di Mattia Feltri
La Stampa, 28 giugno 2019
Un paio di aspetti, di molti, marcano meglio la differenza fra il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, e la comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete. Il primo è il linguaggio: mentre Carola parla come un ministro dell'Interno (le autorità italiane sono salite a bordo, stanno controllando i documenti, attendono ordini superiori, speriamo si possa sbarcare presto...), Salvini parla come uno dei centri sociali (mi sono rotto le palle, è una fuorilegge, una sbruffoncella, il capo dei pirati, deve andare in galera...).
L'altro aspetto ha a che vedere con la responsabilità di cui ognuno si sente investito. Dopo un paio di settimane al largo, poiché l'attracco a Lampedusa le era impedito dalle leggi italiane, Carola ha deciso di infrangere quelle stesse leggi, e non col trucco e con l'inganno, approfittando dell'oscurità, ma annunciandolo al mondo: le infrangerò perché me lo impone la coscienza e ne pagherò le conseguenze. Non proprio un atteggiamento da pirata.
Piuttosto una disubbidienza civile lampante, di chi disattende una norma che considera ingiusta e si affida al giudizio della magistratura. Salvini, invece, dopo aver detto tutto quello che pensava di Carola, ha anticipato che contravverrà ad alcune norme europee sull'identificazione dei migranti, siccome si è rotto le palle e siccome sa che lui, al contrario, le regole se le può mettere in tasca, e nessuna conseguenza, com'è successo con la nave Diciotti, per cui era accusato di sequestro di persona e scampò ai giudici grazie a un voto parlamentare. I pirati, quelli veri, spesso hanno la legge dalla loro parte.
di Eraldo Affinati
Avvenire, 28 giugno 2019
Da una parte ci sono i disattesi trattati internazionali, dall'altra i polmoni gonfi d'acqua di chi annega. Da un lato le convenienze politiche di questo o di quello, all'angolo opposto i polpacci scuoiati di un ragazzo sopravvissuto ai campi libici.
Ne ho visti tanti così, reduci dalla barbarie animalesca che trionfa in mezzo al deserto, ammutoliti, offesi, mortificati, resi cinici dalle violenze subite, incapaci di reagire, invalidi spirituali che poi, una volta arrivati non so come nelle terre della proclamata civiltà giuridica del Vecchio e Nuovo Continente, sembrano quasi increduli nel verificare sulla propria pelle l'ipocrisia dei dettati costituzionali.
Non erano proprio Italia e Francia, Germania e Olanda, Stati Uniti d'America, le nazioni più sviluppate? Paesi in grado di sconfiggere per sempre la legge della jungla, nelle cui metropoli affollate e vorticose sarebbero finalmente sfuggiti ai soprusi ferini. Dunque si trattava di fandonie. Menzogne. Trucchi. Inganni a catena.
Per questo i corpi che continuano ad affogare nel Mar Mediterraneo vanno idealmente posti accanto ai cadaveri del padre e della figlia fotografati sulle rive del Rio Grande che Donald Trump ha trasformato in un campo di morte.
Tutte le altisonanti dichiarazioni sulla protezione dei più deboli, sulla libera circolazione delle merci, sulla dignità delle persone, a partire da quelle pronunciate nel 1789 fino a ieri l'altro, sono crollate. Tradite da misere contingenze. È bastato il sospetto di poter perdere i nostri privilegi per buttare giù, in un colpo solo, le tanto sbandierate aspirazioni secolari.
Su questo smarrimento, su questa ignoranza, su questi egoismi, gli agitatori di popolo prosperano. Brindano. Fanno baldoria. S'inchiodano agli scranni da cui discettano. Così noi continuiamo a parlare dei poveretti imbarcati sulla SeaWatch, come se niente fosse, mentre i funzionari delle commissioni sui diritti umani dettano i loro bollettini sporchi di sangue.
"Siamo sempre / razzisti / nazisti / schiavisti / fedeli / infedeli / tutti un solo israele / e sempre questo faraone / e sempre questo mahagma / preumano / un oceano di gemiti / che nessuno ascolta più".
Antichi versi di padre David Maria Turoldo che sembrano scritti oggi. Confesso che quando, pochi giorni fa, la Corte di Strasburgo ha respinto il ricorso presentato dalle 42 persone a bordo della nave della ong, ho ripensato alla potenza profetica del piccolo servitore di Maria: "Maledetta Europa, / per i tuoi giorni e per le tue notti / per il tuo passato e per l'avvenire... / Europa sempre affamata / non di fede / ma di oro e sangue...".
