di Massimo Villone
Il Manifesto, 7 agosto 2019
Il Decreto Sicurezza bis presenta vistosi elementi di incostituzionalità, e forse qualcuno aspetta da Mattarella un segnale, che non verrà. Se avesse inteso darlo, l'avrebbe fatto al momento dell'emanazione del decreto, che già conteneva elementi per una valutazione. Che però Mattarella ha evidentemente ritenuto non giungesse agli estremi di una manifesta incostituzionalità.
Si sente fare l'ipotesi che la promulgazione sia accompagnata da una lettera - monito, come già è avvenuto in altra occasione. È possibile, anche se non è nell'interesse della Presidenza insistere troppo sulla strada di questa specie di esternazione rafforzata. Ne sottolinea ad un tempo il ruolo e l'impotenza, tradotta nella scelta di lasciare ad altri la tutela di un bene - la difesa della Costituzione - affidato in primis allo stesso Presidente. In ogni caso, la partita si giocherà ormai sul tavolo della Corte costituzionale.
La Corte - sarà bene ricordare - è storicamente restia a intervenire sulla discrezionalità del legislatore in tema di sanzioni penali. Ma è incoraggiante la recentissima sentenza 195/2019, che sul primo decreto sicurezza (d.l. 113/2018, conv. l. 132/2018) ha dichiarato illegittimo il potere sostitutivo dei prefetti (art. 28, co. 1), e ha definito la lettura costituzionalmente compatibile del daspo urbano per i presidi sanitari (art. 21, comma 1, lettera a). Se fosse il segnale di una Corte propensa ad alzare l'asticella nella difesa della Costituzione, il giudizio non potrebbe che essere positivo.
Viviamo una stagione in cui il rispetto della Costituzione per la maggioranza e il governo in carica è un optional. Talvolta, un fastidioso impedimento. Il decreto sicurezza bis è un caso, ma non il solo. Si pensi alla sinergia tra la riduzione del numero dei parlamentari, prossima alla votazione conclusiva, e la legge elettorale vigente. Gli studi e le simulazioni - da ultimo su La Stampa del 6 agosto - danno uno scenario in cui entrano in Parlamento tre o quattro forze politiche, e vengono lasciati senza rappresentanza milioni di elettori e parti significative del territorio. Ora, la legge elettorale di per sé probabilmente passa le maglie - troppo larghe - delle sentenze Corte cost. 1/2014 e 35/2017. Ma è dalla sinergia con la riforma costituzionale che viene il danno. Dobbiamo considerare un nuovo assalto per la via giudiziaria, volto a chiedere alla Corte una rivalutazione sulla legge elettorale alla luce della situazione nuova che venisse a determinarsi con la riduzione del numero dei parlamentari.
Strano destino, quello delle riforme. Il Pd forzava l'approvazione del Rosatellum quando già era stabilmente il terzo partito dopo M5S e Lega, ed era dunque chiaro che ne avrebbe ricevuto un danno grave e irreparabile. La correzione maggioritaria di collegio del Rosatellum avvantaggia di molto il primo partito, meno il secondo, per niente il terzo. Ma a Renzi interessava soprattutto il voto bloccato sui capilista, per mantenere il controllo sui gruppi parlamentari. Oggi la domanda è: perché i 5Stelle, ormai decisamente proiettati verso la terza posizione dopo Lega e Pd, spingono tanto per la riduzione del numero dei parlamentari con la legge elettorale che c'è?
A parte la sorte dei singoli parlamentari, che può non interessare, è il Movimento che finirà immediatamente nella marginalità politica, tornando ad essere il contenitore indifferenziato di proteste delle origini. Una parabola velocissima verso il basso dopo il 4 marzo 2018. Ancor più se prima del prossimo voto M5S avesse dilapidato sulle autonomie differenziate il tesoretto elettorale del Sud. Uno scenario di destra egemone, Pd ancora in mezzo al guado, M5S marginale, sinistra desaparecida. Questa potrebbe essere l'Italia prossima ventura, e che in fondo già ci viene data da leggi, decreti, riforme. Secondo un'espressione cara a filosofi e giuristi, il diritto è fare cose con parole. Ma che accade se dall'eloquio si passa al turpiloquio?
di Simona Musco
Il Dubbio, 7 agosto 2019
Intervista al costituzionalista Stefano Ceccanti. "L'immigrazione non si ferma per decreto, si può gestire in sede europea ripartendo in modo equo i richiedenti. Il punto, però, è che Salvini non vuole risolvere nulla, vuole che il problema si incancrenisca per lucrare elettoralmente sul problema insoluto".
