di Silvia Guidi
L'Osservatore Romano, 9 agosto 2019
"Il carcere è un luogo che merita grande rispetto - scrive Ezio Savasta nel suo ultimo libro, "Liberi dentro" (Modena, Infinito Edizioni, 2019, pagine 180, euro 14) - tanti uomini al suo interno soffrono, è uno spazio sacro, prediletto dal Vangelo. Questa consapevolezza richiede di entrarvi con il passo del pellegrino, certo, per incontrare in amicizia chi è detenuto, ma non solo per un intervento di tipo sociale, piuttosto consapevoli di vivere un'esperienza spirituale". È proprio questa consapevolezza profonda, radicata negli anni, messa alla prova in mille battaglie, fatta di concreto materialismo cristiano, a rendere così interessante il libro di Savasta. Non una testimonianza di generica filantropia, o di (pur stimabile) generosità umana, troppo umana - che prima o poi presenta il conto del bene fatto, oppure cede sotto il peso del male, si sgretola alla prima contraddizione incontrata lungo la strada - ma la documentazione della forza trasformante di uno sguardo sulla realtà certo dell'amore di Dio.
Uno sguardo che dice, senza bisogno di parole, a chiunque incontra: "Sei di più del tuo male, non coincidi totalmente con quello che hai fatto, ripartire è possibile in ogni momento. E guardare in faccia il tuo male è il primo passo per vincerlo". Per questo la presenza dei volontari in un carcere non è un optional, ma un ingrediente fondamentale della funzione rieducativa della "libertà ristretta".
"La nostra presenza, ne sono convinto, è un modo per riaccendere la speranza durante i lunghi anni di pena - spiega Savasta, dopo un quarto di secolo di frequentazione di carceri e penitenziari - la fede che tanti trovano o riscoprono durante la loro detenzione dimostra che in ogni uomo c'è un riflesso divino che, anche se costretto tra quattro mura, non si spegne ma può risplendere. Taluni diventano come "monaci involontari" che cioè, più o meno consapevolmente, imparano a guardare in alto e a rivolgersi a Dio. La detenzione costringe all'isolamento ma il soffitto delle celle - lo abbiamo visto tante volte - sembra squarciarsi per irradiare una luce che consola i cuori".
Tutto è terribilmente umano, ma anche estremo, in carcere. Come il rumore. Assordante, permanente. Il contrario di quello che chi non è mai entrato in un penitenziario potrebbe immaginare. E nel rumore l'inattività, che spesso non aiuta a riflettere, ma addormenta quello che servirebbe per cambiare. Il valore del lavoro, per i "ristretti", è inestimabile: ogni carcere dovrebbe permettere e organizzare al meglio esperienze lavorative intra moenia. Non è un'utopia, o il sogno di anime belle lontane dalla realtà. I dati sulla recidiva dei reati parlano chiaro: tra i detenuti che non svolgono programmi di reinserimento sfiora il novanta per cento, mentre tra chi segue questi percorsi scende al dieci per cento.
È difficile non essere "veri" in carcere. Come in ospedale, dove ruoli, identità, maschere consolidate si dissolvono appena si indossa il pigiama e si diventa l'ospite di un letto in corsia, bisognoso di tutto, come tutti gli altri. Flannery O'Connor (a cui il nostro giornale ha appena dedicato uno speciale) amava ripetere che, a giudicare dalle lettere che riceveva, i carcerati la capivano meglio degli altri, perché più esperti in materia di conflitti e distruttività. Anche lei, del resto, nella sua vita aveva imparato non poco sulla lotta e sulle zone d'ombra dell'anima umana dietro alle sbarre invisibili della sua malattia.
di Roberto Rinaldi
articolo21.org, 9 agosto 2019
Trent'anni sono trascorsi da quando Armando Punzo varcò per la prima volta l'ingresso della Fortezza di Volterra. Luogo di detenzione carceraria, un tempo anche di massima sicurezza, ma negli anni a venire ha visto un processo di trasformazione inarrestabile, fino a diventare spazio di libertà per la creazione artistica: quello della Compagnia della Fortezza.
"In questa cella che mi ha accolto la prima volta ho passato la maggior parte del tempo, da sveglio, fino ad oggi. Trent'anni sono il peso lieve di una storia vissuta e lo slancio verso un futuro pieno di promesse, ma il presente sfugge nell'osservare queste due sponde cariche della loro irrealtà. Non avevo mai pensato a questi trent'anni come tempo trascorso, fino al giorno del loro compimento.
All'improvviso le azioni hanno mostrato la loro folle determinazione, la necessità dettata da una particolare disperazione, quella di un giovane artista - scrive Armando Punzo nel programma del progetto speciale per i trent'anni della Compagnia della Fortezza (culminato con lo spettacolo Naturae - ouverture andato in scena dal 31 luglio al 4 agosto) - che voleva interrogare la realtà per distinguere tra le sue pieghe un riparo e un campo di battaglia non violenta, capace di far rinascere luoghi e persone, di rinominarli e proiettarli sotto un cielo diverso ma altrettanto concreto.
Avevo bisogno di mura che mi contenessero, di un ostacolo insormontabile da superare. (...) In carcere il teatro non si concede illusioni, la realtà, è sempre pronta a offenderti, a vomitarti addosso tutta la sua impossibilità. Il teatro si rinforza in questo scontro continuo, sottrae con le unghie terra a quel continente infinito che è la vita. Sottrae vita alla vita e la trasforma. (...) Il carcere non mi attendeva e io l'ho colto di sorpresa. L'ho visto difendere con i denti la propria identità, chiudersi ancor di più su se stesso, rifiutare ogni apertura, offeso, livido di rabbia per essere stato scoperto nella sua meschina e inutile realtà".
Chi non è mai entrato in questa monumentale fortezza d'epoca rinascimentale, per assistere al teatro di Armando Punzo, non può comprendere il peso di queste parole, l'importanza che rivestono per un progetto a cui il regista e sua moglie Cinzia De Felice si dedicano da tanti anni: la costruzione di un teatro stabile.
Nei giorni di spettacolo, esperienza artistica unica nel suo genere per la relazione unica che si viene a creare tra attori e pubblico, lo spazio della scena chiamato "il campino", circoscritto dalle sbarre di ferro che si trasforma in un teatro a cielo aperto, la collaborazione con gli agenti di guardia, si è discusso del progetto di costruzione del teatro durante un sopralluogo seguito da un dibattito pubblico.
