La Repubblica, 22 giugno 2019
Altro che "Paese sicuro". Persone detenute e malate, colpevoli di essere migranti, abbandonate a se stesse, senza nessuna assistenza. Negli ultimi 9 mesi, almeno 22 persone sono morte per malattie, probabilmente tubercolosi, nei centri di detenzione di Zintan e Gharyan, che si trovano nel Gebel Nefusa, una regione montagnosa a sud di Tripoli. La situazione sanitaria catastrofica, riscontrata dalle équipe mediche di Medici Senza Frontiere (Msf) in questi due centri, conferma questo bilancio allarmante. Per mesi, in alcuni casi addirittura per anni, centinaia di persone, bisognose di protezione internazionale e registrate come rifugiati o richiedenti asilo dall'Unhcr, sono state abbandonate in questi centri, praticamente senza assistenza. Dal settembre 2018 a oggi sono morte in media da due a tre persone ogni mese.
Centinaia di persone in capannoni sovraffollati. Quando MSF si è recata sul posto per la prima volta lo scorso maggio, circa 900 persone erano detenute a Zintan, di cui 700 in un capannone sovraffollato, con a malapena quattro servizi igienici funzionanti, accesso irregolare ad acqua non potabile e nessuna doccia. "È stata una catastrofe sanitaria" dichiara Julien Raickman, capomissione di Msf in Libia. Probabilmente da mesi era in corso un'epidemia di tubercolosi. La situazione era così critica che durante le nostre prime visite abbiamo dovuto provvedere a diversi trasferimenti di emergenza verso alcuni ospedali".
I trasferimenti in strutture secondarie. Tra il 25 maggio e il 19 giugno Msf ha organizzato 16 trasferimenti verso strutture sanitarie secondarie, oltre a distribuire cibo, latte in polvere, coperte e articoli per l'igiene. Avendo ottenuto l'accesso al centro di detenzione di Zintan dal Dipartimento per il contrasto all'immigrazione illegale libico (Dcim), Msf sta aumentando la sua risposta medico umanitaria. Nel frattempo le visite mediche e i trasferimenti verso gli ospedali sono ancora in corso e lo staff di Msf sta lavorando alla riparazione del sistema di approvvigionamento idrico.
Gli arrivi principalmente da Eritrea e Somalia. Le persone rinchiuse nei centri di detenzione di Zintan e Gharyan vengono principalmente dall'Eritrea e dalla Somalia e sono sopravvissute a esperienze terrificanti durante il loro lungo percorso in Libia. Nonostante esistano i meccanismi per traferire questi rifugiati e richiedenti asilo in paesi in cui le loro richieste di protezione possano essere esaminate, sono drammaticamente sottoutilizzati (da novembre 2017, solo 3.743 persone sono state evacuate dalla Libia dall'Unhcr, principalmente in Niger, dove devono aspettare che un paese conceda loro asilo).
Condannati a un ciclo di violenze e detenzione. Il 3 giugno scorso l'Unhcr ha trasferito 96 persone dal centro di detenzione di Zintan verso un sito gestito dalla stessa agenzia delle Nazioni Unite a Tripoli, dove i rifugiati sono in attesa di un'imminente evacuazione dalla Libia. "Cosa accadrà ora agli altri 625 rifugiati rimasti nei centri di detenzione di Zintan e Gharyan? Cosa accadrà a quelle persone che siamo riusciti a trasferire in ospedale quando avranno terminato il loro ciclo di cure?" si interroga Raickman di Msf. Invece di essere fuori pericolo e ricevere la protezione di cui hanno diritto, questi rifugiati e richiedenti asilo sono condannati a un ciclo di violenze e detenzioni. Questo è il tragico e comune calvario, ormai ampiamente documentato, a cui sono esposti migranti e i rifugiati in Libia, ma ciò nonostante gli stati europei continuano a contribuire ai loro respingimenti, pur consapevoli sia una violazione del diritto internazionale.
"Non so dove sia il mio posto in questo mondo". "Siamo abbandonati qui. Non possiamo tornare indietro e nessuno ci vuole da qualche altra parte. Davvero non so dove sia il mio posto in questo mondo" racconta un rifugiato eritreo di circa vent'anni a Zintan. Alcuni dei rifugiati nei centri di detenzione di Zintan e Gharyan raccontano di aver subito la pratica dei rapimenti per ottenere soldi dalle loro famiglie per il rilascio. C'è poi chi ha cercato di attraversare il Mediterraneo alla ricerca di un luogo sicuro, ma sono stati respinti dalla Guardia costiera libica, supportata ed equipaggiata dagli stati europei. Una volta a terra, sono stati riportati nei centri di detenzione lungo la costa libica.
