di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 1 luglio 2019
Fedriga: se non si fermano i migranti, necessario chiudere i punti critici. Il M5S: mai. Il governatore del Friuli-Venezia Giulia: Schengen deve funzionare. In settimana parlerò del piano con Salvini.
Giuseppe Conte è radicalmente contrario. Per il presidente del Consiglio il muro in stile Trump e Orbán, vagheggiato dalla Lega per fermare i migranti al confine tra Italia e Slovenia, semplicemente "non si può fare".
Allo stesso modo la pensa il capo politico dei 5 Stelle Luigi Di Maio, che ha affidato al deputato giornalista Emilio Carelli il compito di stoppare i piani degli alleati. "Non è alzando i muri che si governano i problemi delle migrazioni", è l'altolà dell'ex direttore di Sky Tg24, che invita il Carroccio a smetterla di inseguire i titoli dei giornali per mettersi a lavorare "seriamente alla soluzione di questo dramma epocale, con umanità e serietà".
L'idea lanciata dal presidente del Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, disegna l'ennesima crepa nella maggioranza di governo, Lega a favore e Movimento contro. Per il Carroccio i migranti bisogna fermarli fisicamente, prima che entrino nel territorio italiano. I 5 Stelle, che pure sulla Sea Watch si sono allineati alle scelte di Salvini, spronano a lavorare nei Paesi di origine dei flussi migratori, per combattere le cause che spingono milioni di persone a fuggire dalle guerre e dalla fame. Per dire quale sia l'umore nel M5S nei confronti dell'ultima trovata leghista basta la battuta del presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia: "Una coglionata pazzesca, la derubrico subito così".
Il problema, per la tenuta dell'alleanza gialloverde, è che Salvini sta seriamente pensando di andare avanti. "Per adesso è soltanto un'ipotesi", ha spiegato ai dirigenti del partito. Ma un'ipotesi assai concreta, visto che in settimana ne parlerà con Fedriga al Viminale. Intervistato dal Fatto quotidiano di ieri, il "governatore" aveva confermato l'ipotesi trumpiana parlando di "un muro o altro" per "fermare l'ondata migratoria che avanza attraverso altri Paesi dell'Ue", se l'Europa non tutelerà i nostri confini. Indignata la reazione delle opposizioni, con il verde Angelo Bonelli che boccia la suggestione di un "muro della vergogna".
Per la dem Debora Serracchiani, già presidente del Friuli-Venezia Giulia, si tratta di "una follia". L'ex premier Paolo Gentiloni accusa Salvini di "giocare con il muro in Slovenia" ed Enrico Letta, altro predecessore di Conte a Palazzo Chigi, pensa si tratti della "bischerata di giornata per non parlare della crescita zero, delle crisi industriali, della Capitale al tracollo o dei giovani italiani che vanno via".
All'ora di pranzo, intervistato da Lucia Annunziata, Fedriga corregge il tiro senza però smentire il progetto. "Sulla stampa si sono presi una grande licenza poetica", precisa a In 1/2 ora in più il presidente del Friuli-Venezia Giulia, sottolineando come i 243 chilometri di cui si parla nell'intervista al Fatto "non sono nemmeno il confine tra Italia e Slovenia" (che è di 232 chilometri).
Poi però Fedriga conferma le intenzioni di Salvini di realizzare una barriera per fermare i migranti all'altezza dei boschi carsici del confine triestino, che sono facilmente attraversabili: "Che ci sia allo studio la possibilità di barriere nei punti più critici lo valuteremo". Insomma, la Lega chiede all'Europa di rispettare gli accordi di Schengen e presidiare i confini, altrimenti il piano scatterà. "Noi non vogliamo fare muri - avverte Fedriga su Rai3 - Ma se non si rispettano le regole, allora si alzano i muri, delle barriere nelle tratte più frequentate".
di Claudio Magris
Corriere della Sera, 1 luglio 2019
Sembra che una parte del Governo voglia ledere l'esistenza di noi triestini. È una piccola tessera dello sdrucito mosaico della politica verso i migranti. C'è chi ha nostalgia della Cortina di Ferro e magari pure del Muro di Berlino; chi ha concretamente vissuto all'ombra di quei muri ne ha un po' meno e considera ad esempio una carnevalesca e cupa regressione ai fantasmi del passato l'idea di sbarrare di nuovo la frontiera, a Trieste, tra Italia e Slovenia.
