di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 20 agosto 2019
"Nel Mediterraneo c'è bisogno di salvezza, c'è bisogno di noi". Sui social parte l'appello di Mediterranea Saving Humans dopo la notizia, non ancora confermata, del naufragio di oltre 100 persone al largo della Libia, giunta ieri sera da Alarm Phone.
Il servizio di soccorso telefonico nel Mediterraneo riporta le drammatiche parole di un pescatore: "L'uomo ci ha detto di aver salvato tre persone e di aver visto molti cadaveri. I sopravvissuti parlano di oltre 100 persone a bordo. In questa fase non possiamo verificare queste informazioni ma temiamo che possa essersi verificata un'altra tragedia di massa".
E la notizia di una nuova strage arriva nei giorni della Open Arms, la nave ong che è al largo di Lampedusa da più di due settimane, con a bordo 107 migranti. Con una soluzione definita da più parti "incomprensibile", ma apparentemente definitiva, sembra avviarsi a una conclusione il braccio di ferro tra l'Italia e l'Europa. Oscar Camps, portavoce e fondatore della Ong spagnola, ha dovuto accettare l'offerta di far sbarcare i migranti nel porto di Minorca, nelle Baleari, dopo aver rifiutato di dirigersi verso il più lontano porto di Algeciras, inizialmente messo a disposizione dal premier Sanchez. L'ipotesi è che la nave venga scortata dalla Guardia costiera italiana fino al porto spagnolo più vicino, con la possibilità di trasferire delle persone a bordo delle navi militari messe a disposizione dal ministro Toninelli.
E mentre il Viminale lavora a una soluzione, cresce la preoccupazione per le condizioni dei migranti a bordo della nave, ridotti nel numero di 107 dopo lo sbarco dei 27 minori non accompagnati avvenuto qualche giorno fa. Come ha sottolineato la presidente di Emergency, Rossella Miccio, i migranti "vivono questo limbo con estrema fatica. Parliamo di persone che hanno vissuto momenti di violenza e soprusi che non riescono a capacitarsi di vedere la terraferma davanti a loro e di non poter sbarcare. Questo stimola momenti depressivi ma anche scatti di rabbia e di autolesionismo".
"Basterebbe portarli presso l'hotspot di Lampedusa, struttura finanziata da fondi europei - prosegue Miccio - sarebbe una soluzione più economica, rapida ed indolore". L'appello di Emergency segue alle dichiarazioni di Oscar Camps, che aveva già sottolineato la difficoltà di rimettersi in mare verso la Spagna, in un viaggio che potrebbe durare circa 3 giorni: "Costerebbe molto meno noleggiare un Airbus con 200 posti per trasferire i migranti della Open Arms in Spagna piuttosto che mandare navi italiane di scorta".
Il fondatore di Open Arms si dice "sorpreso" che la Guardia Costiera abbia offerto i mezzi necessari per il trasbordo dopo aver "appreso che la scorta all'Aquarius - la nave di Sos Mediterranee ed Msf scortata fino a Valencia nel dicembre 2018 nel corso di una vicenda simile - è costata all'erario pubblico 290mila euro solo per una nave delle due navi, la Diciotti".
Ma se la polemica si è concentrata nelle ultime ore sulle modalità e i costi del trasferimento, continua la tensione diplomatica tra Italia e Spagna, in uno scontro politico che ha coinvolto la stessa Ong catalana. Arriva da Madrid la smentita di un accordo tra i due Paesi, come suggerito dalla stessa Open Arms, mentre la vice premier spagnola, Carmen Calvo, ha detto di non capire la posizione dell'organizzazione che avrebbe potuto dirigersi inizialmente a Malta ma ha preferito andare in Italia dopo la sentenza del Tar che ha permesso l'ingresso nelle acque italiane, e "che continua a rifiutare l'offerta del governo di Madrid di dirigersi verso il porto sicuro spagnolo più vicino", nonostante il divieto irremovibile del ministro Salvini, che insiste per svolgere l'intera operazione di trasbordo e trasferimento in mare per evitare che i migranti sbarchino a Lampedusa.
