di Fabio Tonacci
La Repubblica, 27 giugno 2019
Il Viminale cavalca da mesi lo slogan dei porti chiusi, ma a giugno ci sono stati mille sbarchi sulle coste italiane. Eppure si parla soltanto dei 42 migranti salvati dalla Ong. Mentre Salvini indica il dito, l'Italia non vede la Luna. E la Luna sono 344 migranti arrivati con barche e barchini direttamente sulle nostre coste, negli stessi giorni in cui il ministro si è esibito in direttive contro la Sea-Watch 3 e nella propaganda dei porti chiusi, orchestrando la più asfissiante manovra a tenaglia contro una Ong mai vista finora. La grande ipocrisia di Matteo Salvini sta tutta qui, nella realtà dei fatti.
E in quel suo tentativo di illudere l'opinione pubblica di aver risolto un fenomeno epocale qual è quello delle migrazioni dall'Africa, bloccando una sola nave a quindici miglia da Lampedusa. Lì dove per quattordici giorni ha galleggiato la coscienza sporca dell'Europa. Il 19 giugno, per esempio. Settimo giorno dello stallo.
A fine giornata, Salvini in diretta Facebook racconta che a lui "il rifugiato vero non pone alcun problema", e che, invece, "il problema sono le centinaia di migliaia di furbi e spacciatori che arrivano in Italia a far casino". Poi un saluto all'equipaggio di Sea-Watch 3, alla sua maniera: "In Italia non si arriva". Peccato che in Italia, e proprio a Lampedusa, siano appena arrivati 45 migranti (kenioti, somali, ivoriani, senegalesi) su una barca di legno, portati a terra da una motovedetta della Guardia di finanza. Però il problema è la Sea-Watch.
Il 24 giugno, dodicesimo giorno di stallo. "Caro parroco - scrive Salvini su Twitter, rivolgendosi a don Carmelo che protesta dormendo sul sagrato della chiesa - io non cambio idea: porti chiusi a chi aiuta i trafficanti di esseri umani. Dorma bene". E sono appena arrivati, sempre a bordo di barchini, 59 migranti a Crotone e tre (tunisini) a Lampedusa.
Tre sono quelli che sono stati rintracciati, gli altri sono spariti appena hanno toccato terra. Ma il problema è la Sea-Watch. Ancora ieri, 26 giugno, quattordicesimo giorno di stallo: Salvini defmisce la capitana Carola "sbruffoncella" e "fuorilegge", mentre a Crotone un veliero monoalbero di 16 metri si incaglia sulla spiaggia, con 47 migranti sopra (iracheni, pakistani, curdi). Porti diversamente chiusi, vien da dire.
Dall'inizio dell'anno i conteggi del Viminale segnano 2.511 arrivi (quasi 1.000 solo a giugno), di cui 1.159 direttamente sulle spiagge italiane, senza interventi di soccorso di navi mercantili o militari. Le Ong hanno salvato e portato 185 persone (escludendo i 42 ancora sul ponte della Sea-Watch 3, e per i quali la capitana Carola Rackete ha ricevuto rifiuti allo sbarco da Italia, Malta, Olanda e Francia).
E che sia una questione tutta politica, e non di accoglienza, lo si capisce perché per quelli della Ong tedesca ci sono una cinquantina di città tedesche che vogliono ospitare i richiedenti asilo salvati il 12 giugno scorso, e anche l'arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia si è detto disponibile. Ma Salvini fa finta di non sentire, non li fa scendere. Perché il problema, il suo problema, è la Sea-Watch.
di Francesco Bei
La Stampa, 27 giugno 2019
Una ragazza coraggiosa che da sola sfida uno Stato e "disobbedisce" alla legge in nome di un imperativo morale superiore: salvaguardare la vita di chi ha raccolto dal mare. Chiunque abbia un cuore non ci mette molto a capire da che parte stare tra la capitana Carola Reckete della Sea Watch e il ministro dell'Interno che sbeffeggia una donna che prova da due settimane a far sbarcare in un porto sicuro i suoi naufraghi.
È dai tempi di Antigone e Creonte che ci dividiamo tra chi pensa che si debbano rispettare le leggi morali superiori che ci definiscono come essere umani e chi invece ritiene più importanti i codici. Siamo ancora lì. E davvero, di fronte alla sofferenza di tanta gente, benché con la pelle di un colore diverso dal nostro, appaiono fuori luogo le sparate di Salvini, la sproporzione di un apparato di sicurezza mobilitato contro 42 immigrati mentre ogni giorno su quella stessa isola sbarca chiunque (basta sentire le sagge parole del sindaco di Lampedusa), il capovolgimento dei fatti, i sospetti sul "chi la paga", il considerare scafisti dei ragazzi che offrono loro stessi, le loro vite, il loro tempo, per aiutare i più deboli e si battono per gli ideali in cui credono.
Detto tutto questo, dato a Salvini il suo, è chiaro però che non si può considerare il caso Sea Watch come un unicum e ripartire ogni volta da zero. Il capo della Lega ha trovato un filone elettorale redditizio e lo sfrutta al meglio, ma tolto Salvini resta la grande questione. Una questione gigantesca: l'Italia ha diritto oppure no a controllare chi entra nei suoi confini?