Quando ero un ragazzino la frontiera, vicinissima, non era una frontiera qualsiasi, bensì una frontiera che divideva in due il mondo - la Cortina di Ferro. Io vedevo quella frontiera sul Carso, quando andavo a passeggiare e a giocare. Dietro quella frontiera c'era un mondo sconosciuto, immenso, minaccioso; il mondo dell'Est sotto il dominio di Stalin, un mondo in cui non si poteva andare, perché la frontiera, in quegli anni, era invalicabile, almeno fino al 1948, sino alla rottura tra Tito e Stalin e sino alla successiva normalizzazione dei rapporti tra Italia e Jugoslavia.
Era l'Est - l'Est così spesso ignorato, rifiutato, temuto, disprezzato. Ogni Paese ha il suo Est da respingere. Ma quel mondo dietro la frontiera era anche un mondo che conoscevo bene, perché si trattava di terre che avevano fatto parte dell'Italia e che la Jugoslavia aveva occupato alla fine della seconda guerra mondiale; terre in cui ero stato da bambino, quindi un mondo familiare, noto.
In qualche modo sentivo che dietro la frontiera c'era un qualche cosa di noto e di ignoto e credo che la vita sia sempre, consapevolmente o no un viaggio dal noto all'ignoto e viceversa, partenze e ritorni a luoghi materiali e del cuore ogni volta nuovi. Quella chiusura divideva allora anche italiani da italiani e sloveni da sloveni; amputava l'esistenza come una cicatrice sempre fresca. Ora sembra che una parte del Governo italiano voglia rialzare le sbarre e ledere la nostra esistenza, l'esistenza di noi che viviamo a Trieste. È una piccola tessera del grande, sdrucito e sporco mosaico della politica nei confronti del problema dei migranti. A parte le considerazioni generali d'ordine anzitutto umano e certo anche politico nei confronti del grande problema dei migranti, si tratta di una tessera assurda, un cerotto che non fermerebbe nulla e solo irriterebbe la pelle di chi se lo trovasse appiccicato addosso.
La realtà, la nostra vita quotidiana a Trieste è una realtà transfrontaliera, un'esistenza che pressoché ignora quel confine di Stato e lo valica di continuo come si valica il limite di un rione per andare a fare acquisti, a tuffarsi in mare in un'altra spiaggia, andare a cena, passeggiare in un bosco o in un altro adiacente. Tutto ciò non cancella la dolorosa, colpevole e intricata Storia che ha creato quel confine - la violenza nazionalista, fascista e non solo fascista, italiana nei confronti degli slavi, la vendetta di questi ultimi indiscriminata e ingiusta come è spesso la vendetta, gli esodi come quello istriano, il confine invisibile fra italiani e sloveni nella stessa città.
Tutto ciò soffocava la vita di Trieste, spingeva molte delle sue forze migliori ad abbandonare la città. Una delle mie fortune è stata quella di essere - in quegli anni ciechi, come li definisce Quarantotti Gambini - ancora un ragazzo che l'età proteggeva dal senso pesante di chiusura e di un grigio futuro. Da tanti decenni la situazione è migliorata; l'atmosfera è divenuta più aperta e più libera e non solo nei rapporti tra italiani e sloveni, oggi tanto più vivi e sereni, ma in generale nell'esistenza della città, nella qualità della sua vita.
