di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 8 agosto 2019
Umiliare la persona che ami per avere giustizia. Esporre la foto del cadavere di tuo fratello per scoprire la verità sulla sua morte. È questa la battaglia che Ilaria Cucchi ha deciso di combattere, la guerra che alla fine è riuscita a vincere. Perché Ilaria ha fatto quello che inizialmente non avrebbe mai pensato di dover fare: usare il corpo per scoprire il reato.
Lo racconterà il 13 settembre dal palco del Tempo delle donne, festa-festival del Corriere della Sera che si tiene ogni anno alla Triennale Milano. Ricorderà quei primi giorni dopo aver seppellito Stefano, quando non sapeva che fare per scoprire cosa fosse accaduto prima nelle caserme dei carabinieri, poi in tribunale e nel carcere di Regina Coeli, infine all'ospedale Pertini. Fino all'incontro con Luigi Manconi, il parlamentare del Pd che decise di affiancarla e aiutarla. E alla telefonata con l'avvocato Fabio Anselmo, che aveva seguito altri casi analoghi, che le spiegò in maniera forte ma efficace come muoversi. Era il 2009.
Dieci anni sono trascorsi, ma recentemente Ilaria è stata costretta a parlare del proprio corpo per smentire il sospetto che Stefano fosse morto perché indebolito dall'anoressia. Quanto basta per comprendere l'odissea di questa donna apparentemente fragile, e invece forte e determinata, che si è fatta carico del dolore della sua famiglia riuscendo a trasformarlo nella sua forza.
La telefonata - È un cammino pieno di ostacoli quello che Ilaria Cucchi intraprende quando suo fratello non è ancora stato sepolto. È Manconi a guidare le sue prime mosse, lui che di quanto accade nelle carceri si occupa da sempre e di casi come quello di Stefano Cucchi ne ha seguiti tanti. Nel frattempo Ilaria aveva contattato il legale che già assisteva la famiglia Aldrovandi, determinata a far processare i poliziotti che nel 2005 avevano fermato per strada e poi picchiato Federico, 18 anni, fino a farlo morire. E che le rimarrà sempre accanto.
Adesso Ilaria lo racconta quasi con fierezza, ma nel 2009 fa quel consiglio dell'avvocato le era suonato quasi come un oltraggio: "Parlai con Anselmo e lui mi disse "la prima cosa è scattare foto al corpo". Io pensai: che strani questi avvocati del Nord, ci sarà l'autopsia e tutto andrà come deve andare". Ben presto si rese conto che non era affatto così e adesso lo conferma: "Senza la foto del volto pesto, tutto si sarebbe fermato. Vedendola, tutti hanno capito cosa era stato fatto a Stefano e la solitudine che ha provato quando è morto. Per tenere alta l'attenzione pubblica sono andata ovunque".
La perizia - L'obiettivo di Ilaria era soltanto uno: scuotere le coscienze, mostrare la propria disperazione per avere il sostegno dell'opinione pubblica. L'esibizione delle foto è stata la prima mossa per consentire all'avvocato e agli esperti scelti dalla famiglia, che seguivano ogni passo delle indagini, di avere una voce forte, anche mediatica. Nulla è stato facile, le resistenze, le bugie e le omissioni di chi avrebbe dovuto invece raccontare sin dall'inizio che cosa fosse accaduto erano evidenti. E lei non si è arresa.
Il 13 giugno 2019 - alle battute finale del processo-bis in Corte d'Assise, dopo quello rivelatosi sbagliato contro gli agenti penitenziari definitivamente assolti - arriva la dimostrazione che l'esibizione del corpo di Stefano Cucchi avvenuta dieci anni prima è servita. Perché i periti del giudice per la prima volta stabiliscono il possibile nesso di causa-effetto tra le lesioni vertebrali provocate dal pestaggio subito da Cucchi e la sua fine. Vuol dire che non sarebbe morto se le botte prese in quella caserma dei carabinieri, dove fu portato dopo essere stato arrestato e confessate dopo quasi nove anni di silenzi e coperture da uno degli attuali imputati, non avessero fiaccato il suo fisico in maniera irreversibile.
