di Adriana Pollice
Il Manifesto, 15 agosto 2019
L'ong catalana, dopo 13 giorni, va a Lampedusa. Il Viminale ricorre al Consiglio di stato. "Ci dirigiamo verso Lampedusa. Secondo il Tar del Lazio possiamo entrare in acque italiane": l'annuncio è arrivato ieri pomeriggio via social da Open Arms, la nave dell'ong catalana che navigava senza porto di sbarco dall'1 agosto, giorno del primo salvataggio. I naufraghi a bordo ieri erano 147, al tredicesimo giorno di permanenza senza una fine in vista, almeno fino alla pubblicazione della sentenza che, ancora una volta, ha sconfessato norme e divieti salviniani anche se non ha espressamente disposto lo sbarco.
"Chiederemo l'evacuazione medica per tutti i naufraghi", ha spiegato Oscar Camps. Il Viminale ha già annunciato il ricorso urgente al Consiglio di Stato contro il decreto del Tar proprio mentre la ministra alla Difesa, Elisabetta Trenta (uno dei bersagli di Salvini), annunciava la scorta della Marina all'ingresso di Open Arms in territorio italiano, in modo da essere pronti a un eventuale trasferimento dei 32 minori sulle due motovedette militari.
Il Tar del Lazio ieri ha innescato la svolta con la pubblicazione della sentenza con cui ha accolto il ricorso dell'ong (presentato martedì), disponendo "l'annullamento del provvedimento del ministero dell'Interno del primo agosto" (cofirmato da Trasporti e Difesa) che disponeva il divieto di ingresso per la nave in acqua nazionali. Una bocciatura del decreto Sicurezza bis, convertito in legge con i voti dei 5S.
Nel dispositivo il presidente Leonardo Pasanisi rileva un "vizio di eccesso di potere per travisamento dei fatti e di violazione delle norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso". Il Viminale, infatti, nel formulare il divieto riconosce che il gommone soccorso in area Sar libica "quanto meno per l'ingente numero di persone a bordo, era in distress, cioè in situazione di evidente difficoltà". Ne consegue che "appare contraddittoria la valutazione di "passaggio non inoffensivo"" utilizzata per bloccare i volontari.
È la seconda valutazione, dopo quella della gip di Agrigento Alessandra Vella su Carola Rackete, che boccia la tesi del Viminale sulle ong. La sospensione del divieto, spiega ancora il Tar, è necessaria poiché "sussiste, alla luce della documentazione prodotta (medical report, relazione psicologica, dichiarazione del capo missione), una situazione di eccezionale gravità e urgenza, tale da giustificare una tutela cautelare", cioè far entrare Open Arms in acque territoriali per prestare immediata assistenza alle persone soccorse, "come del resto sembra sia già avvenuto per i casi più critici".
erano già sbarcate due donne incinte al nono mese e, martedì notte, una famiglia con due gemelli di nove mesi, ma solo perché uno dei neonati aveva urgente bisogno di cure. A causa del braccio di ferro imposto da Salvini, il trasbordo è avvenuto col buio e con il mare diventato, nel frattempo, agitato. I video mostrano i soccorritori impegnati a saltare dalla barca alla motovedetta della Guardia costiera con i piccoli stetti alla tuta in una manovra rischiosa a causa del mare. Che i bambini dovessero sbarcare l'aveva chiarito la garante per l'Infanzia. Il tribunale dei Minori di Palermo ha poi chiesto spiegazioni al governo specificando che venivano violati i diritti dei più piccoli. "Il Tar ha riconosciuto le ragioni della nostra azione in mare - il commento da Open Arms - ribadendo la non violabilità delle Convenzioni internazionali e del diritto del mare".
