di Maurizio Ferrera
Corriere della Sera, 26 agosto 2019
L'agenda della presidente della Commissione Ue contiene idee valide anche per noi. In questo contesto sarebbe possibile un allentamento del vincolo di bilancio.
Il governo uscente ha avuto con la Ue un rapporto teso e conflittuale. Nel dicembre 2018 abbiamo rischiato la bocciatura della legge di Stabilità, schivata solo "grazie" alle tristemente note clausole di salvaguardia sull'Iva. Nella primavera scorsa abbiamo evitato per un soffio la procedura per debito eccessivo. I due partner di maggioranza (soprattutto Salvini) s'illudevano di poter cambiare gli equilibri politici europei nelle elezioni dello scorso maggio. Guadagnando così "licenza di spendere". Nonostante il successo della Lega, l'operazione dei sovranisti è fallita. La nuova Commissione avrà infatti il sostegno dei partiti tradizionalmente europeisti: popolari, socialisti e democratici, liberali. Sarebbe sbagliato però dire che la Ue è rimasta quella di sempre. La nuova legislatura sarà sicuramente meno "austera" delle due precedenti (Juncker e Barroso), meno orientata alla stabilità fiscale in quanto tale e più aperta verso i temi della crescita, dell'occupazione, della sostenibilità ambientale e sociale. Lo testimoniano innanzitutto i programmi dei partiti che ora formano la maggioranza a Strasburgo. Rispetto alle elezioni del 2014, essi hanno formulato proposte precise su tutti questi fronti (si vedano le analisi su www.euvisions.eu). Il segnale più forte viene tuttavia dall'"Agenda per l'Europa" preparata dalla neopresidente Ursula von der Leyen per il prossimo quinquennio
Una lettura attenta di questo documento sarebbe molto utile a chi sta lavorando per risolvere la crisi di governo. Vi si trovano infatti idee e proposte molto calzanti per l'Italia. In primo luogo, von der Leyen richiama l'attenzione sui temi ambientali e sulla necessità di un vero e proprio "Patto verde" europeo. Non solo per affrontare la sfida oggi più dirompente per l'intero pianeta - il cambiamento climatico - ma anche per stimolare la crescita. Economia circolare, risanamento ambientale, rilancio delle aree e delle attività rurali, investimenti massicci in sostenibilità: preso seriamente, il perseguimento di questi obiettivi avrebbe enormi ricadute in termini di Pil e occupazione. Sul versante del lavoro, la neopresidente propone un salario minimo Ue e la regolazione della cosiddetta gig economy (i lavori tramite piattaforma, che interessano un numero crescente di giovani europei). In tema di welfare, l'obiettivo prioritario è il rafforzamento della garanzia giovani, nonché di una nuova "garanzia minori" (reddito, asili, formazione primaria, salute per tutti i bambini/ragazzi in condizioni disagiate). Dato il suo successo come ministra per gli affari sociali e la famiglia in Germania, von der Leyen propone poi un piano ambizioso per le donne (conciliazione, pari opportunità, protezione contro violenze e femminicidi) e la piena realizzazione del nuovo Pilastro europeo dei diritti sociali. Inoltre, la sua Agenda insiste moltissimo sugli investimenti digitali e in capitale umano: istruzione, ricerca e sviluppo.
Nel documento c'è molto altro (compresa la revisione del Regolamento di Dublino sull'immigrazione). Ma i punti menzionati sono tutti rilevantissimi anche per l'Agenda Italia. Se un nuovo governo li includesse nel programma, si tratterebbe (questa volta sì) di un cambiamento epocale rispetto agli approcci del passato, prevalentemente basati sulla difesa a oltranza dell'esistente (settori economici tradizionali, previdenza pensionistica) piuttosto che investimenti per il futuro e per l'inclusione attiva delle persone più svantaggiate.
Oltre che per i contenuti, la svolta di von der Leyen merita attenzione anche per altri motivi. In vari Paesi membri non vi sono oggi i margini fiscali per muovere nelle direzioni indicate dalla neopresidente. Certo, con incisive riqualificazioni della spesa pubblica e una lotta a tutto campo contro l'evasione, un po' di margini si potrebbero (e dovrebbero) trovare. Ma difficilmente basterebbero, almeno nel breve periodo. In Italia abbiamo una complicazione in più. Le clausole sull'Iva introdotte dal governo giallo-verde ci obbligano a trovare 23 miliardi per il 2020 e 29 per il 2021. Se non le disinneschiamo, si rischia di tarpare ancor di più le ali a una crescita già intorno allo zero. E senza crescita il debito non scende. C'è un modo per uscire da questo circolo vizioso?
Immaginiamo il seguente scenario. Il nuovo governo elabora (preferibilmente con l'assistenza tecnica della Commissione) un ambizioso piano di riforme in linea con l'Agenda Ursula, indicandone anche i costi. Poi lo presenta come Nota aggiuntiva al programma di Stabilità che tutti i Paesi devono sottoporre a Bruxelles nel mese di ottobre. Come reagirebbe la Commissione? È difficile che ci risponda con un no secco. Vorrà sicuramente essere sicura che non si tratti di una richiesta opportunistica, come è già avvenuto in passato. Chiederà assicurazioni su contenuti e tempi delle riforme, forse vorrà essere coinvolta nel monitoraggio e nella valutazione in corso d'opera. Inoltre si aspetterà che la legge di Stabilità per il 2020 si allinei alle raccomandazioni di politica economica e sociale ricevute dall'Italia lo scorso giugno (ad esempio rivedere quota 100 e il reddito di cittadinanza, per renderlo più efficace).
