ilfattodicalabria.it, 28 agosto 2019
Incontro tra il direttore della Casa circondariale di Castrovillari Giuseppe Cartà e il consigliere provinciale Graziano Di Natale per avviare un progetto che coinvolga i detenuti a lavori di pubblica utilità. Si è svolto oggi presso la direzione della casa circondariale di Castrovillari un incontro tra il direttore Giuseppe Cartà e il consigliere provinciale Graziano Di Natale. Si è discusso di idee ed iniziative ed in particolare del progetto relativo al coinvolgimento dei detenuti ai lavori di pubblica utilità. L'iniziativa dovrebbe interessare le strade, di competenza della Provincia di Cosenza, ricadenti nel territorio di Castrovillari. Si è quindi convenuto di programmare nella prossima settimana una riunione operativa, alla presenza del Presidente Franco Iacucci, al fine di definire le questioni logistiche organizzative finalizzate alla stipula di una convenzione tra i due Enti.
ottopagine.it, 28 agosto 2019
Il presidente Camera Penale, Russo: "Sistema esecuzione penale fallace: serve riforma profonda". Come già anticipato da Ottopagine.it nell'articolo del 18 agosto, aderendo all'iniziativa "Ferragosto in Carcere", promossa dal Partito Radicale e da Radio Radicale, e sostenuta dall'Unione delle Camere Penali Italiane, la Camera Penale di Benevento, con il presidente Domenico Russo, il vicepresidente, Ettore Marcarelli, il Segretario, Vincenzo Gallo, e i componenti di Giunta, gli avvocati Natascia Pastore e Nico Salomone, delegato per l'Osservatorio Carcere, ha visitato, nella giornata di domenica 18 agosto, la Casa Circondariale "Capodimonte" di Benevento.
Gli avvocati si sono trattenuti per oltre 3 ore all'interno dell'istituto di pena dove hanno incontrato il direttore Gianfranco Marcello e successivamente, grazie alla disponibilità e all'ausilio dello stesso e con il fondamentale supporto degli agenti della Polizia Penitenziaria, hanno visitato i padiglioni dei reparti femminile e maschile (detenuti comuni e alta sicurezza), oltre che le aree dedicate alle attività lavorative e trattamentali.
Nell'Istituto, come risulta dai dati prontamente messi a disposizione dalla Direzione, sono attualmente presenti 421 detenuti (di cui 347 uomini e 74 donne - 62 stranieri complessivamente), a fronte di una capienza regolamentare di 261 persone, benché la capienza effettiva dello stesso risulti attualmente aumentata a circa 450 persone.
I detenuti comuni sono 210 e i detenuti in alta sicurezza sono 211 (nessuno in regime di 41 bis): 267 in espiazione pena definitiva, 132 in attesa di giudizio (di cui 93 imputati, 39 appellanti e 20 ricorrenti). Sono complessivamente 90 i detenuti lavoranti dipendenti dell'Amministrazione penitenziaria (di cui 66 uomini e 24 donne), uno il detenuto (donna) lavorante per conto di imprese e cooperative. Va aggiunto che sono 11 (di cui 7 a titolo volontario) in totale (tra semiliberi e art. 21 O.P.) i detenuti che lavorano alle dipendenze di datori di lavoro esterni (Questura, Comune di Benevento e Caritas).
"L'Istituto - spiega in una lunga nota il presidente della Camera Penale di Benevento, l'avvocato Domenico Russo - attualmente dispone di un unico vicedirettore (invece dei tre regolarmente in servizio in passato) e ciò limita fortemente, come può facilmente dedursi, la possibilità da parte del direttore di incontrare i detenuti, con la dovuta costanza, per colloqui e udienze.
Il personale amministrativo, pur rientrando nei limiti formali di pianta organica, è concretamente insufficiente per una piena attuazione della cd. "sorveglianza dinamica", come prevista dalla normativa vigente. Il dato di concreta insufficienza riguarda in particolare gli operatori dediti alle attività trattamentali (psicologi ed educatori).
Gli educatori - oggi, più precisamente, qualificati come 'funzionari giuridico-pedagogici' - effettivamente in servizio sono 6, come da pianta organica, e sono alle dipendenze dirette dell'Amministrazione penitenziaria. Gli psicologici in servizio in Istituto sono due, di cui uno "interno", alle dipendenze dell'Amministrazione (per un servizio di 44 ore mensili), l'altro "esterno", alle dipendenze dell'Asl.
Il numero degli agenti di Polizia Penitenziaria risponde ai criteri di organico (244 in pianta organica, 232 assegnati, 258 effettivamente in servizio), ma non consente - spiega ancora l'avvocato Russo - la presenza concretamente necessaria in ciascuna sezione di almeno 3-4 agenti (tanto in conseguenza dei recenti "tagli").
La Casa Circondariale conta di una sala teatro, di un campo sportivo e di 8 stanze palestra, che, però, nella realtà sono piccole e contengono pochi e vecchi attrezzi in disuso. Per le attività teatrali, come sottolineato dal medesimo Direttore, si auspica una collaborazione con le associazioni di volontariato locali. È altresì presente una serra agricola ed un'area verde all'aperto, che la Direzione intende recuperare. Adeguati in termini di spazio e sufficientemente attrezzati appaiono gli ambienti cucina, tanto nel reparto maschile, quanto in quello femminile.
La struttura ha al suo interno un presidio medico per l'assistenza sanitaria (24 ore su 24) ed un servizio SERT funzionante e sufficientemente organizzato. È presente, inoltre, un reparto che ospita soggetti gravati da patologie psichiatriche per una capienza allo stato di 5 persone, cui è assegnato personale infermieristico alle dipendenze dell'ASL costantemente presente in Istituto. Lunghe, ad oggi, restano ancora le attese per lo svolgimento di visite mediche specialistiche ed esami diagnostici presso l'Azienda Ospedaliera "San Pio" di Benevento.
