gnewsonline.it, 20 giugno 2019
Ieri pomeriggio, il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone ha incontrato un gruppo di dirigenti dei ministeri della Giustizia e dell'Interno, per approfondire le procedure fin qui adottate per aumentare e velocizzare l'espulsione dei detenuti extracomunitari ristretti nelle carceri italiane. Erano stati gli stessi ministri Alfonso Bonafede e Matteo Salvini a sollecitare la riduzione dell'affollamento carcerario, ampliando il numero di detenuti che rientrano nella casistica prevista dal comma 5 dell'articolo 16 del decreto legislativo 286/98 "Testo unico sull'immigrazione", quelli cioè che abbiano davanti a loro una pena da scontare non superiore ai due anni.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2019
Indagini preliminari con tempi più rigidi. Tetto agli stipendi dei componenti del Csm. Punteggi per gli avanzamenti in carriera dei magistrati. Intercettazioni all'insegna del "ma anche": tutela della privacy ma anche della efficienza delle indagini E un modello di processo civile che tagliai tempi soprattutto perle cause, e sono la stragrande maggioranza, di competenza del giudice unico.
Questi alcuni dei punti di merito che scandiscono il dossier giustizia tornato prepotentemente di attualità sulla scia delle ricadute sistemiche dell'inchiesta di Perugia sull'inquinamento delle nomine ai vertici di alcuni uffici giudiziari.
Il confronto vede coinvolti il capo del Governo, Giuseppe Conte, i due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e il ministro della Funzione pubblica Giulia Bongiorno, e, almeno nelle intenzioni, sarà a tutto campo, aprendo alle opposizioni.
Lo stesso Nicola Zingaretti ha riconosciuto la necessità di interventi, per esempio, sul Consiglio superiore della magistratura. Le misure sul processo penale e sul processo civile, in forma di disegni di legge delega, sono in realtà in buona parte definite, perché precedute da un lavoro di confronto con le rappresentanze di avvocatura e magistratura sin dal marzo scorso. Il che non vuol dire che tutte le misure siano state concordate.
Per esempio, la previsione di una più rigida scansione temporale della fase delle indagini preliminari, sarà mal digerita da parte dell'Anm, che non vedrà certo di buon occhio la decisione di puntare su una sola proroga di 6 mesi, mettendo a disposizione delle parti tutte le carte dopo 3 mesi. Possibili sanzioni per chi non rispetta i termini, mentre nel testo dovrebbero confluire anche un deciso impulso sui riti alternativi, allargando i limiti per il patteggiamento, e una revisione del meccanismo delle notifiche, incentivando quelle telematiche e a mezzo difensore.
Del resto, l'obiettivo di tagliare i tempi dei giudizi è condiviso ed è stato oggetto dell'accordo politico tra Lega e Movimento 5 Stelle che ha permesso di approvare la riforma della prescrizione che, comunque, lo ha sottolineato ieri ancora una volta Bonafede, dovrà entrare in vigore dal prossimo anno.
Csm e avanzamenti in carriera dei magistrati sono ormai temi ineludibili (ieri il procuratore di Milano Francesco Greco ha preso le distanze da vicende "romane": "quel mondo che vive nei corridoi degli alberghi e nelle retrovie della burocrazia romana e che non ci appartiene e non appartiene ai magistrati del Nord ci ha lasciato sconcertati"). Sul primo, il ministero mette sul tavolo una stretta sul fronte delle retribuzioni dei consiglieri, equiparandole, quanto a limiti massimi a quelle dei dirigenti della pubblica amministrazione, 240.000 euro; limitata anche, peri 5 anni successivi, la possibilità di ottenere incarichi extragiudiziari.
Sul fronte degli avanzamenti in carriera si sta riflettendo su un meccanismo di punteggi nei quali incasellare il lavoro giudiziario e anche quello extragiudiziario per limitare gli spazi di discrezionalità e allargare quelli di prevedibilità delle scelte del Consiglio superiore della magistratura.
