di Mathias Hariyadi
La Repubblica, 7 agosto 2019
La scelta tra punizione corporale e il carcere. È accaduto ad Aceh. Tutti i condannati sotto i vent'anni. Tra loro un buddista, sorpreso con una donna che non è la moglie. Proibite anche "le coccole". Fustigati perché intrattenevano relazioni amorose contrarie alla sharia: vi è anche un giovane buddista tra i 14 ragazzi e ragazze che, nell'ultima settimana, sono stati costretti alla esecuzione pubblica della pena dalle autorità della provincia indonesiana di Aceh - "territorio speciale" dell'isola di Sumatra, dove vige la legge islamica. Lo si apprende da Asianews.
Quei 32 colpi di canna sulla schiena. Lo scorso primo agosto, decine di persone erano presenti quando 11 persone venivano portate in piazza da una moschea nel centro di Banda Aceh, capoluogo della provincia. Alla presenza del sindaco Aminullah Usman, il giustiziere ha fatto piovere sulla schiena dei condannati tra gli otto ed i 32 colpi di canna (in rattan). Le autorità avevano sorpreso i sei uomini e le cinque donne - tutti nella tarda adolescenza o 20enni - in atteggiamenti amorosi con persone dell'altro sesso.
Sorpreso in una stanza d'albergo con una donna. I funzionari hanno fornito dettagli solo sul caso dell'unico imputato non musulmano, un buddista identificato con le iniziali R.O. La polizia lo ha sorpreso all'interno di una stanza di hotel, con una donna che non era sua moglie. Di solito, i non musulmani possono scegliere se essere puniti o no sotto la legge islamica, nota nella regione come Quanun. Perciò R.O. ha scelto 27 frustate per evitare un lungo procedimento giudiziario e la prigione. Il giorno dopo, il sindaco Usman ha ammonito hotel ed imprese: "Abbiamo avvertito gli hotel di non pensare nemmeno ad infrangere le regole, affittando camere a coppie non sposate. Altrimenti, revocheremo le loro licenze", ha dichiarato ai giornalisti.
Anche "le coccole" sono un reato grave. Il 31 luglio scorso, tre persone di Lhokseumawe (villaggio a poche ore da Banda Aceh) sono state frustate 100 volte ciascuna per aver fatto sesso prematrimoniale. Tra queste vi era un 19enne che aveva avuto rapporti con una ragazza minorenne. Circa il 98% dei cinque milioni di residenti di Aceh sono musulmani.
La sharia è entrata in vigore intorno al 2005 in seguito a un accordo di pace fra Jakarta ed il Movimento per la liberazione di Aceh (Gam), gruppo separatista islamico. Secondo la legge islamica, persino "le coccole" fanno parte di una serie di reati (come gioco d'azzardo, consumo di alcolici o rapporti extraconiugali) punibili con uno specifico numero di colpi di canna.
di Ornella Fulco
trapanisi.it, 7 agosto 2019
L'appello lanciato qualche mese fa sulla pagina Facebook continua a produrre frutti. Nuove donazioni, infatti, sono giunte alla Casa circondariale "Pietro Cerulli" di Trapani a beneficio dei detenuti. L'associazione Live Onlus, presieduta da Andrea Zalamena e rappresentato per l'occasione dalla tesoriera Francesca Fontana, ha donato tavolini e sedie di plastica e delle copertura in canneto da collocare nei cortili di passeggio dove i detenuti trascorrono le loro ore d'aria, un regalo particolarmente utile e gradito in questi mesi di gran caldo estivo.
Costituita nel giugno 2008, la Live Onlus ha portato a termine progetti di varia natura con i fondi raccolti attraverso le aste benefiche. A sostegno dei suoi progetti collaborano numerosi club calcistici professionistici come Parma, Livorno, Genoa, Brescia, Latina e Trapani. Tra i suoi testimonial più prestigiosi i calciatori Leonardo Bonucci, Patrick Cutrone e Alvaro Morata. La Live onlus ha fatto sapere che continuerà nella beneficienza in favore dei detenuti, attraverso ulteriori iniziative che sono attualmente allo studio.
Anche i detenuti della sezione "Ionio" del carcere trapanese hanno ricevuto in dono, dalla parrocchia "Madre della Divina Provvidenza" di Bari un calcio balilla che consentirà loro un po' di svago durante la detenzione. "Siamo lieti - si legge sulla pagina della Casa Circondariale - di sapere che in Italia esistono ancora persone che credono nei valori della solidarietà verso i soggetti più deboli della società".
di Silvio Messinetti
Il Manifesto, 7 agosto 2019
Il Riot Village di Uds, Link e Rete della conoscenza. Pronti a un "autunno caldo" di mobilitazione contro "il governo del peggioramento". Al km 227 della statale Jonica uno sbiadito cartello arcobaleno indica "Sovereto another beach project". Svolta a sinistra e si percorrono 2mila metri di sterrato tra buche, sassi e pozze d'acqua.
Poi, finalmente, "l'altra spiaggia" si apre agli occhi, in un bosco di macchia mediterranea affastellato da centinaia di tende multicolori. Il campeggio studentesco più grande d'Italia, il Riot village di Uds, Link e Rete della conoscenza si è dato appuntamento qui, sulle rive dello Jonio, per il secondo anno di fila. In un'oasi naturalistica, in mezzo a una foresta ideale per la nidificazione delle tartarughe, incorniciata da dune di sabbia color tiziano.
