di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 agosto 2019
L'accusa del Cappellano, Don Franco Esposito. "Io mi meraviglio non per uno che scappa ma per l'ottanta per cento che dopo aver finito la pena in carcere ritorna a commettere reati e quindi vi rientra. Il carcere ha fallito, il carcere non risponde alla giusta domanda di sicurezza che i cittadini vogliono dalle istituzioni", così ha scritto ieri su Facebook don Franco Esposito, cappellano del carcere di Poggioreale dal quale domenica scorsa è evaso il 32enne polacco Robert Lisowski attraverso una lunga fune.
Don Franco non giustifica l'evasione, ma ha voluto spostare l'attenzione sul fatto che carceri come quello di Poggioreale non hanno i requisiti per essere rieducativi e non servono certo al reinserimento della persona detenuta nel tessuto sociale.
"Allora mi domando - ha proseguito il cappellano - se il carcere non è questo, qual è il suo compito a cosa serve? Eppure il compito che la Costituzione dà a questa istituzione è quello di far sì che attraverso la pena il detenuto raggiunga una sua maturità sociale prendendo coscienza del male compiuto e iniziando una vita legale nel rispetto delle regole. Quindi se un carcere non riesce a fare quello che la Costituzione gli affida diventa una struttura anticostituzionale e quindi fuorilegge".
Sulla caccia a Robert Lisowski all'uomo sono impegnate tutte le forze di polizia. Il caso vuole che le criticità del carcere di Poggioreale sono emerse esattamente una settimana fa attraverso la pubblicazione del report a cura dell'autorità del Garante nazionale delle persone private della libertà. Una situazione impietosa quella del carcere napoletano. Dalle osservazioni poste dal Garante, emerge che si tratta di un edificio vecchio che presenta condizioni materiali che non soddisfano quello che richiede l'ordinamento penitenziario. Le stanze di pernottamento delle persone detenute sono estremamente disomogenee. Si va dai cosiddetti "cubicoli" con i servizi igienici a vista, ai cameroni da 14 persone. Particolarmente degradate alcune sezioni, come quella per persone malate o disabili, con letti a castello anche a tre piani.
Condizioni che possono essere considerate in violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la tutela delle libertà fondamentale e dei diritti umani che inderogabilmente vieta "trattamenti o pene inumane o degradanti", secondo l'interpretazione che di tale precetto è data dalla Corte di Strasburgo. A tutto questo si aggiungono casi che potrebbero profilare il rischio maltrattamento.
Dopo la pubblicazione, la direttrice del carcere ha reagito dicendo che l'autorità del Garante è stata ingenerosa. E lo ha fatto attraverso la pubblicazione della sua lettera nel giornale on line del ministero della Giustizia. "Ci tengo a ribadire - fa sapere il garante nazionale Mauro Palma - che non è una questione di essere generosi o non generosi, a volte è un po' come quando si cura una malattia, è importante avere un quadro della situazione nella sua complessità e non accontentarsi di qualche anestetico e di piccoli miglioramenti. Noi le indicazioni le abbiamo riportate nel rapporto e, se si dovesse fare un tavolo di discussione, io ripartirò da quelle raccomandazioni".
Sull'evasione, anche il garante della regione Campania Samuele Ciambriello ha detto: "Tre anni fa il ministero delle Infrastrutture ha destinato alla Campania 15 milioni per ristrutturare 5 padiglioni obsoleti del carcere di Poggioreale. In 3 anni sono state fatte solo due visite per verificare lo stato dell'arte dei padiglioni e i lavori non sono mai iniziati. È uno scandalo, una cosa indegna". A Poggioreale, ha ricordato Ciambriello, "l'anno scorso ci sono stati 4 suicidi, nelle carceri della Campania si sono registrati 77 tentativi di suicidio. Se non c'è stata una strage - ha concluso - dobbiamo ringraziare gli agenti della polizia penitenziaria".
di Giuliana Covella
Il Mattino, 27 agosto 2019
"La verità è che lo Stato è assente, il carcere ha fallito e non risponde alla giusta domanda di sicurezza che i cittadini vogliono dalle istituzioni. Fino a quando i nostri politici non prenderanno atto di questa verità, fino a quando le pene saranno "pagate" solo col carcere, non ci sarà niente di che meravigliarsi".
Don Franco Esposito, cappellano del carcere di Poggioreale, lancia una provocazione sui social: "Perché stupirsi? Secondo me dovrebbe fare più notizia il fatto che a Poggioreale non avviene nessuna rieducazione per evitare la recidiva".
Padre, il post che ha scritto sulla sua pagina Facebook ha lasciato spazio, a partire dal titolo, a polemiche ma anche a interrogativi sulla reale situazione delle carceri. Perché lo ha scritto?
"Il mio "embè" era provocatorio, perché è normale che qualsiasi detenuto voglia scappare dal carcere. E questo fa giustamente notizia, ma dovrebbe farlo altrettanto il fatto che l'80% dei detenuti rientra in carcere dopo aver scontato la pena, perché non viene rieducato alla cultura della legalità e di una vita e un lavoro onesti".
Questo dato si riferisce però all'intero Paese...
"Certamente, ma di quell'80% una buona percentuale riguarda Poggioreale: da quando sono qui non c'è mai stato finora nessun progetto che abbia dato realmente la possibilità al detenuto di rifarsi una vita una volta uscito".
