di Chiara Pazzaglia
Avvenire, 7 agosto 2019
La docente Paola Italia: "Testi come quelli di Sciascia stimolano una riflessione tra i detenuti sulla loro condizione". Non sono letture "di evasione" quelle affrontate dal Circolo dei Lettori della Dozza, ma approfondimenti culturali sulla letteratura moderna e contemporanea, divenuti, poi, anche strumento di riflessione sulle proprie condizioni di vita.
Al carcere bolognese della Dozza si è appena concluso il primo ciclo di incontri letterari ideato dalla professoressa Paola Italia, docente di filologia e letteratura italiana dell'Università di Bologna, che ha coinvolto una quindicina di detenuti e circa 20 studenti. "L'idea, subito accolta dall'amministrazione carceraria, è nata con uno scopo puramente culturale, dal momento che alcuni carcerati sono nostri studenti" spiega la professoressa.
Col tempo si è trasformata in un'attività ad alto impatto sociale: "La scelta dei volumi, da "Il giorno della civetta" di Sciascia, a "Fine pena: ora" di Fassone, ha stimolato una riflessione più ampia sulla particolare condizione di vita che si trovano ad affrontare i detenuti. D'altra parte -prosegue la docente - oltre ad occuparsi della didattica e della ricerca, è compito dell'Università portare sul territorio, anche in luoghi insoliti, saperi e competenze".
Le letture affrontate "sono state scelte insieme agli studenti che, volontariamente, hanno aderito all'iniziativa". Le Facoltà umanistiche sono spesso tacciate di scarsa aderenza alla realtà quotidiana, ma "un'esperienza simile ha senz'altro consentito agli studenti coinvolti di non vivere lo studio della letteratura finalizzandolo solo al superamento degli esami e all'apprendimento di nozioni, ma dandogli un senso concreto".
Ed è la studentessa Laura Fugazza a fornire la chiave di lettura di questa scelta: "Ero già impegnata in carcere per seguire i detenuti iscritti a Lettere - spiega. Ho capito che il confronto con i personaggi dei volumi proposti, tutti donati dai relativi editori, poteva stimolare una riflessione non solo di tipo culturale, ma anche morale".
Infatti, di fronte ad alcuni testi "i partecipanti hanno espresso le difficoltà della loro condizione. Ad un incontro ha partecipato la scrittrice Alessandra Sarchi, rimasta invalida a seguito di un incidente: nella sua limitazione fisica i detenuti hanno ravvisato la loro. Anch'essi si sentono vittima di un "incidente" che ha cambiato per sempre la loro vita, che li ha destinati ad un'esistenza che percepiscono senza possibilità di riscatto".
I partecipanti stanno tutti scontando pene di lunga durata: "Molti di loro si impegnano a studiare le leggi, per cercare di comprendere la loro condizione giuridica. Da questa esperienza, però, è emerso che il problema della consapevolezza del proprio status non deve essere affrontato solo in termini legali ma anche etici.
La vera riabilitazione passa da una presa di coscienza morale, prima che giuridica, dell'errore commesso e in questo la letteratura può essere strumento di riflessione". Lo sa bene Pasquale, ergastolano che ha scritto alcune poesie ispirate alle letture affrontate: esse descrivono lo sconforto, il dolore, il rimpianto comportati dalla detenzione con l'efficacia e il pathos che può esprimere solo chi la vive. Pasquale ha scoperto così, come gli antichi, il potere catartico della letteratura.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 7 agosto 2019
Intervista al ricercatore della New York University, Maurizio Porfiri: "La tendenza delle persone ad acquistare armi dopo una strage non è data dal timore per la propria sicurezza, ma dalla paura che vengano emanate leggi più severe sul loro acquisto". Maurizio Porfiri è professore di ingegneria meccanica e aerospaziale e di ingegneria biomedica alla Tandon School of Engineering della New York University. Il suo ambito si concentra sulla teoria delle reti, sistemi dinamici e la modellazione multifisica di sistemi complessi.
La sua creatura è il Dsl (Dynamical Systems Laboratory), laboratorio di sistemi dinamici dove lavora con circa 20 studenti che provengono da diversi settori disciplinari e da varie parti del mondo. Ha lavorato a uno studio sulla correlazione tra uno mass shooting e il successivo incremento di armi nella società americana.
Perché uno studio su ciò che chiama "un triangolo complicato tra media, leggi e armi"?
