di Andrea Pasqualetto
Corriere della Sera, 8 luglio 2019
Da super carcere a Centro di formazione, la nuova vita dell'isola. L'opprimente grigiore del super carcere e, dietro l'angolo, la bellezza di un mare cristallino, di una natura selvaggia, antica. Da qui sono passati i più illustri uomini di legge e i più pericolosi criminali.
C'è la casa rifugio di Falcone e Borsellino e, nello stesso borgo, la cella bunker di Riina... La storia dell'Asinara è la storia di un'isola che non ha mai conosciuto le mezze misure. E ora che il penitenziario è chiuso, ecco l'ultima iperbole: i luoghi della prigionia, del buio, diventano spazi di luce, dove si fa ricerca, formazione, dibattito.
Lo testimonia la seconda edizione di "The Photo Solstice", tre giorni di seminario interdisciplinare che ha messo al centro di tutto la fotografia. Lecture, proiezioni e laboratori per venti fotografi "studenti" con filosofi, scrittori e registi come Edoardo Albinati, Giorgio Agamben e Giovanni Columbu, giunti per l'occasione all'Asinara, oggi Parco nazionale. Obiettivo: mappare i 52 chilometri quadrati di territorio, in parte riqualificato nelle strutture. Un esempio? Il carcere di Tumbarino, uno dei dieci disseminati nell'isola.
Nelle celle dove venivano reclusi i violentatori oggi ci sono Danilo Pisu, sua moglie Cristina e la sua bambina che scorrazza fra falchi pellegrini e gabbiani sardi. Pisu, ornitologo, ha creato un centro di ricerca sulla sauna selvatica per monitorare le migrazioni degli uccelli. Li cattura, li anella e li libera. Con il risultato che, per contrappasso, "dove scontavano le loro pene i pedofili ora passano migliaia di bambini", sorride Pisu.
Nell'isola ritorna dunque qualche intraprendente abitante dopo l'abbandono di oltre 15o anni fa, quando le famiglie storiche di pastori sardi e pescatori liguri se ne andarono per fare posto a una colonia penale agricola e ad una stazione sanitaria di quarantena. Oltre a Pisu, ci sono uno scultore, Enrico Mereu, formalmente il solo residente dell'isola, e un'ex guardia del carcere, Gianmaria Deriu, che ha scelto di rimanere all'Asinara dopo la chiusura del 1998 "perché ne sono innamorato".
Amore che sembra aver contagiato anche Marco Delogu, direttore dell'Istituto italiano di Cultura a Londra e "regista" di Photo Solstice: "Qui tutto è forte, estremo, unico. Può diventare il miglior posto al mondo per scuole di formazione di varie discipline". Grazie al seminario è stato riaperto per un giorno anche il mini carcere bunker di Cala d'Oliva, dove era recluso Totò Riina, e dove Maurizio Caprara, editorialista del Corriere della Sera, ha tenuto una lecture sulla storia del carcere: "Regno di paradossi, di antinomie.
Di terrorismo rosso e terrorismo nero. Qui c'erano Renato Curcio, Alberto Franceschini e c'erano pastori sardi, culture, lingue, approcci diversi...". Anche per le evasioni. Come quella di massa dei brigatisti del 1979, fallita, e come quella del bandito Matteo Boe, anno 1986, riuscita. L'Asinara era un'isola di sbarre, di barriere e di volti duri come le pietre. Oggi ci sono ponti, rampe, percorsi per disabili e il sorriso dolce della bambina di Tumbarino.
di Nadia Urbinati
Corriere della Sera, 8 luglio 2019
Le società dispotiche sono una fiera di modernità architettonica, di lusso e di innovazione tecnologica. Intorno a Roma si muovono con agio le potenze anti-democratiche. In poco più di tre mesi, l'Italia ha accolto Xi Jinping e Vladimir Putin.
L'Europa (la sua debolezza in primo luogo) interessa entrambi (come interessa al loro amico-nemico Donald Trump); soprattutto il Mediterraneo, crocevia per l'Africa e il Medio Oriente, appetibili alle due potenze continentali con ambizioni imperiali, Cina e Russia. Che sono, insieme all'Arabia Saudita, alla Turchia, al Tagikistan, agli Emirati Arabi, al Vietnam, all'Iran e a Singapore (con un fronte che si spinge fin dentro l'Europa con l'Ungheria di Orbán) i rappresentanti di un modello socio-economico e politico che sfida nemmeno tanto timidamente la democrazia. Di recente Putin ha tuonato contro le democrazie costituzionali, giunte secondo lui al capolinea; qualche anno fa commentando una risoluzione del Parlamento europeo contro le ingerenze russe nei media, aveva dichiarato: "Tutti ci fanno scuola di democrazia mentre vediamo il degrado in cui versa l'idea stessa di democrazia".
