di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 5 luglio 2019
È la risposta al bombardamento del campo di Tajura da parte di Haftar. Il leader del governo di Salvezza Nazionale sta valutando di aprire i campi di detenzione e permettere ai migranti di raggiungere l'Europa. Il governo libico di Salvezza Nazionale guidato dal premier Fayez Sarraj a Tripoli sta seriamente valutando di chiudere i centri di detenzione e liberare tutti i migranti.
Non solo, si sta anche pensando di ordinare alle motovedette guardiacoste di non intervenire più per bloccare i navigli degli scafisti con i migranti in mare per riportarli sulle coste libiche. La misura viene discussa in queste ore e potrebbe diventare operativa molto presto. I centri di detenzione "ufficiali" controllati dal governo di Tripoli sono al momento più di venti e pare contengano circa 8.000 persone, in maggioranza entrate illegalmente in territorio libico dai Paesi dell'Africa sub-sahariana.
La reazione - La misura non riguarda ovviamente le prigioni segrete delle milizie che cooperano con i trafficanti, dove non esiste tra l'altro nessun censimento dei migranti e nessun contatto con l'Onu e le altre organizzazioni umanitarie internazionali. Così Sarraj passa letteralmente dalle parole ai fatti. Già all'inizio dell'offensiva militare, lanciata contro le milizie schierate alla difesa di Tripoli da parte delle truppe del maresciallo Khalifa Haftar a Bengasi lo scorso 4 aprile, Sarraj aveva espresso più volte la preoccupazione che il degenerare della situazione potesse condurre ad una fuga indiscriminata verso le coste europee. In un intervista al "Corriere della Sera" aveva parlato di un serbatoio potenziale di 800.000 partenze, tra cui anche criminali e jihadisti di Isis. Adesso le sue parole stanno diventando realtà.
"Impotenza della comunità internazionale" - Il governo di Tripoli non nasconde la propria impotenza e rabbia per l'inattività della comunità internazionale nei confronti dell'aggressione di Haftar. I toni cauti e l'atteggiamento di equidistanza rispetto al conflitto in Libia emerso anche nei dibattiti all'Onu delle ultime non fanno che aumentare la frustrazione.
Un sentimento emerso anche dalle parole del ministro degli Interni di Tripoli, Fathi Bashaga, il quale a seguito delle decine di migranti morti mercoledì sotto il bombardamento dell'aviazione di Haftar sul campo di Tajura ha ammesso l'incapacità del suo governo a proteggerli.
"Se la comunità internazionale non fa nulla per proteggerci contro Haftar, perché mai noi dovremmo aiutare l'Europa a fermare i migranti?", ripetono nei corridoi a Tripoli. Tutto ciò mentre sono ripresi i raid degli aerei di Haftar. Nelle ultime ore è stato chiuso Mitiga, l'unico aeroporto civile funzionante a Tripoli, dopo che è stato bombardato il centro di controllo dei droni delle milizie nella capitale.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 5 luglio 2019
"Il ministro sta promuovendo un abbassamento del senso morale a livello di massa. Sta ricostruendo le basi ideologiche del razzismo", intervista al filosofo del diritto.
Luigi Ferrajoli, Salvini ha sostenuto che Carola Rackete è una "pirata", dunque una "nemica dell'umanità", e per questo una "criminale". Che senso ha attribuire questa definizione a chi salva i migranti in mare per senso di dovere verso l'umanità?
Sono tutte insensatezze gravissime. Sul piano giuridico non ci sono dubbi. Carola Rackete non ha commesso nessun reato, come ha stabilito il giudice delle indagini preliminari Alessandra Vella. Ha agito nell'adempimento di un dovere: portare in salvo le persone salvate, imposto dal diritto del mare e comunque in stato di necessità. Semmai sono le autorità italiane che per 17 giorni si sono rese responsabili del reato di omissione di soccorso. Francamente è intollerabile che Salvini chiami "criminale" una persona appena prosciolta senza incorrere nel reato di ingiuria. Fatto per cui spero che Carola vorrà querelarlo. Ma, a questo punto, la questione giuridica è secondaria.
Perché?
Questi "sovranisti" stanno distruggendo l'onorabilità dell'Italia che fino a qualche anno fa si era distinta, con Mare Nostrum, per avere salvato 150 mila persone nel Mediterraneo. Oggi il loro comportamento è assolutamente illegittimo perché viola tutte le norme del diritto del mare, oltre la nostra Costituzione, e deturpa l'identità civile del nostro paese. Non è solo una violazione dei diritti fondamentali ma la distruzione dei presupposti sociali della convivenza civile. La costruzione del consenso sulla disumanità e l'immoralità ha un effetto distruttivo sulla democrazia.