Tutti i cuori intrepidi che giustamente palpitano oggi in sincro con l'equipaggio della Sea Watch, tutti i parlamentari che in queste ore affollano la banchina di Lampedusa, sanno dare una risposta a questa semplice domanda? Esiste al mondo uno Stato che fa entrare chi vuole? Non parliamo di naufraghi, attenzione. Chi affonda in mare va salvato e punto. Ma nel 2016 e nel 2017 le Ong "soccorsero" al limite delle acque libiche e trasportarono in Italia rispettivamente 46.796 e 46.601 immigrati.
Con questi numeri, che traggo dal rapporto del comando generale della Guardia costiera, parlare di naufraghi è ipocrisia: legittimamente, dal loro punto di vista, le Ong avevano aperto un canale di ingresso che prescindeva dalle leggi italiane sui visti. Nel 2017 le nazionalità di arrivo erano le seguenti: Nigeria, Guinea, Costa D'Avorio, Bangladesh e Mali. Si tratta, nella stragrande maggioranza, di immigrati economici.
La capitana Rackete, Mediterranea, la Sea Watch e coloro che si sforzano di fare entrare nella "Fortezza Europa" tutti quelli che lo desiderano, teorizzano il No Border, una politica di accoglienza che costruisca un ponte aperto tra il nostro Continente e l'Africa. Ma alle ultime elezioni Europee i tre partiti che sposavano apertamente queste tesi (ci perdonino gli interessati, ma le semplificazioni sono necessarie), ovvero +Europa, Verdi e Sinistra, complessivamente hanno preso l'8,2 per cento. Segno che oltre il 90 per cento dell'elettorato italiano - a prescindere da destra, sinistra e centro - ritiene invece che uno Stato, per dirsi tale, non può far entrare uno straniero solo perché in stato di bisogno.
Non è un problema facile da risolvere, l'immigrazione. L'Unhcr ieri ha fornito a Bruxelles qualche indicazione utile. Quando i migranti arrivano in Libia, è troppo tardi, non c'è più niente da fare per fermarli. Bisogna agire prima, nei paesi di transito e di partenza. Scoraggiare le partenze con progetti mirati. Prevedere un modo legale per arrivare in Europa, perché è giusto, perché conviene a loro ma anche a noi. E infine, perché uno Stato serio fa anche questo, rimpatriare chi è arrivato qui e non ne aveva diritto.
Ovvero due cose che Salvini e il governo Conte non stanno facendo. Il ministro dell'Interno inizi a presidiare Bruxelles per cambiare il trattato di Dublino e convincere l'Europa a negoziare trattati di rimpatrio Ue-Africa. Prendersela con la "sbruffoncella" della Sea Watch è certamente più facile, abbia il coraggio di affrontare i suoi pari.
PS: ieri il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha scritto al presidente del Consiglio una lettera interessante e condivisibile. Chiede a Conte un "incontro urgente" per discutere di immigrazione in maniera "responsabile e istituzionale".
Fosse l'inizio di una politica bipartisan su una questione tanto seria sarebbe da salutare con squilli di tromba. Il Pd, tuttavia, dovrebbe chiarirsi al suo interno se la linea è quella di Marco Minniti oppure di Pietro Bartolo, se aiutare la guardia costiera libica è la cosa giusta da fare oppure un crimine contro l'umanità. Se si guarda alla sinistra danese oppure alla Ocasio-Cortez. Prima dell'incontro con Conte, magari.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 27 giugno 2019
Abbiamo intervistato Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, per avere un parere sulla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo rispetto al caso dei migranti a bordo della Sea Watch 3.
Come interpreta la decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo?
La decisione ha un doppio profilo. Va tenuto presente che si tratta di una sentenza sull'urgenza di un provvedimento da parte della corte, in base all'articolo 39 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), cioè rispetto a una situazione urgente da interrompere. Su questo, da un lato la Corte è giudicabile molto cauta, dall'altro è in linea con analoghe sentenze. Cioè afferma che non c'è l'urgenza di intervenire perché nei casi drammatici l'Italia ha provveduto a far scendere le persone. Poi però dice al governo di continuare a fare il possibile, perché controllerà l'evolversi della situazione. Questa seconda parte mi pare la più interessante perché afferma esplicitamente che rispetto allo sviluppo di quella situazione, e quindi rispetto alle persone sulla nave, c'è una responsabilità italiana.
Cosa significa?
Che quando la Corte entrerà nel merito, perché questa è solo l'urgenza, per esempio sulla violazione dell'art. 3 (quelle condizioni possono essere definite come trattamenti inumani e degradanti) o del 5 (le persone erano private della libertà in maniera informale e senza possibilità di ricorso) partirà dal fatto che la responsabilità è italiana. E qui ci potrebbero essere valutazioni diverse da quelle espresse l'altro ieri. Mi pare si sia colta solo mezza parte della questione.
Quindi la sentenza non le pare contraddittoria, come hanno scritto gli avvocati di Sea Watch?
La considero in linea con altre della stessa Corte. Non chiude le porte a possibili decisioni future nella valutazione del merito di natura differente.
Non è singolare che una Corte auspichi che un governo si prenda cura delle persone senza ordinarlo?