Per definire questi sistemi di potere si sono ideate le più fantasiose formule, come per esempio quella di "democrazia illiberale" (amata molto anche da Orbán oltre che da Erdogan) che però non significa nulla poiché una democrazia con diritti civili sotto sorveglianza dell'esecutivo e senza una pubblica e libera competizione politica non può esistere, anche quando usa elezioni e un sistema sofisticato di media.
Recentemente John Keane, uno studioso di politica dell'Università di Sidney ha scritto che questi sistemi molto radicati in Asia possono essere rubricati nella categoria di "nuovo dispotismo". Evidente l'eco dei classici, di Aristotele e di Montesquieu, che situavano nel continente asiatico i fondamenti di un sistema di negazione della politica di cui intuivano la capacità attrattiva e di penetrazione ben oltre i confini di casa loro. Il nuovo dispotismo, che gli amici della democrazia dovrebbero cercare di conoscere meglio, ha tutti i requisiti per far fortuna anche dentro le nostre democrazie perché si alimenta di un cibo di cui conosciamo bene gli ingredienti: l'ideologia del popolo, la manipolazione dei media, il capitalismo e l'oligarchia, la corruzione e il clientelismo.
Sostenuti da un sistema multiplo di piramidi di potere, i leader del nuovo dispotismo coltivano la loro egemonia sia mediante un esteso sistema di corruzione che stratifica amici e nemici, sia mediante l'uso di elezioni fantasma che devono celebrare le vittorie invece di dar voce alle preferenze. Intimidiscono i votanti e comprano i voti - ma vogliono lo show delle elezioni perché vogliono presentarsi con l'aura della legittimità popolare.
Questo sistema gelatinoso non usa con plateale dispendio di mezzi la repressione violenta (anche la 'ndrangheta del Varesotto comprende del resto il ruolo della pubblicità!) né alimenta ossessivamente la paura, come il despota tratteggiato da Montesquieu. È come un enorme organismo nel quale si tengono insieme la ricchezza stratosferica dei pochi, il benessere delle classi medie e la promessa di riuscita delle classi lavoratrici. Meticolosamente attenti ai dettagli, a come il popolo vive e a che cosa pensa, si regge su un'oligarchia dotata di un potere insindacabile che accumula fantastiche ricchezze, genera vere e proprie dinastie, e non si cela agli occhi del pubblico come gli antichi despoti, ma si presentano anzi come role models per tutti. Il successo è la miglior forma di controllo sociale auto-generato.
Non è neppure vero che il nuovo dispotismo sia puro arbitrio: è vero invece che usa la legge secondo una regola che conoscono bene anche i populisti: dolce e gentile con i sostenitori e gli amici, arcigna con gli oppositori. Amministrano la paura con regolarità e senza bisogno di inutili show di violenza. Tutto sommato i fascismi erano come la scuola elementare dei nuovi dispotismi. Ma vi è un fatto nuovo, che né il fascismo storico né il sovietismo totalitario conoscevano: l'ideologia dell'edonismo consumistico.
La seduzione del pubblico invece della repressione è oggi resa possibile dal sistema capitalistico che consente ai nuovi despoti di usare a piene mani l'argomento del successo economico e del benessere. Le nuove società dispotiche sono una fiera di modernità architettonica, di lusso e di innovazione tecnologica.
Ed è proprio su questo argomento che la sfida alle democrazie occidentali si fa fatale, le quali sono risorte nel secondo dopo guerra con la promessa di un benessere diffuso che fosse non fine a sé stesso ma condizione per una vita dignitosa e libera. I nuovi despoti promettono (e sono generosi a sostenere istituti di ricerca e media che diffondono i dati sulle grandi conquiste dei loro popoli) quello che nelle nostre società pochi ormai possono promettere: un futuro in cui i figli vivranno meglio dei genitori.
