di Gianfranco Lattai*
Corriere della Sera, 27 agosto 2019
Secondo Laozi: "Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce". Coloro che si occupano di cooperazione internazionale constatano ogni giorno il senso di questa massima. Più facilmente si comunicano gli interventi per le emergenze umanitarie e le calamità naturali piuttosto che il costante impegno nello sviluppare posti di lavoro per i giovani, nel garantire una sanità di base, nell'assicurare l'alfabetizzazione e la scolarizzazione a bambine e bambini delle famiglie più vulnerabili, nel promuovere progetti di autosufficienza alimentare, di sviluppo umano, di crescita economica e sociale dei territori.
L'attuale fase storica rimuove ciò, sostenendo che le ong siano sono solo quelle nel Mediterraneo. Un'accezione distorta e limitativa. Se poi fosse provata la collusione con gli scafisti sarebbe ancor più grave e dovremmo auspicare l'intervento della magistratura. Tuttavia le procure di Catania e Trapani, che hanno sollevato sospetti sulle legittimità delle azioni di queste navi, non hanno emesso finora alcun provvedimento giudiziario. L'opinione pubblica è disorientata.
Non comprende come nella sola Libia ci siano 800mila uomini, donne, bambini nei campi di detenzione ove neppure l'Onu accede. Un vero inferno e un vero affare per i trafficanti di uomini. Per capire questo infernale business basterebbe analizzare il sofisticato mercato illegale degli organi. Coloro che lasciano i loro Paesi e le loro famiglie lo sanno prima di partire.
Eppure decidono di cercare un futuro possibile. Sono consapevoli dei rischi mortali e che spenderanno almeno dieci volte di più dell'acquisto di un biglietto aereo per l'Europa, ma per loro sono chiusi gli aeroporti. Gli scafisti sono solo l'epilogo di storie partite mesi o anni prima. I trafficanti lucrano sulle persone comunque, a prescindere dalla sopravvivenza di queste ultime.
È inumano fare la politica dei rimpatri in Libia sapendo che in questo Paese non possiamo assicurare, neanche come ong d'intesa con le Agenzie Onu, quei servizi che molti dei nostri organismi offrono nei campi sfollati e rifugiati in tante parti del mondo. È inumano che l'Europa non trovi una soluzione per l'accoglienza. Tuttavia siamo grati del fatto che, nel discorso di insediamento come nuovo Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli abbia accennato alla revisione del Trattato di Dublino. Bene che ci siano navi di Ong o della Marina Militare Italiana che salvino la dignità di un Paese, l'Italia, e di una comunità, non condannando a morte tante persone nel Mediterraneo.
Forse a noi delle Ong italiane è mancato il coraggio di mettere in mare una nostra nave. Tuttavia non è mai troppo tardi. Il problema non sono le Ong che per definizione operano in carenza di diritti, ma quei diritti negati che rischiano di diventare pietre angolari di una cultura priva di qualsiasi dignità. Cultura che contraddice l'articolo 2 della Legge 125.14, la quale riconosce la centralità della persona umana, nella sua dimensione individuale e comunitaria. Legge democraticamente ratificata dai rappresentanti del popolo italiano.
*Presidente Focsiv
di Francesco Casula
Il Fatto Quotidiano, 27 agosto 2019
"Oltre 20 caporali arrestati e altrettanti denunciati a piede libero tra i quali tanti italiani. E poi centinaia di migliaia di euro in multe, attività agricole sospese, automezzi e immobili sequestrati. Sono i risultati del "piano d'azione" varato dalla Prefettura di Taranto e dalla Regione Puglia contro il fenomeno del caporalato nelle campagne di Taranto, la risposta dello Stato dopo la tragedia di Paola Clemente, la 49enne originaria della provincia ionica morta il 13 luglio 2015 mentre lavorava nei campi per due euro all'ora.
