e che sarebbe necessario un intervento chirurgico urgente, per cui avrebbe già effettuato tre accessi in strutture ospedaliere, ma dall'amministrazione del centro mi hanno risposto che per chiedere la documentazione sanitaria devo fare richiesta alla prefettura di Torino e, solo quando ci sarà il consenso, mi verrà rilasciata. È inaccettabile", ha denunciato l'avvocato Prestinenzi. Anche considerando, prosegue, "che la stessa coop che ha in gestione il centro il 4 aprile mi ha inviato senza nessuna autorizzazione documentazione relativa al mio assistito".
In generale, la condizione di vita dei vari Cpr è deplorevole. A dirlo recentemente è stata l'autorità del Garante nazionale delle persone private della libertà, perché, a distanza di alcuni mesi dalle ultime visite, ha effettuato nuove visite in quattro dei sei Centri per il rimpatrio presenti sul territorio italiano. Ricordiamo che i Cpr sono strutture detentive dove vengono reclusi i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno. L'autorità del Garante denuncia che la situazione degli ospiti rimane molto dura e preoccupante, sia dal punto di vista della vita quotidiana, che scorre senza nessuna attività, con evidenti ripercussioni sulla salute psicofisica delle persone ristrette (fino a sei mesi o anche più), sia per quanto riguarda le condizioni materiali degli ambienti, spesso danneggiati o incendiati da precedenti ospiti ma mantenuti in tali condizioni di deterioramento e di assenza di igiene.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 9 luglio 2019
L'alta commissaria delle Nazioni Unite inorridita, ma Trump incolpa i media mainstream. Michelle Bachelet, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, in un comunicato si dice inorridita dalle condizioni in cui sono detenuti rifugiati e migranti, inclusi i bambini, dopo essere entrati negli Stuti Uniti attraversando il confine meridionale con il Messico. Bachelet ha aggiunto che i bambini non dovrebbero mai essere separati dalle famiglie o trattenuti per immigrazione, pratiche che sotto l'amministrazione Trump sono diventate prassi comune.
"Come pediatra, ma anche come madre ed ex capo di Stato - ha dichiarato Bachelet - sono profondamente scioccata dal fatto che i bambini siano costretti a dormire sul pavimento in strutture sovraffollate, senza accesso a un'assistenza sanitaria o alimentare adeguata e con condizioni igieniche inadeguate. Detenere un bambino anche per brevi periodi in cattive condizioni può avere un grave impatto sulla sua salute e sullo sviluppo". L'alto commissario ha ricordato che gli organismi Onu che si occupano di diritti umani hanno fatto sapere che la detenzione di minori migranti costituisce un trattamento crudele, inumano e degradante vietato dal diritto internazionale.
Riguardo gli adulti Bachelet ha proseguito: "Qualsiasi privazione della libertà di migranti e rifugiati dovrebbe essere una misura di ultima istanza, per un periodo più breve possibile, con le dovute garanzie per un giusto processo e in condizioni che soddisfino tutti gli standard internazionali sui diritti umani". E se gli Stati hanno la prerogativa di decidere le condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini stranieri, le misure di gestione delle frontiere devono rispettare gli obblighi in materia di diritti umani e non essere basate su politiche che mirano solo all'individuazione, detenzione ed espulsione rapida di migranti irregolari.
La dichiarazione di Bachelet arriva pochi giorni dopo la pubblicazione di un rapporto sulle condizioni del centro di detenzione al confine col Texas da parte dei controllori del Dipartimento della sicurezza nazionale Usa, dove si conclude che la situazione "urgente" richiede "attenzione e azioni tempestive", e si consiglia il governo di "prendere provvedimenti immediati per alleviare il pericoloso sovraffollamento e la detenzione prolungata di bambini e adulti". Secondo l'Associated Press, il rapporto include nuovi dettagli sui centri della valle del Rio Grande e si afferma che almeno tre strutture hanno negato ai bambini l'accesso alle docce, che "alcuni bambini sotto i 7 anni sono stati trattenuti nei centri per più di due settimane e le celle erano così anguste che gli adulti sono costretti a stare in piedi per giorni".