Come sono vere queste parole! Le ho sentite risuonare dentro di me una notte d'inverno, nel cimitero di Fontanella, sotto l'abbazia di Sant'Egidio, nei pressi di Bergamo, e ho l'impressione di risillabarle adesso, nei giorni della vergogna, della speculazione, dell'esibizionismo, mentre, come da una radio scassata, filtra la voce di un nuovo sbarramento da costruire nella martoriata e bella Trieste, al confine italo-sloveno. Sembra impossibile crederci.
Quasi trent'anni fa cadeva il Muro di Berlino. Ma solo gli illusi potevano immaginare che tutte le cortine di ferro del Novecento più tragico fossero state abbattute da quelle semplici picconate televisive. Chris Gueffroy, nato nel 1968, morì il 5 febbraio del 1989 durante la fuga dalla cosiddetta Germania Democratica. Venne fucilato dalle guardie appostate sulla torretta.
Oggi il fantasma di questo eroe di un eterno presente, paladino dell'intraprendenza, torna a rivivere nei volti tesi dei quarantadue profughi trattenuti al largo dell'isola di Lampedusa. Dove troveremo la forza per denunciare il patetico cerimoniale a cui sono stati sottoposti? Fra scartoffie e conferenze, procedure e protocolli, così agonizza l'Europa.
di Annalena Benini
Il Foglio, 28 giugno 2019
Una comandante che ha 42 persone a bordo, un ministro dell'Interno che la insulta. Meglio Antigone. Antigone ha ragione, soprattutto quando lo stato le risponde con gli sberleffi. Antigone ha ragione anche se l'idea assoluta di open borders della Sea-Watch non può funzionare, anche se la sfida alla legge dello stato si gioca su un altro, opposto, desiderio di consenso e di contrasto che contrappone una giovane donna alla guida di una nave a un ministro che ha promesso: niente più sbarchi (anche il 26 giugno sono scesi a terra altri cinquantacinque migranti).
Entrambi usano la loro retorica, e un'idea del mondo e dell'eroismo, e però anche della responsabilità. E siccome Carola Rackete sa di avere la responsabilità di quelle quarantadue persone sulla nave, e per quelle quarantadue persone non dorme la notte e si tormenta di giorno, e prima aspetta e poi disubbidisce a una legge senza sotterfugi, caricandosi sulle spalle le conseguenze, calcolandole, e spiegando che non può fare altrimenti, ma senza (per ora) parole di sfida, solo parole di preoccupazione per gli esseri umani in ostaggio sulla sua nave, persone fuggite dalla Libia e allo stremo delle forze, e intanto Matteo Salvini, ministro su Twitter e in tivù, "si è rotto le palle" e questa sbruffoncella perché viene a rompere le palle in Italia, e deve andare in galera, allora se devo per forza scegliere un modello di disubbidienza alle regole, scelgo quello serio di Carola Rackete.
Se mia figlia mi chiederà chi ha ragione, risponderò che ha ragione Carola Rackete. Che è complicato, ma lei ha ragione. Per le persone che ha con sé, più deboli di lei, più stremate di lei, ma anche per gli insulti che le hanno rovesciato addosso, e perfino per la strumentalizzazione uguale e contraria, quella che la trasforma in fiera oppositrice del governo italiano, salvatrice della nostra dignità e umanità, perfino del nostro futuro politico.
Si sfrutta una storia, ognuno ai propri fini, ci si serve di una donna coraggiosa che guida una nave in porto, o di un ragazzo coraggioso che difende i rom di fronte a un militante di Casa Pound a Torre Maura, ci si affida a un eroe, offrendogliene immediatamente la patente e facendo il tifo, per sentirsi a posto con il proprio senso di giustizia e di coscienza. Si semplifica, si trova uno slogan: un eroe da esaltare oppure un nemico da distruggere.