Nel 2007, avevo appena lasciato l'università di Virginia Tech per trasferirmi a New York e l'istituto dove lavoravo ha subito uno dei più raccapriccianti atti di violenza di massa: sono morte 32 persone, tra cui un membro del mio comitato di dottorato e modello per la mia carriera accademica, il professor Liviu Librescu. Da qui è nato il desiderio di contribuire con strumenti metodologici che potessero aiutare a capire e prevenire la violenza di massa.
Il suo studio dimostra che dopo ogni mass shooting la vendita di armi aumenta a fronte di un sentimento di insicurezza...
È una parte dello studio. Ho iniziato a lavorarci nel 2017 con un ricercatore post dottorato della Tandon School of Engineering della New York University, Shinnosuke Nakayama, estendendo alcuni dei nostri lavori in corso sull'analisi della causalità per studiare il potenziale legame tra sparatorie di massa e acquisti di armi. Un piccolo finanziamento della New York University ha dato il via allo studio pubblicato su Nature Human behavior. A inizio 2018 si sono aggiunti Raghu Ram Sattanapalle, studente di master presso la Nyu Tandon, e Rifat Sipahi, professore del Northeastern University College of Engineering in congedo sabbatico nella nostra facoltà.
Quando abbiamo iniziato a raccogliere dati ci siamo resi conto che il progetto era molto più impegnativo di quanto ci aspettassimo. I dati sono difficili da recuperare e interpretare: anche la definizione di "sparatoria di massa" deve ancora essere pienamente concordata dalla comunità scientifica. Raghu ha fatto un lavoro meraviglioso scavando nella letteratura e contattando l'Fbi e i negozi di armi per raccogliere dati per la nostra ricerca. Una volta assemblato il set di dati, è iniziata la ricerca matematica, non senza difficoltà nel gestire gli effetti di scarsità, tendenze e stagionalità nelle serie temporali, nessuna delle quali è desiderabile quando si intraprende un'analisi come la nostra, basata sulla teoria dell'informazione.
All'inizio ci siamo concentrati sulla relazione tra i dati relativi a sparatorie di massa e acquisto di armi, ma non siamo riusciti a trovare alcuna relazione forte. Dopo diversi mesi di insuccessi abbiamo coinvolto James Macinko, professore alla Fielding School of Public Health dell'Università della California, a Los Angeles. In uno di quei rari incontri di gruppo illuminanti ci è venuta l'idea che la relazione tra questi due insiemi di dati sia mediata dal modo in cui le persone reagiscono agli eventi di mass shooting. Come specchio delle reazioni delle persone all'indomani di una sparatoria di massa, abbiamo usato la copertura mediatica sul possibile inasprimento delle leggi sull'acquisto di armi come potenziale collegamento tra sparatorie di massa e acquisti. Questa è stata la svolta che ci ha aiutato a identificare l'output dei media sul controllo delle armi come una potenziale guida per gli acquisti di armi.
Qual è stato il passo successivo?
Dopo aver effettuato le nostre prime analisi, abbiamo cercato un riscontro eseguendo uno studio di causalità sulle notizie riguardanti le sparatorie di massa, escludendo quelle sull'inasprimento del gun control. Abbiamo potuto confermare la nostra teoria: la tendenza delle persone ad acquistare armi dopo un mass shooting è data dal timore che possano essere emanate leggi più severe sul loro acquisto più che a causa del timore per la propria sicurezza. Abbiamo anche intrapreso un'analisi a livello statale che ha chiarito l'influenza della restrittività delle singole leggi statali sulla tendenza delle persone ad acquistare armi in risposta all'output dei media riguardo al gun control. Abbiamo trovato che dove le leggi sono più restrittive la tendenza ad acquistare armi dopo un mass shooting è decisamente inferiore.
Quindi leggi restrittive a livello federale arginerebbero le ondate di vendita di armi consequenziali ai mass shooting?
Il nostro studio risponde ad alcune domande relative all'"ecosistema delle armi da fuoco". Molte altre sono ancora aperte e richiedono ricerche interdisciplinari tra ingegneria, sanità pubblica e criminologia. Ricerche che speriamo si moltiplichino.
di Valeria Dalcore
Corriere della Sera, 7 agosto 2019
La partenza, il lavoro, la nostalgia, l'amore. Una piattaforma online aperta della Farnesina raccoglie i racconti di chi ha lasciato il nostro Paese. Tutti possono contribuire. È tutto scritto: i viaggi, i ritorni, il distacco, le difficoltà, l'amore, la guerra, la famiglia, i successi e le speranze. C'è Carola Zanchi, nata nel 1922 ad Arezzo, che ha raggiunto l'Argentina con il marito e il piccolo Giovanni dopo un viaggio drammatico che ha racchiuso in una memoria del 1988.
