gonews.it, 10 agosto 2019
Dichiarazione di Massimo Lensi, Associazione Progetto Firenze. Mi è giunta notizia che il sindaco di Firenze, Dario Nardella, potrebbe visitare il carcere di Sollicciano a Ferragosto, nella stessa data in cui si terrà la visita ispettiva di una delegazione composta da attivisti dell'associazione Progetto Firenze, esponenti della Camera Penale e consiglieri comunali del gruppo Sinistra Progetto Comune.
La nostra visita, del cui coordinamento ho la responsabilità, rientra nel progetto nazionale "Ferragosto in carcere" del Partito Radicale il cui obiettivo è aprire un ponte di relazione e informazione con il più alto numero possibile di istituti penitenziari italiani. A prender parte al progetto sono stati per questo invitati parlamentari, consiglieri regionali e rappresentanti delle istituzioni, che avranno così la possibilità di verificare coi propri occhi lo stato di illegalità delle nostre carceri.
Se la visita del Sindaco sarà confermata, oltre ad esprimergli di persona il mio personale apprezzamento per la scelta non rituale di passare il Ferragosto nel carcere di Sollicciano, sarò felice di poterlo invitare a percorrere con noi l'istituto fiorentino in una visita "cella per cella".
Andremo nei reparti maschili e femminili del giudiziario e del penale e nelle sezioni speciali: l'articolazione per la tutela della salute mentale, l'isolamento, il nido interno, la sezione protetta e i reparti sanitari. La nostra sarà, infatti, come sempre una visita lunga e approfondita per avere un'idea d'insieme delle condizioni di vita della popolazione ristretta e di lavoro degli agenti del corpo di Polizia Penitenziaria. Perché a subire sulla propria pelle lo stato di abbandono in cui versano le carceri sono sia i detenuti sia i detenenti, come sempre ricordava Marco Pannella. Mi auguro davvero che il Sindaco voglia accettare il nostro invito, dando così un segnale importante in un momento molto particolare della vita politica e istituzionale del nostro Paese.
di Giovanni Longo
Gazzetta del Mezzogiorno, 10 agosto 2019
Uno zio ottantenne del defunto ha presentato denuncia e fatto aprire un'inchiesta alla Procura.
Sabino Di Fronzo, 61 anni, di Triggiano, detenuto nel carcere di Bari fu trasferito il 20 aprile nel Policlinico. Due mesi dopo, il decesso. C'è un cadavere nell'istituto di Medicina Legale che da oltre un mese e mezzo attende degna sepoltura. L'Autorità giudiziaria ha bloccato il rilascio della salma, ma non ha ancora disposto l'autopsia.
La conseguenza è che il corpo senza vita di Sabino Di Fronzo, 61 anni, di Triggiano, detenuto nel carcere di Bari e poi trasferito nel Policlinico, si trova in un macabro limbo sul quale l'unico suo parente vuole fare luce. A chiedere che venga acceso un faro sul decesso dell'uomo, è infatti uno zio materno che, assistito dall'avvocato Domenico Griseta, ha presentato un esposto al posto della Polizia di Stato all'interno del nosocomio barese. Un fascicolo è stato aperto dalla magistratura barese. Al momento, a quanto pare, è a carico di ignoti.
Il pm Ignazio Abbadessa sta indagando. Per capire questa strana storia occorre riavvolgere il nastro a qualche mese fa. Proviamo a ricostruirla. Di Fronzo, detenuto nel carcere di Bari, non aveva parenti ed era praticamente solo al mondo. Unica eccezione, un anziano zio materno, 81 anni, barese che a un certo punto, inizia a informarsi sul nipote con il quale aveva sporadici contatti. Vuole sapere che fine avesse fatto quel suo parente che nella vita certamente aveva sbagliato tanto da finire in galera, ma che, anzi, forse proprio per questo, aveva bisogno di aiuto, di calore umano.
Lo zio sapeva solo che il nipote era in cella, ma non in quale istituto di pena. L'8lenen certo non si dà per vinto. Si rivolge al suo avvocato il quale a sua volta si attiva subito per aiutarlo a fare le ricerche. È così che viene a sapere del decesso. "Ma come? - avrà subito pensato l'anziano zio -. Mi nipote muore e io non ne so niente? Come è possibile avere scoperto la triste circostanza solo casualmente?". L'anziano signore ne fa una questione di principio. Che si vada sino in fondo. Stando all'esposto che ha dato il via all'inchiesta, scopre che Di Fronzo sino al 20 aprile scorso era detenuto nel carcere di Bari.