Mentre sulla riforma della disciplina delle intercettazioni domani partirà il tavolo di confronto, inizialmente con giornalisti e avvocati, per mettere a punto un testo condiviso. Di tempo ce ne sarà sino a fine anno, visto che la riforma Orlando è stata congelata sino ad allora.
di Alberto Gentili
Il Messaggero, 20 giugno 2019
A notte inoltrata le luci al primo piano di palazzo Chigi erano ancora accese. Dietro a un tavolo, occhi stanchi e visi tirati, il premier Giuseppe Conte, il Guardasigilli Alfonso Bonafede e la ministra della Lega Giulia Bongiorno. Da mesi, infatti, il governo si riproponeva di parlare della riforma della giustizia e quando ieri sera, dopo il Consiglio dei ministri è stato affrontato il dossier, di fronte ai presenti è scattato il previsto braccio di ferro.
Buona volontà e tentativo di mediazioni di Bonafede e Bongiorno a parte, la partita è apparsa subito estremamente complessa e divisiva. Il giustizialismo dei grillini non va giù a Matteo Salvini che ha presenziato alla prima parte del summit. E il garantismo del capo della Lega non piace a Luigi Di Maio, anche lui presente solo all'inizio, per poi lasciare il campo al Guardasigilli e al premier-avvocato.
Per provare rendere l'avvio meno urticante, Bonafede ha cominciato affrontando il tema più popolare e meno divisivo: la riforma del Csm, terremotato dallo scandalo che ha portato alle dimissioni di ben 4 consiglieri. Il Guardasigilli ha presentato diverse proposte. La prima riguarda il taglio degli stipendi dei giudici di palazzo dei Marescialli: "Vanno adeguati al tetto di 240 mila euro annui previsti dalle legge. Non è possibile che ci siano magistrati che arrivano a guadagnare circa 400mila euro".
La seconda proposta di Bonafede è l'introduzione "dell'incompatibilità": "Chi siede nel Csm non può assumere incarichi direttivi e va introdotto il divieto nei cinque anni successivi all'incarico" nell'organo di autogoverno dei giudici, "ad assumere la guida di una Procura". Solo così, secondo il ministro grillino si possono evitare altre "opache vicende" che stanno coinvolgendo palazzo dei Marescialli. In più, il ministro della Giustizia ha proposto di introdurre "norme per garantire che l'avanzamento di carriera dei magistrati avvenga per meriti effettivi e in base a criteri oggettivi, come ad esempio lo smaltimento dell'arretrato, il rendimento". E perfino le soffiate dei "segnalatori di illeciti": i whistleblower. "In questo modo", secondo Bonafede, "ogni magistrato potrà essere "pesato".
Un approccio che non avrebbe trovato, in base a ciò che è filtrato da palazzo Chigi, la contrarietà della Bongiorno. Mezza intesa anche sul sistema di selezione dei componenti del Csm, anche se Conte e il Guardasigilli intendono lasciare questo capitolo della legge delega "aperto al dibattito parlamentare".
Due i criteri che stanno prendendo forza: il "sorteggio mediato": i giudici eleggono una rosa di propri rappresentanti e poi da questa vengono sorteggiati i componenti effettivi. In più il governo intende introdurre "collegi ristretti su base territoriale" per ridurre il peso delle correnti. Chiuso il capitolo Csm, il vertice ha affrontato il processo penale.
Su questo dossier, Bonafede ha proposto una "stretta sulle indagini preliminari, con tempi certi, e tre soglie temporali basate sulla gravità dei reati": "La proroga dei termini interviene una sola volta è solo per ulteriori sei mesi.
Poi, se entro 3 mesi dalla scadenza dei termini di durata massima delle indagini, il pm non ha notificato né l'avviso della conclusione delle indagini, né richiesto l'archiviazione, verrà depositata la documentazione relativa alle indagini e messa a disposizione dell'indagato e della persona offesa. Solo in caso di specifiche esigenze, su indagini per reati gravi, l'avviso potrebbe essere ritardato per un periodo limitato di tempo".
E, di fronte alle perplessità della Bongiorno che ha chiesto "meccanismi certi per garantire che i tempi non siano sforati", il Guardasigilli ha gettato sul tavolo l'idea di introdurre delle "vere e proprie sanzioni per i magistrati che non rispettano i tempi". Più vivace, in base alle indiscrezioni, il confronto sulle intercettazioni. Il ministro grillino ha provato a tenere questo dossier fuori dal tavolo, sostenendo che se ne occuperà lui con la legge delega. E ribadendo la linea ormai nota: "Non vogliamo alcun bavaglio alla stampa con la scusa della privacy. Secondo noi gli ascolti con preminente interesse pubblico devono poter essere pubblicati nel rispetto del diritto di cronaca".