Sbruffoncella oppure Capitana. Però se la sfida è questa, se il livello è questo, e se una trentenne viene accusata di essere ricca e laureata ed europea, e quindi vacua e forse perfino intellettuale, visto che ha citato i pensatori greci e romani sull'importanza della vita umana, accusata di avere studiato, di avere viaggiato, di avere navigato, di parlare tante lingue, di avere scelto un passatempo (gli scafisti quindi sono più rispettabili di lei), se lei è la regina dei pirati che dice: speriamo ci facciano scendere, queste persone sono distrutte e sono sotto la mia responsabilità, allora il consenso e la speranza andranno sempre alla regina dei pirati.
di Walter Rauhe
La Stampa, 28 giugno 2019
Lübcke è stato ucciso da un militante dell'ultradestra. Accuse ai populisti. Merkel: "I toni alti generano odio". È stato ucciso perché si era espresso a favore dell'accoglienza dei profughi in Germania, in difesa dei valori umani del cristianesimo e contro ogni forma di odio razzista e di estremismo politico. Stephan Ernst, l'estremista di destra di 45 anni arrestato dieci giorni fa, sospettato dell'omicidio del presidente del distretto governativo di Kassel ed esponente di punta dell'Unione cristiano-democratica, Cdu, Walter Lübcke, ha rotto il suo lungo silenzio e ha confessato tutto. I più inquietanti timori sorti immediatamente dopo il ritrovamento del corpo del politico, il 2 giugno scorso, con un colpo di pistola alla testa sparato da distanza ravvicinata, si sono avverati. Si è trattato di un omicidio politico di matrice neonazista e xenofoba, che riporta alla ribalta in Germania la minaccia del terrorismo nero.
"Ho deciso di far fuori Lübcke per via del suo discorso nell'ottobre del 2015", ha confessato Ernst agli inquirenti. In quell'occasione l'esponente del partito di Angela Merkel aveva sostenuto che l'accoglienza di persone bisognose d'aiuto fosse un dovere per tutti i cristiani e chi non dovesse condividere i valori sacrosanti della solidarietà e dell'umanità sarebbe libero di lasciare il Paese. A rendere noti gli ultimi sviluppi dell'indagine è stato ieri il procuratore generale Peter Frank nel corso di una riunione d'emergenza della commissione interni del Bundestag a Berlino. Stefan Ernst, ammettendo la responsabilità dell'agguato omicida ha anche dichiarato di aver agito da solo - circostanza che viene messa in dubbio dagli inquirenti. Presente all'udienza era anche il responsabile dei servizi segreti interni Haldenwang che ha sottolineato i rischi legati al terrorismo di estrema destra e alla progressiva radicalizzazione delle frange neonaziste e dei loro tentativi d'infiltrazione all'interno di associazioni, partiti, organi costituzionali e persino della Bundeswehr, l'esercito federale e delle forze dell'ordine.
Alla ricostruzione giudiziaria del caso si aggiunge però ora anche quella politica. La leader della Cdu Annegret Kramp-Karrenbauer ha accusato la destra populista dell'Alternative für Deutschland (AfD) di aver spianato la strada al terrorismo di destra con il suo linguaggio sempre più aggressivo e le sue campagne di odio e intolleranza nei confronti dei profughi. "Il populismo di estrema destra rappresenta un grande pericolo per la nostra nazione", ha dichiarato la Kramp-Karrenbauer. Ancora più esplicito è stato il segretario generale della Cdu Peter Tauber che ha definito l'AfD come "complice" dell'omicidio di Lübcke.
Nel corso del minuto di silenzio tenuto al parlamento regionale bavarese ieri a Monaco, il deputato AfD Ralph Müller non si é alzato in piedi ma è rimasto seduto provocando lo sdegno generale. Per la cancelliera Angela Merkel i "toni sempre più aggressivi, polemici e radicali" adoperati da certi esponenti della destra populista in Germania come in Europa generano odio, mettendo a rischio i principi della democrazia e la capacità di discutere dei problemi che affliggono le nostre società in modo civile e rispettoso. Così come la cancelliera Angela Merkel, anche Walter Lübcke apparteneva all'ala moderata e riformista della Cdu e si distingueva per il suo pragmatismo e una certa elasticità nell'interpretazione dei valori guida del conservatorismo tedesco. Per 10 anni è stato ufficiale di professione nella Bundeswehr, ma in qualità di cristiano credente ha sempre lottato per il disarmo e la pace. Un politico cresciuto e rimasto in provincia, un cristiano-democratico doc e un patriota il cui cuore batteva sia per la Bundesrepublik, sia per l'Europa unita, civile e tollerante.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 28 giugno 2019
È la seconda morte in poco più di un anno nei centri di detenzione giapponesi. La 15sima dal 2006 ad oggi. Un uomo nigeriano di circa 40 anni è deceduto, lunedì scorso, a Nagasaki a causa dello sciopero della fame che aveva iniziato da qualche settimana per protestare contro il protrarsi della sua detenzione che durava da più di tre anni. Il Paese è noto per le sue misure draconiane sull'immigrazione. Chi fa richiesta d'asilo aspetta richiuso per lunghi periodi di tempo, circa tre anni. La qualità dei centri di detenzione è fortemente criticata per gli standard medici, l'attenzione verso i detenuti e la risposta delle guardie in caso di emergenza.