"Un traffico di braccia che nella crisi perdurante del sistema è sempre più presente e pressante" come hanno spiegato Paolo Peluso e Lucia La Penna della Flai Cgil che da sempre è in prima linea nella tutela dei diritti dei lavoratori che operano nelle campagne tra il capoluogo ionico e il materano.
E proprio ieri, dinanzi alla Prefettura del capoluogo lucano, centinaia di manifestanti hanno chiesto un alloggio sicuro e più servizi per i lavoratori stranieri alloggiati nei capannoni della Felandina di Metaponto, un vero e proprio ghetto in cui, qualche settimana fa, ha perso la vita una donna a causa di un incendio. Nel tarantino, negli ultimi 12 mesi, grazie all'impegno dei Carabinieri, Polizia e guardia di finanza stanno arrivando i primi frutti. In particolare l'opera del e in particolare del "Nil", il comando dell'Arma per la tutela del lavoro, sta portando alla luce storie incredibili di sfruttamento.
Ad esempio quella di un ragazzino: lo chiameremo Malpelo, come il Rosso protagonista di una novella di Giovanni Verga. Anche lui come il personaggio nato dalla penna dello scrittore siciliano è ancora minorenne e ha già imparato cosa siano "il sudore e la fatica".
Non va a scuola, non usa il cellulare, non esce con gli amici. È tutto proibito dal suo padrone. Ed è qui che la realtà supera il romanzo: il suo padrone è suo padre e a differenza di Mastro Misciu non mostra affetto nei confronti del figlio. I carabinieri lo hanno salvato da quell'uomo che lo aveva ridotto in schiavitù. L'uomo è finito in carcere con accuse pesantissime: "per aver esercitato nei confronti del figlio minore poteri corrispondenti al diritto di proprietà, costringendolo a prestazioni lavorative inumane".
Il pubblico ministero Antonella De Luca le ha formalizzate dopo l'agghiacciante racconto che Malpelo ha reso quando è stato portato via dalla sua prigione. "Di solito - ha detto il giovane - la sera mangio da solo preparandomi da solo i pasti, mentre loro (il padre e la sua convivente, ndr) mangiano e vanno a coricarsi prima che io abbia finito di lavorare.
Una volta ho risposto male a mio padre e mi ha colpito con un ferro alla gamba, un'altra volta mi ha tirato un cazzotto in faccia perché mi lamentavo del lavoro e poiché qualche giorno fa non avevo svolto un lavoro che mi aveva chiesto, ossia riparare un cancello, mi ha lanciato il barattolo della Nutella colpendomi al volto. Mio padre è sempre stato così, sin da bambino".
Ha poi aggiunto: "Sono il suo schiavo, il suo miglior operaio". Ma dalle carte dell'inchiesta emerge addirittura di peggio. Quell'uomo lo ha picchiato "con i più disparati arnesi da lavoro" e, dopo averlo obbligato a lasciare la scuola, ha provato persino a investirlo con il trattore. Malpelo è salvo solo grazie alla sua prontezza di riflessi: quando il padre si è lanciato contro di lui "è riuscito a passare - come si legge negli atti d'indagine - nella parte centrale del mezzo evitando le ruote".
Malpelo è tornato libero grazie a una sorella che non sapeva nemmeno di avere. Separata da lui alla nascita è stata adottata da una famiglia che vive lontano da lui. Lei lo ha trovato e quando ha scoperto le sue condizioni di vita ha denunciato tutto.
Una sua storia che potrà dare nuovo impulso ai tanti invisibili costretti a lavorare per oltre 10 ore al giorno in cambio di una paga di 30 euro da cui i caporali sottraggono denaro per il trasporto per un alloggio fatiscente. Donne e uomini che non hanno il diritto di lamentarsi. Proprio come Malpelo.