di Alessandro Galimberti
Il Sole 24 Ore, 7 agosto 2019
Decreto sicurezza bis convertito in legge. Modifiche alla legge Reale del 1975, alle norme sullo svolgimento di manifestazioni sportive del 1989, e anche al codice penale per aumentare la pena ai protagonisti, a ogni titolo, di "disordini pubblici".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 7 agosto 2019
Dalla prescrizione alla separazione delle carriere. Sono essenzialmente tre i punti di contrasto fra Lega e M5s in materia di giustizia. Tre punti in grado di stravolgere in maniera irreversibile il sistema giudiziario del Paese. Dal momento che nessuno di questi è nel contratto di governo, gli azionisti dell'esecutivo Conte hanno "mani libere", con la possibilità di trovare una sponda anche fra i partiti dell'opposizione. Andiamo con ordine.
partitoradicale.it, 7 agosto 2019
Dal 15 al 18 agosto visite del Partito Radicale insieme all'Unione Camere Penali, parlamentari, Garanti dei detenuti, militanti nelle carceri di tutta Italia. Da giovedì 15 agosto a domenica 18 agosto, in tutta Italia, su iniziativa del Partito radicale con l'Unione delle Camere Penali Italiane, si terrà la terza edizione del "Ferragosto in carcere", una massiccia visita ispettiva nei 190 istituti di pena sul territorio nazionale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 agosto 2019
L'ex Acna, in Val Bormida, fu protagonista di un grande disastro ambientale. Il mese scorso è tornato in auge, con il beneplacito di comuni piemontesi, la proposta di costruire un nuovo carcere nelle aree ex Acna. Si tratta in realtà di una proposta già esposta due anni fa - poi ripresa nel mese scorso - dall'ex sindaco di Cengio (Savona) Sergio Marenco.
Tutto è dovuto dalla chiusura, nel 2016, del carcere di Savona creando diverse difficoltà per lo smistamento dei carcerati obbligando il trasferimento nelle Case circondariali di Marassi a Genova, Sanremo- Imperia o in Toscana. Il progetto - ancora non presentato - sarebbe sul modello della casa circondariale di Bolzano.
Francesco Dotta, il primo cittadino di Cengio, si dice convinto per la candidatura della sua amministrazione per la realizzazione del carcere. Ma è una buona idea? Per alcune associazioni ambientaliste, compresa Antigone che si interessa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale, l'idea è pessima. Perché? Parliamo di terre fortemente inquinate, dove la bonifica non è tuttora completata, frutto di un disastro ambientale, forse uno dei più terribili che ha coinvolto l'Europa.
A fine novembre 2016, un periodo di piogge intense è culminato con una grande piena dei corsi d'acqua del Piemonte meridionale. In alcuni fiumi la piena ha assunto carattere di vera e propria alluvione, testimoniata anche dall'emergenza in termini di protezione civile che ha caratterizzato quei giorni. Gli abitanti del posto hanno testimoniato la presenza di un odore acre, a tratti nauseabondo.
L'alluvione è stata così dirompente che interi tratti di fascia ripariale sono rimasti stravolti e persino distrutti, con abbattimenti di alberi anche di grosse dimensioni. Inoltre, i sedimenti fluviali sono stati depositati nell'ampia fascia pianeggiante ai lati del fiume e grazie alla colorazione diversa del suolo dei terreni agricoli sono rimasti chiaramente visibili anche per diversi mesi dall'evento alluvionale.
Da più parti sono state fatte segnalazioni di odori caratteristici dei sedimenti tipicamente associati alla pluridecennale vicenda dell'ex-Acna. In quell'anno, quindi, è ritornato a galla la memoria storica del grande disastro ambientale. Il 23 luglio di più di 30 anni fa una grande nube tossica si sollevò dallo stabilimento Acna di Cengio: in poche ore raggiunse numerosi comuni sul confine tra Liguria e Piemonte, causando intossicazioni e forti preoccupazioni tra la popolazione.
La fuoriuscita di gas tossici era solo l'ultima di una lunga serie di incidenti e danni ambientali causati dall'Acna, contro la quale si battevano da tempo i comuni della val Bormida, valle che dall'entroterra di Savona si estende fino al Basso Piemonte lungo il corso del fiume Bormida. La vicenda dell'Acna e dei decenni che furono necessari per riuscire a chiuderla è esemplare nella storia dell'ambientalismo in Italia: l'incidente del 1988 contribuì alla fine dello stabilimento nel 1999, mentre i danni ambientali per la val Bormida e i suoi comuni sono evidenti ancora oggi.
