si Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 12 agosto 2019
Su Facebook una mia amica posta le foto di un nuovo resort aperto alle Maldive: "Un posto da sogno" scrive, "una vista senza eguali". Mi domando sempre se i turisti che si recano su queste incantevoli isole facciano mai mente locale sul fatto che stanno entrando in un Paese musulmano dove agli stranieri è consentito fare tutto ciò che ai locali è vietato.
Non si può bere, non si possono avere relazioni extra coniugali perché si rischiano cento frustate o, s si è femmina la lapidazione, le donne vivono in uno stato di subordinazione, nel 2014 è stata anche reintrodotta la pena di morte. Ma ai viaggiatori sdraiati sulla spiaggia della loro isola paradiso tutto questo non importa. Non notano di avere nel resort soltanto personale di servizio maschile che magari li disprezza per il loro stile di vita dissoluto.
Come ci racconta Francesca Borri nel suo libro "Ma quale Paradiso?" (Einaudi 2017) l'arcipelago ha un alto numero di fighters che si recano in Siria per dare un senso alla propria vita perché "vivere a Malé è terribile - spiega a Borri Aishaat Ali Naaz direttore del Mipstar, il Maldivian Institute for Psychological Services, Training and Research - E non mi riferisco solo alla criminalità.
Sei in mezzo all'oceano. Cioè, è magnifico, sì: però per un giorno. Per una settimana. Ma sei in trappola, qui. E in più, senza un cinema, senza un parco, un teatro, un concerto. Niente. Ogni giorno uguale all'altro". E così dilaga la droga, la rabbia, la povertà. Pensiamoci prima di prenotare il viaggio per il paradiso che paradiso non è.
di Andrea Galli
Corriere della Sera, 12 agosto 2019
Francis Bartram Brown, consulente dell'Eni di San Donato Milanese, era accusato di truffa dal Bahrein. Poi il messaggio: "Rilasciatelo". Un messaggio urgente inviato dall'Interpol del Bahrein agli omologhi italiani. Un lunghissimo numero di protocollo, che inizia con MI-123-U-B-31. E due righe appena di testo: "Il soggetto non è più ricercato e deve tornare in libertà". Il messaggio è datato 24 luglio scorso. Quando lui, il "soggetto", stava in galera già da diciotto giorni.
Il rischio di morire - Eppure, nell'estate paurosamente avventurosa di un manager inglese, il 47ennne Francis Bartram Brown, consulente dell'Eni di San Donato Milanese, non era la prigione, benché fosse innocente, ad angosciarlo.
Quanto la prospettiva. Ovvero lasciare il penitenziario di Brindisi, dopo l'arresto eseguito dalla polizia di Ostuni il 6 luglio, un sabato, quand'era in vacanza in un esclusivo resort della Val d'Itria, e venire estradato proprio in Bahrein, nazione che aveva spiccato contro di lui un mandato di cattura internazionale, e nazione dove permangono la pena di morte e situazioni nei penitenziari che violano i diritti umani.
Per il reato inesistente del quale Bartram Brown era accusato, una truffa milionaria dopo aver trattato un gigantesco e fantomatico carico di sabbia e aver intascato i soldi, da quelle parti non applicano sconti. Adesso che è tornato libero, avendo la Procura generale di Lecce disposto la scarcerazione, il consulente sta cercando di capire per quale motivo sia finito dentro questo caso (internazionale). Non riesce a darsi risposta.
La guerra diplomatica - Forse c'è stato uno scambio di persona. Forse è divenuto una inconsapevole pedina di un gioco su larga scala nelle trame diplomatiche (e non soltanto) nel mondo arabo. Forse, per promuovere ritorsioni contro Londra, il Bahrein ha deciso di mandare un segnale tirando a fondo il 47enne e ha fatto firmare da un suo "public prosecutor" l'ordine di individuare Bartram Brown e catturarlo: la ricerca, a un certo punto, era assurta a questione di Stato, quell'uomo andava rintracciato, ovunque e ogni costo.