Qual è la loro strategia?
Costruire la percezione degli altri come nemici solo perché stranieri, poveri e disperati. Su questa base hanno ottenuto un consenso di massa per le politiche securitarie. Tutto questo in un paese che è tra i più sicuri al mondo. Nel 2017 gli omicidi sono stati 357, di cui ben 123, purtroppo, femminicidi dei quali la politica neppure parla. Gli omicidi erano circa 1.500 solo nei primi anni Novanta.
Ritiene che sia solo responsabilità di questo governo?
Nient'affatto. Salvini non ha inventato nulla, ha solo proseguito le politiche contro gli immigrati e la costruzione dell'emergenza del precedente ministro Minniti e degli altri governi europei. Ci sono però gravissime differenze.
Quali sono?
Il carattere criminogeno delle leggi in tema di sicurezza. Il primo decreto sicurezza di Salvini ha soppresso di fatto il permesso di soggiorno per motivi umanitari ed espulso migliaia di richiedenti asilo e rifugiati dai centri di accoglienza. Una misura stupidamente persecutoria con la quale persone integrate sono state trasformate in persone illegali e virtualmente devianti. Senza dimenticare l'estensione dei presupposti della legittima difesa. La soppressione del requisito della proporzionalità tra difesa e offesa potrebbe portare all'aumento anche da noi del numero delle morti violente com'è accaduto negli Stati uniti.
Vede un parallelo tra il governo Conte e Trump nelle politiche sull'immigrazione?
Lo stesso Salvini non lo nasconde. La differenza con le politiche dei Minniti o dei Macron è questa: se prima in Italia la violazione dei diritti umani era occultata, ora è sbandierata come fonte del consenso. Salvini sta promuovendo un abbassamento del senso morale a livello di massa. Non si limita a interpretare la xenofobia, la alimenta. La sua politica sta ricostruendo le basi ideologiche del razzismo.
Come definisce questo uso del diritto?
È il populismo penale. Consiste nell'uso demagogico e congiunturale del diritto penale diretto ad alimentare la paura con misure tanto anti-garantiste quanto inefficaci alla prevenzione della criminalità.
I governanti di Italia, Francia e Germania dovrebbero essere perseguiti per avere deciso di sacrificare la vita dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo. Lo ha sostenuto un rapporto legale depositato alla Corte penale internazionale che parla di 40 mila vittime di reati di competenza del tribunale negli ultimi tre anni. Lei ha definito questi atti "crimini di sistema". Che cosa sono?
I crimini di sistema sono violazioni massicce del diritto internazionale e dei diritti fondamentali. Non sono reati perché non sono imputabili alla responsabilità di singole persone, ma a interi sistemi economici e politici. Ciò non toglie che siano violazioni gravissime dei diritti stabiliti in tutte le carte costituzionali e internazionali. Sono politiche criminali, che provocano ogni anno decine di migliaia di morti, oltre all'apartheid mondiale di due miliardi di persone. Verrà un giorno in cui questi atti saranno ricordati come crimini, e non potremo dire non sapevamo, perché sappiamo tutto. Dei campi di concentramento in Libia, dei naufragi, della fuga causata dai cambiamenti climatici, dalla fame e dalle crisi economiche prodotte dalle politiche del capitalismo di rapina.
di Rachele Gonnelli
Il Manifesto, 5 luglio 2019
Accuse incrociate tra le forze di Haftar e i nemici di Misurata sulla responsabilità della strage nel centro di detenzione dei dintorni di Tripoli. A New York veto Usa sulla condanna del Consiglio di sicurezza.
L'omologo di Matteo Salvini a Tripoli, il misuratino Fathi Bashaga, parlando ieri con la delegata dell'Unsmil al coordinamento umanitario dopo il massacro di migranti a Tajoura ha detto, che non essendo in grado di garantire la sicurezza dei centri per migranti nella capitale libica, il governo Serraj "sta valutando se rilasciarli tutti". Più che una liberazione suona come una minaccia, una vecchia minaccia che in Italia ha sempre funzionato fin dai tempi del Colonnello Gheddafi, tanto che allora aveva una abbreviazione: si chiamava "bomba umanitaria".