In qualche modo lo ordina, seppur implicitamente. Metterlo nella sentenza equivale a dire che se non viene fatto cambia il quadro. È chiaro che è una sentenza sulle procedure. Voglio vedere come sarà definito il trattenimento in mare per 14 giorni di persone deboli quando si esaminerà il merito. Poi è vero che la sentenza poteva essere più coraggiosa, poteva dire "intervengo già sul momento". Ma è un po' come il caso della Diciotti, sebbene quello sia stato tutto italiano. Quando la procura salì a bordo ci si chiese perché, se c'era una violazione, non è stata interrotta immediatamente facendo scendere le persone. La procura non lo ha imposto però poi ha ritenuto che si dovesse aprire un procedimento. La Corte potrebbe fare un po' la stessa cosa. Non ha imposto di scendere adesso ma vedremo cosa deciderà sulla situazione di fatto.
di Viviana Daloiso
Avvenire, 27 giugno 2019
L'emergenza droga, le istituzioni battono un colpo. Almeno nella Giornata mondiale che s'è celebrata ieri, in cui a farsi sentire più forte di tutte è stata la voce del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in visita al Centro italiano di solidarietà voluto da don Mario Picchi a Roma per accogliere - tra gli ultimi - proprio i giovani risucchiati nel vortice della dipendenza, sempre più numerosi.
"Servono strumenti di prevenzione, è essenziali che i nostri bambini e i nostri ragazzi siano messi al corrente del valore della vita" è l'appello del capo dello Stato, che si unisce idealmente a quello del segretario generale dell'Onu Guterres lanciato a tutti i Paesi delle Nazioni Unite. "Il punto chiave è scardinare le solitudini per recuperare la vita - ha aggiunto. Ogni recupero restituisce un patrimonio inestimabile". Gli ospiti della comunità lo ascoltano e gli stringono la mano commossi, qualcuno racconta la sua storia di rinascita, il presidente Roberto Mineo lo ringrazia aggiungendo che purtroppo "il fenomeno droga è lungi dall'affievolirsi", e che quindi "non bisogna mai abbassare la guardia e cedere all'idea di pericolose liberalizzazioni che puntualmente si riaffacciano in parte dell'opinione pubblica".
Proprio nella giornata contro la droga, d'altronde, è stata pubblicata anche la decima edizione del Libro Bianco promosso dalla Società della Ragione insieme a Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca e Associazione Luca Coscioni che rivela come se nel mondo la media degli arresti per reati connessi alle droghe è intorno al 20%, in Italia siamo stabili al 30%. Un fenomeno che - questo il punto di vista del fronte di sigle - incide sul sovraffollamento delle carceri al punto che "senza gli arresti dovuti al proibizionismo il sistema penitenziario italiano rientrerebbe nella legalità costituzionale".
"Nessuna pietà per i venditori di morte e per le mafie che fanno affari con lo spaccio" sono invece le parole del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che promette di moltiplicare "i nostri sforzi per contrastare sempre di più la vendita di droga: controllo del territorio, prevenzione, pene più severe". Un approccio securitario che poco interessa al mondo delle comunità e degli operatori, che hanno lanciato un allarme sui tagli all'assistenza e ai servizi specialistici (garantiti soltanto a una vittima su tre) e hanno chiesto a gran voce al governo la convocazione della Conferenza nazionale sulle droghe, lo strumento che permetterebbe all'intero sistema di presa in carico delle dipendenze di riorganizzarsi e ripartire.
"In quest' anno di lavoro - la replica arrivato dal ministro per la Famiglia e le Disabilità con delega alle Politiche antidroga, Lorenzo Fontana - abbiamo investito 7 milioni di euro per la prevenzione dall'uso di droghe, 3 per progetti nelle scuole, 2,2 per il sostegno alle comunità. Abbiamo inoltre attivato tavoli tecnici in vista della prossima Conferenza nazionale sulle droghe". Tavoli che tuttavia, ancora a ieri sera, non risultavano convocati.
quotidianosanita.it, 27 giugno 2019
Carceri piene di persone da aiutare (30%)". Il Libro Bianco. Se nel mondo la media degli arresti per reati connessi alle droghe è intorno al 20%, in Italia siamo stabili al 30%. E ancora, 14.118 dei 47.258 ingressi in carcere nel 2018 sono stati causati da imputazioni o condanne sulla base dell'art. 73 (detenzione a fini di spaccio) della legge.
Dei quasi 60.000 detenuti presenti in carcere al 31 dicembre 2018 ben 14.579 lo erano per detenzione a fini di spaccio. "Senza gli arresti dovuti al proibizionismo il sistema penitenziario italiano rientrerebbe nella legalità costituzionale". Il rapporto presentato oggi alla Camera dall'Associazione Coscioni e altre organizzazioni.
In occasione della giornata internazionale contro il Narco Traffico è stato presentato presso la Camera dei Deputati il X Libro Bianco sulle droghe promosso da Associazione Luca Coscioni, la Società della Ragione insieme a Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca con l'adesione di A Buon Diritto, Arci, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica Cgil, Gruppo Abele, Itardd, Lega Coop Sociali, Lila.
Alcuni dati del Decimo Libro Bianco "La Guerra dei Trent'anni", che passa in rassegna 30 anni di leggi e politiche in materia di droga, oltre a raccogliere dati relativi al 2018:
- Si conferma che, da tre decenni, il Testo Unico, noto ancora come Jervolino-Vassalli, è la causa principale di ingresso nel sistema della giustizia italiana e nelle carceri. Se nel mondo la media degli arresti per reati connessi alle droghe è intorno al 20%, in Italia siamo stabili al 30%. Il testo smonta anche molte delle mistificazioni spesso utilizzate per generare paura contro riforme anti-proibizioniste.