Intrappolati nelle aree di combattimento. Nei mesi precedenti circa 50 persone detenute a Zintan, le cui condizioni di salute erano state considerate tra le più a rischio, sono state trasferite presso il centro di Gharyan. Situato a circa 100 chilometri a nord-est di Zintan, questo sito si trova sulla linea del fronte del conflitto in corso tra il governo libico riconosciuto dalle Nazioni Unite basato a Tripoli e l'esercito nazionale libico (Lna) fedele a Khalifa Haftar. Qui i detenuti sono intrappolati nelle aree dei combattimenti dove la situazione è particolarmente pericolosa e imprevedibile. La circolazione delle ambulanze e gli spostamenti dei soccorritori possono essere ostacolati in qualsiasi momento, mettendo a repentaglio la capacità di organizzare rapidamente i trasferimenti verso gli ospedali, misure di vitale importanza quando ce n'è necessità. 29 persone sono attualmente detenute nel centro di Gharyan.
In mezzo al fuoco delle battaglie tra milizie rivali. Altri ancora, detenuti da reti di trafficanti a Sabratha, sono rimasti intrappolati nei combattimenti tra milizie rivali scoppiati nella città durante l'ottobre 2017 e successivamente trasferiti nei centri di detenzione di Tripoli. In quel periodo, con più di 20.000 detenuti, veniva raggiunto un picco di presenze nei centri di detenzione.
Anche durante i combattimenti a Tripoli nell'agosto 2018, i migranti e rifugiati rinchiusi nei centri in città venivano trasferiti in quello di Zintan, lontani dalla linea del fronte ma ancor più isolati, in condizioni disperate e con scarso accesso alle cure mediche.
Bisogna provvedere a portarli via da lì prima possibile. "Questo è un altro terribile esempio di come il trasferimento di rifugiati e migranti da un centro di detenzione a un altro non serva a proteggerli dai pericoli potenzialmente letali che affrontano in Libia.
Occorre provvedere urgentemente a una loro evacuazione dal paese", sostiene Raickman di Msf, che chiede che le evacuazioni dalla Libia siano immediatamente rafforzate. "Questo è possibile solo se i paesi sicuri in Europa o altrove rispettano i loro obblighi in materia di asilo e se gli stati europei interrompono la loro orribile e illegale politica di respingimento forzato in Libia. Zintan non è un'eccezione: è un brutale esempio di come questo sistema di detenzione, deliberatamente alimentato dall'Europa, stia mettendo in pericolo la vita dei rifugiati" conclude Raickman di Msf.
Migranti.Volontario portoghese rischia20anni in Italia.Conte al premier Costa:"Non posso intervenire
di Tommaso Ciriaco
La Repubblica, 22 giugno 2019
Il ragazzo, 25 anni, era imbarcato sulla Iuventa della ong tedesca Jugend Rettet ed è accusato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Secco confronto a margine del Consiglio europeo a Bruxelles. Nel corso di un bilaterale tra il premier italiano Giuseppe Conte e il suo omologo Antonio Costa, primo ministro del Portogallo, si è discusso del caso del portoghese Miguel Duarte. Il giovane, 25 anni, è sotto inchiesta in Italia dal 2018 per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e secondo i media portoghesi rischia fino a 20 anni di carcere. Il volontario, 25 anni, laureando in fisica, si è imbarcato sulla Iuventa, imbarcazione della Ong Jugend Rettet - dicono in Portogallo - spinto dalla voglia di salvare vite nel Mediterraneo.
La nave è stata sequestrata dalle autorità italiane nel 2017. Duarte è stato fermato insieme al resto dell'equipaggio e ora rischia 20 anni. Pena che per media e opinione pubblica portoghese è decisamente sproporzionata, tanto che è partita una campagna politica e sui social sotto lo slogan "salvare vite umane non è un reato". Un caso al quale si è interessato anche il governo di Lisbona.