La foto e il peso - Ilaria lo racconterà per dimostrare quanto è importante in un'indagine giudiziaria far "parlare il corpo". Ma anche quanta sofferenza provoca e soprattutto quanta determinazione e forza bisogna avere per andare avanti. Racconterà quello che sono stati questi dieci anni per i suoi genitori, le loro iniziali resistenze a rendere noto tutto, anche il fatto che Stefano fosse uno spacciatore. Svelerà che cosa accade quando in una famiglia normale, abituata ad avere fiducia nello Stato e nei suoi rappresentanti, devi compiere scelte dolorose e rischiose per valicare il muro di omertà. E soprattutto come ha vissuto lei, che ha dovuto a sua volta subire insulti e umiliazioni, ma non ha mai chinato il capo. Anzi.
L'ultima volta è accaduto qualche settimana fa, quando si è ricominciato a parlare della possibilità che Stefano fosse morto perché anoressico. E allora lei ha deciso di rendere pubblica una foto che la ritrae pochi giorni prima dell'arresto del fratello. È in costume, in braccio ha la sua bambina. "Alta come lui, pesavo anch'io poco più di 40 chili. Stavo bene come bene stava lui. Ero malata di anoressia nervosa? Mah... non me ne sono accorta. Certo se mi avessero pestata violentissimamente...".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 8 agosto 2019
"L'Italia ha violato i patti di estradizione dalla Spagna". La storia di Domenico Paviglianiti, 58 anni, da ergastolano pluriomicida a scarcerato in via definitiva. Da ergastolano pluriomicida a scarcerato in via definitiva, da boss di 'ndrangheta con teorici 168 anni da scontare a invece uomo libero, senza più pendenze con la giustizia dopo 23 anni di cella: è una parola data ma non rispettata, è l'aver, l'Italia, promesso alla Spagna ma non mantenuto di non infliggergli l'ergastolo ad innescare la carambola procedurale che spalanca le porte del supercarcere di Novara al 58enne Domenico Paviglianiti, al 41 bis dalla sua estradizione nel 1999 dalla Spagna.
Accusato di sette delitti e tre tentati omicidi nella guerra tra i clan Trovato-Flachi e Batti, ricercato per associazione mafiosa e traffico di droga e bazooka, coinvolto nel 1990 nell'assassinio a Tradate (Varese) del figlio Roberto del capo della camorra Raffaele Cutolo (in uno scambio di favori dal quale la 'ndrangheta ottenne in cambio dalla "Nuova famiglia" di camorra l'uccisione di Salvatore Batti), Paviglianiti viene catturato in Spagna il 21 novembre 1996, ed estradato il 17 dicembre 1999 in Italia a condizione che non gli venga inflitta "una carcerazione a vita indefettibile", ergastolo all'epoca non previsto in Spagna (che l'ha reintrodotto nel 2015). E infatti ancora il 14 marzo 2006 il ministero della Giustizia italiano si impegna a garantire che l'ergastolo "non implica che i condannati debbano comunque restare detenuti in carcere per tutta la vita, perché possono usufruire in ogni tempo" di benefici quali "permessi premio" (dopo 10 anni espiati), "semilibertà" (dopo 20) e "liberazione condizionale" (dopo 26).
Ma una volta estradato in Italia, la Procura generale di Reggio Calabria il 12 luglio 2012 fa scattare per Paviglianiti la norma che applica l'ergastolo a chi abbia più di due condanne superiori a 24 anni (e Paviglianiti, su 9 sentenze, ne ha 4 a 30 anni per altrettanti delitti). Ma soprattutto è "l'ergastolo ostativo" che ai condannati per i gravi reati dell'articolo 4 bis sbarra qualunque beneficio: tanto che, in 23 anni, Paviglianiti esce solo 2 ore - scortato dagli elicotteri - per la morte della madre.