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 27 agosto 2019
Otto ricercatori rischiano la pena di morte, il nono è deceduto in prigione, la famiglia non crede al suicidio. Tutti lavoravano per una fondazione ambientalista. Nel parco Pardisan, appena a nordovest di Teheran, vivono due ghepardi asiatici in cattività. Insieme a meno di cinquanta esemplari individuati in aree isolate e poco popolate dell'Iran. Delbar, una femmina, e Koshki, un maschio, sono gli ultimi due sopravvissuti di una sottospecie che una volta era presente nel resto dell'Asia ma che è ormai quasi estinta.
Fino a due anni fa, quando la vicepresidente Masoumeh Ebtekar era anche a capo del dipartimento dell'Ambiente, riceveva i giornalisti nel suo ufficio proprio in questo parco. Mentre aspettavi in sala d'attesa potevi studiare su un'enorme manifesto le sette province nell'altipiano centrale dell'Iran in cui gli scienziati avevano monitorato il mammifero. Salvare il ghepardo asiatico era una priorità, al punto che nel 2014 era diventato il simbolo della nazionale di calcio. Ma l'anno scorso nove ricercatori iraniani impegnati nell'ambizioso progetto di collocare fotocamere per catturale immagini del mammifero più veloce del mondo hanno attirato i sospetti dei Guardiani della rivoluzione e sono stati arrestati con l'accusa di spionaggio.
Le accuse - Il corpo delle forze armate creato dopo la rivoluzione del 1979 sostiene che gli studiosi, col pretesto di salvare il ghepardo, abbiano raccolto informazioni su operazioni militari top secret in quelle aree remote. Il direttore della Fondazione per il patrimonio naturale persiano, Kavous Seyed-Emami, che aveva cittadinanza sia iraniana che canadese, è morto in prigione: le autorità parlano di suicidio, ma la famiglia rifiuta di crederci. Quattro colleghi rischiano la pena di morte e altri quattro 10 anni di carcere. Sono tutti legati a quella stessa fondazione no profit che operava in collaborazione con il dipartimento dell'Ambiente, quest'ultimo supportato fino al 2017 da fondi del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo.
Lo scontro interno - Un appello firmato da 350 colleghi di tutto il mondo sostiene la loro innocenza, che è stata peraltro confermata da due agenzie governative supervisionate da Rouhani ma ciò non è bastato a farli rilasciare. Gli arresti fanno parte di una repressione che ha colpito accademici e imprenditori con doppia nazionalità o contatti con istituti stranieri, incluso Ahmadreza Djalali, ricercatore di Medicina dei disastri presso l'Università del Piemonte Orientale di Novara, condannato a morte con l'accusa di "spionaggio". Il loro destino è complicato dalle tensioni tra i "falchi" all'interno dei Guardiani della rivoluzione e il governo, che aveva lavorato per l'apertura all'Occidente ma si è visto chiudere la porta in faccia da Trump.
Vittime collaterali - Tra le vittime collaterali non c'è solo il ghepardo; c'è anche il tentativo di affrontare la critica scarsità di risorse idriche causata dall'urbanizzazione e dall'eccessiva costruzione di dighe - progetti dei Guardiani della rivoluzione, i cui interessi economici cozzano con gli allarmi degli ambientalisti. La rivoluzione del 1979 ha rovesciato la monarchia corrotta, ma i "gattopardi" di Teheran ricordano che "bisogna cambiare tutto per non cambiare niente", come nella storia di Tomasi di Lampedusa sul felino siculo simbolo di un'aristocrazia in via di estinzione.
di Antonio Ciccia Messina
Italia Oggi, 26 agosto 2019
Le soglie di punibilità nei reati tributari sono superabili, senza andare incontro a condanna penale, se lo sforamento è minimo. E anche le soglie del tasso di alcool nel sangue per la guida in stato di ebbrezza. Anche la bancarotta commessa senza rilevante danno ai creditori è perdonata.