Ciò detto, Bonafede ha però promesso norme "contro la fuga di notizie" e per impedire che nelle "intercettazioni diffuse vengano coinvolte persone estranee ai fatti e vicende private". La Bongiorno invece ha voluto affrontare la questione. Rilanciando la linea di Salvini: "Deve essere vietata la pubblicazione di conversazioni senza rilevanza penale". Il "gossip". Ed "è necessario impedire la diffusione degli ascolti nella fase precoce del processo". In ogni caso "nessuno vuole mettere bavagli alla stampa, io sono sempre stata contraria".
Il Dubbio, 20 giugno 2019
Via libera all'unanimità della Commissione Giustizia della Camera alla proposta di legge, a prima firma Enrico Costa di Forza Italia, che modifica gli articoli 314 e 315 del codice di procedura penale, in materia di riparazione per ingiusta detenzione ai fini della valutazione disciplinare dei magistrati. La proposta di legge, che ora passerà all'esame dell'Aula della Camera, in sostanza "rivoluziona" la materia: la normativa vigente prevede che sia lo Stato a risarcire in caso di ingiusta detenzione. Sono stati oltre 26 mila i casi di detenzione non giustificata, con richieste di risarcimento per circa 800 miliardi di euro.
di Rinaldo Romanelli*
Il Dubbio, 20 giugno 2019
Da qualche mese è stata avviata alla Camera la trattazione della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per la separazione delle carriere dei magistrati, promossa dall'Unione delle Camere penali italiane. Vediamo qualcuna delle ragioni su cui si basa.
La struttura del modello processuale accusatorio è triadica e i tre protagonisti, giudice, pubblico ministero e difensore, sono indipendenti, hanno ruoli e funzioni differenti. Basterebbe questa considerazione per convenire sulla necessità che il giudice sia separato dal pubblico ministero dal punto di vista ordinamentale, sia cioè effettivamente "terzo", ovvero estraneo ad entrambe le parti, oltre che "imparziale", cioè formalmente indifferente all'esito della causa.
È difficile negare che l'intero sistema si basi sulla necessità di proteggere l'indipendenza del giudice e ancor prima l'immagine di tale indipendenza, sia dalle parti del processo (indipendenza interna), che dagli altri poteri dello Stato (indipendenza esterna). Non a caso, questa è la prima preoccupazione di tutte le democrazie evolute. Ciò non può avvenire quanto lo stesso giudice è legato ad una delle parti, con la quale condivide il concorso di accesso alla magistratura, la scuola di formazione, gli avanzamenti di carriera, la disciplina e l'organo di governo. Domandiamoci ora, in concreto, se nel nostro sistema esista un problema di squilibrio tra poteri interni alla magistratura, che possa condizionare l'indipendenza del giudice.
La risposta appare abbastanza evidente. Il momento centrale del procedimento, quello nel corso del quale si possono determinare le sorti di un centro di potere, perfino del Governo, è nella fase delle indagini preliminari. Di questa è divenuto esclusivo titolare, appunto, il pubblico ministero, che nella vigenza del codice inquisitorio, al contrario, per i delitti più gravi, recitava solo un ruolo secondario rispetto al giudice istruttore, cui era attribuito il compimento degli atti dell'istruzione formale. Da qui deriva, nel mutato assetto del sistema processuale, lo strapotere del pubblico ministero anche nei confronti del giudice. L'eco mediatica delle indagini amplifica poi questo enorme potere, che non è condizionato da alcuna regola effettiva nell'esercizio dell'azione penale, posto che l'obbligatorietà, che i costituenti avevano immaginato, affidandola all'articolo 112 della Costituzione, al fine di rendere tutti i cittadini uguali davanti alla legge, è del tutto inattuata e certamente inattuabile (non solo in Italia, ma in tutto il mondo). Ad essa si sostituisce, inevitabilmente, il mero arbitrio.
Questo innegabile "status" giudiziario e mediatico del pubblico ministero si incontra poi con il sistema elettorale del Csm, le cui dinamiche fanno sì che gli eletti della componente togata siano decisi in base al peso politico delle varie correnti interne dell'Associazione Nazionale Magistrati. Ne consegue che anche le decisioni del Csm circa l'assegnazione degli incarichi di "potere", siano, come peraltro è del tutto noto, assunte prima e fuori dalla sede istituzionale a ciò preposta, ovvero all'interno dell'Anm, secondo i rispettivi equilibri correntizi.