Altri 27 stranieri si rifiutano di mangiare nel centro di Ushiku, a nordest di Tokyo. "Alcuni di loro sono in sciopero da 47 giorni - ha spiegato Kimiko Tanaka, portavoce di una ong -, un iraniano di 23 anni ha perso peso ed è costretto ad usare la sedia a rotelle. Altri due uomini sono dentro da 5 anni. La lunghezza della detenzione è una violazione dei diritti umani". Un funzionario della agenzia che si occupa di immigrazione ha confermato alla Reuters che è in corso uno sciopero della fame al centro di Ushiku: "Stiamo cercando di convincerli a mangiare" ha detto.
Secondo gli ultimi dati sono 1.317 le persone rinchiuse nei 17 centri di detenzione sparsi nel Paese. Lo scorso marzo i detenuti avevano firmato una petizione per chiedere che si ponesse fine alle lunghe prigionie. Non è la prima volta che i richiedenti asilo fanno lo sciopero della fame: nell'aprile del 2018 la protesta era stata condivisa da cento migranti per protestare contro la morte di un indiano che era stato trovato impiccato nella doccia dopo che gli era stato negato il rilascio.
La Stampa, 28 giugno 2019
La vendetta del regime contro i vescovi che avevano denunciato un clima da apartheid nel Paese. E anche le scuole rischiano la chiusura. All'inizio, incontrando i migranti, mi dicevo: l'essenziale è che da qualche parte resti quello di cui si è vissuto. Le usanze. La festa di famiglia. La casa dei ricordi, anche se miserabile.
La religione in cui nonostante tutto si crede. L'essenziale è vivere per il ritorno. Poi ho conosciuto i profughi eritrei, parte consistente di quelli che, un tempo almeno, sbarcavano in Italia dopo inenarrabili peregrinazioni. E ho capito che questa regola per loro non aveva significato. Gli eritrei sono evasi da una immensa prigione. Gli evasi che cosa si portano dietro? La distribuzione del cibo pessimo? L'ora d'aria? Il lavoro inutile e obbligatorio?
Le angherie dei guardiani? Sì, a loro manca l'essenziale: ovvero qualcosa che renda desiderabile il ritorno. Gli Stati vergognosi Dimentichiamo in fretta noi uomini dell'Occidente. Che l'Eritrea è, in Africa, uno degli "Stati vergognosi" come ben li definiva lo scrittore congolese Sony Tansi. Da cui gran parte della popolazione non sogna altro che poter fuggire, a costo di affrontare i pescecani del Mar Rosso e quelli, ancor più feroci, che vendono i viaggi che trasudano sangue e sudore per l'Europa.
Abbiamo dimenticato che l'Eritrea, il suo regime, applicando una sorta di metodico fanatismo dell'autocrazia, pratica con disinvolta indifferenza, a dirla crudelmente, lo schiavismo di stato, travestito da servizio militare perenne. Dove prevalgono spionaggio e delazione di massa e l'arresto spiccio e arbitrario, che colma centinaia di carceri di migliaia di oppositori veri o presunti di cui si ignora la sorte.
Che, in odio all'Etiopia, ha sostenuto le funeste imprese dei taleban somali. E offre ora sostegno logistico ai ricchi massacratori sauditi che bombardano lo Yemen. Una recente rimessiticcia pace con Addis Abeba, con cui ha combattuto per quattro sassi la guerra forse più inutile della storia, le ha ridato fin troppo agevoli credenziali presso le disinvolte cancellerie democratiche. Succede così. Ci accontentiamo di poco.
Si fa finta di non sapere che dietro il tentato golpe dei giorni scorsi in Etiopia molti intravedono proprio loro, gli eritrei. Vogliono ripetere una attempata operazione che è valsa l'indipendenza nel 1993: riportare al potere ad Addis Abeba i tigrini, fratelli oltrefrontiera di etnia e di lingua. Un modo pulito per vincere, senza sparare un colpo, la guerra.
La distruzione delle chiese In prima fila, ahimè, tra i più malaccorti e solleciti nel fariseismo della spregiudicatezza realistica noi italiani con le immancabili carovane di sottosegretari e imprenditori in cerca di affari a ogni costo. La bolsa e deprimente retorica dei "confortanti passi avanti", del "paese chiave del corno d'Africa", le vuote astrazioni degli "antichi legami indissolubili" dei tempi degli ascari fedeli e delle "madame" succulente.