Il bosco e la spiaggia di Sovereto sono nel mirino di speculatori e 'ndrine da anni, in uno dei territori più mafiosi e mafiogeni d'Italia. "Nel 2017 appiccarono in pieno agosto, in pieno giorno e in più punti un incendio immenso - ci racconta all'entrata Francesco Perri, animatore dell'Arci crotonese - e solo grazie ai campeggiatori e ai volontari si è riusciti a evitare una tragedia".
L'area è presidiata nel periodo estivo da questo camping gestito dall'Arci. Che nel giro di poco tempo è diventato meta ambita di festival politico-sociali. "C'è stato prima il meeting Tende rosse dei giovani del Pdci, poi sono arrivati i dottorandi dell'Adi e dal 2018 ospitiamo il Riot. L'anno scorso hanno messo le tende per la festa nazionale quelli di Dema, il movimento di De Magistris e a fine agosto attendiamo anche il camp di Potere al Popolo".
L'oasi di Sovereto rientra nella campagna RigeneriAmo la natura, concepita da Legambiente con il supporto di Intesa San Paolo e Notte della Taranta per salvaguardare l'habitat e frenare l'erosione costiera. Il Riot è un villaggio ripartito in piazzole regionali e una "piazza nazionale". Poi c'è il palco dei concerti, l'area riunioni, lo spazio dibattiti e gruppi di lavoro, i punti ristoro. Al baretto incontriamo Giulia Biazzo, 22 anni, siciliana di Vittoria.
Da qualche tempo è la coordinatrice nazionale di Uds: "Questo Riot si può definire un ecosistema felice in mezzo alla miseria del presente. Quest'anno festeggiamo i 25 anni e ne è passata acqua sotto i ponti dal 1994 quando Uds venne fondata dalla confluenza dei gruppi di Milano con i sindacati studenteschi tosco-emiliani e i collettivi antimafia di Sicilia e Campania". Per il 25ennale sono scesi in Calabria Luciana Castellina, Don Ciotti, Francesca Chiavacci di Arci, Franco Sinopoli di Flc.
Hanno dibattuto di '68, di social forum, di lotta alle mafie nei territori. Biazzo ripercorre la lunga storia dell'Uds. Dal primo statuto degli studenti nel 1998 alla decisione di estromettere le giovanili di partito nel 1999 "per una liberazione dei saperi fuori dalle geometrie di partito". Poi la nascita della rete studentesca, Genova 2001, la decisione di andare ugualmente in Piazza Alimonda malgrado il niet della Cgil. La Cgil, appunto. "Con i confederali stringemmo un patto di lavoro, non neghiamo ci fosse una dipendenza economica da loro pur nell'indipendenza di azione politica, specie nei territori".
Poi il patto si rompe nel 2006, Uds prosegue da sola, subisce la scissione di Reds (Rete degli studenti medi) e nel 2010 guida il movimento dell'Onda. "Un grande movimento di massa contro la Riforma Gelmini, il berlusconismo, l'aziendalizzazione delle scuole, perché la crisi non volevamo né dovevamo pagarla noi".
Poi si arriva ai giorni nostri, a Renzi, alla legge 107, al 5 maggio 2017 con "lo sciopero sociale contro la buona scuola". Infine il governo giallo-bruno, "con il 30% degli studenti che vota Lega - rammenta Biazzo - L'individualismo imperante che tuttavia non vuol dire necessariamente indifferenza quanto piuttosto crisi di partecipazione come necessità di una nuova partecipazione. Il mondo scolastico di oggi genera depressione, stress, affaticamento, competizione sfrenata, solitudine, vige un sistema punitivo e afflittivo, dove le telecamere fuori dagli istituti servono al controllo sociale mentre gli edifici sono logori e vetusti. Aprire un giornaletto d'istituto è ormai complicato e fare propaganda politica un'impresa. Ecco perché c'è la necessità di un vero sindacato studentesco, un sindacato politico come direbbe Trentin". Ora la speranza degli studenti è riposta nei Fridays for future, "parole semplici per riconquistare il futuro a partire dal prossimo sciopero del 27 settembre per il futuro, il lavoro, l'ecologia". L'autunno sarà caldo, anzi caldissimo, qui ne sono tutti convinti.
"Sfideremo questo "governo del peggioramento" a cominciare dall'assemblea nazionale degli studenti di metà ottobre contro l'aziendalizzazione delle scuole, i Pcto che non superano l'alternanza scuola-lavoro ma anzi l'aggravano in nome dell'autoimprenditorialità e contro la graduale svalutazione del valore legale del diploma. E comunque reclameremo un nuovo modello di sviluppo contro razzismo e sessismo perché in ogni caso non vogliamo scuole d'oro in un mondo di merda!".