L'Istituto è dotato di una sartoria, ben funzionante, cui attualmente risultano assegnate, quali lavoratrici, alcune detenute; la sartoria produce uniformi per uso interno e si occupa altresì della loro riparazione; restano, invece, allo stato inutilizzati i locali poco prima adibiti a copisteria digitale (per la riproduzione in forma digitale di manoscritti musicali) e a laboratorio orafo. Anche questo in conseguenza della riduzione dei fondi disponibili.
Oggetto di recente intervento manutentivo è l'area riservata ai colloqui con i difensori, agli interrogatori e alle udienze con i magistrati e al Sert. L'Istituto garantisce i corsi di studio della scuola obbligatoria statale, avendo al suo interno una Scuola Alberghiera (reparto alta sicurezza), e organizza corsi di taglio e cucito. Con l'ausilio di educatori e psicologi, il carcere di Benevento, in collaborazione con associazioni di volontariato e cooperative sociali, organizza e promuove attività volte alla tutela dei rapporti con la famiglia e di sostegno alla genitorialità, pur mancando specifici percorsi psicologici individuali in tal senso".
Il numero uno della Camera Penale di Benevento rileva "tuttavia, come non risulti la costante organizzazione di 'corsi di formazione professionalè che possano concretamente - e nell'ottica della primaria funzione rieducativa della pena - consentire il graduale reinserimento lavorativo dei detenuti e, così, la loro effettiva reintegrazione sociale. Da realizzare - secondo Russo - ancora un necessario presidio dell'Ufficio Anagrafe per risolvere il problema dei detenuti privi di documento di riconoscimento o che lo hanno smarrito. Nonostante l'impegno della Direzione, come, ad esempio, per il recupero di aree non utilizzate da destinare ad attività trattamentali, quali la palestra, il giardinaggio e l'orticoltura, e quello volto a sollecitare l'implementazione dei corsi di formazione lavorativa, la situazione dell'Istituto presenta ancora diverse criticità.
Per ciò che concerne l'aspetto strettamente legato alla "detenzione", le celle, tanto nel reparto femminile, quanto in quello maschile, sono predisposte per ospitare due o quattro persone. All'ispezione visiva non sono emerse gravi situazioni di sovraffollamento della singola cella, anche se alcune di queste, tenuto conto degli arredi presenti al loro interno, sono prossime al limite del rispetto del parametro giurisprudenziale (per quanto esso sia ancora non uniformemente definito) dei 3 mq di spazio vitale per ciascuna persona ivi ospitata.
Le celle - conclude l'avvocato Russo - non presentano segni evidenti di muffa ed umidità, se non in qualche caso e in modo non eccessivamente allarmante. L'acqua calda a disposizione dei detenuti è contingentata giornalmente, più o meno per tre volte al giorno, con qualche connessa lamentela, essendo la stessa utilizzata sia per l'igiene personale che per il lavaggio degli indumenti. Le zone doccia si presentano in condizioni igienico-sanitarie mediamente accettabili e dignitose.
Resta inalterato, ad oggi, l'utilizzo (criticabile e sconsigliabile, visto che concerne spesso soggetti al primo ingresso e incensurati) delle celle dell'area isolamento per l'accoglienza dei "nuovi giunti", tanto nel reparto femminile, che in quello maschile. Sul punto va detto che la Direzione ha tuttavia disposto che tali celle siano costantemente tenute sotto osservazione e che la permanenza nelle stesse, in attesa del trasferimento ai reparti, non si protragga oltre qualche giorno e che il singolo detenuto non resti mai da solo".
Al termine della lunga relazione, la Camera Penale concluse spiegando che "La Casa Circondariale di Benevento certamente non versa nelle condizioni drammatiche che contraddistinguono altri istituti penitenziari presenti sul territorio nazionale. La Direzione, il personale amministrativo e la polizia penitenziaria in servizio svolgono il loro lavoro con dedizione e competenza. Tuttavia, tale impegno non può nascondere le carenze, pur presenti ed innanzi evidenziate, su cui è necessario intervenire. Con maggiore impegno da parte di tutti i soggetti preposti, si potrebbero ottenere, in tempi congrui, buoni risultati. Va rimarcato, in ogni caso, come il sistema dell'esecuzione penale, così come attualmente strutturato, resti fallace e vada profondamente riformato. La finalità rieducativa della pena è sostanzialmente ancora un "auspicio costituzionale" e sussiste, per questo, la necessità cogente di destinare maggiori risorse al sistema e puntare utilmente sulle misure alternative alla detenzione".
Lungo questa traccia, la Camera Penale di Benevento annuncia di "perseverare nel suo impegno volto a collaborare al miglioramento delle condizioni della detenzione inframuraria e dell'esecuzione più in generale, riservandosi ogni azione utile in tal senso, allo scopo di rendere l'espiazione della pena maggiormente rispettosa della dignità umana e degli irrinunciabili principi dettati dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali".
di Fabio Folisi
friulisera.it, 28 agosto 2019
Qualche giorno fa sui social veniva ri-postata la notizia della morte di Danila, transessuale straniera di 33 anni suicida 4 ore dopo essere entrata nel carcere di Udine di via Spalato, trovata impiccata con un lenzuolo nel bagno del reparto "protetto" dove era stata reclusa. In molti non avevano notato la data del post, agosto 2018, pensando si trattasse di un ennesimo caso e lamentando che la stampa non se ne stesse occupando.
In realtà, una volta tanto, la stampa è innocente visto che la notizia era datata e anche alle accuse che era stato omesso il nome della vittima "senza riportare un nome, un'identità, senza il rispetto dell'identità sessuale. Una trans. Come un oggetto, manco un animale" si può tranquillamente rispondere che questa "omissione" viene quasi sempre fatta per rispetto della vittima (uomo, donna o trans) di questa estrema scelta. Ci sono ovviamente delle eccezioni a questa regola e riguardano sostanzialmente l'eterno e sottile limite fra il diritto di cronaca e quello di salvaguardare la dignità delle persone, anche nel caso in cui queste fossero famose.