Son durati poco i "passi avanti". Il regime ribadisce a ritmi inauditi malefatte e ribalderie. Non le nasconde, spargono catene di metastasi. Cerca nuovi nemici da smantellare nell'affanno del peggio. Stavolta tocca alle strutture sanitarie che la chiesa cattolica tiene aperte nel paese, da Barentu a Keren, e che costituiscono per la popolazione, aggrappata alle perenni soglie della miseria, un soccorso importante e efficiente.
I metodi sono abitudinari, le tirannidi in Africa non hanno fantasia e non devono tralignare alcun sacro principio. Non ne riconoscono alcuno. Energumeni del regime hanno fatto irruzione in ospedali e ambulatori cattolici, una trentina, frequentati da duecentomila pazienti l'anno, sfondato porte, sequestrato le chiavi, gettato in strada i malati, cacciato preti e suore (una di loro che ha tentato di opporsi alla illegittima soperchieria è stata arrestata). Li hanno sostituiti alla svelta con nuovo personale.
Le gerarchie cattoliche, in un documento di garbata protesta, hanno ribadito di aver sempre scrupolosamente rispettato le norme che regolano l'attività medica, denunciando che, poiché le strutture si trovano spesso all'interno dei luoghi di culto, la espropriazione si trasforma in una limitazione della libertà religiosa. Hanno lanciato una sommessa mobilitazione con tre settimane di preghiere pubbliche.
La rappresaglia del governo - Poco per disturbare il regime di Isaias Afewerki che sembra aver avviato una offensiva di intimidazione verso la minoranza cattolica; il cui prossimo bersaglio sarebbero secondo voci ricorrenti le scuole cattoliche. Non un sussulto islamista, per carità. Una vendetta politica semmai. Perché in due documenti pastorali i vescovi hanno accusato duramente il regime, tracciando un poco lusinghiero parallelo con il Sud Africa dell'apartheid.
Un punto chiave. Da chiarire. Subito. Per non esser accusati di strepitare soltanto quando a subire torti e prepotenze sono la chiesa e i cristiani. Non si fanno graduatorie tra le soperchierie. Ma gli attacchi alla chiesa sono in molti paesi africani, non solo in Eritrea, la conseguenza del fatto che ha alzato la voce denunciando presidenti e guide supreme responsabili di un malefico presente.
Mentre troppi altri tacevano, soddisfatti di inzotichire nella speranza di ruoli importanti e di bottino. Resta il problema: che fare? Se cioè basti restare ancorati alla credenza che il vincitore, nel caso Afewerki, dopo tutto ha sempre ragione. E quindi si possa congiungere il paternalismo razzista del respingere le vittime con la servilità, la furberia, la cretineria di fare affari con il loro persecutore.
di Roberto Davide Papini
riforma.it, 27 giugno 2019
La Corte europea di Strasburgo ha censurato il nostro paese per le situazioni in cui la pena di fatto esclude una possibile riabilitazione del detenuto. Il caso di chi non può collaborare con lo Stato per paura di ritorsioni nei confronti dei familiari. "È inammissibile privare le persone della libertà senza impegnarsi per la loro riabilitazione e senza fornire la possibilità di riconquistare quella libertà in una data futura".
Il Fatto Quotidiano, 27 giugno 2019
Il Decimo Libro Bianco passa in rassegna trent'anni di leggi e politiche in materia di stupefacenti e raccoglie i dati relativi al 2018. Il Capo dello Stato: "Necessario il rafforzamento degli strumenti di prevenzione e di controllo da parte delle istituzioni". "Senza gli arresti dovuti al proibizionismo il sistema penitenziario italiano rientrerebbe nella legalità costituzionale".
di Michele Passione e Gabriele Terranova
La Repubblica, 27 giugno 2019
Sui muri si scrive, da sempre; c'è chi lo fa per arte, chi per dichiarare il suo amore, altri lo fanno per manifestare opinioni politiche, o anche stati d'animo. Una cittadina fiorentina si indigna per la scritta 41bis è tortura, e invitando il Sindaco alla rimozione (e non solo!) ritiene che questo sia "lo slogan privilegiato dalla Mafia".
di Nadia Urbinati
Corriere della Sera, 27 giugno 2019
Si tratta di una tecnica del potere che si mostra professionalmente capace contro i "nemici". Negli ultimi anni, due questioni si sono dimostrate trasversali a tutte le forze politiche, anche se più efficacemente affrontate e implementate da partiti e governi di destra: quella relativa all'immigrazione; e quella relativa alla sicurezza largamente intesa: dalla normativa stradale (con l'inasprimento delle pene già deciso dal governo di centro-sinistra) a quella sull'autodifesa (con la larga tolleranza decisa da questo governo) a quella sulle manifestazioni di piazza (duramente trattata dal Ministro degli interni).
