di Donatello Baldo
Corriere del Trentino, 11 luglio 2019
Scandurra (Antigone): "A Spini un eccesso di automazione che toglie umanità". Nuovi agenti di Polizia penitenziaria in arrivo per il carcere di Trento. Lo annuncia Jacopo Morrone, sottosegretario alla Giustizia nel governo Conte, a fronte delle preoccupazioni di Maurizio Fugatti circa la carenza di personale nella casa circondariale di Trento.
"Fra le nuove forze - assicura - saranno previsti certamente agenti per la casa circondariale di Trento". Ma per Alessio Scandurra, responsabile nazionale dell'Osservatorio detenzione dell'associazione Antigone "la priorità è la mancanza di educatori: esiste un eccesso di automazione che toglie umanità".
La "situazione esplosiva" del carcere di Spini di Gardolo, così definita dal governatore Maurizio Fugatti, non deriva dal sovraffollamento o dalla carenza di personale della Polizia penitenziaria. Ne è convinto Alessio Scandurra, responsabile nazionale dell'Osservatorio Detenzione dell'associazione Antigone, che bolla come "scemenza" la ricetta di aumentare gli agenti per risolvere i problemi della Casa circondariale del capoluogo: "Ogni volta che succede qualcosa si alza la voce dei sindacati di polizia che invocano un aumento degli organici. Ma in Italia abbiamo un rapporto detenuto-agente tra i più alti del mondo, sicuramente il più alto d'Europa".
"La media delle ultime rilevazioni è di un agente ogni 1,9 detenuti, in Trentino siamo a 1,7, meglio che altrove. È pur vero che gli agenti di polizia penitenziaria devono occuparsi anche di mansioni non pertinenti - osserva Scandurra - perché fanno un po' di tutto, persino i magazzinieri e i baristi all'interno degli istituti. Ma la soluzione non è certo un aumento degli organici, piuttosto una riorganizzazione. Magazzinieri e baristi costerebbero meno allo Stato se non fossero agenti penitenziari".
Semmai, come sottolinea anche la Garante dei detenuti Antonia Menghini, i problemi di organico sono nell'area educativa, dove si riscontra "la situazione più critica". Nella relazione annuale presentata negli scorsi giorni, si evidenzia che "la pianta organica, predisposta sulla base delle originarie 240 presenze, prevedrebbe 6 funzionari, più una figura di supporto. Attualmente, e praticamente da sempre, a causa di assenze o distacchi, gli operatori presenti sono 3. Il rapporto tra numero di educatori e numero di detenuti appare dunque largamente deficitario".
Non sono però soltanto i numeri che fanno la qualità della detenzione: "Ci sono realtà con sovraffollamento importante che riescono a mettere in campo azioni positive - osserva Scandurrra - anche se non c'è dubbio che numeri adeguati alla dimensione degli spazi sia da tenere in altissima considerazione".
Ma, come detto, non è il caso di Trento: "Le criticità di Spini sono da ricercare altrove", anche in un cambio di atteggiamento dell'amministrazione penitenziaria: "È così ovunque - osserva Scandurra - in molte realtà sta aumentando la tensione in conseguenza all'aumento della rigidità imposta alla detenzione: stanno prevalendo le posizioni retrograde, che ci sono sempre state ma che grazie al nuovo corso politico si sentono legittimate".
Oltre il quadro nazionale "sempre più ostile", c'è il quadro locale da tenere in considerazione: "La struttura di Spini è di nuova generazione, l'impressione che abbiamo raccolto nelle visite effettuate all'interno dell'istituto non è stata positiva. Tutt'altro - puntualizza l'esponente di Antigone - perché a fronte a un livello elevato di automazione, con citofono e interfono per comunicare con i detenuti, il risultato è quello di una solitudine palpabile, di una distanza di umanità evidente".
La comunicazione interna, la possibilità di interazione, svolgono un ruolo fondamentale durante la detenzione: "La persona detenuta ha un sacco di problemi, ha difficoltà a relazionarsi con l'esterno, anche attraverso i canali burocratici ufficiali. Cerca informazioni, cerca risposta alle mille domande sulla sua situazione, sui problemi di salute. La vicinanza è importane, anche psicologicamente, quindi se questa distanza aumenta, con le persone che si sentono sole e isolate, di conseguenza aumenta la tensione", e non sarà l'interfono di ultima generazione a colmare il senso di solitudine e isolamento.
A Trento, nella Casa Circondariale di Spini di Gardolo, che dal 2011 è nella nuova sede alla periferia della città, la percentuale di stranieri detenuti è tra le più alte d'Italia: "Questo è un problema che si deve gestire - afferma Scandurra - anche attraverso la possibilità di misure alternative alla detenzione".
Ma un problema minore rispetto alla mancanza di continuità nella gestione interna della struttura: "Il carcere è una struttura amministrativa complessa - ricorda Alessio Scandurra - e se i direttori sono a scavalco con altri istituti, spesso sostituiti o trasferiti, le criticità aumentano a causa di un'incapacità organizzativa e gestionale".