Evidentemente a quella data non può più essere curato dietro le sbarre. Le sue condizioni di salute sono davvero gravi se la direzione e i sanitari dell'istituto di pena decidono per il trasferimento del paziente nel Policlinico di Bari. Chi sa come funziona in carcere, sa pure che è piuttosto raro. Fatto sta che Di Fronzo muore in corsia due mesi dopo, il 20 giugno. Il giorno dopo, la salma vine trasferita nell'istituto di Medicina Legale, forse solo perché l'uomo non ha parenti e non si sa cosa fare del cadavere.
Da questo momento, tutto tace. Anzi, no. Perché il pm titolare del fascicolo ha disposto il sequestro delle cartelle cliniche in ospedale, il sequestro del diario clinico in carcere e ha delegato la Polizia di Stato a sentire a sommarie informazioni l'anziano zio della vittima che con il suo esposto ha dato il via agli accertamenti. Verifiche che, al momento, non contemplano l'autopsia. Così Di Fronzo resta nel limbo. Da un mese e mezzo il suo corpo senza vita giace in una cella frigorifera di Medicina Legale. Buia. E fredda.
Il Manifesto, 10 agosto 2019
La decisione del tribunale di Bologna. Il ministero dell'Interno si era opposto a una decisione dei giudici che contraddiceva quanto previsto dal primo decreto sicurezza. Il ministero dell'Interno non è parte in causa né può sostituirsi al Comune di Bologna che ha deciso di non presentare ricorso contro l'ordinanza con cui, lo scorso mese di maggio, il tribunale del capoluogo emiliano ha ordinato l'iscrizione all'anagrafe cittadina di due richiedenti asilo.
A stabilirlo è stato lo stesso tribunale di Bologna che sulla base di queste considerazioni ha respinto il ricorso all'ordinanza presentato dal Viminale. Una decisione che non è piaciuta a Matteo Salvini, evidentemente allergico a ogni manifestazione di autonomia delle toghe dal potere politico. "Dai giudici di Bologna un'altra sentenza a favore degli immigrati" ha detto infatti il titolare dell'Interno, per il quale "il prossimo governo dovrà fare una vera riforma della giustizia, non viviamo in una "repubblica giudiziaria".
La questione prende il via da quanto stabilito nel primo decreto sicurezza che vieta ai comuni di iscrivere all'anagrafe i richiedenti asilo. Motivo che lo scorso mese di febbraio portò il comune di Bologna a negare la residenza a un uomo e a una donna armena che, dopo essere fuggita dal Paese di origine perché si sentiva minacciata dopo la sparizione del marito e del figlio, si trovava ospite in un centro di accoglienza. I due, assistiti dagli avvocati Antonio Mumolo e Paola Pizzi dell'Associazione Avvocati di strada (la donna) e Nazarena Zorzella dell'Asgi, l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione, presentarono istanza contro la decisione al Tribunale di Bologna che l'accolse.
A determinare l'intervento del Viminale è stata la decisione del sindaco di Bologna Virginio Merola di non presentare ricorso alla decisione dei giudici. "Saluto questa sentenza con soddisfazione, il Comune la applicherà senza opporsi" fu il commento del primo cittadino che ordinò l'immediata iscrizione all'anagrafe dei due richiedenti asilo.
Di segno opposto, ovviamente, la reazione di Salvini che definì la sentenza "vergognosa": "Se qualche giudice vuole fare politica e cambiare le leggi per aiutare gli immigrati, lasci il Tribunale e si candidi con la sinistra", disse il responsabile del Viminale inaugurando un leitmotiv più volte utilizzato in seguito.