C'è Antonio De Piero, classe 1875, rimasto orfano da piccolo. È operaio a soli 15 anni nei territori dell'Impero Austro-ungarico e seppur gracile sopravvive a duri lavori, si sposa, ha cinque figli e vola in Canada per lavorare sette anni nei giacimenti di ferro, oro e carbone. Tenta di tornare in patria nel 1919 ma la depressione che soffoca l'Europa brucia i risparmi di anni di fatiche. Luciano Giovanditti lascia la Puglia negli Anni 50 e va in Francia, dove il lavoro in fabbrica e la lontananza dalla madre lo fanno ammalare di depressione, curata solo dal ricongiungimento con il padre in Germania. Con sacrificio mette da parte qualcosa e torna a casa, restando per tutti "il francese".
Sappiamo di queste e di molte altre vite perché sono state raccontate da chi le ha vissute. Per la loro potenza narrativa sembrano sceneggiature cinematografiche e invece sono le vite di centinaia di italiani che tra l'Ottocento e oggi hanno lasciato questo Paese per attraversare il mondo. Ieri come oggi, loro come ogni popolo.
Questi duecento narratori spianano la strada al progetto "Italiani all'estero, i diari raccontano" e non sono scrittori di professione, hanno semplicemente sentito il bisogno di affidare alla carta e alla parola la loro esperienza, per sublimare intimamente i fatti o semplicemente per lasciarli a qualcuno. Sono loro stessi o i loro discendenti ad averli dati in custodia con fiducia all'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, che li aveva catalogati tutti nella categoria "emigrazione".
Dopo un'accurata selezione di autori e pagine - alcuni ne hanno scritte migliaia - oggi sono diventati patrimonio collettivo mondiale sulla piattaforma www.idiariraccontano.org, realizzata grazie al contributo della Direzione Generale per gli Italiani all'Estero e le Politiche Migratorie del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e, come ci dicono gli archivisti, anche grazie alla sensibilità di Luigi Maria Vignali, direttore generale per gli Italiani all'Estero e le Politiche Migratorie. Ogni pagina originale, che sia un diario, un quaderno di memorie o una lettera, è stata digitalizzata e trascritta, titolata, collocata nel tempo e nello spazio e indicizzata con parole chiave.
La navigazione è ricca di storie sorprendenti: come quella di Luca Pellegrini, un ragazzo del 1822 che a 16 anni rimane orfano e sale come mozzo su un veliero che viaggia tra Trieste e Venezia. Impara tutto del Mediterraneo, scopre vite e culture lungo le coste di quelli che saranno Croazia e Montenegro, nella Turchia che era ancora Impero Ottomano.
Si imbarca per Amsterdam, vive il naufragio, sopravvive e salpa alla volta del Sud America, poi diventerà capitano. Iniziano invece nel 1996 e proseguono nel nuovo millennio gli scambi epistolari tra Lino Rizzo e Andrea Francini, giovani laureati in ingegneria al Politecnico di Torino che scelgono di andare a lavorare in Inghilterra e negli Stati Uniti. Una profonda amicizia coltivata a distanza.
"I diari raccontano" è una piattaforma aperta e implementabile: chiunque può contribuire inviando una nuova, unica e autentica storia e farla diventare parte di un più ampio racconto culturale. "Lo abbiamo pensato per il puro piacere, per studio o per scopo didattico, ma anche per stimolare prodotti artistici o culturali - spiega Nicola Maranesi, coordinatore del progetto - Dagli scritti raccolti emergono tratti comuni molto forti e trasversali tra le epoche storiche, ci sono storie decisamente difficili, altre costellate di successo.