La semplice "ricetta" di aumentare gli organici di polizia penitenziaria si rivela un pannicello caldo, un intervento, da solo, inadeguato e palliativo: "In un istituto di detenzione i problemi sono molti, diversi per ogni realtà. Le risposte, di conseguenza, devono essere puntuali e diversificate".
consiglio.marche.it, 11 luglio 2019
Nuovo sopralluogo nel carcere ascolano, anche alla luce di alcune segnalazioni pervenute all'Autorità di garanzia. La criticità maggiore riguarda la vivibilità dei luoghi non ancora pienamente ripristinata nonostante che dal 2018 non esista più la sezione di massima sicurezza.
Nell'ambito dell'ulteriore azione di monitoraggio messa in atto nei giorni scorsi ed alla luce di alcune segnalazioni, il Garante dei diritti, Andrea Nobili, torna a visitare il carcere di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno. Una delle maggiori criticità riscontrate riguarda il mancato adeguamento della struttura all'accoglienza di detenuti aventi caratteristiche sostanzialmente diverse da quelli in regime di 41 Bis, sezione che è rimasta operativa dagli anni '80 fino al 2018, quando ne è stata disposta la chiusura
"Un problema - sottolinea Nobili - che avevamo già riscontrato a marzo, nel corso di un nostro sopralluogo, e per il quale avevamo allertato gli organismi competenti. Oggi verifichiamo che la situazione non si è ancora normalizzata, con tutte le ripercussioni del caso, soprattutto in relazione alla vivibilità dei luoghi".
In particolare, vengono palesate l'inadeguatezza degli spazi nelle camere di pernottamento, adibite anche a usufrutto multiplo e con grate alle finestre, che si assommano alle sbarre creando problemi alla vista, nonché l'inappropriata disposizione della sala colloqui, ancora provvista delle caratteristiche riservate agli ex detenuti appartenenti al circuito di massima sicurezza.
Dal sopralluogo è emerso anche che l'utilizzo della zona verde presente nel carcere risulta essere estremamente contingentato, con evidenti problemi soprattutto nel periodo estivo, e che ormai da mesi il campo da calcio è inutilizzabile. Nella precedente visita, il Garante aveva anche segnalato una scarsa valutazione del percorso trattamentale, "la cui offerta - ribadisce oggi - è esigua rispetto alle esigenze della popolazione carceraria presente a Marino del Tronto. Come non si riscontra attività di tipo scolastico che sappiamo essere allo stesso modo importante".
torinoggi.it, 11 luglio 2019
Il Consigliere regionale Grimaldi (Luv), insieme ai due deputati Pd Gribaudo e Rizzo Nervo, ha effettuato un sopralluogo nella struttura dove bei giorni scorsi è morto Hossain Faisal. "Gli operatori fanno quello che possono, ma bisogna superare e chiudere queste realtà. Non si può morire in una struttura pubblica". Una visita per verificare la situazione all'interno della struttura del Cpr di corso Brunelleschi, alla luce dei tagli recenti voluti dal Governo e dopo la morte di Hossain Faisal, avvenuta nei giorni scorsi. Con risultati preoccupanti.
"Sono presenti 158 ospiti su 161 di capienza massima. In inverno la caldaia era rotta e ora è invece l'impianto di raffrescamento a essere spento e lo sarà ancora per i prossimi giorni. Spesso la gente dorme fuori, di giorno, le ore che non sono riusciti a dormire di notte". Così Marco Grimaldi, consigliere regionale di Liberi Uguali e Verdi. Con lui, anche Chiara Gribaudo, vicecapogruppo del Pd alla Camera e Luca Rizzo Nervo, sempre del Pd.
"Ma c'è di peggio, perché queste strutture offrono condizioni anche peggiori rispetto alle carceri. Non ci sono bagni per disabili, ma ci hanno detto che addirittura il sistema di allarme e di richiesta di aiuto non funzionano, sono stati rotti e mai sostituiti e se gli operatori, che fanno quello che possono, non si accorgono che in quel momento che sta succedendo qualcosa, si rischia di non accorgersi dell'emergenza". "Siamo per il superamento di queste strutture e per la loro chiusura, perché la situazione è inaccettabile". E si parla anche della necessità di reintrodurre una commissione che monitori le situazioni in strutture come queste. "Mi recherò in procura per condividere elementi che mi sembrano importanti - conclude Grimaldi. In queste ore si è parlato molto di quel che è successo collegandolo a possibili abusi, colluttazioni o elementi medici non rilevati. Ma se il caso non rientrasse in nessuno di questi tre ambiti, è comunque grave. Non è accettabile morire in una struttura pubblica".
ansa.it, 11 luglio 2019
E' stato premiato con la Menzione d'Onore "Valelapena", progetto di agricoltura sociale nato dalla collaborazione tra il ministero della Giustizia, la Casa di Reclusione d'Alba, l'Istituto "Umberto I" - Scuola Enologica di Alba, il Comune di Alba e l'azienda Syngenta. Il riconoscimento è avvenuto nell'ambito della prima edizione dell'Ethical Food Design, appuntamento dell'Associazione Culturale Plana e Aida Partners con l'obiettivo di contribuire alla costruzione di un futuro etico per il mondo del food.