Nonostante le evidenze nel rapporto, Trump ha incolpato i media mainstream, accusandoli di "scrivere notizie fasulle ed esagerate". E i funzionari del Dipartimento per la sicurezza interna hanno difeso le condizioni dei centri. Ma il Segretario provvisorio per la sicurezza interna, Kevin McAleenan, in un'intervista a Abc news ha definito la situazione "straordinariamente impegnativa". Bachelet ha invitato gli Usa a far fronte alle cause che costringono i migranti a lasciare le loro case (insicurezza, violenza sessuale e di genere, discriminazione, povertà, degrado ambientale...). Il Dipartimento per la sicurezza interna ha risposto facendo sapere di avere aggiunto al confine tre tende con una capacità di circa 2.000 detenuti per smaltire il sovraffollamento dei centri.
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 9 luglio 2019
Sarà creata una Commissione ad hoc per riformularli. Il segretario di Stato Usa: "Non tutto quello che è tutelato dallo Stato è buono". L'amministrazione Trump riscopre l'importanza dei diritti umani per indirizzare la propria politica, oppure si mobilita per tornare indietro nel tempo e limitarli. Sono i due punti di vista, chiaramente opposti, con cui è stato accolto ieri l'annuncio del segretario di Stato Pompeo relativo alla creazione di una "Commission on Unalienable Rights", una commissione sui diritti inalienabili.
Il capo della diplomazia ha spiegato che il nuovo organismo avrà un ruolo consultivo, cioè non determinerà le linee politiche, ma "fornirà la forza intellettuale per quello che io spero sarà uno dei più profondi riesami dei diritti inalienabili nel mondo dalla Dichiarazione Universale del 1948". La Commissione sarà guidata da Mary Ann Glendon, giurista di Harvard che ha lavorato tanto per la Santa Sede, quanto per il governo Usa, come ambasciatrice in Vaticano dell'amministrazione Bush. Con lei ci saranno 10 membri, con competenze che spaziano dalla filosofia al diritto.
Annunciando l'iniziativa al dipartimento di Stato, Pompeo ha detto che il primo obiettivo sarà chiarire quali sono effettivamente i diritti inalienabili dell'uomo, e quindi se a partire dalla Seconda Guerra Mondiale sono stati allargati eccessivamente, includendo questioni che "spesso suonano nobili e giuste", ma non rientrano in questa categoria. "Non tutto ciò che è buono, o garantito dallo Stato, può essere un diritto universale". Il segretario poi ha aggiunto: "La causa dei diritti umani un tempo univa popoli di nazioni e culture diverse, nello sforzo di assicurare le libertà universali e combattere mali come il nazismo, il comunismo e l'apartheid. Oggi abbiamo perso questo focus. Le rivendicazioni dei diritti sono spesso mirate a soddisfare i gruppi di interesse e dividere l'umanità. Regimi oppressivi come l'Iran e Cuba si sono approfittati di questa richiesta cacofonica dei diritti, fingendo di essere protettori della libertà".
I sostenitori dell'amministrazione hanno apprezzato l'iniziativa, perché ci vedono la volontà di restituire importanza ai diritti umani. Ad esempio anche negli ambienti conservatori i neocon, che sul piano intellettuale avevano guidato il governo di Bush figlio, hanno criticato la pochezza di Trump su questo punto. Gli avversari dell'amministrazione denunciano un obiettivo opposto.