Tutte però hanno a che fare con l'interesse storico delle singole traiettorie umane custodite negli scritti, autentici e spontanei". Ne sarebbe molto orgoglioso Saverio Tutino, il giornalista giramondo che nel 1984 fondò l'Archivio dei Diari in questa fetta d'Italia al confine tra Toscana, Umbria e Romagna "per rispondere all'esigenza di memoria di un intero Paese e accogliere le testimonianze autobiografiche di un intero popolo". Tutto è iniziato da un piccolo avviso sui giornali: oggi l'archivio conserva più di 8mila testi e lettere, tra i quali c'è anche il lenzuolo matrimoniale al quale Clelia Marchi di Poggio Rusco (Mantova) affidò la propria toccante memoria contadina.
di Marco Demarco
Corriere della Sera, 7 agosto 2019
Resta un dubbio: a cosa sono servite oltre trecento pellicole e tremila volumi dedicati alla criminalità organizzata? Cosa succede a Maria Capasso (Luisa Ranieri) nell'ultimo film di Salvatore Piscicelli? Siamo a Napoli, periferia operaia. È qui che il regista inizialmente la colloca. Da moglie e madre dolente, la ritroviamo però nei panni di una dark lady, con il senso morale sotto i tacchi a spillo. Ora gira con una pistola nella borsa griffata, fa affari con la droga, e porta a spasso il nipotino nella villa del quartiere bene. Non è la camorra che si è servita di lei, ma il contrario. Una metafora da tenere a mente.
Romanzi, saggi, inchieste, memoriali: tra il 1948 e il 2018, in Italia sono state scritte 3.365 monografie che riportano nel titolo i termini mafia, camorra o 'ndrangheta. Negli stessi anni sono stati realizzati 337 film, a partire da I contrabbandieri del mare di Roberto Bianchi Montero, il primo in assoluto. Senza contare quello che si è visto in tv e nel web. Cosa ha prodotto tutto questo? Un paradosso: non riusciamo più a distinguere la fenomenologia mafiosa dalla sua riduzione illusoria. La tesi di Marcello Ravveduto (Lo spettacolo della mafia.
Storia di un immaginario tra realtà e finzione, edizione Gruppo Abele) è che siamo finiti in una gigantesca camera degli specchi il cui effetto addizionale/moltiplicatore sta creando nuovi stereotipi mafiosi. I quali, a loro volta, alimentano dall'interno il circuito autoreferenziale dei media, interponendosi tra realtà e memoria, tra Storia e fiction. La rappresentazione delle mafie ci sta dunque scappando di mano. Ultimo grido di allarme, quello di Nicola Gratteri, procuratore capo della Dda di Catanzaro, contro "chi scrive certe porcherie".
Questa storia - ricorda l'autore - comincia ai tempi di Alexandre Dumas padre, Maxime Du Camp, Marc Monnier e Jacques Élisée Reclus. Sono loro, tutti francesi, che tra il 1862 e il 1865 "inventano" la camorra come problema "a parte", come espressione delle sole "classi pericolose", dando così avvio al processo di "folklorizzazione" delle organizzazioni criminali.
Ma poi le cose si complicano. Se ne accorge Sciascia, quando per recensire Salvatore Giuliano di Rosi (1961) decide di vederlo in mezzo a un pubblico di contadini poco abituati a frequentare le sale cinematografiche. Questi ridono all'apparire sullo schermo di una madre che piange il figlio morto, e si esaltano, come davanti a qualcosa di mistico, quando viene evocata la figura di Giuliano. Il regista va da una parte e il pubblico, quel pubblico, da un'altra. È il momento in cui inizia il grande equivoco della rappresentazione mafiosa, lo stesso che toccherà anche Il Padrino e Gomorra. Si arriva così all'ultima dirompente novità.
Nel recente passato, infatti, mafiosi e camorristi parlavano col silenzio, celandosi: mostravano il proprio potere dissimulandone gli effetti criminali. Ora, invece, addirittura si raccontano, e postano foto e video sui loro profili social. E questo - nota Enzo Ciconte nella prefazione - se da un lato ci conferma che tra i mafiosi ci sono anche i cretini ("nell'abbaglio dei nuovi media hanno dimenticato uno dei principi cardine della tradizione: 'a megghiu parola è chidda ca 'un si dici"), dall'altro ricorda anche quanto importante sia, per loro, almeno a partire da Raffaele Cutolo, la conquista del consenso attraverso l'occupazione della scena. Resta, però, una questione sospesa.