L'iniziativa premia le aziende del settore alimentare che, per principi, servizi, filiere e produzioni di prodotti, hanno vocazione e attenzione all'etica. Il progetto Valelapena- spiega una nota- dal 2006 coinvolge ogni anno un gruppo di detenuti del carcere di Alba in attività di formazione specifica, nella cura del vigneto interno al carcere e nella produzione dell'omonimo vino con la finalità di contribuire alla loro riabilitazione sociale e professionale, fornendo le competenze e l'esperienza necessarie per trovare impiego presso le aziende del territorio, una volta scontata la pena.
"Sono orgoglioso - commenta l'external communications & partnership manager di Syngenta Italia Vincenzo Merante - di ritirare questo riconoscimento che dedico ai detenuti del carcere d'Alba e a tutte le persone che in questi anni hanno collaborato al progetto. In Syngenta, crediamo fortemente nel ruolo educativo dell'agricoltura e nella sua importanza per la nostra economia e per il nostro tessuto sociale. Per questo siamo convinti che questa esperienza possa rappresentare una concreta occasione di riscatto per chi ha perso temporaneamente la rotta e rischia di restare ai limiti della società".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 luglio 2019
Il progetto "Conoscenza è libertà" del Coa di Roma e della scuola forense Vittorio Emanuele Orlando. L'università e il carcere potrebbero apparire due istituzioni lontane tra loro. Ma se l'evoluzione del sistema penitenziario passa attraverso una serie di riforme storiche, da istituto di mero e provvisorio contenimento a luogo dove vengono progressivamente introdotte misure di trattamento finalizzate alla risocializzazione e al reinserimento del reo, ecco che questi due mondi appaiono invece non solo vicini, ma in collaborazione tra di loro.
Non è un caso che tra i 18 tavoli tematici dei passati Stati Generali dell'esecuzione penale, che hanno affrontato una serie di questioni, dal lavoro agli spazi all'affettività, il Tavolo 9 si era misurato con il tema dell'istruzione e della formazione universitaria, evidenziando in particolare il ruolo che la cultura riveste rispetto al "tempo" in carcere, per tramutarlo in strumento utile all'acquisizione di elementi positivi per la propria soggettività e per un reale percorso di reinserimento sociale. In tale processo l'avvocatura è scesa da tempo in campo. Abbiamo l'esempio del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma, in prima fila per questo impegno sociale. Sono 37 i detenuti che frequentano corsi universitari nel Carcere di Rebibbia.
Di questi, 10 sono studenti iscritti alle facoltà di giurisprudenza dei tre poli universitari romani, 10 alle facoltà di scienze motorie, 12 a lettere, 5 a scienze politiche. Fra i laureati, uno in giurisprudenza, 3 in lettere e uno in sociologia, c'è anche un detenuto condannato all'ergastolo che ha vinto un dottorato di ricerca. Numeri importanti, questi, - evidenzia il comunicato stampa del consiglio dell'ordine degli avvocati di Roma - che danno sostanza al dettato costituzionale secondo cui "la pena tende alla rieducazione del condannato".
E se pure altri numeri, ad esempio quelli del sovraffollamento carcerario, a volte sembrano mettere in discussione questo nobile principio, esistono fortunate iniziative, come il progetto "Conoscenza è libertà" dell'Ordine degli Avvocati di Roma e della Scuola Forense Vittorio Emanuele Orlando, organizzato ovviamente in collaborazione con l'istituto di Rebibbia, che rincuorano gli osservatori.
Ad oggi, gli studenti seguiti dai volontari del progetto - docenti universitari e giovani avvocati - hanno già sostenuto numerosi esami della facoltà di giurisprudenza dell'Università La Sapienza: diritto pubblico, diritto costituzionale, diritto privato, diritto civile 1, diritto civile 2, diritto ecclesiastico, diritto canonico, diritto Ue, diritto internazionale pubblico, diritto romano, diritto commerciale.
Nei giorni scorsi in particolare, quattro detenuti hanno sostenuto gli esami di diritto civile alla presenza del Presidente del Coa Roma, Antonino Galletti: "Negli occhi di questi quattro eccezionali studenti detenuti ho letto la speranza di un futuro migliore - spiega Galletti. Da loro sono stato ringraziato calorosamente, mentre sono io che ringrazio loro per avere condiviso con me un'esperienza indimenticabile. L'intera avvocatura romana dovrebbe rendere omaggio a questa iniziativa per l'opera silenziosa di rilancio dell'immagine e della funzione sociale di noi tutti. Ricordando sempre che la cultura e la legalità sono l'ultimo baluardo a garanzia di chi non ha nulla, neppure la libertà".