Ma non erano questi i patti con la Spagna, eccepiscono dal 2015 i suoi avvocati Mirna Raschi e Marina Silvia Mori in una matassa di istanze che nel 2018 la Cassazione affida da sbrogliare al gip di Bologna in un "incidente di esecuzione".
E ora il Gip Gianluca Petragnani Gelosi, dopo 10 mesi di riflessione dall'1 ottobre 2018, constata che "le modalità detentive dopo l'applicazione dell'ergastolo abbiano certamente frustrato le aspettative della Spagna nel momento in cui accordava l'estradizione", e che "è stato violato il principio della buona fede internazionale da parte dello Stato italiano, che alla Spagna doveva dar conto della norma restrittiva dell'art. 4 bis". Tanto più che il 13 giugno, aggiunge il gip, sull'ergastolo ostativo la Corte di Strasburgo ha condannato l'Italia per violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
E qui comincia l'effetto-domino. L'ergastolo viene via, sostituito dalla massima detenzione temporanea ammessa in Italia, 30 anni, qualunque sia il cumulo di pene (qui 168 anni). Paviglianiti ne ha scontati sinora 23. Ma vanno aggiunti 3 anni e mezzo "fungibili" ad altro titolo, 3 anni di indulto, e 1.815 giorni di "liberazione anticipata" (45 giorni automatici ogni 6 mesi espiati). E così Paviglianiti ha già raggiunto e anzi superato il tetto dei 30 anni. E il giudice deve ordinarne "l'immediata scarcerazione".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 8 agosto 2019
Corte di cassazione - Sentenza 35814. La falsa copia di un atto inesistente non fa scattare il reato di falsità materiale. A meno che non abbia l'apparenza di un atto originale. Con questo principio le Sezioni unite (sentenza 35814) appianano il contrasto che, sul punto, aveva diviso la giurisprudenza di legittimità, tra i fautori di un orientamento più restrittivo, disatteso dal verdetto di ieri e il principio più elastico.
A chiedere lumi alle Sezioni unite era stata, a novembre 2018, la quinta sezione penale chiamata a decidere sul ricorso del Pubblico ministero contro la decisione della Corte d'Appello di assolvere dal reato di falso materiale l'amministratore di una società. Al manager era stato contestato di aver creato la falsa copia di un'autorizzazione edilizia rilasciata dal Comune in favore della società. Un documento "taroccato" che era stato mostrato all'ingegnere, capo dell'ufficio tecnico, da un perito incaricato di valutare un terreno di proprietà, al fine di ottenere un leasing finanziario. Per il "falsificatore" c'era stata la condanna in primo grado, con rito abbreviato, seguita dall'assoluzione in appello. Verdetti contrastanti che rispecchiano la spaccatura tra le due scuole di pensiero.
La Cassazione ricorda le due tesi opposte che hanno portato all'ordinanza di remissione. Secondo un primo indirizzo il solo utilizzo della copia contraffatta di un atto inesistente non integra il reato di falsità materiale, in "assenza di determinate condizioni, individuate nella presenza di requisiti di forma e di sostanza, tali da far apparire l'atto in fotocopia, come il documento originale o come la copia autentica di esso".
Per la tesi più rigida, invece, per il reato basta "la formazione di un atto presentato come riproduzione fotostatica di un documento in realtà inesistente, del quale invece, si intendano attestare artificiosamente l'esistenza e gli effetti probatori".
Le Sezioni unite scelgono il primo orientamento. Per i giudici non si può affermare il reato se la falsa fotocopia, di un originale che non c'è, viene presentata come tale. E dunque priva attestazioni utili ad "accreditarla" come un documento reale o una sua estrazione. Neppure quando è così verosimile da ingannare: il comportamento può essere, eventualmente sanzionato come truffa. In virtù della scelta fatta è inammissibile il ricorso del Pm.