Salvini ieri ha attaccato a testa bassa: "C'è un disegno per aprire i porti, per trasformare il paese nel campo profughi d'Europa. È un paese strano quello dove una nave spagnola in acque maltesi si rivolge a un avvocato di un tribunale amministrativo per chiedere di sbarcare in Italia. Nelle prossime ore firmerò il mio no perché complice dei trafficanti non voglio essere". Dopo aver innescato la crisi di governo, Salvini si asserraglia al Viminale e continua la sua propaganda elettorale. Il premier Giuseppe Conte ieri mattina aveva inviato una lettera al leader leghista chiedendo almeno di "mettere in sicurezza i minori", alla luce dell'intervento del tribunale di Palermo. "Non mi arrendo, resisto a questa vergogna - la replica di Salvini da Recco -. Staremo attenti perché a Roma non si formi una coppia contro natura tra Pd e 5S e tra Renzi e Grillo per riapre i porti". Quindi l'annuncio del ricorso al Consiglio di stato contro il provvedimento del Tar con la motivazione: "Open Arms ha fatto sistematica raccolta di persone con l'obiettivo politico di portarle in Italia".
L'Ocean Viking, dell'ong Sos Méditerranée e Medici senza frontiere, resta in mare con 356 naufraghi (103 minori) in balia del mare grosso: "Abbiamo chiesto il porto di sbarco a Italia e Malta, stiamo valutando cosa fare dopo la novità del Tar del Lazio", hanno spiegato ieri. Intanto il premier francese Emmanuel Macron ha attivato la Commissione europea per portare a terra i migranti.
di Flavia Amabile
La Stampa, 15 agosto 2019
Cassese: decisione nel solco del monito di Mattarella. Secondo i giuristi non regge né da un punto di vista amministrativo (come conferma la sospensione del Tar) né da un punto di vista costituzionale la decisione di non far entrare nelle acque territoriali italiane la nave Open Arms carica di minori e per 13 lunghi giorni bloccata in mare.
Non regge ad esempio secondo Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale e uno dei principali esperti di diritto amministrativo italiano: "Non conosco i dettagli della decisione del Tar ma è probabile che sia stato sollevato uno dei problemi di cui aveva parlato anche il presidente della Repubblica. I due decreti sicurezza sono stati adottati dal Parlamento italiano ma nel rispetto degli obblighi internazionali.
Fra gli obblighi internazionali sono previsti il salvataggio in mare e il "non refoulement", cioè il principio di non respingimento, un principio fondamentale del diritto internazionale: ai sensi dell'art. 33 della Convenzione di Ginevra a un rifugiato non può essere impedito l'ingresso sul territorio né può essere deportato, espulso o trasferito verso territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate. Spesso poi dimentichiamo l'accoglienza umanitaria prevista dall'articolo 10 della nostra Costituzione".
Il divieto a entrare nelle acque italiane è del tutto illegittimo anche secondo Michele Massa, professore associato di diritto pubblico all'Università Cattolica di Milano: "La pronuncia del Tar si basa sulle informazioni sulla situazione critica, di stress e di pericolo delle persone a bordo. La priorità è di salvare vite umane, è un principio di civiltà riconosciuto e tutelato dall'articolo 2 della Costituzione. Si vedrà quale sarà la decisione del Consiglio di Stato ma intanto la nave sarà arrivata e il pericolo disinnescato.
Non è la prima volta che c'è una decisione giudiziaria di questo tipo, lo abbiamo visto anche nel caso di Carola Rackete". Gaetano Silvestri, presidente emerito della Corte Costituzionale, avverte che "l'autorità è legittima in quanto tutela i diritti di tutti. Nel caso di persone che si trovano in pericolo di salute, di vita, e in difficoltà a proseguire la strada verso la salvezza è evidente che i diritti fondamentali vengano lesi".
di Michela Allegri
Il Messaggero, 15 agosto 2019
Una decisione senza precedenti e inaspettata: per la prima volta dall'entrata in vigore del decreto sicurezza bis, il Tribunale amministrativo accoglie l'istanza di una Ong che chiede la sospensione del provvedimento con cui il Viminale - di concerto con i ministeri delle Infrastrutture e dei Trasporti - impone alle navi cariche di migranti di non entrare nelle acque italiane.
Una scelta inedita, quella del presidente della Prima sezione Ter, Leonardo Pasanisi, che potrebbe essere un precedente in grado di minare alle fondamenta il dl promosso da Matte() Salvini, fornendo un assist a chi - forte dei rilievi fatti dal presidente della Repubblica - vorrebbe modifiche del testo.