Italia Oggi, 26 agosto 2019
La scelta del legislatore di non punire i fatti particolarmente tenui e non abituali deve essere inserita in un quadro di certezza giuridica e di prevedibilità della reazione dello Stato. Ci vuole un catalogo dei fatti tenui non punibili. La scelta del legislatore di non punire i fatti particolarmente tenui e non abituali deve essere inserita in un quadro di certezza giuridica e di prevedibilità della reazione dello Stato al comportamento delle persone.
di Marino Longoni
Italia Oggi, 26 agosto 2019
Inchiesta sull'applicazione dell'art. 131bis del Codice penale, che non considera più reati i fatti puniti con reclusione fino a 5 anni se l'offesa è di "particolare tenuità"
Ricognizione delle sentenze della Corte di Cassazione che hanno cercato di definire i confini dell'articolo 131 bis del codice penale. Una norma introdotta nel 2015 che ha voluto escludere la rilevanza ai fatti puniti con reclusione fino a 5 anni. Non è punibile penalmente per tenuità del fatto il senzatetto che viola il domicilio altrui per trovare un alloggio notturno.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 26 agosto 2019
I Sindacati: quel carcere va demolito. Incredulità. E sgomento. Per il personale - sia amministrativo che in divisa - che opera quotidianamente e non senza sacrifici nella casa circondariale di Poggioreale questa è davvero una brutta storia.
Era possibile evitare l'evasione di Robert Lisowski? Saranno le indagini a dare una risposta e a individuare presunte omissioni e colpe. Nel frattempo (e lasciandosi alle spalle anche la polemica divampata nei giorni scorsi dopo le critiche avanzate alla direzione del carcere dal Garante nazionale per i detenuti, Mauro Palma) a descrivere le criticità oggettive della struttura sono i numeri.
A Poggioreale oggi soggiornano 2.100 detenuti, a fronte di una capienza che ne prevede al massimo 1.423. Ci sono anche 700 "definitivi" (cioè persone condannate con sentenza passata in giudicato) che invece dovrebbero trovarsi in altre strutture penitenziarie. Poggioreale scoppia. Solo qualche giorno fa l'intervento degli agenti ha evitato che una rissa scoppiata tra detenuti napoletani ed algerini potesse sfociare in un bagno di sangue.
Il degrado è rappresentato da molti elementi: sebbene siano in corso lavori di ristrutturazione di alcuni padiglioni, le condizioni di vita per i detenuti sono spesso terribili. Ci sono celle che ospitano anche fino a dieci-dodici persone, che dormono arroccate su letti a castello ed utilizzano un solo bagno. La palestra non è più funzionante. L'ascensore interno - rottosi a febbraio - è stato riparato solo il 26 giugno.
In queste condizioni, oltre ai detenuti a soffrire gli effetti del degrado e le tensioni crescenti tra la popolazione carceraria ci sono loro: i baschi blu della Polizia Penitenziaria. Da tempo i sindacati chiedono che su Poggioreale si apra un tavolo di confronto con il Dap del ministero della Giustizia.
"Questa evasione - commenta il segretario campano del Sappe, Emilio Fattorello - porta alla luce le priorità della sicurezza (spesso trascurate) con cui quotidianamente hanno a che fare le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria di Poggioreale. Si è trattato di una "evasione annunciata", frutto della superficialità con cui sono state trattate e gestite le molte denunce fatte dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria sulle condizioni di sicurezza dell'istituto. Se fossero state ascoltate le nostre continue denunce, probabilmente tutti gli eventi critici e questa stessa evasione non sarebbero avvenuti".
Parole forti, riprese anche dal segretario generale del Sappe, Donato Capece: "Il sistema penitenziario, per adulti e minori, si sta sgretolando ogni giorno di più. La situazione nelle carceri si è notevolmente aggravata rispetto agli anni precedenti. I numeri riferiti agli eventi critici avvenuti in Italia tra le sbarre nel primo semestre del 2019 sono inquietanti: 5.205 atti di autolesionismo, 683 tentati suicidi, 4.389 colluttazioni, 569 ferimenti, 2 tentati omicidi. I decessi per cause naturali sono stati 49 ed i suicidi 22. Le evasioni sono state 5 da istituto, 23 da permessi premio, 6 da lavoro all'esterno,10 da semilibertà, 18 da licenze concesse a internati".