L'amministratore, infatti, non aveva l'ambizione di far sembrare la sua creazione un originale: il numero non corrispondeva alla cronologia e timbro e modulo erano diversi da quelli usati dal Comune. C'era il solo scopo di ottenere il finanziamento, ingannando il pubblico ufficiale, sull'effettiva esistenza del documento.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 8 agosto 2019
Corte di cassazione - Sezione VI -Sentenza 7 agosto 2019 n. 35812. Nell'ambito del mandato d'arresto europeo, la gravità dei reati non basta per l'arresto dell'estradando e per la sua custodia in carcere, in assenza di un concreto pericolo di fuga.
Partendo da questo principio la Cassazione (sentenza 35812) ha accolto il ricorso di un Italiano, contro l'ordinanza con la quale la Corte d'Appello aveva convalidato l'arresto provvisorio, eseguito dalla polizia penitenziaria della casa circondariale dove il ricorrente si trovava già detenuto, e applicato la misura della custodia in carcere.
Il tutto in forza di un mandato d'arresto europeo emesso dall'autorità giudiziaria svizzera, per tre rapine a mano armata, commesse tra il 2017 e il 2018. Il presidente della corte d'Appello aveva dato il via libera alla convalida dell'arresto e delle misure cautelari, considerando esistenti le condizioni per: la gravità del reato, il reale pericolo di fuga e l'assenza di ostacoli all'estradizione.
Per la Cassazione però l'urgenza non era motivata, specialmente, riguardo al presupposto rilevante del rischio di fuga, condizione fissata dal Codice di procedura penale. Elementi che mancano nell'ordinanza, annullata con rinvio, dalla Suprema corte, nella quale la Corte territoriale aveva valorizzato la gravità del reato commesso e la necessità di assicurare l'eventuale consegna allo stato richiedente.
di Lorenzo Boratto
La Stampa, 8 agosto 2019
Suicida in carcere al Cerialdo Modesto Barra, boscaiolo, 69 anni, di Gambasca. Unico imputato per la morte di Baldassarre Ghigo, 66 anni, di Fossano, avvenuta il 14 novembre 2015 a Gambasca. Barra si è impiccato nella sua cella a Cuneo l'altro pomeriggio.
Era solo in quel momento. L'accusa per lui era di omicidio volontario per un vecchio prestito di decine di migliaia di euro mai restituito. Il processo era quasi terminato di fronte alla Corte d'Assise di Cuneo (l'udienza era fissata tra un mese): doveva ancora essere sentito un testimone, Ionut Aliman, unico presente il giorno del presunto omicidio quando Barra e Ghigo si incontrarono.
Del testimone si sono perse le tracce: fra l'altro la Corte di Cuneo aveva disposto che le autorità romene sentissero il testimone, ma pochi giorni fa era stato confermato che l'uomo non era mai più tornato in Romania e non dava notizie ai familiari da tempo. Scomparso.
A Gambasca il cadavere di Ghigo fu trovato carbonizzato nella sua utilitaria distrutta da un rogo doloso. Le indagini avevano poi appurato che nell'alloggio di Barra c'erano tracce di sangue del fossanese e nell'auto andata a fuoco c'erano altre tracce di sangue, quello dell'imputato. Barra nel 2018 era stato sottoposto a obbligo di dimora e agli arresti domiciliari notturni, ma spesso "evadeva".
Per questo, su ricorso della Procura generale di Torino, il tribunale della libertà aveva emesso a marzo la misura cautelare della detenzione in carcere: Barra avrebbe potuto commettere altri reati o inquinare le prove. Il boscaiolo si era sempre professato estraneo ai fatti. "Sono innocente" aveva ripetuto durante interrogatori e udienze.
Le indagini sono state coordinate dalla Procura di Cuneo e condotte dai carabinieri della Compagnia di Saluzzo insieme al Nucleo investigativo. I pm per due volte avevano chiesto l'archiviazione del caso, istanza sempre contestata dalle sorelle di Ghigo, parte offesa, difese dall'avvocato cuneese Gianmaria Dalmasso, che spiega: "La mole di indizi convergenti sull'omicidio era molto elevata e le possibilità di assoluzione erano molto limitate".