Giusto per fare un esempio, solo l'1.14% degli incidenti stradali (dati della Polizia Stradale 2018, Istat e Dpa) avviene in violazione dell'art. 187 del codice della strada (guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti). Anche i dati della sperimentazione dello screening rapido su strada indicano che a poco più dell'1% dei conducenti risulta positivo ai test. Di questi una media superiore al 20% viene "scagionato" dalle analisi di laboratorio.
-14.118 dei 47.258 ingressi in carcere nel 2018 sono stati causati da imputazioni o condanne sulla base dell'art. 73 (detenzione a fini di spaccio) della legge. Si tratta del 29,87%, un'inversione di tendenza dal 2013 quando a seguito della sentenza Torreggiani della CEDU e dalle modifiche occorse a seguito della decisione della Consulta di cancellare buona parte della legge "Fini-Giovanardi" furono registrati numeri di arresti con la media mondiale.
- Dei quasi 60.000 detenuti presenti in carcere al 31 dicembre 2018 ben 14.579 lo erano a causa del solo art. 73 del Testo unico (sostanzialmente per detenzione a fini di spaccio). Altri 5.488 in associazione con l'art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti), solo 940 esclusivamente per l'art. 74. Questi ultimi rimangono sostanzialmente stabili (anzi diminuiscono di alcune decine di unità). Nel complesso vi è però un aumento secco del 6,5% rispetto all'anno precedente. Senza gli arresti dovuti al proibizionismo, si spiega, il sistema penitenziario italiano rientrerebbe nella legalità costituzionale.
"Questo studio indipendente - dichiara Filomena Gallo, segretario dell'Associazione Luca Coscioni, una delle organizzazioni promotrici del documento - continua a rappresentare uno dei pochi documenti seri, se non l'unico, capaci di analizzare il fenomeno nella sua dimensione reale senza pregiudizi ideologici.
Tutte le associazioni che hanno contribuito hanno sicuramente posizioni molto critiche circa le leggi e politiche in materia di droga nel nostro paese, ma al momento dell'analisi si concentrano laicamente sui dati forniti dai ministeri per far emergere la realtà italiana. Il X Libro Bianco denuncia una gravissima situazione relativa ai procedimenti penali per violazione della Legge sulla droga e al numero degli arresti anche per la sola detenzione che contribuiscono significativamente alla sovrappopolazione carceraria".
"Il governo continua a non far tesoro degli sviluppi positivi in materia di regolamentazione, in particolare di cannabis, che iniziano a venire dai vari Stati degli Usa e dal Canada e Uruguay, mentre il Parlamento è immobile sulla nostra proposta di legge d'iniziativa popolare presentata alla camera nel 2016 per la legalizzazione della cannabis. Infine - ha concluso Filomena Gallo - il quotidiano stillicidio di dichiarazioni contrastanti da parte di membri del Governo su canapa e cannabis, contribuisce a creare un generale clima d'incertezza che va contro il diritto alla salute di migliaia di persone che dai cannabinoidi potrebbero trarre giovamento e colpisce piccoli e medi imprenditori di un settore agricolo tradizionale".
Gli altri numeri del Libro Bianco - 16.669 dei 59.655 detenuti al 31 dicembre del 2018 sono ritenuti tossicodipendenti, si tratta del 27,94% del totale. Una percentuale che supera il picco raggiunto dall'entrata in vigore della Fini-Giovanardi (27,57% nel 2007), numeri successivamente riassorbiti grazie a interventi legislativi correttivi. Preoccupa poi l'ulteriore l'impennata degli ingressi in carcere di tossicodipendenti che toccano il record del 35,53%.
Le persone coinvolte in procedimenti penali pendenti per violazione dell'articolo 73 e 74 sono rispettivamente 178.819 (+5.005 e +2,9% rispetto a un anno prima) e 43.335 (+1.154 e +2,7%), un dato che si allinea ai peggiori anni della Fini-Giovanardi". Unico dato positivo sono le misure alternative in lieve ma costante crescita lieve negli ultimi anni grazie alla revisione di dei massimi e minimi di pena del 2014".
Le sanzioni amministrative riguardano il 36% delle segnalazioni, anche qui la percentuale è in aumento rispetto all'anno precedente. La segnalazione al prefetto dei consumatori ha quindi natura principalmente sanzionatoria. La repressione colpisce per quasi l'80% i consumatori di cannabinoidi (79,18%), seguono a distanza cocaina (14,34%) e eroina (4,39%) e in maniera irrilevante le altre sostanze. Dal 1990, anno dell'entrata in vigore del Testo Unico sulle droghe, 1.267.183 persone sono state segnalate per possesso di sostanze stupefacenti ad uso personale; di queste 926.478, il 73,11% per derivati della cannabis.
Infine, malgrado il ritorno sensibile degli arresti, si registra il crescente numero delle persone segnalate ai prefetti per consumo di sostanze illecite: 39.278 nel 2018 con un'impennata relativa ai minori di +394,4% in tre anni. Dopo aver già notato il dato nel Nono Libro Bianco si consolida il numero delle sanzioni: 15.126. Allo stesso tempo pare del tutto irrilevante la vocazione "terapeutica" della segnalazione al Prefetto: su 39.278 persone segnalate solo 82 sono state sollecitate a presentare un programma di trattamento sociosanitario - nel 2017 erano 3.008.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 27 giugno 2019
Oggi è la Giornata internazionale per le vittime di tortura. A oltre 60 anni dalla proclamazione del divieto internazionale di tortura e a più di 40 anni dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, questa atroce pratica resta diffusa in numerosi paesi e, particolare aberrante, strumenti atti a torturare vengono ancora pubblicamente offerti sul mercato e commerciati in tutto il mondo.
