di Giunta dell'Ucpi
camerepenali.it, 10 luglio 2019
Il lavoro del tavolo ministeriale non può essere trasformato in un contenitore indistinto di riforme. Sull'ordinamento giudiziario non sono consentite improvvisazioni. Gli stati generali, convocati da Ucpi, saranno l'occasione per un confronto aperto sulle prospettive di riforma dell'ordinamento giudiziario. Il documento della Giunta.
1. Entrato in vigore il codice di rito del 1988, in ogni legislatura degli ultimi trenta anni le maggioranze politiche che si sono succedute hanno approvato riforme più o meno significative del processo penale. Segno questo, di come la stagione culturale nella quale si era sviluppato il grande confronto giuridico che aveva portato alla adozione del codice accusatorio, nella originalità della declinazione voluta dai giuristi riuniti nella commissione di riforma, era definitivamente tramontata. La politica, subiti gli sconquassi giudiziari degli anni novanta, si rivelava incapace di nuovi equilibri, oscillando tra subalternità a logiche giudiziarie e capziosi tentativi di autodifesa. Derive emergenziali hanno da allora prevalso sulle opzioni culturali producendo norme e deroghe destinate all'erosione delle garanzie dei diritti della difesa e dei presidi del contraddittorio. Limitazione della collegialità, doppio binario, centralità dell'attività di investigazione a discapito del dibattimento, questi sono alcuni degli aspetti che hanno contribuito, unitamente a tante altre novelle, alla definizione di uno strumento processuale lontano dalla sua originaria ispirazione. L'adozione del nuovo articolo 111 della Costituzione, baluardo dei principi del giusto processo, non è stata sufficiente a fermarne la deriva. Anche nella scorsa Legislatura si è a lungo discusso della riforma del processo penale. La c.d. legge Orlando, che solo parzialmente ha realizzato quel progetto di riforma, assieme a qualche positivo aspetto di razionalizzazione, si è alla fine risolta anch'essa nella solita risposta demagogica, allungando i tempi della prescrizione, conculcando i diritti della difesa in materia di riti speciali e limitando l'ambito di operatività dell'intero sistema delle impugnazioni. La Magistratura italiana ha contribuito a tale cultura dei limiti delle garanzie, rivendicando efficientismo a discapito di garanzie. Sarebbe oggi necessaria una organica riforma del codice di procedura penale non certo per ridiscuterne l'opzione accusatoria, ma bensì per ripulire il reticolo delle garanzie dalle incrostazioni di passate riforme asistematiche, e consegnare nuovamente al dibattimento e al Giudice ruolo centrale nella formazione della prova e nella decisione. L'Unione ha recentemente ribadito, con il Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo, gli irrinunciabili principi a cui deve uniformarsi il sistema penale così come voluto dalla nostra Costituzione.
2. Anche in questa Legislatura la maggioranza di Governo ha manifestato l'intenzione di porre mano alla riforma del processo penale. Inquietanti i dogmi richiamati: unica pena possibile quella del carcere, sostanziale svuotamento delle garanzie difensive, estensione delle ipotesi per le intercettazioni telefoniche, manomissione del diritto all'appello, via via specificando l'armamentario del nuovo giustizialismo imperante. Proposte che non hanno certo trovato l'opposizione della magistratura associata che anzi, in alcune prese di posizione, ha inteso darvi supporto tecnico; basti pensare alla proposta di abolizione del divieto di reformatio in peius nel grado di appello e all'estensione delle ipotesi di non ripetizione dell'attività istruttoria nel caso di mutamento del Giudice. Come è noto la Legislatura si è caratterizzata anche per altre regole destinate ad incidere sul ruolo della giurisdizione. Sfavore per ogni discrezionalità con il tentativo di limitare lo spazio del bilanciamento tra attenuanti e aggravanti in relazione a determinate tipologie di reato, limitazione dei casi di possibile ricorso al giudizio abbreviato, introduzione di nuove fattispecie di reato anche in violazione della riserva di codice, introduzione di presunzioni e preclusioni in materia di scriminanti, insomma il richiamo ad una idea illiberale e autoritaria dello Stato. Ferma censura merita la sostanziale abrogazione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. La fine di uno strumento di civiltà e pacificazione sociale, determinata da una norma incostituzionale che ha visto la rivolta compatta di tutta la comunità dei giuristi. La mancata riforma dell'Ordinamento penitenziario ha comportato ancor più drammatiche condizioni di vita nelle carceri. L'impressionante numero di suicidi e il degrado delle forme della detenzione richiedono una non più rinviabile assunzione di responsabilità. La denuncia e la protesta dei Penalisti italiani, anche di queste ore, siano di monito al potere politico.
3. Il Ministro della Giustizia, respinta la proposta dell'Unione delle Camere Penali di istituzione di una Commissione per discutere delle ipotesi della eventuale riforma del processo penale, ha inteso procedere, dal novembre 2018, alla semplice consultazione e all'ascolto delle rappresentanze di Accademia, Magistratura e Avvocatura. Il Ministro ha prospettato un intervento sui tempi del processo prima dell'operatività della nuova disciplina della prescrizione. È in questo contesto che nasce l'iniziativa politica di UCPI per giungere a quelle consultazioni con una proposta comune con la Magistratura associata. La sintesi condivisa è stata quella di indicare un intervento prioritario che contribuisca alla concreta realizzazione della ragionevole durata del processo. Tre le direttrici:
A) una nuova regola per la definizione dell'udienza preliminare recuperandone la finalità di filtro, così da evitare il rinvio a giudizio in tutte quelle situazioni nelle quali la prova non mostri una capacità di tenuta tale da richiedere il dibattimento.