Il confine è delimitato in maniera dettagliata dal Testo unico dei doveri del giornalista, che richiama il Codice dei trattamenti dei dati personali: non tutto si può scrivere; non tutto è giusto che diventi notizia. Il requisito è quello dell'interesse pubblico: episodi minimi, fatti personali che riguardano persone non conosciute, prive di ruoli pubblici, non possono, non devono finire all'attenzione dei media.
Fatta questa doverosa difesa della categoria, che purtroppo spesso non applica queste norme deontologiche, si può invece dire che la tematica generale dei suicidi in carcere, di qualsiasi sesso sia la vittima, è un problema raramente trattato dai media come non lo sono in genere le questioni che riguardano le condizioni di vita negli istituti penitenziari.
Il perché è facilmente comprensibile, i diritti dei detenuti non sono argomenti "popolari", anzi, nella vulgata di certa plebe e in quella di molti politici che su questi concetti basano la loro fortuna elettorale, l'idea che il detenuto debba "soffrire" per espiare la propria pena diventa fattore addirittura gratificante. Poco importa se molti detenuti sono in attesa di giudizio, quindi potenzialmente innocenti, poco importa se in carcere spesso finiscono soggetti deboli incapaci di efficace difesa e che più che di reclusione necessiterebbero di attenzione.
Insomma nonostante l'Italia sia il Paese natale di Cesare Beccaria il sistema carcerario italiano non brilla per umanità ed organizzazione anche se innegabilmente alcuni sforzi vengono fatti dal sistema penitenziario grazie alla volontà di molti operatori. Ma resta comunque il dramma del sovraffollamento causa principale di atti di violenza e autolesionismo. Sovraffollamento per il quale l'Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia Europea più volte.
Nel 2018, sono stati 63 i morti per "volontà" nelle carceri italiane e fra questi c'è anche Danila che secondo una relazione del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute era una della 58 persone transessuali presenti all'epoca nelle carceri italiane. Guardando i siti istituzionali e le statistiche ufficiali si scopre che queste persone sono attualmente collocate in 10 sezioni a loro riservate, ma quasi tutte collocate in istituti maschili.
Nella recente relazione al Parlamento del Garante, datata 2018, si legge fra l'altro: "Il Garante nazionale ha da tempo espresso l'opinione che sia più congruo ospitare tali sezioni specifiche in Istituti femminili, dando maggior rilevanza al genere, in quanto vissuto soggettivo, piuttosto che alla contingente situazione anatomica". In altre parole, bisognerebbe dare priorità alla percezione soggettiva dei diretti interessati/e, quindi alla loro identità di genere, piuttosto che basarsi semplicemente sui documenti anagrafici che riportano quasi sempre i dati anagrafici al maschile. Un paio di anni fa si era parlato della stesura di un decreto del ministro che, almeno in via sperimentale, andava in questa direzione e ridefiniva le sezioni destinate alle persone transessuali. Purtroppo il decreto non è stato emanato e nei cambi di governo il tema sembra sparito dall'agenda delle urgenze, ora, nell'idea di una nuova maggioranza di Governo, potrebbe essere il momento di riproporre la questione.
di Silvia Nugara
Il Manifesto, 28 agosto 2019
Venezia 76. Nel programma della Venice Virtual Reality l'unica opera italiana in concorso è "VR Free" di Milad Tangshir. All'isola del Lazzaretto Vecchio di Venezia, dove si svolgono le proiezioni della Venice Virtual Reality per la 76° Mostra del cinema, l'unica opera italiana in concorso è VR Free di Milad Tangshir. Il giovane regista iraniano, torinese d'adozione, ha già firmato il corto Displaced (2015) dedicato ai rifugiati al confine tra Austria e Slovenia e debutterà presto con il suo primo lungometraggio documentario intitolato Star Stuff, girato in osservatori astronomici di tre continenti e prodotto da Davide Ferrario: tutte opere che esplorano i concetti di spazio, di confine e di sconfinamento. A sua volta, il cortometraggio di dieci minuti presentato a Venezia, è stato realizzato insieme ad alcuni detenuti della casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, grazie a un progetto dell'Associazione Museo Nazionale del Cinema.
Il titolo del film è un gioco di assonanze tra VR (virtual reality) e "we are" che con l'aggettivo "free" si può tradurre come "siamo liberi". Un gioco di parole tutt'altro che puramente ludico, che si rivela un'indicazione sulla maniera in cui la realtà virtuale è utilizzata come strumento per oltrepassare i confini tra dentro e fuori il penitenziario. Il corto sfrutta al massimo le potenzialità del mezzo con due diverse operazioni: da una parte, filmando alcuni momenti della vita quotidiana dei detenuti rende possibile a chi sta fuori guardare il mondo di chi sta dentro; dall'altra parte, filmando la vita fuori la porta dentro.
Innanzi tutto, il film osserva e presta orecchio al paesaggio visivo e sonoro in cui sono immersi i detenuti: le piccole celle con la radio o la tv accesa, i servizi poco distanti dalla branda su cui si riposa, i pasti, i colori delle pareti scrostate, le grate alle finestre, il rimbombo dei corridoi, il cortile in cemento dove sgranchirsi le gambe per una passeggiata avanti e indietro anche se il cielo è scuro. Talvolta le riprese in soggettiva ci immergono nello spazio carcerario in modo da farci mettere nei panni di chi in quel luogo ci vive, per esempio, nella sequenza della consegna dei pasti, girata dalla posizione di chi spinge il carrello delle vivande.
In VR Free c'è dunque la vita dietro le sbarre, senza pietismi o sensazione ma Tangshir ci propone poi alcune scene di quiete quotidiana fuori dal carcere: un pomeriggio assolato nel parco, una serata in discoteca, una partita di calcio allo stadio, sequenze in cui i detenuti stessi, tramite dei visori, si sono potuti immergere, vivendo virtualmente situazioni a loro ormai precluse e re-incontrando per mezzo di questo dispositivo anche i loro cari coinvolti dal regista nelle riprese in esterni.