Tanto che a Bruxelles il premier Costa durante una bilaterale ha sollevato il caso con Conte, chiedendo come fosse possibile rischiare 20 anni di prigione per un caso simile. Un'attenzione già manifestata pubblicamente dal ministro degli Esteri di Lisbona nei giorni scorsi. Costa, insieme allo spagnolo Pedro Sanchez, è la stella del centrosinistra europeo e il suo ministro delle Finanze, Mario Centeno, è presidente dell'Eurogruppo, forte della capacità del suo governo di avere rilanciato la crescita mentre risanava i conti. Entrambi sono tra i politici più impegnati ad evitare la procedura sul debito italiano, tra i pochi alleati di Roma su questo dossier.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 22 giugno 2019
A bordo della nave, da 9 giorni davanti alla costa di Lampedusa, le condizioni sono critiche, ma Salvini insiste: "Chi entra lo decide il Viminale". "Con una motovedetta della Guardia costiera, a Lampedusa sono sbarcate 81 persone partite dalla Libia. I 43 naufraghi a bordo di Sea Watch rimangono bloccati in mare dal 12 giugno. Quanto deve durare questa ipocrita e disumana messinscena?": questa la domanda posta via twitter ieri mattina dalla Ong tedesca.
Bloccati a 16 miglia da Lampedusa, arrivati al nono giorno, diventa sempre più difficile tenere la calma tra i naufraghi: "Abbiamo molti pazienti con dolori, qui non curabili, provocati dalle torture e non possiamo gestire la situazione ancora a lungo - ha spiegato la dottoressa di bordo, Verena. Abbiamo bisogno di un porto sicuro".
E ancora: "Fa sempre più caldo, soprattutto nella zona in cui stanno le persone. Hanno problemi di disidratazione, cosa sulla quale non possiamo intervenire. In molti hanno vissuto traumi e torture, hanno bisogno di supporto psicologico. Invece si trovano in uno spazio molto ristretto e non possiamo prevedere come potranno reagire allo stress, che sta aumentando con il passare dei giorni".
L'Onu è tornata a chiedere al governo di rimuovere il divieto: "L'Italia ha la responsabilità di farli sbarcare, nessuno dovrebbe tornare nella Libia scossa dalla guerra - ha spiegato il portavoce dell'Unhcr, Babar Baloch -. Questi disperati devono essere sbarcati, è un obbligo sancito dalle norme internazionali". Ma il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, continua a fare la faccia feroce. Ieri ha replicato: "Con tutto il rispetto per l'Onu e i professoroni, le politiche su chi entra ed esce in Italia le decide il Viminale. È una nave iscritta nel registro olandese, ha a bordo un'Ong tedesca: facciano il giro, se vogliono andare a Rotterdam o Amburgo".
Non solo le agenzie Onu ma anche il commissario per i Diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, aveva chiesto "un porto sicuro che possa essere raggiunto rapidamente" specificando che "i migranti non dovrebbero mai essere sbarcati in Libia, perché non è un paese sicuro". Salvini invece ieri ha scritto al premier Giuseppe Conte, che era a Bruxelles alle prese con le trattative economico diplomatiche, per dettargli il compito da svolgere: "Un'energica nuova iniziativa di sensibilizzazione nei confronti dei Paesi Bassi" per l'approdo in Olanda della Sea Watch 3.
Secondo il leader leghista, l'Ong avrebbe messo in atto una condotta grave "resa palese dalla ferrea determinazione con la quale ha rifiutando il Place of safety indicato dalle autorità libiche (Tripoli, ndr)". Salvini continua a fingere che la Libia abbia un porto sicuro. "Negli ultimi 9 mesi, almeno 22 persone sono morte per malattie, probabilmente tubercolosi, nei centri di detenzione di Zintan e Gharyan, a sud di Tripoli", spiega Medici senza frontiere. Per mesi, in alcuni casi addirittura per anni, persone registrate come rifugiati dall'Unhcr sono state abbandonate in capannoni di lamiera senza assistenza. "Una catastrofe sanitaria" la definisce Msf. E ancora: "Sono condannati a un ciclo di violenze e detenzioni, eppure gli stati europei contribuiscono ai loro respingimenti, in violazione del diritto internazionale". Un rifugiato eritreo a Zintan ha raccontato: "Non possiamo tornare indietro e nessuno ci vuole da qualche altra parte. Non so dove sia il mio posto nel mondo".
Per Salvini la soluzione è mandare la nave in Olanda ma richiamando "i Paesi Bassi sull'esigenza di porre in essere ogni azione necessaria, anche sotto il profilo dell'ordine pubblico, affinché sia assicurato il rispetto integrale del complessivo quadro normativo". La condivisione, nei fatti, da parte degli stati Ue della delega alla Guardia costiera di Tripoli per i respingimenti, ha già portato a una stretta in Olanda rispetto alle norme da ottemperare per avere l'iscrizione nel registro navale. Sea Watch 3 ha ottenuto tempo per adeguarsi, ma Salvini sembra indicare la rotta ai paesi Ue: modificare le singole legislazioni per rendere impossibili i soccorsi. Conte si è subito allineato al vicepremier: "Il presidente del Consiglio è sempre disponibile per tutti i suoi ministri. Sono già prontamente intervenuto, ho approfittato dei lavori del Consiglio europeo. Attendiamo una risposta".