Proprio questo successo economico induce studiosi e analisti occidentali a concedere che si tratti in effetti di "democrazie", magari "delegative" o "illiberali" o "semi-democratiche". La filosofia sociale della felicità consumistica viene premiata con la medaglia della "democrazia": una scelta ben poco saggia, visto che per premiare i nuovi despoti facendoli entrare nel Pantheon democratico si finisce per sdilinquire la democrazia, facendone una parola così lasca che alla fine perde di senso, proprio come i nuovi despoti vogliono che sia.
di Emanuele Felice
La Repubblica, 8 luglio 2019
Russia, Cina e Usa cercano di imporre un capitalismo sfrenato senza democrazia: l'Europa deve opporsi. L'isolamento in Europa, il viaggio di Salvini in America, le visite di Xi Jinping e Putin. Il nostro paese è oggi al centro di una partita globale che ha un'enorme portata geopolitica: l'Italia ventre molle per accedere all'Unione e, soprattutto, per dividerla.
Putin l'ha capito molto bene, come evidenziato da Scalfari nell'editoriale di ieri. Se l'Europa si sfasciasse, i giganti mondiali (Stati Uniti, Russia, Cina) avrebbero il vantaggio di trattare con le singole nazioni una per una. Di sicuro ci perderemmo tutti, nel Vecchio continente. Ma va detto che ci perderebbe soprattutto l'Italia, particolarmente esposta perché esporta molto (e nei trattati commerciali del nuovo mondo muscolare sarebbe infinitamente più debole), oltre che per il suo debito pubblico e la posizione geografica, che ne fa naturale punto di approdo dei migranti.
Altro che interesse nazionale! Flirtare con Trump e Putin, autoemarginarsi dal motore dell'integrazione europea alleandosi con Orban, è il modo migliore per danneggiare il nostro paese, pressoché in ogni ambito. Tutto Salvini fa, insomma, fuorché gli interessi dell'Italia (con buona pace della propaganda sovranista).
E forse l'opposizione dovrebbe cominciare a battere su questo tasto, se vuole davvero risalire la china. Ma il flirt con Putin e Trump rischia di aprire a scenari ancora più preoccupanti, perché non riguardano solo l'economia, ma le nostre libertà fondamentali e forse il destino stesso delle società in cui viviamo. La questione di fondo è se la democrazia (la nostra democrazia, quella fondata sulla separazione dei poteri, che si chiama liberale ed è l'unica che può tutelare i diritti dell'uomo) deve governare il capitalismo, e lo sviluppo tecnologico.
Oppure no. Fino a non molto tempo fa pensavamo che la risposta fosse scontata, oggi non è più così. Si fa strada nel mondo un'idea della società che considera i diritti dell'uomo come un ostacolo verso l'unico obiettivo che realmente conta: la crescita economica. Quando Putin dichiara che il liberalismo (non il liberismo!) è obsoleto, punta esattamente in questa direzione: a che servono i diritti umani, a che pro tutelare le minoranze? Non sono che intralci. Il capitalismo neo-liberale non ha più bisogno della democrazia.
Questo è il grande non-detto di tutta la narrazione putiniana e, a ben vedere, lo ha sottolineato forse meglio di tutti Gad Lerner ("Putin, il guru dei sovranisti e del capitale", su La Repubblica dell'i luglio). È una narrazione radicalmente e coerentemente di destra, da ogni punto di vista, e che infatti si ritrova perfettamente in quella di Salvini. E di Trump.
Ma è un'ideologia che possiamo ormai rintracciare in ogni angolo del pianeta, a sostegno dei nuovi regimi autoritari, dall'immensa Cina fino alla piccola Dubai. Che cosa c'è in gioco? Praticamente tutto. Ancorare il capitalismo alla stella polare dei diritti umani è vitale, nel nostro tempo perfino più che in passato, date le sfide che abbiamo davanti.
Lo è per gestire i cambiamenti tecnologici, dall'intelligenza artificiale ai big data, in modo da preservare la coesione sociale e anche le libertà fondamentali. Per l'ambiente, dato che sono i più deboli a pagare le maggiori conseguenze dei disastri ecologici. Senza contare che il rischio di conflitti aumenta enormemente fra regimi autoritari ammantati di retorica identitaria, rispetto alle democrazie. Davvero, è questo il tema del nostro tempo. Riusciremo a salvaguardare il grande ideale del progresso, che tiene insieme benessere, libertà e diritti?