Ma 400 detenuti, in 15 anni, da quando lei è il cappellano del carcere, sono riusciti a tornare a una vita normale...
"Premesso che non voglio alcun merito. Ma ci va dato atto che abbiamo creato una comunità di accoglienza che si chiama "Liberi di volare" e che ha sede in una struttura donata dal cardinale Sepe in via Giuseppe Buonomo al Rione Sanità. Qui ospitiamo una quindicina di detenuti che devono finire di scontare gli ultimi anni di pena, ma ci sono anche quelli agli arresti domiciliari e in regime di semi libertà. Ecco la vera rieducazione: misure restrittive alternative al carcere. I detenuti svolgono attività artigianali e laboratori vari, così da favorire il loro concreto reinserimento nella società e nel mondo del lavoro. Oggi molti sono pizzaioli, ristoratori, artisti e artigiani".
Qual è l'attuale situazione di Poggioreale?
"Sta letteralmente scoppiando, ma da anni è così. Vergognoso ci siano meno di 20 educatori per 2.400 detenuti che peraltro vivono in celle anguste rispetto a una capienza di oltre 1.400 persone. I problemi sono tanti. Le attività rieducative coinvolgono appena il 10% dei reclusi. Gli specialisti come psicologi e assistenti sociali a disposizione? Al massimo tre o quattro per gli stessi 2.400 detenuti. E cosa ancor più grave è che nessuno viene preso in carico da uno psicologo ad esempio, perché il medico cambia di continuo".
Qualche sindacato di polizia penitenziaria si è detto contrario alle attività di cui le parla. Cosa ne pensa?
"Quello di cui non c'è sicuramente bisogno è restringere le attività trattamenti o le celebrazioni religiose. Sarebbe assurdo. I detenuti sono esseri umani e sono già limitati nei loro diritti. Ecco perché credo che l'unica possibilità di un progetto serio di rieducazione e reinserimento sia usufruire di misure alternative a una cella. Tra i circa 400 carcerati che hanno vissuto l'esperienza della nostra comunità di accoglienza, uno o due sono tornati a delinquere".
Di chi è la responsabilità affinché un carcere assolva alla sua funzione?
"Anzitutto della politica. Che ben vengano le visite ispettive periodiche di consiglieri regionali o parlamentari, ma se non c'è la volontà di intervenire rimarranno solo sterili passerelle. Va bene denunciare il degrado e le strutture fatiscenti, ma c'è bisogno anche di riformare il nostro sistema carcerario. Finché il carcere rimarrà l'unica istituzione dove far scontare la pena, nulla cambierà. La stessa riforma dell'ex ministro Orlando, che prevedeva tra l'altro sostegni per le comunità di accoglienza, è stata affossata dall'attuale Governo. Noi stessi non abbiamo nessun aiuto dallo Stato".
Conosceva l'evaso?
"Non benissimo. L'ho visto poche volte. So che domenica ha partecipato alla messa, dove erano una settantina e non duecento. Ma non è un pericoloso criminale, come lo hanno dipinto. Lo abbiamo aiutato con i beni di prima necessità, perché non ha famiglia e quando era fuori viveva di espedienti".
di Conchita Sannino
La Repubblica, 27 agosto 2019
Sorpreso in strada al Corso Garibaldi da squadra mobile e carabinieri. Era da solo. Il questore Giuliano: "Orgoglioso delle donne e degli uomini del mio ufficio, sinergia con i carabinieri".
Dopo una frenetica caccia all'uomo e due giorni di fuga, è stato catturato a Napoli Robert Lisowski, il detenuto 32enne di nazionalità polacca evaso dal carcere di Poggioreale calandosi con una corda dal muro di cinta. Si nascondeva non distante dal Corso Garibaldi, in via Camillo Porzio, nei pressi della vecchia pretura. Dunque in una zona non lontana dal carcere di Poggioreale, da cui era scappato in modo rocambolesco, con un clamoroso flop del sistema di videosorveglianza del carcere, e senza che nessun agente lo notasse mentre si calava con una fune fatta di lenzuola annodate, in pieno giorno. L'evaso si trovava dunque a meno di un chilometro di distanza dal carcere, non si era allontanato dalla zona.
L'hanno arrestato squadra mobile e carabinieri, sorprendendolo in strada. Lisowski era solo. È un pericoloso assassino: un anno fa uccise a coltellate un uomo di nazionalità ucraina, che gli aveva impedito di molestare una donna. "Sono orgoglioso delle donne e degli uomini della questura, che hanno lavorato con impegno e professionalità straordinari. Questa cattura è inoltre frutto di una perfetta sinergia e di un efficace scambio di informazioni con i colleghi dell'Arma dei Carabinieri": è il commento del questore di Napoli, Alessandro Giuliano.
cronachefermane.it, 27 agosto 2019
L'Unione delle Camere Penali italiane, con il suo Osservatorio Carcere, ha aderito alla campagna promossa dal Partito Radicale e Radio Radicale 'Ferragosto in carcerè, visitando gli istituti penitenziari territoriali. Nell'occasione, l'avvocato Simone Mancini, responsabile regionale dell'Osservatorio Carcere Ucpi, insieme ad una delegazione della Camera Penale di Fermo composta dall'ex presidente, l'avvocato Igor Giostra e dai colleghi Michelangelo Giugni e Valeria Gobbi, si è recato il 16 agosto nell'istituto penitenziario di Fermo.