Le dichiarazioni di Calvo - che Open Arms ha definito una "una sceneggiata mediatica" - hanno dato il via a nuove reazioni politiche e posizioni contrastanti. Se Giorgia Meloni su facebook ha puntanto il dito contro la Ong che avrebbe preferito dirigersi verso Lampedusa per "un chiaro disegno contro l'Italia, indebolita da un governo che fa il gioco di Ong e trafficanti di uomini", la ministra della difesa spagnola, Margarita Robles, ha attaccato in una conferenza stampa a Madrid la politica migratoria italiana, definendola "assolutamente xenofoba, al margine della Ue, con comportamenti contrari a quelle che devono essere le norme minime del diritto internazionale, comunitario e del mare".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 20 agosto 2019
Anni Lanz è una pensionata svizzera di 73 anni. Si occupa dei diritti dei rifugiati dal 1985. Domani a Sion si svolgerà il processo d'appello contro la sentenza di primo grado del 10 dicembre 2018, che ha condannato Anni al pagamento di 800 franchi svizzeri (circa 736 euro). Il "reato" di Anni Lanz si chiama solidarietà, ai sensi dell'articolo 116 della Legge sugli stranieri che sanziona la "agevolazione dell'ingresso illegale in Svizzera". Anni si è presa cura di un afgano conosciuto in un centro di espulsione di Basilea. Era arrivato in Svizzera, dove risiedeva la sorella, dall'Italia. Sua moglie e il loro figlio erano stati uccisi in patria in un attentato. Era in condizioni mentali critiche e aveva tentato il suicidio.
Applicando il regolamento di Dublino, le autorità svizzere lo avevano rinviato in Italia, paese di primo arrivo. Quando Anni ha saputo che il Centro per i richiedenti asilo registrati di Milano non poteva accoglierlo perché era pieno e che lui dormiva in strada, con una temperatura di quasi meno 10 gradi, è partita subito per l'Italia. Lo ha trovato alla stazione di Domodossola, con un principio di congelamento, e lo ha fatto salire in macchina. Al confine di Gondo la polizia li ha fermati. Anni non ha commesso alcun reato. Soccorrendo un richiedente asilo traumatizzato e che dormiva all'addiaccio con la temperatura sotto zero ha mostrato un comportamento compassionevole, altro che criminale.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 20 agosto 2019
Il sito missilistico Nato di Deveselu in Romania, facente parte del sistema statunitense Aegis di "difesa missilistica", ha terminato "l'aggiornamento" iniziato lo scorso aprile. Lo comunica la Nato, assicurando che "esso non ha conferito alcuna capacità offensiva al sistema", il quale "rimane puramente difensivo, focalizzato su potenziali minacce provenienti dall'esterno dell'area euro-atlantica".
Il sito di Deveselu è dotato (secondo la descrizione ufficiale) di 24 missili, installati in lanciatori verticali sotterranei, per l'intercettazione di missili balistici a raggio corto e intermedio. Un altro sito, che entrerà in funzione nel 2020 nella base polacca di Redzikowo, sarà anch'esso dotato di tale sistema. Lanciatori dello stesso tipo sono a bordo delle quattro navi della US Navy che, dislocate nella base spagnola di Rota, incrociano nel Mediterraneo, Mar Nero e Mar Baltico.
La dislocazione stessa dei lanciatori mostra che il sistema è diretto non contro la "minaccia iraniana" (come dichiarano Usa e Nato), ma principalmente contro la Russia. Che il cosiddetto "scudo" non sia "puramente difensivo", lo spiega la stessa industria bellica che lo ha realizzato, la Lockheed Martin. Essa documenta che il sistema è "progettato per installare qualsiasi missile in qualsiasi tubo di lancio", per cui è adatto a "qualsiasi missione di guerra", compreso "l'attacco a obiettivi terrestri".