Basta prendete atto che negli ultimi venti anni i presidenti dell'Anm sono stati praticamente sempre pubblici ministeri, malgrado su circa diecimila magistrati gli stessi siano solo duemila, per rendersi conto di quali siano i rapporti interni di forza e di come, in concreto, la componente inquirente della magistratura possa incidere sulla carriera dei giudici, magari proprio di quello stesso giudice che poco prima ha negato una richiesta di misura cautelare in un importante procedimento "mediatico". Non è neppure necessario che ciò avvenga per doversi interrogare sull'equilibrio del sistema: è sufficiente che possa avvenire, per concludere che non è garantita l'indipendenza del giudice.
Le ragioni della necessità della separazione delle carriere sono di tale evidenza che nessuno si spinge ad affermare che determinerebbe effetti negativi sullo status del giudice, finalmente libero da legami con "l'accusatore". Le obiezioni si concentrano tutte sulla ricaduta che tale riforma avrebbe sulla figura del pubblico ministero, novello "orfano", si dice, della sua natura giurisdizionale. Si agita lo spettro del pubblico ministero poliziotto che, privato della cultura della giurisdizione, diverrebbe insensibile ai diritti dell'indagato, proiettato verso l'ottenimento della condanna a qualsiasi costo, irrispettoso perfino dell'autorità del giudice.
L'affermazione sembra però se non temeraria, quantomeno un po' azzardata, posto che in quasi tutti i Paesi a democrazia evoluta è attuata la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e non consta che ovunque il pubblico ministero si sia manifestato con tali inquietanti tratti di insensibile e ottusa pervicacia persecutoria. La considerazione vale sia per quasi tutti i Paesi europei (tra cui Germania, Svezia, Spagna, Portogallo e Inghilterra), che per le principali democrazie extra- europee (Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Giappone). Un'organizzazione unitaria, al contrario è prevista in Francia, ove peraltro vige tutt'ora il sistema processuale inquisitorio: e a dimostrazione (ove ve ne fosse bisogno) del fatto che la stessa non garantisce assolutamente l'indipendenza esterna del pubblico ministero, quest'ultimo risponde all'esecutivo.
Allo stesso modo l'ordinamento giudiziario è unitario in Bulgaria, Romania e Turchia, che non sembrano però esattamente modelli di democrazia ai quali tendere. L'Italia è, dunque, un'anomalia e dovrebbe tranquillizzare anche i più preoccupati conservatori, che anche il Comitato Consultivo dei Procuratori Europei, nella recente opinione n. 13 del 2018, abbia sentito il bisogno di sottolineare come "giudici e pubblici ministeri devono godere di reciproca indipendenza nell'esercizio delle loro funzioni e anche apparire come indipendenti gli uni dagli altri".
E a coloro i quali non si sentissero ancora rassicurati, si può offrire un ulteriore tema di riflessione, ovvero: l'esercizio della funzione del pubblico ministero è veramente caratterizzata dalla sua posizione all'interno di un sistema unitario, che lo vede saldamente legato al giudice, o piuttosto dall'insieme delle regole che disciplinano l'azione penale e il processo?
Per i più distratti vale la pena di ricordare che anche sotto il regime fascista l'organizzazione di giudici e pubblici ministeri era unitaria, com'è oggi, e che nella Relazione al progetto preliminare del ministro Alfredo Rocco, al codice di rito si legge: "Tutti gli istituti processuali sono pienamente informati ai principi fondamentali fissati dalla Rivoluzione spirituale, che creò il presente Regime politico. Le applicazioni processuali delle dottrine demo- liberali, per cui l'individuo e posto contro lo Stato, L'Autorità è considerata come insidiosa sopraffattrice del singolo e l'imputato, quand'anche sorpreso In flagranza, è presunto innocente, sono del tutto eliminate, insieme a quella generica tendenza favorevole per i delinquenti, frutto di un sentimentalismo aberrante e morboso, che tanto ha indebolito la repressione e favorito il dilagare della criminalità". Sistema unitario, nessuna garanzia, nessuna indipendenza. Forse vale la pena di ragionarci.