La finalità di tale iniziativa è consistita nel verificare le condizioni intra-murarie dei detenuti, insieme a quelle del personale dell'istituto, situazioni che indubbiamente si riflettono nel livello di qualità della vita. Grazie alla cortese collaborazione offerta dalla direzione dell'istituto di Fermo, è stato possibile accedere a zone abitualmente interdette ed è stato possibile mostrare ai detenuti la vicinanza della Camera Penale di Fermo e dell'Osservatorio Carcere alle criticità della vita carceraria.
"Proprio in conseguenza dell'allarmante situazione nell'ambito detentivo, l'Ucpi - ricordano il responsabile Osservatorio Carcere dell'Ucpi, l'avvocato Simone Mancini e il presidente della Camera Penale di Fermo, l'avvocato Andrea Albanesi - ha recentemente proclamato l'astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale per il giorno 9 luglio scorso.
Passando ai numeri: l'istituto penitenziario di Fermo non presenta ad oggi particolari criticità di organico. A fronte della previsione di 54 unità di personale, va rilevato che solo un dipendente è prossimo al pensionamento ma ben 4 nuovi impiegati sono in arrivo. È stata rilevata anche l'assenza di problematiche di sovraffollamento, circostanza verificatasi in passato in concomitanza con una certa carenza di organico: la popolazione consiste in circa 50 detenuti, di cui il 45% risulta essere composto da stranieri, essendo per quest'ultimi maggiormente difficoltoso reperire un'attività lavorativa ed un'abitazione tale da permettere l'accesso alle misure alternative alla detenzione.
L'assistenza sanitaria è garantita dalla presenza di un medico ed un infermiere, al bisogno si ricorre anche all'intervento della guardia medica di turno e l'infermeria risulta dotata di defibrillatore.
All'interno della Casa di reclusione di Fermo è prevista una piccola sezione riservata a detenuti in attesa di giudizio (la cosiddetta sezione circondariale), c'è un'ulteriore sezione per detenuti in stato di semilibertà, con 4 posti cadauno. Oltre all'insufficienza degli spazi all'interno delle celle, un punto di criticità su cui indubbiamente bisogna riflettere consiste, nonostante l'impegno umano e professionale di tutto il personale, nella difficoltà di gestione dei soggetti che presentano problematiche psichiatriche, stante la carenza di adeguate strutture che potrebbero condurre ad un approccio e ad un supporto più adeguato nei confronti di soggetti particolarmente vulnerabili, a diretto beneficio anche della convivenza tra i detenuti". E per concludere, nella loro nota, il responsabile Osservatorio Carcere dell'Ucpi, l'avvocato Simone Mancini e il presidente della Camera Penale di Fermo, l'avvocato Andrea Albanesi chiedono maggiori iniziative di carattere sociale e lavorativo, quelle ossia importanti anche per il "recupero ed il reinserimento sociale del detenuto, ratio ispiratrice dello stato di detenzione".
tuttoggi.info, 27 agosto 2019
Si terrà da lunedì 2 a domenica 8 "Fresche Frasche", laboratorio di Land Art tenuto da Marco Barbieri (in arte Dem) e parte dei laboratori gratuiti promossi nell'ambito di Orto21, l'iniziativa di agricoltura sociale da Associazione Demetra, volto alla creazione di un orto sinergico con la collaborazione di detenuti della Casa circondariale di Terni e volontari.
In cosa consiste Fresche Frasche? Questa volta la formazione sarà dedicata alla Land Art con il laboratorio di autocostruzione "Fresche Frasche" con Marco Barbieri in arte Dem. Durante il workshop, utilizzando gli sfalci vegetali, sarà possibile imparare a preparare e realizzare strutture stabili e durature di medie-grandi dimensioni, e come progettarle attraverso una serie di schizzi preparatori.
Chi è Dem? Marco Barbieri, noto come Dem nel mondo dell'arte, come un moderno alchimista, crea personaggi bizzarri, creature surreali, abitanti di uno strato impercettibile della realtà umana. Multiforme e ironico, le sue opere che spaziano dal wall-painting, all'illustrazione, alla pittura su tela, si arricchiscono di un linguaggio simbolico che invita ad elaborare un proprio codice d'accesso per questo mondo enigmatico ed arcano. L'avvicinamento a tematiche antropologiche e legate alla natura stimola l'artista a una costante sperimentazione, giunta negli
ultimi anni alla produzione di un film e alla creazione d'installazioni composte esclusivamente da materiali naturali.
Oltre alla produzione nelle fabbriche abbandonate e nei boschi, scelti come sfondo ideale per i suoi lavori, Dem vanta varie pubblicazioni ed esperienze espositive, come la personale alla Oro Gallery di Goteborg e la partecipazione alla mostre Street Art, Sweet Art al Pac di Milano, Nomadaz alla Scion Installation di Los Angeles e Cctv all'Apostrophe Gallery di Hong Kong.