L'Acna nasce a Cengio nel 1882, col nome di Dinamitificio Barnieri e cresce nei primi anni del novecento. E fin da subito colora di ruggine il fiume Bormida. Nel 1912 produce 750 tonnellate di dinamite, buona parte delle quali scaricate sulla popolazione libica nella omonima campagna coloniale. E alla grande espansione corrisponde la grande carneficina, la Prima guerra mondiale. È all'Acna di Cengio che si fabbricano acido nitrico, fenolo, tritolo, acido pricrico, balistite.
Poi, nel dopoguerra, coloranti e intermedi. Nel 1916 dall'impianto di acido picrico si scaricano nel fiume cinquanta metri cubi al giorno di acque di lavorazione. L'inquinamento si distende per settanta chilometri a valle della fabbrica. La certezza dell'inquinamento causato dalla produzione Acna emerge fin dal 1950. Ma è dai primi del novecento che il cancro alla vescica è considerata malattia professionale per chi lavora i derivati dell'anilina.
Nel libro "Un giorno di fuoco", del 1963, lo scrittore Beppe Fenoglio descriverà così il fiume che raccoglieva gli scarti dell'industria: "Hai mai visto Bormida? Ha l'acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle rive non cresce più un filo d'erba. Un'acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna".
Nel 1925 l'Italgas rileva l'impianto per renderlo una fabbrica di coloranti, nel 1929 il regime fascista rende lo stabilimento uno dei centri dell'immensa Acna (Aziende Chimiche Nazionali Associate), ma nonostante l'intervento del Governo il progetto è un fallimento e nel 1931 l'Acna viene svenduta alla Montecatini. L'Acna mantiene lo stesso acronimo, ma diventa "Società anonima colori nazionali affini" e poi "Aziende Colori Nazionali e Affini".
A parte la parentesi della Seconda Guerra Mondiale, che vede l'Acna tornare alla produzione bellica, il centro di Cengio diventa un importante polo chimico dell'Italia repubblicana, con una storia che nei decenni successivi vede contrapposte da un lato le proteste degli abitanti della valle per i livelli insostenibili di inquinamento e dall'altra un fronte compatto di politica, industria e sindacati, più attenti alla tutela dei posti di lavoro.
Nel 1938 l'Acna viene citata in giudizio dagli agricoltori della Valle del Bormida, tuttavia nel 1959 il Servizio idrografico di Genova ha stabilito che le acque sia pure inquinate non provocavano danni all'attività agricola e nel 1962 il processo si conclude dando torto ai contadini e condannandoli al pagamento delle spese processuali.
Alla fine degli anni 60 l'acquedotto di Strevi viene chiuso, le sue acque si tingevano di colore diverso ogni giorno, nel 1970 il sindaco di Aqui Terme sporge una denuncia contro ignoti per l'avvelenamento delle acque per il consumo umano. Nel 1974 viene iniziata un'azione penale contro 4 dirigenti dell'Acna, ma verranno assolti 4 anni dopo.
Con la promulgazione della Legge Merli "norme e tutela delle acque dall'inquinamento" del 1976, spuntò fuori la denuncia che l'Acna avrebbe iniziato a disfarsi dei rifiuti di nascosto e ad alterare le concentrazioni. La legge 426/ 98 "Nuovi interventi in campo ambientale" ha inserito il sito dell'Acna dei Siti di Interesse Nazionale (Sin), portando alla chiusura definitiva della fabbrica nel 1999, dopo più di 100 anni di attività.
Nel 2000 la Commissione Parlamentare d'inchiesta sui rifiuti ha accertato che una quantità di rifiuti dell'Acna pari a 800 mila tonnellate è stata smaltita illegalmente nella discarica di Pianura, nella periferia di Napoli. Si è avviata una bonifica che nell'ottobre del 2010 viene data per terminata dall'allora ministra Stefania Prestigiacomo, dal governatore della regione e dall'ex numero uno della Protezione civile Guido Bertolaso.
Ma non è così. La conferma è arrivata direttamente dal sito di Eni-Syndial (società proprietaria dell'area dell'Acna), dove, nell'elenco dei principali interventi di bonifica in corso, si trova anche quello di Cengio, con la dicitura: "Completamento della bonifica del sito, mediante capping della zona A1".