Su entrambe le questioni - contro i nemici esterni e contro quelli interni - si è registrato un consenso popolare sorprendente.
Si tratta di un consenso che viene alimentato usando sapientemente l'emozione della paura e che si concretizza nella richiesta (e nella proposta) di soluzioni immediate e tecnicamente efficaci, anche a costo di stiracchiare i limiti al potere esecutivo. Chi meglio tiene in mano una risposta dura all'immigrazione e alla microcriminalità conquista il favore dell'audience; che in pratica significa un mandato largo (sempre più largo a giudicare dal Decreto sicurezza bis) agli organi governativi più direttamente responsabili della repressione. Ne risulta un esito paradossale: la depoliticizzazione della sfera politica o di larga parte di essa (la sicurezza, si dice, non è né di destra né di sinistra) e un'iper-politicizzazione dell'argomento della difesa della società e degli strumenti per attuarla.
Nella letteratura politica questo fenomeno è chiamato Penal populism, populismo che si serve del codice penale. L'uso di questo neologismo lo si deve a Anthony Bottoms che nel 1995 ha collegato l'aggettivo "populista" al sostantivo "punitività" (punitiveness) per significare la propensione dei governi populisti a trasformare questioni di disagio sociale in questioni di law and order. La strategia della risposta operativa (efficacia nella repressione) mette a tacere la politica della prevenzione, perseguita dalla democrazia dei partiti nell'era dello stato sociale.
Il declino del welfare ha allargato le maglie del linguaggio della colpa e della pena, ha esteso l'uso delle istituzioni penitenziarie e del controllo sociale coattivo, come a compensare la fragilità dello stato sociale. In alcune analisi comparate nei paesi di area angloamericana sulla relazione tra politiche della sicurezza e opinione pubblica, la cornice concettuale del populismo penale è stata definita come uso propagandistico dei dicasteri della sicurezza con lo scopo di estendere il consenso all'esecutivo.
Luigi Ferrajoli ha messo in evidenza come le politiche che sfruttano la paura generica dettata dall'insicurezza mettendo mano al codice penale tendano ad accentuare le misure repressive fino a mettere a rischio il rispetto delle libertà civili. Stefano Anastasia e Manuel Anselmi hanno recentemente sostenuto che il populismo penale non è una specifica ideologia ma una tecnica del potere che usa il codice penale per definire i "nemici" e acquista consenso nel mostrarsi professionalmente capace contro di essi.
Quest'attitudine si alimenta della logica della scorciatoia. Non è in contraddizione diretta con la Costituzione, ma opera una torsione interpretativa che si fa forte dell'autorità dell'audience, mettendo in secondo piamo quella delle norme e dei principi. L'esito dell'uso populista del codice penale è ben noto agli studiosi dei populismi latinoamericani, così sintetizzato da Kurt Weyland: "tutto per i mei amici; per i miei nemici, la legge". Si tratta di una logica di radicale parzialità a sostegno di una politica strabica: inasprimento delle pene per chi manifesta dissenso, strizzata d'occhio e sostegno esplicito per gli alleati.
Il populismo al potere resta nel tracciato della democrazia costituzionale ma a costo di stiracchiarla come un elastico, fino a portarla ai confini estremi oltre i quali c'è qualcosa d'altro, qualcosa che conosciamo bene e che si chiama tirannia. È evidente che non possiamo parlare di "crisi della democrazia" ogni qualvolta le elezioni ci consegnano maggioranze spiacevoli: non c'è nulla di non democratico nell'avere partiti di destra al potere.
Ma quel che cambia con questo tirare dell'elastico costituzionale è il tenore della vita politica, dentro e fuori lo stato; è la dimensione simbolica e delle credenze che cambia fino a giustificare restrizioni della libertà di espressione che sarebbero impensabili in altri tempi e circostanze, o che comunque sarebbero oggetto di un'intensa opposizione. Non invece nel tempo del populismo penale, che gode di un consenso quasi egemone, ben al di là della maggioranza numerica.
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