Coordinatore del progetto per la Scuola Forense è l'avvocato Marina Binda che spiega come "si è iniziato un percorso formativo con i detenuti interessati, partendo dal primo anno di università e continuando anche negli anni successivi. Si è costituito un calendario di incontri per ogni mese, secondo il quale i tutors, a rotazione, si recano a Rebibbia per svolgere i corsi ed assistere i detenuti".
Commenta anche il direttore di Rebibbia, Rosella Santoro: "Il progetto si inserisce in un percorso di recupero del detenuto che vede nella cultura un elemento trainante ma che non viene da questa esaurito. Penso ai corsi di scrittura creativa, al reinserimento sociale dei detenuti nella cura del verde pubblico, a quello lavorativo con i corsi di sartoria o torrefazione. Altrettante iniziative che regalano una speranza a chi ha deciso di cambiare strada. C'è vita oltre le sbarre".
recensione di Vincenzo Scalia
Il Manifesto, 11 luglio 2019
Madri e figlie, il nervo scoperto della 'ndrangheta. La letteratura sulla criminalità organizzata si basa prevalentemente su approcci di tipo "macro": la natura dei gruppi criminali, la loro struttura organizzativa, i rapporti con la sfera legale, hanno appassionato studiosi, cronisti e attivisti. Lavori di diversa qualità, hanno privilegiato un approccio di tipo esterno, che dà per scontata l'esistenza di una compattezza interna da parte delle organizzazioni criminali, a partire dalla quale se ne misurano la pericolosità, la pervasività, la durata.
IL LIBRO di Dina Lauricella, "Il codice del disonore (Einaudi, pp. 184, euro 17), frutto di un'inchiesta giornalistica tra le donne della 'ndrangheta calabrese che hanno collaborato con la giustizia, si connota per la sua originalità rispetto agli approcci prevalenti. Senza alcuna pretesa di proporre uno studio sociologico, l'autrice sembra muoversi secondo i dettami foucaultiani di un'analisi microfisica delle relazioni di potere, condotta nello specifico tra gli interstizi dei rapporti tra i sessi.
Della 'ndrangheta calabrese si dice che sia l'organizzazione criminale più potente del mondo, che si mimetizzi abilmente tra le pieghe della società ufficiale, che inglobi nel suo universo arcaico le sfide della società contemporanea. Soprattutto, si dice che sia compatta e impenetrabile. Lauricella scardina le visioni dominanti, scavando nella quotidianità della criminalità organizzata calabrese. Gli 'ndranghetisti si propongono come portatori di valori immutabili nel tempo, fondati sulla consanguineità e l'onore, in grado di resistere alle sfide esterne.
In un contesto simile, le donne occupano una posizione svantaggiata: intrappolate all'interno di un denso reticolo relazionale-funzionale, dove i matrimoni servono a rinsaldare le alleanze tra 'ndrine o a suggellare una pace, le donne possono solo accettare e trasmettere alle loro figlie la sottomissione. Da questo contesto, l'individualità è bandita: nessuna aspirazione diversa dalle aspettative familiari è possibile, nemmeno per i maschi, che debbono conformarsi ai codici di sangue e vendetta che ne preparano l'ascesa criminale. Eppure, all'interno della 'ndrangheta i rapporti interpersonali non scorrono senza produrre conflitti e risentimenti.
Le donne, in quanto depositarie dei codici culturali e principali educatrici dei figli, negli ultimi anni hanno rappresentato il nervo scoperto della violenza 'ndranghetista. Costrette ai matrimoni combinati, abusate sessualmente dai parenti col tacito consenso (o con la paura) di madri, nonne e zie, imbevute di una cultura della sopraffazione che dà per scontato che debbano andare in spose ai fratelli dei mariti uccisi, le donne di 'ndrangheta cominciano a cercare una via d'uscita.
Le nuove generazioni, viceversa, possono avvalersi di due canali per rivalersi della loro dignità violata: uno è quello del programma di protezione dei collaboratori di giustizia, attraverso il quale possono chiamare le loro famiglie a rendere conto della loro responsabilità. La collaborazione, tuttavia, si rivela un percorso impervio, in quanto costituisce una scelta individuale, solitaria, che spesso scatena l'ostilità dei figli stessi, strappati dal contesto originario, e favorisce i ricatti morali delle famiglie d'origine, che ottengono spesso il risultato di far ritrattare le dichiarazioni e attuare ritorsioni che spaziano dalla segregazione all'omicidio. Altre volte, come il caso di Alba A., che chiede all'autrice 100mila euro per un'intervista, più che di una vera e propria scelta di vita, si tratta del tentativo di tirarsi fuori da situazioni pericolose senza abiurare al proprio sistema valoriale. Il secondo canale di fuga è quello della tecnologia.
Molte donne di 'ndrangheta usano i social network per esplorare un mondo che non gli è permesso conoscere. Spesso ne consegue la conoscenza di uomini esterni al loro universo criminale, i quali, sebbene virtuali, assecondano la loro voglia di venire fuori dal contesto sanguinario in cui sono cresciute, e le spingono a opporsi apertamente ai diktat 'ndranghetisti, anche a costo della vita.