Oggi pomeriggio in carcere è prevista una visita dei Garanti regionale e comunale dei detenuti, Bruno Mellano e Mario Tretola. Spiega Mellano: "Ad aprile la giunta regionale aveva adottato un Piano di prevenzione dei suicidi in carcere, sulla base di linee guida nazionali, con la previsione che vengano fatti piani specifici per ogni istituto. Quello di Cuneo è il trentesimo in Italia da inizio anno".
Ancora Mellano: "Il Piano regionale prevede che ogni istituto si doti di uno staff multidisciplinare per valutare i rischi e le situazioni specifiche. Il documento per ogni carcere va presentato entro ottobre e si doveva anche indicare una figura di coordinamento, cosa che Cuneo aveva già fatto. Barra non aveva mai dati segni di disagio ed era in cella con un compagno, assente in quel momento, all'interno di un carcere molto sovraffollato".
di Valter Vecellio
lindro.it, 8 agosto 2019
La storia, amara quanto basta è questa: c'è un uomo, Giorgio C., 58, piccoli precedenti alle spalle, qualche giorno in carcere. Cerca di reinserirsi; non ce la fa: per via del suo passato, nessuno lo vuole assumere, si fida di lui. Torna a fare l'unica cosa che sa fare: il delinquente. Il 23 aprile di un anno fa tenta di rapinare un ufficio postale. Gli va male: arresto, processo, condanna a cinque anni e otto mesi. Niente da dire, non fosse che a novembre spunta una tosse insistente. Preoccuparsi per qualche colpo di tosse? Passerà. No, che non passa. Alla fine i controlli: viene individuato del liquido nei polmoni; seguono due toracocentesi, un paio di settimane di ricovero, nell'aprile 2019 il ritorno in cella.
Solo che quella tosse che non va via è il sintomo di qualcosa di più grave, e che viene preso sottogamba: gli esiti, alla fine, certificano l'esistenza di cellule tumorali maligne. La situazione clinica peggiora rapidamente. Il 12 giugno Giorgio C. viene ricoverato; il 15 luglio torna in cella: ci sono metastasi anche nelle ossa. Segue un nuovo ricovero, e il 29 luglio la morte.
L'avvocato difensore racconta: "Non sono stata informata di nulla. Ho scoperto in modo casuale che non era più in carcere: avevo fissato un colloquio con lui il 24 luglio, ma quando mi sono presentata mi hanno detto che non c'era. Ho poi scoperto che era in ospedale da un paio di giorni, in rianimazione. Del trasferimento nessuna notizia le era stata data, nemmeno oralmente. Avevo fatto richiesta di scarcerazione l'8 maggio: erano stati chiesti altri documenti, quindi tutto si era fermato in attesa di una diagnosi definitiva. Una seconda richiesta l'ho fatta il 12 giugno. Il 25 luglio, scoperto che era in Rianimazione, ho scritto una lettera. Il procuratore generale ha dato il parere favorevole alla sostituzione della custodia in carcere con l'obbligo di presentazione la mattina del 29 luglio: purtroppo la Corte non ha fatto nemmeno in tempo a riunirsi, Giorgio C. è morto quel giorno stesso".
di Angelo Velardi
informareonline.com, 8 agosto 2019
Don Giovanni Liccardo: "Situazione infernale, manca qualunque principio di umanità". "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", recita l'articolo 27 della Costituzione Italiana. Succede questo nelle carceri italiane? E, soprattutto, succede questo a Poggioreale?
L'incontro con don Giovanni Liccardo, cappellano del carcere di Poggioreale, è di quelli memorabili. Nei suoi occhi la stanchezza di chi affronta quotidianamente storie tragiche, toccanti, spesso irreparabili, mista a quella determinazione che lo contraddistingue e che trasmette ai suoi interlocutori in maniera così naturale.