L'assessore alle culture del Comune di Volterra, Dario Danti, ci riferisce di quanto discusso durante la visita dei rappresentanti delle istituzioni, coinvolte nella decisione di dare avvio ai lavori di costruzione. " Abbiamo costituito un tavolo permanente il 16 luglio scorso a Pisa nella sede della Sovrintendenza e in quell'occasione era stata decisa la data del sopralluogo in carcere (avvenuta il 2 agosto, ndr). Un'opera fondamentale quanto profonda e necessaria per valorizzare la Fortezza e per dare una sede stabile alla Compagnia. Sono già trascorsi quattro anni da quando è stato deciso di stanziare per la costruzione del teatro un milione e 250 cinquantamila euro riassegnati al biennio 2020 - 2021.
La mia formazione umana, prima ancora che culturale, deve molto alla Fortezza: ogni anno essere qui dentro è stato ed è un appuntamento imprescindibile. Ringrazio gli agenti, gli operatori e le direzioni che si sono succedute negli anni per la loro lungimiranza, per aver sostenuto un'idea così grande e aver contribuito in maniera determinante alla realizzazione di un carcere all'avanguardia, a livello internazionale, per le attività culturali e trattamentali.
Dobbiamo tanto ai detenuti - attori e a chi, con loro, ha costruito con tenacia e visione un cammino di vita, un percorso d'amore e libertà. Dobbiamo ringraziarli non solo per quello che ci hanno donato, ma per quello che ancora non sono e vorrebbero essere. Ringraziarli, per quanto mi riguarda, significa anche chiedere loro scusa.
Le istituzioni sono in forte debito verso Carte Blanche in tutti questi anni (l'attività della Compagnia della Fortezza è gestita dall'associazione culturale Carte Blanche la cui direzione artistica è affidata ad Armando Punzo e l'organizzazione generale è curata da Cinzia De Felice il cui ruolo è sempre stato indispensabile per garantire l'attività del teatro in carcere e in tournée, ndr), infatti, non sono riuscite a dare forma e corpo al teatro stabile in carcere. Io credo in un'idea politica della comunità in cui tutti devono avere il loro posto per potersi esprimere".
Al sopralluogo hanno preso parte la vicepresidente della regione Toscana Monica Barni, il garante dei diritti dei detenuti della regione Toscana Franco Corleone, l'assessore alle Cultura del Comune di Volterra Dario Danti, gli ingegneri della Sovrintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Pisa e Livorno, il provveditore alle opere pubbliche di Toscana Marche Umbria Marco Guardabassi, il vice provveditore del Prap Rosalba Casella, architetti del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, i vigili del fuoco, rappresentanti della fondazione Michelucci e per la compagnia della Fortezza, Armando Punzo e Cinzia De Felice.
La vicepresidente Monica Bardi ha dichiarato al termine della visita quanto deciso: "È stato convenuto che lo spazio più idoneo per la realizzazione del teatro è l'attuale area passeggi, a ridosso della Torre del Maschio (si trova all'interno della fortezza medicea costruita nel quindicesimo secolo, ai tempi del Magnifico, e per cinque secoli rimasta inaccessibile al pubblico, ndr). Insieme a tutti i soggetti coinvolti, ci metteremo a lavoro per arrivare nel più breve tempo possibile al raggiungimento dell'obiettivo.
L'incontro ha finalmente sbloccato la situazione. Tutti i soggetti che hanno partecipato hanno dimostrato volontà di arrivare alla realizzazione del progetto per arrivare nel più breve tempo possibile al risultato finale. Il teatro consoliderà le attività teatrali, la cui metodologia, apprezzata a livello internazionale, ha modificato la vita all'interno del carcere, non solo per i detenuti, ma anche per tutti gli operatori. Sarà inviata una richiesta alla sovrintendenza di Pisa, da parte del provveditorato alle opere pubbliche Toscana Umbria Marche, dell'esecuzione di saggi archeologici preventivi nello spazio indicato".
Al sopralluogo è seguito il dibattito aperto al pubblico: "L'utopia del Teatro. Costruiamo il Teatro Stabile nella Fortezza di Volterra" a cui hanno partecipato Franco Corleone Garante dei detenuti della Toscana, (eletto senatore per due legislazioni, è stato anche sottosegretario alla Giustizia con la delega alla giustizia minorile e al carcere), Corrado Marcetti della Fondazione Michelucci di Firenze, Ettore Barletta dirigente dell'Ufficio tecnico del Dipartimento amministrazione penitenziaria, il regista Armando Punzo e l'assessore Dario Danti che spiega nei dettagli cosa avverrà nei prossimi mesi: "Per permettere la costruzione del teatro dovranno essere tolti i cancelli interni (dividono lo spazio esterno del cortile della fortezza, tra cui quelli che delimitano il "campino" (l'attuale palcoscenico all'aperto, ndr), e provvedere a livellare la pavimentazione esistente e costituita da pietre e in parte da cemento. Uno dei vincoli è rappresentato dalla tutela di eventuali reperti archeologici che potrebbero essere trovati se lo scavo andrà troppo in profondità e dall'impatto sopra con la cinta muraria. Si dovrà cercare un compromesso tra soprintendenza ai beni archeologici e quella paesaggistica". Un compromesso che dovrà tenere conto anche di altri aspetti non strutturali, architettonici o ambientali, ma non per questo meno importanti nel determinare la nascita del teatro in carcere.
Pareri anche politico - istituzionali la cui autorevolezza e responsabilità possono favorire o ostacolare la sua costruzione. Il primo ad esserne cosciente è lo stesso Armando Punzo. Sfogliando le pagine di "Un'idea più grande di me" (Conversazioni con Rossella Menna, Luca Sassella editore), racconta come ha affrontato per la prima volta trent'anni fa la richiesta di voler fare teatro in carcere e la riconoscenza per il direttore Renzo Graziani, deceduto per un banale infortunio nel 1997, al quale il regista deve tanto per aver creduto nel suo progetto di creare una compagnia teatrale e la scuola all'interno del carcere: "(...) in quegli anni il fatto che ci fosse uno che andasse di propria iniziativa in un carcere penale per fare teatro di ricerca potesse risultare quanto meno sospetto. Infatti, non ci credeva nessuno, né gli agenti, né i detenuti. I primi mi pensavano infiltrato dalla camorra, i secondi infiltrato dalla polizia. D'altronde, anche con il direttore Renzo Graziani, uomo illuminatissimo, ho cominciato a parlare davvero dopo due anni. Lui l'aveva sposata questa esperienza, era una persona difficile ma aveva una visione molto aperta. Il carcere di Volterra si regge ancora sul lavoro che ha organizzato lui trent'anni fa.