Se l'amministrazione fosse davvero intenzionata a rilanciare il tema dei diritti, dovrebbe cominciare dalla condanna degli alleati che li violano, come l'Arabia Saudita o l'Egitto, e sollevarli come problema con interlocutori tipo Russia, Cina o Corea del Nord. Il vero scopo della Commissione invece è rilanciare i "diritti naturali", parola in codice usata per indicare quelli tradizionali, e penalizzare quelli moderni come l'aborto o il trattamento dei gay. "Parole come "diritti" - ha infatti sottolineato Pompeo - possono essere usate dal bene o dal male. Alcuni hanno dirottato la retorica dei diritti umani per impiegarla a scopi dubbi o maligni".
ansa.it, 9 luglio 2019
Ma niente contatti col mondo, non avrebbero accesso a internet. Secondo Le Parisien, l'amministrazione penitenziaria avrebbe infatti l'intenzione di dotare le oltre 50.000 celle delle carceri nazionali di terminal digitali a disposizione dei condannati. Obiettivo? Permettere di interagire con l'amministrazione penitenziaria attraverso uno speciale sistema intranet.
L'internet esterno resterebbe, dunque, inaccessibile. Grazie a questo sistema, i detenuti potranno effettuare acquisti, ordinare ticket per la mensa, prenotare il parlatorio. I computer consentirebbero anche alle famiglie di approvvigionare direttamente i loro conti. Previsti, tra l'altro, anche servizi culturali. Tra questi, la possibilità per i detenuti stranieri di tradurre le loro richieste o seguire corsi di formazione online. Dal 2018, il dispositivo viene già testato in tre carceri della Francia, a Digione e nei penitenziari di Meaux e Nantes.
sputniknews.com, 9 luglio 2019
Nel sud del Tagikistan durante il trasporto di un gruppo di reclusi in una colonia, 14 detenuti sono morti a causa di un'intossicazione alimentare nel giro di poche ore. L'organo competente all'interno del Ministero della Giustizia ha comunicato a Sputnik la notizia. Tre veicoli speciali stavano effettuando il trasporto di 128 detenuti (di cui otto donne) dalle città di Xuçand e Istaravshan a Dushanbe e Norak, nel sud del Tagikistan, nuovi luoghi di reclusione. I mezzi si sono fermati sei volte durante il tragitto, nel rispetto delle normative vigenti.
"Nella località di Majkhura del distretto di Varzob, vicino a Dushanbe, la sera, uno dei detenuti ha distribuito tra 16 altri detenuti tre pagnotte. Mezzora dopo aver mangiato il pane, le 16 persone, che si trovavano nel furgone, hanno cominciato ad accusare, nausea, giramenti di testa e vomito. Dopo mezzora, quando il veicolo è entrato nel territorio del centro di detenzione, tutti e 16 hanno perso conoscenza", riporta il Ministero della Giustizia.
I medici sono riusciti a salvare solo due dei 16 detenuti intossicati. La Procura generale ha aperto un fascicolo penale e incaricato delle indagini un gruppo investigativo. È stata fissata una perizia medica. Le indagini si svolgono sotto il controllo del procuratore generale Jusuf Rakhmon. Secondo le fonti di Sputnik in procura, il pane conteneva muffe tossiche createsi a causa della mancata osservanza delle norme di conservazione del pane al caldo.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2019
Tredici mesi, 404 giorni per la precisione. È questo il tempo medio di durata delle indagini preliminari condotte dalle procure presso i tribunali (sezioni ordinarie e Dda), rilevato dalle statistiche più recenti del ministero della Giustizia, riferite al 2017 e che si concentrano sui reati con autore noto. Tempi che sembrano in linea con i termini dettati dal Codice di procedura penale, che fissa la durata ordinaria in sei mesi, prorogabile (con più proroghe, ognuna al massimo di sei mesi) fino a 18 dal giudice su richiesta del Pm; per reati molto gravi (come l'associazione mafiosa) il termine iniziale è di un anno, prorogabile fino a due.
I tempi eccessivi - Analizzando i dati nel dettaglio, emergono tuttavia le anomalie. Infatti, se circa la metà (il 53%) delle indagini 2017 si è chiusa entro il termine ordinario di sei mesi e il 26% entro i due anni, il 20% ha invece sforato i due anni. Tempi lunghi che il Codice sanziona con l'impossibilità di usare gli atti di indagine compiuti dopo la scadenza dei termini. Senza contare che c'è una fetta di procedimenti (il 4,6% nel 2017) che arrivano a prescriversi nella fase delle indagini preliminari.