Ma il vicepremier leghista è più battagliero che mai: nonostante le polemiche, il dl sicurezza - sottolinea con decisione Salvini - ha dimostrato di essere efficiente. Anche se il ricorso non è stato esaminato nel merito e anche se si tratta di un provvedimento monocratico che dovrà essere confermato in sede collegiale il prossimo 9 settembre, la decisione di ieri consente alla Open Arms di fare rotta verso Lampedusa senza incorrere nelle sanzioni - pesantissime - previste dal decreto.
I ricorsi dovranno essere sempre valutati caso per caso, e non è escluso che in futuro il Tar opti per linee differenti, ma c'è un dettaglio non da poco tra le righe di quanto scrive il presidente: l'ingresso nelle acque territoriali viene consentito perché l'imbarcazione si trova in uno stato di "evidente difficoltà", "quanto meno per l'ingente numero di persone a bordo" e nonostante i soggetti più fragili siano già stati fatti sbarcare.
Non era andata così, per esempio, per la Sea Watch di Carola Rakete: lo scorso 18 giugno, lo stesso Tar aveva respinto un identico ricorso presentato dalla Ong tedesca. Una decisione che era stata giudicata "gravissima" dai legali della Sea Watch: "Il Tar ha paradossalmente sostenuto che lasciare in mare 43 persone, compresi dei minorenni, per giorni e giorni non rappresenti quelle condizioni di eccezionale gravità e urgenza che consentono di approntare misure cautelari come quella richiesta", avevano detto.
Una linea che ora, nel caso della Open Arms, è stata ribaltata. Salvini, però, non si dà per vinto e annuncia una doppia offensiva: ricorso urgente al Consiglio di Stato e un nuovo provvedimento che vieti l'ingresso alla nave.
Ma i legali di Open Arms fanno notare alcune incongruenze. La prima è che "per varare un nuovo provvedimento serve la firma dei tre ministri, dell'Interno, delle Infrastrutture e della Difesa, non basta quella di Salvini", dice l'avvocato Arturo Salerni. E anche se la firma ci fosse, "c'è un decreto del Tar che per il momento consente l'ingresso".
La decisione del Consiglio di Stato, inoltre, non arriverà dopo ferragosto. "E ho dubbi anche sul fatto che il ricorso di Salvini sia ammissibile - prosegue il legale - visto che si tratta di un decreto monocratico, che deve ancora essere confermato dal collegio, al di là della trattazione nel merito". Intanto, due giorni fa, la Ong si è anche rivolta alla Corte costituzionale.
agensir.it, 15 agosto 2019
Zaid Ameen, radiologo e farmacista siriano, doveva scegliere se entrare nell'esercito o unirsi ai ribelli. Ha preferito una difficile traversata del Nord Africa, fino allo sbarco sull'isola Lampedusa. Accolto dallo Sprar gestito dalla Caritas diocesana di Rieti, ha imparato la lingua e a poco a poco si è inserito nella comunità fino a trovare lavoro in una farmacia cittadina.
Continua la catastrofe umanitaria in Siria: le azioni di guerra e i bombardamenti ai danni dei civili non di fermano, e torna ad alzarsi anche la voce di papa Francesco. Bergoglio ha fatto recapitare dal cardinale Turkson una sua lettera per il Presidente siriano Assad, chiedendo "protezione della vita dei civili, stop alla catastrofe umanitaria nella regione di Idlib, iniziative concrete per un rientro in sicurezza degli sfollati, rilascio dei detenuti e l'accesso per le famiglie alle informazioni sui loro cari, condizioni di umanità per i detenuti politici. Insieme a un rinnovato appello per la ripresa del dialogo e del negoziato con il coinvolgimento della comunità internazionale".
La Siria è ormai un campo di battaglia, ed è "molto difficile anche comunicare con i miei familiari rimasti lì, per fortuna ci sono i social network a darci una mano", racconta Zaid Ameen, protagonista di una bella storia di integrazione. E di speranza.
Oggi Zaid è sereno e lavora in un una farmacia del centro storico di Rieti, ma il vissuto che ha alle spalle è tutt'altra cosa, ed è pieno di dolore. Trentaquattro anni, più grande di sei fratelli, Zaid è siriano d'origine ed ha studiato farmacia nel suo Paese: "Ho preso due lauree, una in tecnico di radiologia e una in farmacia, che è sempre stata la mia passione". Dopo il conseguimento del titolo, inizia a lavorare in un ospedale vicino Damasco, "un lavoro molto difficile e pesante, curavo tanti feriti di guerra, era una situazione di continua emergenza".