Nelle scintillanti fiere delle armi e dei prodotti di sicurezza, i governi esibiscono ai loro stand oggetti il cui unico scopo è di causare dolore e paura. Negli ultimi anni, il divieto europeo di esportazione ha reso più difficile commercializzarli ma non esiste ancora a livello internazionale il consenso necessario per metterli al bando. Questa settimana l'Assemblea generale delle Nazioni Unite metterà ai voti una risoluzione per porre fine al commercio di strumenti di tortura. Amnesty International auspica che sia adottata e che vengano rafforzati i blandi controlli che finora hanno permesso a tale commercio di prosperare. Ecco cinque strumenti di tortura da vietare immediatamente.
Le cinture elettriche - Sono utilizzate per "controllare" i detenuti in Sudafrica e in alcuni stati degli Usa. Mediante elettrodi collocati vicino ai reni, rilasciano scariche ad alto voltaggio causando dolori atroci. Spesso sono fatte indossare per parecchie ore al giorno, con la minaccia di essere attivate a distanza. Possono causare debolezza muscolare, minzione e defecazione involontarie, aritmie cardiache, collassi e piaghe sulla pelle. Vengono prodotte negli Usa, a Singapore, in Cina e in altri paesi. Fornitori sono stati individuati in India e in Israele.
I manganelli elettrici - Anche in questo caso, sono prodotti che rilasciano potenti scariche elettriche premendo semplicemente un pulsante. In caso di uso ripetuto, soprattutto sulle parti sensibili del corpo, possono procurare enormi dolori senza lasciare tracce fisiche permanenti. Per questo sono tra gli strumenti preferiti di tortura, tanto che Amnesty International ne ha documentato l'uso in ogni parte del mondo. Sono prodotti e ampiamente usati in Cina. Un'azienda russa ha commercianti e rappresentanti in Bielorussia, Kazakistan, Ucraina, Uzbekistan, Iran, Israele, Arabia Saudita, Sudafrica e Vietnam. Omega Research ne ha rinvenuto la produzione in diverse aziende che hanno sede nell'Unione europea. Sono usati in molti paesi, tra cui Kirghizistan, Filippine, Russia e Cina. Tre anni fa, Amnesty International ha raccolto testimonianze di migranti e rifugiati colpiti coi manganelli elettrici all'arrivo in Italia, per costringerli a rilasciare le impronte digitali nelle stazioni di polizia.
I manganelli acuminati - Si tratta di manganelli o bastoni dotati di punte acuminate in plastica o metallo che non hanno altro scopo se non infliggere intenzionalmente dolore e sofferenza. Alcuni modelli hanno le punte sparse su tutto il prodotto, altri solo sulla punta. Il principale produttore di questo strumento di tortura è la Cina. L'Unione europea ha emesso un divieto, valido per tutti gli stati membri, di importare, esportare o promuovere questi prodotti. Ma ciò nonostante, nel 2017 erano in vendita a Parigi, presso una fiera delle armi, insieme ad altri prodotti illegali. A usarli sono soprattutto le forze di polizia in Cambogia, Nepal e Thailandia.
I collari - Si tratta di strumenti di costrizione che stringono il collo. Alcuni modelli bloccano insieme il collo e i polsi. Sono degradanti e pericolosi e producono molto dolore. La pressione esercitata sul collo può causare soffocamento o danni alla gola. Le ricerche di Amnesty International e di Omega Research hanno individuato almeno un produttore in Cina, che è il paese che li usa maggiormente.
Le sedie di contenzione - In queste sedie i detenuti sono bloccati da manette o altri strumenti di costrizione ai polsi, alle spalle, al petto, alle anche, ai gomiti, alle cosce o alla vita. Sono spesso usate per compiere altre torture, come pestaggi e alimentazione forzata. Se una persona viene lasciata incustodita per lunghi periodi di tempo, questa rischia gravi ferite se non la morte. Non vi è alcun legittimo uso che le forze di polizia possano rivendicare. Lo stesso risultato, rendere inoffensiva una persona impedendone i movimenti, può essere ottenuto con strumenti meno dannosi. Di nuovo, la Cina è tra i principali produttori e utilizzatori ma le sedie di contenzione sono prodotte anche negli Usa e ne è stato documentato l'uso nel centro di detenzione di Guantánamo Bay. Sono usate ancora nelle prigioni per adulti dell'Australia, mentre ne è stato sospeso l'uso nelle carceri minorili dopo che nel 2016 avevano fatto il giro del mondo le sconvolgenti immagini di un minorenne incappucciato e bloccato a una sedia di contenzione nei Territori del Nord.
di Daniele Raineri
Il Foglio, 27 giugno 2019
Tra il piano Minniti in Libia e Salvini ci sono grosse differenze, ma nel caos non capiamo più nulla. Il piano Minniti prevedeva l'arrivo dell'Onu per svuotare i campi, il governo gialloverde s'è tenuto solo gli accordi sui barconi.
Quando si parla degli accordi tra l'Italia e la Libia ci sono alcuni equivoci che vanno chiariti. L'equivoco più grande è che il cosiddetto piano Minniti fosse a favore dei campi di prigionia in cui i migranti sono rinchiusi in condizioni spaventose. Il piano Minniti in realtà era articolato in fasi successive che prevedevano l'intervento delle Nazioni Unite in Libia per svuotare i campi e per spostare tutti i migranti sotto la protezione internazionale.