Rialzare sbarre significherebbe ottundere questa vitalità, questo piacere di vivere e non si vedono orde immani in arrivo tali da giustificare la trasformazione di una città in una caserma, in cui giustamente è vietato l'ingresso a chi non è un soldato. La città, oggi, non è una città invasa; il riciclaggio del denaro sporco, di cui mi diceva un funzionario della Questura, che vede nascere e sparire di continuo ristoranti e ritrovi, è più pericoloso dei neri che cercano di vendere occhiali o, nei giorni di pioggia, ombrelli. Non è solo in nome dell'accoglienza e della fraternità umana che è insensato rialzare quelle sbarre; in questo caso le sbarre rialzate colpirebbero non solo i disperati in cammino, ma anche la stessa qualità di vita.
di Alessandra Colarizi
Il Fatto Quotidiano, 1 luglio 2019
È la conclusione a cui è giunto il China Tribunal, organo indipendente istituito a Londra lo scorso anno per accertare l'attendibilità delle rassicurazioni con cui dal 2015 Pechino sostiene di aver bandito il prelievo degli organi dai condannati.
L'espianto di organi ai detenuti della Falun Gong continua tutt'oggi. È la conclusione a cui è giunto il China Tribunal, organo indipendente istituito a Londra lo scorso anno per accertare l'attendibilità delle rassicurazioni con cui dal 2015 Pechino sostiene di aver bandito il prelievo degli organi dai condannati.
Il panel di esperti diretto da Sir Geoffrey Nice QC, ex pubblico ministero del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia, ha dichiarato di aver raccolto sufficienti elementi per confermare all'unanimità l'utilizzo sistematico degli espianti sui prigionieri di coscienza negli ultimi venti anni.
Stando alle indagini - supportate a titolo gratuito da medici, testimoni e attivisti - non solo "non vi è alcuna prova che la pratica sia stata interrotta". Il tribunale è persino convinto che le violazioni "stiano continuando su scala significativa".
Letteralmente: "la conclusione delle ricerche mostra che moltissime persone hanno perso la vita in modo indescrivibilmente orribile senza alcuna ragione, che altre potrebbero soffrire allo stesso modo e che tutti noi viviamo su un pianeta in cui estrema malvagità risiede nel potere di coloro che, per il momento, governano un paese con una delle più antiche civiltà a memoria d'uomo".
Citando in maniera esplicita il coinvolgimento di "organizzazioni e individui sostenuti dal governo" cinese, l'inchiesta individua nelle minoranze etniche e religiose la categoria sociale più colpita. Una menzione particolare viene dedicata alla Falun Gong, setta spirituale che unisce i precetti buddhisti alla meditazione e semplici esercizi di qigong, messa al bando da Pechino negli anni 90 a causa delle dirompente popolarità riscossa anche tra l'élite comunista.
Secondo il tribunale, i praticanti della disciplina costituiscono la principale fonte di organi sul mercato nero. Meno chiara, invece, l'entità del coinvolgimento delle minoranze uigura, tibetana e cristiana, definite nel rapporto "vulnerabili". Stando alle testimonianze rilasciate da uiguri e membri della Falun Gong, i detenuti vengono frequentemente sottoposti a visite mediche ed esami vari per accertarne lo stato di salute, sebbene non vi siano prove evidenti che i check-up siano funzionali agli espianti.
Il prelievo degli organi è stato per anni associato al sistema dei laogai, campi di lavoro in cui venivano internati condannati per reati minori e prigionieri di coscienza - secondo varie fonti - sottoposti a tortura e rieducazione politica. Pechino ha formalmente abolito la pratica nel 2013, ma le organizzazioni per la difesa dei diritti umani ne denunciano la sopravvivenza sotto nuove forme.
Il caso più eclatante è quello delle "scuole di formazione" introdotte in chiave anti-terrorismo nella regione islamica del Xinjiang, dove stime indipendenti ritengono siano rinchiusi oltre 1 milione di uiguri. Pur non disponendo di prove definitive a riguardo, il China Tribunal conferma il "rischio" che anche i musulmani dello Xinjiang finiscano vittima degli espianti.
Quello dei prelievi forzati è un problema di vecchia data oltre la Muraglia. Per motivi di carattere religioso e culturale, nella Repubblica popolare, i donatori sono pochissimi, tanto che gli organi provenienti dai detenuti giustiziati hanno supplito per anni a circa due terzi delle operazioni. Sebbene la pratica sia stata ufficialmente vietata nel 2015, ad oggi non esiste ancora nessuna legge o regolamento che permetta di debellare completamente l'usanza.