Il sito di Syndial indica anche quali sono i tempi per portare a termine gli interventi e li fissa all'inizio del 2020, ossia a dieci anni dall'annuncio di fine bonifica da parte di Stato e Regioni. Syndial chiarisce inoltre quanto è costata finora quella che l'allora ministro dell'Ambiente Willer Bordon nel 2000 definì "La madre di tutte le bonifiche". Al 30 settembre del 2018 il costo dell'operazione era di 330 milioni di euro e Syndial stima di spenderne altri 5 per terminare i lavori. Più del doppio dei 300 miliardi di lire previsti vent'anni fa. Resta il fatto che c'è una discarica dove sono radunati i rifiuti industriali dell'impianto e c'è chi vorrebbe costruirci vicino un nuovo carcere.
di Carlo Bellotto
Il Mattino di Padova, 7 agosto 2019
Azione legale della Cgil, ministero condannato a pagare. Avviate altre venti cause gemelle dopo il passaparola. Ha lavorato come magazziniere in carcere ma non è stato pagato il giusto. Così lui, detenuto napoletano quarantenne che sta scontando la pena al Due Palazzi, ha fatto causa al ministero della Giustizia e, assistito dall'avvocato Marta Capuzzo dello studio legale Moro si è visto riconoscere 2 mila euro di differenze retributive tra quanto ricevuto e quanto di spettanza, detratta la somma di mantenimento in carcere. L'azione legale è stata promossa dalla Cgil Funzione Pubblica di Padova con ricorso per decreto ingiuntivo.
"Altre tre cause simili sono in discussione a settembre e stiamo partendo con un'altra ventina che riguardano tutti detenuti del carcere padovano" assicura l'avvocato Capuzzo. Infatti c'è stato un passaparola tra i detenuti e parecchi vogliono provare a racimolare qualcosa. La sentenza è del giudice del Lavoro Mauro Dallacasa che ha condannato il ministero della Giustizia a pagare in favore di un lavoratore i 2 mila euro di differenze retributive in relazione all'attività lavorativa svolta durante la permanenza in carcere.
Il detenuto napoletano, dietro le sbarre da parecchi anni, fa il magazziniere a rotazione, assieme ad altri detenuti. Un lavoro di manodopera per mandare aventi la struttura penitenziaria. Si riceve la merce, la si porta nei magazzini, un'occupazione identica a quella che farebbe un magazziniere esterno al Due Palazzi. Ma ecco cosa dice la legge. Lo stipendio che il ministero deve corrispondere ai detenuti in base alle ore lavorate non può scendere sotto ai due terzi di quanto prevede il contratto nazionale di categoria.
Inoltre e questo è stato determinante nella decisione di questa causa di lavoro, la paga prevista dal ministero non è stata aggiornata dal lontano 1993 e quindi da 26 anni. Secondo l'ordinamento penitenziario la Commissione ministeriale istituita per aggiornare periodicamente il trattamento economico dei detenuti teoricamente avrebbe dovuto riunirsi ogni 6 mesi per adeguare i salari dei detenuti. Infatti il conguaglio della retribuzione dovuta al detenuto campano era di circa 4 mila euro per circa 4 anni di lavoro, seppur a turnazione. Ma come detto è stata detratta la quota, non certo indifferente, di mantenimento dietro le sbarre. Il ministero aveva proposto opposizione al decreto ingiuntivo formulando varie eccezioni preliminari, tutte respinte.
"I lavoratori" dichiarano Sergio Palma, della segreteria confederale della Cgil di Padova, Alessandra Stivali e Roberta Pistorello, della segreteria provinciale della Fp Cgil di Padova "sono tali a prescindere dallo status giuridico del momento e come tali hanno diritto alla giusta retribuzione, a non essere sfruttati, a vedere rispettati i propri diritti. Vale la pena ricordarlo in un tempo in cui ci sono ministri che invocano i lavori forzati, che sarebbero contrari ai principi fondamentali della nostra Costituzione, invece di adoperarsi per evitare che i crimini si compiano e che nessuna vendetta potrà risarcire".
di Gaetano Trigilio
ondatv.tv, 7 agosto 2019
Il Garante dei detenuti per la Regione Abruzzo Professor Gianmarco Cifaldi ha visitato la Casa di Reclusione di Via Lamaccio a Sulmona. Il professor Cifaldi è stato eletto "Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale". il 23 luglio scorso dal Consiglio Regionale d'Abruzzo. Come prima visita alle 8 strutture penitenziarie dell'Abruzzo ha voluto visitare la Casa di Reclusione di Sulmona in quanto istituto complesso.