VR Free gioca qui sul punto di vista e sullo sguardo mostrandoci prima i reclusi che osservano il mondo in realtà virtuale e poi le scene di vita "fuori", così che la loro visione diventa la nostra e viceversa. L'USO della realtà virtuale diventa dunque non solo la novità con cui esplorare le potenzialità del linguaggio cinematografico aumentato ma anche uno strumento d'incontro con vite altre, spesso celate dietro muri fisici o barriere simboliche.
di Raffaele K. Salinari
Il Manifesto, 28 agosto 2019
Fate la cosa giusta. La novità - mentre si contano i morti dell'ultimo naufragio sulle coste della Libia - e che si pone come una vera e propria mina sul cammino negoziale in pieno svolgimento, denuncia il presidente del Pd Orfini, è appunto la ritrovata unità degli esponenti giallo verdi su un provvedimento che ribadisce le linea politica a trazione leghista. In cosa si concretizza l'idea di "discontinuità" evocata giustamente dal segretario Pd per aprire una nuova fase con i 5 stelle? Evidentemente, in primis, nella questione più simbolica: la gestione dei flussi migratori.
Quella che ha, più di tutte, caratterizzato il precedente governo, peraltro formalmente ancora in carica. Non caso, nelle sue ultime ore al Viminale, il Ministro degli Interni, stavolta in accordo con quella della Difesa e il collega delle Infrastrutture, hanno firmato il divieto d'ingresso nelle acque territoriali italiane per la nave Eleonore della Ong Lifeline, che lunedì aveva soccorso centouno migranti su un gommone in avaria al largo di al-Khoms, in acque libiche.
La novità - mentre si contano i morti dell'ultimo naufragio sulle coste della Libia - e che si pone come una vera e propria mina sul cammino negoziale in pieno svolgimento, denuncia il presidente del Pd Orfini, è appunto la ritrovata unità degli esponenti giallo verdi su un provvedimento che ribadisce le linea politica a trazione leghista. Ora, passi per il responsabile, in uscita, del Viminale, ma cosa significa questa decisione ora, in piena trattativa per la formazione di un nuova alleanza, da parte degli esponenti pentastellati? Ci pare evidente che, di fronte ad una decisione così grave, che di fatto segna uno dei punti più alti di quella concezione sovranista e xenofoba tanto cara alla Lega, e non solo, si debba cominciare chiaramente e con trasparenza, ad entrare nel merito delle posizioni da tenere su una materia che ha delle implicazioni su tutto l'impianto democratico del Paese e delle sue relazioni a livello europeo ed internazionale.
La gestione dei flussi migratori, infatti, è stato il grimaldello attraverso cui si è tentato di smantellare l'idea stessa di multilateralismo, il vero bersaglio grosso dei sovranisti continentali e transatlantici. Si è cominciato, infatti, rigettando il Migration Compact, un accordo elaborato in sede Onu per stabilire alcune regole internazionali basilari. L'Italia, che in un primo tempo aveva aderito, si è poi ritirata, nel nome della sovranità nazionale, come d'altra parte hanno fatto gli Usa di Trump, con la sua politica di muri e criminalizzazione dei migranti.
Si è passati poi, insieme al gruppo di Visegrad, la variopinta alleanza sovranista europea, a rifiutare le regole di Dublino, certo da cambiare ma non da infrangere, anche perché i "corpi del reato" altro non sono che quelli dei migliaia di migranti costretti ad odissee drammatiche o a morire in un mare una volta nostrum ma che oggi disconosce chi vi annega. Altra componente altamente simbolica, per il ruolo che rivestono proprio nel far rispettare varie convenzioni internazionali, l'attacco frontale alle Ong.
Tacciate di ogni nefandezza, dalla tratta di esseri umani al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, dal ricevere soldi da organizzazioni terroristiche al traghettare in Europa le milizie jiadiste, la vecchia regola hitleriana della "merda nel ventilatore" è stata sapientemente alimentata per discreditare, attraverso queste organizzazioni libere e indipendenti, l'idea stessa che potessero e dovessero esserci ancora norme che valgono per tutti e sempre. Che si trattasse della Convenzioni di Amburgo sulla ricerca ed il salvataggio in mare, o quella Onu sull'infanzia che impone l'interesse superiore del minore su tutte le altre considerazioni, queste regole che ancora compongono il, già abbastanza frammentato, quadro del multilateralismo dei Diritti umani, sono state preso di mira sistematicamente e con lucida ferocia, magari impugnando un crocefisso o invocando la protezione mariana.
Ultimo, ma non certo per ordine di importanza, il taglio più che drastico ai fondi per la cooperazione allo sviluppo, e la parallela gestione di segmenti di politica estera da parte del Viminale, attraverso accordi che prevedono aiuti di maggior favore a quei Paesi che accettano i rimpatri. Appare dunque più che evidente il piano di disarticolazione messo in atto in questi mesi per denaturare dalle fondamenta un impianto che, bene o male, ha assicurato a livello internazionale, europeo, ma anche nazionale, un certo livello di civiltà. Ecco allora i temi, tra gli altri, su cui chiedere e pretendere gradienti di fortissima discontinuità, di ritorno alle regole, al rispetto degli impegni presi a livello Onu ed europeo a partire dal sostegno agli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, e l'Amazzonia di Bolsonaro è un tragico esempio della loro violazione.
di Coordinamento Itardd*
Il Manifesto, 28 agosto 2019
È uscito per Einaudi l'ultimo romanzo di Don Winslow, "Il Confine", che sta avendo un ottimo successo editoriale. Nei primi capitoli, l'autore immagina l'incontro fra il capo della Narcotici del Nypd- New York Police Department e il capo della Dea, l'agenzia federale antidroga, appena nominato. Il poliziotto di New York si vanta col funzionario federale che il suo dipartimento doterà tutti gli agenti del Naloxone, il farmaco usato come antidoto nei casi di overdose da oppiacei ("Si tratta per prima cosa di salvare i feriti nella guerra alla droga", dice); e accusa la Dea di miopia perché denuncia "festini a base di Naloxone" (cosa che un agente Dea in Utah ha effettivamente fatto nel 2017).