È chiaro che per i migranti - che a centinaia di migliaia arrivano da sud fino alla costa libica e lì sono detenuti anche per anni - passare dalle mani dei libici a quelle delle Nazioni Unite avrebbe significato la salvezza. Avrebbero abbandonato la condizione di prigionieri sottoposti a torture e abusi per tornare esseri umani sotto la responsabilità di un'organizzazione internazionale. Prevedeva anche che l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) cominciasse in Libia il lavoro per capire quanti fra gli immigrati avessero diritto allo status di rifugiato perché in pericolo e aprisse per loro un corridoio umanitario verso l'Europa - quindi saltando il passaggio del traffico di persone sui barconi, in mano alla criminalità e a rischio naufragio.
E allora perché non è successo? Che cosa non ha funzionato? Il piano Minniti si è fermato alla prima fase, quella del blocco delle partenze dei barconi, perché il governo di Tripoli sponsorizzato dalle Nazioni Unite non ha mai raggiunto il livello di stabilità necessario a continuare. Anzi, adesso è a rischio estinzione perché da tre mesi è assediato dalle milizie del generale Khalifa Haftar, che nei primi giorni di aprile ha lanciato un blitz per catturare la capitale - l'attacco doveva durare ventiquattr'ore, invece si è trasformato in una guerra civile che finora ha fatto settecento morti.
Eppure l'unica speranza di chiudere i centri di detenzione in Libia sarebbe avere a Tripoli un governo forte e stabile, che possa approvare una missione delle Nazioni Unite, e invece accade il contrario: il governo sponsorizzato dalle Nazioni Unite è stato abbandonato quasi da tutti e di fatto sopravvive ancora soltanto perché alcune milizie disprezzano Haftar e non vogliono finire sotto il suo regime e anche perché Turchia e Qatar lo tengono in vita per ragioni politiche che non c'entrano nulla con i rifugiati. Se alcuni deputati del Partito democratico pensano che eliminare gli impegni dell'Italia migliorerà la situazione, non hanno capito che servirebbero più accordi e non meno.
Nel frattempo in Italia è arrivato il governo gialloverde a cui delle fasi successive del piano non importava, gli è bastato ereditare l'accordo per limitare le partenze dei barconi dalla costa libica. L'esecutivo italiano mostra di non capire la gravità del problema. A novembre il premier Giuseppe Conte aveva annunciato che il 2019 sarebbe stato l'anno della svolta in Libia, quello della pace, e invece è chiaro a tutti gli osservatori che la situazione peggiora di settimana in settimana.
La riconciliazione della Libia cercata con forza da Paolo Gentiloni, prima da ministro degli Esteri e poi da presidente del Consiglio, non era un obiettivo astratto oppure "buonista": la Libia stabilizzata era il requisito necessario ma non sufficiente per realizzare il resto del piano, che prevedeva l'arrivo delle Nazioni Unite, la fine dei centri in cui sono rinchiusi i migranti in condizioni orrende e il controllo del flusso di migranti verso l'Italia. La linea Minniti prevedeva anche accordi nel sud della Libia e una missione militare al confine sud del paese, quello con il Niger, in modo che ci fosse una prevenzione a più strati.
I trafficanti di persone dovevano essere bloccati molto più a sud, in modo da evitare che i migranti arrivassero fino alla costa libica, e quelli sulla costa non dovevano partire sui barconi, in modo da diminuire al massimo le traversate (e gli annegamenti in mezzo al mare). Di nuovo: tutto questo non si è realizzato, anzi è proprio sparito dall'orizzonte.
C'è poi la questione dell'ospedale da campo a Misurata, sulla costa duecento chilometri a est della capitale. Di fatto, è uno dei pochi simboli dell'impegno dell'Italia verso il governo di Tripoli. Potremmo pure chiuderlo, ma poi non si capisce perché qualche libico dovrebbe ancora ascoltare cosa abbiamo da dire su quello che succede nel loro paese. Tenere i canali di comunicazione aperti invece ci servirebbe - e non poco.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 27 giugno 2019
L'immagine del papà e della bimba morti in Messico ricordano quella di Alan, e come quella colpiscono. Ma l'emozione dura poco: da che cosa sarà seguita?
Ci sono immagini che sembrano coltellate, che ti lacerano, che innescano una profonda tristezza chiamata emozione. Come non provare orrore, davanti a questo padre e alla sua bambina affogati in un fiume di confine tra Messico e Stati Uniti, a faccia in giù come il piccolo siriano Alan portato dalla corrente sulla spiaggia turca di Bodrum nel 2015. Ma le emozioni, anche davanti agli scatti più terribili, non colpiscono quasi mai la sfera della razionalità, del pensiero, dell'iniziativa, e per questo durano poco. Per questo, rimarginata la ferita, ci affrettiamo a rientrare nel nostro quotidiano.
Che orrore, anche questo. Possono durare così poco, i nostri valori? Può essere a tal punto egoista, la nostra vita ben protetta? Il dibattito è antico. Per alcuni la prima cosa da difendere è la nostra democrazia, e una immigrazione incontrollata la metterebbe in crisi favorendo svolte autoritarie sancite dalle urne. Per altri i valori di tolleranza e di accoglienza vengono prima dei sistemi politici. Per altri ancora, e noi siamo tra questi, esistono sempre vie che possono essere percorse. Ma per provarci, per porsi soltanto il problema dell'azione davanti alle sfide globali, servono qualità che non tutti i politici e non tutti i popoli hanno.