Anche gli universitari sono pronti a mobilitarsi in vista di settembre. "L'autonomia universitaria produce disuguaglianza, atenei di serie a e b - rimarca Camilla Guarino della Link - Così come nefasti sarebbero gli effetti dell'autonomia regionale differenziata. Già oggi regioni come la Calabria non coprono le borse di studio a differenza di altre come il Piemonte e rendere strutturale questa disparità sarebbe incostituzionale. Così come aberrante è il cosiddetto prestito d'onore che il ministro ha proposto. Anche noi siamo interessati ai Fridays e su questo movimento investiamo tanto, per riappropriarci del nostro futuro, cambiare la società per cambiare l'università, una università nuova, aperta, inclusiva, con finanziamenti per tutti, per dare una direzione nuova al paese".
Il village si è chiuso ieri e il bilancio è più che positivo. C'è un incremento di partecipazione inaspettato. Gli organizzatori calcolano 1.300 campeggiatori, il 40% in più del 2018. C'è fame di politica, di incontrarsi, di fare società reale, lontana dalle solfe delle dirette Facebook di Salvini e dalle panzane di "democrazia diretta" della Casaleggio Associati. La spiegazione di questo successo del Riot 2019 prova a darcela Stefano Kenji Iannillo, dell'Arci di Avellino, un attivista che di Riot non se ne perde uno da 13 anni.
"Essere riusciti a ospitare il Riot in un luogo politico gestito da Arci, in cui si fa turismo responsabile, in cui un bene comune viene restituito alla collettività e sottratto alle grinfie della mafie è di per sé un fattore determinante per il successo. Questo è un luogo includente, non gerarchico e la sinistra sulla questione di come si sta insieme, di quali luoghi si scelgono per confrontarsi ha fallito in questi anni.
Qui invece proviamo a fare pedagogia sociale, pedagogia della resistenza con prezzi popolari, Km 0, plastica 0, politica ovunque. C'è un convivere cooperativistico, turni di lavoro uguali per tutti, i giovani non sono a capo chino riversi sullo smartphone, a me sembra un piccolo socialismo eterodosso. E c'è persino l'abolizione del tempo, da buoni rivoluzionari". Arrivederci, dunque, al 2020. Per riconquistare il futuro, abbandonando le miserie del presente.
comune.fi.it, 7 agosto 2019
"La giornata di Ferragosto saremo in carcere - dichiarano i consiglieri comunali Antonella Bundu e Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) - assieme alla delegazione organizzata dall'Associazione Progetto Firenze, con i suoi membri, Tommaso Grassi e Luca Maggiora (segretario della Camera Penale di Firenze).
L'emergenza carcere non fa parte dell'agenda politica nazionale da ormai troppo tempo, in un contesto dove diminuiscono i crimini, aumentano le persone detenute ma continua a gonfiare un diffuso senso di insicurezza, colpevolmente alimentato da troppo forze politiche. La visita "cella per cella", che si inserisce all'interno dell'iniziativa a nazionale "Ferragosto in carcere" del Partito Radicale, sarà indispensabile per proseguire il nostro impegno su questa tematica. Ribadiamo inoltre quanto chiesto il primo luglio, che il Garante dei detenuti del Comune di Firenze possa essere scelto dal Consiglio Comunale o almeno tramite bando, per dare la giusta rilevanza a una figura importantissima per creare un ponte tra Sollicciano, Gozzini e la città".
Il comunicato stampa
La mancata approvazione del nuovo ordinamento penitenziario ha dato l'ultimo, e definitivo contributo, per distogliere l'attenzione dall'emergenza carcere, ormai divenuta ordinaria amministrazione. In un momento storico, come quello attuale, in cui si invocano continuamente politiche di carcerazione e di repressione, mortificando così l'istituto dell'esecuzione esterna, i luoghi dell'esecuzione della pena subiscono ulteriori forti stress strutturali e funzionali. Una lunga serie di emergenze continua a imporsi su un sistema in crisi cronica prendendo il sopravvento all'interno del già difficile meccanismo della carcerazione: sovraffollamento, grosse difficoltà strutturali, mancanza di prevenzione e di tutele e sanitarie, difficile applicazione dei percorsi di rieducazione e risocializzazione, mancanza di personale specializzato, scarsa attenzione alle misure alternative, ostacoli alla piena attuazione della legge 81 per la gestione delle patologie psichiatriche. Il carcere in Italia continua ad allontanarsi sempre di più dal rispetto dei precetti costituzionali sulla finalità della pena.
Per queste ragioni, il Partito Radicale ha organizzato una nuova serie di visite in numerosi istituti penitenziari lungo tutta la Penisola. L'iniziativa, che si svolgerà nei giorni 15-18 agosto coprendo il maggior numero possibile di carceri, coinvolgendo parlamentari, sindaci, consiglieri regionali e comunali, per non pochi dei quali questa sarà la prima visita nei luoghi della pena in Italia.
A Firenze, il prossimo 15 agosto, il carcere di Sollicciano sarà visitato da una delegazione composta da attivisti dell'Associazione Progetto Firenze, dal segretario della Camera Penale fiorentina e dai consiglieri comunali del gruppo Sinistra Progetto Comune. La loro sarà una visita "cella per cella" con l'obiettivo di verificarne di persona e in dettaglio le problematiche e continuare a costruire un ponte tra il carcere cittadino, le istituzioni, e la città.