A soli 27 anni, la gestione di un compito gravoso sia materialmente che psicologicamente, perché "non era tanto la ferita in sè a far male, il dolore veniva dal motivo che l'aveva causata, da tutto lo sfondo della situazione: gente innocente che moriva inutilmente, solo per le questioni dei potenti che le persone comuni nella maggior parte dei casi ignoravano del tutto. Da noi venivano solo i civili, gli ultimi, coloro che pagavano il prezzo altissimo di uno scenario di cui non erano in nessun modo responsabili".
Nel 2012 Zaid decide di lasciare il suo Paese: una scelta quasi obbligata. "In Siria è obbligatorio fare il servizio militare, e io non volevo. O entravo nell'esercito o mi univo ai ribelli, per cui ho scelto un'altra strada. In caso contrario avrei in qualche modo partecipato alla guerra, a ciò che stava accadendo, e avrei rischiato di uccidere qualcuno". La partenza in aereo per il Libano, poi la tappa a Il Cairo, in auto fino a Bengasi e quindi di nuovo in aereo fino a Tripoli. In Libia Zaid si mette alla ricerca di un lavoro, ma senza alcun successo. Qualche mese dopo arriva la decisione di venire in Italia via mare, a bordo di uno sgangherato peschereccio, con un "biglietto" pagato 1200 dollari.
Il viaggio è terribile. "Non avevo idea di cosa significasse intraprendere un'esperienza simile, mi immaginavo una nave molto più grande, o perlomeno normale, e condizioni certamente diverse. Invece a bordo eravamo 455, assiepati l'uno sull'altro e senza neppure la possibilità di portare una piccola valigia: il nostro unico bagaglio era ciò che indossavamo". Una traversata di circa ventidue ore, relativamente tranquilla a causa del mare calmo. Ma sulla terraferma di Lampedusa la situazione è ancor peggiore del viaggio. "C'erano tantissimi sbarchi, lo scenario era ingestibile. Ricordo che subito dopo la mia arrivò una barca dalla Libia che aveva a bordo con un carico di soli cadaveri: c'erano circa duecento persone morte a causa di un viaggio agghiacciante".
Dopo un passaggio nell'entroterra siciliano Zaid passa sette mesi in Germania, dove la sua richiesta d'asilo viene respinta, poi arriva in un campo di Roma e finalmente viene accolto in maniera stabile a Rieti, grazie al Progetto Sprar gestito dalla Caritas diocesana. "Dopo solo una settimana dall'arrivo a Rieti la situazione era già tranquilla e normalizzata", ricorda. "Gli operatori della Caritas sono stati accoglienti e gentili, soprattutto mi hanno fatto un quadro generale sulle cose importanti da sapere per stare in Italia, a partire dall'insegnamento della lingua, della Costituzione. Sono tuttora sempre disponibili ad aiutarmi e naturalmente io ad aiutare loro".
Grazie ai corsi di italiano Zaid impara velocemente la nostra lingua e l'ordinamento giuridico italiano, e pian piano si inserisce nella comunità cittadina, anche attraverso tirocini formativi e attività aggreganti: "Ho fatto il pizzaiolo, come mestiere non riguardava certo la mia formazione ma era un modo come un altro per non rimanere a casa, per essere incluso in città". Una città che lo ha accolto bene, fin da subito: "A Rieti mai un episodio di intolleranza, nè al lavoro nè in altre circostanze, non ricordo nulla di simile". Nel febbraio di quest'anno, all'Università di Pavia, l'agognato traguardo dell'adeguamento della laurea siriana a quella italiana, con parecchi esami in più e la tesi. Un impegno che lo porta finalmente ad appuntare sul camice bianco la spilletta che lo identifica come farmacista a tutti gli effetti. Ogni tanto, inevitabilmente, il pensiero corre alla famiglia lasciata in Siria: "Mi mancano. Vivono nella parte peggiore, la zona in cui hanno usato le armi chimiche. Cerco di sentirli spesso, i bombardamenti sono all'ordine del giorno e non c'è un palazzo rimasto integro. Qui sto bene, ma è normale che mi manchino i familiari, gli amici e il mio Paese, anche se sento un grande distacco dalla politica che ha causato tutto questo".