B) L'estensione dei casi per i quali è possibile la definizione del procedimento nelle forme della pena concordata o del giudizio abbreviato. Abrogazione di ogni ostatività, definizione del criterio di rilevanza e specificità della prova richiesta nel giudizio abbreviato condizionato.
C) Una nuova disciplina per la semplificazione del sistema sanzionatorio delle contravvenzioni, con la previsione di meccanismi di adesione.
Nel corso delle consultazioni i punti di delega qui richiamati sono stati variamente specificati e dal Ministro condivisi. L'Unione a quel tavolo ha anche segnalato la necessità di un intervento sulla durata delle indagini, sui meccanismi di discovery per la decisione sulle eventuali proroghe, sul controllo giurisdizionale relativo ai tempi di iscrizione nominativa nel registro delle notizie di reato. il Ministro, che pure in diverse occasioni pubbliche ha dato atto degli approdi positivi del tavolo di consultazione a distanza di mesi non ha ancora presentato un testo.
4. La volontà di 72.000 cittadini, che hanno sottoscritto la proposta di legge di riforma Costituzionale di iniziativa popolare per la separazione delle carriere dei magistrati, ha fatto si che il Parlamento ne abbia calendarizzato i lavori. È nato un intergruppo composto da Deputati di tutte le forze politiche, impegnati in modo trasversale a mantenere l'attenzione sul percorso parlamentare della riforma. Si tratta di un primo grande risultato della nostra iniziativa per la separazione delle carriere volta a garantire la terzietà del Giudice e, al contempo, l'autonomia e l'indipendenza del Pubblico Ministero. L'ipotesi di riforma costituzionale arricchisce anche l'art. 112 della Costituzione, riservando alla legge ordinaria - e non alle circolari del Consiglio Superiore o ai Capi degli Uffici Giudiziari - la individuazione dei parametri per il temperamento della obbligatorietà dell'azione penale.
La pubblicazione di brani di intercettazioni telefoniche e la solita informazione giudiziaria strillata, hanno fatto malamente cadere la foglia di fico. Si è scoperta l'acqua calda e cioè che le nomine dei Capi degli Uffici Giudiziari sono spesso il frutto di logiche correntizie che non disdegnano impropri rapporti con rappresentanti politici. Con logica gattopardesca, indignazione ed inquietudine però vengono riservate al singolo caso, pur inquietante nelle sue peculiarità. Debbono qui essere ribadite le analisi che da anni l'Unione delle Camere Penali propone a Politica e Magistratura. Non a caso la rappresentanza associativa dei magistrati italiani, uniti in un unico corpo é affidata a Pubblici Ministeri. Sono magistrati del Pubblico Ministero chiamati a decidere sul ruolo proprio e sulle progressioni di carriera dei Giudicanti. La presenza di 200 Magistrati c.d. "fuori ruolo", designati dalle forze politiche a svolgere funzioni di direzione dei Ministeri - in totalità di quello della Giustizia -, delle diverse Autorità di Garanzia, degli Uffici legislativi, determina non solo che la Magistratura sia chiamata a svolgere funzioni che non le sono proprie, ma l'obbiettiva sottrazione di risorse alla giurisdizione e le condizioni per gli impropri rapporti tra politica e magistratura. La risposta a tutto questo non può limitarsi ad una rivisitazione dei collegi elettorali per l'elezione del Consiglio Superiore della Magistratura o a improbabili proposte di sorteggio. Si dovrà prendere atto che solo Organi distinti per le carriere di P.M. e Giudici ed una loro diversa composizione, con maggiore spazio ai rappresentanti dell'Accademia, dell'Avvocatura e dei rappresentanti del Parlamento, potrà garantire trasparenza e obbiettività nelle decisioni. Ad una Magistratura associata oggi sofferente, in crisi di identità, l'Unione propone la grande iniziativa degli Stati Generali sull'Ordinamento Giudiziario. Discuteremo insieme non solo di separazione delle carriere, ma anche del principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, di meccanismi elettorali, del ruolo dell'associazionismo nella magistratura, delle prerogative dei Capi degli Uffici; tutti temi che non appartengono in via esclusiva ai magistrati ma a tutta la comunità, poiché l'Ordinamento Giudiziario è parte essenziale delle regole del processo.
5. Il Ministro della Giustizia ha repentinamente convocato il tavolo di consultazione per i prossimi giorni. All'autorità politica viene attribuito l'intento di trasformare il disegno di riforma in uno strumento omnibus, nel quale inserire qualche nuova regola per eleggere i rappresentanti dei Magistrati nel Consiglio Superiore della Magistratura, prevedere forme di sorteggio di secondo livello per i capi degli Uffici. Qualcuno propone che vi si inserisca anche qualche ritocco alla legge per i collaboratori di giustizia.