È il contatto con l'esterno, con altri mondi, che le donne necessitano. La combinazione tra femminilità, individualità e tecnologia, sembra suggerire l'autrice, può mettere in crisi la 'ndrangheta più di migliaia di blitz e processi. Si tratta di non lasciarle sole, di creare appigli duraturi, di aprire percorsi di emancipazione dai valori mafiosi. Una strada impervia, ma che esiste, e va esplorata.
di Onofrio Dispenza
globalist.it, 11 luglio 2019
Siamo già oltre l'indifferenza, siamo nel piano dell'accanimento, dei sassi appuntiti contro ogni debole, profugo, senza tetto, carcerato. Paura che la povertà possa inghiottirci. Convinti che il muro possa salvarci. Ieri alla radio si discuteva un tema estremamente drammatico, la condizione carceraria. La notizia era di tre suicidi in cella in pochi giorni. Il carcere è una pena, come è giusto che sia, ma spesso commina pene accessorie pesantissime che la condanna, le leggi e il diritto non prevedono.
In Italia, carceri che rispettino l'uomo si possono contare con un paio di dita. Carcerati e agenti penitenziari spesso si ritrovano dalla stessa parte, a condividere una situazione drammatica, pesante, insopportabile, esecrabile. Dicevo, si parlava dei suicidi in carcere, tema apprezzabile, offerto in una stagione che tende a distrarre un modo che tende sempre più a voltarsi altrove.
Se non sbaglio, se ne parlava nell'approfondimento del mattino dell'amica Eleonora Belviso. Tema scomodo. Ebbene, quello che mi ha colpito è stato il messaggio di un ascoltatore. Sostanzialmente diceva: "Pure Giuda, che aveva tradito Gesù, si impiccò...!". Come a dire, perché mai dovremmo preoccuparci della "scelta" tragica di un detenuto, di uno che ha sbagliato e che in carcere deve starci. Che pure ci muoia, è nelle cose.
Lo sappiamo, il nostro è un tempo segnato da una gara continua, nervosa, spasmodica e paranoica alla cattiveria. Tutti in gara, guai a restare indietro. Se il tuo vicino di social è cattivo, tu devi dare prova di una cattiveria più spinta. Non si può restare indietro, la soddisfazione è guardarsi allo specchio e vedersi ai lati delle bocca il sangue colare, dopo aver azzannato il primo che ti passava davanti. Naturalmente essere cattivi con chi è più debole di noi è assai più facile, la Storia ci ha avvertito che essere spietati coi potenti può avere un costo, anche pesante. Quindi, meglio dedicarsi a quelli che sono in affanno. E sappiamo di questi tempi cosa si mette a tavola per soddisfare le nostre fauci, come alimentare la nostra logorroica, ma anche concreta, cattiveria, come segnarla su una tastiera è buttarla dai gradoni del Colosseo sulla polvere dell'anfiteatro.
Un amico, Giandomenico Vivacqua proprio oggi mi segnala una considerazione di Massimo Cacciari, che condivido e qui ripeto: "E' in corso una mutazione di natura antropologia, perché se 20 anni fa a qualcuno di noi avessero raccontato che si sarebbe restati indifferenti di fronte a donne e bambini che muoiono annegati per fuggire da miseria e guerra, non c'avremmo creduto". Di più, caro professore, aggiungo io, siamo già oltre l'indifferenza, siamo nel piano dell'accanimento, dei sassi pesanti e appuntiti contro ogni debole, profugo, senza tetto, carcerato, comunque appartenente ad un mondo sofferente che temiamo possa inghiottirci. Paura che la povertà e la miseria possano inghiottirci. Convinti che il muro possa salvarci.
Torniamo al messaggio iniziale alla radio e che la radio ci ha riferito, quello su Giuda che il suicidio se lo cercò e se lo meritò, come se lo cercano quanti sbagliano e finiscono in galera. Si, perché in questa cattiveria dilagante ed estrema il carcere diventa condizione che ovviamente dovrebbe non finire mai, mai dovrebbe recuperare. La cattiveria che ci ha preso suggerisce continuamente di chiudere la cella e gettare in mare le chiavi. E se chi in carcere ci è finito e tira le cuoia prima, tanto di risparmiato. Ebbene, nel sentire riferito quel messaggio, mi sono chiesto: è giusto che si riprenda e si rilanci con un eco vasto, ogni piccola o grande goccia di questo nuovo distillato che è l'odio? "Siamo tutti sotto inchiesta", recita una strillata trasmissione radio.