"Dopo l'evasione rocambolesca di un detenuto dal carcere di Poggioreale, l'istituto andrebbe definitivamente abbattuto ed il capo dell'Amministrazione penitenziaria rimosso dall'incarico", dichiara invece il segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria Aldo Di Giacomo.
Anche la Fns Cisl, attraverso Lorenza Sorrentino e Luigi D'Ambrosio, esprime sconcerto e afferma che "ancora una volta si paga lo scotto di una politica inadeguata che ignora scelleratamente le necessità e le richieste di adeguamento in termini di uomini e mezzi".
di Paolo Barbuto
Il Mattino, 26 agosto 2019
Il Garante nazionale per i detenuti: "Poggioreale ha problemi, è un errore negare la realtà dei fatti". Sorpreso alla notizia dell'evasione da Poggioreale, gli scappa di primo acchito un "eh, per quanto era ben controllato quel carcere".
Le parole sgorgano con un moto di stizza: mercoledì scorso Palma, Garante nazionale per i detenuti, ha reso noti i risultati di un suo recente sopralluogo a Poggioreale mettendo in luce le criticità di quell'istituto; il giorno seguente la direttrice del carcere, Maria Luisa Palma, ha risposto a quelle critiche con un documento pubblicato su "Giustizianews online", il quotidiano del ministero della Giustizia aprendo il fronte delle polemiche.
Palma, cosa pensa di questa evasione?
"Io stesso ho trovato una situazione difficile, complessa in quel carcere, e ho riscontrato risposte fragili. Vede, se si affrontano le complessità in maniera fragile, poi le situazioni sfuggono di mano e può succedere che un detenuto evada. Non voglio puntare il dito perché certe situazioni possono verificarsi a prescindere dall'ambiente interno al carcere... certo se un detenuto evade con le lenzuola arrotolate siamo su Topolino praticamente".
Una fuga da fumetti?
"Non mi faccia essere severo. Anzi, per piacere, ribadisca che io non voglio puntare il dito contro nessuno".
Però nel suo report su Poggioreale lo ha fatto...
"Io lì ho trovato una situazione variegata. Non nego che ci sono buone intenzioni da parte della direzione e ci sono alcuni fronti ben gestiti. Però la sensazione che ho avuto è che a Poggioreale non ci sia una situazione pienamente sotto controllo".
Parole dure, non crede?
"Ripeto, non si tratta di critiche fatte per colpire. Ho notato e ho scritto, ad esempio, che al padiglione Venezia o al Genova sono state fatte buone cose, se però poi arrivo al padiglione Roma e trovo un altro mondo, allora mi pongo qualche domanda, rifletto. E penso che quel luogo mi offre una sensazione di assenza di idea progettuale complessiva e invece Poggioreale ha un gran bisogno di una visione complessiva".
Sono critiche pesanti alla direttrice Maria Luisa Palma...
"Io conosco da tempo la direttrice della quale, ovviamente, non sono parente, nonostante il cognome comune. La conosco dai tempi in cui dirigeva il carcere di Benevento e lo faceva in maniera egregia, ma Poggioreale non è come Benevento".
Che significa?
"Che le situazioni sono differenti e molto più complicate qui a Napoli. In genere uno dei difetti delle persone è non riconoscere la complessità delle cose e, allo stesso tempo, non riconoscere il bisogno di chiedere aiuto".
Avrebbe dovuto chiedere aiuto la direttrice Palma?