Ma se vi saranno queste condizioni, è possibile che la Commissione allenti il vincolo di bilancio per l'Italia già a partire dal 2020, concedendo flessibilità. Peraltro, è previsto che la Ue consigli a tutti i Paesi per l'anno prossimo politiche più espansive. Dato il nostro debito, per l'Italia la raccomandazione della Commissione si limiterebbe a passare da politica "restrittiva" a politica "neutrale". Solo questo significherebbe però che il deficit strutturale del prossimo anno potrebbe attestarsi sul livello del 2019, senza ulteriori riduzioni.
Un percorso di questo genere avrebbe per l'Italia due ovvi vantaggi. Alleggerirebbe l'onere (anche politico) della prossima legge finanziaria; consentirebbe la ripresa degli investimenti e dunque della crescita. Ci sarebbe però un vantaggio anche per la Ue. La sua immagine potrebbe finalmente affrancarsi dallo spauracchio della "guardiana cattiva" agitato dai sovranisti e assumere il volto più amichevole di una istituzione che si prende cura dei propri cittadini e del loro futuro. Una previsione troppo ottimistica? Può darsi. C'è un modo solo per verificarlo: prendere l'iniziativa. Per le forze politiche che stanno negoziando sarebbe il modo migliore per raccogliere l'invito alla serietà del presidente Mattarella. E soprattutto per non sprecare i prossimi mesi in una rumorosa e inconcludente campagna elettorale.
di Massimo Teodori
Corriere della Sera, 26 agosto 2019
La procedura di revisione costituzionale, che deriva dal compromesso originario tra il potere federale e i diritti degli Stati, è oggi del tutto improbabile per i rapporti di forza tra i partiti in campo.
La minaccia di Donald Trump di cancellare la legge dello Ius Soli, l'automatica cittadinanza degli Stati Uniti per i bambini che nascono sul territorio americano, non è altro che un messaggio propagandistico volto ad eccitare l'elettorato fedele al Presidente nazionalpopulista, senza tuttavia perseguire alcun effetto sulla legislazione federale. Il XIV emendamento costituzionale, che ha istituito lo Ius Soli nel 1868 all'indomani della abolizione della schiavitù nella Guerra civile, non può essere revocato se non con un altro emendamento eguale e contrario come avvenne nel 1933 con un emendamento che annullava il proibizionismo decretato nel 1919.
La procedura di revisione costituzionale, che deriva dal compromesso originario tra il potere federale e i diritti degli Stati, è oggi del tutto improbabile per i rapporti di forza tra i partiti in campo. Infatti, per riformare la Costituzione è necessaria la maggioranza dei sue terzi in entrambe le camere del Congresso, quindi occorre che i tre quarti delle assemblee legislative o delle convenzioni costituzionali degli Stati ratifichino il nuovo emendamento entro i successivi sette anni.
La verità dell'improvvisa dichiarazione di Trump, che ha definito "ridicolo" lo storico diritto di cittadinanza per nascita in vigore da un secolo e mezzo, sta nel fatto che il Presidente nell'ultimo anno del mandato ispira la sua propaganda ai vecchi canoni di quel nativismo che ebbe il suo quarto d'ora di successo alla fine dell'Ottocento, nella stagione dell'immigrazione di massa per fare fronte allo straordinario sviluppo industriale della nazione. Era la tendenza che allora istigava i "bianchi anglo-sassoni protestanti" (Wasp) a combattere gli immigrati in gran parte cattolici o israeliti, allora provenienti dall'Europa centrale e meridionale, i quali nelle città della costa atlantica contrastavano il predominio elettorale dei protestanti.
Oggi il nativismo con risvolti xenofobici, di cui Trump è l'interprete, indirizza la foga anti-immigranti contro gli ispanici che entrano dalla frontiera messicana e si insediano negli Stati del Sud-Ovest (California, Texas, Arizona, Colorado, New Mexico) che fino al 1848 appartenevano al Messico.
La popolazione bianca tradizionalista per lo più extra-urbana, giovani e vecchi, uomini e donne, ricchi e poveri, che respinge la società pluralistica e vota massicciamente per Trump (definito perciò il primo "presidente bianco"), teme che gli ispanici, che sono già la prima minoranza etnica con il 16% della popolazione, scalzino numericamente la maggioranza dei bianchi nei grandi e ricchi Stati del Sud-Ovest (California e Texas) grazie alla massiccia immigrazione, legale e illegale, dall'America centrale e al tasso di crescita demografica dei latinos doppio della media nazionale. Di qui, dopo il "Muro" eretto a simbolo della resistenza dei bianchi, si aggiunge ora un altro totem del nativismo, lo Ius Soli.
ilpost.it, 26 agosto 2019
Per usare un linguaggio che aiuti chi ha commesso dei reati a rifarsi una vita con meno pregiudizi. Il Board of Supervisors di San Francisco, l'organo legislativo della città e della coincidente contea in California, ha approvato a metà luglio una risoluzione per raccomandare a tutte le istituzioni cittadine l'uso di nuove parole quando si parla di "criminali", "detenuti" o "drogati". Lo scopo della risoluzione è usare parole meno stigmatizzate, che rendano più facile il reinserimento nella società di chi abbia avuto problemi con la legge ed evitino il perdurare di stereotipi negativi.