Siamo tutti davvero sotto inchiesta, tutti a doverci fare un esame: media, giornali, radio, tv, animatori famelici, noi, dei social. Dobbiamo interrogarci se è giusto imboccare la cattiveria, farla crescere oltre ogni limite fino a farne una creatura paurosamente obesa, pronta ad esplodere.
di Francesco Lo Dico
Il Dubbio, 11 luglio 2019
"Noi, nonostante le tante battaglie che sono state fatte, siamo rimasti ancora il Paese di Pierino e Gianni, i due studenti simbolo di don Lorenzo Milani: il primo privilegiato, il secondo svantaggiato, a causa dell'origine sociale da cui provengono. Ma ora il regionalismo differenziato rischia di penalizzare ancora di più i giovani che vivono nelle aree più svantaggiate del Paese". Scrittore, saggista, editorialista, già finalista al Premio Strega 2016 con il romanzo L'uomo del futuro incentrato sulla figura di don Milani, Eraldo Affinati è fondatore insieme alla moglie della Penny Wirton, una scuola gratuita di insegnamento di italiano per italiani e stranieri.
Professore, le prove Invalsi raccontano un sistema scolastico nazionale in forte sofferenza, nel quale il gap tra Nord e Sud si accentua man mano che i ragazzi proseguono con gli studi. Addirittura, tra gli studenti di terza media, uno su due in Calabria non è in grado di comprendere adeguatamente un testo di italiano. Qualcosa si è definitivamente rotto nel nostro sistema educativo?
"A mio avviso molto dipende dalla rivoluzione informatica che stiamo vivendo: i ragazzi leggono sugli schermi, in modo più frammentario, sebbene non meno qualitativo, rispetto al passato. Il rapporto col testo innesca nuovi meccanismi logico- percettivi. La scuola non sempre si è adeguata a questo cambiamento epocale".
Persino alle elementari, un tempo fiore all'occhiello del nostro sistema educativo, la forbice territoriale si amplia. Al Nord funzionano, al Sud sempre meno. Problemi di metodo, di insegnanti, di modelli educativi?
"Questi risultati confermano uno scarto fra nord e sud che purtroppo penalizza i ragazzi meridionali, non per loro incapacità, quanto piuttosto a causa delle minori opportunità strutturali di cui dispongono. C'è un problema di giustizia sociale da ripristinare, impiegando più risorse nei luoghi del Paese con maggiori difficoltà".
L'altro dato Invalsi profondamente significativo è che i risultati scolastici variano sensibilmente in base al censo. La maggior parte dei giovani che hanno uno status socio- economico basso non raggiungono risultati adeguati nei test. È il sintomo di fenomeno più ampio che racconta come l'ascensore sociale si è definitivamente guastato? Di una società contemporanea profondamente ingiusta che non riesce più a offrire pari opportunità neppure ai bambini?
"È questo l'aspetto che più di tutti mi addolora. Noi, nonostante le tante battaglie che sono state fatte, siamo rimasti ancora il Paese di Pierino e Gianni, i due studenti simbolo di don Lorenzo Milani: il primo privilegiato, il secondo svantaggiato, a causa dell'origine sociale da cui provengono. La mitica professoressa - oggi incarnata dagli standard di valutazione oggettivi - continua a fare le parti uguali fra diseguali, considerando solo le competenze raggiunte, senza calcolare il diverso percorso compiuto. E invece dovremmo premiare il movimento registrato dallo studente, oltre al traguardo raggiunto, anche perché ci sono tempi e forme diverse dell'apprendimento. Insomma la famosa uguaglianza delle posizioni di partenza, chiesta dalla Costituzione, è ancora non pienamente garantita. Il che la dice lunga sul lavoro da fare".
I risultati Invalsi sembrano raccontare una profonda necessità: servono investimenti in educazione a favore dei ceti più deboli sempre più soli. È così?
"È così, ma questi investimenti andrebbero monitorati e calibrati con più efficacia di quanto finora accaduto. Troppo spesso i fondi finiscono in progetti che non incidono come dovrebbero. E questo non ce lo possiamo permettere. Inoltre oggi la scuola si trova in una condizione di solitudine mai avuta in passato perché deve tappare i buchi aperti altrove: in famiglia, nella politica, nella cosiddetta società culturale. Ciò rende quasi eroico il comportamento di certi docenti che cercano di realizzare, coi pochi mezzi di cui dispongono, nuclei di resistenza etica nel mezzo del frantume in cui si trovano".
Le cattive notizie che ci consegna oggi l'Invalsi hanno un valore altamente simbolico, alla luce delle forti inquietudini che accompagnano il varo delle autonomie del Nord. Un sistema scolastico regionalizzato come quello preteso da Veneto e Lombardia rischia di accentuare ancora di più la forbice culturale che divide in due il Paese?
"Un conto è l'autonomia, che andrebbe potenziata ma anche ricalibrata secondo criteri di giustizia sociale, un altro la regionalizzazione che penalizzerebbe proprio le zone più bisognose. È dalla straordinaria spesso inespressa potenza del sud che invece dovremmo ripartire: là dove le energie dei più giovani vengono mortificate. Infine, non solo i deboli hanno bisogno dei forti, vale anche il contrario. Questo è vero quando si deve creare un gruppo coeso, ma diventa ancora più importante nel momento in cui stiamo parlando dell'intero Paese".