"Non sempre il carcere rispetta il senso di umanità, soprattutto a Poggioreale. Spesso la pena non è educativa, ma vendicativa", ha dichiarato Liccardo. I recenti suicidi all'interno dell'istituto detentivo "più grande e affollato d'Italia" hanno sollevato per l'ennesima volta il polverone riguardante le carceri italiane, con le piaghe del sovraffollamento, dell'insufficienza di risorse e della disperazione che affligge i detenuti e che, alle volte, come nel caso di Francesco lo scorso 1° luglio, li porta a fare un cappio con un lenzuolo e a farla finita.
"L'ordinamento italiano prevede che venga limitata la libertà di chi ha sbagliato, ma a Poggioreale succede ben altro, a Poggioreale manca qualunque principio di umanità", ha continuato il cappellano.
"Si ammassano persone in una cella - anche in pochi metri - creando un ambiente di elevata frustrazione. Viene negata loro l'igiene, l'assistenza psicologica e percorsi che possono facilitare il reinserimento in società del detenuto. Cosa più grave, viene spesso negata loro l'assistenza sanitaria".
Un vero e proprio inferno quello in cui si trovano a vivere persone che dovrebbero comprendere gli errori commessi, pagare per quelli e pensare al giorno della fine della pena come giorno di rinascita ed inizio di una nuova vita. Un inferno in cui, invece, a volte, si arriva a decidere di suicidarsi.
"Sovraffollamento e abbandono a sé stessi diventano, quindi, pene accessorie. Ci sono, per esempio, centinaia di tossicodipendenti che dovrebbero stare in specifiche strutture riabilitative e a cui invece non si fa altro che dare metadone. In questo modo si crea un sostituto della droga, che sarà di nuovo ricercata all'uscita dal carcere e per cui probabilmente si delinquerà di nuovo".
Di fronte a tutto questo nasce spontanea una domanda: lo Stato dov'è?
La soluzione più volte prospettata da rappresentanti del governo è stata quella di convertire ex caserme in nuovi istituti in cui poter smistare detenuti. "I carceri italiani sono fatiscenti e non sono adatti alla detenzione. Poggioreale è un carcere da demolire, un luogo logisticamente inadeguato. Ci sono strutture che potrebbero ospitare 2-300 persone, alleviando un po' il peso quindi su quelle già esistenti. Questi mega carceri non devono esistere, perché non sono gestibili e quindi viene annullato ogni discorso rieducativo e di reinserimento. Purtroppo, però, penso che il carcere sia l'ultimo pensiero dei politici, che invece dovrebbero intuire quanto sia importante risolvere questo problema per innalzare il livello della nostra società in termini di sicurezza e di qualità della vita".
Come anticipato è stato un incontro memorabile, in cui abbiamo guardato negli occhi un rappresentante di Cristo che ha l'ardua missione di portare speranza ad una categoria di uomini vista sempre di più come feccia della società, non meritevole di alcuna attenzione. Abbiamo guardato negli occhi chi, invece, si batte per i loro diritti, non dimenticando i crimini e le colpe di cui si sono macchiati, ma guardando al mondo esterno e desiderandolo popolato da individui pentiti del proprio errore, piuttosto che da recidivi incattiviti che continuano ad attentare alla vita e alla serenità degli altri e, inevitabilmente, alla propria. Dostoevskij disse che "il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni". Dopo quest'incontro mi chiedo: qual è il nostro grado di civilizzazione?
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 agosto 2019
Da mesi è senza cure appropriate e rischia l'atrofizzazione degli arti. Non è una detenuta qualunque colei che si trova costretta a vivere l'incubo di poter rimanere paralizzata per sempre. Si chiama Rosa Zagari, condannata in primo grado a otto anni al processo denominato "Terramara Closed", compagna dell'ex latitante Ernesto Fazzalari di Taurianova - catturato nel 2016 - il quale era considerato il ricercato più pericoloso dopo l'imprendibile Matteo Messina Denaro. Ma la Zagari, quarantaduenne, si trova nel carcere di Santa Maria Capua Vetere in condizioni gravi, senza riuscire a muoversi dal letto.