La delegazione sarà composta da:
Antonella Bundu, consigliera comunale Sinistra Progetto Comune; Dmitrij Palagi, consigliere comunale Sinistra Progetto Comune; Luca Maggiora, segretario Camera Penale di Firenze; Grazia Galli, Associazione Progetto Firenze; Sandra Gesualdi, Associazione Progetto Firenze; Maria Milani, Associazione Progetto Firenze; Sandra Gesualdi, Associazione Progetto Firenze; Emanuele Baciocchi, Associazione Progetto Firenze; Massimo Lensi, Associazione Progetto Firenze (responsabile delegazione); Tommaso Grassi, ex consigliere comunale Firenze Riparte a Sinistra.
di Elia De Caro
Il Manifesto, 7 agosto 2019
Dopo la sentenza n. 30475/19 del 30.5.2019 delle Sezioni unite della Cassazione sulla commercializzazione dei derivati della cannabis sativa L il mondo dei produttori e dei commercianti di tali prodotti si sta interrogando sulle possibili applicazioni pratiche. In un primo momento sono intervenute tre distinte ordinanze dei tribunali del riesame di Genova, di Salerno e di Ancona i quali hanno stabilito che possono essere lecitamente commercializzati tutti i prodotti con una percentuale di principio attivo inferiore allo 0,5% di Thc in quanto non stupefacenti o psicotropi e che i sequestri al fine di condurre le analisi per il rilevamento del principio vanno effettuati a campione e non su tutte le confezioni di tali prodotti.
Queste pronunce avevano riaperto spiragli sulla commercializzazione dei derivati della canapa sativa L sempre che avessero un tenore di principio attivo inferiore allo 0,5%. Una più rigida applicazione dei principi statuiti nella sentenza delle Sezioni unite viene invece avanzata dalla Procura di Parma che ha proceduto ad una massiva azione di perquisizioni e di sequestri contro una serie di commercianti e produttori/commercianti di derivati della canapa.
La tesi della procura parmense è quella per cui la cessione, la vendita e in generale la commercializzazione al pubblico dei derivati della cannabis sativa L quali infiorescenze, olio, resina, sono condotte che integrano il reato di cui al 73 Dpr 309/90 anche a fronte di un contenuto di thc inferiore ai valori indicati all'art. 4 commi 5 e 7 della L. 242/2016 (ovvero allo 0,6%) salvo che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa secondo il principio di offensività.
Si afferma quindi un divieto pressoché assoluto della commercializzazione di tali derivati e si dispone il sequestro di tutte le scorte di tali prodotti presso una serie di aziende che provvedono alla loro commercializzazione nonché di tutta una serie di prodotti la cui commercializzazione è senza dubbio lecita quali accendini, cartine, macinini, gas butano, estrattori ritenendoli cose pertinenti al reato in quanto comprovanti una finalità ricreativa dei prodotti messi in vendita.
La Procura parmense porta alle estreme conseguenze l'interpretazione restrittiva data dalle Sezioni unite sulla materia, una pronuncia quella del 30 maggio che in alcune parti si palesa quale illogica. Si sostiene infatti che possono detenere solo i prodotti tassativamente elencati dall'art 2 comma II della L. 242/16 quali carburanti e/o fibre ma non "hashish" e "marijuana", dimenticandosi volutamente che tra le destinazioni lecite della legge vi siano la produzione di alimenti e cosmetici (secondo la normativa di settore) e il florovivaismo che secondo la Enciclopedia Treccani è "attività professionale di coltura e vendita di piante e fiori recisi a scopo ornamentale".
Come autorevolmente sostenuto su questa rubrica dal Presidente di Magistratura Democratica Riccardo De Vito, (il manifesto 31 luglio 2019) la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione non ha definitivamente chiarito l'estensione dell'ambito di applicazione della L. 242/2016, se da un lato, e con una certa coloritura ideologica, si sostiene il divieto di commercializzazione dei derivati quali olio, infiorescenze e resina dall'altro rimanda al Giudice di merito l'accertamento dell'offensività della condotta e della presenza di effetto drogante, giungendo anche a confondere il principio di offensività con il non penalmente rilevante. Vedremo come si pronunceranno sul punto i giudici del Tribunale del riesame parmense adito dagli indagati di quell'inchiesta e se daranno un'interpretazione in linea con tale orientamento o se invece si attesteranno sulle posizioni assunte dalla Procura.
di Sebastiano Canetta
Il Manifesto, 7 agosto 2019
Un'inchiesta della tv tedesca Ard, insieme al Guardian e al centro di ricerca Correctiv, svela la complicità negli abusi dell'agenzia per la protezione delle frontiere dell'Unione europea in Bulgaria, Ungheria e Grecia. È l'inquietante "sistema Frontex" - l'agenzia per la protezione delle frontiere dell'Unione europea - scoperchiato dall'inchiesta della tv pubblica tedesca. Sotto i riflettori accesi insieme al Guardian e al centro di ricerca Correctiv, le gravi violazioni dei diritti umani dei funzionari della polizia di confine di Bulgaria, Ungheria e Grecia. Dimostrate non attraverso le testimonianze dei profughi o video "clandestini" ma con i documenti ufficiali dell'agenzia. Secondo cui i funzionari di Frontex sono perfettamente a conoscenza delle violenze sui migranti e le coprono sistematicamente. Così almeno risulta dall'inchiesta basata sull'analisi dettagliata di centinaia di rapporti a uso riservato.