Il diretto interessato, attraverso il suo avvocato, Alexandro Maria Tirelli, ritiene d'essere stato "al centro di un complotto ordito da persone vicine alla casa reale del Bahrein". Ipotizza poi, il consulente, che un qualche collegamento con le sue peripezie, ma ugualmente mancano elementi nitidi, l'abbia avuto il feroce scontro in atto tra sciiti e sunniti, sempre con un legame su una presunta o presumibile "azione" esterna della Gran Bretagna. Fatto sta che dettano legge gli ultimi provvedimenti, definitivi: dalla lista dei codici rossi dell'Interpol, dedicata ai latitanti più pericolosi nel mondo, di Bartram Brown non esiste traccia alcuna. D'accordo. Ma potrà bastare per risarcirlo?
I dubbi e i ricorsi - Il legale aveva presentato un immediato ricorso, e pur qui ignorando le valutazioni dei giudici competenti del caso, pare logico ipotizzare più di un dubbio. Nel provvedimento con cui il Bahrein invocava la cattura del manager, mancavano approfondimenti.
Una perentoria nota scarna, nella convinzione non fossero necessarie aggiunte. Nessuno discute le eventuali responsabilità delle forze dell'ordine italiane, che hanno "eseguito" e portato la questione sulla scrivania dei magistrati; ma fonti investigative del Corriere affermano che sia a livello "alto", nell'Interpol, sia a un livello "basso", fra gli stessi che hanno fisicamente bloccato Bartram Brown, serpeggiava la "convinzione" che l'impianto generale di partenza fosse debole. Basterebbe dare una rapida lettura ai rapporti sulle condizioni delle carceri e della giustizia: testimonianze di detenuti in Bahrein di pestaggi, torture, digiuni forzati, con l'obiettivo di confessare colpe non commesse.
Per tacere, s'intende, della pena capitale. Specializzato in campo marittimo, con una competenza di livello sulla gestione delle piattaforme petrolifere, il consulente ha deciso di restare in Italia. Ha delle vacanze da proseguire, se non di nuovo in Val d'Itria, in un appartamento in Campania, dove nella fase iniziale l'avvocato, all'oscuro come l'assistito della storia nella sua complessità, sperava di farlo mettere ai domiciliari. In attesa di capire se Bartram Brown avesse una seconda vita, se insomma fosse un enorme personaggio da spy-story oppure, semplicemente e per appunto, un professionista in infradito che se ne stava per i fatti suoi, in ferie.
di Liana Milella
La Repubblica, 11 agosto 2019
Ecco i nomi di chi succederà a Riccardo Fuzio che lasciato la magistratura sull'onda del caso Palamara. Parte con nomi di magistrati di tutto prestigio la corsa per la poltrona di procuratore generale della Cassazione. È scaduto ieri sera a mezzanotte il termine per presentare le domande per il posto lasciato libero dopo le dimissioni di Riccardo Fuzio coinvolto nell'inchiesta toghe sporche di Perugia per aver incontrato l'ex pm di Roma Luca Palamara che si era presentato sotto casa sua facendolo chiamare da un collega.
zmedia.it, 11 agosto 2019
Lo ha stabilito il Magistrato di Sorveglianza di Viterbo in accoglimento del reclamo avanzato dall'avv. Mario Santambrogio nell'interesse del suo assistito Pesce Vincenzo cl. 1959, da Rosarno. Pesce Vincenzo, condannato alla pena di anni 14 di reclusione in qualità di capo dell'omonima organizzazione mafiosa operante sul territorio di Rosarno, era stato sottoposto al regime di detenzione speciale previsto dall'art. 41bis dell'ordinamento penitenziario c/o il carcere di Viterbo.
stampalibera.it, 11 agosto 2019
Sono state depositate le motivazioni della Cassazione che ha accolto il ricorso di un detenuto al 41bis al quale gli era stato ordinato il divieto di acquisto o ricezione dei giornali di stampa locale, indipendentemente dalla loro provenienza geografica. Parliamo di una ordinanza della corte di assise di Messina fatta nei confronti del boss barcellonese Giovanni Rao, ristretto nella casa circondariale de L'Aquila.
di Angiola Petronio
Corriere di Verona, 11 agosto 2019
La Garante: "Soffitti che cedono, pavimenti assenti e mancano fondi". Una sorta di "scrigno". Una "relazione" che in realtà è un spaccato su quel mondo parallelo che tutti, dall'esterno, pensano di conoscere. Ma che in realtà è un cosmo a sé stante, tanto da essere definito "pianeta". Quel "pianeta carcere" che a Verona si chiama Montorio.