Ha formato un gruppo di agenti che hanno fatto propria la sua idea di istituto aperto: "Meno pennacchi, meno agenti, e più società civile dentro"". La società ora entra ogni anno e non solo nei giorni di spettacolo (tante altre sono le iniziative organizzate dal carcere) e i risultati sono diventati permanenti dove il clima che si respira entrando è quello di una collaborazione proficua e dove si svolgono azioni di vita quotidiana con maggiore serenità nonostante le restrizioni imposte.
Lo aveva capito subito Armando Punzo quando ricorda nel suo libro cosa decise la prima volta, entrando in carcere: "Con gli attori abbiamo fatto un patto di sangue. Ho chiesto loro di non coinvolgermi in traffici illeciti, anzi di limitarli e di evitare il più possibile risse a teatro, perché questo avrebbe decretato subito la fine del nostro laboratorio. (...) Non mi preoccupavo soltanto dei traffici e delle risse, ma di quanto la vita violenta del carcere potesse prendere il sopravvento su tutto. La tranquillità, invece, rendeva possibile ottenere più spazio libero, più tempo e maggiori concessioni. Abbiamo cominciato a conquistare fiducia da parte dell'istituzione, della direzione, dei magistrati".
Una fiducia che ha permesso alla Compagnia di mettere in scena in questi trent'anni ben 37 spettacoli dal 1988 in poi (restano indimenticabili "I Pescecani ovvero quello che resta di Bertolt Brecht" del 2003, "I Negri" del 1996, "Hamlice - Saggio sulla fine di una civiltà", Marat Sade da Peter Weiss del 1993) conquistata a cara fatica anno dopo anno: "(...) Il teatro è zona franca ovunque. Era l'affermazione di uno statuto dell'arte anche lì dentro, in una selva. Ma andava spiegato, va spiegato. Le persone non ce l'anno dentro per cultura che il teatro sia uno spazio dove si può agire con dinamiche inedite rispetto alla vita ordinaria. Il meccanismo della zona franca si è esteso dalla nostra cella - teatro (il teatrino Renzo Graziani dove nascono tutti gli spettacoli, un ex cella di tre metri per nove, ndr) a tutto il carcere".
Il regista ottiene sempre più fiducia e il cambiamento all'interno dell'istituto penitenziario (nei suoi primi anni di attività il carcere ospitava terroristi, detenuti per reati di mafia, esponenti di clan camorristici), ottiene dei benefici anche sulla salute dei carcerati: "Ledo Gori, il capo di gabinetto di Enrico Rossi che in quel periodo era assessore alla sanità della Regione Toscana mi disse: "Tu non lo sai, ma io ti conosco, conosciamo l'andamento del Carcere di Volterra dal fatto che non arrivano richieste di terapia, di psicofarmaci".
Un risultato che conferma quanto possa essere indispensabile creare le condizioni di vivibilità in un luogo di reclusione e anche il teatro può fare la sua parte come l'ha fatto in trent'anni di seguito. E la domanda perché ancora non è stato possibile costruire il teatro stabile diventa un interrogativo al quale sembra non esserci una risposta plausibile. A chiederlo è anche Franco Corleone, il Garante dei detenuti, nella sua petizione "Costruiamo il Teatro nella Fortezza di Volterra" pubblicata in Change.org.
"Perché a Volterra questo non può essere possibile? (citando l'esempio del carcere di Marassi a Genova dove è stato costruito ex novo il Teatro dell'Arca di 200 posti, ndr). L'esperienza della Compagnia della Fortezza ha modificato geneticamente (l'espressione più verosimile alla percezione vissuta nel corso degli anni, ndr) un carcere che in passato era noto per la sua durezza e il suo isolamento.
Ha attraversato lo spazio della pena (a confermarlo sono gli stessi attori che lo comunicano agli spettatori, ndr), la sua struttura e le sue funzioni ("oggi è diventato ordinario il regime delle celle aperte, per cui si può circolare liberamente all'interno dell'istituto dalla mattina alla sera, ad eccezione dei due momenti della conta.. " - spiega Armando Punzo in "Un'idea più grande di me", ndr), i suoi linguaggi e le sue relazioni, ha costruito ponti con la società esterna (migliaia di spettatori, ospiti, stagisti e studenti di ogni ordine e grado, programmi Rai come "I Dieci Comandamenti" di Domenico Iannacone con la puntata "Anime salve", le centinaia di recensioni e articoli pubblicati sulla stampa di tutto il mondo, ndr), ha realizzato una metodologia di lavoro teatrale apprezzata e studiata a livello internazionale (il primo Centro Teatro e Carcere nasce per iniziativa di Carte Blanche nel 1994 in accordo tra Regione Toscana, Provincia di Pisa e Comune di Volterra e nel 2000 è stato firmato il protocollo d'intesa per l'istituzione del Centro Nazionale Teatro e Carcere con il Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, la Regione Toscana, la Provincia di Pisa, il Comune di Volterra e l'Ente Teatrale Italiano, ndr). Ma ora occorre trasformare ancora, superare i limiti in cui la pratica artistica si è potuta svolgere, per raggiungere nuovi risultati con i detenuti e con la società".
Perché a Volterra questo non può essere possibile? Franco Corleone nel dibattito che si è svolto nel carcere al termine della replica dello spettacolo spiegando l'importanza della sua realizzazione: "Molti comprendono che si possa giocare l'impossibile e il teatro è la vita di questo luogo. Un'unicità e un rapporto nuovo che viene dalla direzione del direttore Renzo Graziani, dalla collaborazione tra la Compagnia della Fortezza e la Polizia Penitenziaria (percepibile anche da minimi gesti come la stretta di mano tra un agente di guardia e un detenuto, la presenza degli agenti agli spettacoli che assistono quotidianamente con interesse, la disponibilità nel l'accogliere le persone che entrano, ndr). Bisogna togliere molte superfetazioni brutte e il teatro farà togliere le cancellate. Uno spazio per immaginare libertà e la costruzione del teatro in un luogo che paradossalmente è mancanza di libertà, permetterà dei processi di liberazione. Il teatro è molto amato dai detenuti perché è una liberazione dalle "catene" (in questo carcere vivono attualmente 160 detenuti, ndr) e costruirlo in questo carcere deve diventare una realtà e non più un'utopia. La cultura libera tutti: detenuti e spettatori. Bisogna fare presto".