L'operazione sarebbe inaccettabile. Ovviamente, il Ministro della Giustizia può avanzare i progetti di riforma che ritiene, ma se intende valorizzare politicamente il lavoro e l'apporto di quel tavolo, allora va ribadito che lì si è discusso dei tempi delle indagini e del processo, che lì si sono individuate direttrici di riforme condivise. Sarebbe politicamente miope, e comunque l'iniziativa troverebbe la decisa avversione delle Camere Penali, trasformare l'intervento in altra cosa non più coerente con il lavoro svolto. La riforma dell'Ordinamento Giudiziario deve muovere dalla Costituzione e rispondere all'iniziativa di 72.000 cittadini che hanno chiesto carriere separate dei Magistrati e di demandare soltanto alla legge la definizione di eventuali criteri di priorità degli affari penali. Gli Stati Generali dell'Ordinamento Giudiziario, convocati per il prossimo settembre 2019 dall'Unione delle Camere Penali Italiane, saranno senz'altro occasione per un ampio confronto utile per la credibilità della funzione giurisdizionale.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 10 luglio 2019
"Chi non ascolta le voci di chi è in carcere si macchia di gravi responsabilità". È una affermazione forte, quella pronunciata ieri dal procuratore di Napoli Giovanni Melillo all'evento voluto dall'Ucpi nel giorno dell'astensione per "l'emergenza carcere".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 luglio 2019
Decima edizione dell'iniziativa europea promossa da "Bambinisenzasbarre" con il Dap. Come ogni anno, dal mese di giugno, è in corso la campagna "carceri aperte". Una iniziativa europea, quest'anno giunta alla decima edizione, promossa dall'associazione "Bambinisenzasbarre" in collaborazione con il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 luglio 2019
Le critiche del segretario Silp-Cgil al Decreto sicurezza bis. "L'aumento delle pene creeranno problemi al mondo carcerario e indirettamente peserà anche alla forze di polizia". È il parere del Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia (Silp) della Cgil espressa durante l'intervento al Parlamento del segretario generale Daniele Tissone. È stato ascoltato per un parere sul decreto sicurezza bis come prevede la procedura dalle Commissioni riunite degli affari costituzionali e Giustizia della Camera.
di Oscar De Simone
Il Mattino, 10 luglio 2019
Le proteste e le rivolte nel carcere di Poggioreale sono diventate frequenti. Alla base di tutto ci sarebbe il sovraffollamento delle celle e le richieste del supporto sanitario. Tutti argomenti di cui si è discusso tanto nelle ultime settimane e che restano al centro delle proteste dei familiari dei detenuti. "Siamo preoccupati per i nostri parenti - dichiara Anna - di cui non conosciamo le condizioni di salute. Mia cognata nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, soffre di crisi epilettiche e viene semplicemente sedata. Il mio ex marito e mio nipote a Poggioreale, non sono seguiti dai sanitari e se si ammalano rischiano la vita. Questo carcere lo chiamiamo "sala mortuaria" perché registriamo continuamente decessi. Vogliamo più controlli".
Proprio i controlli ed una vigilanza adeguata, sono le richieste lanciate dell'associazione "ex detenuti organizzati" che da tempo chiede attenzione sulla tematica. "Le proteste continueranno - afferma il presidente dell'associazione Pietro Ioia - fin quando non saranno presi provvedimenti. Poggioreale ha un numero eccessivo di detenuti e poche guardie carcerarie. Si deve intervenire per riportare le cose ad una condizione accettabile ed utile alla sicurezza. Le cure mediche vanno implementate e nessuno deve essere abbandonato a se stesso. La salvaguardia della vita deve essere l'obiettivo primario per tutti".
di Valentina Stella
left.it, 10 luglio 2019
Sette giudici della Corte Costituzionale (Lattanzi, Cartabia, Amato, Coraggio, De Pretis, Sciarra, Viganò) hanno incontrato i detenuti di sette istituti penitenziari italiani: Rebibbia a Roma, San Vittore a Milano, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, Terni, Lecce sezione femminile, il carcere minorile di Nisida. Per la prima volta da quando è entrata in funzione nel 1956, la sentinella che vigila sulle mura della Costituzione ha deciso di entrare in carcere.
"La Corte ha avvertito l'esigenza di uscire dal Palazzo della Consulta, di conoscere e allo stesso tempo di farsi conoscere, di incontrare persone e di mettersi in discussione", spiega il presidente Lattanzi nel docu-film "Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri", prodotto da Rai Cinema e Clipper Media per la regia di Fabio Cavalli e trasmesso il 9 giugno su Rai Uno - pochi giorni prima era stato presentato in anteprima a Roma alla presenza del presidente Sergio Mattarella. Con questo docu-film il desiderio di saperne di più e il coraggio di dubitare delle proprie credenze in merito al carcere vengono trasferiti allo spettatore.