Rigettando il ricorso, il tribunale di Bologna ha ribadito che il Viminale non può sostituirsi a un sindaco se questi decide di non ricorrere contro al decisione dei giudici e soprattutto che nel caso in questione non è ritenuto "litisconsorte", ovvero parte in causa. "È una vittoria del diritto i tempi bui per la nostra democrazia, hanno commentato gli avvocati Mumolo e Pizzi. "Ancora una volta un tribunale afferma che anche il ministero dell'Interno è soggetto alla legge". Anche Merola si dice soddisfatto per la decisione presa dai giudici: "È un'ulteriore conferma della correttezza del mio operato quando ho deciso di applicare la sentenza che mi ordinava di iscrivere i richiedenti asilo all'anagrafe. Andiamo avanti con al serenità di chi rispetta la legge e non si arrende alla propaganda", ha detto il sindaco.
Sempre a maggio una decisione analoga era stata presa dal tribunale di Firenze che aveva respinto il ricorso del Viminale contro la decisione di un giudice che aveva autorizzato l'iscrizione di un richiedente asilo somalo all'anagrafe del comune di Scandicci.
Il Manifesto, 10 agosto 2019
La decisione del tribunale di Bologna. Il ministero dell'Interno si era opposto a una decisione dei giudici che contraddiceva quanto previsto dal primo decreto sicurezza. Il ministero dell'Interno non è parte in causa né può sostituirsi al Comune di Bologna che ha deciso di non presentare ricorso contro l'ordinanza con cui, lo scorso mese di maggio, il tribunale del capoluogo emiliano ha ordinato l'iscrizione all'anagrafe cittadina di due richiedenti asilo.
A stabilirlo è stato lo stesso tribunale di Bologna che sulla base di queste considerazioni ha respinto il ricorso all'ordinanza presentato dal Viminale. Una decisione che non è piaciuta a Matteo Salvini, evidentemente allergico a ogni manifestazione di autonomia delle toghe dal potere politico. "Dai giudici di Bologna un'altra sentenza a favore degli immigrati" ha detto infatti il titolare dell'Interno, per il quale "il prossimo governo dovrà fare una vera riforma della giustizia, non viviamo in una "repubblica giudiziaria".
La questione prende il via da quanto stabilito nel primo decreto sicurezza che vieta ai comuni di iscrivere all'anagrafe i richiedenti asilo. Motivo che lo scorso mese di febbraio portò il comune di Bologna a negare la residenza a un uomo e a una donna armena che, dopo essere fuggita dal Paese di origine perché si sentiva minacciata dopo la sparizione del marito e del figlio, si trovava ospite in un centro di accoglienza. I due, assistiti dagli avvocati Antonio Mumolo e Paola Pizzi dell'Associazione Avvocati di strada (la donna) e Nazarena Zorzella dell'Asgi, l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione, presentarono istanza contro la decisione al Tribunale di Bologna che l'accolse.
A determinare l'intervento del Viminale è stata la decisione del sindaco di Bologna Virginio Merola di non presentare ricorso alla decisione dei giudici. "Saluto questa sentenza con soddisfazione, il Comune la applicherà senza opporsi" fu il commento del primo cittadino che ordinò l'immediata iscrizione all'anagrafe dei due richiedenti asilo.
Di segno opposto, ovviamente, la reazione di Salvini che definì la sentenza "vergognosa": "Se qualche giudice vuole fare politica e cambiare le leggi per aiutare gli immigrati, lasci il Tribunale e si candidi con la sinistra", disse il responsabile del Viminale inaugurando un leitmotiv più volte utilizzato in seguito.
Rigettando il ricorso, il tribunale di Bologna ha ribadito che il Viminale non può sostituirsi a un sindaco se questi decide di non ricorrere contro al decisione dei giudici e soprattutto che nel caso in questione non è ritenuto "litisconsorte", ovvero parte in causa. "È una vittoria del diritto i tempi bui per la nostra democrazia, hanno commentato gli avvocati Mumolo e Pizzi. "Ancora una volta un tribunale afferma che anche il ministero dell'Interno è soggetto alla legge". Anche Merola si dice soddisfatto per la decisione presa dai giudici: "È un'ulteriore conferma della correttezza del mio operato quando ho deciso di applicare la sentenza che mi ordinava di iscrivere i richiedenti asilo all'anagrafe. Andiamo avanti con al serenità di chi rispetta la legge e non si arrende alla propaganda", ha detto il sindaco.