Quali conseguenze produrrebbe un sistema scolastico frammentato e delocalizzato, che istituisce curricula e ruoli autonomi per le regioni che pretendono il regionalismo rafforzato? Sarebbe una sorta di secessione culturale, oltre che economica?
"Il risultato sarebbe quello di incrementare ancora di più la fuga dei nostri giovani migliori verso le regioni del nord se non addirittura all'estero. Inoltre le famiglie benestanti sarebbero comunque in grado di garantire un futuro ai loro figli, mentre quelle più povere avrebbero difficoltà a sottrarli al degrado. Tenendo anche presente che la povertà educativa che abbiamo in Italia è spesso molto difficile da individuare perché può albergare anche nelle famiglie ricche. E perfino nei ragazzi che sono andati bene nei test Invalsi: io, nel mio ultimo libro, Via dalla pazza classe, la chiamo la maschera della risposta esatta. E il valore - da riscoprire - di quella sbagliata".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 luglio 2019
Il Garante ha visitato l'Spdc di Colleferro, in provincia di Roma. Un collegamento tra la carenza di personale e il rischio di utilizzo della contenzione. Questo è ciò che emerso dalle visite del Garante nazionale delle persone private della libertà ai Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc). In particolare ha reso pubblico il rapporto sull'Spdc di Colleferro, in provincia di Roma.
Trattandosi della sua prima visita in un Spdc, il Garante nazionale ha deciso, contrariamente alla propria prassi, di comunicare preventivamente il proprio arrivo alla Direzione della struttura. Nel corso della visita la struttura è apparsa adatta alla sua funzione dal punto di vista degli ambienti e degli arredi e gli operatori sanitari hanno prestato la massima collaborazione.
Tuttavia, sia il personale medico che quello infermieristico, sono risultati sotto organico. A questo proposito, il Garante nazionale nota che nel corso delle visite finora effettuate ha riscontrato un collegamento fra la carenza di personale e il rischio di utilizzo della contenzione.
Il Garante ribadisce quello che ha evidenziato nelle Relazioni al Parlamento 2018 e 2019, e cioè che la contenzione non deve essere mai considerata come un atto medico trattamentale e deve essere utilizzata sempre come extrema ratio. Per quanto riguarda il servizio di Collefferro, nel giorno della visita, lo staff impiegato nel reparto era di numero inferiore a quello previsto nella pianta organica del servizio.
Nel rapporto si legge, infatti, che erano previsti 8 medici (di quali uno assente per maternità), 1 psicologo, 15 infermieri, 1 caposala, 2 operatori socio sanitari a fronte di una pianta organica di 9 medici, 2 psicologi, 20 infermieri, 1 assistente sociale, 4 operatori socio sanitari, 4 terapisti di riabilitazione.
Nel rapporto, quindi, il Garante sottolinea che "non può non evidenziarsi che l'adeguamento numerico del personale rispetto agli ospiti delle strutture residenziali è uno degli elementi necessari per garantire in pieno la sostenibilità del lavoro nelle sue molteplici sfaccettature (gestione, cura e riabilitazione del paziente, turnazione del personale)". Per questo si evidenzia che "l'insufficienza numerica del personale è, del resto, una delle situazioni che espongono l'Amministrazione al rischio di: a) insorgenza della sindrome di burn-aut negli operatori sovraccaricati di lavoro, b) aumento delle probabilità che si verifichino incidenti sul lavoro, c) aumento del rischio di configurazione di situazioni di restrizione della libertà de facto per il paziente".
Inoltre, in talune situazioni il Garante ha osservato una correlazione tra l'insufficienza di personale e il ricorso a forme, più o meno prolungate, di contenzione meccanica o farmacologica. Una situazione che il Garante stigmatizza, ritendo importante sottolineare che "il ricorso alla contenzione quale forma suppletiva di difficoltà di applicazione del personale è inaccettabile e altresì rammentare che la contenzione non può essere mai proposta come atto medico trattamentale". Fra le raccomandazioni contenute nel Rapporto, la necessità di fornire informazioni esaurienti alle persone ricoverate e ai loro parenti, in merito al significato dei Tso, i trattamenti sanitari obbligatori, e alle regole della struttura, possibilmente da formalizzare tramite un atto amministrativo.
Questo perché la conoscenza delle regole e la possibilità di avere certezze su cosa sia permesso e cosa sia proibito nella propria quotidianità è uno dei diritti fondamentali di ogni persona che vive, anche per un breve periodo di tempo, in una struttura residenziale. Da ricordare che l'attenzione alle condizioni delle persone sottoposte a trattamento contro la propria volontà fa parte del mandato istituzionale del Garante Nazionale delle persone private della libertà, compresi i Garanti regionali. Tuttavia è rimasto un ambito ancora troppo in ombra, e anche poco conosciuto rispetto al mandato principale di controllo delle condizioni dei detenuti nelle carceri.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 11 luglio 2019
Il premier: "Non è in questione la capacità delle persone. Il ministro dell'Interno è persona determinata ma lui stesso ha evocato l'aiuto di tutti". Sul fronte delle grandi migrazioni, che vede al centro l'Italia e le sue coste, "nessuno può fare da solo". Prima di entrare al vertice di Palazzo Chigi, il premier Giuseppe Conte si appella ai nuovi vertici dell'Europa e richiama all'ordine la squadra di governo: "L'immigrazione è un fenomeno complesso, nessuno può pretendere di avere l'idea risolutiva".