Negli Usa, a fronte di una feroce impennata dei morti di overdose, il Naloxone è disponibile ovunque, anche nei motel; le metropolitane sono piene di avvisi rivolti a chi usa eroina e in tv o sul web fioriscono gli spot per coinvolgere tutti nel soccorso delle vittime di overdose. Sarà perché le vittime della cosiddetta epidemia negli Usa sono per lo più bianchi, ma nella patria della "tolleranza zero" e della war on drugs qualcosa è cambiato. In Italia, il primo paese al mondo ad aver fatto del Naloxone un farmaco da banco senza ricetta medica, colpisce l'immobilismo delle istituzioni nazionali rispetto al fenomeno dell'uso di droghe, mentre i media gridano all'"emergenza droga", quasi sempre richiamando lo spettro degli anni ottanta e di qualche "nuova eroina" dal colore acceso.
Negli ultimi due anni le overdose sono aumentate del 10%, anche se non hanno raggiunto i numeri dei favolosi ottanta. Eppure "sappiamo cosa fare": questo il motto della campagna Mai senza naloxone, che Itardd, insieme a Forum droghe (con l'adesione di Sidt e Federserd) ha lanciato lo scorso anno maisenzanaloxone.fuoriluogo.it/index.php/la-campagna/. La carovana che sta girando l'Italia per portare avanti questa campagna ha dovuto confrontarsi con i racconti di diversi operatori, che hanno denunciato il sequestro di Naloxone a opera delle forze dell'ordine. Dunque la prima regola di sicurezza - serve Naloxone dappertutto, anche a bordo delle volanti - è disattesa, anzi manifestamente osteggiata.
Eppure "sappiamo cosa fare". Tutte le persone che usano eroina, i loro amici, i vicini e i familiari devono avere il salvavita. Senza paura. Serve facilitare i soccorsi con una legge del "Buon Samaritano", che tuteli chi chiama aiuto in caso di overdose e lo incoraggi a comporre il 118. Per questa legge ci stiamo impegnando assieme a Itanpud, la rete italiana delle persone che usano droghe.
Soprattutto bisogna smettere di stigmatizzare chi usa droghe, e invece cominciare a rivolgersi direttamente ai consumatori che spesso sono i primi a intervenire per salvare la vita di chi va in overdose. Smettere i toni dell'emergenza e concentrarsi sulle persone. Anche quest'anno, il 31 agosto, ricorre l'International Overdose Awareness Day, l'iniziativa che vuole sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale e i policy maker a prevenire le morti per overdose. Lo scorso anno, è partita la Carovana della campagna Mai senza naloxone. Nelle tappe di Firenze, Perugia e Reggio Emilia abbiamo toccato con mano quanto ogni giorno i consumatori e gli operatori della riduzione del danno siano impegnati per prevenire le morti da overdose.
Abbiamo registrato un grande impegno e ottimi propositi che si scontrano con politiche ancora ispirate alla tolleranza zero, all'astinenza come obiettivo unico della cura, alla colpevolizzazione dei consumatori e alla volontà di punirli. Speriamo che anche quest'anno lo International Overdose Awareness Day sia un passaggio per mettere in discussione le politiche sulle droghe. A fianco di chi le usa, per i loro diritti.
*Network Italiano Riduzione del Danno
La Repubblica, 28 agosto 2019
Il report di Human Rights Watch: "Si smetta di rinchiudere nei rifugi le donne vittime di tratta e si offra loro maggiore sostegno". Molte sopravvissute della tratta di esseri umani per sfruttamento sessuale e del lavoro, una volta tornate in Nigeria, sono alle prese con problemi di salute irrisolti, povertà e condizioni di vita ripugnanti. Lo afferma un nuovo report pubblicato ieri da Human Rights Watch. Le autorità nigeriane hanno mancato di prestare l'assistenza di cui le sopravvissute hanno bisogno per ricostruire le proprie vite, e hanno detenuto illegalmente in dei rifugi molte donne e ragazze già traumatizzate.
L'esclusione sociale delle donne rinchiuse in rifugi. Il rapporto di 90 pagine dal titolo "You Pray for Death: Trafficking of Women and Girls in Nigeria", fornisce resoconti dettagliati di come la tratta di esseri umani si svolga in Nigeria. Human Rights Watch ha riscontrato che l'incubo per le sopravvissute non finisce quando riescono a tornare a casa. Il governo nigeriano dovrebbe adottare provvedimenti per affrontare le gravi condizioni di salute, l'esclusione sociale e la povertà con cui si misurano le sopravvissute, e smettere di traumatizzarli ulteriormente detenendoli in dei rifugi.
"Donne e ragazze trafficate dentro e fuori dalla Nigeria hanno patito abusi indicibili per mano dei trafficanti, ma hanno ricevuto sostegno medico, terapie e sostegno finanziario inadeguati per reintegrarsi in società" ha detto Agnes Odhiambo, ricercatrice esperta per i diritti della donna a Human Rights Watch. "Siamo rimasti scioccati nel trovare sopravvissute alla tratta rinchiuse, e senza possibilità di comunicare con le proprie famiglie per mesi interi, all'interno di strutture governative."
Le interviste a 76 superstiti. Human Rights Watch ha intervistato 76 superstiti di traffico umano in Nigeria, così come funzionari governativi, leader della società civile, rappresentanti di governi donatori e istituzioni che danno sostegno a iniziative anti-tratta in Nigeria. La tratta, frequente, di donne e ragazze nigeriane in Europa e Libia ha fatto notizia a livello internazionale negli ultimi anni, spingendo il governo nigeriano ad adottare provvedimenti. Molte donne e ragazze sono anche tenute in condizioni simili a quelle della schiavitù all'interno della Nigeria.
Le contro-misure del governo nigeriano. Le autorità nigeriane hanno adottato alcune importanti misure per affrontare il dilagante problema della tratta di esseri umani nel Paese, tra cui l'istituzione di rifugi, assistenza sanitaria, e la creazione di programmi vocazionali e di sostegno economico per le sopravvissute. Tuttavia, le autorità si appoggiano eccessivamente ai rifugi, anziché a servizi incentrati sulla comunità, come mezzo principale per garantire servizi alle sopravvissute. Le autorità nigeriane hanno anche detenuto delle superstiti all'interno di tali strutture, negando loro la libertà di allontanarsene, spesso per mesi interi, in violazione degli obblighi internazionali della Nigeria. La protezione non dovrebbe essere una scusa per detenere arbitrariamente donne e ragazze, e privarle della loro libertà e facoltà di muoversi liberamente, ha dichiarato Human Rights Watch. Tali condizioni detentive mettono a rischio il loro recupero e benessere.