Ma quali sono i compiti del Garante? Quali i poteri nei confronti dell'Amministrazione? Vigilare che ci sia il rispetto dei diritti della persona sia pure nel rispetto della certezza della pena questi in sintesi il compito del garante, come ha osservato Cifaldi al nostro microfono. Compito impegnativo quello del Garante, come dicevamo 8 sono gli istituti di pena in Abruzzo, ed una popolazione detenuta di oltre 2.000 unità contro una capienza regolamentare di 1.645 posti; notevole dunque il sovraffollamento. Dobbiamo dire che per svariati motivi, sia politici che di leggi regionali, in Abruzzo la figura del Garante dei detenuti è stata assente per oltre 10 anni. L'Abruzzo è stata una delle poche regioni inadempienti, rispetto alla legge nazionale che ha istituito la figura del Garante.
Oggi il garante c'è ed è ben qualificato. Il Professor Gianmarco Cifaldi è sociologo, criminologo, professore aggregato presso l'Università D'Annunzio di Chieti - Pescara ma ha già insegnato all'Università dell'Aquila, Bari e Napoli, ha tenuto conferenze in molti paesi, tra cui Cina e Russia. Molte sono le sue pubblicazioni scientifiche, gran parte delle quali relative proprio all'universo carcerario.
Come dicevamo Cifaldi ha voluto visitare in primis la struttura penale di Sulmona, dove è stato ricevuto, con ogni cordialità, dal direttore dell'istituto, dottor Sergio Romice e dal Comandante della Polizia Penitenziaria commissario coordinatore dottoresse Sarah Brunetti. Il Garante ha visitato la struttura ha incontrato gli operatori ed i detenuti. Ha cercato di inquadrare le problematiche di un istituto complesso con la presenza di oltre 400 detenuti.
di Paolo Rodari
La Repubblica, 7 agosto 2019
Diventa un caso Salvini che ringrazia la Madonna per il via libera alla legge. Avvenire: "Accostamenti sconcertanti". La replica del ministro: "I cattolici ragionano con la propria testa". A Lucca in piazza il capo della diocesi.
Lo scontro fra Matteo Salvini e gran parte del mondo cattolico è frontale. Dopo l'approvazione del decreto sicurezza bis è Avvenire, per conto dei vescovi italiani, ad andare all'attacco: "(In)sicurezza al bis", è il titolo scelto per la prima pagina di ieri, in un'edizione che parla di "accostamenti sconcertanti" riferendosi alle parole del vicepremier sul fatto che il decreto sia passato nel giorno in cui i devoti della Madonna di Medjugorje festeggiano la natività della Vergine Maria (ma non è così ufficialmente per la Chiesa).
"Questo è tempo di resistenza umana e civile", incalza su Twitter padre Antonio Spadaro, gesuita come Francesco, direttore di Civiltà Cattolica, a dimostrazione che per lui l'uso distorto da parte di Salvini dei simboli religiosi è fatto acclarato. E posta una vignetta del Manifesto che ritrae la Madonna su un gommone in mezzo al mare.
Sono diversi i preti contro Salvini. Molti condividono l'hastag diventato trending topic su Twitter: #Mattarellanonfirmare. Don Davide Milani, ex portavoce della diocesi di Milano, prevosto a Lecco e presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, commenta così su Twitter il fatto che la natività di Maria non cada, per Salvini, l'8 settembre: "Mi auguro, signor ministro, che sia più rispettoso, preciso e competente a proposito delle realtà terrene che è chiamato ad amministrare". Mentre l'arcivescovo di Lucca, Paolo Giulietti, aderisce a una manifestazione di Libera assieme al sindaco Tambellini e si fa fotografare con un cartello con su scritto: "La disumanità non può diventare legge".
Salvini non usa i simboli religiosi a caso. C'è qualche esponente della gerarchia che lo sfrutta per far lievitare un certo dissenso cattolico contro Francesco. Lui lo sa e sta al gioco per guadagnare a sua volta consenso in una parte dei credenti. Così si spiega la reazione piccata del vicepremier ad Avvenire: "Sia i cattolici che gli italiani ragionano con la propria testa - dice.