Secondo stime del tribunale di Londra, ogni anno in Cina avvengono fino a 90.000 trapianti, decisamente più di quanto sostenuto dalle fonti governative, nel 2016 ancora ferme a quota 10.000. Invitato dalla Pontifica Accademia delle Scienze a partecipare al summit contro il traffico di organi, nel febbraio 2017 l'ex ministro della Sanità Huang Jiefu, oggi a capo della Commissione per la Donazione degli Organi cinese, ha ammesso che - nonostante la "tolleranza zero" - la vastità della popolazione cinese è tale da motivare una parziale violazione dei divieti.
Ciononostante, negli ultimi anni, gli sforzi messi in atto dalle autorità hanno portato a un incremento delle donazioni volontarie.
Un fenomeno velocizzato dalla rivoluzione digitale intrapresa dal gigante asiatico. Stando al Washington Post, oltre 230mila persone risultano iscritte a un'app che attraverso Alipay mette in contatto donatori e destinatari compatibili. Rispondendo alle accuse del China Tribunal, l'ambasciata cinese oltremanica aveva dichiarato ancora in corso d'indagine che "il governo cinese segue sempre i principi guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sul trapianto di organi umani e negli ultimi anni ha rafforzato la gestione del sistema. Speriamo che il popolo britannico non si lasci ingannare da voci infondate".
di Gianni Sartori
notiziegeopolitiche.net, 1 luglio 2019
Arrestato e imprigionato nel luglio 2018 nel corso delle manifestazioni anti-regime, Alireza Shir-Moahammd-Ali è stato condannato a otto anni di carcere. Il 10 giugno due detenuti comuni condannati a morte (un assassino e un trafficante di droga, due persone oltremodo ricattabili) lo hanno aggredito e colpito con una quarantina di pugnalate.
Alireza, insieme ad un altro detenuto politico (Barzan Mohammadi, a sua volta ferito dai due) era in sciopero della fame per chiedere di essere detenuto in un reparto separato. Anche l'anarchico Soheil Arabi, ugualmente in sciopero della fame e recentemente ricoverato in ospedale, dove si teme venga sottoposto all'alimentazione forzata, era stato ripetutamente percosso da prigionieri comuni.
Le aggressioni sarebbero state commissionate - e coperte - dalle autorità carcerarie. Al momento dei fatti nessuna guardia era presente nel reparto e i telefoni risultavano tutti disattivati. Il 24 giugno la condanna a morte per Soghra Khalili (36 anni, madre di due figli) è stata confermata. La donna, curda, si trova rinchiusa nella prigione di Danandaj nel Kurdistan iraniano (Rojhelat). L'inizio della sua detenzione risale al giugno 2012. La colpa, secondo i giudici, aver ucciso l'uomo che voleva violentarla.
Il marito, Omid Badri, ha dichiarato: che "La condanna alla pena capitale risale al 2015, ma l'omicidio commesso da mia moglie era per difendere la sua dignità. Quell'uomo l'aveva molestata in continuazione, in maniera assillante, finché lei non ne ha potuto più. Tutti gli abitanti del nostro villaggio sanno bene che quella persona, Ali, aveva ugualmente molestato molte altre donne sposate".
Forse ci sarebbe una possibile via d'uscita, ossia versare quello che viene definito "il prezzo del sangue", ma la famiglia di Soghra non è in grado di pagare e per questo, ha spiegato suo marito "abbiamo bisogno dell'aiuto di persone generose".
Al momento sono almeno 89 le donne impiccate durante il mandato di Rohani. L'ultima è stata Fatemeh Nassiri, il 19 giugno 2019 nel carcere di Gohardasht. Come in Turchia, anche in Iran i curdi sono sottoposti a discriminazioni e vedono i loro diritti religiosi, culturali ed economici, regolarmente violati. Sono soprattutto le minoranze religiose, principalmente quelle curde, che subiscono misure atte a isolarle ed emarginarle. Inoltre i curdi dell'Iran (circa 12 milioni) vengono discriminati in ambito lavorativo, abitativo e politico
di Francesco Tortora
Corriere della Sera, 1 luglio 2019
Il rapporto delle Nazioni Unite. La produzione di cocaina batte tutti i record. Lo confermano le statistiche presentate nel "World Drug Report 2019", l'annuale rapporto pubblicato dall'Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc).