I migranti detenuti a Tripoli e dintorni sono, secondo l'Organizzazione per le migrazioni, tra i 3.400 e i 3.800, la metà di quelli richiusi in tutte le prigioni libiche, una minoranza rispetto ai 700 mila che lavorano nel Paese da regolari. Già due mesi fa, l'8 maggio, l'Unhcr aveva chiesto al governo Serraj l'evacuazione dei migranti detenuti nel centro di Tajoura e da tutti gli altri che si trovano nelle zone dei combattimenti. E la "immediata chiusura di tutti i centri" sulla linea del fronte è quanto ha chiesto ieri anche l'ambasciatore britannico in Libia Martin Reynolds, facendo eco alle organizzazioni umanitarie che lo ripetono da molto prima della strage annunciata. Il ministro italiano Salvini ha visto a Milano solo pochi giorni fa sia il premier Serraj, sia lo stesso Bashaga, proprio a partire dal dossier immigrazione ma non risulta abbia sollevato il problema della sicurezza dei migranti intrappolati nelle aree dove si combatte.
Dal racconto della notte delle bombe a Tajoura emergono intanto altri particolari agghiaccianti. Le guardie della milizia Dhaman - le stesse che tenevano un deposito di munizioni e veicoli militari accanto alla prigione, dove costringevano i migranti a pulire e ricaricare le mitragliatrici, in base alle denunce raccolte da Human Rights Watch - avrebbero sparato sugli africani che scappavano per strada terrorizzati, alcuni anche feriti, dopo lo scoppio delle bombe.
Per il sito libico Al Wasat la missione Onu in Libia (Unsmil) avrebbe ricevuto denunce su questo dai sopravvissuti, un'ottantina dei quali si trovano ora ricoverati negli ospedali della zona. Del resto il "detention camp" di Tajoura era tristemente noto come uno dei lager libici peggiori, dove le persone rinchiuse venivano sottoposte a torture, stupri, tenute in condizioni anti-igieniche e malnutrizione, tanto che per cercare di migliorarne i servizi era stato dato un appalto a una ditta esterna - la Helpcode - che doveva fare da tramite con Oim, Ocha e Unhcr, incluso segnalare i casi di estrema vulnerabilità da includere nei corridoi umanitari.
La responsabilità della strage di migranti morti a Tajoura nel frattempo sono passati da 44 a 53, di cui sei bambini e molte donne - è ancora incerta. E l'inchiesta che le Nazioni Unite dovranno condurre per attribuire quello che in tutta evidenza si palesa come un crimine di guerra, la più grande strage dall'inizio dell'offensiva di Haftar su Tripoli tre mesi fa, non si presenta semplice. Il comandante dell'Aviazione dell'autoproclamato Esercito nazionale libico con a capo Haftar, il maggiore Muhammar al Manfour, in un comunicato consegnato al Libyan Address Journal ribalta le accuse provenienti dal "governo di accordo nazionale" sostenendo di essere in possesso di tracciati aerei della notte di martedì su velivoli da guerra in volo da Misurata e dall'aeroporto di Mitiga verso Tarhouna, sempre nei sobborghi meridionali. L'alto ufficiale dice anche che un quarto d'ora prima delle bombe il deposito di munizioni adiacente al centro ha subito un'esplosione: si tratterebbe dunque di "fuoco amico". Dopo le sue dichiarazioni, lo stesso ministro Bashaga ha ammesso che l'aereo del bombardamento "è insolito, non è della Libia". E il capo del Consiglio presidenziale di Tripoli - il parlamentino di Serraj - Khaled al Mishri, ipotizza ora che si tratti di un aereo egiziano a sostegno delle truppe di Haftar in difficoltà dopo la perdita della base di Gharyan.
A New York ieri tre ore di discussione a porte chiuse nel Palazzo di Vetronon sono bastate al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per assumere una dichiarazione di condanna. Proposto dalla Gran Bretagna, il testo sarebbe stato bloccato dal rappresentante degli Stati Uniti, come ad aprile per la condanna dell'offensiva del generale Haftar su Tripoli. Il maggiore Manfour chiama anche in causa il ministro Salvini e l'Europa per complicità nella strage: hanno dato ingenti risorse a Serraj per trattenere i migranti - sostiene - e non si occupano delle loro condizioni di vita.
di Greta Marchesi
Il Dubbio, 5 luglio 2019
La Casa Bianca voleva 8,1 miliardi dal bilancio della difesa. Niente fondi del Pentagono per costruire il muro con il Messico. A stabilirlo è una Corte d'Appello federale che, con 2 voti contro 1, ha respinto la richiesta dell'amministrazione di cancellare l'ingiunzione che blocca l'utilizzo dei fondi, in attesa che si completi il procedimento di appello.