Alcune testimonianze dirette. "Sono qui da quasi sei mesi .... Mangio, dormo, e grido. Non aprono il cancello ..." ha detto una diciottenne in un rifugio della National Agency for the Prohibition of Trafficking in Persons (Naptip). "Ho detto al Naptip che non voglio rimanere qui; voglio andare a casa. Hanno detto che mi lasceranno andare. Non sono a mio agio qui. Non posso rimanere senza fare niente." Il percorso delle vittime di traffico è straziante, ed è difficile risollevarsi. Human Rights Watch ha documentato come i trafficanti, perlopiù conoscenti delle loro vittime, ingannano donne e ragazze per trasportarle all'interno dei confini nazionali e al estero ai fini di sfruttarle in varie forme di lavoro forzato.
L'illusione di un lavoro all'estero ben pagato. Donne e ragazze spesso credevano di emigrare per impieghi all'estero, ben pagati, come lavoratrici domestiche, parrucchiere, o cameriere d'albergo. Rimanevano scioccate quando capivano di essere state ingannate, rimanendo intrappolate in situazioni di sfruttamento, con ingenti "debiti" da pagare. Hanno detto che i loro aguzzini le obbligavano a prostituzione e lavoro domestico forzato per lunghe giornate senza pause e senza paga. I trafficanti le obbligavano a fare sesso con uomini senza preservativi, e spesso le obbligavano ad abortire in condizioni malsane, senza antidolorifici o antibiotici.
Il racconto di esperienze spaventose. Alcune sopravvissute alla tratta hanno descritto esperienze spaventose che hanno causato loro traumi durevoli. Una donna ha raccontato di essere stata trafficata e obbligata a prostituirsi in Libia, all'età di diciotto anni, e di essere rimasta soggiogata per circa tre anni. Mentre era in Libia, fu rapita da persone lei dice erano membri dello Stato islamico (conosciuto anche come Isis). Assistette a esecuzioni e bombardamenti, e passò di mano in mano tra vari trafficanti. Rimase incinta, ma perse il bambino appena nato durante un bombardamento. Ha descritto così la sua vita dopo la tratta: "A volte non voglio vedere nessuno. A volte sento che sto per uccidermi. Non dormo bene."
Lo stigma dopo il ritorno in Nigeria. Alcune donne e ragazze dicono di essere alle prese con problemi di salute mentale e fisica di lunga durata e di vivere lo stigma sociale una volta tornate in Nigeria, dove hanno difficoltà ad ottenere aiuto e servizi. Molte donne e ragazze hanno detto di non avere le risorse per sostenere se stesse e le proprie famiglie. Le sopravvissute alla tratta hanno detto di sentirsi profondamente stressate, e disperate. Le superstiti dicono di non essere state coinvolte attivamente, in genere, dagli enti preposti a garantire servizi nelle decisioni sull'assistenza che toccava loro, e di non aver ricevuto informazioni adeguate sui servizi stessi. Alcune hanno subìto lunghe attese, senza assistenza, dopo aver contattato gli enti in cerca di aiuto.
Le ONG che offrono servizi alle vittime. Al di là dell'uso di rifugi da parte del governo, una rete di organizzazioni non governative offre servizi alle vittime della tratta, tra cui rifugi e sistemazioni, identificazione e individuazione delle famiglie, così come riabilitazione e reintegro. Tuttavia, rappresentanti di alcuni di questi gruppi hanno detto di non essere finanziati adeguatamente e di non essere in grado di soddisfare i molteplici bisogni delle sopravvissute per un'assistenza omnicomprensiva di lungo termine. Gli sforzi di riabilitazione e reintegro in Nigeria sono anche inficiati da un'eccessiva enfasi sull'acquisizione di competenze professionali nel breve periodo che rafforza i tradizionali ruoli di genere, dai fiacchi tentativi del governo di identificare le vittime, e da problemi di finanziamenti e coordinamento, e da scarsa vigilanza.
"Urgente un miglioramento nell'assistenza alle donne". Le autorità nigeriane tra cui i funzionari del Naptip - dice tra l'altro il rapporto di Uman Rights Watch - dovrebbero lavorare con urgenza per migliorare l'assistenza e i servizi per le superstiti alla tratta di esseri umani identificate internamente e rimpatriate, anche mettendo fine alla pratica di negare la libertà di movimento a coloro che vengono ospitate nei rifugi. "Le autorità nigeriane fanno fatica a gestire la crisi della tratta di esseri umani, e lavorano in condizioni ardue, ma possono fare di meglio se ascoltano ciò che le sopravvissute hanno da dire in merito ai propri bisogni" ha detto Odhiambo. "Per mettere fine alla tratta e spezzare i cicli di sfruttamento e sofferenza occorre che il governo aiuti le sopravvissute a superare il trauma e a guadagnarsi una vita dignitosa in Nigeria".
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 28 agosto 2019
Nel 2014 gli studenti si fermarono a 79. Ora, tra pallottole, concessioni, mercati instabili e leader "liquidi", Xi non cala la scure. Ma per quanto tempo ancora? La rivolta di Hong Kong ha appena superato gli 80 giorni. Quella "storica" degli ombrelli nel 2014 si era spenta per sfinimento dopo 79 giorni di occupazione del centro. Cinque anni fa i giovani guidati dal teenager Joshua Wong avevano preso qualche manganellata, si erano difesi con ombrelli gialli da un limitato uso di lacrimogeni da parte della polizia e dopo 79 giorni erano tornati a scuola. Questa volta invece non c'è segno di esaurimento della spinta ribelle, anche violenta. E c'è una data inquietante fissata nel calendario: l'1 ottobre festa della Repubblica in Cina. Xi Jinping non sembra il tipo di leader disposto a celebrare l'unità nazionale e il potere comunista a Pechino mentre una città importante come Hong Kong è fuori dal suo controllo.