Ettore Barletta dirigente del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha spiegato come il carcere di Volterra sia una "struttura monumentale e sottoposto a vincoli archeologici e paesaggistici e a fronte di un finanziamento statale il parere iniziale per costruire il teatro non era stato positivo. La struttura sotterranea della Fortezza è ipogea (luogo adibito in antichità a tomba o luogo di culto e in questo caso risalente all'epoca etrusca, ndr) ma il teatro è un servizio presente nella tradizione penitenziaria che si è ispirata agli anni '60 dove negli istituti carcerari sono stati costruiti sul modello che richiama lo spazio delle parrocchie romane dotate di sala-cinema-teatro. Dobbiamo tutti dimostrare il coraggio di perseverare". Corrado Marcetti della Fondazione Michelucci (porta il nome dell'architetto Giovanni Michelucci con "lo scopo di contribuire agli studi ed alle ricerche nel campo dell'urbanistica e della architettura moderna e contemporanea, con particolare riferimento ai problemi delle strutture sociali, ospedali, carceri e scuole"), si è posto la domanda a cui molti ancora non sanno dare una risposta esauriente: "È difficile comprendere come mai un percorso iniziato si fosse bloccato. Insieme al Garante dei detenuti della Toscana abbiamo riaperto la discussione alla luce di un finanziamento importante già previsto che non poteva andare perduto. Il cuore del progetto è il cortile teatralizzato da 30 anni di attività della Compagnia della Fortezza. Teatro che ha prodotto lavoro e benefici. Il teatro in carcere è un luogo non del tutto pubblico ma è della collettività. Non più teatro e carcere, carcere e pena ma teatro-carcere e meno pena".
Dello stesso avviso anche l'assessore Dario Danti: "ora si procede con un uovo metodo e non essere arrivati alla realizzazione del teatro è un'inadempienza a cui tutti devono sentirsi responsabili". La parola poi è passata a chi vive da trent'anni questa condizione precaria di fare teatro senza lo spazio adeguato per provare, studiare e costruire uno spettacolo. C'è un po' di amarezza e sconforto nell'intervento di Armando Punzo: "non sto cercando casa qui dentro ma quello che desidero è dare una spallata alla realtà. La conquista della cultura, della bellezza, non la si ottiene solo con la pace in modo pacifico. È terribile pensare a quello che si perde e io il teatro lo intendo come un modo per far fiorire la vita. In una stanza di tre metri per undici nasce il nostro teatro e mi sono dovuto occupare di problemi del carcere oltre quelli del mio lavoro di regista teatrale. Il paradosso è pensare che arte-bellezza-cultura si faccia in un luogo terribile. Il teatro ha aperto questo istituto ma è stato circondato anche da tante altre attività e si riduce lo spazio per poterlo fare. Serve anche per fare formazione ai mestieri del teatro e scuola tra agenti, detenuti e cittadini. Una casa di custodia attenuata e permettere di far vivere da ex detenuti nonostante siano in carcere per farli sentire liberi".
Armando Punzo - "La Fortezza deve guadagnarsi il suo spazio in continuazione, si ricomincia da zero tutte le mattine. Trent'anni non contano niente. Se non si rigenera veramente in tutta la sua potenza, il teatro qui muore in un attimo. Ho avuto bisogno di cercare la via di uscita dove sembra tutto chiuso. Penso che sia una buona indicazione in generale. Le battaglie senza fine misurano la determinazione. Sono arrivato mille volte ad accarezzare fino in fondo l'idea di andare via, mentre ci pensavo stavo già facendo la salita per varcare il cancello ed entrare".
ilvaglio.it, 9 agosto 2019
Scrive il presidente della Camera Penale di Benevento Domenico Russo: La Camera Penale di Benevento, aderendo all'invito formulato dall'Unione delle Camere Penali Italiane, con il suo Osservatorio Carcere, a partecipare alla campagna promossa dal Partito Radicale e Radio Radicale, denominata "Ferragosto in carcere", per la visita agli istituti penitenziari nelle giornate dal 15 al 18 agosto 2019, dopo espressa richiesta, è stata autorizzata dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria a far ingresso il giorno 18 agosto 2019, con una propria delegazione, nella Casa Circondariale "Capodimonte" di Benevento.
La Giunta della Camera Penale di Benevento ha ritenuto irrinunciabile l'opportunità di visitare la struttura carceraria sannita, anche alla luce delle note problematiche connesse al sovraffollamento e alle emergenze strutturali e funzionali del sistema carcerario italiano, oltre che in ragione degli ultimi eventi che hanno interessato il carcere 'Capodimontè (tra cui il suicidio verificatosi nell'aprile di quest'anno, il recente decesso del detenuto partenopeo di 53 anni, che avrebbe vanamente richiesto l'intervento dei sanitari, e, da ultimo, l'episodio della rissa seguita da incendio, con intossicazione di un agente della Polizia Penitenziaria).
I gesti disperati e drammatici posti in essere dai detenuti nel nostro Paese sono frequenti e numerosi e dovrebbero indurre ad una maggiore riflessione sul tema (come ultimo episodio in ordine temporale, ricordiamo il tragico gesto del ragazzo di soli 24 anni che, il 2 agosto, si è dato fuoco nella sua cella presso il carcere di Ariano Irpino).
Nel 2018 sono morti 148 detenuti, tra questi ben 67 suicidi. Nel 2019, sino al mese di giugno, 60 morti, di cui 20 suicidi. La media è quella di un decesso ogni 3 giorni! Più in generale - al di là dei singoli eventi contingenti, che pur meritano la dovuta attenzione - le relazioni annuali del Garante nazionale dei detenuti confermano le criticità delle nostre carceri che permangono, nonostante la recente riforma dell'ordinamento penitenziario del 2018, il tanto atteso intervento legislativo che si rivela parziale e lacunoso, contraddistinto dalla mancata approvazione di novità più coraggiose soprattutto in ambito di tutela della salute mentale, omogeneizzazione dell'offerta trattamentale e giustizia riparativa.
Al di fuori di ogni tecnicismo, va ribadito che per tutelare la sicurezza dei cittadini e incrementare la coesione sociale è indispensabile salvaguardare i diritti di tutti, in particolare quelli di chi è in maggiore difficoltà a farli valere, in quanto privato della libertà personale. Le condizioni di vita nelle carceri sono determinanti anche per la finalità rieducativa della pena (come sancita dall'art. 27 della Costituzione e ulteriormente ribadita con la riformulazione dell'art. 1 O.P.), perché nessun percorso riabilitativo è possibile in situazioni di degrado e assenza di dignità.
Seppur tra molteplici criticità, dovute spesso alla carenza di organico del personale di polizia penitenziaria e, sul fronte dell'assistenza sanitaria, in particolare per quanto riguarda l'assistenza psicologica dei detenuti, siamo consapevoli che l'amministrazione penitenziaria e tutti gli operatori sono impegnati per contenere i disagi dei detenuti.