Infatti, il carcere come non lo conosciamo è quel luogo nascosto da alte mura dove a fronte di una capienza regolamentare di 50.528 posti sono recluse 60.472 persone, dove nel 2018 si sono suicidati 64 detenuti, con una età media di 37 anni, e di cui 22 non condannati in via definitiva. È quel purgatorio giuridico dove in questo momento circa 10mila cittadini sono ancora in attesa del primo giudizio. Dietro a questi numeri, ci sono esseri umani, innocenti e colpevoli. Ma le loro storie di errori e riscatti sono in un cono d'ombra. Grazie a questo docu-film è stata data loro luce attraverso il singolare dialogo con i giudici delle leggi, che hanno toccato con mano una realtà che fino ad ora avevano interpretato solo attraverso la Carta costituzionale.
"Non è un film sul carcere - ci spiega il regista Fabio Cavalli - ma una grande occasione di scoprire il valore della Costituzione". Fabio Cavalli è attore, regista, autore, scenografo, produttore, docente universitario. Nel 2012 è stato l'autore della sceneggiatura di Cesare deve morire dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani (Orso d'oro alla 62esima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, candidato italiano agli Oscar 2012). Fondatore del Teatro libero di Rebibbia, dal 2003 ha realizzato una ventina di spettacoli con i detenuti-attori.
Fabio Cavalli, cosa rappresenta questo docu-film?
Una grande occasione per scoprire il valore della Costituzione, l'idea della forza positiva dello Stato democratico. Quello che il viaggio mi ha lasciato è la comprensione profonda, concreta, della Carta e di come essa incida sulle nostre vite: noi purtroppo, spesso, non apprezziamo quest'aspetto della legge fondamentale della Repubblica, che abbiamo ereditato dalle donne e dagli uomini dell'assemblea costituente. Questo intreccio fra carta e vita mi si è disvelato proprio accompagnando con le macchine da presa i giudici nelle prigioni.
Lei ha conosciuto il mondo del carcere oltre venti anni fa, come regista. Come sintetizzerebbe il sentimento che si prova quando si varcano i cancelli?
Ogni anno tengo un corso all'Università Roma Tre, dal titolo "Etica ed estetica del teatro in carcere", e porto decine di studenti a fare tirocinio sul palcoscenico di Rebibbia, assieme ai detenuti-attori della mia compagnia. Pochi giorni fa, nella sua relazione finale, un'allieva ha scritto una frase che mi ha davvero sorpreso.
La cito per intero: "Vi è una linea sottilissima che intercorre tra amore ed odio o tra questo ed umanità, e se per umanità intendiamo un sentimento il cui obiettivo è il benessere dell'altro, allora non c'è luogo più umano di un carcere e di chi per esso opera". Questa ragazza di vent'anni ha riassunto magistralmente il sentimento che si prova entrando in contatto col carcere e con tutte le sue dolorose contraddizioni: la prevalenza dell'umano, la sua infinita ricchezza.
Ciò che lei ha mostrato in questo docu-film...
Ho provato a fare un film che raccontasse quello che ho visto: incontri di umanità, storie forti. Voglio sottolineare che questo non è un film sul carcere, ma un film sull'incontro tra due mondi, tra uno dei più bei palazzi d'Italia - quello della Consulta - e i luoghi più infimi della società, le celle di un carcere. È un film sulla necessità di incontrarsi, di conoscersi come appartenenti alla stessa società e coperti dallo stesso ombrello che si chiama Costituzione.
Il carcere, il luogo in cui lo Stato esercita tutta la sua forza, ha entrambi i volti: il furore e la bellezza, "l'odio e l'umanità". Ho voluto che l'umanità prendesse la forma bonaria di un vero e proprio Caronte, che accompagna i giudici e gli spettatori in questo viaggio quasi iniziatico verso l'abisso. È Sandro Pepe, agente di Polizia, di carnagione nera, nato in Africa, 140 kg di stazza, fermo e umano, come sempre dovrebbe essere il rappresentante di uno Stato democratico.
Avete avuto massima libertà per le riprese?
In uno Stato democratico, l'amministrazione penitenziaria autorizza a riprendere quasi ogni angolo dell'oscurità penitenziaria. Così è stato. Ho potuto filmare con la più ampia libertà, e nulla è stato nascosto agli occhi dei giudici della Corte.
Come si colloca questa opera in un contesto dove uno degli slogan preferiti di qualche politico e di molte persone è "marcire in galera"?
Mi occupo di carcere e arte da venti anni e non ho notato grandi cambiamenti nel sentimento di fondo dell'opinione pubblica verso la questione penitenziaria. La popolazione non ne vuol sentir parlare, crede che occorra buttare la chiave e disinteressarsi dei criminali. Cambiano ministri e governi ma la visione popolare rispetto alla devianza, quella è stata e quella rimane, per mancanza totale di autentica informazione. Questo aspetto mi preoccupa fino ad un certo punto, perché si può comunque tentare ogni giorno di attuare l'articolo 27 della Costituzione, nonostante il pregiudizio: il compito del carcere è quello di risocializzare il condannato, e non di perseguitarlo.
Ci può raccontare il suo incontro con il mondo penitenziario?
Inizia molto tempo fa come spettatore di Armando Punzo nel carcere di Volterra, nel 1999. Ho incontrato quella realtà che poi è diventata parte di me quando per caso un amico mi ha chiesto di entrare a Rebibbia in un nuovo complesso dove un gruppo di detenuti dell'alta sicurezza aveva voglia di fare teatro ma aveva difficoltà artistiche e organizzative.