O dovremmo rassegnarci a un mondo distopico, dove la dignità umana e l'ecosistema sono calpestati dall'indifferenza degli oligarchi? Beninteso, il problema non è tanto il fascismo che ritorna. Metterla in questi termini può anzi risultare fuorviante, perché ne trarremmo la conclusione (vera, sul piano storico) che Salvini non è Mussolini. Ma in questo modo rischiamo di sottovalutarlo per quello che realmente rappresenta, qui e ora.
Al fondo c'è l'idea di un capitalismo sfrenato che non ha più bisogno dei diritti. Di un liberismo che recide il cordone ombelicale con la democrazia liberale, cioè con il liberalismo da cui è nato. Un totalitarismo di tipo nuovo, semmai (intravisto in passato da Hannah Arendt, Herbert Marcuse, o Pasolini, fra i risvolti della società di massa: ma la cui portata è oggi molto maggiore). Di questa idea, di questo mondo distopico, Salvini è oggi il più pericoloso alfiere, in Europa. E proprio l'Europa invece, pur con tutti i suoi difetti, ne incarna l'alternativa, nel mondo.
di Francesco Bussoletti
analisidifesa.it, 8 luglio 2019
Sono circa seimila i miliziani Isis, prigionieri nei campi delle Forze Democratiche Siriane (Sdf)
nel Nord Est della Siria tra Hasakah e Deir Ezzor. Lo ha confermato la milizia curdo araba siriana assistita dalla Coalizione a guida statunitense. Circa 5.000 sono membri dello Stato Islamico di origine irachena o siriana. I restanti, invece, provengono da 54 paesi in tutto il mondo. Le forze arabo-curde continuano a chiedere alle nazioni di origine di riprendere i loro foreign fighters. La maggior parte di queste, però, si rifiutano o prendono tempo mentre i loro cittadini rischiano di essere condannati a morte. L'unica corte che, infatti, sta processando i jihadisti dell'Isis è quella di Baghdad, dove vige ancora la pena capitale.
Peraltro, non sono solo i fondamentalisti IS locali a essere condannati ma anche quelli stranieri che hanno commesso crimini nello Stato mediorientale. Le Sdf continuano periodicamente a trasferire miliziani Isis stranieri prigionieri dalla Siria all'Iraq. L'ultima estradizione è di pochi giorni fa e riguarda circa un centinaio di jihadisti dello Stato Islamico, tra cui alcuni alti leader. Finora sono stati deportati in tutto oltre 500 fondamentalisti. Questo tipo di operazioni nell'ultimo periodo si sta intensificando nel timore che i miliziani rimasti in Siria possano tentare di liberare i loro compagni attaccando le carceri oppure che questi ultimi tentino sommosse a scopo di fuggire. Le forze arabo-curde, seppur in crescita, non sono sufficienti truppe per monitorare quotidianamente tutti i prigionieri dell'Isis e allo stesso tempo dare la caccia alle cellule ancora attive tra Raqqa e Deir Ezzor.
di Sara Lucaroni
L'Espresso, 7 luglio 2019
Oltre 250 casi dal 2010: tra marzo e aprile di quest'anno uno a settimana. Ecco le storie di agenti che hanno scelto di togliersi la vita. E la battaglia di parenti e amici contro il silenzio. Mai mostrare debolezze, sempre essere forti, far rispettare le regole. Ma il supereroe è per prima cosa un uomo o una donna, non un costume, una divisa.
Indossarla non ti rende supereroe, conta come la indossi e come a lei permetti di indossare te. Palma Dalessio, ispettore capo della Polizia Scientifica a Roma e delegato provinciale del sindacato Siap cerca di spiegare certi punti di rottura in chi veste la divisa. Ne ha fatto una battaglia personale di fronte al dolore dell'amica che ha perso il marito poliziotto, morto suicida. "Se un poliziotto dice: ok, ho bisogno di aiuto psicologico, gli vengono tolte subito pistola e manette e rimane lì. Mi aggrediscono quando dico che la divisa è una corazza che ti distrugge quando ci nascondi dentro i problemi e poi ci impedisce di parlarne".
Vale per agenti, Carabinieri, Finanza: nessuno veda il buio che hai addosso o capisca a che grado di disperazione puoi arrivare per puntarti la pistola alla tempia o al cuore. Tabù transitati dai trafiletti in cronaca locale ai tavoli di lavoro in cui le Amministrazioni escono da un imbarazzo silenzioso per ascoltare, e i sindacati suggeriscono incidenze, concause, coincidenze, laddove ogni storia è a sé.