Se il risultato è il labirinto in cui siamo, se Maria Capasso fa la fine che fa, si può essere soddisfatti di come cinema e letteratura hanno raccontato le mafie? E posto che i più temuti sono i film in cui i boss vengono ridicolizzati (come accade in quelli di Jûzô Itami contro la yakuza giapponese) si possono contare, in Italia, più di tre o quattro titoli di questo tipo? Perché, infine, è così frequente che certe produzioni di successo finiscano per alimentare il mito criminale e piacere agli stessi boss? L'impressione è che in Italia sia stato più facile fare antipolitica che fiction antimafia.
di Cinzia Valente
gnewsonline.it, 7 agosto 2019
Intervista a Donatella Massimilla. regista teatrale del Cetec Dentro e Fuori San Vittore. Dello spettacolo teatrale "Diarios de Frida. Viva la Vida", andato in scena a fine luglio nel giardino di Triennale a Milano, e della mostra fotografica che lo accompagna abbiamo già scritto in diverse occasioni. Oggi vogliamo parlare del progetto con Donatella Massimilla, regista e anima del Cetec (Centro Europeo Teatro e Carcere) - Dentro e Fuori San Vittore.
Quali reazioni ha avuto il vostro spettacolo andato in scena il 23 luglio? Quali sono stati i giudizi degli spettatori?
"Siamo stati molto colpiti dalla reazione del pubblico di Triennale. Sapevamo di avere, anche per motivi tecnici, il pubblico molto vicino, e si è creata una relazione diretta e intima: l'attenzione e il silenzio con cui ogni singolo momento e parola delle nostre Fride è stata accolta hanno regalato intensità e un'atmosfera davvero unica. Alcune attrici sono scese dalla pedana e andate a 'parlarè sfiorando da vicino le persone intervenute. Gli sguardi si sono incrociati e le emozioni condivise".
Le attrici, detenute ed ex detenute, hanno portato sul palco la grande artista messicana Frida Kahlo, pittrice tra le più grandi e figura carismatica... Che cosa le protagoniste nel percorso di preparazione e recitazione portano con loro nel tempo?
"Tantissimo. Il lavoro di avvicinamento all'opera di Frida è lungo, preparato con letture collettive, incontri, analisi delle opere improvvisazioni teatrali e visioni - oltre al celebre "Frida" hanno visto "Frida, Naturaleza Viva" film del 1986 interpretato dall'attrice messicana Ofelia Medina. Una reclusa, che interpreta il personaggio di Diego Rivera (marito di Frida Khalo, ndr) mi ha recentemente confidato che solo dopo un anno di lavoro sul percorso fra persona e personaggio ha compreso in modo profondo quanto sia stato necessario conoscere e rispecchiarsi in modo autentico nel mondo interiore della pittrice e di chi, anche tradendola, l'aveva sempre amata.
Un'altra delle nostre Fride, ora lavora all'esterno ed è quasi libera, racconta che Frida è una donna molto contemporanea, che la sente vicina in ogni suo passo di reinserimento sociale e affettivo, le trasmette forza e coraggio nell'affrontare momenti difficili. Ci sono anche delle ex detenute che ci hanno chiesto di continuare il percorso artistico anche una volta uscite dal carcere, vogliono continuare a produrre materiali, come le lettere e i messaggi inviati alle Fride di Dentro. Da queste pagine di diario incrociate nascerà una prossima pubblicazione a cura di Diego Sileo, un docu-film. Ne siamo felici".
Quando ha preso corpo il progetto dello spettacolo su Frida Kahlo?
"Il nuovo viaggio con le Fride di Dentro e le Fride di Fuori, come io amo chiamarle, ha inizio oltre un anno fa quando sono stata invitata a Città del Messico a incontrare le realtà di teatro e carcere del Paese centramericano dall'Unodc, Agenzia dell'Onu, ospite dell'Associazione per l'Alta Giustizia".
Nel corso della sua lunga esperienza di regista nel mondo delle carceri quali differenze ha notato tra le detenute che hanno intrapreso percorsi teatrali e coloro che non hanno partecipato a questo tipo di laboratori?
"Il teatro consente di lavorare sulle emozioni in modo delicato e poetico, tema centrale in un percorso formativo ed educativo a favore di persone detenute in carcere. Uno dei rischi maggiori per chi abita il carcere è di rimuovere il passato e alienarsi dal presente, privandosi così di un futuro dove ricostruire il proprio Io. Il teatro aiuta a mantenere un legame con le proprie storie e a rielaborarle. L'abitare il carcere non dovrebbe mai comportare la perdita di riferimenti temporali, dei quali occorre invece prendersi massimamente cura. Ecco, noi aiutiamo in questo lavoro di cura di legame con le loro storie, con le loro emozioni. Per non ripeterle, per andare oltre. È un lavoro sul cambiamento e su quanto l'arte e la cultura possano essere uno strumento di cambiamento".