Sempre a maggio una decisione analoga era stata presa dal tribunale di Firenze che aveva respinto il ricorso del Viminale contro la decisione di un giudice che aveva autorizzato l'iscrizione di un richiedente asilo somalo all'anagrafe del comune di Scandicci.
di Mimmo Mastrangelo
Avvenire, 10 agosto 2019
Prodotto anche da "Libera" racconta Antonio Esposito Ferraioli, sindacalista e scout ucciso nel
1978 a 27 anni. Sul finire degli anni settanta Pagani, come altri centri dell'agro Nocerino- Sarnese, era nella morsa della camorra. Lo Stato era debole e gli amministratori locali, il più delle volte, collusi con un sistema di violenza e soprusi.
Chi provava a scardinare certi equilibri malavitosi poteva pagare con la vita. Come accadde la notte del 30 agosto 1978 ad Antonio Esposito Ferraioli, il quale, nella strada sottostante l'abitazione della fidanzata Angela, con cui si sarebbe dovuto sposare il mese successivo, venne trucidato a colpi di lupara da un commando camorristico. Tonino, come lo chiamavano tutti, aveva solo 27 anni, faceva il cuoco nella mensa della Fatme-Ericsson, una fabbrica di materiali elettrici gestita, per conto di una multinazionale, da imprenditori locali in odor di camorra. In fabbrica Tonino svolgeva attività sindacale, era tosto e per questo non era ben visto dai gestori della fabbrica, ma i suoi colleghi lo stimavano, ne apprezzavano il coraggio. Era "la voce dei loro diritti".
Anche quella volta che in cucina arrivò una partita di carne avariata il giovane cuoco e capo scout si ribellò. E pagò caramente con la vita. Come altri delitti di camorra, anche il suo è rimasto sepolto per anni nell'oblio, poi grazie alla famiglia, ad amici, sindacalisti e amministratori più sensibili si è tornati a parlare della sua tragedia. A Pagani sul delitto del sindacalista della Cgil si è sempre saputo tutto, ma ancora nessun giudice ha emesso una sentenza di condanna per mandanti ed esecutori.
Solo nel 2014 il tribunale di Nocera Inferiore ha riconosciuto Esposito Ferraioli tra le vittime innocenti della criminalità organizzata. Nel frattempo alla sua memoria sono state dedicate strade, scuole, premi letterari e due produzioni cinematografiche. Dopo il docu-film Tonino Esposito Ferraioli (2002) di Michele Schiavino, è stato girato da Gaetano Del Mauro Tonino. Su scrittura di Alfonso Tramontano Guerritore, Aldo Padovano e Federico Esposito, il regista filma una sorta di ritorno tra i vivi del giovane scout e sindacalista che, interpretato da Andrea Contaldo, gira con la sua Citroen nella Pagani di oggi.
Visita lo stabilimento ormai abbandonato dove lavorava, sosta in un bar, irrompe nella locale Camera del Lavoro, giunge in tribunale e si imbatte in due giudici che conversano con dei cronisti del suo caso. Questo giro tra i vivi si chiude, prima dei colpi mortali della camorra, in un'abitazione dove il fratello Mario sfoglia un plico di foto e vecchi articoli di giornali e la sorella (Anna Rita Vitolo) attaccata al telefono dice: "Non se n'è mai andato, so' quarant'anni che sta qua". Prodotto anche col contributo di Libera Tonino filmograficamente funziona ma più di tutto Del Mauro propone allo spettatore una vicenda che è tragica e lieve. Tonino Esposito Ferraioli non è un eroe né un martire, ma sacrificò la sua vita per la legalità e i diritti. Per questo il ricordo non basta più e il suo coraggio ci chiede emulazione.
Il Piccolo, 10 agosto 2019
La rivista degli ospiti del Coroneo fa il bis e accende i riflettori sulle ombre del sistema. Uno scrigno di lettere, racconti e poesie scritti dagli ospiti dal carcere del Coroneo. C'è questo e molto altro nella seconda pubblicazione del volume "A Tu per Tu", il progetto della Cooperativa Reset prodotto nell'ambito del laboratorio di scrittura finanziato dall'Uri Giuliana con il contributo della Regione. Un percorso curato da Pino Roveredo, coadiuvato da Lucia Vazzoler, Stefani Grimaldi e Giuliano Caputi.