252 casi dal 2010 allo scorso anno. Tra marzo e aprile 2019 la media è stata di uno a settimana, 22 suicidi di agenti di forze dell'ordine da gennaio a oggi: 4 carabinieri, un agente di polizia locale, uno della Guardia di finanza. Ma ben 7 erano agenti della Polizia penitenziaria, 9 quelli della Polizia di Stato. Tra questi ultimi c'era anche Nazareno.
"Il giorno dopo dovevano partire per Roma, per un servizio. Ci siamo ritrovati muti, qui in silenzio a guardarci. Chi lo ha trovato ha presentato un certificato medico e non è venuto", raccontano al Reparto mobile di Firenze dove lavorava. Era il 5 aprile. Alla spicciolata sono arrivati una decina di certificati medici, quelli di chi lo conosceva meglio. Motivo, il suicidio di Nazareno Giusti, 29 anni, giornalista delle pagine culturali di Avvenire, appassionato di storia, disegnatore di graphic novel per il Corriere della Sera e soprattutto agente all'VIII Reparto mobile di Firenze. "Perdonatemi, mamma e papà, siete meravigliosi", scrive in un foglietto. I genitori, anche il padre è poliziotto, lo aspettavano a casa. Staccava dopo 16 ore di lavoro, non arrivava, non rispondeva al telefono. Chi era di turno è andato al residence degli alloggi per gli agenti. Lo ha trovato nella sua stanza.
La regola del 48 - "Dopo il fatto, apprendo che non si sarebbe proceduto a chiamare il sostegno degli psicologi da Roma", racconta Antonio Giordano, agente dello stesso Reparto e sindacalista di Silp Cgil. "Ho chiesto di averlo io per me, perché non me la sentivo di lavorare, ero sotto shock e avevo dentro una grande rabbia. L'ho fatto anche per avere la sicurezza che sarebbero venuti ad aiutare quanti erano rimasti coinvolti".
Coinvolti, sconvolti ma timorosi della "procedura", quella prevista dall'articolo 48 del Dpr n. 782 del 1985, il Regolamento di servizio dell'amministrazione di pubblica sicurezza. L'Amministrazione previene un pericolo applicando legittimamente una norma. Ma per molti lo fa non come "famiglia" ma come un "ingranaggio" in cui si è solo un numero da gestire. Il "48" stabilisce le modalità di ritiro del tesserino. Nell'ufficio sanitario di ogni provincia c'è un medico: appartiene alla gerarchia dei funzionari competenti nella gestione del personale e qualora un agente manifesti un disagio psicologico o una situazione di stress, questi con un colloquio stabilisce entità del problema e l'applicazione della norma che prevede ritiro di tesserino, pistola e manette. È la sospensione di ogni attività lavorativa. Può durare mesi, in attesa delle successive valutazioni della commissione medico-militare a Roma, la quale stabilisce di volta in volta ulteriori periodi di sospensione.
"Io sono stato fortunato, è durata solo due mesi perché legata a un evento specifico, ma c'è chi rimane fuori per un anno o non esce più dalla procedura. Se ritieni di doverti far curare, vai privatamente tu da uno psicologo. Sei privato della tua identità, senza tesserino", spiega Giordano. "Entri in un periodo sospeso. E i colleghi che sanno che sei al 48, cominciato a diffidare di te. Sei un "fuori di testa", sei emarginato".
La Grande Amministrazione - "Non esiste un'Amministrazione dove si sta meglio o peggio, ma esistono correttivi sulle norme di legge da applicare", spiega il brigadiere capo dell'Arma Antonio Serpe, segretario generale del Sim, il Sindacato italiano militari, il primo sindacato autorizzato in ordine temporale tra tutte del forze armate, nato pochi mesi fa. Se mancano i requisiti minimi l'arma va tolta, ma le Amministrazioni, una volta che giudicano non idoneo un soggetto, si attivano e lo seguano dalla mattina alla sera. Non puoi mettere qualcuno in convalescenza e dire "non è più un problema mio".
Serpe spiega che il 99 per cento dei casi è riconducibile a problemi esterni al luogo di lavoro, e che l'Arma e le altre Forze lavorano col ministero della Difesa soprattutto sull'impatto dello "stress correlato": fattori esterni, come pendolarismo o orari prolungati, burnout, che ognuno porta e vive dentro la propria attività lavorativa. E aggiunge: "Problemi privati o familiari, come separazioni, problemi economici entrarci è importante, perché se sommati allo stress correlato, possono innescare una bomba. Quanto incide una situazione di disagio esterna sull'attività lavorativa: è di questo che si parla ai tavoli di lavoro".