Il progetto Orto 21 - Il progetto "Orto21" propone attività formative e pratiche di giardinaggio, orticoltura, frutticoltura e piccola manutenzione dello stabile del Centro di Palmetta al fine di promuovere la formazione e l'integrazione sociale di detenuti del Carcere di Terni, l'educazione e la formazione di adulti e bambini, il rispetto per l'ambiente, la creazione e il consolidamento di legami sociali. Ampio spazio anche alla formazione con dei percorsi aperti a tutti i cittadini, tra cui un corso di potatura di ulivi e alberi da frutto e uno sul giardinaggio. Incontri informativi rivolte alle aziende agricole del territorio e incontri di sensibilizzazione e promozione riguardo alle misure alternative alla detenzione e a progetti sperimentali sull'economia carceraria.
agrigentonotizie.it, 27 agosto 2019
La struttura non è dotata di prese di approvvigionamento speciali, basta un minimo guasto e il servizio idrico si interrompe anche per la Casa circondariale. Anche questa volta, l'acqua è tornata alla casa circondariale "Di Lorenzo" di contrada Petrusa ad Agrigento. Non sarà però l'ultima volta che il carcere - sia il settore detentivo che quello degli accasermati della polizia penitenziaria - resterà senza il prezioso liquido. È un problema ventennale. Un disservizio che, periodicamente, viene a determinarsi. E questo perché la struttura carceraria non è dotata di prese di approvvigionamento speciali.
Basta dunque il minimo guasto - hanno fatto notare ieri dalla casa circondariale - e anche il carcere Di Lorenzo ne risente, inevitabilmente. Domenica, dopo l'intervento della Prefettura di Agrigento, sono dovute intervenire le autobotti dei vigili del fuoco per rifornire la casa circondariale. Lo si è fatto, naturalmente, per evitare che potesse innescarsi una sorta di rivolta fra i detenuti che hanno anche a che fare, spesso, con la mancanza di acqua calda. Ieri, però - sia grazie al rifornimento dei pompieri del comando provinciale di Villaseta che al ripristino dell'ordinaria erogazione idrica - l'acqua c'era e non si registravano né disservizi, né tantomeno disagi.
di Laura Rio
Il Giornale, 27 agosto 2019
In onda su Raitre il percorso di sei giovani sulla via Francigena. Dalla cella al mare. "È come uscire dall'Inferno". "È come riscoprire l'aria". "È come vedere il mondo come non lo hai mai visto".
Sono le sensazioni - ingenue solo se non hai passato gli ultimi anni dietro le sbarre - dei ragazzi protagonisti della docu-serie "Boez-Andiamo via". Sei giovani (cinque maschi e una femmina) in regime di detenzione, in carcere o in comunità o ai domiciliari, che intraprendono un pellegrinaggio, un cammino reale e dello spirito.
Novecento chilometri di strada, cinquanta tappe, dal Colosseo alla punta della Puglia, Santa Maria di Leuca, sulla via Frangicena del Sud, per viaggiare per l'Italia e dentro se stessi e, magari, attraverso questa esperienza capire come reimpostare la propria vita su una strada completamente diversa. Boez andrà in onda dal 2 al 13 settembre su Raitre alle 20,20: 10 puntate dalla durata di circa mezz'ora l'una, con la regia di Roberta Cortella e Marco Leopardi (coproduzione Rai Fiction-Stemal Entertainment) con il benestare del ministero della Giustizia.
Sei ragazzi dalla vita segnata fin dalla nascita: figli della strada, di famiglie disagiate o delinquenziali, che non hanno conosciuto altro nella loro breve esistenza e condannati per furto, spaccio, rapina omicidio, estorsione. A piedi e con zaino in spalla, accompagnati da due educatori, si mettono in cammino per sessanta giorni e devono sopravvivere con pochi euro al giorno, chiedendo ospitalità per dormire, per lavarsi, anche per un pasto. Che non fanno fatica a trovare.
Il tutto documentato dai ragazzi stessi attraverso i telefonini, oltre ovviamente dalle troupe, per rendere più realistico il racconto. Passo dopo passo, i sei giovani recuperano la voglia di parlare, di confrontarsi, di raccontare le loro esperienze. Chi, come Maria, è stata "fatta sposare" da ragazzina e ora ha un figlio che non vede e le manca tanto, chi come Alessandro, Matteo, Kekko, Omar, Francesco è passato dai furterelli allo spaccio a reati più gravi.
La serie, il cui titolo ricorda un writer, è stata presentata ieri a Roma e prima al Giffoni Film Festival. Ha un carattere sperimentale già provato in altri Paesi: il cammino è una forma di recupero, una pena alternativa che può portare a risultati positivi. E, in ogni caso, è un modo per far conoscere vite di ragazzi chiusi in carcere che, magari, potranno essere recuperati e reinseriti nella società. Durante le ore passate a camminare e, di sera, nel buio delle tende riflettono sulla loro vita e si ripropongono, una volta fuori dalla sbarre, di cambiare. Poi chissà...