Come avvocati penalisti, abbiamo in ogni caso il dovere di mantenere alta l'attenzione sulle carceri, soprattutto in un momento in cui, in tema di scelte di politica criminale, si vive un clima di "paura somministrata" che ha l'unico fine di esasperare immotivatamente l'allarme sociale e il senso di insicurezza dei cittadini, a fronte di una progressiva diminuzione dei reati. Continuiamo a ritenere che vada intensificata l'applicazione delle misure alternative al carcere (le quali, statisticamente, riducono il rischio di recidiva), così come l'aumento delle risorse per il lavoro dei detenuti, misure che favoriscono il percorso riabilitativo e il reinserimento sociale, a beneficio non solo del singolo detenuto, ma dell'intera società.
La pena, per chi viene definitivamente condannato, deve essere certa e deve essere correttamente scontata, ma se deve consistere quasi esclusivamente nella perdita o nella drastica riduzione della libertà, essa non può pregiudicare la dignità, il diritto alla salute ed il diritto alla vita del detenuto. La Camera Penale, dunque, auspica che la presente visita possa rappresentare l'inizio di un proficuo percorso di confronto e collaborazione tra i soggetti (istituzionali e non) che quotidianamente si interfacciano con le complesse problematiche legate alla detenzione infra-muraria, che sia da pungolo per una migliore attuazione delle novità normative già introdotte e - contemporaneamente - per l'adozione di ulteriori provvedimenti di riforma, assolutamente indispensabili.
corrierepeligno.it, 9 agosto 2019
Nardella (Uil): mentre i lavori per la costruzione del nuovo padiglione proseguono a ritmo serrato preoccupa il silenzio dell'Amministrazione sull'integrazione del nuovo personale. Non dispiace certo ricevere complimenti in ordine all'efficienza mostrata dai baschi blu di stanza al supercarcere di piazzale vittime del dovere. Tuttavia qualcosa di più oltre rispetto alle belle parole dette dai diversi politici che negli ultimi tempi sono intervenuti per testimoniare la loro vicinanza (a cominciare dallo stesso Marsilio per finire con la consigliera La Porta), andrebbe fatto. A dirlo è Mauro Nardella Componente del Comitato Nazionale di Gestione Uil Pa Polizia Penitenziaria Abruzzo.
"Se non si vorrà fare i conti nel prossimo futuro con il collasso della struttura stessa ancor prima di vederla ampliata - spiega Nardella - allora i politici, che tanto bene hanno dimostrato di volere ai poliziotti penitenziari sulmonesi, rischierebbero di fare i conti con la loro ipocrisia se non si uniranno a noi nell'ardua battaglia che ci accingiamo a fare al fine raggiungere l'agognato obiettivo di integrare l'attuale organico (necessari 30 uomini in più richiesti non solo dalla Uil ma anche e soprattutto dalla direzione del carcere in occasione della visita del Garante dei detenuti).
Ciò che preoccupa e non poco è la storia recente che ha riguardato l'apertura di nuovi padiglioni in altri istituti di pena senza l'integrazione di nuovo personale. Sulmona questo non se lo potrebbe assolutamente permettere non solo per la tipologia di circuitazione detentiva in essa presente ma anche e soprattutto per l'elevata età media dei suoi operatori che supera abbondantemente i 50 anni di età ed i 25 anni di servizio.
Chi ha questa età, infatti, possiede autonomie in fatto di efficienza fisica e soprattutto di diritto di molto differenti rispetto a quelle che ha un istituto del Nord con i suoi giovanissimi. Intanto i lavori per la realizzazione del nuovo padiglione vanno avanti a ritmo serrato. Secondo quanto previsto la struttura potrebbe essere tirata su addirittura entro ottobre di quest'anno.
Questo potrebbe comportare il suo sicuro varo entro marzo del 2020 ergo... non c'è più tempo da perdere. Le 4 unità che l'Amministrazione Penitenziaria, nell'ultima revisione organica elaborata circa un mese fa, ha assegnato in più rispetto all'organico precedente al penitenziario peligno fa capo allo stato attuale dei lavori.
Di contro la stessa Amministrazione non potrà non prevedere l'aggiunta, entro breve, delle ulteriori unità che reclamiamo e che poniamo come conditio sine qua non il muovo padiglione non potrebbe mai vedere materializzarsi la sua apertura. Di questo interesseremo anche il Prefetto qualora sarà necessario. Intanto la Uil monitorerà il tutto passo passo".
di Andrea Sparacino
Internazionale, 9 agosto 2019
Tony Medina è un uomo educato, robusto, con le braccia completamente tatuate. È vestito di bianco, come tutti i detenuti del carcere Allan B. Polunsky Unit. Gli edifici della prigione, bassi e grigi, ospitano 214 condannati a morte. Ammanettato, legato a uno sgabello e con la cornetta in mano, nella stanza per le visite Medina si sente in vacanza. C'è silenzio, fatta eccezione per il rumore delle porte di metallo. C'è l'aria condizionata e soprattutto una lastra in plexiglass attraverso cui si può vedere il viso di un altro essere umano.
Il 31 dicembre del 1995, durante i festeggiamenti per l'ultimo dell'anno, Medina sparò da un'auto in corsa e uccise due bambini. All'epoca aveva 21 anni. Fu condannato nel 1996 e da allora aspetta l'esecuzione. In Texas la pena di morte si applica alle persone ritenute colpevoli di crimini efferati e considerate una minaccia per gli altri.
"Il mio primo ricordo del braccio della morte" è un assordante muro di rumore, racconta Medina. "Porte che sbattono, acciaio contro acciaio. Le prigioni sono fatte d'acciaio e cemento. Tutto rimbomba, continua a rimbombare, senza fine". La prima notte in carcere l'ha trascorsa in un'ala completamente buia, piena di detenuti che urlavano. Un'esperienza sconvolgente. "Era un frastuono fatto di urla e colpi, moltiplicati all'infinito".
All'inizio Medina divideva la cella con altre persone, ma nel 1998, dopo un tentativo di evasione da parte di alcuni detenuti, tutti gli uomini nel braccio della morte sono stati messi in isolamento. Per Medina è un'agonia: "Non sono stato condannato all'isolamento. Sono stato condannato a morte". Da quel giorno e per i successivi 19 anni, Medina è rimasto da solo 23 ore al giorno, chiuso dentro a una scatola di cemento di due metri per tre.