Un'indagine scioccante per la Commissione di Bruxelles attualmente presieduta da Ursula von Der Leyen, il suo portavoce ieri ha fatto ufficialmente sapere che "qualunque forma di violenza o abuso nei confronti di migranti o rifugiati è inaccettabile"; prima di precisare, però, che le accuse verranno esaminate "con Frontex che dovrà assumere adeguati provvedimenti". Difficile, se come fa notare l'inchiesta "l'autorità stessa viola ripetutamente le norme sui diritti umani nei voli di espulsione". Eppure "dentro Frontex esiste un meccanismo speciale: i funzionari possono segnalare episodi del genere. Poi la nostra agenzia contatta lo Stato interessato e discute della situazione. Possiamo anche interrompere le operazioni se necessario" spiega il portavoce Krzysztof Borowski.
Peccato che nessuno abbia mai fatto scattare il protocollo. Anzi, per Frontex, nel ruolo di coordinatore dei confini esterni dell'Ue, si profila la collaborazione nel senso peggiore del termine. Ne sono consapevoli per primi i suoi funzionari. "L'agenzia deve stare ben attenta a non diventare complice delle violazioni dei diritti umani. Se il coinvolgimento di Frontex porta a ciò oppure non fa niente per eliminarle si deve ritirare. Questo deve essere il comportamento di un'agenzia dell'Unione europea" conferma Stefan Kessler che a Frontex fornisce la consulenza sui diritti umani.
Soprattutto di fronte a un'inchiesta spaventosa sotto tutti i profili, come ben riassume il quotidiano Tageszeitung: "Il lavoro della libera informazione è riuscito a riprodurre almeno parzialmente il quadro esistente di arbitrarietà e disprezzo per l'umanità che oggi caratterizza la sicurezza delle frontiere europee. Ed è basata sui rapporti e relazioni interne della stessa Frontex".
Nella fotografia della gestione dei confini comunitari spicca l'informativa riservata dello scorso marzo che "fornisce approfondimenti su ciò che sta accadendo a bordo dei voli di espulsione, che l'agenzia sta effettuando sempre più; ovvero che i funzionari di Frontex violano sistematicamente le leggi sui diritti umani" dettaglia l'anticipazione del report di Ard, Guardian e Correctiv. Mentre l'ombudsman greco Andreas Potakis, impegnato nelle trattative tra Atene e Bruxelles proprio su Frontex, fa notare che "un'agenzia dell'Unione europea che utilizza o permette standard di diritto decisamente inferiori rispetto a ciò che richiede agli Stati membri perde la sua autorità morale".
Già fatto, a quanto risulta dalle frasi estrapolate dall'inchiesta che verrà trasmessa oggi in prime-time, come "colpire" (fisicamente), "uso eccessivo della forza" e "maltrattamento dei rifugiati". Praticamente, una confessione. Come se non bastasse, in calce a un numero rilevante di informative riservate si può leggere: "caso chiuso", mentre Kessler racconta che il suo Forum consultivo "ha chiesto più volte a Frontex di terminare le operazioni al confine ungherese ma senza successo".
Una brutta cornice, che non regge il bel quadro nelle mani della neopresidente Ue, Ursula von der Leyen: prevede di portare a 10mila gli attuali 1.500 dipendenti di Frontex entro il 2027. Fosse per lei l'obiettivo dovrebbe essere raggiunto già fra tre anni e mezzo, mentre si è appena assicurata l'esplosione del budget per i prossimi anni, quantificabile nello stratosferico aumento del 500%. A lanciare l'allarme su Ard sarà anche il trentenne eurodeputato dei Verdi, Erik Marquardt: "È molto pericoloso quando un'agenzia cresce così velocemente. Finora abbiamo cercato di ottenere almeno l'1% degli stanziamenti per la tutela dei diritti umani. Se va bene, ci verrà concesso lo 0,2%".
di Alessandro Cannavò
Corriere della Sera, 7 agosto 2019
Prende forma il nuovo spettacolo della storica compagnia del carcere di Volterra. E ora nella Rocca medicea che lo ospita si pensa di costruire un teatro stabile. Da oltre trent'anni Armando Punzo riesce a far "evadere" i detenuti del Carcere di Volterra attraverso il percorso teatrale che conduce con la Compagnia della Fortezza. Un'esperienza ormai conosciuta da un vasto pubblico e consacrata dalle istituzioni, anche se le ostilità e i pregiudizi sono sempre in agguato. E però ogni estate, quando per alcune giornate i portoni della prigione si aprono agli spettatori esterni, la rappresentazione alla Fortezza diventa un evento memorabile mantenendo intatta la forza che scaturisce dal contrasto tra la fisicità possente del carcere e il valore spirituale della ricerca artistica.
La doppia bellezza - Se parliamo di questa realtà all'interno de Il Bello dell'Italia è perché alla intatta bellezza di Volterra che ha nella fortezza medicea svettante sulla val Cecina il suo marchio inconfondibile, si aggiunge l'anelito incessante di un'altra bellezza, quella che può dare la speranza di una rigenerazione umana. Sia chiaro: Armando Punzo, autore, regista, attore, asciutto nei modi tanto quanto nel fisico, non ha mai avuto intenzione di creare un'attività artistico-sociale per i carcerati, una delle tante (benemerite) che cercano di riempire e dare un senso alle giornate di chi si trova dietro le sbarre. Ma ha trovato nel carcere (e quello di Volterra, per tanto tempo di massima sicurezza, risuona ancora, tra gli altri, degli echi sinistri della stagione del terrorismo) l'ambiente ideale per dimostrare il potere di trasformazione del teatro.Le vite drammatiche di persone condannate a lunghe pene (alcuni detenuti sono anche ergastolani) diventano il terreno fertile per una possibile metamorfosi.