*Avvocato, responsabile osservatorio sull'Ordinamento giudiziario dell'Ucpi
di Michele Ainis
La Repubblica, 20 giugno 2019
Prende forma una riforma. Quella delle intercettazioni, ossia la legge più riscritta nella patria del diritto. Ieri vertice di governo, domani primo giro di consultazioni al ministero; e intanto, sullo sfondo, il trojan che ha dannato Palamara insieme a tutto il Csm. Fino a che punto si può spingerne l'uso? Quanto vale la privacy, quanto la libertà d'informazione?
Nel dubbio, potremmo intercettare l'opinione dei politici. Che però è volubile come una farfalla, sicché ogni governo riforma la legge di riforma timbrata dal governo precedente. O altrimenti la sospende, la proroga, ne fa uno spezzatino. Risultato: un garbuglio normativo, dove nemmeno i giudici sanno più orientarsi. E allora ciascuno fa un po' come gli pare, come gli conviene. Difatti affinché una norma sia cogente dev'essere vigente, qui invece c'è una disciplina intermittente.
Quella varata dall'ex ministro Orlando nel 2017, in mezzo a un diluvio di polemiche. Poneva limiti alle intercettazioni, nonché alla diffusione dei loro contenuti; ma l'esecutivo gialloverde l'ha messa in quarantena. Dapprima con il mille-proroghe, che ne ha differito l'entrata in vigore al 31 marzo 2019; poi con la legge di bilancio (e chissà mai che c'entra), quando il termine è slittato al t° agosto; infine con l'ultimo decreto sicurezza, che lo ha rinviato ancora al 31 dicembre. Il rinvio al cubo.
Ma adesso, a quanto pare, hanno deciso di decidere. Il problema è come, dato che ciascuno dei due partiti di governo ragiona per partito preso. Garantista la Lega (chi l'avrebbe detto?), giustizialisti i 5 Stelle. Perciò la prima salverebbe qualche spezzone del decreto Orlando, i secondi ne farebbero un falò.
La Lega chiede un freno sugli ascolti a strascico, la segretazione delle carte nella prima fase delle indagini, pene per chi pubblichi trascrizioni gossip; il Movimento 5 Stelle è invece per l'allargamento delle intercettazioni, all'insegna dello slogan "più trojan per tutti". Posizioni opposte, che muovono da opposte concezioni del pubblico interesse. Per mettere un po' d'ordine, bisogna quindi illuminare i valori costituzionali in gioco.
Sono tre, come la Santa Trinità.
Primo: la legalità. Senza il rispetto delle leggi, nessuna società potrebbe sopravvivere; in ogni Stato c'è quindi un apparato poliziesco e un potere giudiziario, dotati degli strumenti necessari per reprimere i reati. In questa chiave, le intercettazioni sono perciò al servizio della pace sociale.
Secondo: la privacy. È il diritto da cui discende ogni altro diritto, giacché configura un argine contro l'invadenza dei poteri pubblici e privati. Ma la microspia ospitata dai nostri cellulari lo sgonfia come un pallone bucato.
Terzo: la libertà di stampa. Ovvero l'architrave delle democrazie, la sentinella contro gli abusi del potere. Che tuttavia diventa una caricatura se i giornali non hanno più nulla da raccontare, se ogni notizia di reato si trasforma in un tabù. La difficoltà d'immaginare soluzioni condivise sta tutta in questi termini.
Perché sono tre valori costituzionali supremi, nessuno dei quali può accettare il tacco d'un padrone. Si tratta perciò di bilanciarli, evitando che in nome dei diritti s'arrestino le inchieste giudiziarie, o che la libertà di stampa venga sacrificata sull'altare della privacy. Il buon senso sta nel mezzo, nel diritto come nella vita.
E sta nella coerenza delle scelte normative, giacché ogni legge s'inserisce in un sistema. Ecco, la coerenza. Ce n'è assai poca nello "spazza-corrotti" (legge n. 3 del 2019), che ha esteso l'uso dei trojan ai reati di corruzione. E perché non anche alle rapine a mano armata?
In precedenza questi strumenti erano consentiti peri delitti di mafia e terrorismo, dove ci scappa il morto. Il potere legislativo può anche deciderne un uso più massiccio, ma deve farlo per gruppi omogenei di reati, con la stessa gravità, con le medesime pene edittali.