È contenuta in quello scrigno che è la "relazione attività 2018" redatta dal garante dei diritti delle persone private della libertà personale Margherita Forestan. L'ha presentata in consiglio comunale a giugno, quella relazione.
di Michele Di Branco
La Stampa, 11 agosto 2019
Lo studio di Confartigianato Veneto: il problema rischia di aggravarsi con i prepensionamenti di "quota 100". A Brescia ogni magistrato ha un'utenza media di 15.124 cittadini, i colleghi di Reggio. Tribunali e uffici scoperti? Processi lenti. Il cortocircuito che rallenta la giustizia italiana sta nei numeri. La pianta organica ideale del Ministero di Grazia e Giustizia indica un fabbisogno di 7 mila 954 unità. Ma gli ultimi dati disponibili parlano di una forza effettiva ben più bassa, 6 mila 944, di cui 4 mila 784 ordinari e 2 mila 160 onorari.
di Maria Bella
livesicilia.it, 11 agosto 2019
L'avvocato: "Epilogo felice, ma tormentato e ritardato". Si è conclusa positivamente la vicenda denunciata nei giorni scorsi su Live Sicilia dal legale Ernesto Pino. Antonino Cintorino, boss dell'omonimo clan operante a Calatabiano, detenuto al regime di massima sicurezza nel carcere di Novara, ha iniziato la cura per debellare il pericoloso batterio che lo ha aggredito.
A darne notizia lo stesso istituto penitenziario, dopo le dure parole dell'avvocato Pino, che aveva parlato di gravi inadempienze da parte della struttura carceraria ai danni del proprio assistito. "Improprie ed immotivate", secondo la direttrice del carcere, le notizie divulgate dall'avvocato Pino con toni allarmistici.
Innanzitutto, secondo quanto asserito dal medico specialista gastroenterologo, il farmaco "non è un salvavita e la sua assunzione non ha indicazioni di urgenza, tanto da poterne iniziare l'utilizzo anche qualora torni disponibile", non essendo al momento presente nelle farmacie del territorio di Novara. Per questo i familiari del detenuto avevano chiesto di essere autorizzati all'acquisto e all'invio del medicinale. Procedura non ammissibile secondo le "disposizioni in vigore per i detenuti sottoposti al regime 41bis".
Nonostante ciò, evidenzia la direttrice del carcere, "mi sono assunta la responsabilità di autorizzare in via eccezionale l'acquisto da parte dei familiari". L'invio, consentito attraverso la farmacia presso cui è stato comprato, è avvenuto giorni dopo a causa di alcuni inconvenienti non dipesi dal penitenziario. Ma, secondo la direttrice, il legale non avrebbe atteso il tempo previsto per le procedure del caso e avrebbe divulgato la vicenda, con il nome ed il cognome del detenuto, compiendo un gesto incauto, grave e pericoloso.
Non così per l'avvocato Ernesto Pino che, attraverso una nota, risponde a tono alle critiche sollevate. Sarebbe bastato, spiega il legale, dare una risposta tempestiva alla farmacista che, contattata dai familiari del detenuto, aveva chiesto all'istituto penitenziario tempi e modalità per l'invio del medicinale. Oppure rispondere alla pec inviata dallo stesso legale il giorno dopo. Ma tutto ciò non è avvenuto. "Quando si verte in tema di detenuti sottoposti al regime del 41bis - scrive l'avvocato Pino - interloquire con i Direttori del carcere o Direttori sanitari è per i difensori una missione impossibile".
Secondo Ernesto Pino la divulgazione della notizia "lungi dall'essere immotivata, ha sortito l'effetto sperato: finalmente i difensori ed i familiari del detenuto sono stati portati a conoscenza della reale situazione clinica dello stesso ed il difensore è stato onorato di una mail di risposta". Il legale risponde anche alle accuse di allarmismo e di incauta divulgazione delle generalità del detenuto. Pur non essendo salvavita, l'assunzione della terapia sarebbe stata consigliata in tempi brevi, secondo la relazione medica dello scorso 19 luglio.