I sindacati di Polizia sottolineano anche l'incidenza di problemi strutturali interni: organico ridotto (108 mila agenti nel 2008, oggi sono 89 mila). Stipendi inadeguati (molti vivono in famiglie monoreddito). Turni massacranti, ore di straordinario aumentate del 22 per cento, indennità sottopagate: la notturna vale 4,10 euro lorde. 12 euro un festivo, 40 un super festivo. "Non possono più nascondersi dietro la scusa del fenomeno Werther, ovvero l'emulazione dopo averne parlato, ora c'è attenzione reale al problema e va fatto un plauso all'Amministrazione, in quanto mio datore di lavoro deve avere cura di quella che è la mia storia", dice Michela Pascali, segretaria nazionale di Silp Cgil e vice presidente di "Polis Aperta", associazione che riunisce personale Lgbt delle forze armate e di pubblica sicurezza.
"Sono diminuite alcune forme di reato ma è aumentato il femminicidio, quindi il lavoro di intelligence. È aumentato il servizio di ordine pubblico, quindi le manifestazioni di piazza. E purtroppo la gente ci dipinge aprioristicamente come fascisti, violenti per certe mele marce che indubbiamente abbiamo, e per gli errori di taluni. Ma questo fa sì che chi fa bene il proprio lavoro e lo fa per aiutare le persone non si senta riconosciuto. Sei un numero per l'Amministrazione e per il cittadino uno squadrista".
Psicologi e no - "In questo l'Arma è stata la prima a muoversi: ogni regione amministrativa ha uno, due, tre psicologi, a seconda della grandezza", spiega Serpe del Sim. C'è anche lo psichiatra. Si accede al servizio per richiesta diretta e privata o su segnalazione del Comandate. "Dovremmo aiutarci l'uno con l'altro di più. I primi che si accorgono di qualche disagio sono i colleghi di turno, ad esempio. Dobbiamo parlare, parlarci.
I primi che sanno e vedono qualcosa sono i colleghi. Se non si accorgono loro, come possiamo pretendere che se ne accorga la scala gerarchica. I vertici hanno una responsabilità che è quella di gestire bene e meglio quelle norme che permettano una fase terapeutica durante il tuo disagio". A Firenze dicono che per il caso di Nazareno è arrivata assistenza psicologica agli agenti dopo una settimana. A Ragusa, dopo il suicidio del poliziotto 42 enne Simone Cosentino, che prima aveva ucciso la moglie, il 29 aprile, i due psicologi inviati sono rimasti solo due giorni. Sono 40 in Polizia e si trovano quasi tutti a Roma, col compito di somministrare i test psico-attitudinali nei concorsi.
Effettuano la valutazione medico-neurologica e poi quella psico-attitudinale: se la seconda manca, non puoi entrare in Polizia. "Solo 6 Questure su 110 hanno in organico uno psicologo: Roma (sono 2) Bolzano, Milano, Bologna, Frosinone, Foggia e Messina. Non è regolamentato il supporto psicologico in Polizia. La salute mentale è affidata a un medico che lo tratta dalla prospettiva medico-neurologica e psichiatrica. "Anche sotto il "48" non vai dallo psicologo, non ti curano", spiega Dalessio.
"Il 3 maggio è stato pubblicato un concorso per l'assunzione di altri 19 psicologi con limite di 40 anni, ma sopperiranno alle carenze di organico per i concorsi". "Anche la procedura di sostegno d'urgenza non è standardizzata con procedure definite. Serve un'attivazione automatica destinata a colleghi, amici e famigliari", dice Giordano. "Negli Stati Uniti i poliziotti vengono seguiti stabilmente. Da noi questo e l'idea di prevenzione non ci sono. Si deve intervenire ogni volta che si verifica un episodio traumatico: un soccorso in un incidente stradale, una sparatoria, un suicidio sui binari". Tra le ipotesi di modifica dell'articolo 48 c'è il mantenimento del tesserino e la ricollocazione del personale in esame, impiegandolo in incarichi non operativi ma di ufficio.