Altrimenti subiremmo la maledizione sperimentata dal popolo degli Incas, dove tutti i reati erano lo stesso reato, e tutti venivano puniti con la morte. Per il momento, tuttavia, non rischiamo la pena capitale. Rischiamo piuttosto d'incappare in discipline capricciose, dettate sull'onda emotiva dell'ultimo scandalo o del penultimo sondaggio. La nuova legge sulle intercettazioni nasce sotto questa stella. Auguri.
di Michele Vietti
Il Foglio, 20 giugno 2019
La frase del Vangelo di Matteo "Oportet ut scandala eveniant", seppure decontestualizzata, nell'uso comune si riferisce al fatto che in determinate occasioni gli scandali possono anche tornare utili perché rivelando un male danno l'occasione di curarlo.
Ora, nel caso dello scandalo che ha investito il Csm e alcuni suoi componenti presenti e passati, invece di crogiolarsi nella consolatoria e ipocrita teoria delle "poche mele marce" che porterebbero da sole tutta la responsabilità di quanto è successo senza che il contesto abbia almeno agevolato le anomale dinamiche sviluppatesi, conviene prendere atto che - ferma restando la presunzione di innocenza dei singoli indagati - si sono certamente verificate falle nel sistema, che hanno consentito uno sviamento delle funzioni dell'organo rispetto ai fini istituzionali.
Se così è, non può essere perduta l'occasione per mettere in atto tempestivamente rimedi che, se non eliminino, almeno rendano più difficile in futuro il ripetersi dell'accaduto. È in questo spirito costruttivo che mi permetto di avanzare qualche suggerimento, frutto dell'esperienza vissuta nel mondo della giustizia negli ultimi anni, per uscire dall'alternativa tra far finta di niente e far di ogni erba un fascio.
Si può fare qualcosa di concreto, subito e a Costituzione invariata, perché il Csm recuperi appieno il suo ruolo di governo autonomo della magistratura, indipendente da ogni influenza esterna, autorevole ed efficace.
1. Occorre rivedere le circoscrizioni elettorali (collegi più piccoli garantiscono un minor potere di condizionamento torrentizio sui singoli candidati, perché rendono meno indispensabile l'apparato di ricerca del consenso a livello nazionale).
2. Va introdotto l'obbligo di indicare un numero di candidati superiore a quello degli eletti (per evitare ciò che accaduto nelle ultime elezioni, ove il numero dei candidati pm era pari a quello dei posti disponibili, per cui la competizione era superflua e oggi non ci sono candidati che possano subentrare).
3. Un panachage di preferenze tra liste diverse non vincola il voto a una sola corrente e ai suoi candidati prescelti.
4. L'eliminazione o la congrua riduzione del numero di firme per la presentazione delle candidature faciliterebbe la competizione di un maggior numero di liste.
5. Occorre prevedere l'introduzione del divieto di elettorato passivo senza alcuna deroga per i magistrati condannanti disciplinarmente.
6. Una quota di eletti dovrebbe essere destinata a comporre in via esclusiva la Sezione disciplinare, onde evitare commistioni tra funzioni giudiziarie e funzioni amministrative dei componenti.
7. Va ripristinato per legge il divieto, per i membri togati cessati, di ottenere incarichi direttivi e semi-direttivi per i quattro anni successivi alla scadenza del mandato, il che li renderebbe meno sensibili all'esito dei futuri sviluppi della propria carriera e perciò più indipendenti.
8. Egualmente si potrebbe introdurre per legge il divieto per i membri togati cessati di essere collocati fuori del ruolo organico della magistratura per i quattro anni successivi alla scadenza del mandato, restituendoli alla giurisdizione senza tentazioni alternative.
9. Si potrebbe prevedere per legge (essendo ormai stata definitivamente attuata la riforma dell'ordinamento giudiziario) una selezione concorsuale per l'accesso all'Ufficio studi e alla Segreteria del Consiglio, che garantisca l'imparzialità, la serietà e la terzietà dei componenti.
10. Occorre riflettere su un allungamento della durata della consiliatura per evitare che quattro anni siano quasi una parentesi tra una campagna elettorale e la successiva, favorendo così la stabilizzazione e la decantazione dell'organo.