Infine, sarebbe stato lo stesso Cintorino a chiedere al legale di smuovere le acque, autorizzando lo stesso a fare il suo nome per divulgare la vicenda. "Detto ciò - conclude il legale - ritengo conclusa la vicenda con il tormentato e ritardato, ma felice epilogo, augurandomi che il Sig. Cintorino Antonino possa guarire al più presto e che, in futuro, si abbia un minimo di rispetto, da parte degli Istituti penitenziari, per il ruolo e la figura del difensore".
di Giovanni Longo
Gazzetta del Mezzogiorno, 11 agosto 2019
La sorte dolente tocca a migranti, barboni, persone senza nome e detenuti. Qualcuno è completamente solo al mondo. Qualcun altro, venuto in Italia cercando fortuna (invano), è deceduto senza che nel Paese d'origine i parenti sapessero nulla. A volte non hanno un nome.
La certezza è che i casi di cadaveri "dimenticati" nell'Istituto di Medicina Legale dell'Università degli Studi di Bari sono in aumento. La vicenda della salma di un ex detenuto del carcere di Bari abbandonata da oltre un mese e mezzo in un macabro limbo, tra l'inchiesta aperta dalla Procura e una degna sepoltura che ancora non c'è (ne abbiamo riferito ieri), non è un caso isolato.
"Il fenomeno esiste - spiega il professor Franco Introna, direttore dell'Istituto - e tra l'altro crea non pochi problemi al nostro lavoro che già viene svolto quotidianamente tra mille difficoltà e con risorse sempre più risicate". Da un lato le esigenze della scienza e, soprattutto, quelle investigative di chi è chiamato a "leggere" i segnali che giungono da un corpo senza vita che può raccontare tanto sul perché del decesso e su chi può avere avuto delle responsabilità. Dall'altro il contraltare sociale, la finestra discreta e sommessa che si apre su persone sole, come fossero fantasmi. Sino alla morte. Anzi, anche oltre. "Delle 12 celle frigorifere a nostra disposizione, ormai usate ininterrottamente da 25 anni, un terzo è occupato da cadaveri "dimenticati".
Brutto dirlo, me ne rendo conto, ma da noi purtroppo è così. Una volta giunte in istituto, le salme, dopo le autopsie, tornano a disposizione dei famigliari per le esequie. Ma in certi casi...". Già, come funziona, nel caso in cui nessuno rivendichi la salma? "Prima c'era la cosiddetta "sepoltura in povertà" - spiega Introna.
Un servizio di pompe funebri pubblico provvedeva alle esequie di chi, purtroppo, era completamente solo al mondo. Pensiamo ai clandestini, in passato abbiamo avuto tanti casi di questo tipo. Adesso, soprattutto a causa della mancanza di fondi, questa possibilità è sempre più ridotta e assicurare la pietà, a volte, diventa più complicato. La nostra non è solo un'attività importante da un punto di vista medico legale, scientifico e investigativo, ma anche sociale". Ovvio che non possano rimanere per sempre lì. Oltre un certo tempo, la strada della sepoltura è obbligata anche per il rischio di decomposizione.
Tra questi cadaveri dimenticati, c'è anche quello di Sabino Di Fronzo, 61 anni, di Triggiano, detenuto nel carcere di Bari e poi trasferito al Policlinico. Nel macabro limbo in cui si trova, l'unico parente a voler fare luce è un anziano zio materno. L'Autorità giudiziaria ha bloccato il rilascio della salma, ma non ha ancora disposto l'autopsia. La conseguenza è che il corpo senza vita dell'uomo si trova a Medicina Legale dal 21 giugno.