L'allontanamento da sé - C'è un'idea di fondo che guida il lavoro di Punzo attorno a questo trentennale: è il distaccamento graduale dalle umane passioni, quelle che portano alla sopraffazione, alla violenza, al dolore. Un percorso dantesco che ha come protagonisti-spettatori Lui e il Bambino. Già nel 2016, nel finale di Dopo la Tempesta, riflessione sulla tragedia shakespeariana, i due personaggi prendendosi per mano voltavano le spalle a quel mondo di intrighi raccontato dal grande drammaturgo inglese per intraprendere un viaggio di allontanamento da sé. Che l'anno scorso aveva trovato un primo approdo in Beatitudo, con la rievocazione (attorno a un suggestivo lago/liquido amniotico che occupava la superficie del cortile della fortezza) dei personaggi simbolisti e dunque senza tempo di Borges. Ora siamo alla terza fase, che come ogni nuova avventura teatrale di Punzo si articola in due anni di lavoro. Ed è la più ardua. Perché Naturae - Ouverture, questo il titolo dello spettacolo di cui è stata presentata una prima versione/studio in attesa della forma definitiva in scena nel 2020, non vuole riflettere solo sul rapporto tra l'uomo e il resto del creato, del tutto indifferente (e superiore) alle nostre esistenze; ma cerca, dice Punzo, "di scoprire quelle nature che sono dentro di noi, un mondo intero di qualità che cercano di emergere dal pozzo in cui le abbiamo relegate: Armonia, Letizia, Stupore, Innocenza".
L'astrazione che si fa spettacolo - Come si traduce sulla scena questa splendida utopia che aspira a trasformare l'Homo sapiens in Homo felix? Qui sta la cifra inconfondibile degli spettacoli della Fortezza: rappresentare l'astrazione con la forza e la bellezza concreta dei corpi e delle parole, dei costumi e dei trucchi, delle musiche e dei silenzi. Un lavoro corale di alta qualità che vede nel corso dell'anno i detenuti partecipanti a questa esperienza attorniati da molti professionisti e volontari, pronti ad aiutare e ad insegnare ogni aspetto della fabbrica teatrale. Quest'anno il "viaggio" è cominciato sotto una frondosa robinia, luogo di accoglienza e conforto che smorza l'inquietudine del cortile della prigione: un uomo che ruota su sé stesso con lo sguardo verso l'alto, una donna che sale su una scala diretta all'infinito. I versi declamati sono frutto di una scrittura drammaturgica che prende spunto da molti testi.
Punzo ama citarne uno per tutti, il Verbo degli uccelli del poeta persiano Farid al-din Attar. Poi ecco avanzare ieratica l'armata (un'immagine ricorrente di Punzo) munita di canne di bambù al posto delle lance, di cappelli con piume di volatili invece che degli elmi. O addirittura di velieri. In mano, ogni "soldato" porta una piantina diversa, un "esercito" di specie vegetali da abbeverare con la speranza. Forme circolari di un sole dorato toccano i volti e si completano negli abiti. Le musiche originali sono coinvolgenti, i tamburi dal vivo accentuano il senso di ritualità.
Nel gioco dei simboli, la mela rossa del peccato originale diventa lo strumento per recuperare l'innocenza, il totem da mangiare e poi si ripresenta moltiplicata nella forma armonica di una spirale. L'altro emblema ricorrente è rappresentato dal sale, elemento indispensabile per la vita. Lo svolgimento di questo studio prevedeva anche il passaggio degli spettatori nelle "gabbie" per l'ora d'aria dei detenuti sottoposti a trattamenti di detenzione di sicurezza.
Qui gli attori sommersi dal sale declamavano riflessioni esistenziali. Immagini plastiche, come quella di una donna distesa su un tavolo e coperta da un panno bagnato, un "quadro" che rimanda al Cristo velato della Cappella San Severo a Napoli. E ancora, una scena corale all'interno di una chiesetta sotterranea, uno degli angoli sorprendenti che rivelano la storia stratificata della Fortezza di Volterra. Questo peregrinare visivo e interiore può affascinare o anche risultare eccessivo e faticoso. Sarà interessante, come sempre, vedere l'anno prossimo Naturae nella sua forma definitiva (magari del tutto trasformata).
La scommessa del teatro stabile - Resta, questa della Fortezza, un'esperienza unica, che ha emanato la sua energia anche fuori dal carcere rilanciando l'immagine di Volterra. Ecco che si riaffronta (dopo tanti anni di dibattiti che non hanno avuto alcuno sviluppo) il tema della costruzione di un teatro stabile, un luogo più idoneo per lo studio, i laboratori, i workshop che costituiscono l'attività teatrale costante del carcere di Volterra durante l'anno; luogo in cui studenti, ricercatori, artisti, entrano in contatto con la realtà carceraria.