I Carabinieri già da alcuni anni hanno un Tavolo interno che studia le concause del fenomeno suicidi. Un "Tavolo per la prevenzione e la gestione delle cause di disagio per il personale della Polizia di Stato", al quale siedono Amministrazione e sigle sindacali, si riunisce invece ogni due settimane dallo scorso 9 aprile: studia piani preventivi, formazione, progettualità condivise. Il 9 febbraio il capo della Polizia Franco Gabrielli aveva firmato anche un altro decreto, quello sulla nascita dell'"Osservatorio permanente interforze sul fenomeno suicidario tra gli appartenenti alle forze di polizia": si riunisce ogni quattro mesi, monitora dati, compie analisi statistiche su documenti e casistiche raccolte da Polizia di Stato, penitenziaria, Guardia di finanza, Carabinieri.
Numeri - In Francia sono stati 28 i casi solo quest'anno. Nel 2018, si sono contati 35 suicidi di agenti di polizia e 33 di gendarmi. 51 nel 2017. In Spagna tra il 2000 e il 2017 un poliziotto si è ucciso ogni 43 giorni. Il 15 settembre 2016 l'allora sottosegretario all'Interno Domenico Manzione risponde a un'interrogazione parlamentare del Movimento 5 Stelle presentando per la prima volta dei numeri: dal 2009 al 2014 si sono suicidati 92 carabinieri, 62 poliziotti, 47 agenti della Polizia Penitenziaria, 45 della Guardia di Finanza, 8 del Corpo Forestale dello Stato. E precisa che "la valutazione delle singole fattispecie esclude che gli eventi siano riconducibili a problematiche di disagio lavorativo o comunque a situazioni critiche connesse all'attività svolta" e che le "risultanze preliminari di uno studio sistematico del fenomeno almeno allo stato attuale non forniscono elementi di allarme".
Lo ribadisce oggi anche una relazione della Direzione centrale di sanità della Polizia di Stato diretta da Fabrizio Ciprani: "Nessuna emergenza o trend. 290 suicidi in Polizia dal 1995 a maggio 2019. A parte fluttuazioni inspiegabili, il dato medio di 12 casi annuali su 100.000 dipendenti". Altri dati aggiornati sono quelli di Cerchio Blu, una Onlus che organizza seminari di formazione e fornisce un modulo anonimo per segnalare i casi. Il picco dei morti è stato il 2014 con 39 casi.
L'età va dai 45 ai 64 anni, ma nel 37 per cento chi si toglie la vita sta tra i 25 e i 44 anni. C'è il sommerso dei tentati suicidi, che non rientrano in nessuna statistica. L'86 per cento delle volte lo si fa con la pistola di ordinanza e con quella non c'è scampo. "Il giorno di Natale sotto la Questura a Latina ci siano ritrovati in due. Io e un pregiudicato che era corso e piangeva come un bambino. Sul tetto c'era il nostro amico.
Si era sparato forse la sera prima. Non lo trovavano, è rimasto solo lassù per ore, a Natale", racconta chi conosceva da 20 anni Antonio D'Onofrio, ispettore, convalescente dopo un problema al cuore, che si è sparato con la pistola di ordinanza a 58 anni lo scorso 24 dicembre. "Svolgeva un compito molto delicato, lavorava a stretto contatto con criminali e soggetti difficili era il loro tramite con la giustizia. Lo rispettavano tutti perché era sé stesso sempre, era leale. Non so se abbia voluto lanciare un messaggio compiendo quel gesto in Questura, ma so che il suo lavoro era la sua vita, che viveva per il lavoro 24 ore su 24". 19 giorni prima la stessa decisione l'aveva presa un agente scelto di 43 anni, da poco rientrato da Milano per prendere servizio sempre a Latina, dove vivevano i genitori.
Il deserto dei Tartari - "Indagini chiuse, dicono che è suicidio. Ma io non ci credo. Mio figlio era anche mio amico, un complice, lo conoscevo bene. Qui a Monopoli non ci crede nessuno". Aveva assunto lo Xanax, il proiettile gli è entrato dal mento. Gianfranco Brescia ricorda il figlio Francesco, morto a 24 anni nel suo giorno di riposo. Lavorava a Venezia da appena 15 giorni, suo padre l'ha accompagnato l'ultima volta in aeroporto il 17 aprile 2018, un mese prima della morte. "La Polizia ci ha offerto subito un aiuto psicologico, sono una famiglia. Se ne sentono tante, non so se ci sono problemi in questi ambienti, ma lui era felice di lavorare. Do la colpa a chi aveva vicino, ma io una risposta non so darmela".