Dopo non essere riusciti ad ottenere dal Congresso gli stanziamenti per il Muro, la Casa Bianca aveva deciso di destinare al progetto 8,1 miliardi di dollari del bilancio della Difesa. Contro la decisione del presidente Donald Trump hanno presentato ricorso due associazioni di attivisti, il Sierra Club e il Southern Border Communities Coalition, che a fine maggio hanno ottenuto l'ingiunzione.
Nel respingere la richiesta dell'Amministrazione Trump, la Corte d'Appello ha affermato che l'uso di fondi militari "viola il requisito costituzionale che impone al ramo esecutivo di non spendere fondi che non siano stati assegnati dal Congresso". L'ordine è stato firmato dai giudici Richard Clifton e Michelle Friedland, nominati rispettivamente da George W. Bush e Barack Obama, col voto contrario del giudice N. Randy Smith, nominato da Bush.
Intanto, sono in corso le ricerche di una bimba di due anni dispersa nel Rio Grande mentre tentava con la madre di attraversare il confine per arrivare negli Stati Uniti. Lo scrive il Time che cita Brady Waikel, vice commissario della polizia di frontiera, che afferma che "le ricerche continueranno senza sosta". La bimba non si trova da lunedì. Una donna di Haiti era stata fermata nella tarda notte del primo luglio vicino a Del Rio dopo aver attraversato il fiume dal Messico. Ha detto agli agenti di aver perso la figlia di 2 anni, una cittadina brasiliana, mentre attraversava il fiume. Gli agenti federali hanno collaborato con le forze dell'ordine messicane a Ciudad Acuna, in Messico, e hanno cercato la piccola per tutta la notte. Martedì su entrambi i lati del confine le ricerche sono continuate con un sommergibile comandato a distanza, una squadra di sub e una barca. Nella stessa zona la settimana scorsa erano annegati un padre e sua figlia: l'immagine shock dei loro corpi, a testa in giù e abbandonati sulla riva a mezz'acqua, aveva indignato il mondo intero.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 5 luglio 2019
Com'è noto, il 24 giugno la Corte di giustizia dell'Unione europea ha condannato la Polonia, stabilendo che la Legge sulla Corte suprema, entrata in vigore il 3 aprile 2018, viola la normativa dell'Unione europea. Quella legge, ricordiamolo, ha abbassato l'età pensionabile dei giudici della Corte suprema da 70 a 65 anni, ponendo di fatto circa un terzo dei suoi componenti, compreso il primo presidente, di fronte al rischio di un pensionamento anticipato forzato. Ma quando è nata questa vera e propria caccia alle streghe contro l'indipendenza dei giudici? Alla fine del 2015, spiega un rapporto di Amnesty International pubblicato questa mattina.
A quel periodo risale l'adozione di una serie di provvedimenti, legislativi e non, tra i quali la politicizzazione delle nomine dei giudici, il conferimento al ministro della Giustizia del potere esclusivo di congedare e nominare il presidente e i vicepresidenti dei tribunali, la già citata Legge sulla Corte suprema e l'uso della minaccia di procedimenti disciplinari o di perdita del lavoro contro le voci critiche all'interno della magistratura.
La vicenda del giudice Waldemar Zurek, ex portavoce del Consiglio nazionale della magistratura, è emblematica. Zurek è stato sottoposto a numerosi procedimenti disciplinari e a una campagna diffamatoria sulla tv nazionale. I suoi familiari sono stati minacciati dell'apertura di non meglio precisate indagini. Ha ricevuto mail ed sms contenenti minacce e parole d'odio. La caccia alle streghe è attiva anche online. Vari profili anonimi su Twitter attaccano i giudici, soprattutto le donne, che criticano il governo e pubblicano informazioni riservate o semi-riservate che paiono provenire da ambienti governativi.
Ci sono poi i giudici che "escono dal seminato", ad esempio prendendo la parola per difendere il diritto di protesta pacifica: come il giudice Slawomir Jeksa, del tribunale regionale di Poznan, che ha difeso una manifestante finita sotto inchiesta per aver usato "parole offensive" ("Mi sono rotta le scatole della situazione del mio paese", aveva detto con un linguaggio leggermente più colorito). Il giudice Jeksa è finito sotto inchiesta per aver "espresso opinioni politiche".