Seconda uscita, diverse riflessioni. La nuova pubblicazione, piuttosto agile e strutturata in una sessantina di pagine, sviluppa temi molto sentiti dai detenuti a Trieste, qui chiamati ad una narrazione nella quale si avvertono due prospettive: la voglia di riscatto dei rinchiusi e la richiesta di attenzione, rivolta all'intera società, per il mondo che si sviluppa dietro alle sbarre e tutti i suo problemi: "Non è facile abbattere i luoghi comuni legati al carcere - ha premesso Pino Roveredo nel corso della presentazione, avvenuta al Parco di San Giovanni -. Il primo era andato oltre ogni aspettativa e con questo secondo, oltre all'aspetto terapeutico della scrittura, puntiamo anche a far emergere le illegalità del sistema carcerario, la mancanza di personale e di educatori".
Riscatto e desiderio di dignità appaiono quindi al primo posto, sgorgano dalle testimonianze d'inchiostro raccolte durante i laboratori e si traducono anche nelle interviste agli ospiti di turno, questa volta espressione del mondo dello sport - vedi il capitano della Pallacanestro Trieste, Daniele Cavaliero e l'ex azzurro di basket Stefano Attruia - e di quello del cinema e del teatro, rappresentato dall'attrice triestina Isabel Russinova. Il volume verrà diffuso gratuitamente nelle scuole, al Posto delle Fragole e nella sede di Radio Fragola al Parco di San Giovanni. Il prossimo numero? È in cantiere e punta ad accogliere altri contributi di peso, con interviste a personaggi del calibro come Bruno Pizzul e la cantante Elisa, e pure qualche politico.
di Laura Naimoli
Il Mattino, 10 agosto 2019
L'appello della compagna: aiutatelo. "Vi prego, aiutate il mio compagno massacrato di botte, in carcere". È l'appello di una donna, preoccupata per le condizioni del padre di suo figlio, il trentenne ebolitano Mauro C., detenuto fino a due giorni fa nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta ma trasferito ieri sera, nel carcere di Secondigliano. Il debito di Mauro con la giustizia è consistente e, senza tener conto di eventuali sconti di pena, dovrebbe ritornare in libertà nel 2024.
Secondo la compagna, Roberta Somma, che ha sporto denuncia ai carabinieri di Eboli, Mauro si trova costantemente in pericolo di vita. Tratto in arresto e portato nel carcere di Fuorni nell'agosto del 2018, Mauro è stato trasferito in diversi istituti circondariali della Regione fino a Santa Maria Capua Vetere. Qui sono iniziate le forti preoccupazioni della famiglia.
Tra la provincia di Salerno e quella di Caserta scoppia il caso su un detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere, originario di Eboli, il quale sarebbe stato picchiato. Negli ultimi giorni è arrivato l'appello disperato della compagna per chiudere un aiuto.
La donna è visibilmente preoccupata per le condizioni del padre di suo figlio. Si tratta di Mauro C., il quale è stato rinchiuso fino a due giorni fa presso la casa circondariale sita nel casertano. Ieri sera però è stato trasferito nel carcere di Secondigliano. L'uomo deve scontare una pena importante, tale da riportarlo in libertà entro il 2024. Roberta Somma (questo il nome della compagna) ha sporto denuncia presso il comando dei carabinieri di Eboli, sottolineando il fatto che Mauro sia continuamente in pericolo.
Arrestato e portato nel carcere di Fuorni nel 2018, il detenuto è stato trasferito in diversi istituti circondariali della Regione fino a Santa Maria Capua Vetere, dove sarebbero iniziate i problemi. Stando ad alcune ricostruzioni, l'uomo avrebbe tentato addirittura il suicidio in due occasioni.
Dopo la richiesta di trasferimento presso un altro padiglione, la compagna di Mauro avrebbe spiegato ai militari che l'uomo sarebbe finito in isolamento senza cibo. Inoltre, sarebbe stato picchiato da circa 15 esponenti della Polizia Penitenziaria. Proprio dopo questi episodi, Mauro C. ha chiesto a Roberta di denunciare tutto ai carabinieri, temendo seriamente per la propria incolumità.
Ristretti Orizzonti, 10 agosto 2019
Ancora un situazione di stallo di una nave che ha effettuato un attività di soccorso in mare rispetto all'individuazione del luogo di approdo. Un'impasse che ha un impatto rilevante sui diritti fondamentali delle persone soccorse, impossibilitate allo sbarco e in quanto tali impedite nella propria libertà di movimento, ed esposte al rischio di trattamenti contrari sia al senso di umanità sia alla dignità delle persone stesse.