La risoluzione parte dalla constatazione che un quinto degli abitanti della California abbia avuto problemi di qualche tipo con la legge e dal fatto che il linguaggio ufficiale con cui si parla di loro tende a enfatizzare i reati commessi, cancellando le persone, con effetti negativi sulle loro vite. "Il linguaggio dà forma alle idee, alle percezioni, alle credenze e alle azioni di persone, della società e dei governi" dice la risoluzione, "e l'uso di un linguaggio che enfatizza o dà priorità ai reati commessi invece che alle persone disumanizza, svaluta, indebolisce, demoralizza e disonora l'umanità di quelle persone".
Per questo, seguendo quanto già stabilito da altre istituzioni cittadine, il Board of Supervisors ha raccomandato l'uso di quello che in inglese viene chiamato people-first language: un linguaggio che metta al centro le persone. La risoluzione contiene alcuni esempi di parole considerate migliori da usare al posto di vecchie definizioni: a "felon" e "offender", due parole con cui si indicano genericamente i pregiudicati, bisogna per esempio preferire espressioni come "persona precedentemente incarcerata"; al posto di "violent offender", "violento criminale", meglio "persone condannata per un reato grave/violento". La lista delle parole contenuta nel testo della mozione non va comunque considerata esaustiva, ma solo esemplificativa.
La mozione non è stata firmata dalla sindaca di San Francisco London Breed, che per consuetudine non adotta ufficialmente le raccomandazioni di mozioni non vincolanti. La polizia della città ha detto che sta riflettendo su come l'uso di nuove parole potrebbe avere effetti sul lavoro quotidiano, mentre l'ufficio del procuratore distrettuale di San Francisco ha detto di essere d'accordo con il contenuto della mozione.
di Alessandro Barbera
La Stampa, 26 agosto 2019
Norme interne e internazionali dietro il flop della linea "porti chiusi". "Migranti riportati in mare dopo essere stati torturati e dietro pagamento di un riscatto", denuncia un rapporto per l'Aja. Ufficio del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trapani, 23 maggio: "Il diritto a non essere espulsi, estradati o respinti verso Paesi a rischio tortura sono assoluti ed inderogabili". Tribunale amministrativo del Lazio, 14 agosto: "Si ravvisa una violazione delle norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso". Procura della Repubblica di Agrigento, 20 agosto: "L'obbligo di salvataggio delle vite in mare costituisce un dovere degli Stati e prevale sulle norme e gli accordi bilaterali".
Cosa spinge tre uffici giudiziari in tre mesi a mettere in discussione le scelte dell'autorità politica? "Porti chiusi", dice Matteo Salvini. Ma chiusi a cosa? In nome di quali regole? Perché il ministro degli Interni è stato indagato per sequestro di persona e invece Carola Rackete - l'ormai famosa comandante tedesca della Sea Watch - è stata rilasciata in poche ore dopo aver attraccato illegalmente a Lampedusa?
Il più incredibile fallimento politico della storia continentale viene da lontano e cade sulle spalle dell'intera Unione europea: Mare Nostrum, Frontex, Frontex plus, Triton, Themis, confusi tentativi di risposta all'emergenza migratoria scivolati lentamente nell'irrilevanza delle istituzioni comuni. A differenza di quanto accaduto nei Balcani, l'Unione ha lasciato l'Italia sola a gestire la rotta libica e tunisina.
Le soluzioni adottate negli ultimi due anni hanno sì fatto crollare il numero degli sbarchi, ma hanno provocato un cortocircuito fra le regole nazionali invocate nei singoli casi e il quadro giuridico internazionale. Il memorandum con la Libia La Libia è unico Paese al mondo che ha importanti responsabilità di coordinamento di salvataggio di migranti senza essere mai stato presa in considerazione come porto sicuro.
Eppure è ciò che impone la legge del mare. Non solo: la Libia non è riconosciuta come porto sicuro nemmeno dall'Onu la quale - paradosso nel paradosso - è responsabile dell'agenzia alla quale è stata comunicata la zona di pattugliamento libico. L'innesco del cortocircuito è il memorandum con cui Italia ed Europa si mettono nelle mani di Tripoli per risolvere il problema migratorio. Nasce dall'iniziativa dell'allora ministro degli Interni Marco Minniti, ed è firmato il 2 febbraio 2017 da Paolo Gentiloni e dal traballante capo del governo riconosciuto dall'Unione, Fayez Serraj. Il quale - per inciso - non ha alcun controllo su un'enorme parte della Libia e sulla Cirenaica.
Quello è il momento nel quale l'Italia inizia a finanziare il pattugliamento della guardia costiera locale e nel Mediterraneo si moltiplicano le missioni delle Organizzazioni non governative. Nel provvedimento di maggio il Tribunale di Trapani sostiene che quell'intesa - non esplicitamente ratificata dal Parlamento, ma solo attraverso la legge di conversione del pacchetto di misure che ne seguì - non avrebbe nemmeno valore giuridico vincolante.
Contro l'accordo italo-libico l'Università di Science Po ha preparato un lungo rapporto consegnato alla Corte penale internazionale. Fra le tante, una denuncia spiega da sola il fallimento del sistema: migranti recuperati in mare, torturati, e infine scortati di nuovo in acqua dalle stesse milizie libiche per raggiungere l'Europa dopo aver pagato un riscatto. La richiesta - anche a carico del governo che lo introdusse - è di un'indagine per crimini contro l'umanità. C'è un caso che più di ogni altro racconta bene il cortocircuito fra legalità e illegalità.