I secondini gli passano i vassoi con il cibo attraverso una fessura nella porta. Se sale in piedi sul letto può guardare attraverso una piccola finestra per l'areazione, vicina al tetto. "C'è gente che passa la giornata così", spiega. Lui non lo fa mai: "Non voglio guardare quello che non posso toccare".
Quasi ogni giorno gli spetta un'ora d'aria in un cortile. Anche lì è da solo. In cella legge (al momento una serie sui survivalisti), scrive e a volte dipinge. Parenti e persone che fanno volontariato - soprattutto donne europee - gli fanno visita e gli mandano messaggi. I carcerati gridano uno contro l'altro, da una cella all'altra. Il Texas, diversamente da altri stati, nega ai prigionieri in isolamento qualsiasi contatto fisico. Fanno eccezioni le frequenti ispezioni corporali da parte dei secondini. L'ultima volta che Medina ha toccato un parente era il 1 agosto del 1996, quando ha abbracciato sua madre.
Negli altri stati che prevedono la pena di morte, e nelle prigioni federali, le regole sono meno severe. In molti casi, i detenuti più giovani e quelli che soffrono di disturbi mentali sono fatti uscire dall'isolamento. Il Texas detiene il record nazionale per il numero di carcerati in isolamento (quattromila nel 2017), ma sta cercando di ridurne il numero.
Secondo un rapporto pubblicato nel 2018 dal centro studi Liman dell'università di Yale, l'anno prima negli Stati Uniti c'erano 61mila detenuti in isolamento, di cui 1.950 da più di sei anni. Oggi sono probabilmente di meno.
Medina è convinto che il Texas imponga l'isolamento ai condannati a morte solo per vendetta, non per ragioni di sicurezza. Definisce la sua condizione una "tortura violenta e disumana", uno strumento di "intimidazione per far crollare mentalmente una persona" prima di ucciderla (in Texas un condannato a morte attende in media undici anni prima di essere giustiziato. L'attesa più lunga mai registrata è di 31 anni). È difficile dargli torto.
Secondo Dennis Longmire, docente all'università di Sam Houston nella vicina Huntsville, tenere una persona per tanto tempo in isolamento è costoso e inutile. Le Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie hanno condannato ripetutamente questa pratica. Longmire ha testimoniato in quaranta processi, ripetendo che in generale i detenuti più anziani non sono violenti nei confronti degli altri. E ricorda che quando ha visitato il braccio della morte lo ha trovato assordante e sgradevole. Non sorprende che molti secondini chiedano il trasferimento.
Diversi detenuti soffrono di disturbi mentali. Alcuni finiscono per suicidarsi. Medina racconta che un suo vicino di cella - un uomo "forte" - dopo 15 anni non ce l'ha più fatta. Le persone sviluppano problemi psichici a causa dell'isolamento e della deprivazione sensoriale, maturando un'ossessione per quella che considerano una persecuzione contro di loro. Per 17 anni a chi si trovava all'Allan B. Polunsky Unit è stato negato il permesso di comprare un tagliaunghie. Ancora oggi è proibito decorare le mura delle celle.
Spesso i condannati alla pena di morte crollano mentre aspettano l'esecuzione. Quando qualcuno è scortato verso l'iniezione letale - spesso opponendo resistenza - la situazione può diventare caotica. Da quando è in carcere, Medina ha contato 437 esecuzioni in Texas, incluse quelle "di uomini che consideravo come fratelli". Per lui è particolarmente doloroso ascoltare i secondini chiacchierare e scherzare mentre un condannato viene portato via. Molti hanno problemi gravi. Un detenuto dell'Allan B. Polunsky Unit, Andre Thomas, si è strappato gli occhi e ne ha mangiato uno.
Medina parla in modo articolato e misurato, ma ammette che l'isolamento ha conseguenze pesanti. A volte ha improvvisi scatti di rabbia - che definisce positivi - nei confronti "del sistema": "Per non impazzire mi dico che devo provare rabbia verso le persone che mi hanno chiuso qui". La rabbia l'ha aiutato "a costruire molti muri, altissimi, nella mia testa", ma "non è molto salutare" perché "può mangiarti vivo". Medina sa che molte persone detenute in Texas, una volta scarcerate, non sono riuscite ad avere rapporti con gli altri.
Le sue parole ricordano quelle di Albert Woodfox, tenuto in isolamento in un carcere della Louisiana per quarant'anni prima di essere scarcerato nel 2016, a 69 anni. Di recente Woodfox ha pubblicato il libro Solitary, dove scrive che "la battaglia contro la pazzia non finisce mai" e ammette di aver distrutto il proprio "sistema emotivo" per sopportare l'isolamento.
Il punto non è se punire i colpevoli (Woodfox, tra l'altro, è riuscito a dimostrare di essere stato condannato ingiustamente). Il punto è se gli Stati Uniti possano trattare così qualcuno, anche i peggiori criminali. "Penso che la nostra situazione sia paragonabile a quello che succede in Cina, in Arabia Saudita o in Iran. Siamo come loro", sottolinea Medina. "Gli esseri umani non dovrebbero essere isolati in questo modo".
di Sara Mauri
Il Giornale, 9 agosto 2019
Proposta per regolare vendita e consumo anche per l'uso ricreativo. Ma non ai turisti. Etienne Schneider, ministro dell'Economia e della Salute del Granducato di Lussemburgo - uno dei principali sostenitori della cannabis legale - ha parlato chiaro.
"Questa politica sulla droga che abbiamo avuto negli ultimi 50 anni non ha funzionato", ha dichiarato a Politico. Il ministro, infatti, ha confermato i piani per fare del Granducato il primo Paese europeo a legalizzare totalmente la produzione e il consumo di cannabis. Il 30 luglio, in un'altra intervista a Le Quotidien, poi pubblicata sul sito del governo del Granducato già ne parlava: "Félix Braz (ministro della Giustizia) e io presenteremo un progetto in autunno al Consiglio di governo relativo alla legalizzazione della cannabis ricreativa". Il ministero della Salute, a detta di Schneider, dovrebbe presentare la proposta di legge entro la fine dell'anno per consentire ai residenti al di sopra dei 18 anni di età di acquistare legalmente la droga per uso ricreativo. L'obiettivo è che diventi legge entro due anni. Attualmente, il Granducato consente la cannabis terapeutica. Acquistare, vendere e coltivare rimangono illegali.