Quando sono arrivato, nel 2003 - direttore era Carmelo Cantone, un amico - ricordo che potevamo provare lo spettacolo per qualche ora a settimana, in una stanzetta, in 25 persone. Riuscimmo nel miracolo di debuttare con Napoli milionaria, di Eduardo. A quel tempo il palcoscenico di Rebibbia era più piccolo della metà. Oggi Rebibbia, con i suoi 340 posti, è una delle principali sale di Roma per affluenza di pubblico esterno. È dotata delle più aggiornate tecnologie di trasmissione per il live streaming in fibra ottica. Allestiamo spettacoli ed eventi e li riprendiamo in diretta per trasmetterli sul web e nei teatri italiani. O nelle carceri, come è accaduto per la partenza del Viaggio della Corte, il 5 ottobre dell'anno scorso. Erano collegati 120 carceri e migliaia di detenuti.
Dal 2003 presso il Teatro libero di Rebibbia sono stati prodotti 40 spettacoli con oltre 300 alzate di sipario con un'affluenza di pubblico di oltre 60mila spettatori. Come descriverebbe il binomio teatro e carcere?
Il teatro, come luogo dell'arte, è una zona franca. Si dice che solo il lavoro restituisca il recluso alla società, ma non è vero. L'arte lo fa sicuramente, il lavoro forse. Su 550 detenuti che ho incontrato dal 2003 a Rebibbia il tasso di recidiva è bassissimo: il 10 per cento contro il 67 della media nazionale. Provo a gridare ai quattro venti questo fatto, a raccontarlo in giro, ma pochi capiscono veramente questo concetto. È perché gli artisti non hanno voglia di far politica. L'arte ha una grande capacità di liberazione dal dolore. Imparare a memoria le parole altissime dei poeti - Dante, Shakespeare - e comprenderle e interpretarle nella recitazione, spalanca l'immaginazione. Noi siamo natura e cultura, le nostre esperienze ci trasformano, e in questo l'arte ha un ruolo fondamentale. L'esperienza teatrale costruisce nuovi sentieri, rispetto a quelli obbligati dal regime penitenziario. Certo, interpretare un personaggio è difficile, faticoso.
Ci sono le regole ferree del teatro o del cinema da rispettare, è obbligatorio il gioco di squadra. Sul palco non si può sbagliare. Ma questo ostacolo, che l'arte mette di traverso all'abitudine del carcere, si supera: con l'applauso del pubblico. Che ripaga di ogni fatica e ci fa scoprire parti sconosciute di noi. Una detenuta di Rebibbia femminile sostiene in un'intervista nel film che nulla produce adrenalina come compiere azioni criminali. Lo dice perché non ha mai fatto teatro. I miei attori, dietro le quinte, alla prima dello spettacolo, mi confessano che la paura che provavano prima di una rapina in banca è meno forte di quella che provano entrando in scena.
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 10 luglio 2019
La separazione delle carriere dei magistrati non è una ritorsione. I lettori dei giornali, quei pochi superstiti, si domanderanno come mai si parla e si scrive sempre di riforma della giustizia, di separazione delle carriere dei magistrati e dei criteri dell'obbligatorietà dell'azione penale, e poi, regolarmente, passa tutto in cavalleria. Almeno da trent'anni a questa parte. Oggi che i penalisti italiani si astengono dalle udienze per protestare contro lo Stato italiano per come osa da decenni tenere le proprie carceri sembra un buon giorno per riflettere sul perché di questo stallo. Ci sono due ragioni uguali e contrarie che spesso sembrano inscenare un balletto quando non un gioco delle parti. La prima è che i politici italiani si accorgono del problema giustizia, e di quello delle carceri, solo quando capita una disgrazia a qualcuno di loro.
A quel punto vanno in tivù, o sui social, e promettono grandi riforme ("epocali") della giustizia che appaiono ovviamente come una reazione ritorsiva per il callo pestato da un'inchiesta, da un giudice, da un provvedimento che non aggrada loro. E la frittata è fatta.
La corporazione in toga, dominata dai pm, si chiude a riccio e la riforma, promessa o minacciata, non viene fatta. E il politico è costretto a ritirarsi in buon ordine con un brusio di pernacchie in sottofondo. La seconda ragione sta nell'imbarbarimento creato in Italia dalla mentalità vendicativa contro la classe dirigente generatasi da "Mani pulite" in poi. L'urlo "in galera" che prima apparteneva solo a Giorgio Bracardi, personaggio della banda di Renzo Arbore, è diventato uno slogan politico di tanti leader e di alcuni partiti, principalmente i Cinque stelle, parte della Lega, parte del Pd, buona parte di Fratelli d'Italia e altri ancora. Sempre con l'accortezza di urlare lo slogan quando riguarda gli avversari politici, riservando il garantismo a sé stessi e ai propri sodali di partito.