La Lockheed Martin specifica che i tubi di lancio di maggiori dimensioni possono lanciare "i più grandi missili come quelli di difesa contro i missili balistici e quelli per l'attacco a lungo raggio". Ammette quindi, nella sostanza, che le installazioni in Romania e Polonia e le quattro navi del sistema Aegis possono essere armate non solo di missili anti-missile, ma anche di missili da crociera Tomahawk a testata nucleare capaci di colpire obiettivi a migliaia di km di distanza. Come documenta il Servizio di ricerca del Congresso (24 luglio 2019), le quattro navi Usa che "operano in acque europee per difendere l'Europa da potenziali attacchi di missili balistici", fanno parte di una flotta di 38 navi Aegis che nel 2024 saliranno a 59.
Nell'anno fiscale 2020 vengono stanziati 1,8 miliardi di dollari per il potenziamento di tale sistema, compresi i siti in Romania e Polonia. Altre installazioni terrestri e navi del sistema Aegis verranno dislocate non solo in Europa contro la Russia, ma anche in Asia e nel Pacifico contro la Cina. Secondo i piani, il Giappone installerà sul proprio territorio due siti missilistici forniti dagli Usa, Corea del Sud e Australia acquisteranno dagli Usa navi dello stesso sistema.
Per di più, nei tre mesi in cui le attrezzature di Deveselu sono state portate negli Usa per essere "aggiornate", è stata dislocata nel sito in Romania una batteria missilistica mobile Thaad dell'Esercito Usa, in grado di "abbattere un missile balistico sia dentro che fuori dell'atmosfera", ma anche in grado di lanciare missili nucleari a lungo raggio. Rimesso in funzione il sistema Aegis - comunica la Nato - la Thaad è stata "ridispiegata". Non specifica dove. Si sa però che l'esercito Usa ha dispiegato batterie missilistiche di questo tipo da Israele all'isola di Guam nel Pacifico. Alla luce di questi fatti, nel momento in cui gli Usa stracciano il Trattato Inf per installare missili nucleari a medio raggio a ridosso di Russia e Cina, non stupisce l'annuncio - fatto a Mosca dal senatore Viktor Bondarev, capo della Commissione Difesa - che la Russia ha dispiegato in Crimea bombardieri da attacco nucleare Tu-22M3. Quasi nessuno però se ne preoccupa dato che, in Italia e nella Ue, tutto questo è nascosto dall'apparato politico-mediatico.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 20 agosto 2019
I migranti esasperati al diciottesimo giorno sulla nave. La presidente di Emergency: "Una polveriera che può esplodere". "Io non capisco", continua a ripetere Maria, rannicchiata in un angolo del ponte della Open Arms. "Non capisco perché ci rifiutano ancora", dice allo psicologo di Emergency, Alessandro Di Benedetto.
È l'ennesimo rifiuto per Maria, 30 anni, della Costa d'Avorio. Racconta che quando è diventata cristiana, la sua famiglia l'ha cacciata via da casa. "Per questo sono partita - dice - e non sapevo ancora cosa mi aspettava". In Libia, è stata arrestata. "Mi picchiavano continuamente, un giorno hanno provato a violentarmi. Ma io ho resistito con tutte le mie forze. E allora per vendetta mi hanno buttato dell'olio bollente sulle gambe". Da quel giorno, Maria cammina con difficoltà.
Poi, a luglio, è stata scaricata una bomba sul centro di detenzione per migranti dove era imprigionata la giovane donna. A Tajoura sono morte 44 persone, 130 sono rimaste ferite. Quel giorno, Maria è fuggita dalla prigione. E dopo qualche tempo è riuscita a salire su un barcone che doveva portarla in Italia.
A bordo della Open Arms, ci sono uno psicologo e un mediatore di Emergency, che parlano di continuo con i migranti. "Come la donna fuggita dalla Costa d'Avorio, anche gli altri non comprendono cosa stia succedendo", dice il dottore Di Benedetto. Non lo comprende un giovane universitario siriano, all'ultimo anno della facoltà di Ingegneria civile. "È sfuggito a tre attentati kamikaze". L'ultima volta, si è salvato grazie a un padre che ha avuto la prontezza di portare lontano la sua famiglia. E anche lui, che era lì accanto, in strada.