Tuttavia, oggi la sua vita è serena e c'è margine anche per progettare un futuro insieme alla sua ragazza, Ola, che nonostante le difficoltà della burocrazia è riuscita a raggiungerlo a Rieti cinque mesi fa.
Mentre ai telegiornali scorrono le immagini del suo Paese martoriato Zaid pensa alla stupidità della guerra, alla sua inutilità: "I risultati sono questi. Ho perso mio padre e non posso abbracciare mia mamma, le mie tre sorelle e i miei tre fratelli, ho visto morire in maniera orribile tante persone care. La guerra è davvero stupida".
La Repubblica, 15 agosto 2019
La moglie ha lanciato l'allarme: il professor Kameel Ahmady è stato incarcerato domenica. Arrestato in Iran l'antropologo anglo-iraniano Kameel Ahmady. Lo studioso è stato fermato e condotto in carcere domenica 11 agosto, senza che le accuse fossero comunicate ai familiari. É stata la moglie, Shafagh Rahmani, a dare l'allarme parlando a diversi media e riportando la sua versione: Ahmady non è ancora stato incriminato, ma gli inquirenti nel carcere di Evin hanno fatto sapere che stanno indagando sulle sue attività. L'antropologo è un esperto di infibulazione e nel 2015 ha pubblicato uno studio in cui denunciava che decine di migliaia di donne iraniane hanno subito mutilazioni genitali. A Teheran porta avanti studi su questioni sensibili come le spose bambine e i matrimoni bianchi, quelli non consumati sessualmente. Non si tratta dell'unico anglo-iraniano detenuto in Iran. Un precedente è quello di Nazanin Zaghari-Ratcliffe, arrestata nel 2016 poiché accusata di "spionaggio" e detenuta nella Repubblica Islamica.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 agosto 2019
Loujain al-Hathloul, la coraggiosa attivista saudita per i diritti umani, rimarrà in carcere e sotto processo. Come hanno fatto sapere i suoi familiari, ha rifiutato il ricatto delle autorità saudite: se avesse negato di aver subito torture e violenza sessuale durante la detenzione, sarebbe stata rimessa in libertà. Loujain, così come Samar Badawi e Nassima al-Sada, è una prigioniera di coscienza, in carcere dal maggio 2018 solo per aver esercitato in modo del tutto pacifico il suo diritto alla libertà d'espressione.
Già promotrice della campagna Women4Drive - alla fine vincente - per il diritto delle donne di guidare, Loujian è stata protagonista anche di quella per l'abolizione del sistema del guardiano maschile, di cui è stata recentemente annunciata una parziale riforma. In altre parole, Loujain è stata ed è perseguitata perché ha lottato contro due dei perni del sistema discriminatorio e oscurantista in vigore in Arabia Saudita. Non è la prima volta che le autorità saudite subordinano il rilascio dei prigionieri - persino a condanna interamente scontata - alla firma di una dichiarazione in cui annunciano il loro "pentimento" o ammettono di aver ricevuto un buon trattamento.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 agosto 2019
Collaborazione tra Antigone e Sism per studiare le patologie. L'associazione Antigone, in collaborazione con Sism Segretariato Italiano Studenti Medicina, ha dato vita a una collaborazione il cui scopo è accrescere la conoscenza sulle patologie presenti in carcere e sulle loro cause. Il carcere facilmente si sviluppano malattie e le si cura più difficilmente che all'esterno.
di Luca Bottura
La Repubblica, 14 agosto 2019
Potrebbe apparire quantomeno una forzatura definire Matteo Salvini il mandante morale della lapidazione subita da un bangladese, sul lungomare di Napoli, a opera di una baby gang. Invece è solo un'imprecisione. Perché insieme a Salvini, ai suoi spin doctor, a chi si nutre delle sue briciole razziste per piccolo tornaconto personale, i mandanti sono tantissimi.