Perché? Il nove febbraio scorso, quando era al carcere di Reggio Calabria, è caduta nella doccia. Subito è stata trasportata all'ospedale, nel reparto di neurologia, e dalla tac è emersa una "duplice rima di frattura lineare in corrispondenza del processo trasverso di destra di L3 e rima di frattura a livello del processo trasverso di L2".
Il primario ha consigliato delle cure adeguate per evitare peggioramenti. "Riposare su letto rigido idoneo - si legge nella cartella clinica - praticare terapia medica con antalgici al bisogno e proseguire con la terapia antitrombotica come da prescrizione neurochirurgica.
Si consiglia inoltre di iniziare fin da subito a sottoporsi a prestazioni di Magnetoterapia alla colonna, a massaggio leggero decontratturante dei muscoli paravertebrali, alla rieducazione motoria degli arti inferiori, per cicli di 20 gg. al mese per almeno 5 mesi". E infine: "Utile, ma solo dopo il terzo mese e dopo controllo radiografico e specialistico, oltre alle prestazioni di fisioterapia, la rieducazione dei muscoli paravertebrali e della colonna dorsolombare in piscina, in assenza di carico sul rachide". Cure tuttora non ricevute.
L'associazione Yairaiha Onlus si è attivata il 16 luglio scorso scrivendo al garante nazionale delle persone private della libertà, a quello regionale, al ministro della Giustizia e al magistrato di sorveglianza, sollecitando un intervento urgente perché "le cure ricevute sono state esigue e inadeguate limitando la terapia al busto, che porta ininterrottamente dal 9 febbraio, e ad antidolorifici. Riteniamo - concludono - che il diritto alla salute rientri tra i diritti fondamentali dell'uomo, a prescindere dagli eventuali reati commessi, così come sancisce la nostra Costituzione".
L'avvocato Antonino Napoli, legale di Rosa Zagari, ha anche presentato un'istanza a giugno scorso, denunciando la mancanza di cure e ha chiesto la nomina di un perito per verificare lo stato di salute della donna, anche per chiedere la compatibilità delle sue condizioni con il regime carcerario. Stando a quanto denuncia anche la madre di Rosa, lo stato di salute della figlia sarebbe "gravemente peggiorato, a causa dell'assenza di cure - scrive in una lettera indirizzata alla direzione del carcere di Santa Maria Capua Vetere - a tratti inappropriate, come la vana somministrazione di Flactodol, farmaco rigettato fisicamente fin da bambina, deteriorandole pesantemente il normale funzionamento dei reni".
La madre - che ha problemi di salute - è disperata, tanto da aggiungere che se la situazione di sua figlia non cambia radicalmente in positivo, "non mi resterà che sospendere la terapia, tutte le mie cure, e lasciarmi morire finché non avrete curato mia figlia". Il diritto alla salute è riconosciuto universalmente dalla nostra Costituzione, compreso chi è privo della libertà.
Non a caso l'articolo 39 comma 2 dell'ordinamento penitenziario sancisce espressamente l'obbligo di sottoporre a costante controllo sanitario il soggetto detenuto, garantendo, la propria tutela alla salute. Un dritto garantito anche dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, che sancisce espressamente il divieto di sottoporre i detenuti a trattamenti disumani e degradanti.
cronachedellacampania.it, 8 agosto 2019
È partita in rete un iniziativa, sostenuta anche Pietro Ioia, leader storico degli ex detenuti della Campania una campagna di crowdfunding che prevede attraverso una piccola raccolta fondi sul sito Darev. con di acquistare 600 ventilatori per i detenuti del carcere di Poggioreale.
"Vi chiediamo un aiuto per dare aria pulita e ossigeno", si spiega nella presentazione dell'iniziativa. E poi aggiungono: "Si tratta di dare un po' di aria pulita, fresca, ricca di ossigeno a chi ha sbagliato e sta pagando. Si tratta di riempire di ossigeno i polmoni, il cervello, il cuore. Donare ossigeno che possa penetrare nella pelle e rigenerare tutti i tessuti.