"La situazione a bordo è davvero molto critica, una pentola a pressione", la definisce Rossella Miccio, la vulcanica presidente di Emergency, anche lei sulla Open Arms. "Siamo di fronte a persone che vivono questo limbo con estrema fatica. Hanno vissuto momenti di violenza e soprusi, adesso non riescono a capacitarsi di vedere la terraferma davanti a loro e di non potere sbarcare. Questo stimola momenti depressivi, ma anche scatti di rabbia e di autolesionismo".
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 20 agosto 2019
La deforestazione è cresciuta a luglio del 278% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Lettera congiunta di otto stati che ospitano parte della foresta dopo che Germania e Norvegia hanno sospeso i finanziamenti. La guerra scatenata dal governo Bolsonaro contro l'Amazzonia e gli altri ecosistemi del paese sta già producendo le prime pesanti conseguenze a livello internazionale. Grande scalpore ha suscitato infatti la decisione della Germania prima e della Norvegia poi di congelare i finanziamenti al Fondo Amazzonia con cui i due paesi hanno sostenuto negli ultimi 10 anni progetti mirati a promuovere la conservazione e l'uso sostenibile della più grande foresta pluviale del mondo. Una misura in polemica con la politica di Bolsonaro sul fronte della deforestazione, cresciuta a luglio del 278% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Il presidente ha reagito a modo suo: "Possono usare i loro soldi come meglio credono, il Brasile non ne ha bisogno". E ancora: "La Norvegia non è quella che ammazza le balene lassù al Polo Nord? E che sempre lì sfrutta il petrolio?", ha commentato postando peraltro immagini della caccia alle balene nelle isole Faroe appartenenti alla Danimarca. "Prendano quei soldi e diano una mano ad Angela Merkel a riforestare la Germania". Ma i governatori degli stati brasiliani che ospitano parte della foresta amazzonica (Acre, Amapá, Amazonas, Maranhão, Mato Grosso, Pará, Rondônia, Roraima e Tocantins) sono di tutt'altro avviso. Tant'è che, in una nota divulgata dal governatore di Amapá Waldez Goes, affermano di voler dialogare "direttamente con i paesi finanziatori", definendosi "difensori incondizionati del Fondo Amazzonia".
La sospensione dei contributi della Germania e della Norvegia (rispettivamente di 31 e di 27 milioni di euro) potrebbe però essere solo l'inizio. Benché in realtà sul fronte ambientale i governi virtuosi siano rarissime eccezioni - e anche i pochi che lo sono entro i confini nazionali non si preoccupano poi di devastare ecosistemi altrui - il Brasile di Bolsonaro sta infatti diventando decisamente, come denuncia la stampa di opposizione, "un paria internazionale".
Non a caso, due dei principali giornali tedeschi, Der Spiegel e Die Zeit, invocano apertamente sanzioni contro il paese: "L'Europa - scrive Der Spiegel - non può restarsene a braccia conserte mentre un negazionista climatico, mosso dall'odio, sacrifica vaste aree di foresta a favore di pascoli per l'allevamento e piantagioni di soia". E Die Zeit va oltre, sollecitando un intervento "là dove fa più male": "Che senso ha tagliare i fondi per la conservazione delle foreste a un governo che non ha alcun interesse a preservarle?".
Molto meglio colpire "gli interessi economici dei suoi esportatori, a cominciare dai fazendeiros che vendono carne e soia a larga scala a metà del mondo". Proprio ciò che non ha voluto fare la Commissione Ue riguardo all'accordo raggiunto il 28 giugno con il Mercosur, ignorando completamente la richiesta, da parte di 340 organizzazioni europee e latinoamericane, di "inviare un segnale inequivocabile" al governo Bolsonaro, sospendendo "immediatamente" i negoziati in attesa di un deciso cambio di passo rispetto, tra l'altro, alla lotta contro la deforestazione.