"Boez è una di quelle esperienze che danno un senso profondo al nostro lavoro - sottolinea Eleonora Andreatta, direttrice di Rai Fiction -. Raccontiamo storie e vi cerchiamo sempre un raccordo con la contemporaneità in funzione del servizio pubblico. La serie.documentario riduce al minimo la mediazione spettacolare e narrativa, e mette al centro una sfida che riguarda la condizione di chi è detenuto e che sconta una pena alternativa: il lungo cammino della via Francigena, cammino dei pellegrini e qui cammino verso la speranza di poter ricominciare una nuova vita. Tutti e sei i ragazzi, infatti, sono sulla soglia che può decidere di un destino e aprirlo alla libertà".
La Andreatta sottolinea anche che "il senso di una fiction è legato non solo a ciò che racconta, ma anche alla rete di relazioni con la società e le istituzioni che crea il contesto decisivo per sperimentare la novità di lavori che escano dal perimetro delle convenzioni: essenziale in questo senso è stata la collaborazione con il Ministero della Giustizia che ha condiviso il progetto". L'arrivo a Santa Maria di Leuca, l'affaccio sull'immensità del mare, rappresenta il premio e la soddisfazione di tutti: cominciare a sognare una vita migliore.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 27 agosto 2019
Alex, Andrea, Dumitrita, Giuliano, Ion, Ndrec, Nox, Pietro, Yassine e Youness: sono i dieci componenti della Giuria MicroCosmo dal carcere di Verona del Film Festival della Lessinia (Ffdl) 2019 che valuteranno film provenienti da 32 Paesi e assegneranno un premio speciale, ideato e costruito dagli stessi detenuti. Il Ffdl è l 'unico concorso cinematografico internazionale esclusivamente dedicato a cortometraggi, documentari, lungometraggi e film di animazione sulla vita, la storia e le tradizioni in montagna. Nato nel 1995, il Ffdl ha si svolge quest'anno dal 23 agosto al 1° settembre a Bosco Chiesanuova (Vr) e prevede, oltre ai 67 film in programma, numerosi eventi speciali, retrospettive, mostre, incontri e dibattiti.
Da nove anni l'Associazione MicroCosmo organizza e coordina i lavori di una delle sei giurie collaterali, composta da detenuti e detenute. "Il punto di vista di una persona detenuta -affermano gli organizzatori - è interessante per la sua specificità e deve coinvolgere il cittadino libero in una riflessione attenta alle esperienze e come valore aggiunto alla percezione che ordinariamente un film muove nelle persone libere".
L'assegnazione del Premio MicroCosmo rientra nel più vasto e articolato progetto La Montagna Dentro che coinvolge, nel corso di un intero anno, i detenuti partecipanti proponendo elementi del paesaggio come dimensioni interiori da elaborare e approfondire tramite la scrittura e altri strumenti espressivi. L'Albero e la Madre terra sono stati i temi proposti quest'anno per narrazioni realizzate con diversi linguaggi, dalla scrittura, alla fotografia, alla graphic novel. Le attività laboratoriali sono state documentate in un video che sarà presentato sabato 31 agosto. nel corso della cerimonia di chiusura del Ffdl presso il teatro Vittoria di Bosco Chiesanuova.
di Francesco Tiziano
Gazzetta del Sud, 27 agosto 2019
Due giorni con i detenuti reggini per monitorare le loro condizioni di vita, il rispetto del diritto alla salute, la tutela della dignità, e annotare le crepe strutturali. Alle carceri Panzera e Arghillà, le due "ispezioni" della delegazione del Partito Radicale-Unione Camere Penali Italiane hanno fatto emergere un quadro da allarme rosso.
Dal report conclusivo degli osservatori - come scrive Francesco Tiziano nella Gazzetta del Sud in edicola - la Casa circondariale Panzera "presenta bagni in condizioni degradate, con accessori e sanitari corrosi dalla ruggine". Inoltre, "il dato maggiormente problematico è costituito dall'accorpamento del carcere Panzera alla struttura di "Arghillà" con esponenziale aumento della popolazione detentiva e senza l'ampliamento del personale".
di Alberto Barbieri*
La Repubblica, 27 agosto 2019
La testimonianza del medico coordinatore di "Medici per i diritti umani" (Medu). Il richiamo a libro di Primo Levi nel raccogliere le testimonianze di quanti hanno subito le violenze in Libia. "E se potessi racchiudere in un'immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei quest'immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero".
L'uomo è seduto davanti a noi nel posto medico per l'assistenza psicologica, un piccolo modulo di plastica, il caldo è soffocante. Siamo nel deserto, a pochi chilometri da Agadez, nel campo allestito dall'Unhcr per i rifugiati in fuga dalla Libia. L'uomo, sudanese, ha trenta, forse quarant'anni; racconta di come è fuggito dal Darfur, dove il suo villaggio è stato distrutto e parte della sua famiglia sterminata. Il resto delle persone a lui care, un figlio e un fratello, le ha perse nei campi di sequestro libici dove è rimasto quasi un anno; poi la fuga ancora in Algeria perché l'accesso alle coste libiche e all'Europa era bloccato.
Il respingimento dall'Algeria. È stato costretto a una marcia forzata nel Sahara fino in Niger, ad Agadez. L'uomo ha perso tutto; le persone, le cose, la sua terra. Racconta la sua storia con un tono di voce regolare, monotono, in un silenzio assoluto in cui anche il respiro di noi medici sembra essersi fermato, sembra che la sua voce debba spezzarsi da un momento all'altro e trasformarsi, se non in pianto, in lacrime. Ma non avviene. Al termine, il suo sguardo appare perduto, i suoi occhi vuoti, il suo corpo scarno e ripiegato su se stesso. Da un angolo della mia memoria riemerge la descrizione di un uomo ad Auschwitz, in Se questo è un uomo di Primo Levi.