"Ha scritto una risposta tutta incentrata sul fronte della difesa da presunte accuse. In quella risposta accusa me di essere stato ingeneroso, di aver "puntigliosamente segnalato" certe cose che non andavano. La direttrice non ha compreso il senso: il migliore aiuto per una situazione che non funziona è quella di riconoscere gli errori, il migliore aiuto per un malato è quello di individuare la malattia".
Non è stato così?
"C'è stata solo una strenua difesa che, fra l'altro, è stata presentata con una pesante sgrammaticatura istituzionale. Le cose funzionano diversamente da come le ha interpretate la direttrice: io come istituzione mando il mio report al Dipartimento che ha trenta giorni di tempo per rispondere dopo aver consultato la direttrice. Insomma, la risposta del carcere deve arrivare al Dipartimento che poi le invia al Garante, non va diffusa tramite un sito web o dalle colonne di un giornale".
Se l'è presa per quella risposta?
"Per i modi, per la sgrammaticatura istituzionale, appunto. In tal senso ho scritto una lettera ufficiale l'altro giorno al Capo Dipartimento, mi sono mostrato stupito per il fatto che una comunicazione dal carcere di Poggioreale invece di arrivare in via istituzionale sia stata diffusa dalla direttrice attraverso gli organi di stampa".
Lei ha coinvolto anche la Procura...
"C'era la questione del detenuto trasferito prima del nostro arrivo, che poi abbiamo incontrato trovandolo pieno di ecchimosi, ma non solo".
C'è dell'altro?
"Ho ritenuto di mandare certe questioni in Procura innanzitutto perché con il procuratore Melillo e con tutto il suo staff c'è una collaborazione molto forte rispetto alle vicende carcerarie e quindi mi sembrava corretto informarli. Poi perché secondo me in alcune situazioni è bene far capire che le autorità nazionali si stanno muovendo".
Cosa intende?
"La direttrice Palma si potrà anche offendere ma se venisse una commissione internazionale, di fronte a situazioni come al padiglione Salerno o al Milano-piano terra, farebbe certamente partire una censura, una sanzione. Condividere certe notizie con la Procura significa anche difendere lo Stato e dire che noi come istituzioni la situazione la conosciamo, la capiamo. Si tratta di una tutela dello Stato, in qualche modo".
ilmezzogiorno.info, 26 agosto 2019
Nell'ambito della XXXIV edizione della rassegna estiva di teatro "Barbuti Festival", per "La notte dei Barbuti", domenica 25 agosto alle 21.30 nella chiesetta di Sant'Apollonia, in via San Benedetto, nel centro storico di Salerno, Teatralto presenta "Brigantesse", di Eduardo Ricciardelli che ne cura anche la regia. In scena: Antonio Lubrano, Susy Parlante, Antonella Valitutti, Alessandra De Concilio, Apollonia Bellino (ingresso 10 euro). Quattro donne e un uomo si trovano in una casa, nei pressi di Roscigno Vecchia paese del Cilento.
La loro vita procede tra liti e organizzazione di atti di guerriglia. Ci troviamo nell'Italia appena unificata e nel deserto lasciato dallo strapotere piemontese, che ha senza scrupoli saccheggiato le casse dell'oro del regno di Napoli, rubati tutti i macchinari e le ricchezze possedute dal Regno delle due Sicilie.
L'effetto dell'unificazione ha giocato alle vite dei cittadini un brutto scherzo, la fame la povertà e le continue umiliazioni subite dall'esercito sabaudo costringono alcuni gruppi armati per la difesa del territorio e questi stessi vengono definiti in modo improprio Briganti. Lo spettacolo, nonostante tratti un tema drammatico, ha molti guizzi comici e molte canzoni che rendono la rappresentazione agile e godibile.