In questi primi 80 giorni la polizia ha lanciato oltre duemila candelotti lacrimogeni, sparato pallottole di gomma, caricato e bastonato a sangue, usato cannoni ad acqua, prima nell'illusione assurda di spegnere con la forza i cortei di centinaia di migliaia di persone, poi per reagire agli assalti di una fazione dura uscita dal movimento di protesta. In strada l'evoluzione è sempre più pericolosa.
Il primo colpo di pistola a Hong Kong è risuonato domenica 25 agosto. Lo ha esploso un agente di polizia circondato da un nucleo dell'ala combattente dei dimostranti. Altri poliziotti hanno estratto l'arma puntandola ad altezza d'uomo, sostenendo di essersi sentiti minacciati a tal punto da temere per la vita. Hanno avuto paura. E dobbiamo aver paura anche noi di quello che potrebbe succedere ora nella City cinese ma ancora semi-democratica grazie agli accordi "Un Paese due Sistemi" sottoscritti da Margaret Thatcher e Deng Xiaoping 35 anni fa. Il pragmatico Deng aveva promesso che "le azioni sarebbero rimaste calde in Borsa, i cavalli avrebbero continuato a galoppare all'ippodromo tanto caro agli inglesi e agli hongkonghesi e i ballerini avrebbero continuato a danzare nella notte". La profezia ha retto.
Ma qualcosa di inatteso è successo. E bisogna guardare molto più indietro del 9 giugno, quando un milione di cittadini di Hong Kong aprì le marce contro la legge che avrebbe permesso alla Cina di farsi consegnare dei ricercati da Hong Kong. Forse Deng Xiaoping aveva in mente una Cina diversa da quella di oggi. L'aveva immaginata più liberale e aperta nei decenni futuri (soprattutto in economia). Per questo si impegnò a garantire per Hong Kong un'amministrazione speciale dal 1997, data della restituzione alla madrepatria dell'ex colonia britannica, fino al 2047. E aveva lasciato intendere che nel lontano 2047 a Pechino il Partito comunista avrebbe ancora governato, ma con un sistema meno autocratico. Così Hong Kong avrebbe potuto rappresentare un test per l'intera Repubblica popolare. Poi però nel 2012 il Partito si è affidato a Xi Jinping e tutto è cambiato.
Finora Pechino si è limitata ad osservare i fatti di Hong Kong. Anche se la sua propaganda ora definisce i patti con Londra una reliquia anacronistica. Anche se la sua diplomazia è stata mobilitata per accusare Washington di aizzare la rivolta. Anche se i ribelli sono stati bollati come "quasi terroristi" dopo che avevano occupato per una notte il parlamento e per due giorni l'aeroporto. Tutto sommato però in questa estate di scontri Xi Jinping ha ancora lasciato fare.
Dopo 80 giorni tre punti sembrano evidenti.
1) Pechino ha fatto male i conti quando non ha ordinato al governo di Hong Kong della insignificante Carrie Lam di ritirare tempestivamente e definitivamente la proposta di legge dello scandalo. Se due milioni di persone su una popolazione di sette milioni scendono in strada è assurdo ridurre la crisi a un problema di ordine pubblico. Ma non è stata offerta alcuna soluzione politica, una concessione chiara che convinca la maggioranza a fermarsi. Forse ora non basterebbero più nemmeno le dimissioni della governatrice Lam.
2) La frustrazione ha trasformato parte del movimento giovanile: non in meglio, vista la guerriglia con la polizia. E la protesta "liquida come l'acqua" (così si autodefinisce per la sua capacità di scorrere in diversi punti della città senza fermarsi) non presenta leader capaci di dialogo.
3) Si discute molto di "nuova Tienanmen". La speranza è che Pechino non voglia rischiare l'isolamento, sanzioni economiche e la fine di Hong Kong come centro finanziario ordinando il bagno di sangue. Inviare polizia dalla Cina continentale o peggio mobilitare la guarnigione militare di Hong Kong sembra una follia. Ma Xi e compagni hanno l'incubo della fine dell'Urss e addebitano la colpa del crollo dell'impero sovietico alla debolezza di Mikhail Gorbaciov. Non accettano il fatto che Gorbaciov evitò l'uso della forza per scelta morale. Per questo sul tavolo di Xi può esserci anche pronto un ordine tragico.
di Elena Dusi
La Repubblica, 28 agosto 2019
Ultima vittima, lo chef Zamperoni morto a New York. Ecco perché è così letale. Il Vietnam, per uccidere 60mila giovani americani, ha avuto bisogno di 15 anni. Al Fentanyl sono bastati gli ultimi due. L'oppioide che ha dato il colpo di grazia allo chef Andrea Zamperoni oggi negli Usa fa strage più degli incidenti stradali ed è la prima causa di mortalità fra i giovani. Nel 2018 il presidente Trump l'ha dichiarato "emergenza nazionale". Da allora poliziotti, pompieri e paramedici girano con il naloxone, farmaco di primo intervento.
La strage americana (200mila morti dal 2014) fa tremare il resto del mondo, Italia compresa. "Il Fentanyl e le sostanze illegali simili sono fra 100 e 1000 volte più potenti dell'eroina" spiega Simona Pichini, prima ricercatrice all'Istituto Superiore di Sanità, esperta di nuove droghe. "La dose letale è di pochi microgrammi: un granello. Basta toccarlo o inalarlo per caso". Tute ermetiche e maschere sono d'obbligo per chi effettua i sequestri. Del Fentanyl, però, nell'ultima relazione del Dipartimento antidroga italiano non c'è quasi traccia. I sequestri si contano sulle dita. Il problema da noi non esiste? "Non sappiamo. Identificare queste sostanze è complicato. Solo ora stiamo imparando" dice Pichini.