Intanto, il tribunale dei ministri di Catania ha disposto l'archiviazione per il premier, Salvini, Di Maio e Toninelli: per i migranti trattenuti a bordo della Sea Watch dal 24 al 30 gennaio non c'è stato sequestro di persona. La nave della Ong "è entrata in Italia in maniera unilaterale e senza le necessarie autorizzazioni della Guardia Costiera", spiegano dal tribunale del riesame di Catania. I giudici sottolineano la differenza con il caso della Diciotti che era una nave militare italiana. In quell'occasione fu chiesta l'autorizzazione a procedere contro Salvini, negata dal Senato.
di Francesca Bernasconi
Il Giornale, 22 giugno 2019
Secondo il detenuto, nei processi a suo carico, il procuratore si sarebbe opposto alle nomine di giudici di colore. Condannato a morte per 4 omicidi, ma ora la sua sentenza è stata annullata. Il motivo? Dalla giuria erano stati esclusi membri di colore. Negli Stati Uniti, la Corte Suprema ha deciso, con 7 pareri favorevoli su 9, di annullare la condanna a morte del detenuto afroamericano, sulla base di accuse di discriminazione razziale. Era stato il detenuto nel braccio della morte del Mississippi a fare ricorso contro la sentenza, che aveva deciso per la sua morte, affermando che il procuratore del caso si era opposto alla nomina di giurati neri, per tutti i sei processi svoltisi a carico del carcerato.
La decisio della Corte, che annulla la precedente condanna, si appella a sentenze precedenti che hanno registrato un atteggiamento discriminatorio da parte del procuratore che decide le nomine dei giurati nel processo. Il giudizio non riguarda le prove a carico del condannato, che infatti non è stato valutato innocente, ma solamente le procedure seguite durante i processi, che non sono risultate accettabili. Il detenuto è accusato di aver ucciso 4 persone in un negozio di mobili di Winona nel 1996. Per quei crimini è stato giudicato 6 volte: due processi (gli unici in cui erano presenti giurati neri) si sono chiusi con un nulla di fatto, mentre altri tre, conclusisi con la condanna, erano stati annullati precedentemente dalla Corte Suprema, perché il comportamento del procuratore era risultato non appropriato. Il sesto processo, invece, era stato considerato valido, come la condanna a morte. Ma in quel caso, il procuratore si era imposto contro la nomina dei giudici di colore. Così la Corte Suprema ha ribaltato anche l'ultima sentenza rimasta valida.
La Stampa, 22 giugno 2019
È stato scarcerato l'attivista Oyub Titiev, capo della sede cecena della Ong Memorial, condannato lo scorso marzo a quattro anni di detenzione, con l'accusa di possesso di droga, in un processo che secondo i suoi difensori è stato orchestrato appositamente per ostacolare il lavoro della Ong in Cecenia.
Lo scorso 10 giugno, il tribunale della città di Shali gli aveva concesso la libertà vigilata. Nel gennaio 2018, Titiev, 61 anni, era stato fermato in circostanze strane dalla polizia che, secondo la difesa, ha gettato nella sua automobile un sacchetto con 200 grammi di marijuana per poi aprire un procedimento penale nei suoi confronti.
Molte le figure di spicco nel panorama internazionale scese in campo per la scarcerazione dell'attivista. Human Rights Watch ne aveva chiesto l'immediata liberazione, denunciando un processo "basato su prove false e e motivato politicamente". Il leader ceceno, Ramzan Kadyrov ha alla fine accolto con favore la decisione di concedere la libertà vigilata a Titiev.