Verifiche archeologiche permettendo, (Volterra rivela ovunque nel sottosuolo il suo glorioso passato etrusco e qui sulla rocca della fortezza nell'antichità c'era l'acropoli) si potrà avviare la fase progettuale. I finanziamenti in gran parte ci sono già. Sarà per Punzo e la sua Compagnia un punto di ripartenza. Che però si nutre di 30 anni di utopia coltivata e realizzata.
Un tempo che il regista ha voluto ripercorrere con il libro "Un'idea più grande di me" (Luca Sossella Editore) nella forma di conversazione con Rossella Menna, da sempre testimone del lavoro della compagnia. È il ritratto di un uomo insofferente a ogni schema che ha trovato una grande, insolita famiglia per perseguire il suo sogno. Che poi è il sogno di tutti noi.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 7 agosto 2019
A dei carcerati è stato concesso di andare da Roma a S. Maria di Leuca a piedi. La serie "Boez-Andiamo via", prodotta da Rai fiction, andrà in onda su Raitre dal 2 settembre. "Il giudice mi ha tolto la patria potestà e non ha sbagliato, perché la legge dice che con la vita che facevo io non potevo crescere i figli - racconta Francesco, boss figlio di boss, condannato per estorsioni, rapina e sequestro di persona. Questo viaggio serve per dimostrare anzitutto a me stesso che sono migliore di quello che ero, che ce la posso fare anche con una vita diversa da quella che ho fatto". E Maria, origini nomadi, arrestata prima di compiere 16 anni per furto, un matrimonio imposto e vissuto "come uno stupro", un'incurabile fobia per i serpenti: "Da noi i maschi sono viziati e considerati migliori, qui invece siamo tutti uguali".
Il traguardo è l'inizio - Francesco e Maria parlano mentre camminano insieme ad Alessandro, Kekko, Matteo e Omar, altri giovani detenuti dall'aspetto già adulto; un viaggio a piedi lungo e faticoso, da Roma a Santa Maria di Leuca, la punta estrema dello stivale: 800 chilometri in 60 giorni attraverso l'antica via francigena, che un tempo conduceva i pellegrini in Terrasanta e adesso consente a sei carcerati di riavvicinarsi al mondo che s'erano lasciati alle spalle entrando in prigione. Un presente senza sbarre e muri che può trasformarsi in futuro; un cammino verso la liberazione definitiva che passa dal recupero di se stessi. "Arrivare in fondo sarà un traguardo, ma anche un nuovo inizio", confida Kekko, la pelle coperta di tatuaggi a testimonianza della vita vissuta finora - manette, pistole, il leone che credeva di essere - ma con uno spazio ancora intonso su una gamba: "Qui ci andrà la Statua della libertà, accompagnata dalla scritta "libero da tutto".
Tra tensioni e speranze - Il raggiungimento della meta diventerà il punto di ripartenza per un'esistenza diversa che comincia a prendere forma lungo il cammino: tappe da 15 o 20 chilometri, notti in tenda o in ricoveri che dipendono dall'ospitalità degli altri, 15 euro al giorno che devono bastare per tutto, l'aiuto e l'ascolto reciproco accompagnati da una guida di lunghe distanze, Marco, e un'educatrice con esperienza di dinamiche di gruppo, Ilaria. Un'esperienza resa possibile dal ministero della Giustizia che ora è narrata da "Boez-Andiamo via", una serie tv di 10 episodi prodotta da Rai fiction trasmessa da Raitre a partire dal 2 settembre. Un reality innovativo e un po' "rivoluzionario" come il progetto di base, scandito dai passi dei sei protagonisti che a volte s'interrompono per via di tensioni e contrasti che qualcuno vorrebbe risolvere secondo le vecchie abitudini; ma la logica del gruppo impone il confronto e la necessità di comprendere le ragioni degli altri. Pratiche sconosciute a chi rispettava solo la legge del più forte ma adesso, attraverso il dialogo, scopre una nuova dimensione delle regole e dell'amicizia: "Sulla strada non c'è amicizia ma solo interesse. Qui è diverso". Da fuorilegge pensavano di essere liberi, sbagliando : "Sulla strada non sei mai libero; forse lo sei per la giustizia, finché non ti prendono, ma dentro di te no. Ora invece mi sento libero perché non devo dimostrare niente a nessuno".
Orgoglio e pregiudizio - La strada non è più terreno di conquista, ma diventa uno spazio dove incontrare persone che offrono ospitalità e svelano esperienze diverse, usi e costumi sconosciuti. È il mondo di fuori che aiuta a guardarsi dentro, a rivalutare il valore dei soldi guadagnati con fatica e difficoltà, che fanno svanire il fascino della malavita. "A me piaceva incutere il terrore nelle persone, e adesso se ci ripenso mi faccio schifo da solo", confessa Alessandro, che però sceglie di sottrarsi a una serata con una comunità di profughi: "Sento un attrito verso di loro che non riesco a superare, e siccome è meglio prevenire che curare preferisco non vederli proprio". Si apre un dibattito, Marco - la guida - spiega che se avesse seguito lo stesso pregiudizio nei confronti suoi e degli altri detenuti non avrebbe vissuto l'esperienza più importante della sua vita. Finché Alessandro ammette: "Devo ampliare le mie vedute". E il cammino prosegue.