Pur essendo firmataria della convenzione Sar di Amburgo del 1979 ("search and rescue", "cerca e salva"), la Libia non si era mai occupata di pattugliare le sue coste. A valle dell'accordo con l'Italia, a giugno del 2018 Tripoli comunica all'Imo (l'autorità marittima dell'Onu) di aver individuato un'ampia zona di mare in cui si farà carico del soccorso dei migranti.
La zona Sar non coincide con le acque territoriali, i cui confini sono sempre incerti. Ma se un'organizzazione non governativa recupera persone in acque nella zona Sar libica, sarebbe tenuta a riconsegnarle alle autorità di Tripoli. È quel che avrebbe dovuto fare nell'estate 2018 il rimorchiatore italiano Vos Thalassa, oggetto dell'indagine della procura di Trapani.
L'otto luglio il comandante comunica al centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo di aver recuperato al largo delle coste libiche più di sessanta migranti. In un primo tempo le autorità italiane impongono al rimorchiatore di far rotta verso Lampedusa. Poche ore dopo il comandante fa sapere di essere stato contattato dalla Guardia costiera libica che lo invita a consegnare i migranti perché salvati in zona Sar di loro competenza.
Quando i naufraghi si accorgono del cambio di rotta, due di loro organizzano una rivolta e minacciano di morte l'equipaggio. A quel punto il comandante chiede l'assistenza della guardia costiera italiana, che interviene e accompagna il gruppo a Lampedusa. La sentenza che assolve i due migranti eccepisce il "diritto assoluto" alla "legittima difesa", al "non respingimento" e al rimpatrio in un "porto sicuro", dunque non in Libia.
Il fondamento della decisione è in una lunga lista di norme, interne e internazionali: l'articolo due della Costituzione italiana, le dichiarazioni europea ed universale dei diritti dell'uomo, la convenzione di Montego Bay sul diritto del mare (1982), la convenzione di Londra per la salvaguardia della vita in mare (1974), la già citata convenzione Sar di Amburgo del 1979. Nella sentenza si dice di più: la stessa convenzione di Amburgo non consente il rimpatrio in Libia dei migranti, ma al contrario impone di accompagnarli in luogo sicuro, ed è uno dei fondamenti del principio di non respingimento.
Un principio sancito da due istituzioni (quella dei diritti dell'uomo di Strasburgo e la corte di giustizia dell'Unione) e sul quale invece si regge l'intesa con la Libia. Il venti agosto la procura di Agrigento ha disposto il sequestro della nave Open Arms e l'evacuazione del suo carico di immigrati.
Ecco cosa scrive il procuratore Luigi Patronaggio a proposito degli obblighi di salvataggio delle vite in mare: "Le convenzioni internazionali in materia costituiscono un limite alla potestà legislativa e non possono costituire oggetto di deroga da parte dell'autorità politica". Spetta ai giudici disporre la disapplicazione di leggi votate dal Parlamento? La domanda se la pongono in molti, ma non risolve la contraddizione.
Al netto della propaganda da comizio, le circolari a firma Matteo Salvini forniscono qualche appiglio giuridico al tentativo (mai riuscito) di chiudere i porti, legittimare i controlli libici e la consegna dei migranti alla Guardia costiera di Tripoli. Il documento pubblicato il 18 marzo dal ministro degli Interni ammette che l'Italia "ha l'obbligo di garantire la vita umana in mare e coordinare le azioni di soccorso anche fuori della propria regione di competenza", ma "soltanto fino a quando il centro competente non abbia assunto il coordinamento" del salvataggio.
Non solo: Salvini lamenta l'intervento delle navi delle Ong "in zone di responsabilità non italiane disattendendo le direttive delle autorità Sar". I porti "libici, tunisini e maltesi possono offrire adeguata assistenza logistica e sanitaria, essendo peraltro più vicini in termini di miglia marine".
Qui il ministero degli Interni non si preoccupa di stabilire se si tratti o meno di porti sicuri. O se - come nel caso di Malta - il Paese ospitante sia attrezzato per accogliere barche cariche di decine di migranti. La circolare omette anche di citare la Spagna fra i possibili approdi, perché troppo lontana per chi spesso sale a bordo in condizioni precarie. Salvini rivendica in ogni caso pieni "ed esclusivi" poteri sul mare territoriale italiano.
Passaggio in acque territoriali Una seconda circolare del 4 aprile dopo il caso della nave Alan Kurdi e una terza il 15 maggio dedicata a Sea Watch 3 citano l'articolo 19 della convenzione di Montego Bay e il diritto a negare il passaggio di una nave nelle acque territoriali se ritenuto "non inoffensivo". La norma parla esplicitamente di "carico o scarico di persone in violazione delle leggi e dei regolamenti in materia sanitaria e di immigrazione vigenti nello Stato costiero".
E però si tratta di un'eccezione alla regola generale che regola il diritto al passaggio: è considerato inoffensivo finché "non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero". Si può eccepire un simile argomento contro un battello di immigrati che in molti casi hanno diritto di chiedere asilo o lo status di rifugiato?