11. Egualmente potrebbe essere opportuno che il Consiglio non decada tutto insieme, comportando una traumatica interruzione delle sue funzioni e ponendo i nuovi eletti, soprattutto laici, in una condizione di difficile rodaggio operativo. Un'elezione scaglionata determinerebbe anche una minore mobilitazione elettorale e consentirebbe aggiustamenti in corsa utili a garantire l'equilibrata composizione dell'organo.
12. È indispensabile introdurre per legge tempi massimi di trattenimento delle pratiche in Commissione, con espressa previsione del potere di avocazione da parte del Comitato di presidenza per il caso di inutile scadenza dei termini ai fini della diretta sottoposizione al Plenum.
13. Per le pratiche relative alla copertura degli uffici direttivi e semi-direttivi, occorre prevedere per legge l'inderogabilità del criterio cronologico a seconda delle scoperture.
14. Si potrebbe prevedere la competenza esclusiva di un'unica sezione del Consiglio di Stato a conoscere delle impugnazioni e dell'ottemperanza in materia di conferimento degli uffici direttivi e semi-direttivi.
15. Probabilmente è opportuno reintrodurre le fasce di anzianità entro cui effettuare la comparazione dei legittimati per la nomina agli uffici direttivi e semi - direttivi.
16. Occorre introdurre l'incandidabilità al Consiglio per chi ricopre ruoli associativi. Lasciamo da parte gli scandali e le polemiche, e mettiamo mano a una riforma condivisa, non punitiva e al servizio del buon governo della magistratura.
*Già vicepresidente del Csm
di Marco Franchi
Il Fatto Quotidiano, 20 giugno 2019
Un appello agli avvocati per smontare la propaganda sulla legittima difesa. È l'iniziativa di Jasmine Cristallo che nelle settimane scorse, proprio dalla Calabria, aveva fatto partire la "rivolta dei balconi" dando vita a una nuova stagione del dissenso dal basso che ha accompagnato la campagna elettorale per le europee del ministro dell'Interno Matteo Salvini.
Un appello lanciato sulla pagina Facebook del sito "La Nuova Calabria" che ha pubblicato un video in cui Cristallo ha spiegato la necessità di una nuova narrazione sul tema della legittima difesa monopolizzata, sui social, da messaggi "fuorvianti e piuttosto pericolosi" come quelli di Salvini e della Meloni all'indomani dell'episodio del tabaccaio che ha ucciso un rapinatore sparando da un balcone a Pavone Cavanese, in provincia di Torino. Jasmine Cristallo si "rifiuta di risultare indifferente" all'hashtag #iostocoltabaccaio dei due esponenti politici del centrodestra.
"Non voglio - dice - che il mio appello risulti uno strumento politico. La mia posizione non deve portare acqua a nessun mulino. Se una persona nel cuore della notte sente dei rumori al piano di sotto, si alza e invece di chiamare il 113 decide di affacciarsi alla finestra e difarsi giustizia da solo, non è più legittima difesa. Il tabaccaio senza dubbio è una vittima di episodi gravissimi. Però questa disperazione non può essere cavalcata da chi vuole ottenere consensi. Bisognerebbe evitare che passino messaggi devianti".
Alcuni penalisti di Catanzaro hanno già risposto all'appello illustrando la riforma sulla legittima difesa "in maniera pratica e senza tecnicismi". "Qui - conclude Cristallo - non è più un problema politico ma è un problema etico, un problema morale. È necessario che determinati messaggi arrivino anche alla famosa casalinga di Voghera".
di Marina Della Croce
Il Manifesto, 20 giugno 2019
Una donna arrestata mentre rubava un portafogli: il ministro inveisce su Facebook. A scatenare la feccia dei social non avrebbe potuto esserci soggetto migliore: una donna rom incinta e madre di 15 figli arrestata a Roma dai carabinieri mentre a bordo di un autobus tentava di derubare una turista cinese del suo portafogli. E come se non bastasse anche recidiva, visto che "madame furto", come è stata ribattezzata la donna di 38 anni con origine bosniache, ha all'attivo più di 50 furti e 43 condanne collezionate negli anni.