di Antonio Curci
ilmessaggeroitaliano.it, 19 agosto 2019
Il clima d'odio che da qualche tempo avvolge la nostra società, purtroppo, rende insensibile e talvolta disumano il nostro atteggiamento verso coloro che hanno sbagliato. Un conto è la certezza della pena e la sua giusta espiazione, un altro è invece il sentimento di vendetta che serpeggia sempre più fra gli italiani e che scatena sovente i più bassi istinti nel giudizio dei fatti e delle persone. Chi ha sbagliato deve pagare per il suo errore, ma ha il diritto inalienabile di vivere la sua pena in un contesto rispettoso della sua dignità di uomo. Purtroppo le carceri italiane continuano ad essere affollate e pregne di problemi.
di Giacomo Galeazzi
interris.it, 19 agosto 2019
I risultati dei tre giorni del tour di parlamentari e avvocati in 70 luoghi di detenzione italiani. Le criticità delle carceri sono legate alla mancanza di una riforma del sistema giustizia e dell'ordinamento penitenziario. Nessuno dei governi né di destra né di sinistra pongono al tema la giusta attenzione".
di Cristina Antonutti
Il Gazzettino, 19 agosto 2019
Letti a castello su tre livelli per riuscire ad accogliere le 30 persone di troppo. Visita di Ferragosto promossa da radicali e Unione Camere penali evidenzia le criticità: spazi e sovraffollamento i problemi principali. Sessantotto detenuti stipati in due sezioni, celle con letti a castello fino a tre posti e soltanto quattro docce.
È questa la situazione fotografa dalla sezione di Pordenone dell'Unione Camere penali grazie all'iniziativa Ferragosto in carcere promossa con il Partito radicale. Ieri mattina gli avvocati Esmeralda Di Risio, che fa parte del direttivo della Camera penale e Sarah Soveri, delegata dell'Osservatorio carcere dell'Unione, guidate dal sovrintendente capo Francesco Bonato hanno visitato il Castello.
La struttura ha una capienza di 38 persone, ma ieri i detenuti erano 68, suddivisi in due sezioni (comuni e protetti, dove viene accolto chi è accusato di omicidio o reati sessuali): 32 stanno scontando una condanna definitiva, 28 sono in attesa di giudizio e otto del processo d'appello. Sei - di cui due sottoposti a terapia con metadone - sono tossicodipendenti; due i detenuti sieropositivi; tre i malati di epatite C e due di epatite B; tre i casi psichiatrici certificati; 27 - soprattutto immigrati traumatizzati da guerre e violenze - possono contare su un supporto medico-psicologico. Gli stranieri sono 34.
Al sovraffollamento si aggiunge la carenza di personale e risorse. Gli agenti di polizia penitenziaria sono 50, di cui 5 appena arrivati a Pordenone. Entro la fine dell'anno, tra trasferimenti e pensionamenti, in quattro lasceranno la città. "Gli agenti - spiegano Di Risio e Soveri - sono sacrificati, fanno turni massacranti, nonostante ciò hanno creato un clima di serenità e rispetto".
La visita è cominciata dal piano terra, dove si trovano la sezione comuni, la biblioteca e il cosiddetto passeggio, il cortile dell'ora d'aria, dove c'è anche un tavolo di ping pong. In questo spazio i detenuti delle due sezioni non possono incrociarsi, per cui l'ora d'aria viene organizzata su due turni. Le celle? Dovrebbero garantire tra i 3/4 metri quadrati di spazio per ogni ospite, in realtà i letti a castello hanno anche tre livelli. Ogni stanza è dotata di water e lavandino, ma non c'è acqua calda. Le docce, invece, sono solo quattro e per usarle servono 17 turnazioni.
Le due legali pordenonesi hanno parlato con loro attraverso le grate, mentre era in corso la distribuzione di mele e uova. Avevano la sensazione di essere delle intruse. "La nostra visita non era stata annunciata - spiegano - Abbiamo avuto la sensazione di essere entrate nelle loro case senza suonare alla porta. Siamo abituate a incontrarli nella sala colloqui, ma stavolta è stato diverso, sembrava di violare la loro intimità". Nelle celle magliette appese ad asciugare, foto di bambini, mogli e fidanzate. "Si respirava aria di casa - affermano - Grazie al personale del carcere i detenuti possono mantenere la propria dignità. Se si tralasciano i problemi strutturali del carcere, c'è il clima di grande rispetto".