Il premier ha letto con attenzione l'inchiesta di Rinaldo Frignani sul Corriere di ieri ed è rimasto colpito dai numeri delle "imbarcazioni fantasma", che dall'inizio del 2019 hanno traghettato in Italia 2486 persone. Negli stessi sei mesi i migranti soccorsi dalle organizzazioni non governative, prese a bersaglio dalla Lega, sono stati meno di 600, un quarto rispetto a quelli arrivati a bordo di motoscafi, gommoni, vele, gozzi. Ed è alla luce di questi dati che Conte annuncia l'intenzione di rivedere le strategie del governo: "Il problema non si limita solo agli sbarchi delle ong. Adesso ci stiamo confrontando col fenomeno delle piccole imbarcazioni, che sono ancora più insidiose da contrastare, perché si tratta di sbarchi illegali". Siamo di fronte, continua il premier, a un fenomeno "governato dalla criminalità organizzata, che studia sempre nuove modalità per i suoi affari".
Se il Pd imputa al ministro dell'Interno le responsabilità di questo stillicidio di piccoli sbarchi, Conte comprensibilmente è molto più cauto, ma non schiva il tema quando gli si chiede se il presidio delle coste dovrebbe essere più efficace: "È evidente che il problema delle piccole imbarcazioni è più complicato. Dobbiamo aggiornare tutte le nostre iniziative in materia di cooperazione con i Paesi da cui originano i flussi".
E soprattutto, ecco il concetto chiave che ritorna nei ragionamenti del premier, "serve coordinamento per gestire le operazioni di controllo delle nostre acque e delle nostre coste e per rendere efficaci i meccanismi di redistribuzione, nei Paesi europei, dei migranti che riescono a sbarcare". C'è un altro aspetto, politicamente delicato, su cui ammette che l'Italia potrebbe fare di più ed è il rimpatrio degli irregolari. I dati raccontano che il Viminale fatica a tenere fede alla promessa elettorale di Salvini, di riempire gli aerei di migranti per riportarli a casa loro. E Conte sprona a far meglio: "Dobbiamo rendere più incisiva l'iniziativa in materia di rimpatri".
Salvini non fa abbastanza? "Sono questioni complesse e nessuno può pensare di poterle risolvere da solo una volta per tutte. Il fenomeno dell'immigrazione richiede l'azione coordinata di tutto il governo e il ricorso a tutte le competenze. I Paesi europei ci contestano il problema dei movimenti secondari e anche questo è un aspetto da non trascurare".
E qui Conte chiama in causa l'Ue, che scarica su Roma una tragedia epocale. "Sono sempre più convinto che il fenomeno dell'immigrazione vada affrontato in sede europea, attraverso meccanismi europei. È impensabile che un Paese come il nostro, che abbia dei confini soprattutto marittimi, possa fare da solo di fronte a emergenze del genere".
Non è la prima volta che Conte sprona Bruxelles, ma ora si rivolge alla presidente designata dei Ventotto, Ursula von der Leyen - con la quale è in contatto - e ai capi di governo: "Occorre quella solidarietà europea che ho invocato da subito. Adesso che le istituzioni Ue rinnovano i vertici, dovremo tornare a insistere coordinandoci più che mai per perseguire l'obiettivo di una gestione europea dei flussi". Poi l'attenzione del professore torna al braccio di ferro parlamentare tra Lega e M5S sul decreto sicurezza-bis. Si può risolvere il dramma dei migranti con le multe fino a un milione alle ong, invocate da Salvini, o con i superpoteri al Viminale, bocciati dal M5S? "No - è lo stop di Conte -. Assolutamente no".
Sono le sette di sera. Il premier deve salire al Quirinale e poi rientrare per il vertice a Palazzo Chigi, convocato anche per mediare tra Salvini ed Elisabetta Trenta dopo le furibonde polemiche seguite al caso della comandante Carola Rackete. Per la ministra della Difesa è stato un errore uscire dalla missione Sophia. Chi ha ragione, lei o Salvini? "Non faccio riunioni per stabilire chi ha ragione - glissa Conte -. Le faccio per assicurare un più efficace coordinamento delle iniziative di governo".
È un richiamo a Salvini? "Qui non è in questione la capacità delle persone. Il ministro dell'Interno è persona determinata e capace, ma lui stesso ha evocato un aiuto da parte di tutti. Ha sollecitato il coinvolgimento di tutto il governo, quindi evidentemente ha riconosciuto che il problema non lo può risolvere da solo".