A chiedere che venga acceso una luce c'è il parente che ha presentato un esposto al posto di Polizia di Stato all'interno del nosocomio barese. Un fascicolo è stato aperto dalla magistratura. Al momento, a quanto pare, è a carico di ignoti. Il pm Ignazio Abbadessa ha disposto il sequestro delle cartelle cliniche in ospedale, il sequestro del diario clinico in carcere e ha delegato la Polizia di Stato a sentire l'anziano zio della vittima che con il suo esposto ha dato il via agli accertamenti. Verifiche che, al momento, non contemplano però l'autopsia. Così Di Fronzo resta tra color che son sospesi, in una delle 12 celle frigorifere buie e fredde di Medicina Legale. Uno dei numerosi casi di "cadaveri dimenticati". Storie di vite difficili di chi neanche dopo la morte riesce a trovare pace.
di Giovanni Longo
Gazzetta del Mezzogiorno, 11 agosto 2019
La sorte dolente tocca a migranti, barboni, persone senza nome e detenuti. Qualcuno è completamente solo al mondo. Qualcun altro, venuto in Italia cercando fortuna (invano), è deceduto senza che nel Paese d'origine i parenti sapessero nulla. A volte non hanno un nome.
La certezza è che i casi di cadaveri "dimenticati" nell'Istituto di Medicina Legale dell'Università degli Studi di Bari sono in aumento. La vicenda della salma di un ex detenuto del carcere di Bari abbandonata da oltre un mese e mezzo in un macabro limbo, tra l'inchiesta aperta dalla Procura e una degna sepoltura che ancora non c'è (ne abbiamo riferito ieri), non è un caso isolato.
"Il fenomeno esiste - spiega il professor Franco Introna, direttore dell'Istituto - e tra l'altro crea non pochi problemi al nostro lavoro che già viene svolto quotidianamente tra mille difficoltà e con risorse sempre più risicate". Da un lato le esigenze della scienza e, soprattutto, quelle investigative di chi è chiamato a "leggere" i segnali che giungono da un corpo senza vita che può raccontare tanto sul perché del decesso e su chi può avere avuto delle responsabilità. Dall'altro il contraltare sociale, la finestra discreta e sommessa che si apre su persone sole, come fossero fantasmi. Sino alla morte. Anzi, anche oltre. "Delle 12 celle frigorifere a nostra disposizione, ormai usate ininterrottamente da 25 anni, un terzo è occupato da cadaveri "dimenticati".
Brutto dirlo, me ne rendo conto, ma da noi purtroppo è così. Una volta giunte in istituto, le salme, dopo le autopsie, tornano a disposizione dei famigliari per le esequie. Ma in certi casi...". Già, come funziona, nel caso in cui nessuno rivendichi la salma? "Prima c'era la cosiddetta "sepoltura in povertà" - spiega Introna.
Un servizio di pompe funebri pubblico provvedeva alle esequie di chi, purtroppo, era completamente solo al mondo. Pensiamo ai clandestini, in passato abbiamo avuto tanti casi di questo tipo. Adesso, soprattutto a causa della mancanza di fondi, questa possibilità è sempre più ridotta e assicurare la pietà, a volte, diventa più complicato. La nostra non è solo un'attività importante da un punto di vista medico legale, scientifico e investigativo, ma anche sociale". Ovvio che non possano rimanere per sempre lì. Oltre un certo tempo, la strada della sepoltura è obbligata anche per il rischio di decomposizione.
Tra questi cadaveri dimenticati, c'è anche quello di Sabino Di Fronzo, 61 anni, di Triggiano, detenuto nel carcere di Bari e poi trasferito al Policlinico. Nel macabro limbo in cui si trova, l'unico parente a voler fare luce è un anziano zio materno. L'Autorità giudiziaria ha bloccato il rilascio della salma, ma non ha ancora disposto l'autopsia. La conseguenza è che il corpo senza vita dell'uomo si trova a Medicina Legale dal 21 giugno.
A chiedere che venga acceso una luce c'è il parente che ha presentato un esposto al posto di Polizia di Stato all'interno del nosocomio barese. Un fascicolo è stato aperto dalla magistratura. Al momento, a quanto pare, è a carico di ignoti. Il pm Ignazio Abbadessa ha disposto il sequestro delle cartelle cliniche in ospedale, il sequestro del diario clinico in carcere e ha delegato la Polizia di Stato a sentire l'anziano zio della vittima che con il suo esposto ha dato il via agli accertamenti. Verifiche che, al momento, non contemplano però l'autopsia. Così Di Fronzo resta tra color che son sospesi, in una delle 12 celle frigorifere buie e fredde di Medicina Legale. Uno dei numerosi casi di "cadaveri dimenticati". Storie di vite difficili di chi neanche dopo la morte riesce a trovare pace.