Legalizzare la cannabis a livello burocratico è difficile. È necessario anche creare un intero mercato regolamentare con tasse e controlli. Per vedere come fare, Schneider ha visitato il Canada. In base alla legislazione proposta da Schneider e dal ministro della Giustizia Félix Braz, il Lussemburgo potrebbe legalizzare l'intero mercato: dal rilascio di licenze per la produzione alla legalizzazione del consumo, in una struttura altamente regolamentata. La coltivazione in casa resterebbe vietata. La proposta di legge prevede anche il divieto di acquisti da parte di non residenti, per evitare lo spauracchio del turismo della droga. Etienne Schneider, dice che i giovani stanno già ottenendo erba sul mercato nero, entrando in contatto con spacciatori di droga che forniscono cannabis di qualità sconosciuta e ottenendo l'accesso a droghe potenzialmente pericolose e di qualità scadente.
L'erba magica si può già fumare nei coffee shop di Amsterdam, anche se tecnicamente è illegale produrre, possedere, vendere, importare ed esportare droghe. La maggior parte dei Paesi europei sta ancora cercando di regolamentare la cannabis terapeutica.
E se altri Paesi i occupano delle regole per la cannabis per la salute, il Lussemburgo vuole diventare il primo nell'Ue a legalizzare l'erba per uso ricreativo, rendendo la cannabis completamente legale. "La pressione sociale sarà così elevata che se si dispone di legalizzazione in uno degli Stati membri dell'Ue, presto questo verrà discusso seriamente in altri", ha dichiarato Schneider.
Il Dubbio, 9 agosto 2019
Meno 20% di decessi nell'ultimo anno per l'uso di oppiacei come il fentanyl e la stessa eroina che solo nel 2017 hanno ucciso oltre 47mila persone. Laddove negli Stati Uniti la cannabis ricreativa è legale si è registrata almeno una riduzione del 20% dei decessi per overdose da oppioidi. Lo dice uno studio pubblicato ieri. Gli oppiacei hanno ucciso 47.600 persone nel 2017 negli Stati Uniti, secondo i Centers for Disease Control (Cdc).
Anno in cui l'epidemia fu dichiarata "emergenza sanitaria pubblica" dal presidente Donald Trump. La marijuana, legale in 34 Stati e a Washington per uso terapeutico, è ricreativa in dieci di questi Stati, così come nella capitale degli Stati Uniti (e in gennaio in Illinois).
Confrontando i tassi di decessi per overdose prima e dopo la legalizzazione e tra gli Stati nelle diverse fasi del processo di legalizzazione, gli autori di questo studio pubblicato sulla rivista Economic Inquiry hanno determinato un effetto causale "molto forte" nel calo di mortalità correlata agli oppiacei.
Questo calo è tra il 20 e il 35%, secondo la loro analisi econometrica, con un effetto pronunciato per i decessi causati dal consumo di oppiacei come il fentanil, la droga più letale negli Stati Uniti. Tutti gli Stati sono colpiti dall'ascesa dell'epidemia di oppiacei, dice Nathan Chan, economista dell'Università di Amherst e autore principale dello studio. "È solo che quegli Stati che hanno legalizzato non sono influenzati negativamente come quelli proibizionisti"
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 9 agosto 2019
A maggio Amnesty International aveva denunciato i pericoli, per l'Amazzonia e per i popoli nativi che vi abitano, derivanti dalle nuove politiche adottate in Brasile dall'amministrazione Bolsonaro. Oggi, Giornata internazionale dei popoli nativi, l'organizzazione torna a parlare nuovamente di Amazzonia, ma della parte di foresta che si trova in Ecuador. Lo fa attraverso storie coraggiose di donne che difendono i diritti delle loro terre ancestrali.
Come Patricia Gualinga, leader del popolo Kichwa della comunità di Sarayaku, in Ecuador. Patricia sta difendendo il suo popolo e il suo diritto a vivere in un ambiente sano dal grave impatto dell'industria petrolifera. Lo sorso anno uno sconosciuto ha lanciato pietre contro l'abitazione in cui era in affitto. Sono seguite urla: "La prossima volta ti uccidiamo". Dopo l'attacco, il proprietario le ha intimato di lasciare l'appartamento.
Poi c'è Nema Grefa, di origine Sápara. Nema era a capo della sua comunità, ma ha perso il suo ruolo per l'opposizione di un gruppo di persone favorevoli all'insediamento dell'industria petrolifera nel territorio.
Salomé Aranda è la leader delle donne e della famiglia in una comune della provincia di Pastaza. Ha denunciato pubblicamente i potenziali impatti ambientali dell'industria petrolifera nel territorio in cui vive, nonché i casi di violenza sessuale contro le donne native. Anche nel suo caso, l'abitazione familiare è stata colpita da pietre lanciate da sconosciuti. Nonostante abbia presentato un reclamo formale, le autorità non hanno messo in atto nessuna misura di protezione per prevenire altri eventuali attacchi.
Anche Margoth Escobar ha dedicato la sua vita alla difesa dell'ambiente e ai diritti dei popoli indigeni. In passato, è stata attaccata fisicamente da agenti di polizia mentre partecipava a una protesta e a uno sciopero nazionale. Più di recente ha perso tutte le sue cose nell'incendio doloso della sua casa. Ha presentato denuncia ma gli aggressori non sono ancora stati identificati.
Queste e altre donne dell'Amazzonia stanno rischiando la vita per proteggere la più grande foresta pluviale del mondo, sfidando gli enormi interessi politici ed economici di numerose industrie. Da oltre un anno le autorità dell'Ecuador non sono riuscite a proteggerle né a identificare i loro aggressori. Non intendono arrendersi ma hanno disperato bisogno di protezione.
di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 9 agosto 2019
L'agenzia delle Nazioni Unite ha appena diffuso un rapporto di dimensione inusuale, che suona il gong ai sordi governanti della Terra. Nel bel saggio di Kyle Harper pubblicato da Einaudi e intitolato "Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero", si dimostra come, all'origine del tramonto e poi del tracollo della grandezza di Roma, siano state mutazioni climatiche e, legate ad esse, pandemie devastanti. Fenomeni che interruppero il ciclo economico e devastarono il tessuto sociale e umano della civiltà da cui la nostra storia trae tanta origine.
Le stagioni della Terra sono state scandite da grandi eventi naturali. Ancora una volta l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di clima, con un rapporto di dimensione inusuale, ha suonato il gong ai sordi governanti della Terra. Ci ha ricordato che sono a repentaglio, per via dell'impressionante riscaldamento globale in corso, le risorse che la nostra specie ha considerato naturale fossero a disposizione: l'acqua, la terra da coltivare, quella dove abitare. Pochi giorni fa centinaia di studiosi italiani hanno sottoscritto un appello dell'Istituto di Scienze della vita della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa in cui si dice testualmente: "Gli scenari futuri "business as usual" (cioè in assenza di politiche di riduzione di emissioni di gas serra) prodotti da tutti i modelli del sistema Terra scientificamente accreditati, indicano che gli effetti dei cambiamenti climatici su innumerevoli settori della società e sugli ecosistemi naturali sono tali da mettere in pericolo lo sviluppo sostenibile della società come oggi la conosciamo e, quindi, il futuro delle prossime generazioni".