Lei non è da sola in questo lavoro...
"No, ad accompagnarmi nel mio lavoro nelle carceri e nei luoghi del disagio da 15 anni c'è al mio fianco Gilberta Crispino. Un'amica, attrice, cantante e doppiatrice. Mi supporta nel lavoro pedagogico e di formazione attoriale conducendo laboratori espressivi fisici e vocali, ma soprattutto trasmettendo il suo sapere istintivo, non solo tecnico o professionale, nel comunicare emozioni attraverso la voce e il corpo. Corpo che le recluse in generale tendono, in modo diverso dagli uomini detenuti, a negare. Sicuramente chi ha svolto una formazione teatrale ha affrontato in modo diverso il suo reinserimento lavorativo. Penso alle sarte della cooperativa sociale Alice, o anche ad alcune cuoche della sezione femminile di San Vittore".
Il Sole 24 Ore, 7 agosto 2019
L'Unione europea e le agenzie per i rifugiati stanno discutendo con il Ruanda un piano per trasferire nel piccolo Paese centroafricano migranti che si trovano rinchiusi nei Centri di detenzione in Libia. Il piano di emergenza, riportato ieri dal Financial Times, prende le mosse dall'offerta fatta già nel 2017 dal presidente del Ruanda, Paul Kagame, che si era detto disposto ad ospitare fino a 30mila migranti africani, in più anni, in arrivo dalla Libia.
Due anni fa il governo di Kigali aveva offerto supporto logistico a coloro che volessero tornare dalla Libia nei Paesi di origine e asilo a chi non intendesse farlo. E aveva presentato un piano all'Unione africana chiedendo a tutti gli Stati del Continente di fare la propria parte. "Abbiamo poche risorse - aveva detto la portavoce del ministero degli Esteri ruandese - e non siamo certo in grado di prendere tutti gli immigrati ma faremo la nostra parte".
La situazione nei campi di prigionia in Libia è molto grave, come denunciano le organizzazioni per i diritti umani. Violenze e abusi su larga scala sono stati ampiamente documentati e il 3 luglio scorso un raid aereo ha bombardato un centro di detenzione a Tajoura, nella periferia orientale della capitale Tripoli, uccidendo decine di persone e ferendone un centinaio. Le vittime erano per lo più profughi arrivati da Eritrea, Sudan e Somalia. Il governo libico di unità nazionale guidato da Fayez al-Sarraj ha accusato del crimine gli uomini del nemico, il generale Khalifa Haftar, il quale ha negato di aver fatto sganciare le bombe sul centro.
"Questo attacco equivale a un crimine di guerra" ha commentato l'Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite Michelle Bachelet. La strage di Tajoura ha riacceso le critiche nei confronti dell'Unione europea che ha addestrato la guardia costiera libica le cui motovedette dopo aver fermato le imbarcazioni dirette verso l'Italia rispediscono i migranti nei centri di detenzione dove subiscono torture da parte delle milizie libiche.
Secondo quanto riporta il Financial Times, il mese scorso l'Alto commissariato per i rifugiati e l'Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite hanno dunque scritto una lettera all'Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Federica Mogherini e al presidente della Commissione dell'Unione africana, Moussa Faki Mahamat, nella quale propongono di dare attuazione a un piano di emergenza per evacuare i migranti in Ruanda.
Il trasferimento volontario delle persone richiuse nei campi libici permetterebbe di cominciare ad affrontare le "politiche di pervasiva e inumana detenzione dei migranti che si trovano in Libia". Fonti governative ruandesi citate dal quotidiano economico britannico hanno aggiunto che si sta discutendo di circa 500 rifugiati che verrebbero inseriti in un "meccanismo di emergenza di transito" finanziato da Unione europea e Nazioni Unite.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 7 agosto 2019
Sono passati 13 anni dalla firma dell'Accordo di pace che pose fine a un conflitto armato durato un decennio e ancora i leader politici all'interno e all'esterno delle istituzioni del Nepal continuano a prendere in giro i sopravvissuti e i familiari delle vittime. L'accusa è stata resa nota alla fine di luglio da Amnesty International, Commissione internazionale dei giuristi, Human Rights Watch e Trial International. Dopo la sua elezione nel 2018, il primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli si era impegnato a riformare la legge del 2014 concernente il processo di giustizia transizionale, in modo che fosse in linea - come ripetutamente sollecitato dalla Corte suprema - con gli obblighi di diritto internazionale assunti dal Nepal.