Il rapporto di Amnesty International fornisce ulteriori esempi di persecuzione: come quella di Ewa Maciejewska, una giudice di Lódz, che ha rischiato un provvedimento disciplinare per aver chiesto un parere alla Corte di giustizia dell'Unione europea sulle "riforme" del governo in tema di giustizia; o quella di Alina Czubieniak, che si è presa una reprimenda per aver chiesto il riesame di un ordine di detenzione.
Quest'ultimo caso ha spinto i giudici alla protesta aperta. In oltre 20 tribunali in tutta la Polonia hanno alzato cartelli con la scritta "Non ci faremo intimidire". La reazione è stata immediata: il 20 aprile il nuovo presidente del tribunale di Olsztyn - uno dei beneficiari delle "riforme" - ha fatto sgomberare dalla polizia un picchetto di solidarietà con i giudici minacciati. C'è da sperare che dopo il verdetto della Corte di giustizia dell'Unione europea le cose cambieranno. Il punto di non ritorno è vicino ma forse non è stato ancora superato.
di Giuliana Sgrena
Il Manifesto, 5 luglio 2019
Oggi, 57° anniversario dell'indipendenza, in piazza il no alla transizione di Gaid Salah. Il presidente ad interim Bensalah non lascia e insiste per andare alle elezioni. "Una coincidenza del calendario inscrive simbolicamente il nostro movimento nel corso incrollabile della storia del nostro popolo, della sua aspirazione alla libertà".
Il 5 luglio, anniversario della liberazione dell'Algeria viene a cadere di venerdì, il ventesimo delle manifestazioni che dal 22 febbraio vedono gli algerini occupare le piazze del paese per porre fine al regime corrotto. La rete contro la repressione, per la liberazione dei prigionieri di opinione e per le libertà democratiche ha lanciato un appello a manifestare "in forze" questo venerdì, in occasione della 57esima commemorazione dell'indipendenza. Un legame simbolico che trova concretezza nelle rivendicazioni dei valori che furono alla base della guerra di liberazione: "Nel 1962 abbiamo liberato la terra, nel 2019 libereremo l'uomo".
Oggi gli algerini chiederanno anche la liberazione di Lakhdar Bouragaa, comandante della guerra di liberazione, il cui arresto (il 29 giugno) ha fatto uscire dal silenzio lo storico colonnello dell'Esercito di liberazione nazionale Youcef Khatib, che ha ricostruito le azioni eroiche compiute da Bouragaa contro l'esercito di occupazione francese, per porre fine alla campagna di denigrazione che si è scatenata contro il "fratello d'armi". La manifestazione oggi si svolge in una situazione di tensione: nelle ultime due settimane diversi manifestanti sono stati arrestati perché sventolavano la bandiera berbera. Per questo l'appello invita i manifestanti "a preservare l'unità e il carattere pacifico della nostra rivoluzione respingendo le provocazioni da qualsiasi parte provengano".
Sono momenti che richiedono grande responsabilità a tutte le forze in campo. Da una parte la forza rivoluzionaria - con tutte le sue articolazioni e contraddizioni - e dall'altra il potere, che dopo le dimissioni di Bouteflika e i numerosi arresti di uomini del clan, è sostanzialmente nelle mani del capo di stato maggiore Ahmed Gaid Salah che difende la via "costituzionale" in accordo con il presidente a interim Abdelkader Bensalah e continua la sua caccia alle streghe che riempie le carceri.
Bensalah, il cui mandato scade il 9 luglio ma non se ne andrà, nel suo discorso alla nazione del 3 luglio ha rilanciato la proposta di un "dialogo nazionale inclusivo", nel quale lo Stato, compresa l'istituzione militare, osserverebbero una posizione di neutralità, pur fornendo tutti i mezzi necessari. Al dialogo, che sarà condotto da personalità nazionali credibili, indipendenti e senza ambizioni elettorali, saranno invitati a partecipare partiti, società civile, organizzazioni socio-professionali e rappresentanti del movimento popolare.
Nessuna precondizione per il dialogo che però dovrà concentrarsi sull'unico obiettivo strategico: l'organizzazione delle elezioni presidenziali. Alla luce di queste dichiarazioni sorge qualche dubbio sulla conferenza convocata per domani, 6 luglio, dalle Forze del cambiamento con l'obiettivo, secondo il coordinatore Abdelaziz Rahabi, di "arrivare a una sintesi tra soluzione politica e soluzione istituzionale, dunque costituzionale. Noi proponiamo il ritorno al processo elettorale dopo un accordo tra l'opposizione e la società civile e tutte le parti che esprimono le rivendicazioni dell'hirak (il movimento)".