Certezze che si sgretolano. Per ogni generazione c'è un momento in cui ogni certezza si sgretola e ciò che è umano sembra svanire. Per la nostra, quel momento è arrivato nel quotidiano incontro con uomini, donne e bambini migranti sopravvissuti alle atrocità commesse nei campi di tortura in Libia e sulle rotte migratorie del XXI secolo. Si dirà che l'accostamento dei campi di sequestro e dei centri di detenzione libici in cui dal 2011 almeno un milione di persone sono state rinchiuse per settimane, mesi o anni, all'Olocausto per eccellenza, ai campi di sterminio hiltleriani, sia del tutto pretestuoso data l'incomparabilità storica e oggettiva delle due vicende. Forse, probabilmente. Lascerò giudicare a chi leggerà queste righe.
Le atrocità ascoltate. Mi limiterò ad elencare solo alcune delle volte (purtroppo gli esempi sarebbero assai di più, date le innumerevoli testimonianze di atrocità ascoltate come medico e psicoterapeuta in questi anni) in cui le storie e le evidenze raccolte dagli operatori di Medici per i Diritti Umani (MEDU) direttamente dai sopravvissuti mi hanno richiamato attraverso un prepotente meccanismo di associazione, le parole di Primo Levi. Faccio questo, lo ammetto, per impellente necessità personale, non pretendendo che le associazioni della mia testa abbiano sempre un'indiscutibile forze oggettiva.
Sonderkommandos (squadre speciali). Così le SS chiamavano, in modo volutamente vago, i gruppi di prigionieri che venivano obbligati ad occuparsi dei forni crematori ad Auschwitz e negli altri lager nazisti. "Aver concepito ed organizzato le Squadre (sonderkommandos n.d.r) è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo. Attraverso questa istituzione, si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti. Non è facile né gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso che lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). "Ho lavorato per la polizia libica ma non era proprio un lavoro. Loro mi usavano, io non mi potevo rifiutare.
"Dovevo recuperare i cadaveri dei miei fratelli". Quando ho provato a rifiutarmi mi hanno picchiato violentemente e hanno minacciato di uccidermi. Il mio compito era quello di recuperare i cadaveri dal mare, i cadaveri dei miei fratelli che morivano durante i naufragi. Li recuperavo e poi dovevo seppellirli. In questi due anni ho contato circa 3.000 corpi. Ho finito per farci l'abitudine. Alla fine non mi emozionavo più, non mi sconvolgevo più. Solo per le donne che erano visibilmente in gravidanza o per i cadaveri dei bambini non sono mai riuscito a farci l'abitudine. (L., 17 anni, dal Gambia, testimonianza raccolta presso l'Hotspot di Pozzallo, ottobre 2017).
La vergogna e la colpa. "L'uscir di pena è stato un diletto solo per pochi fortunati, o solo per pochi istanti, o per animi molto semplici; quasi sempre ha coinciso con una fase di angoscia... A mio avviso, il senso di vergogna o di colpa che coincideva con la riacquistata libertà era fortemente composito: conteneva in sé elementi diversi, ed in proporzioni diverse per ogni singolo individuo...Si soffriva per la riacquistata consapevolezza di essere stati menomanti. Non per volontà né per ignavia né per colpa, avevamo tuttavia vissuto per mesi o anni ad un livello animalesco" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). "Vicino alla città di Ajdabiya siamo stati rapiti da militanti del Daesh (l'autoproclamato Stato Islamico, n.d.r) e per 3 mesi ci hanno tenuto in ostaggio.
"Ci maltrattavano con i fucili e i coltelli". All'inizio ci maltrattavano con i fucili, con i coltelli, urinavano su di noi, facevano tutto quello che volevano senza pietà. Dormivamo ammassati in un capannone senza mangiare e senza bere. Io sono cristiano, ma quando ho capito che l'unico modo per salvare la mia vita era convertirmi l'ho fatto..." (M.I., dall'Eritrea, 22 anni, testimonianza raccolta a Roma presso la clinica mobile di Medu, novembre 2015). "Da lì, sono stato portato alla prigione di Al-Khums, lontano da Tripoli. C'erano più di 300 persone in ciascuna stanza, non c'era spazio per stendersi e per dormire. Ci davano poca acqua e poco cibo. Ogni giorno alle 13 ci portavano un pezzo di pane e un bicchiere di acqua. Questo era tutto ciò che abbiamo ricevuto per tutti gli 8 mesi in cui sono stato detenuto lì dentro." (A. D, 20 anni, dal Gambia, testimonianza raccolta presso il CAS di Canicarao (Ragusa), novembre 2014)
L'autoaccusa per una mancata solidarietà. "Più realistica è l'autoaccusa, o l'accusa, di aver mancato sotto l'aspetto della solidarietà umana ...quasi tutti si sentono colpevoli di omissione di soccorso...Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed, in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te ? ... è una supposizione ma rode; si è annidata profonda, come un tarlo... (I sommersi e i salvati, Primo Levi). "Il casolare dove eravamo tenuti prigionieri era a pochi chilometri dal mare, ad Al Zawiya. Quella sera le guardie entrarono nello stanzone in cui eravamo ammassati per portare via i cadaveri di alcuni di noi; poi iniziarono a picchiare selvaggiamente alcuni nuovi arrivati che, secondo loro, non obbedivano agli ordini abbastanza velocemente. Io e il mio amico approfittammo del trambusto; la porta era rimasta semi aperta. Iniziammo a correre senza guardare indietro, con tutte le forze che avevamo ancora nelle gambe. Eravamo quasi al sicuro in un campo di ulivi quando una raffica di mitra colpì il mio amico. Cadde a terra. Io mi fermai per un attimo, poi ripresi a correre perché le guardie stavano arrivando. Piango ora come allora. Lo porterò con me fino a che vivrò." (A., 20 anni, dalla Sierra Leone, testimonianza raccolta al centro Medu Psyché, settembre 2017).