In Italia tra 2016 e 2017 le morti per overdose sono salite del 9,7% dopo 15 anni di calo. "Non siamo sicuri che c'entri il Fentanyl. Servirebbero analisi tossicologiche costose, che solo pochi laboratori sanno fare. Difficile che siano disposte per un'overdose" spiega Pichini. "I derivati del Fentanyl sono ben più di 50. Come per il doping, ne arrivano sempre di nuovi. Per dare un nome a una sostanza abbiamo bisogno di un campione: "lo standard". Ottenerlo richiede autorizzazioni a non finire e ditte specializzate che ce lo inviino dall'estero. Ci mettiamo un anno".
A oggi i laboratori italiani si sono procurati 22 "standard". Sanno cioè riconoscere 22 derivati del Fentanyl: sostanze con piccole differenze chimiche. "Sono assai meno della metà delle sostanze in circolazione" spiega Luca Morini, tossicologo dell'università di Pavia. "Sospettiamo che venga spacciato al posto dell'eroina o venga usato per tagliarla. Ha un prezzo concorrenziale" spiega Marica Orioli, che dirige il laboratorio di tossicologia forense al Dipartimento di scienze biomediche dell'università di Milano. "Chi lo ha usato racconta che "sale rapido" ed è piacevole. Ma fra i campioni del boschetto di Rogoredo non siamo mai riusciti a identificarlo".
La "vittima zero" in Italia è stata trovata solo per testardaggine. "Era un 39enne di Milano. Aveva comprato droga sul web" spiega Orioli, che si è occupata del caso. "Sembrava una normale overdose: siringa, accendino, buchi nel braccio. Ma nel corpo non c'era traccia di eroina. Ci siamo incaponiti e abbiamo trovato un analogo del Fentanyl". Tempo: un anno e mezzo. La morte è di aprile 2017, la fine delle analisi di settembre 2018. Storia simile per la seconda vittima italiana: un 59enne di Varese, nel 2018. "Aveva accanto a sé resti di polvere" spiega Morini, che con i colleghi ha effettuato i test. "I Carabinieri si sono accorti che era un analogo del Fentanyl. Noi per avere lo standard abbiamo impiegato quasi un anno. I test, dopo, richiedono solo 2-3 settimane".
Il paradosso del Fentanyl è che non viene dal mondo dello spaccio, ma dalla farmaceutica. È usato dagli anni '60 come anestetico e antidolorifico. Dalle corsie, complici le prescrizioni facili (11 milioni di persone negli Usa lo prendono indebitamente e il 5% dei bambini nasce in astinenza), è debordato nelle strade. Fra le vittime illustri, il cantante Prince. Ieri un tribunale dell'Oklahoma ha condannato la Johnson & Johnson (produttrice storica di oppioidi) a 572 milioni per aver sottovalutato i rischi e spinto i medici alle prescrizioni. Uno degli avvocati dell'accusa aveva perso il figlio. Di cause simili gli Usa ne hanno 2mila. Ma le azioni dell'azienda ieri sono salite del 2%. Era attesa una multa più alta. Per il business, va bene così.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 28 agosto 2019
Nel dicembre 2016 il presidente dell'Afghanistan Ashraf Ghani si era impegnato a difendere i difensori e gli attivisti dei diritti umani: "La loro protezione è questione su cui il mio governo, il parlamento e la magistratura hanno piena responsabilità", aveva dichiarato a una conferenza della Commissione indipendente per i diritti umani dell'Afghanistan.
Un rapporto diffuso oggi da Amnesty International denuncia quanto a quell'impegno non sia seguito alcun fatto concreto. Non solo il governo di Kabul ha ripetutamente mancato di indagare sugli attacchi contro i difensori dei diritti umani, ma a volte li ha addirittura accusati di aver presentato false denunce o suggerito loro di armarsi per difendersi autonomamente.
Le storie contenute nel rapporto di Amnesty International sono drammatiche. "Hasiba" (non è il suo vero nome) è un'avvocata che difende le donne che hanno subito violenza domestica, cercano di divorziare o sono sotto processo per presunti reati. A partire dal 2017 ha subito una serie di attacchi, anche con l'acido. La polizia non ha dato seguito alle sue denunce e l'avvocata è stata costretta a chiudere il suo studio legale per sette mesi.
Nell'ottobre 2018 "Mohamed" (non è il suo vero nome) è stato aggredito nei pressi della sua abitazione a Kabul e ha riportato ferite al fegato. Ha chiesto aiuto alle autorità ma non gli è stata accordata alcuna misura di protezione. Anzi, gli è stato suggerito di comprare una pistola e di "proteggersi per conto suo". Dopo l'aggressione è stato costretto a lasciare la capitale.
Molti difensori e attivisti dei diritti umani non hanno più alcuna fiducia nella capacità o nella volontà del governo di proteggerli. Questa sensazione è acuita dai casi in cui le autorità hanno accusato i difensori dei diritti umani di aver inventato le minacce nei loro confronti o di aver rifiutato la protezione offerta dal governo. "Shahzad" (non è il suo vero nome) è stato recentemente minacciato dai talebani su Facebook con questo messaggio: "Sei il servo dei giudei e degli infedeli. Abbiamo detto ai mujahedin di mandarti all'inferno".
"Shahzad" ha segnalato la minaccia alla Commissione indipendente per i diritti umani dell'Afghanistan, che a sua volta ha informato la Direzione per la sicurezza nazionale. La reazione è stata che "Shazad" si era inventato tutto. L'ambiente in cui operano i difensori dei diritti umani è uno dei più estremi al mondo.
Ogni anno in Afghanistan viene superato il numero di vittime civili di quello precedente - ciò nonostante molti governi europei continuano a effettuare rimpatri, considerandolo un "paese sicuro". Il mese di luglio è stato il più violento da oltre due anni a questa parte. Ma della necessità di difendere coloro che difendono i diritti umani, nei negoziati in corso, non vi è traccia. Come se il loro coraggio fosse sacrificabile in nome della "pace".
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- Sempre più lunga la lista dei reati-presupposto 231
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- È inammissibile l'impugnazione presentata tramite Posta Elettronica Certificata