I rigoristi fautori dei "muri" citano volentieri l'esempio di Angela Merkel. L'esempio di uno slancio emotivo che in politica è finito male, dicono. Ma il giudizio potrebbe presto cambiare, perché la Germania trasforma i rifugiati in risorse economiche, in nuova manodopera, e organizza l'insegnamento della lingua, l'inserimento sociale. Si chiama integrazione. Donald Trump non sembra essersi posto questi problemi. Ha promesso un muro contro i centro-americani e un muro esige prima delle elezioni del novembre 2020. Negli Usa, era ora, è scoppiato lo scandalo dei bambini non accompagnati che i servizi federali fanno vivere in condizioni oltraggiose. Ma Trump non cambierà rotta. A lui interessano le elezioni e i problemi americani, non quelli globali.
Il nostro trumpismo lo abbiamo anche noi, e le divisioni europee non aiutano le azioni comuni. Ma superare le prese di posizione strumentali che conosciamo (mentre centinaia di migranti arrivano nel silenzio con piccole imbarcazioni) diventa possibile soltanto in presenza di una forte volontà indipendente dalle immagini strazianti. I "nostri" migranti giungono in massima parte dalla Libia. Ebbene, chi ricorda che in Libia si combatte e si muore ogni giorno? Quali iniziative abbiamo preso, noi che siamo i primi interessati? Abbiamo per caso cercato seriamente di fermare i rifornimenti di armi alle parti, beninteso in accordo con Paesi più influenti di noi? Non domina l'impotenza, oppure il disinteresse? Eppure in una Libia senza spari un piano efficace potrebbe forse essere concepito. L'Onu potrebbe assumere la sorveglianza di quei "campi" dove i futuri migranti vengono spesso torturati. Percorsi legali di immigrazione potrebbero essere creati, limitati nei numeri e sorvegliati. Una politica di integrazione potrebbe nascere, in una Italia che continua ad invecchiare. Nuovi accordi per i rimpatri potrebbero essere conclusi. Quel papà e quella bimba non sono morti sull'uscio degli Usa, sono morti anche a Lampedusa, anche in Turchia come Alan, anche sulle coste siciliane. Spetta a noi la scelta tra emozioni brevi e volontà tenaci.
di Adolfo Pérez Esquivel
Il Manifesto, 27 giugno 2019
La guerra giudiziaria è diventata oggi lo strumento statunitense per modificare gli equilibri politici nello storico "cortile di casa". Si denigrano ex governanti progressisti per evitare che tornino a crescere alternative popolari alle politiche neoliberiste Usa. Papa Francesco ha di recente lanciato l'allarme sul ricorso al lawfare, alla guerra giuridica, come meccanismo di intervento nello scenario politico. Nel suo discorso al Vertice dei giudici panamericani ha spiegato che "il lawfare, oltre a mettere in grave pericolo la democrazia dei paesi, generalmente viene utilizzato per minare i processi politici emergenti e propendere alla violazione sistematica dei diritti sociali".
Il lawfare è stato definito dal Comando Sud degli Stati uniti parte della strategia per assicurare l'influenza e tornare allo stato di subordinazione del continente che per Washington è sempre stato il "patio trasero" (cortile di casa). Una strategia utilizzata nei colpi di Stato, come quelli contro i governi di Honduras e Paraguay. Quando i golpe "bianchi" istituzionali falliscono, cercano di imporla con la forza come fatto storicamente orchestrando colpi di Stato insurrezionali o minacciando interventi militari diretti come nei confronti del Venezuela, un paese costretto ad affrontare pressioni e sabotaggi di ogni tipo contro la sua popolazione, con il blocco statunitense che causa la penuria di alimenti e farmaci.
L'attuale amministrazione statunitense ha accentuato il proprio interventismo nella regione, cercando di recuperare lo spazio egemonico perso dopo il fallimento delle politiche neoliberiste negli anni 90 con l'ascesa di governi progressisti che hanno messo in essere strategie all'insegna di una maggiore sovranità e giustizia sociale. Per garantire i propri interessi, Washington non può permettere che un paese indipendente e sovrano esca dalla sua orbita di dominio. Il ritorno alle politiche neoliberiste in diversi paesi della regione favorisce la ricolonizzazione del continente, l'acuirsi della dipendenza, l'esclusione sociale, la concentrazione della ricchezza, finendo per rendere spurie le democrazie latinoamericane.
La guerra giuridica è utilizzata per denigrare e attaccare ex governanti progressisti, per evitare che tornino a crescere alternative popolari alle politiche neoliberiste. Non si tratta di fatti isolati: rispondono a politiche imposte dagli Usa in tutto il continente; è quello che accade in Brasile contro Lula e Dilma Rousseff, la perversa impalcatura giuridica e politica usata per impedire la candidatura di Lula alle elezioni. Le denunce del giornalista statunitense Glenn Greenwald, vincitore del Premio Pulitzer nel 2014 insieme allo staff del Washington Post, hanno rivelato com'è stato costruito il processo contro Lula, la perversione e le falsità del giudice Sergio Moro, di Bolsonaro e dell'ambasciata statunitense.