Il grottesco insito nella storia esce fuori grazie agli attori con una enorme forza comica. Si ripercorre il sud dai canti popolari dell'area vesuviana alla tarantella del Gargano e del carnevale di Montemarano per poi arrivare ai canti di giacca e alla fronda di limone che sono tipici canti a distesa di devozione alla Madonna, che venivano anche usati per fare le comunicazioni fuori dalle carceri avendo una potenza di estensione vocale. Lo spettacolo punta il dito sugli aspetti più umani e fragili di donne e uomini costretti a combattere per sopravvivere.
di Fulvio Bufi
Corriere del Mezzogiorno, 26 agosto 2019
Il killer polacco beffa il fortino per la prima volta in 100 anni. Robert Lisowski, 32 anni, ha scavalcato il muro della casa circondariale con una corda di lenzuola mentre stava andando a messa. Sovraffollato, invivibile, violento ma sicuro, inviolabile: è stato così per più di un secolo il carcere di Poggioreale (costruito nel 1914). Da ieri mattina, invece, l'ultima caratteristica non vale più. Da Poggioreale si evade. Lo ha fatto, per la prima volta, Robert Lisowski, un polacco di 32 anni detenuto per l'omicidio di un connazionale.
E lo ha fatto nel modo più scontato e banale che si possa immaginare per una evasione: si è calato dal muro di cinta utilizzando una corda ricavata annodando numerose lenzuola. Era l'ora della messa, e Lisowski faceva parte dei quasi duecento reclusi che dai padiglioni stavano raggiungendo la cappella, scortati dagli agenti della polizia penitenziaria. Non è ancora chiaro come abbia fatto, ma è certo che si è allontanato dal gruppo e ha raggiunto la parte più alta del muro che circonda la casa circondariale. Probabilmente ha sfruttato una via alla quale è riuscito ad avere accesso partendo dalla chiesa. Poi potrebbe essersi arrampicato su una inferriata e da lì potrebbe aver agganciato la sua corda in modo tale da farla scendere verso l'esterno.
Sicuramente Lisowski è stato furbo ma anche fortunato. Furbo perché ha approfittato di una giornata in cui la presenza di agenti di polizia penitenziaria era ridotta, a causa dell'accavallamento tra ferie e giorno festivo. Fortunato perché le possibilità di passare inosservato erano davvero pochissime.
Eppure nessuno si è accorto di lui attraverso il servizio di videosorveglianza che ha telecamere puntate sia all'interno che all'esterno del carcere; e nessuno lo ha visto nemmeno quando si è calato in via Porzio, una strada laterale (che conduce verso il tribunale e il Centro direzionale), dove c'è l'ingresso del parcheggio interno per gli operatori penitenziari e dove pure i posti auto lungo il marciapiede sono riservati agli agenti. Per non dire, poi, di come abbia fatto Lisowski a raccogliere lenzuola a sufficienza per realizzare una corda lunga come quella di cui aveva bisogno, corda che tra l'altro, piegata su se stessa, diventa anche decisamente ingombrante.
Tutto questo è oggetto delle indagini avviate dalla polizia penitenziaria (mentre i sindacati di categoria rilanciano la necessità di intervenire con urgenza sugli organici) per ricostruire l'esatta dinamica della fuga e stabilire anche eventuali complicità. Della ricerca di Lisowski si occupano invece polizia e carabinieri.
La Questura ha diffuso una descrizione dell'evaso (un metro e 80 di altezza, capelli rasati, barba, leggermente claudicante) sottolineandone la pericolosità. Il giovane polacco fu arrestato lo scorso anno per aver ucciso a coltellate un connazionale che aveva cercato di fare da paciere durante un litigio tra lo stesso Lisowski e un altro uomo.
In carcere era quindi uno dei tanti immigrati che affollano Poggioreale (2.400 detenuti e meno di novecento agenti) e che rappresentano oggi una parte consistente della popolazione carceraria. Recentemente nella casa circondariale napoletana c'è stata anche una rivolta, rientrata però in poche ore. Nulla rispetto alle sommosse degli anni Settanta, in particolare quella del '72, che durò due giorni e fu stroncata dall'intervento degli agenti che uccisero anche un detenuto di 19 anni.
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