E una mandante Giorgia Meloni, altra dispensatrice di bufale, che ancora ieri condivideva la fake news secondo cui Carola Rackete ha ricevuto ordine di portare migranti in Italia direttamente da Angela Merkel. È mandante Luigi Di Maio, che per intercettare qualche voto a destra ha coniato la divertente definizione di "taxi del mare" per le carrette sgonfie che fanno da bara alle speranze dei disperati.
È mandante chi, a "sinistra", ha spacciato per emergenza un'emergenza che non esiste se non nell'agenda altrui. Ha stimolato l'evoluzione intellettuale dei propri. Ha cooptato parole d'ordine ipocrite come "aiutiamoli a casa loro" e intanto ha permesso che, culturalmente, diventasse un po' meno doloroso ammazzarli a casa nostra.
Sono mandanti i giornali che campano di odio, che per quattro copie in più spargono livore, che aizzano le folle contro nemici immaginari, che gonfiano la pancia del Paese di nuovi gas tossici, e poi magari vanno a fare i simpatici, i compiti, gli elegantoni, nei talk show di prima serata. Sono mandanti quei talk show di prima serata, in primis berlusconiani, ora non più, che da almeno vent'anni danno voce ai peggiori razzisti, ai commentatori più violenti, che conferiscono dignità formale a parole, concetti, disegni inaccettabili.
Sono mandanti i telegiornali che specificano la nazionalità di ogni reprobo straniero, dando visibilità nazionale a notizie che un tempo sarebbero rimaste - non tutte - nelle cronache locali, e tacciono le prodezze dei criminali italiani. Mafie in testa. Sono mandanti tutti gli "italiani brava gente", i bandierini da social, i fasci conclamati, gli Adolph Hipster tutti polo firmata e moschetto, gli spacciatori di fuffa fascista che monetizzano il proprio odio e scrivono i loro libriccini pieni di falsità come fossero controinformazione, lordando, inquinando, i pozzi della civiltà, come se tutto fosse sullo stesso piano, come se vittime e carnefici fossero la stessa cosa.
Ma soprattutto rischiamo di essere mandanti noi, ogni volta che tutto questo ci sembra normale, ricevibile. Ogni volta che non reagiamo come possiamo, magari attivamente, a questa montagna di liquami che tutto sommerge e tutto affoga.
Ogni volta che derubrichiamo gli episodi che si susseguono: "Erano solo ragazzi", "Sarà stato uno spacciatore", "Non sono razzista ma". E la pancia - ce l'abbiamo pure noi duole sempre di più. C'è un'unica medicina: anche se è impopolare, restare umani. Perché il comportamento personale è l'ultimo atto politico che ci è rimasto. Per non essere, pure noi, mandanti.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 14 agosto 2019
Quale Governo vi metterà mano adesso non si sa. È certo però che di tempo non ce ne sarà poi molto. Perché, il decreto sicurezza bis, appena convertito in legge dal Senato, in vigore da pochi giorni, proroga, ed è la seconda volta dopo la prima che aveva rinviato ad aprile, sino a fine anno il congelamento della riforma Orlando delle intercettazioni.
di Lisa Zancaner
Il Gazzettino, 14 agosto 2019
Il sovraffollamento delle carceri ha ricominciato "a mordere anche in Friuli". Celle sovraffollate, poco personale e una direttrice "a mezzo servizio". La fotografia scattata dal Coordinatore per i diritti dei detenuti, Corleone: "Situazione inaccettabile, in alcune celle sono in otto con un solo bagno". Il sovraffollamento delle carceri ha ricominciato "a mordere anche in Friuli". Celle sovraffollate, poco personale e una direttrice "a mezzo servizio". È la fotografia scattata da Franco Corleone, Coordinatore dei garanti territoriali per i diritti dei detenuti che ieri mattina ha visitato il carcere di via Spalato con il provveditore regionale all'amministrazione penitenziaria Enrico Sbriglia e la garante dei diritti dei detenuti di Udine, Natascia Marzinotto.