È questo il cappio giuridico a cui è appesa l'Italia: da un lato il potere riconosciuto di negare l'approdo in nome delle leggi nazionali contro immigrazione clandestina e traffico di esseri umani, dall'altro il dovere di assicurare i diritti dei migranti. L'unica soluzione per evitare l'applicazione all'Italia del regolamento di Dublino - quello che prevede di chiedere asilo nel primo luogo di approdo - sarebbe quella di considerare la bandiera delle Ong alla stregua di un'ambasciata.
Ma non c'è regola che possa modificare la geografia: l'Italia resta il primo porto sicuro per chi è in fuga dal continente africano. Le circolari lamentano interventi delle Organizzazioni non governative "finalizzati al trasferimento sul territorio di migranti irregolari, facendo ricorso strumentale alle convenzioni". In nome di questo il decreto sicurezza bis ha introdotto multe fino a un milione di euro per le Ong e l'arresto dei capitani delle loro navi.
Ma si può contestare tali violazioni se firmatari di accordi internazionali che prevedono l'obbligo di salvare vite in mare? Le statistiche dicono che gli interventi delle Ong restano marginali rispetto ai grandi numeri. L'Istituto per gli studi internazionali (Ispi) stima che sui 3.073 migranti arrivati in Italia da gennaio a luglio, solo 248 sono stati accompagnati dalle Ong. Gli altri 2.825 sono "sbarchi fantasma". Migranti riusciti a sfuggire alla morte in mare, al tritacarne mediatico e che meriterebbero miglior sorte con una soluzione europea al problema.
di Nando Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2019
Uno spirito inquieto? Un missionario laico? Un combattente di tutte le buone cause? Magro, non alto, una barba sottile e ben curata, quattro lingue imparate girando per il mondo, una passione smisurata per quello che fa, Claudio La Camera l'avevo conosciuto anni fa a Reggio Calabria, poi l'avevo incontrato fugacemente a Berlino, e l'ho ritrovato ora a Città del Messico. Dove lavora per le Nazioni Unite, più precisamente per l'Unodc, l'agenzia con sede a Vienna deputata a combattere la droga e il crimine organizzato.
Qui in Messico, una volta di più, costruisce progetti sul campo, dove lo spingono lo spirito di battaglia e una certa idiosincrasia per la teoria inoperosa e la vita d'ufficio. Un accordo tra il ministero della Giustizia messicano e quello italiano per trasferire oltre oceano le nostre pratiche di reinserimento dei detenuti. Piani "integrali" di lotta alle estorsioni.
Una strategia di sostegno alla causa immensa delle madri dei desaparecidos. La raccolta di testimonianze dirette e l'appoggio di progetti sociali nelle zone del diavolo, la Ciudad Juarez capitale mondiale del femminicidio, o lo stato di Guerrero, oggi in assoluto il più pericoloso dei 32 della federazione messicana ("in un paio di casi ho rischiato molto", ammette).
Vi sembra molto? Troppo? Poco, rispetto a ciò che questo spirito avventuroso e combattivo ha fatto nella sua vita. Che non è mai stata sedentaria, fedele al principio che è "meglio essere poveri e vedere il mondo". Il suo giro Claudio lo iniziò a 17 anni, quando prese ad andare nei mesi estivi da Reggio Calabria in Francia a raccoglier frutta per mantenersi agli studi. Il salto di qualità giunse invece dopo la laurea a Catania in filosofia del diritto ("feci la tesi sulle leggi non scritte in "Antigone").
Partì per il Brasile con un prete del Don Orione conosciuto a Roma, José Carlos dos Santos, perché "nella vita ho sempre fatto le mie scelte seguendo le persone, non l'ambizione o il denaro". Lì gli venne affidato il compito di costruire un Cottolengo vicino a Fortaleza. Ci riuscì grazie a un ricco italiano, barcamenandosi con successo tra amministratori analfabeti e latifondisti d'assalto.
Poi una nuova missione in Brasile con i francescani, reparto cappuccini dell'Umbria. Totale, dieci anni di Amazzonia. A quel punto incominciò una girandola di mete lontane: l'Australia, un progetto di antropologia teatrale, e l'Africa. Un anno in Costa d'Avorio, ancora con religiosi. "Ricordo un incarico di fiducia. Attraversare territori infiniti tra Costa d'Avorio e Togo per portare a Koroghò una busta con denaro a un gruppo di suore rimaste isolate. Quando arrivai le trovai sedute in tondo a parlare, in frigorifero non avevano nulla da mangiare".
Poi il ritorno in Italia. Naturalmente zone di frontiera. Ristrutturare la casa di Peppino Impastato a Cinisi, la catalogazione del materiale trovato tra quelle mura (con carteggi mai prima usciti), riaprire al pubblico la reggia confiscata a don Tano Badalamenti.
"Misero musica ad alto volume sul marciapiede per boicottare l'evento. In quel clima feci una scelta di metodo: andare al sodo, realizzare cose buone, senza farmi impelagare nelle piccole rivalità delle associazioni antimafia, e avere come solo riferimento le istituzioni e il bisogno di memoria".
La memoria, appunto. Come con la creazione dell'allora "Museo della 'ndrangheta" (oggi Osservatorio) a Reggio Calabria. La costruzione di un nuovo pezzo di società civile e una incredibile vicenda giudiziaria contro di lui inabissatasi nel nulla, ma che lo ha segnato molto. Poi la Germania, il lavoro in fondazioni impegnate nella prevenzione del razzismo.