Sembra poco? Basta aprire le finestre e, insieme, gli occhi. Abbiamo vissuto il luglio più caldo nella storia dell'umanità, i fenomeni atmosferici violenti conosciuti in una zona temperata come l'Italia hanno prodotto, secondo Coldiretti, 14 miliardi di danni all'agricoltura. A Parigi si raccolgono in agosto le foglie dagli alberi, stremati dal caldo, in Siberia bruciano i boschi e in Groenlandia si sciolgono, in un giorno, 12 miliardi di tonnellate di ghiaccio. Ad Anchorage, in Alaska, sono stati raggiunti i 32 gradi di temperatura, quando la media storica del periodo è 18 gradi. L'Ipcc dell'Onu, che raccoglie studiosi di tutto il mondo ci dice che il riscaldamento della Terra, al ritmo al quale siamo, porterà spaventosi problemi di approvvigionamento idrico. Per essere chiari: il rischio che si presenta, a breve, è quello della rottura del ciclo alimentare.
La Terra è da anni, ormai, sotto il dominio di una condizione ambientale sfuggita al controllo. I fenomeni sono violenti. I dieci anni più caldi degli ultimi 132 sono tutti racchiusi in un periodo che va dal 1998 ad oggi. Il nostro astronauta Luca Parmitano, che ha visto la Terra da una posizione unica, ha detto: "Negli ultimi sei anni ho visto deserti avanzare e ghiacci sciogliersi. Spero che le nostre parole possano allarmare davvero verso il nemico numero uno di oggi".
Scienziati, astronauti, meteorologi ci indicano il pericolo numero uno. Ma noi, come il capitano Smith del Titanic, "andiamo avanti, tranquillamente". Perché la nostra vita pubblica è seminata di mille paure, ma non della più grande. Forse perché questa paura postula una risposta globale, non nazionalista, non sovranista. Infatti solo se le nazioni della Terra si accorderanno sulla limitazione delle emissioni in atmosfera, il mondo si salverà. Si parla ogni giorno di migrazione, si passano settimane a discutere di quarantadue esseri umani su una barca. E ci si dimentica che, dal 2008 al 2015, duecento milioni di esseri umani sono sfollati per ragioni ambientali. Ci sono isole inghiottite dal mare, villaggi inondati o travolti dal fango. Rischiano le coste dell'America ricca, non solo le zone povere. Quasi metà dell'umanità vive in aree limitrofe al mare, quelle che saranno più interessate dall'innalzamento delle acque conseguente allo scioglimento dei ghiacciai. Cosa sarà di loro? Come affronteremo la migrazione di poveri e ricchi?
In un film di qualche anno fa si prediceva la glaciazione degli Usa e la fuga degli americani verso sud, alle frontiere col Messico. Frontiere che, per beffa, si immaginava fossero tenute chiuse... Il presidente brasiliano Bolsonaro dice di aver ripreso l'abbattimento degli alberi nella foresta amazzonica perché questo è un fatto che riguarda solo il Brasile e che il mondo si deve fare gli affari suoi. Non è la strada giusta. Nulla come l'ambiente infatti è sistemico, interdipendente, globalizzato. E, più dei dazi che stanno deprimendo l'economia mondiale, i potenti della Terra dovrebbero dar vita a un grande piano pubblico di riconversione ecologica dell'economia. Questa scelta potrebbe essere il driver di una nuova fase espansiva. Una scelta prodotta dalla paura genererebbe, per una volta, crescita economica, lavoro qualificato e salvaguardia del nostro bene più prezioso. Dovremmo sempre ricordare un saggio proverbio indiano che dice: "Solo quando l'ultimo albero sarà abbattuto e l'ultimo fiume avvelenato e l'ultimo pesce pescato, ci renderemo conto che non possiamo mangiare il denaro".
di Sara Volandri
Il Dubbio, 9 agosto 2019
Feroce linciaggio nella città di Tepexco. Un linciaggio così brutale e selvaggio che fa correre la mente al passato più cupo, all'epoca del far west, del brigantaggio, della giustizia sommaria, alla vendetta privata, quella delle torce e dei forconi. È accaduto in Messico dovec inque presunti rapitori, tra cui un minorenne, sono stati impiccati da una folla di circa 200 abitanti della città rurale di Tepexco nello Stato di Puebla (nel centro del Paese), a circa 1620 chilometri dalla capitale Mexico city.
Ecco la ricostruzione dei fatti presentata da un esponente del governo locale: quando due uomini avrebbero rapito un contadino la polizia della zona è riuscita a fermarli mentre erano in fuga, li ha arrestati e portati in commissariato per gli interrogatori. E invece le cose hanno preso una piega decisamente più noir. Gli abitanti del villaggio, dopo aver chiuso gli accessi della città, hanno sequestrato i due uomini senza che la polizia fosse in grado di impedirlo. Altri due uomini, tra cui un minorenne, sono stati trovati nascosti
in uno scantinato e immediatamente catturati perché ritenuti complici dei rapitori. Un quinto individuo, che è andato alla polizia locale per chiedere notizie dei presunti rapitori, è stato anche egli catturato dagli abitanti del villaggio. "Le autorità hanno attivato i protocolli, ma la popolazione ostileaccettato il dialogo e in seguito ha privato le persone detenute della loro vita", ha dichiarato Fernando Manzanilla, segretario dell'Interno di Puebla.
I cinque sospetti sono stati impiccati nella piazza della città senza che la polizia locale o la guardia civile intervenissero perché temevano che la situazione potesse degenerare nella guerriglia urbana, ha aggiunto Manzanilla.
Un altro uomo, un automobilista che stava transitando in zona, è invece rimasto ucciso durante le fasi della cattura dei primi due presunti rapitori da parte della polizia. "Le persone sono stanche dei continui episodi criminali, hanno perso la fiducia nelle autorità, è un problema del Paese, è un problema dello Stato", ha concluso sconsolato Manzanilla. In quest'anno sono già 16 le persone uccise in linciaggi mentre altre 209 sono state salvate nel corso di svariati tentativi di pestaggio, impiccagione e altre barbari esempi di esecuzioni sommarie.
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