Secondo lo studio il 2017, anno al quale il rapporto fa riferimento, è stato l'anno d'oro della produzione di cocaina che ha registrato un aumento del 25% rispetto all'anno precedente. In totale sono state prodotte 1.976 tonnellate di polvere bianca. Queste cifre confermano un trend già manifestatosi nel 2016 quando la produzione di cocaina aveva registrato un aumento di un quarto rispetto all'anno precedente.
La produzione. Uno dei motivi del boom è legato all'estensione delle colture in Colombia. Nel Paese sudamericano infatti si registra il 70% della produzione mondiale di cocaina e i terreni in cui si coltivano piante di coca sono aumentate del 17% nel 2017: è una delle conseguenze dell'accordo di pace concluso nel 2016 tra il governo e le Farc, che ha permesso ai criminali di prosperare anche in territori precedentemente controllati dai guerriglieri.
Il boom della domanda in Occidente - Il motivo principale del boom è l'aumento della domanda in Occidente. La cocaina prodotta è assorbita principalmente dai mercati nordamericano ed europeo. È difficile misurare con precisione il livello di consumo, ma il rapporto stima che ci siano circa 18,1 milioni di persone che facciano uso della polvere bianca ovvero lo 0,4% della popolazione mondiale che ha tra i 18 e i 64 anni.
I consumatori nel mondo - Un alto consumo di cocaina si registra in Oceania (Australia e Nuova Zelanda, 2,2% della popolazione), America del Nord (2,1%), Europa (1,3%) e Sudamerica (1 %). In tutte queste sotto-regioni - si legge nel rapporto - negli ultimi anni la richiesta e il consumo di cocaina è aumentato sensibilmente.
I sequestri - I sequestri di cocaina nel 2017 sono aumentati del 13% rispetto all'anno precedente, anche grazie alla migliore cooperazione internazionale, raggiungendo le 1.276 tonnellate.
Il declino dell'oppio - Secondo il rapporto delle Nazione Unite la produzione di oppio è crollata per la prima volta in due decenni, con un calo del 25%. In totale, nell'anno 2018, sono state prodotte 7.790 tonnellate di oppio. Il declino è dovuto in particolare ad un calo del 17% del suolo coltivato a papavero in Afghanistan, che rappresenta oltre l'80% della produzione mondiale.
Domanda crescente di oppiacei - Nonostante il calo della produzione, l'uso di oppiacei continua a crescere in tutto il mondo, soprattutto in Nord America. In generale i derivati dell'oppio sono assunti da 53,4 milioni di persone nel mondo e nel 2017 si sono registrate nei soli Stati Uniti 47 mila decessi causati da prodotti sintetici. In particolare l'aumento delle morti negli Usa è dovuto all'uso del fentanyl, un oppiaceo sintetico 50 volte più potente dell'eroina e facilmente reperibile su prescrizione medica.
Cannabis, la droga più richiesta - La cannabis resta la droga più richiesta nel mondo con 188 milioni di consumatori. In diversi Paesi è legalizzata o tollerata. In totale - conclude il rapporto - fanno uso di droghe circa 271 milioni di persone, pari al 5,5% della popolazione globale di età compresa tra i 15 e i 64 anni, mentre si stima che 35 milioni di persone soffrano di disturbi legati all'uso di stupefacenti.
di Luigi Medici
agcnews.eu, 1 luglio 2019
Il presidente dello Sri Lanka, Maithripala Sirisena, ha ripristinato la pena di morte; per l'opposizione lo ha fatto per aumentare le sue possibilità di successo nelle prossime elezioni. Un giorno dopo la reintroduzione della pena di morte in Sri Lanka, sono state confermate due esecuzioni che le autorità carcerarie hanno confermato, riporta Telesur.