Esmeralda Di Risio e Sarah Soveri sono rimaste colpite dal livello di pulizia. "Da questo punto di vista nessun rilievo", affermano. I detenuti si danno da fare per mantenere le celle in ordine. In otto, tra l'altro, lavorano per l'amministrazione penitenziaria: due in cucina, uno ricopre il ruolo di spesino (raccoglie la lista delle necessità degli altri compagni), tre fanno gli scopini (pulizie), altri ancora si occupano di manutenzione. Ieri dalla cucina usciva un buon profumo: poco prima di mezzogiorno erano pronte le teglie con il pasticcio. In infermeria non c'erano pazienti (ogni mese vengono garantite 30 visite in ospedale). La cella di isolamento era vuota e quella antica (la segreta del Castello) è stata trasformata in magazzino.
Oltre alla sala perquisizioni e alla stanza per il rilievo del Dna, c'è poi una stanza usata per l'ora d'aria quando piove. Sui muri i detenuti hanno dipinto qualche scorcio di libertà, tra cui un'enorme spiaggia con l'ombrellone: la dicitura informa che si chiama Bagni Castello ed è una spiaggia libera dalle 8 alle 20: dalle 24 diventa discoteca! Qualcuno ha dipinto una moschea, altri Gesù, alberi e uccelli. Un'intera parete è decorata con bandiere, a rappresentare le varie nazionalità rinchiuse in Castello.
"Adesso ci impegneremo per la nomina di un Garante"
"Ci impegneremo per fare in modo che anche a Pordenone ci sia un Garante per le persone private della libertà". È la promessa di Esmeralda Di Risio e Sarah Soveri al termine della visita di Ferragosto in carcere per conto dell'Unione Camere penali. Il pensiero va soprattutto ai diritti dei detenuti e in particolare ai percorsi che dovrebbero aiutarli a reintegrarsi nella società a fine pena. A Pordenone ci sono corsi di alfabetizzazione (scuola elementare e media), di cucina, disegno, mosaico, legatoria e inglese. Due educatori sono sempre a disposizione.
"Il problema - spiegano i due avvocati - è che non ci sono né risorse sufficienti né spazi adeguati per ospitare i corsi". In passato, ad esempio, c'era il Progetto verde. I detenuti curavano l'orto, raccoglievano e consumavano i prodotti. Il progetto è fallito perché non c'erano fondi per portarlo avanti e non c'erano sufficienti agenti di polizia penitenziaria per vigilare i detenuti che si occupavano dell'orto e delle piante officinali (lo spazio era all'aperto, in un'area dove il muro di cinta è un po' più basso, pertanto i detenuti dovevano essere controllati durante le loro attività). Di quell'esperienza restano le piante di lavanda che adesso hanno raggiunto la fioritura massima e i tanti roseti.
di Andrea Magagnoli
Italia Oggi, 19 agosto 2019
Le dichiarazioni dell'imputato del reato di bancarotta non assumono alcuna efficacia probatoria nel corso del procedimento penale. La Corte di cassazione con la sentenza 19719/2019, pone il principio di diritto, per il quale nel caso di contestazione del reato di bancarotta le eventuali dichiarazioni dell'imputato non siano di per sé sole idonee ad escludere la configurabilità della condotta illecita.
Il Sole 24 Ore, 19 agosto 2019
Impugnazioni penali - Ricorso per cassazione - Vizio di travisamento della prova - Contenuto. La previsione del vizio di travisamento della prova, lungi dal consentire di denunciare in sede di legittimità il "travisamento del fatto" da parte del giudice del merito, ha la funzione di rimediare a errori commessi da parte di quest'ultimo nel considerare una prova in realtà inesistente o nell'omettere una prova presente nel compendio processuale, purché l'errore sia in grado di disarticolare il costrutto argomentativo della sentenza impugnata per l'intrinseca incompatibilità degli enunciati e abbia comunque un oggetto definito e non opinabile.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza luglio 2019 n. 32389.
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