A Poggioreale le condizioni di detenzione sono durissime e i detenuti non possono di certo uscire come persone migliori in queste condizioni. A chi ha sbagliato è giusto togliere la libertà, non la dignità, altrimenti falliremo nell'obiettivo di recuperare e rieducare il più possibile e togliere, così, criminali dalla strada. Aiutateci a regalare un ventilatore per ogni cella. Ne servono 600 e ogni ventilatore costa 13 euro. Facciamolo in fretta, fa caldo e in quelle celle non si respira, non arriva ossigeno. Grazie". Per aderire alla campagna: https://www.derev.com/aria-pulita-per-il-carcere-di-poggioreale
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 8 agosto 2019
Si chiama Spes l'impresa sociale che ha rilevato parte dell'attività dell'azienda dei gianduiotti. Al suo interno lavorano trenta persone con fragilità, tra cui disabili ed ex detenuti. Una cooperativa sociale salva una grande azienda. È il miracolo (che potrebbe diventare realtà) della cooperativa Spes di Torino, che occupa numerose persone con fragilità e che ieri ha firmato il preliminare per rilevare il ramo d'azienda della storica Pernigotti.
Al ministero per lo sviluppo economico è stato raggiunto l'accordo per la reindustrializzazione dello stabilimento Pernigotti di Novi Ligure, che garantirà la continuità operativa del sito e la salvaguardia di tutti i 92 lavoratori. "Siamo pronti al rilancio, la fabbrica riaprirà il 1 ottobre" ha detto il presidente della cooperativa Spes Antonio Di Donna, 45 anni, impegnato nel Terzo settore da oltre vent'anni. Martedì mattina, prima di andare al Ministero, Di Donna ha mandato una lettera a tutti i soci lavoratori della cooperativa: "Ho scritto loro che il merito di ogni obiettivo raggiunto è racchiuso nel lavoro e nell'impegno di ciascuno".
Sono circa cento i soci della cooperativa Spes, 30 di loro sono persone con fragilità che, grazie al lavoro, sono rinate: disabili, ex detenuti, ragazzi giovani con problemi di tossicodipendenza, giovani con famiglie in difficoltà. Arrivano su segnalazione dei servizi sociali. E oggi fanno gli chef, i camerieri, i pasticceri. Ognuno di loro è inserito attraverso l'affiancamento di un tutor, che segue il percorso del nuovo lavoratore passo passo fino alla sua completa autonomia. E no, la produzione non viene rallentata, sottolinea il presidente Di Donna: "Semmai facciamo più fatica, perché ogni persona ha bisogno di maggiori attenzioni, ma non c'è alcun rallentamento".
Il successo di Spes nasce proprio da questa filosofia, esser consapevoli che "dentro ogni persona c'è un talento da trovare e valorizzare". E così le persone "svantaggiate" crescono al fianco di chef e barman professionisti. Spes, il cui fatturato si aggira intorno ai 3 milioni di euro, è oggi uno storico marchio del cioccolato in Torino. Ha 6 cioccolaterie in città (una delle quali dentro il Consiglio regionale) ed è diventata produttrice di cioccolata. La cooperativa nasce nel 2011, rilevando lo storico marchio di cioccolato torinese Spes per farne un centro di produzione di eccellenza artigiana e di valore sociale.
La storia di Spes affonda le sue radici nel 1970. Nacque per volontà dei frati francescani, che misero in piedi un piccolo spaccio nella periferia torinese per sostenere la loro missione a Capoverde. Oggi quello spaccio è una delle sei cioccolaterie. Il Gruppo Spes è un'impresa sociale aderente all'Opera Torinese del Murialdo, la comunità dei confratelli della Congregazione di san Giuseppe che segue giovani e famiglie in difficoltà attraverso percorsi di formazione.