A dire che certe riforme, a iniziare dalla separazione delle carriere tra pm e giudicanti, sono comunque sacrosante, rimangono solo gli idealisti in buona fede come i militanti del Partito radicale transnazionale, peraltro inattaccabili sotto il profilo penale e giudiziario. Che però hanno il torto di essere ancora pochini per smuovere un simile macigno che necessiterebbe anche di riforme costituzionali. Così, da tre decenni rimane tutto uguale e le riforme di quel settore, e di quello delle carceri - per il quale oggi scioperano i penalisti di tutta Italia - sono rimandate di volta in volta. È la fotografia di un paese di Pulcinella, che, esattamente come avviene per le riforme che andrebbero fatte nel settore economico per ridurre debito e spesa pubblica, oltre che tasse e burocrazia - e non "perché ce lo chiede l'Europa - rimanda di esecutivo in esecutivo la patata bollente.
Ovviamente, chi gode in questo caos sono proprio coloro - magistrati della pubblica accusa auto politicizzatisi o burocrati della spesa pubblica - che avversano palesemente o in maniera sotterranea e subdola quelle riforme che spazzerebbero via il proprio potere e il proprio diritto di veto. Così l'Italia, in cui gli idioti chiedono la "certezza della pena" senza prima domandare la certezza dei diritti e dei doveri, rimane sempre uguale a sé stessa: feroce con i poveretti e inerme contro la prepotenza dei ducetti di turno. Un Paese in cui la Pubblica Amministrazione è inaffidabile e in cui si viene in vacanza, possibilmente a basso prezzo, ma da cui si scappa via il prima possibile. Quando Bettino Craxi, buonanima, sotto i colpi delle prime inchieste di fatto dirette esclusivamente a toglierlo di mezzo e a favorire il Pci-Pds di Occhetto, si lamentava non tanto per sé ma per quel che vedeva accadere intorno in tutto il Paese, dicendo "hanno creato un clima di odio", non diceva una di quelle frasi di repertorio e di bassa propaganda cui ci hanno abituato i politici della Seconda Repubblica. Purtroppo per lui - e per noi - ci vedeva lungo, molto ma molto lungo. Quel clima di odio e invidia sociale è diventato adesso il cosiddetto "core business" di alcuni partiti e persino di alcuni governi.
Il Gazzettino, 10 luglio 2019
I problemi delle carceri veneziane peggiorano di mese in mese. Da un parte, il sovraffollamento di Santa Maria Maggiore, dove cadute dal letto e risse si moltiplicano. Dall'altra, la "normalizzazione" del carcere femminile della Giudecca che una nuova ispezione ministeriale è tornata a imporre. Il tutto mentre si vanno perdendo anche i rapporti con una "città sempre più in vendita".
L'analisi è stata fatta ieri, in Tribunale, dagli avvocati della Camera penale veneziana che hanno chiamato a raccolta anche il garante dei detenuti, Sergio Steffenoni, e i volontari delle associazioni che ogni giorno operano negli istituti carcerari di Venezia, dal Granello di Senape alle Convertite. Per i penalisti veneziani è stata anche una giornata di astensione dalle udienze, in adesione alla manifestazione di protesta indetta dall'Unione delle Camere penali proprio per la mancata riforma dell'ordinamento carcerario.
"Stiamo assistendo a un'involuzione preoccupante nelle nostre carceri - ha denunciato la presidente della Camera penale veneziana, Annamaria Marin. E la tragicità del sovraffollamento e della mancata realizzazione del lavoro in carcere lo dimostrano".
Qualche numero sulla realtà veneziana l'ha fornita l'avvocato Massimiliano Cristofoli Prat: "A Santa Maria Maggiore la capienza è di cento detenuti in più rispetto al limite tollerato. Oggi siamo a 256, ma ad aprile eravamo arrivati anche a 288, quando dovrebbero fermarsi a 163. Si tratta del caso più eclatante di sovraffollamento, come lo ha definito lo stesso Tribunale di sorveglianza di Venezia". Steffenoni ha riferito di tre, quattro sfollamenti dall'inizio dell'anno; di diverse cadute dai letti a castello ("Siamo arrivati alla terza branda a 40 centimetri dal soffitto, con questo caldo intollerabile"); di varie risse anche gravi. Non meno preoccupante la situazione del carcere femminile, dove di recente è stata inviata una nuova ispezione sempre con il compito di "normalizzare" un carcere che era ritenuto un modello.
"Obbligano ad una divisione tra le detenute che fanno attività e chi non le fa - ha spiegato il garante - ma in questo modo sarà difficile fare attività". Steffenoni si è detto preoccupato anche per la "perdita di rapporti con una Venezia in vendita. Molti alberghi non usano più la nostra lavanderia, preferendo altri canali, in questo settore c'è molto nero. La vendita del Bauer mette in discussione la vendita dei nostri prodotti cosmetici. Anche l'orto della Giudecca stava pendendo clientela. Si perdono rapporti e per il carcere è un'ulteriore segregazione".
di Alice Ferretti
Il Mattino di Padova, 10 luglio 2019
Sovraffollamento, condizioni di vita sempre più difficili, suicidi. Sono alcune delle problematiche comuni a tutti i carceri d'Italia, a causa di una politica che, in materia di esecuzione penale, ha spesso privilegiato la detenzione alle pene alternative. Un sistema che non funziona, al quale hanno deciso di ribellarsi a livello nazionale gli avvocati penalisti, che hanno proclamato l'astensione per la giornata di ieri.