Fino alle Nazioni Unite. A Vienna e dal 2017 in Messico, con la scelta di dedicarsi ai luoghi di frontiera con gli Usa, quelli in cui si fa oggi, e non solo simbolicamente, la storia del mondo. Le ricerche nel Guerrero. Sognando di trasformare il modello italiano di lotta alla criminalità in un esempio per l'America Latina, nella giustizia come nella scuola.
Uno così lo fai raccontare per ore e ore, talmente grande è il mondo che si porta dentro. Finché il discorso cade sulla sua Calabria. E gli scappa la frase terribile di Corrado Alvaro: "ad andar via da questa terra ce l'hanno insegnato i nostri padri". L'occhio si perde, la voce anche, mentre sussurra "quella terra infelice". Sentirlo dire in Messico da chi si misura con le tragedie del mondo, vi assicuro che mette una malinconia senza confini.
thedailycases.com, 26 agosto 2019
I difensori dei diritti umani in Iran, da lungo tempo nel mirino del governo, sono stati sottoposti a sistematiche molestie giudiziarie dalla fine del 2017. L'Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti umani, un partenariato Fidh-Omct, fa luce su questa ondata di repressione che ha colpito noti attivisti come Nasrin Sotoudeh, Reza Khandan e Mohammad Najafi.
Il rapporto, intitolato "Indefensible: Iran's systematic criminalisation of human rights defenders", documenta come i difensori dei diritti umani, compresi gli avvocati per i diritti umani, sono stati frequentemente arrestati senza accuse, trattenuti in detenzione preventiva prolungata senza accesso alla rappresentanza legale di loro scelta, condannati a lunghe pene detentive per vaghe accuse a seguito di processi iniqui e incarcerati in cattive condizioni. Questo modello di criminalizzazione ha lo scopo di frenare le loro attività sui diritti umani e di minare i loro diritti alla libertà di espressione.
Il rapporto si basa sull'analisi di 28 singoli casi affrontati dall'Osservatorio nel 2018 e nella prima metà del 2019, tra cui noti attivisti e avvocati Nasrin Sotoudeh, Reza Khandan e Mohammad Najafi. Di questi casi, 15 sono difensori dei diritti delle donne e 13 avvocati per i diritti umani. Tredici di loro sono attualmente detenuti e 15 sono a rischio di re-arresto imminente.
"La Repubblica islamica dell'Iran è un regime ostile per i difensori dei diritti umani. Qualsiasi forma di dissenso da parte loro è sistematicamente criminalizzata e soggetta a dure rappresaglie da parte delle autorità. Il governo iraniano deve smettere di perseguitare i difensori e iniziare a prendere misure urgenti per proteggerli ", ha dichiarato il vicepresidente del FIDH Guissou Jahangiri.
Molti difensori dei diritti umani, sia uomini che donne, sono stati presi di mira per la loro difesa dei diritti delle donne e per il loro sostegno alle proteste contro le leggi obbligatorie sull'hijab. Nel frattempo, gli avvocati sono regolarmente presi di mira per la raccolta di casi relativi ai diritti umani e per la difesa di altri avvocati accusati di occuparsi di diritti umani. Gli avvocati per i diritti umani sono stati particolarmente colpevolizzati a causa delle loro critiche nei confronti della magistratura, a partire dal trattamento riservato ai propri clienti e colleghi avvocati da parte dei magistrati iraniani.
"L'Iran ha una lunga storia di criminalizzazione dei difensori dei diritti umani e li persegue con le cosiddette accuse di sicurezza nazionale. Lungi dall'essere un protettore dei diritti come richiesto dai trattati ratificati dall'Iran, la magistratura rimane sottomessa al Capo supremo e, come mostrato nel nostro rapporto, agisce come un boia volontario della repressione dei difensori dei diritti umani. Sono necessarie urgenti riforme per garantire il rispetto dello stato di diritto e l'integrità e l'indipendenza di giudici, avvocati e pubblici ministeri ", ha affermato il segretario generale dell'Omct Gerald Staberock.
In molti casi, ai difensori dei diritti umani che sono arrestati in base alle cosiddette accuse di sicurezza nazionale, viene negato l'accesso a un avvocato di loro scelta, in particolare durante il processo di indagine. Sono condannati a pene detentive severe - fino a 15 anni di carcere per una sola accusa - dopo processi iniqui condotti nei noti tribunali della Rivoluzione islamica dell'Iran. La maggior parte dei difensori dei diritti umani i cui casi sono dettagliati nel rapporto, sono detenuti nella famigerata prigione di Evin di Teheran, tristemente famosa per le sue gravi condizioni di sovraffollamento e antigieniche. Sono tenuti in isolamento per lunghi periodi di tempo, sono privati ??delle cure mediche essenziali e spesso vengono loro negate le visite dalle loro famiglie o dai loro avvocati.