Il governo aveva assunto in precedenza due boia. I due sono stati scelti tra 100 candidati, di età compresa tra i 18 e i 45 anni, che attendevano con impazienza l'esecuzione di quattro prigionieri condannati per reati di droga. "Il processo di reclutamento è concluso e due sono stati selezionati. I due poi devono passare attraverso una formazione finale che durerà circa due settimane", ha detto il portavoce delle carceri Thushara Upuldeniya.
Sono passati più di 40 anni da quando è stata eseguita l'ultima esecuzione autorizzata dallo stato. La scorsa settimana, il presidente Maithripala Sirisena aveva annunciato la fine di una moratoria sulla pena di morte in vigore dal 1976, una mossa che, secondo gli analisti politici, avrebbe dovuto aumentare le sue possibilità di rielezione se si presentasse di nuovo alla fine dell'anno. "Ho firmato il documento per giustiziare i narcotrafficanti non con odio e crudeltà verso nessuno, ma per salvare la nazione e la generazione futura dalla minaccia della droga, che è la nostra peggiore catastrofe sociale", ha detto Sirisena.
Un portavoce dell'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, Unodc, ha detto che le convenzioni internazionali sul controllo della droga non possono essere usate per giustificare l'uso della pena di morte solo per i reati legati alla droga. "L'applicazione della pena di morte può anche ostacolare la cooperazione internazionale nella lotta contro il traffico di droga, poiché ci sono leggi nazionali che impediscono lo scambio di informazioni e l'estradizione con paesi che possono imporre la pena capitale per i reati in questione", ha detto l'ufficio del portavoce dell'Unodc.
di Giordano Stabile
La Stampa, 1 luglio 2019
Manca appena mezz'ora al grande appuntamento, alla "marcia del milione" organizzata dall'opposizione sudanese. È mezzogiorno e mezzo e i quartieri centrali di Khartoum sembrano ancora addormentati, mentre sulle grandi vie di scorrimento il traffico si è diradato all'improvviso. Attorno, nelle stradine alberate e polverose, fervono i preparativi.
Ragazzini sbucano dai cortili e cominciano ad ammucchiare pietre, tronchi, per bloccare l'accesso alle auto. Nelle moschee la preghiera di mezzogiorno sta per finire. Di colpo si formano colonne di gente, spuntano cartelli, bandiere. I manifestanti si mettono in marcia, coordinati. Tutte le colonne confluiscono verso la grande arteria di Africa Road.
Diventano un fiume e gli slogan scanditi battono l'aria rovente, che le nubi rendono ancora più spessa. È l'urlo del Sudan, un tuono di rabbia e indignazione rimasto soffocato da quel maledetto 3 giugno, quando i berretti rossi del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto "Hemeti", hanno massacrato centosette persone al sit-in davanti al quartier generale delle Forze armate. Ora gridano tutti in coro e camminano sempre più veloci, quasi in corsa.
"Yasqot Hemeti", "via Hemeti", "yasqot taleta", "via anche il terzo", dopo il dittatore Omar al-Bashir cacciato lo scorso 9 aprile, e dopo il suo successore Ibn Aoff, durato appena pochi giorni. Ci sono tanti giovani, e donne coi loro veli colorati.
Più il fiume si ingrossa, più prende coraggio. La polizia agli incroci resta immobile, i berretti rossi per ora non si vedono. Per raggiungere la testa del corteo bisogna accelerare in macchina attraverso le strade sterrate nei quartieri di Burri e Sahafa.
Le signore anziane stanno sedute davanti alle case, fanno segno di vittoria con due dita. Khartoum è una delle città più recenti, in Medio Oriente, con appena due secoli di storia, ma queste strade appaiono battute dal tempo, modellate dalle piene del Nilo che hanno alzato il livello della careggiata fino al livello delle finestre degli edifici più antichi.
Quando si sbuca a metà di Africa Road la vista è impressionante. Dritta, con otto corsie in totale, corre per chilometri ed è stracolma. Il fiume ora si muove lento. I fuoristrada delle forze di sicurezza - i berretti rossi, ovvero le Rapid Support Forces, e gli uomini dell'Intelligence, o Niss - se ne stanno appartati ma incutono timore. Sono armati con mitragliatrici, lanciarazzi, persino cannoni da 105 millimetri.