E sempre ieri la Camera penale di Padova ha organizzato un incontro nella sala conferenza dell'ordine degli avvocati proprio per riflettere sulle tematiche oggetto della protesta. I numeri parlano chiaro: "Per quanto riguarda il Veneto i detenuti sono passati da 2.319 a 2.432", ha detto l'avvocato Annamaria Alborghetti.
"La metà di questi non sono definitivi e su 2.400 ci sono 1.400 stranieri per i quali viene adottata in automatico la custodia in carcere e che non riescono ad avere le misure: il motivo è quasi sempre la mancanza di un domicilio idoneo". Padova si allinea a questa situazione generale di sovraffollamento. "Nella casa circondariale abbiamo 211 detenuti contro 171 posti e nella casa di reclusione 592 detenuti contro 438 posti".
Un problema, quello delle strutture di detenzione che straripano, che potrebbe essere risolto "utilizzando gli edifici dismessi che il governo vorrebbe trasformare in altre carceri e facendoli diventare case accoglienza". E poi il problema dei suicidi, già 23 in Italia nel 2019, uno a Padova. "È evidente", spiega sempre la Alborghetti, "che il quadro detentivo è tale da far ritenere che si stia violando quotidianamente la Carta Costituzionale".
Dunque ci vorrebbero più misure alternative oltre a rendere più vivibile la vita in carcere. "La conseguenza di tutto ciò è la rivolta nelle carceri italiane che, come si legge nella delibera dell'Unione delle Camere Penali Italiane, "dovrebbe far accendere i riflettori su un sistema marcio che deve immediatamente trovare la strada di una trasformazione costituzionalmente orientata", ha aggiunto l'avvocato Gianni Morrone.
Il comunicato della Camera Penale di Padova "Francesco de Castello"
Ci risiamo! Ci risiamo con il sovraffollamento. Le cifre parlano chiaro. Dopo l'impennata dei 68.258 detenuti del 2010 che costò all'Italia la condanna di Strasburgo i numeri erano scesi fino ad arrivare ai 52.164 del 2015. Ma poi inesorabilmente sono tornati a salire e il 30 giugno di quest'anno siamo a 60.522.
La riforma dell'ordinamento penitenziario, tesa a favorire l'accesso alle misure alternative, è stata affossata e al suo posto si sono approvate leggi che sempre di più chiedono carcere e bloccano l'accesso alle misure. Le condizioni di vita sono sempre più difficili, soprattutto in certi istituti, dove mancano le cose più elementari e normali come una regolare erogazione dell'acqua.
Si parla di 10.000 detenuti in più rispetto ai posti regolamentari ma da quei posti regolamentari vanno tolte tutte le celle inagibili che sono oltre 3700! Le misure in essere sono poca cosa: 18.000 affidamenti, 11.000 in detenzione domiciliare. In carcere vi sono oltre 5.000 persone che scontano pene sotto i due anni o addirittura sotto un anno, persone che non riescono ad avere una misura perché molto spesso non hanno un domicilio idoneo. Ecco come si potrebbero utilizzare gli edifici dismessi che il ministro vorrebbe trasformare in altre carceri!
Facciamole diventare case accoglienza, cominciamo col togliere quei 5.000 dalle carceri, anche perché fare in modo che queste persone, che tra non molto comunque saranno libere, passino attraverso una misura, questo sì vuol dire sicurezza.
Quale la situazione nel Veneto e a Padova? Sicuramente la situazione non è quella drammatica di certi istituti. Anche da noi vi è stato un aumento e i detenuti sono passati da 2.319 a 2.432. La metà di questi non sono definitivi e su 2.400 ci sono 1.400 stranieri per i quali viene adottata in automatico la custodia in carcere e che non riescono ad avere misure e il motivo è quasi sempre la mancanza di un domicilio idoneo.
A Padova nella CC abbiamo 211 detenuti contro 171 posti e alla CR 592 contro 438 posti. C'è un altro dato drammatico: le morti in carcere, o meglio, le morti di carcere, che si tratti di suicidi, o di morti per mancanza di assistenza sanitaria o per cause non chiare. Si tratta comunque di persone che avrebbero avuto bisogno di cure, di assistenza o, più semplicemente, di una misura che avrebbe loro consentito rapporti umani, familiari, che forse avrebbero evitato il suicidio. Negli anni peggiori del sovraffollamento avevamo avuto picchi altissimi arrivando a 185 morti di cui 66 suicidi nel 2010, poi c'era stato un leggero calo.
Alla data del 2 luglio 2019 siamo già a 67 morti di cui 23 suicidi. E neppure Padova è rimasta indenne: il 23 aprile scorso si suicidava Yassin Ahmed, di anni 61. È evidente che il quadro detentivo è tale da far fondatamente ritenere che si stia violando quotidianamente la Carta Costituzionale. E questo devono aver pensato i Giudici della Corte Costituzionale quando hanno deciso di partire per il loro viaggio nelle carceri. Non l'incostituzionalità di una legge, di una norma, ma l'incostituzionalità di un sistema, di una "funzione" dello Stato, il diritto-dovere dello Stato di punire chi ha commesso dei reati osservando i principi imposti dalla nostra Carta. E hanno voluto vedere con i loro occhi.