Quello che sorprende (ma solo fino a un certo punto) è che a dare il via alla marea di insulti e volgarità che in un attimo ha sommerso la donna non è stato Napalm51, l'hater per eccellenza del web inventato da Maurizio Crozza, bensì Matteo Salvini. "Questa maledetta ladra in carcere per trent'anni, messa in condizione di non avere più figli, e i suoi poveri bimbi dai in adozione a famiglie perbene. Punto", ha scritto il ministro degli Interni a commento su Facebook a un articolo che dava conto dell'arresto della donna. Parole che per molti rappresentano il via libera per un linciaggio virtuale. A scatenarsi dietro il leghista sono in più di tremila, la maggior parte dei quali infuriati e lasciati liberi di sfogarsi dai gestori della pagina. I più gentili propongono di mettere la donna "su un barcone in mezzo all'Oceano per meditare... con biglietto di sola andata", ma sono pochi. I più preferiscono passare direttamente alle vie di fatto, chi proponendo di sterilizzare la donna "come facciamo con gli animali", chi di chiuderle "le tube" e chi, invece, preferirebbe renderla "invalida", magari con "una martellata sulle mani e una in faccia". Per finire con chi chiede invece di mettere fine alla carriera della scippatrice con "una pallottola in fronte".
Ma c'è anche chi prova a contrastare l'ondata di volgarità e minacce. Come quelli che ricordano a Salvini come, mentre se la prende con i rom, non ha mai detto dove sono finiti i 49 milioni di contributi elettorali truffati dalla Lega. "Pensa a quanti politici rubano da anni, la gamma delle ruberie come ben sai è molto vasta, non sono incinti e sono ancora in giro", scrive ad esempio Algio. "Propongo di concederle 80 anni per permetterle di restituire il bottino", intervenire invece Chiara G. ricordando le facilitazioni ottenute dal Carroccio sempre a proposito dei famosi 49 milioni. E Francesco B. : "A buttare fango sei molto bravo, guarda in casa tua, c'è peggio". "Ho letto bene? Stiamo davvero parlando di sterilizzazione obbligatoria? Che Paese siamo diventati", si chiede Marco I.
A dir poco stupito per le espressioni utilizzate da Salvini è Santino Spinelli, musicista e docente universitario rom. "Il linguaggio adottato dal ministro è può confacente a u regime dittatoriale che a un sistema democratico dove vige lo stato di diritto", dice. "È terribile ascoltare queste parole, poiché la sterilizzazione veniva praticata dai nazisti. Un conto è punire chi commette un reato secondo il codice penale, ben altro conto è aggiungere un surplus di pena solo perché si tratta di una persona rom. Quindici anni fa - conclude Spinelli - queste dichiarazioni avrebbero comportato la rimozione immediata dall'incarico. Oggi si sta creando un clima pericolosissimo e questa deriva va fermata in tempo. Perché le istituzioni nazionali e internazionali non intervengono? Il silenzio è convivenza". Duri anche i commenti che arrivano dal Pd: "La giustizia non è barbarie", afferma il deputato Emanuele Fiano. "Condannare, applicare le pene senza sconti, prevenire e reprimere il crimine non possono voler dire, in democrazia. oltrepassare il limite della civiltà, come fa Salvini prevedendo la sterilizzazione di questa persona".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2019
Lo straniero detenuto espulso, come misura sostitutiva al carcere, non può rientrare prima di 10 anni. Il limite di 5 vale per l'espulsione amministrativa o per pene di modesta entità. La Corte di cassazione, con la sentenza 26873, fa una netta distinzione tra l'espulsione come alternativa alla detenzione, rispetto all'espulsione come sanzione sostitutiva della pena anche detentiva lieve, mettendo in atto un diverso statuto dell'espulsione giustificato dai presupposti.
Mentre nel caso di "allontanamento" dall'Italia al posto della pena la sostituzione della misura scatta nell'ipotesi di sanzioni detentive di modesta entità con il tetto di due anni, per l'alternativa alla detenzione, il limite dei due anni di pena, previsto dal testo unico sull'immigrazione, può riguardare pene residue di periodi ben maggiori di detenzione.
Da questa considerazione nasce il doppio binario dell'espulsione. I giudici, accogliendo il ricorso del Pubblico ministero, dettano così un principio di diritto secondo il quale lo stop al rientro nel territorio dello stato per l'immigrato detenuto, deciso in sostituzione o in alternativa alla detenzione è fissato in 10 anni dalla data del provvedimento, mentre il limite dei 5 anni vale solo per le espulsioni ordinate in via amministrativa o come sanzione alternativa alle pene detentive lievi.
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