La Nuova Sardegna, 7 agosto 2019
Sembrava una impresa impossibile, un appuntamento ormai perso per questioni di tempo e per qualche disattenzione di troppo. Invece l'iniziativa della Nuova Sardegna che ha sollevato il rischio della cancellazione dell'esibizione del candeliere dei detenuti nel carcere di Bancali ha portato il risultato sperato. Il candeliere di San Sebastiano ballerà in carcere, a Bancali.
La conferma è arrivata ieri pomeriggio direttamente dal Comune: "Alle 9,30 nella Casa circondariale "Giovanni Bacchiddu" di Bancali, organizzata dalla direzione dell'istituto, ci sarà l'esibizione del Candeliere di San Sebastiano, alla presenza del sindaco Gian Vittorio Campus e della giunta. Durante l'evento il sindaco ringrazierà la direttrice Patrizia Incollu e consegnerà ai detenuti una targa in ricordo dell'iniziativa".
Non tutto quello che a prima vista non si può fare e si considera definitivamente saltato, quindi, deve essere considerato cancellato. Ed è curioso che questa lezione arrivi direttamente dal carcere. Anche il segretario dell'Integremio Fabio Madau aveva dichiarato alla Nuova che non c'erano più i margini per organizzare la sfilata in carcere. "Gli altri anni già da luglio avevamo preso accordi con la direzione dell'istituto, con il garante dei detenuti e con il Comune". La corsa contro il tempo per difendere quella parentesi di libertà dentro il carcere e consentire ai detenuti di partecipare alle tradizioni di Sassari è salva. A volte si può fare. E basta davvero poco.
di Stefania Mangia
Il Messaggero, 7 agosto 2019
Affollata presentazione, l'altra sera alla Mondadori, di "Liberi dentro", libro di Ezio Savasta, seduto di fronte ad una platea interessata. Racconti emozionanti, i suoi, di un volontario della Comunità di Sant'Egidio che dal 1992 visita ed aiuta detenuti dei penitenziari romani, instaurando con loro rapporti di autentica amicizia.
"Il sentirsi importanti per qualcuno, per uno di noi volontari, spesso allontana da gesti inconsulti detenuti soli, lontani da casa o privi di famiglia. - ha sottolineato Savasta. La speranza è che in queste pagine la distanza e la separazione tra il mondo degli uomini liberi e quello della detenzione si possa accorciare e che, dopo averlo letto, passando vicino alle mura di un carcere, che a Civitavecchia sono nella città, si abbia la consapevolezza di quanta umanità e sofferenza ci siano dietro quelle sbarre".
Una sofferenza forte, dura, come traspare anche dalle sincere parole del giudice onorario del Foro locale, Anna Puliafito, ospite della presentazione. Ma la città quanto sa di tutto ciò? Il libro di Savasta è servito a fare un po' di luce sulla complessa macchina di attività quotidiane nei due penitenziari di Via Tarquinia e via Aurelia Nord, alimentate da una serie di realtà (la Asl è tra queste). Attività che sarebbe impraticabile senza la volontà della direzione della Casa Circondariale e della Casa di reclusione, e senza la collaborazione del personale tutto della Polizia penitenziaria con gli educatori.
"Tra i primi nel Lazio ad entrare nelle carceri con il dipartimento di salute mentale, che abbiamo riorganizzato - ha raccontato il commissario straordinario Asl Rmf 4, Giuseppe Quintavalle - grazie al protocollo d'intesa con la direttrice Bravetti ora abbiamo le linee guida sulla prevenzione dei suicidi.
Con la musicoterapia abbiamo avviato una progettualità di riabilitazione per pazienti con disturbi psichici che, subito visitati appena arrivano e sottoposti a test da parte del nostro personale, se valutati "a rischio" sono destinatari del corso di formazione per "Peer supporter" (arrivato alla quarta edizione). Che significa? Su base volontaria un detenuto diventa "coach", quindi confidente ed amico del detenuto in difficoltà, per alleviare gli effetti dell'esecuzione della pena".
"La direzione ha consentito alla Asl di svolgere al meglio il suo lavoro all'interno delle carceri per mezzo di attività per detenuti con problemi psichici (attraverso l'azione congiunta di Sert e Csm), per offrire un servizio completo al territorio - ha spiegato la direttrice, Patrizia Bravetti.
Era il 2009 quando autorizzai la campagna della Comunità di Sant'Egidio "Liberate i prigionieri in Africa" con la raccolta di 1 euro per liberare altri detenuti nel mondo. Nell'ottica di vicinanza agli ultimi, poi, i pranzi di Natale sono diventati fondamentali, con il risultato, grazie a Massimo Magnano e ai suoi collaboratori, di ben tre fatti quest'anno: uno al femminile e due per gli uomini.
Ciò affianca innumerevoli altri progetti che come amministrazione penitenziaria portiamo avanti da tempo con il territorio per migliorare la vita del detenuto (Scuole, Associazione teatrale "Blue in the face", Università, tenimento agricolo, etc.) - ha concluso - frutto dell'enorme lavoro di collaborazione svolto dal personale della Polizia penitenziaria in una ricca interazione tra carcere e territorio".
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