Il rapporto indica una serie di raccomandazioni alle autorità iraniane, nonché alle parti interessate delle Nazioni Unite e dell'Unione Europea. Esorta il governo iraniano a rilasciare immediatamente e incondizionatamente tutti i difensori dei diritti umani detenuti e a riconoscere il ruolo legittimo ed essenziale che svolgono nella società. L'Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti umani (l'Osservatorio) è stato creato nel 1997 da Fidh e dall'Organizzazione mondiale contro la tortura (Omct). L'obiettivo di questo programma è di intervenire per prevenire o porre rimedio a situazioni di repressione contro i difensori dei diritti umani. Fidh e Omct sono entrambi membri di ProtectDefenders.eu, il meccanismo dei difensori dei diritti umani dell'Unione europea attuato dalla società civile internazionale.
di Stefania Ulivi
Corriere della Sera, 26 agosto 2019
L'avversario dello Zar: "La mia vita sempre in pericolo. Trump è affascinato dal modello autoritario di Mosca. I rapporti con Salvini? Il leader del Cremlino recluta politici in Europa". Sarò a Venezia, anche se basandomi su ragioni di sicurezza non dovrei farlo. Ci sono molti esempi in cui l'Italia non è stata accogliente verso gli oppositori di Putin. Ma sono un ottimista".
Sarà una presenza che si farà notare la sua, alla Mostra del cinema di Venezia, dove è protagonista di uno dei film più attesi, "Citizen K", firmato dal regista premio Oscar Alex Gibney. Il ritratto di Mikhail Khodorkovsky, ex potentissimo oligarca, uomo più ricco di Russia, patron della Yukos, condannato per frode e evasione fiscale, oggi simbolo della dissidenza. Nemico numero uno di Vladimir Putin, in esilio a Londra dopo anni di carcere duro in un campo di lavoro al confine con la Mongolia. Un personaggio controverso, un enigma che, agli occhi del regista, aiuta a comprendere la complessità e le contraddizioni delle dinamiche del potere in Russia. Come l'interessato stesso sottolinea. "Credo che Alex pur essendo straniero abbia fatto un ottimo lavoro".
Nel film lei sostiene che Putin non sia così potente come lo vediamo in Occidente. Crede davvero che sia un insicuro e che stia iniziando a perdere il controllo del suo entourage?
"Negli ultimi anni ho notato sempre più spesso che Putin usa un'informazione unilaterale e che le persone che lo circondano lo manipolano più facilmente di prima in base ai loro interessi. È stanco, ha perso la capacità di comprensione di molti aspetti della contemporaneità".
Si aspetta cambiamenti anche prima della fine del suo nuovo mandato presidenziale, previsto nel 2024?
"Non sono un sognatore. Eventi improvvisi possono accadere ogni giorno o essere ritardati per anni. Il nodo più immediato è il 2021. Le élite faranno il possibile perché alle elezioni la Duma possa diventare un organo di potere essenziale. La successiva rielezione sarà dopo il 2024, ovvero dopo le presidenziali".
Come giudica i suoi principali oppositori, per esempio Aleksej Navalnyj? E che ruolo pensa possano giocare nuovi leader come la giovane Olga Misik?
"Aleksei Navalny, Dmitry Gudkov, Ilya Yashin e altri stanno facendo un grande lavoro per rafforzare la società civile. Se i cambiamenti avverranno presto, loro potranno guidarli. Se no, vediamo già una nuova generazione all'orizzonte. È importante per la Russia che a Putin non succeda un nuovo autocrate e che il Paese finalmente abbia un sistema moderno e di bilanciamento dei poteri. Questo è il compito più complicato".
Che influenza ha Vladimir Putin su Donald Trump? Crede che il Cremlino abbia materiale compromettente contro di lui?
"Non credo al cosiddetto "killing kompromat" (dossier con informazioni compromettenti, ndr) su Trump. Piuttosto che il modello criminale e autoritario di Putin lo affascini. Persone educate di buona famiglia spesso sentono soggezione e persino un certo timore dei bulli. E Putin ha indossato questa maschera tanto tempo fa".
E cosa pensa dei rapporti tra Matteo Salvini e Putin?
"Ci sono molte informazioni sui legami profondi tra Salvini e Putin e il suo entourage. Parte di queste informazioni fanno dubitare dell'integrità di questi contatti. Sfortunatamente si tratta di una pratica comune per Putin che è un eccellente ufficiale reclutatore ed è riuscito a trovare chiavi di varia natura per arrivare a molti politici europei".
Lei vive a Londra e sa di essere in pericolo. Cosa pensa delle tante morti misteriose di questi anni? Cosa pensa ne sappia Putin?
"Basandomi sulle mie conoscenze posso dire che Putin approva le uccisioni di coloro che considera traditori, come Litvinenko, ma non dà ordini diretti per eliminare coloro che considera nemici. Altrimenti sarebbe stato difficile per me sopravvivere fino a oggi. Ma tutto cambia".
Cosa pensa della recente esplosione nucleare nella base militare di Nenoksa?
"In base alle informazioni in mio possesso, il motore a combustibile solido del razzo con un radioisotopo è esploso. L'esplosione ha lanciato materiale con isotopo ad alta attività. Per fortuna questo è accaduto sulla piattaforma di lancio e non sopra una località abitata. Questo progetto idiota e pericolosissimo per l'ambiente è stato annunciato da Putin personalmente".
Lei ha passato anni in carcere, come è sopravvissuto? E come ha conservato il sangue freddo e il senso dell'umorismo che vediamo nel film?
"L'Urss dove ho vissuto i miei primi 28 anni mi ha preparato bene per la prigione ma senza il supporto morale della mia famiglia e di migliaia di persone nel mondo sarebbe stato più duro. Ringrazio i miei parenti: mi hanno aspettato e accettato le mie scelte".
Lei è considerato un eroe dei diritti umani. È ottimista sul futuro del suo paese? Spera ancora che possa diventare una terra dove "i diritti umani non siano più subordinati al capriccio dello zar"?