Infine: che fare? Sicuramente creare le condizioni per incrementare l'accesso alle misure alternative. La carenza della pianta organica è spaventosa: 930 assistenti sociali e 999 educatori per gli oltre 60000 detenuti. E quindi più educatori, più psicologi per effettuare le relazioni ma anche la ricerca di luoghi dove svolgere queste misure ed anche una minor rigidità nella concessione, perché comunque una misura svolta non benissimo darà dei risultati migliori, anche in termini di sicurezza, che non una pena eseguita in carcere fino all'ultimo giorno.
E, ancora, fare in modo che la vita detentiva sia "la più simile possibile a quella della società esterna" come impongono le Regole Penitenziarie Europee. Facilitare il più possibile l'ingresso in carcere della società civile, del volontariato, delle cooperative.
La risposta non può essere quella del Dap che con una circolare che sarebbe grottesca se non limitasse gravemente la libertà di informazione, dal titolo "Tutela della quiete notturna. Incentivazione a tenere salubri ritmi sonno-veglia" ha stabilito che deve essere garantita "una fascia di rispetto di 7 ore per notte durante la quale vengano spenti i televisori, gli apparecchi radio e le luci". Possiamo solo augurarci che la sensibilità istituzionale espressa dai Giudici della Corte Costituzionale possa essere di esempio per tutti, politici, magistrati, funzionari, con l'auspicio che nessuno marcisca in galera ma, soprattutto, che nessuno auguri più a nessuno di marcire in galera.
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 10 luglio 2019
I penalisti si chiudono in cella "Così vivono i carcerati". Gli avvocati penalisti si sono rinchiusi dentro la riproduzione di una cella di Montorio che ora farà il giro d'Italia a testimoniare le condizioni dei detenuti. "Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri poiché è da essi - scriveva l'illuminato Voltaire - che si misura il grado di civiltà di una nazione".
E ieri, con una conferenza stampa che hanno voluto tenere "stando come detenuti", rinchiusi dentro la riproduzione fedele di una cella del carcere, la Camera penale di Verona ha voluto denunciare all'opinione pubblica "come si è costretti a vivere, anzi a sopravvivere, stipati in una di quelle stanze, mediamente in tre, talvolta addirittura in quattro". La protesta era stata indetta a livello nazionale dalla categoria "per richiamare l'attenzione contro la grave situazione dell'esecuzione penale e l'ormai intollerabile degrado del sistema carcerario italiano".
Anche la Camera penale scaligera si è astenuta dalle udienze e da ogni attività giudiziaria per l'intera giornata, ma solo a Verona è andata in scena la protesta-choc inscenata in una cella di dimensioni reali. Ad allestirla sono stati gli operatori di "Lavoro è futuro", mentre a commissionarla ci ha pensato l'associazione La Fraternità che da 52 anni si occupa di assistere i detenuti a Montorio.
E infatti ieri la clamorosa conferenza stampa è avvenuta presso la sede dell'associazione alla presenza, oltre che del presidente della Camera penale di Verona Claudio Fiorini e della collega Barbara Sorgato, di Fra Beppe Prioli (anima de "La Fraternità"), del magistrato di Sorveglianza Vincenzo Semeraro del Tribunale scaligero e dell'avvocato Simone Bergamini, che fa parte dell'Osservatorio nazionale carceri.
"Questa è la prima tappa della cella, l'idea è di esibirla in quante più città italiane possibili perché a Verona come in tutta Italia la situazione nei penitenziari sta diventando esplosiva. A Montorio, stando ai dati di 15 giorni fa, si contano 575 reclusi - enumera Bergamini - a fronte di una capienza massima prevista pari a 315. In media, all'interno di una cella come questa, stanno tre detenuti e gli spazi sono talmente angusti che, mentre in due mangiano, il terzo deve restare sul letto perché altrimenti non ci stanno.
Per non parlare dell'igiene precaria, delle difficoltà di convivenza, delle sempre più variegate etnie con usi diversi, della presenza di tossicodipendenti e di soggetti con problemi psichici. Le cosiddette celle "aperte" non sono la soluzione, non è certo facendoli uscire in corridoio per qualche ora che si risolvono i problemi. Bisogna invece avviare attività di rieducazione e di lavoro per un futuro reinserimento nella società, ma da Roma sono stati tagliati tutti i fondi".
Anche il presidente dei penalisti non usa mezzi termini: "In nome della certezza della pena, intesa dall'attuale maggioranza come certezza del carcere - sostiene Avesani -, sono state sostanzialmente accantonate tutte le riforme pensate per dare all'esecuzione penale un volto umano e civile. Nel frattempo, la quasi totalità degli istituti penitenziari registra presenze oltre il livello di guardia e la media nazionale, in continuo aumento, sfiora i 130 per cento dei posti regolamentari". E pensare che la Costituzione dispone che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
- Bergamo: i penalisti sfidano il Governo "grave abbandonare la riforma delle carceri"
- Padova: cose buone dal carcere
- Cosenza: i detenuti scrivono al Presidente Mattarella contro la chiusura delle scuole
- Cremona: riforma dell'Ordinamento penitenziario, gli avvocati incrociano le braccia
- Modena: penalisti in sciopero per la mancata riforma delle carceri