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 21 giugno 2019
Nodo intercettazioni, cauta la Lega: "Si usino solo se c'è rilievo penale". Oggi Mattarella al Csm. Su Palazzo dei Marescialli le nubi fosche sollevate dall'inchiesta giudiziaria di Perugia non si sono ancora diradate. E c'è dunque attesa per il plenum del Csm, convocato per questa mattina e presieduto dal capo dello Stato Sergio Mattarella, che si occuperà fra l'altro di indire le elezioni suppletive per colmare i posti vacanti dei 5 consiglieri togati dimissionari. Ieri, intanto, il Guardasigilli Alfonso Bonafede ha incontrato in via Arenula i nuovi vertici dell'Associazione nazionale magistrati, guidati dal neopresidente Luca Poniz, in un clima definito da fonti dell'Anm "cordiale e collaborativo".
di Dino Martirano
Corriere della Sera, 21 giugno 2019
La Corte ha anche esaminato i reclami di Calabria, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Umbria, che avevano impugnato numerose disposizioni del decreto, lamentando la violazione delle loro competenze, giudicandoli inammissibili. La Consulta boccia i superpoteri dei prefetti che, in forza del decreto Sicurezza, avrebbero anche potuto sostituire i sindaci, ma dichiara inammissibili ricorsi delle Regioni contro le nuove regole sui permessi di soggiorno e sull'iscrizione all'anagrafe degli stranieri introdotte dal medesimo decreto Salvini. I dispositivi delle decisioni sono stati comunicati dall'ufficio stampa della Corte costituzionale, presieduta dal giudice Giorgio Lattanzi, in attesa della pubblicazione delle motivazioni.
In particolare sui prefetti, ai quali il Titolo II del decreto Salvini attribuisce poteri sostitutivi qualora il governo lo ritenga necessario, la Corte ha ritenuto che sia stata violata l'autonomia costituzionalmente garantita a Comuni e Province e, pertanto, ha accolto le censure sull'articolo 28 che prevede tale potere sostitutivo del prefetto. Invece, la Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi contro il decreto sicurezza presentati dalle regioni Calabria, Emilia-Romagna, Marche, Toscana e Umbria, che ne hanno impugnato numerose disposizioni lamentando la violazione diretta o indiretta delle loro competenze.
La Consulta ha ritenuto che le nuove regole su permessi di soggiorno, iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo e Sprar sono state adottate nell'ambito delle competenze riservate in via esclusiva allo Stato. "Tanto rumore per nulla", ha commentato il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone: "La materia immigrazione rientra infatti nelle competenze riservate in via esclusiva allo Stato. L'ostilità pregiudiziale delle giunte dem è quindi tutta fuffa propagandistica sollevata ad arte. Ora anche la giunta Bonaccini, che tanto fiato ha sprecato contro il decreto, dovrà fare marcia indietro".
Non si arrende il "governatore" della Toscana Enrico Rossi: "Prendiamo atto della sentenza della Corte Costituzionale, che non è entrata nel merito della legittimità costituzionale delle norme, ma si tratta soltanto del primo tempo della battaglia che abbiamo intenzione di combattere contro chi, come il ministro Salvini, calpesta i diritti umani più elementari". In consiglio regionale, ha spiegato Rossi, c'è una proposta della giunta "che individua le modalità generali di erogazione dei servizi per garantire livelli minimi di dignità umana a tutti. Li abbiamo chiamati diritti samaritani".
di Gaetano Azzariti
Il Manifesto, 21 giugno 2019
Ci allarmiamo spesso per gli sconfinamenti tra i diversi poteri, siamo più distratti quando si tratta di esaminare le degenerazioni che si producono dentro i singoli poteri. Quando scoppia una crisi all'interno di uno di essi rimaniamo spiazzati, spesso privi di adeguati strumenti d'analisi. È il caso della magistratura che è stata frequentemente oggetto di aggressione da parte del potere politico.
di Alberto Gentili
Il Messaggero, 21 giugno 2019
Giulia Bongiorno, incaricata da Matteo Salvini di lavorare alla riforma della giustizia e del Csm, non si sbottona. Nel pomeriggio ha riunito gli esperti della Lega per studiare le proposte illustrate dal Guardasigilli Alfonso Bonafede nel vertice notturno di mercoledì.
di Errico Novi
Il Dubbio, 21 giugno 2019
Anni di attesa per dare certezza ai tempi delle indagini, per proteggere in modo accettabile le intercettazioni dal volantinaggio mediatico, per riformare il Csm. Anni inutili, tentativi numerosi, eroici, ma inutili. Tutto si sblocca all'improvviso, anche per un motivo: perché ventisette anni dopo, lo schema di Tangentopoli si capovolge e scaraventa le toghe nel cuneo cupissimo di una piramide rovesciata, come nell'iconografia dell'inferno dantesco.
- Inammissibile il ricorso del Pm contro la messa alla prova se proposto dopo l'udienza
- Respinti i ricorsi delle Regioni sul decreto sicurezza
- Caso procure al Csm, condanna di Mattarella: "Ora un nuovo inizio"
- Sicilia: Apprendi (Antigone) "le carceri sono delle bombe innescate"
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