"L'organizzazione di elezioni presidenziali nel quadro del sistema attuale non servirà che alla sua rigenerazione", secondo le Forze dell'alternativa democratica che si sono riunite il 26 giugno ad Algeri. Nella riunione, cui hanno partecipato i partiti della sinistra, associazioni e personalità, è stato elaborato un "patto politico per una vera transizione democratica" che dovrebbe permettere di superare la situazione di impasse.
Nel documento si precisano le precondizioni per una trattativa e le condizioni che nel periodo di transizione dovrebbero contribuire alla costruzione di uno stato di diritto democratico. Un patto che, pur non rappresentando tutto il movimento di opposizione, ha suscitato quelle speranze che invece la Conferenza della società civile del 15 giugno non era riuscita a ottenere. La rappresentanza della società civile - Confederazione dei sindacati autonomi, Collettivo della società civile per la transizione democratica, collettivo Amel delle associazioni religiose, Forum civile per il cambiamento e il collettivo dell'associazione degli Oulemas - è più disomogenea, quindi è stato più difficile raggiungere un consenso sulla road map.
L'iniziativa prevede la designazione di una personalità o una istanza presidenziale consensuale per dirigere un periodo di transizione "da sei mesi a un anno" con un governo di competenze nazionali e la creazione di una istanza indipendente per l'organizzazione di elezioni. Evidentemente frutto di mediazioni tra le diverse anime della conferenza, che non ha preso in considerazione la parità di genere.
Le associazioni femministe, riunite dal 20 al 22 giugno a Tighremt in Kabiliya, hanno ribadito la loro visione di "un'Algeria nuova, che prenda in considerazione il nostro femminismo". Un'affermazione non scontata. "Le rivendicazioni femministe portate nell'hirak hanno risvegliato resistenze retrograde e provocato aggressioni e intimidazioni nei nostri confronti, il che ha solo rafforzato la nostra mobilitazione", si legge nel documento finale che conclude così: "Non accorderemo il nostro sostegno alle forze che ci ignoreranno".
di Valter Vecellio
lindro.it, 4 luglio 2019
Quello che segue è una sorta di "diario" carcerario degli ultimi giorni. I commenti sono superflui. Ivrea: rissa tra 25 detenuti, al primo piano del carcere. Un gruppo di detenuti italiani e uno di nordafricani si fronteggiano, con bastoni di legno, sgabelli, manici di scopa. Il bilancio finale, con diversi carcerati lievemente feriti, avrebbe potuto essere ben più pesante: un detenuto, infatti, è stato tratto in salvo dall'intervento degli agenti della polizia penitenziaria che hanno riportato prognosi fino a 15 giorni per sedare gli scontri.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 luglio 2019
I posti disponibili sono 50mila 946. A Poggioreale 679 carcerati in più. Oltre diecimila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare degli istituti penitenziari. Sono questi i dati aggiornati al 30 giugno di quest'anno messi a disposizione dall'ufficio del capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
di Enrico Franco
Corriere del Trentino, 4 luglio 2019
"Mettiamolo in galera e lasciamolo marcire", "In manette e buttiamo via la chiave": frasi simili si rincorrono sempre più spesso non solo nei tweet degli haters, ma anche nelle dichiarazioni dei molti politici privi di scrupoli preoccupati solo di incrementare il proprio consenso.
Il fenomeno si ripete in maniera scontata, ma non per questo meno agghiacciante, quando le vittime sono italiane e i presunti responsabili sono stranieri; il silenzio, invece, copre fatti altrettanto orribili se i protagonisti sono tutti immigrati o, ancor più, se il colpevole è "uno dei nostri" e a rimetterci "è uno di loro".
di Ezio Mauro
La Repubblica, 4 luglio 2019
Basato com'è sull'istinto, sui gesti, sugli slogan e su una formidabile capacità di creare e interpretare lo spirito dei tempi, il populismo è l'unico modello politico che non ha bisogno di avere una teoria, perché la suscita a spintoni mentre procede per la sua strada, e la inventa dentro il fuoco del conflitto permanente con un nemico d'occasione, dato ogni volta in pasto alla pubblica opinione.