La capienza è di 90 detenuti, ma i carcerati di via Spalato sono 155 e dallo scorso anno nulla è cambiato, anzi. Nulla è cambiato negli ultimi 5 anni. Basta scorrere i numeri del 2014 a livello regionale: 5 istituti per una capienza complessiva di 495 posti, ma un totale di 677 detenuti. "Così il carcere non è accettabile dice Corleone facendo riferimento alla situazione di Udine : alcune celle ospitano 8 detenuti con un solo bagno all'interno".
Una situazione difficile, dunque, "ma il vero problema non sono i metri quadrati, bensì le condizioni di vita nelle celle, problemi di vivibilità diurna e notturna". Eppure stando alle statistiche, a riempire il carcere sono ingressi per detenzione o piccolo spaccio (art. 73), quasi il 30%, detenuti per cui si potrebbero prevedere pene alternative. Tanti, troppi detenuti a fronte di poco personale e una direttrice "a mezzo servizio che si divide tra Udine e Tolmezzo. Preoccupante", aggiunge Corleone.
Tanti bisogni ma poche risorse. Eppure qualche fondo per dare il via ad alcuni lavori c'è. Circa 600mila euro che serviranno in buona parte per ristrutturare l'ex sezione femminile da destinare a attività comuni, un recupero di una parte del carcere finora in pessime condizioni ma che per lo meno, in vista dei lavori, è già stata ripulita. Grande novità l'apertura dell'articolazione psichiatrica che sarà completamente gestita da camici bianchi. Sette posti per tutto il Fvg a completa gestione sanitaria che si andranno ad aggiungere all'ala psichiatrica che sarà realizzata nel carcere di Padova, uniche due articolazioni per tutto il Nordest, "una sorta di isola sanitaria all'interno del carcere".
In via Spalato nascerà uno spazio, "possibilmente verde o comunque uno spazio dedicato ai bambini - afferma la garante dei diritti dei detenuti di Udine, l'avvocato Natascia Marzinotto e c'è la volontà di ampliare anche la stanza colloqui. Speriamo che le risorse, in parte già erogate, siano disponibili interamente e la situazione non cambi con l'avvicendamento del Governo. Sarebbe estremamente importante averle perché nell'ambito della ristrutturazione della sezione femminile, si potrà recuperare stanze dedicate ad aree ricreative o per laboratori.
Uno dei problemi del carcere di Udine prosegue Marzinotto è l'assenza di stanze per fare attività di studio, formazione e attività culturali. Ci sono spazi minimi che non possono ospitare più di 12 persone". Agli spazi, però, va aggiunto il personale e tra le tante carenze dell'istituto di via Spalato c'è quella che riguarda il personale, soprattutto nell'area educativa con la presenza di un solo educatore part time tre volte alla settimana, "che non è in grado di gestire quasi 160 detenuti". Una carenza, insomma, che cozza con le finalità educative della detenzione, ma quest'anno i finanziamenti da parte di Uti e Regione stanno a zero, con plauso ai volontari.
A risolvere il problema del sovraffollamento in Fvg doveva, o meglio dovrebbe, essere il nuovo istituto di San Vito al Tagliamento, con una capienza di 300 detenuti. I lavori dovevano partire a settembre per una durata di 18 mesi, con tanto di piccoli capannoni per avviare i detenuti al lavoro, per rispondere a un'esigenza sentita in regione dove gli istituti sono troppo compressi. Ma la ditta aggiudicataria è stata esclusa così come la seconda arrivata.
"Al momento è tutto fermo", conferma Corleone, mentre le carceri scoppiano e il presidente della Camera penale di Udine, Raffaele Conte denuncia una situazione invivibile negli istituti di Pordenone e Gorizia. Nel carcere pordenonese, a fronte di una capienza di 38 detenuti, le presenze sono 67.
A Gorizia, dati alla mano, il problema non sembra sussistere e, quanto alle condizioni della struttura, il Provveditore Sbriglia tiene a precisare che "sono in corso lavori per migliorare l'istituto". Quanto a sovraffollamento, è esplosiva anche la situazione a Tolmezzo, dove per altro c'è il 41 bis, il cosiddetto carcere duro attualmente con otto internati. Qui i detenuti sono 230 per una capienza di 149 posti.
- Lega e Fi hanno già pronte due leggi garantiste per mettere in crisi il Pd
- Il populismo di governo contro il Garante dei detenuti
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