È quanto scrive il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale all'Ammiraglio Giovanni Pettorino, Comandante Generale della Guardia Costiera Italiana, rispondendo a una richiesta di intervento avanzata dai responsabili della "Foundacion Proa (Pro-activa Open Arms)".
Il Garante nazionale rileva innanzitutto come sia alta la responsabilità dei partner europei relativamente alla situazione che si è determinata, in particolare della Spagna, essendo la nave battente bandiera spagnola, e di Malta che ha rifiutato l'approdo. Tuttavia, a parere del Garante, la situazione in atto può e deve essere vista come ambito di competenza giurisdizionale del nostro Paese, nonostante la sua presenza in acque internazionali, ma in virtù del preventivo divieto d'ingresso nelle acque nazionali notificato dalle Autorità italiane il 1° agosto. L'interdizione all'ingresso costituisce esercizio della sovranità e implica che ai migranti soccorsi e a bordo della nave debbano essere riconosciuti tutti i diritti e le garanzie (divieto di non refoulement, diritti dei minori stranieri non accompagnati, diritto di protezione internazionale, ...) che spettano alle persone nei confronti delle quali l'Italia esercita la propria giurisdizione.
Il Garante nazionale sottolinea la preliminare valutazione delle vulnerabilità effettuata dalla Guardia costiera italiana, in esito alla quale sarebbe stata disposta l'evacuazione di tre donne, di cui di cui due in stato di gravidanza. Una azione meritoria che comunque è indicativa di una "presa in carico" della situazione delle persone ospitate, di elementi valutativi effettuati direttamente o riconosciuti validi se effettuati dai responsabili a bordo, di conseguenti azioni: "tutto ciò determina l'assunzione di una complessiva responsabilità, che è fattore determinante per ogni accertamento delle eventuali successive azioni omesse o compiute. Una responsabilità che ne configura una forma di esercizio di giurisdizione".
È a partire da tali premesse che il Garante ravvisa il duplice rischio di violazione del principio di non refoulement e del divieto di espulsioni collettive. Riguardo al principio di non refoulement, il Garante evidenzia come a seguito del divieto di ingresso in acque territoriali da parte delle Autorità italiane e dell'omologo divieto di approdo di quelle maltesi, per i migranti soccorsi è forte il rischio del loro ritorno nel luogo da cui sono partiti, la Libia (dichiarata dallo stesso Ministro degli esteri, Enzo Moavero Milanesi un porto non sicuro).
Sottolinea il Garante che il divieto di ingresso può essere visto come azione di respingimento collettivo delle persone soccorse, se esercitato - come in questo caso - senza un preventivo esame delle condizioni individuali delle stesse. Tra l'altro, nel caso del secondo intervento di salvataggio operato dalla "Open Arms" lo scorso 2 agosto, risulta addirittura antecedente alla salita a bordo delle persone stesse.
Su questa base il Garante nazionale ha chiesto informazioni e chiarimenti al Comandante generale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 agosto 2019
"Le condizioni di chi è respinto alla frontiera siano urgentemente rese compatibili con il riconoscimento e la tutela dei diritti fondamentali". Lo chiede a gran voce il Garante nazionale delle persone private della libertà tramite la pubblicazione del primo Rapporto sulle visite ai locali in uso alle Forze di Polizia presso alcuni valichi di frontiera.
Le visite erano dirette a verificare le procedure e gli ambienti utilizzati per la permanenza delle persone straniere dichiarate prive del permesso di fare ingresso nel territorio italiano e pertanto respinte in forza dell'articolo 10 del decreto legislativo del 25 luglio 1998, d'ora in poi testo unico sull'immigrazione. La permanenza delle persone all'interno delle sale d'attesa presso i valichi di frontiera è configurata dal Garante nazionale come una privazione de facto della libertà personale, non disposta o convalidata dall'autorità giudiziaria e che rischia di non dare effettività alle garanzie sostanziali e procedurali.