"Vorrei far capire che nessuno è solo, ci sono i sindacati ma anche la stessa Amministrazione, siamo uniti, diffondiamo la cultura dell'aiuto", dice Michela Pascali. Tre mesi prima di uccidersi Nazareno sulla sua pagina Facebook aveva trascritto un passaggio del Deserto dei Tartari: "Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l'amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita". Sotto i suoi post scrivono: "Perche?".
di Angela Gennaro
open.online, 7 luglio 2019
"Non c'è recidiva per chi va a scuola". Ma dal carcere di Rebibbia agli istituti penitenziari in Calabria, gli insegnanti sono in mobilitazione per il taglio dei corsi. Di carceri, si sa, poco si parla. Non si parla di sovraffollamento, per quanto tocchi vette record e sia in aumento: secondo i dati aggiornati al 30 giugno scorso dell'ufficio del capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, sono 10mila i detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare degli istituti penitenziari in tutta Italia.
di Francesco Lo Dico
Il Mattino, 7 luglio 2019
La fotografia scattata dal Rapporto biennale elaborato dalla Commissione europea per la giustizia (Cepej) è una condanna senza appello. Un anno e mezzo per una sentenza di primo grado, due e mezzo per il secondo grado di giudizio, tre anni e mezzo di attesa per il terzo. Finire nelle spirali della giustizia italiana, significa intraprendere un disperante viaggio ai confini della realtà che non ha pari negli altri Paesi d'Europa. Solo la Grecia e la Bosnia-Erzegovina fanno peggio di noi, quando si parla di tempi medi per la celebrazione di un processo.
Ristretti Orizzonti, 7 luglio 2019
Ad una studentessa lucana del Liceo "G. Peano" di Marsico il 1° Premio. Si è tenuto a Padova il Consiglio Nazionale della Cnvg, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia che nel corso dei lavori ha ratificato i nomi degli studenti vincitori del concorso di scrittura. Una apposita commissione ha selezionato i 3 migliori testi tra quelli pervenuti da vari Istituti Scolastici, inviati dai numerosi studenti partecipanti al progetto "A Scuola di Libertà: Le scuole incontrano il carcere".
Ristretti Orizzonti, 7 luglio 2019
"La presenza delle istituzioni nei luoghi di fragilità e di cura è fondamentale per monitorare le politiche sanitarie e realizzare l'integrazione socio-sanitaria. Dopo aver inserito alcuni punti specifici sulla salute mentale nel Piano Sociale Regionale, oggi ho visitato personalmente la Rems di Palombara Sabina per ascoltare i malati e gli operatori e capire come sta procedendo il superamento degli Opg".
Lo ha detto Paolo Ciani, vice Presidente della Commissione Salute della Regione Lazio e consigliere di Demos - Democrazia Solidale, in occasione dell'odierna visita alla Rems di Palombara Sabina.
"La salute mentale è un grande tema per la Regione e l'intero Paese. Così come lo e' il rapporto tra salute mentale e giustizia. Dopo la giusta chiusura degli Opg, ora la sfida sono le Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza). Bisogna vigilare sui percorsi terapeutici dei malati internati, valorizzare le competenze degli operatori e capire l'interazione delle strutture con il territorio circostante. Ritengo fondamentale mettere le istituzioni in ascolto e cercare soluzioni efficaci per i diversi bisogni, senza escludere nessuno".
Ha proseguito Ciani: "Questi luoghi rappresentano uno snodo fondamentale per l'integrazione sociosanitaria. Per questo, come vicepresidente della Commissione Sanità ho inserito alcuni punti specifici - continuità terapeutica, mediazione linguistica ove necessaria, strutture residenziali alternative alle Rems - nella stesura del Piano sociale regionale.
Ora sto monitorando l'implementazione di queste misure, convinto che il reciproco ascolto e un'effettiva collaborazione fra i diversi soggetti sia fondamentale. L'Italia e' il paese di Franco Basaglia e, a 40 anni dalla legge 180, dobbiamo costruire percorsi di cura e riabilitazione che siano all'altezza della nostra storia".
Durante la visita il vice presidente Ciani e' stato accompagnato dal Commissario della Asl Rm 5 Giuseppe Quintavalle, dalla referente regionale per la salute mentale, dai diversi responsabili del Distretto e dei moduli, dell'attigua Casa della Salute, dal vicesindaco e da rappresentanti dell'Arma dei Carabinieri.
Avvenire, 7 luglio 2019
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