I peggiori crimini del mondo contemporaneo. "E c'è una vergogna più vasta, la vergogna del mondo...c'è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, così da non vederla e non sentirsene toccato... nell'illusione che il non vedere sia un non sapere" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). La vergogna del mondo, certo. Dell'Italia, dell'Europa, della comunità internazionale. La nostra vergogna che è l'ostinazione a non voler vedere chi sta dall'altra parte del mare, per non sapere, per declinare ogni responsabilità. Oppure il voler credere, al di là di ogni evidenza, che sia tutto finto, sia tutta propaganda perché in realtà "qui da noi arrivano finti rifugiati, giovani palestrati con i cellulari di ultima generazione e le catene d'oro". Chiunque abbia responsabilità di governo, qualunque cittadino degno di questo nome prima di formulare giudizi e intraprendere azioni dovrebbe riflettere su come i peggiori crimini del mondo contemporaneo siano sempre stati oggetto di incredulità e di ogni tipo di negazionismo; dovrebbe per lo meno porsi il dubbio prima di urlare il proprio verdetto.
Violenza inutile. "Violenza inutile, fine a se stessa, volta unicamente alla creazione di dolore; talora tesa ad uno scopo, ma sempre ridondante, sempre fuor di proporzione rispetto allo scopo medesimo" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). "La Libia è stato un inferno. Io sono maledetta, sono proprio maledetta. A Sabha mi hanno preso e portato in prigione, volevano da me dei soldi. Sono stata in prigione sette mesi: dal settembre 2016 all'aprile 2017. Mi hanno fatto di tutto! Ogni giorno ci prendevano e ci portavano da degli uomini per soddisfare le loro voglie. Mi hanno preso da davanti, da dietro, erano così violenti che dopo avevo difficoltà anche a sedermi. Mi filmavano mentre mi violentavano. Mi urinavano addosso! Un giorno mi hanno costretta ad avere un rapporto con un cane e loro mi hanno filmato.
"Le guardie si divertivano a vederci soffrire". Sono maledetta" (N. S., dalla Costa d'Avorio, 40 anni, testimonianza raccolta presso il Cara di Mineo, giugno 2017). "Le guardie si divertivano a vederci soffrire. Ci portavano il cibo una volta al giorno e mentre ce lo davano ci torturavano con le scosse elettriche. Durante 3 mesi sono stato picchiato ogni giorno. Le guardie venivano, mi facevano togliere la maglietta e mi picchiavano sulla schiena con un bastone, dicevano che senza vestiti faceva più male e loro si divertivano. A volte invece di picchiarmi mi bruciavano, scaldavano un ferro da stiro e me lo appoggiavano addosso". (G.O., 19 anni, dalla Nigeria, testimonianza raccolta presso l'Hotspot di Pozzallo, agosto 2017). "Vivevamo nel terrore anche perché sembrava che i carcerieri ci facessero del male per puro divertimento o per proprio piacere. A volte la notte arrivavano ubriachi e se qualcuno passava sparavano. A volte lasciavano morire le persone dissanguate.". (O., 18 anni, dalla Nigeria, testimonianza raccolta presso l'Hotspot di Pozzallo, 8 settembre 2017).
Il trauma di fare i propri bisogni in pubblico. "Evacuare in pubblico era angoscioso o impossibile: un trauma a cui la nostra civiltà non ci prepara, una ferita profonda inferta alla dignità umana, un attentato osceno e pieno di presagio; ma anche il segnale di una malignità deliberata e gratuita" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). "Il cibo veniva preparato negli stessi contenitori dove ci si lavava e si urinava. Le guardie del centro mescolavano gli escrementi che i bambini facevano nella spazzatura con gli alimenti ed eravamo costretti a mangiare quel cibo anche perché eravamo da giorni o settimane a digiuno." (M., dalla Costa d'Avorio, 38 anni, testimonianza raccolta presso il Cara di Mineo, agosto 2017).