"Il mio motto è "Russia will be free!" Se avessi dubitato di questo probabilmente non sarei sopravvissuto".
Si riconosce nel ritratto che fa di lei nel film Gibney che non nasconde i lati avvolti da mistero della sua parabola ma si dice "colpito dal suo idealismo" e la paragona a Jake La Motta di Toro scatenato, un lottatore?
"Non ho familiarità con il suo paragone, ma per me combattente è il più alto valore di una persona. Sono felice che Alex lo dica di me".
vaticannews.va, 26 agosto 2019
C'è un'altra vittima nel clero messicano: si tratta di padre José Martín Guzmán Vega, assassinato nella notte di giovedì. La Chiesa chiede che sia fatta giustizia. "Con profondo dolore partecipiamo alla tragica morte del sacerdote José Martín Guzmán Vega: le autorità competenti hanno già avviato le indagini per chiarire i fatti e rendere giustizia. Nel frattempo, esprimiamo le nostre condoglianze alla famiglia Guzmán Vega e alla comunità parrocchiale di Cristo Rey de la Paz, Ejido Santa Adelaida, e invitiamo tutti a unirsi in preghiera per chiedere a Dio l'eterno riposo di padre Martin".
Con questo breve comunicato, la diocesi di Matamoros, Tamaulipas, in Messico, ha informato la comunità dell'assassinio del sacerdote José Martín Guzmán Vega, accaduto la sera di giovedì 22 agosto. Il comunicato porta la firma del vescovo, mons. Eugenio Lira Rugarcia. Padre Martin, di 55 anni, come riferisce l'Agenzia Fides, è deceduto presso l'Ospedale Generale "Dr. Alfredo Pumarejo", dove era stato trasportato dopo essere stato ferito gravemente con un'arma. Negli ultimi 6 anni sono stati 26 i preti uccisi e due scomparsi nel Paese latinoamericano: lo riporta il Centro cattolico multimediale di Città del Messico, l'osservatorio che si dedica a rilevare vittime e intimidazioni tra il clero, specificando che si tratta di crimini rimasti impuniti.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 26 agosto 2019
Raramente, negli stati ex sovietici dell'Asia centrale, capita che un prigioniero di coscienza sia rilasciato: è successo il 16 agosto in Kazakhstan ma la buona notizia è tale solo a metà. Serikzhan Bilash, nato in Cina da genitori kazaki e residente in Kazakistan da oltre 10 anni, è stato fino a quando ha potuto una preziosa fonte di informazioni sulla feroce persecuzione delle minoranze musulmane in Cina.
Nel 2017 ha costituito un'associazione per assistere le famiglie dei kazaki detenuti nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang. Ha chiesto il riconoscimento ufficiale, le autorità gliel'hanno negato e poi lo hanno multato per aver svolto attività nell'ambito di un gruppo non registrato. Bilash ha collaborato a un rapporto di Amnesty International, pubblicato nel settembre 2018, sugli arresti arbitrari e l'indottrinamento forzato degli uiguri, dei kazaki e di altri gruppi etnici musulmani nello Xinjiang.
L'arresto è avvenuto il 10 marzo 2019, per "incitamento all'odio sociale, nazionale, clanico, razziale, di classe o religioso". Il "reato" sarebbe stata questa affermazione, fatta un mese prima durante un incontro con la comunità uigura: "Oggi il jihad non è prendere un fucile e andare a combattere in Cina. Il jihad è fare informazione, fare propaganda". Un'opinione, da condividere o meno, ma un'opinione.
Il 16 agosto Bilash è stato portato di fronte a un giudice e, a insaputa del suo avvocato e nottetempo, ha evitato una condanna a sette anni di carcere patteggiando il rilascio in questi termini: l'ammissione di colpevolezza, una multa di 300 dollari, il divieto di viaggio per tre mesi e l'impegno a non fare più campagne sui diritti umani in Cina. Le autorità del Kazakistan non mostrano alcuna preoccupazione per la sorte dei loro cittadini detenuti in Cina.
Anzi, collaborano attivamente con Pechino: lo scorso anno hanno negato l'asilo politico a Sayragul Sautybai, una ex istruttrice di un campo di rieducazione cinese, dunque testimone diretta. Sautybai è stata arrestata e minacciata di rimpatrio forzato ed è riuscita fortunosamente a lasciare il Kazakistan. Le autorità di Pechino hanno ringraziato ufficialmente il fedele alleato per il contributo al loro "programma di deradicalizzazione".
La Repubblica, 26 agosto 2019
La violenza contro i giornalisti in Messico non si ferma. Il corpo senza vita di Nevith Condés Jaramillo, direttore del portale web "El observatorio del sur", è stato trovato nella cittadina di Cerro de Cacalotepec con almeno quattro ferite da taglio: è il quarto reporter messicano ucciso nell'ultimo mese.
Nelle ultime settimane aveva ricevuto diverse minacce ma nessuna protezione. L'organizzazione Articolo 19 che controlla la violenza contro i professionisti dell'informazione, ha idiffuso informazioni sul caso: Condés Jaramillo, 42 anni, viveva a Tejupilco, un comune di 7 mila abitanti nel sud del Paese. Sulla sua pagina Fb si occupava di un'area conosciuta come Tierra Caliente, caratterizzata disordini civili, diventata epicentro per la produzione di droga, in particolare papavero da oppio, e per traffico di droga.