I tempi variano poi in modo sensibile da una procura all'altra. Nel 2017 è stata Brescia quella in cui le indagini preliminari sono durate di più, con una media di 829 giorni. "Nel 2017 l'organico era la metà dell'attuale - spiega il Procuratore aggiunto Carlo Nocerino - ma grazie all'arrivo nel 2018 di 8 nuovi sostituti, oggi la situazione è molto diversa: nel primo semestre 2019, a fronte di 9.866 nuovi fascicoli siamo riusciti a chiuderne 12.779". Carenze di organico ma anche ampliamento del bacino di competenza a Nocera Inferiore, dove la durata media 2017 è stata di 651 giorni. "Il Dlgs 155/2012 ha aumentato la popolazione di riferimento del 31% ma l'organico rimase lo stesso - dice il Procuratore Antonio Centore -. Oggi siamo riusciti a tornare a una situazione normale grazie allo spostamento di risorse da altre procure". Alla Procura di Cosenza, invece, la durata media delle indagini nel 2017 si è fermata a 128 giorni. Un dato che è il risultato, spiega il Procuratore Mario Spagnuolo, "di un grande lavoro sull'organizzazione, anche del personale amministrativo, per evitare colli di bottiglia e tempi morti. Siamo stati poi favoriti - aggiunge - dal basso turnover dei magistrati che ha evitato gli stalli spesso causati dai passaggi di consegne".
I punti chiave della riforma - È in questo quadro che dovrebbe inserirsi la riforma del processo penale su cui il Governo sta lavorando da tempo e che, stando alle dichiarazioni del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, dovrebbe approdare nei prossimi giorni al Consiglio dei ministri, insieme con i progetti di riforma del processo civile e del Consiglio superiore della magistratura. Un intervento che arriverebbe mentre il mondo della giustizia è scosso dallo scandalo che ha investito lo stesso Csm e le Procure.
Il progetto - su cui stanno cercando l'accordo Bonafede e Giulia Bongiorno, ministro per la Pa, e che dovrebbe essere contenuto in un disegno di legge delega - punterebbe tra l'altro a irrigidire i termini delle indagini, con sanzioni per chi non li rispetta. Più che incidere sulla durata complessiva, l'intervento dovrebbe mirare soprattutto a rendere più rigidi scadenze e meccanismi. Si pensa infatti a un termine iniziale di un anno, prorogabile una sola volta per sei mesi (salvo casi particolari), con l'obbligo di depositare gli atti entro tre mesi.
Chiesta dagli avvocati, la riforma delle indagini preliminari è invece vista con sospetto dai Pm, per i quali il contingentamento dei tempi rischia di compromettere l'accuratezza delle indagini. A essere messe a rischio, secondo i magistrati, sarebbero proprio le inchieste più complesse e che coinvolgono più imputati, come quelle per mafia. "Non c'è bisogno di cambiare le regole - dice Nocerino - poiché il Codice già prevede il controllo del Gip. Nelle proroghe non ci sono automatismi, tant'è che spesso vengono bocciate". I Pm respingono anche l'accusa di ritardare le iscrizioni delle notizie di reato. Una scelta, secondo gli avvocati, fatta per rimandare il decorso dei termini per le indagini. Per i Pm, invece, non tutte le notizie di reato vanno iscritte ma occorre raccogliere gli elementi per iscrivere in modo motivato.
di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 8 luglio 2019
Si punta a evitare il voto anticipato superando la finestra del 20 luglio: oltre quel termine non sono più possibili le urne a settembre. In arrivo l'espulsione di Ciampolillo. Il conflitto a bassa intensità tra Lega e 5 Stelle è esploso, non a sorpresa, in occasione dell'ennesimo scontro sui migranti con la vicenda delle navi Alex di Mediterranea e Alan Kurdi.
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