Secondo il Garante tale prassi non appare avere base legale nel nostro ordinamento. Il Garante raccomanda urgentemente l'adozione di una norma primaria che eviti tale rischio. Per questo ha inviato il Rapporto anche ai Presidenti del Senato e della Camera. Il Garante raccomanda intanto che le soluzioni predisposte per accogliere temporaneamente le persone respinte alla frontiera siano urgentemente rese compatibili con il riconoscimento e la tutela dei diritti fondamentali. Un esempio, come si evince nel rapporto, è quello che ai cittadini stranieri sono sostanzialmente reclusi nei locali degli aeroporti, con tanto di sentinella che sorveglia costantemente a vista, persone e ambienti.
Nel caso dell'aeroporto di Malpensa, vi è un posto di guardia da cui la polizia sorveglia costantemente e dove, in caso di necessità, gli operatori di polizia di turno all'interno dei locali possono attivare l'intervento urgente di una squadra di supporto attraverso un sistema di allarme che invia un segnale al personale in servizio negli altri uffici di polizia del "Polo di frontiera". Il Garante sottolinea come la destinazione funzionale di questi luoghi a luoghi di trattenimento, secondo il comitato europeo per la prevenzione sulla tortura è da equiparare alle strutture di permanenza per gli immigrati.
Fra le criticità segnalate nel Rapporto, infatti, molte riguardano le condizioni materiali dei locali nei quali le persone vengono trattenute. In particolare, il Garante nazionale ha constatato nei locali visitati l'assenza di luce naturale e l'impossibilità per le persone trattenute di accedere a spazi esterni. In molti casi le persone straniere sono sistemate in brandine da campo e a volte in situazioni di promiscuità fra uomini e donne.
Nell'Aeroporto di Fiumicino il Garante si è poi imbattuto in un locale di sicurezza, dotato di una parete a vetro e privo di suppellettili: al Garante è stato riferito che tale locale viene adoperato per ospitare persone pericolose o turbolente. Il Garante esprime preoccupazione per la presenza di un ambiente di questo tipo, che amplifica la sensazione di costrizione delle persone.
A destare forti perplessità sono poi alcune limitazioni al diritto all'incontro con i propri avvocati. Il Garante nazionale sollecita infine il Ministero dell'Interno a dotarsi in frontiera di un servizio stabile di mediatori linguistici e interpreti, presenza che a oggi è assicurata solo saltuariamente.
di Daniele Manca
Corriere della Sera, 10 agosto 2019
Anche Microsoft ha confermato di ascoltare alcune conversazioni,rese anonime, grazie ai servizi offerti da Skype e dall'assistente vocale Cortana. E fu la volta di Microsoft. Il gruppo ha confermato di ascoltare alcune conversazioni, rese anonime, grazie ai servizi offerti da Skype (traduzione) e dall'assistente vocale Cortana. Ascolti finalizzati a migliorare i servizi offerti, si dice. Non è un caso che a farlo siano stati anche Google, Apple e Amazon per i loro assistenti vocali.
Con l'aumentare delle polemiche sulla privacy violata, sia Google sia Apple hanno recentemente sospeso la sperimentazione. Ma il punto non è questo. I colossi dell'hi-tech continuano a godere di un potere che gli esperti chiamano "conglomerale". E cioè attraverso l'offerta di servizi apparentemente gratuiti o dei quali è difficile fare a meno nell'era della tecnologia (servizi peraltro sui quali hanno di fatto un monopolio), continuano ad accumulare dati sui clienti.
L'elaborazione di queste informazioni dà un vantaggio competitivo a quelli che l'Economist chiama i "Titani del web" nei confronti di qualsiasi settore decidano di aggredire. Pensate all'auto a guida autonoma, o all'ecommerce o al caso clamoroso della pubblicità. Clamoroso in quanto stanno riuscendo a drenare gran parte dei ricavi che si distribuivano su altre piattaforme.
Ci sono quindi due piani ben distinti.
Quello della privacy sui quali l'Europa si è mossa per prima e ha indicato la strada al mondo con il suo regolamento (Gdpr) che ha sancito un principio semplice: i dati sono di proprietà del singolo consumatore ed è lui a decidere l'utilizzo che se ne può fare. Principio non facile da far rispettare ma siamo all'inizio. L'altro piano è il contrasto alle politiche anti competitive dei colossi hi-tech. Le multe possono essere utili ma non così efficaci per compagnie tanto ricche. Il tema vero resta: come ripristinare autentiche condizioni di competizione e mercato in questi settori. E la risposta non è facile.
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