E ancora: "Nella cover del telefonino ho la medaglietta della madonna di Medjugorje. Spero che Avvenire me lo permetta. Bisogna resistere al fatto che tutti devono rispettare diritto nazionale e internazionale? Italiani, cattolici compresi, ragionano liberamente. Buona fortuna sia ad Avvenire che a Civiltà Cattolica".
Da tempo il solco fra il governo e la Chiesa si è fatto largo. Dopo un primo tentativo dei 5 Stelle di legare con le gerarchie, oggi la distanza sembra insanabile. Così anche fra il governo e i credenti di altre chiese: per le Chiese evangeliche il decreto sicurezza è "criminalizzazione".
Durissima la reazione dell'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). In un comunicato l'agenzia si è detta "preoccupata" per l'approvazione del decreto, un testo "che impone sanzioni più severe alle imbarcazioni e alle persone che effettuano operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo".
Il decreto, composto da 18 articoli, prevede tra le altre cose pene fino a un milione di euro per le navi private che effettuano il salvataggio di persone e che non rispettano il divieto di ingresso nelle acque territoriali. Per Greenpeace si tratta di un "atto liberticida e inutilmente crudele". Mentre Open Arms lancia l'hashtag #megliomultatichecomplici. "Il decreto sicurezza bis è legge. Difficile trovare le parole per spiegare alle persone a bordo che averle salvate ha un prezzo. Un milione di euro", scrive la Ong.
primopianomolise.it, 7 agosto 2019
Dalla conferenza stampa del Garante dei diritti della persona Leontina Lanciano, organizzata in giunta e aperta dal governatore Donato Toma, l'appello alle famiglie a pensare all'affido: prendersi cura temporaneamente di bimbi o adolescenti con storie difficili con l'obiettivo di farli rientrare nei propri nuclei di provenienza, rafforzati dall'affetto che solo una famiglia può dare. Il costo delle rette dei minori affidati ai centri lo sostengono i Comuni. Nel 2018 l'Ambito di Campobasso ha speso 900mila euro. Per questo, ha spiegato il presidente Toma, la Regione ha deciso di andare incontro alle amministrazioni con un contributo.
I minori rappresentano uno dei settori di competenza del Garante. Figura istituita nel 2015 e che con il mandato di Lanciano, ha evidenziato Toma, "si è consolidata e ne è aumentata la conoscenza".
Interventi nei casi urgenti, comunicazione, protocolli, iniziative e progetti. Restando ai minori, sono una novantina quelli stranieri non accompagnati presenti in Molise: 80 i tutor formati.
Un altro fronte è quello della lotta al bullismo, sono in cantiere iniziative con le scuole più periferiche e in corso di ultimazione il manuale anti bullismo realizzato insieme all'Usr. C'è poi l'attività di sensibilizzazione all'affido condotta insieme al vicepresidente del Consiglio Gianluca Cefaratti. L'invito di Lanciano è a non farsi condizionare da fatti gravi come quelli di Bibbiano. In Italia, dice citando un report dell'Istituto degli Innocenti di Firenze, 26mila minori sono affidati, 12mila a centri residenziali per minori. Il Molise, nel rapporto con la popolazione totale under 18, è al secondo posto con il 2,9 per mille.
Altra situazione difficile, quella delle carceri. Se Larino è "un fiore all'occhiello, non si può dire lo stesso di Campobasso e Isernia". Il penitenziario del capoluogo di regione è stato teatro di rivolte e tentativi di evasione. Alla Garante arrivano in media dieci richieste al giorno da parte di chi è privato della libertà: sono 387 in totale i detenuti in Molise, a fronte di una capienza regolamentare delle strutture di 270.
Oltre al filtro istituzionale per le richieste, l'ufficio guidato da Lanciano è attivo con il finanziamento di attività teatrali, ricreative, formative. Per rendere concreta la finalità rieducativa della pena. Un esempio per tutti, porta la Garante nella sala giunta di Palazzo Vitale: il libro del detenuto per reati di mafia (40 anni di pena) dal titolo "Da criminale a criminologo", si è laureato appunto in criminologia.
Pur con un organico ridotto all'osso, in questi due anni di mandato, Lanciano ha portato a casa molti risultati. La chiave del successo? La caparbietà, dice il governatore Toma. L'entusiasmo, aggiunge lei. Fra le altre cose ha promosso l'iniziativa culminata con lo stanziamento da parte della Direzione Salute della Regione di 130mila euro con cui l'Asrem acquisterà un sistema di refrigerazione del cuoio capelluto per prevenire l'alopecia quando si è sottoposti a chemioterapia.