I Kapò. Erano liberi di commettere sui loro sottoposti le peggiori atrocità, a titolo di punizione per qualsiasi loro trasgressione, o anche senza motivo alcuno: fino a tutto il 1943, non era raro che un prigioniero fosse ucciso a botte da un Kapo, senza che questo avesse da temere alcuna sanzione" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). "Preciso che io mi trovavo a Sabha nel ghetto dei nigeriani ed il capo del centro era il nigeriano Rambo. Ho poi saputo che c'erano ghetti per ogni nazionalità, ma tutti facevano parte del grande Ghetto di Alì. Ogni ghetto aveva un capo, spesso della stessa nazionalità dei prigionieri che dipendeva dai padroni libici. Subivamo ogni giorno violenze atroci. Rambo era una presenza fissa. Era presente all'appello e procedeva personalmente a torturare i ragazzi che non pagavano per essere liberati" (W., 20 anni, dalla Nigeria, testimonianza raccolta al centro Medu Psyché, dicembre 2017).
Il lavoro non retribuito. "Il lavoro non retribuito, cioè schiavistico, era uno dei tre scopi del sistema concentrazionario (nazista, n.d.r.); gli altri due erano l'eliminazione degli avversari politici e lo sterminio delle cosiddette razze inferiori ... il regime concentrazionario sovietico differiva da quello nazista per la mancanza del terzo termine e per il prevalere del primo" (I sommersi e i salvati, Primo Levi). Estorsione di denaro e lavoro schiavistico, sono i principali scopi dei campi di sequestro e dei centri di detenzione libici. Come nei gulag, la morte è dunque "un sottoprodotto" mentre nei campi di sterminio hitleriani essa ero lo scopo ultimo. "Sono stato rinchiuso in una prigione per 2 anni. Non ci portavano niente da mangiare.
Il cibo un giorno sì e un giorno no". "Venivano per il cibo un giorno si e uno no e il cibo era solo un piccolissimo pezzo di pane. Durante questi due anni mi hanno picchiato tantissimo, tutti i giorni. E non mi facevano mai alzare, ero costretto a stare sempre seduto. Ho cominciato a non riuscire più a usare bene le gambe. Non riesco più a stendere le gambe, non riesco camminare e nemmeno a stare in piedi. Mentre ero in prigione non potevo muovermi, alla fine. Non sono riuscito nemmeno a salire sulla barca che mi portava in salvo. Un amico ha dovuto prendermi in braccio...Queste persone volevano da me un riscatto ma io non sapevo come pagare. Se sono libero oggi è perché mi hanno dato per spacciato, ero vicinissimo alla morte secondo loro. Per questo mi hanno liberato. Pensavano che da me non avrebbero potuto ottenere nient'altro." (A., 20 anni, dalla Somalia, testimonianza raccolta presso l'Hotspot di Pozzallo, novembre 2017).
Costtetti a picchiare violentemente i propri familiari. Sebbene non ne sia un aspetto fondante, il movente dell'odio e del disprezzo razziale è comunque rintracciabile anche per molte delle atrocità commesse in Libia. "Il trattamento che viene riservato agli eritrei e ai somali non è lo stesso. Gli eritrei in generale vengono trattati un po' meglio, i somali invece vengono massacrati. Il cibo e l'acqua non ci sono per nessuno. Però ai somali fanno subire più violenze e crudeltà. Queste cose vengono fatte da Walid e dai suoi uomini che sono moltissimi. Si divertono a vederci soffrire. Di solito vengono la mattina e passano tutta la mattinata a giocare con noi. Ci costringono a farci del male l'uno all'altro. Per esempio se si accorgono che due persone sono moglie e marito chiedono ad uno di picchiare l'altra nel modo più forte possibile. Oppure se una persona sta molto male le guardie vanno lì e dicono "Tu non sei né vivo né morto, ti devi decidere". E allora lo picchiano violentemente. Così la persona deve scegliere se riuscire ad alzarsi e continuare a vivere o lasciarsi andare e morire." (G., 18 anni, dall'Eritrea, testimonianza raccolta presso l'Hotspot di Pozzallo, novembre 2017).
Umano e disumano. Non erano di "una sostanza umana perversa, diversa dalla nostra (i sadici, gli psicopatici c'erano anche fra loro, ma erano pochi): semplicemente "erano piuttosto bruti ottusi che demoni sottili. Erano stati educati alla violenza: la violenza correva nelle loro vene, era normale, ovvia." (I sommersi e i salvati, Primo Levi). Auschwitz ritornerà? Era una delle domande più frequenti che veniva rivolta a Primo Levi e agli altri superstiti dell'Olocausto. I lager libici mostrano qui forse l'aspetto più inquietante: anche senza la letifera ideologia nazista, pezzi di quel mostro possono ritornare in altre epoche e con altri uomini. Il lettore avrà notato che le testimonianze riportate in queste righe si arrestano al dicembre del 2017. I lager libici sono ancora lì, intatte macchine di dolore e di morte. Semplicemente i migranti che dalla Libia riescono a raggiungere l'Italia e l'Europa sono oggi enormemente meno. Come ha scritto Levi "le verità scomode hanno un difficile cammino".
I programmi di Medu. Dal 2014 Medici per i Diritti Umani gestisce in Italia, Egitto e Niger programmi medico-psicologici di supporto a migranti e rifugiati sopravvissuti a tortura e violenza intenzionale. La web map Esodi raccoglie migliaia di testimonianze raccolte sulle rotte migratorie dall'Africa sub-sahariana all'Europa.
*Medico, coordinatore generale di Medici per i Diritti Umani
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