In Argentina è stata costruita un'architettura politica basata sull'intervento della giustizia attraverso lo spionaggio, con l'intervento diretto e parastatale di agenzie di intelligence, con un grande impegno da parte dei media, concentrati in poche mani, e di giornalisti diventati spie. Come è stato possibile che un autista come Oscar Centeno abbia avuto a sua disposizione informazioni e dati tali da costruire un piano per denunciare Cristina Kirchner, i suoi figli ed ex funzionari del suo governo? Il popolo non è stupido. L'inganno e la bassezza messi in campo assomigliano all'operato nefasto del giudice Moro contro Lula in Brasile o a quanto è stato compiuto in Ecuador contro l'ex presidente Rafael Correa.
I nostri popoli credono nella giustizia, ma non credono più nel potere giudiziario. Il governo minaccia e condiziona i giudici. Certi magistrati temono le minacce e le rappresaglie, hanno paura che si inventino ragioni per sottoporli a un giudizio politico o per insabbiare il loro lavoro.
Quando un giudice indaga su fatti che coinvolgono funzionari dell'amministrazione giudiziaria e alleati del governo, come Marcelo D'Alessio, il procuratore Stornelli, i presunti repubblicanisti come il giudice Bonadío, la ministra della sicurezza sociale Patricia Bullrich, deputati della coalizione di governo, settori della corporazione dei giudici, i media mainstream e lo stesso presidente della nazione avviano una campagna feroce contro i giudici indipendenti, come Alejo Ramos Padilla, mirando a squalificarli e distruggerli per evitare che proseguano le inchieste.
Il presidente Macri, forte della sua impunità, invita il procuratore Stornelli a un evento pubblico nella giornata delle forze armate, come per dargli manforte di fronte ai cinque rinvii a giudizio decisi dal giudice Padilla; burlandosi così di quella giustizia che dovrebbe servire. Le accuse in serie avanzate dal giudice Bonadío contro l'ex presidente Cristina Fernández, benché siano evidenti le falsificazioni, come ad esempio nella causa relativa all'importazione di gas liquefatto, mettono in evidenza la strategia del lawfare. A importare non sono verità, obiettività, giustizia, ma obiettivi politici al servizio del potere.
I servizi segreti delle ambasciate degli Stati uniti e di Israele continuano a tramare nell'ombra, con giudici che vanno e vengono per essere "formati": imparano come demolire qualunque opposizione politica e come indurre e manipolare campagne elettorali e opinione pubblica, sostenuti da una stampa canaglia che agisce nella totale impunità. L'obiettivo è arrivare a condannare prima dei giudici e instillare nella popolazione gli effetti di queste condanne mediatiche, sollevando sospetti e accuse. Le prove dell'appartenenza di Marcelo D'Alessio alla Dea, con legami stretti negli Stati uniti, in Israele, con la ministra Bullrich e il procuratore Stornelli, la sua partecipazione al vertice dei capi di Stato del G20 sono fatti gravi che attentano alla sicurezza del paese.
Nel corso di una perquisizione, sono stati trovate in possesso di D'Alessio armi sofisticate che non esistono nel paese, in dotazione alle forze armate statunitensi, e documentazione che attesta le sue responsabilità e connivenze con il governo. È molto grave che si permetta ad agenzie di intelligence parastatali di operare, come hanno fatto - lo si apprende dalla documentazione sequestrata - D'Alessio e la sua équipe in Venezuela e Uruguay, violando i diritti sovrani di paesi fratelli. È necessario denunciare il lawfare e chiarirne i meccanismi all'opinione pubblica. Ma non basta. Nella ricerca di alternative dovremmo mettere in atto strategie di maggiore trasparenza e controllo nella gestione pubblica e nell'amministrazione della giustizia e istituzionalizzare con maggiore determinazione efficaci meccanismi di controllo e democratizzazione della società.
cdt.ch, 27 giugno 2019
Le prove indicano che le forze dell'ordine fanno spesso uso di violenza contro i detenuti per punire ed estorcere confessioni. Un cittadino russo su 10 afferma di essere stato torturato dagli agenti delle forze dell'ordine. Lo riporta un sondaggio dell'istituto demoscopico indipendente Levada Center. I risultati offrono "prove spaventose che le forze dell'ordine usano la violenza contro i detenuti e la usano spesso", ha detto il Centro Levada. Il sondaggio è stato commissionato dall'ong Committee Against Torture e pubblicato ieri.
Tre quarti di chi ha affermato di essere stato torturato ha detto che le forze dell'ordine hanno usato la violenza per umiliare e intimidire. La metà ha detto che le autorità li hanno torturati per estorcere confessioni e un terzo ha dichiarato che la violenza è stata inflitta come punizione. Le forze dell'ordine russe sono state colpite da diversi scandali di torture, con vittime tra le persone LGBT in Cecenia, Testimoni di Geova e carcerati.
Nel 2018, gli investigatori dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno chiesto alla Russia di fermare le frequenti torture di detenuti e perseguire i responsabili. Lo riporta il Moscow Times. Mentre il 60% degli intervistati ha dichiarato di opporsi alla tortura in tutti i casi, il 30% ha dichiarato che la pratica è accettabile in rare occasioni. Allo stesso tempo, il 40% ha affermato che evitare la tortura renderebbe più difficile per le forze dell'ordine trovare i criminali. "Questi risultati sono spiacevolmente sorprendenti", ha detto l'avvocato dell'ong Dmitry Kozakov al quotidiano Kommersant. Levada ha condotto il suo sondaggio, pubblicato nella Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, tra 3400 intervistati in 53 regioni russe in gennaio e febbraio.
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