Il governo non ha mai modificato la legge e ha favorito, senza una consultazione adeguata, la costituzione di un opaco comitato per la nomina dei componenti degli organi della giustizia transizionale. Proprio per questo, le quattro organizzazioni hanno preso una dura posizione contro la mancanza di trasparenza nella nomina dei membri della Commissione per la verità e la riconciliazione e della Commissione d'inchiesta sulle sparizioni forzate (nella foto, le immagini degli scomparsi). Le loro richieste sono chiare: sospendere l'attuale procedura di nomina e avviare una procedura trasparente per la candidatura e la nomina dei componenti delle due commissioni, rispettare l'impegno a emendare la legge del 2014 e adottare e rendere pubblico un programma per il futuro della giustizia transizionale.
di Guido Olimpio
Corriere della Sera, 7 agosto 2019
I responsabili del penitenziario hanno rivelato che Claudino si è suicidato usando un cappio improvvisato. Sabato aveva tentato la fuga con un fantasioso camuffamento. Sabato ha tentato di fuggire indossando una strana maschera. Dopo pochi giorni - segnala l'agenzia Reuters - lo avrebbero trovato senza vita nella sua cella: per le autorità si sarebbe impiccato. Tragico epilogo, tutto da chiarire, in una prigione brasiliana.
Il tentativo di evasione - Le foto di Clauvino da Silva, 42 anni, boss di una gang, avevano fatto "notizia". Il bandito, rinchiuso in un carcere di Rio (zona di Bangu), ha tentato l'evasione con un elaborato piano. In occasione della visita della figlia teen ager, è riuscito a indossare un singolare travestimento femminile, compresa una maschera di lattice. Voleva farsi passare per la ragazza. Ma il suo piano - secondo la ricostruzione - è saltato in quanto era troppo nervoso e le guardie lo hanno scoperto. Quindi hanno diffuso un video subito rilanciato sui media.
Aperta inchiesta - Oggi i responsabili del penitenziario hanno rivelato che Claudino si è suicidato usando un cappio improvvisato, nel contempo hanno annunciato l'apertura di un'inchiesta per accertare le circostanze di una fine drammatica verificatosi in una sezione di massima sicurezza dove era stato trasferito per evitare altre sorprese. Il criminale era già scappato nel 2013 insieme ad una trentina di "compagni" usando i tunnel della fognature. La storia carceraria di da Silvia segue una ancora più dura e al centro di polemiche: la morte di 57 detenuti durante una sanguinosa rivolta nel complesso di Para.
di Carlo Bertini
La Stampa, 6 agosto 2019
Solo 5 senatori del M5S si astengono. E il vicepremier leghista ringrazia la Beata Vergine. "Ottanta per cento sbarchi in meno, dimezzamento dei morti, stretta e sequestro delle navi di chi aiuta i trafficanti: quindi meno Carola e più Oriana Fallaci, per riassumere". Pure se Matteo Salvini esalta le doti del decreto sicurezza bis, sono in molti a vederla diversamente nel Pd: che al Senato stancamente prova a dare battaglia in splendida solitudine, senza la sponda di azzurri e Fdi che si astengono. Ma il capo della Lega non vuole rovinarsi il suo bel giorno, che coincide - tanto per usare immagini ad alto impatto - "con il compleanno della Madonna di Medjugorie". E come nel suo stile, sintetizza così quella che ritiene essere "una bella giornata a prescindere dai numeri", in cui "il Parlamento, grazie alla Lega, regala agli italiani più sicurezza, più soldi e più mezzi alle forze dell'ordine".
di Rosaria Manconi*
Ristretti Orizzonti, 6 agosto 2019
Nel caldo agostano, con il favore degli alleati di governo, finti oppositori al provvedimento all'esame del Senato, è stato approvato il decreto sicurezza bis. Un'altra ferita al cuore del sistema democratico, enfatizzata con il richiamo blasfemo alla Madonna e con il presunto favore degli italiani. Che, quindi, ora dovrebbero gioire e pure ringraziare per essersi visti comprimere le libertà fondamentali. Perché di questo si tratta.
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