"Non ci fanno paura", dice Mohammed, 28 anni, impiegato in una compagnia telefonica. Era al sit-in quel 3 di giugno, ha visto i suoi amici cadere sotto le pallottole: "Correvo, mi giravo, e non c'erano più: ho vissuto tutta la mia vita sotto una dittatura, non me ne starò chiuso in casa, marceremo finché i militari non se andranno".
Lo slogan è martellante. "Madanìa, madanìa", cioè governo civile, governo civile. È la richiesta che l'opposizione, riunita nelle Forze per la liberà e il cambiamento, ribadisce dalla deposizione di Al-Bashir. Finora ha sbattuto contro il muro di gomma e di pallottole della giunta che ha sostituito il raiss. L'ultima proposta, mediata dall'Unione africana e dall'Etiopia, è stata bocciata dai militari sabato. Prevedeva un Consiglio presidenziale di 15 membri e un'Assemblea di 300, che sarebbe stata dominata dall'opposizione.
È un movimento composito, dagli islamici ai comunisti, coagulato attorno ad gruppi di attivisti della società civile, come la Sudanese professionals association. La giunta ha cercato di tagliarle le gambe con il blocco dei social media, strumento principale di organizzazione, e poi con il bagno di sangue del 3 giugno. Sabato era stato le stesso "Hemeti" a lanciare moniti e minacce. Il generale numero due della giunta, già protagonista della repressione in Darfour con i suoi "Diavoli a cavallo", poi trasformati nei "berretti rossi", aveva avvertito che non avrebbe "tollerato nessun atto di vandalismo" e che ogni vittima sarebbe rimasta sulla "coscienza dell'opposizione".
Intimidazioni, per convincere la gente a restare a casa. La marcia del milione ieri le ha spazzate via. Nel primo pomeriggio Africa Road ribolle. Il grosso del corteo si è ammassato davanti alla casa di uno dei "martiri" del 3 giugno. Senza WhatsApp e Messanger, le notizie circolano attraverso chiamate sui telefonini. I morti di ieri sarebbero cinque, tra loro un trentacinquenne colpito al petto nel quartiere di Atbara. I militari diffondono anche fake news, come quella di un cecchino che avrebbe "colpito tre uomini delle Rapid Support Forces".
Un'invenzione per far degenerare la protesta, mentre colonne di fuoristrada bloccano il corteo primi che si avvicini troppo al quartiere generale dell'esercito. Il generale Dagalo, "Hemeti", non vuole però forzare la mano. Come spiega un fonte locale, "può contare sull'appoggio di Arabia Saudita e degli Emirati arabi, ma non può metterli troppo in imbarazzo". La sera cala presto, verso le sei e mezza. Le strade si svuotano. I sudanesi hanno dimostrato di credere ancora nella loro rivoluzione. Ora vogliono assaggiare il frutto più dolce, "hurriya", libertà.
di Associazione Yairaiha Onlus
osservatoriorepressione.info, 30 giugno 2019
Le rivolte nelle carceri di tutta Italia delle ultime settimane, da Poggioreale a Voghera, da Palermo a Rieti, da Agrigento a L'Aquila a Velletri, rappresentano la cartina di tornasole di un sistema malato che è giunto a un punto di non ritorno.
di Riccardo Mazzoni
Il Tempo, 30 giugno 2019
Nel marasma del cortocircuito giustizia-politica, la riforma della giustizia sembra un passaggio ineludibile, nonostante i tanti tentativi falliti. Impresa ai limiti dell'impossibile in questo Parlamento, anche se un gruppo di volenterosi sta portando avanti una legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere.
di Luciano Moia
Avvenire, 30 giugno 2019
Il caso di Reggio Emilia mette in luce le carenze di un sistema che deve tornare a essere "dignitoso". La prima urgenza è sapere quanti sono i bambini allontanati da casa, ma un registro non esiste. Dopo il caso Reggio Emilia l'obiettivo, condiviso da tutti gli esperti, è chiaro: restituire dignità alla giustizia per i bambini.
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