di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 3 agosto 2019
Dopo l'intervento dell'Onu chiuse le strutture di Misurata, al Khoms e Tajoura. Gli stranieri saranno espulsi e rinviati nei loro paesi di origine. In Libia in governo di Tripoli guidato da Fayez al- Sarraj ha preso una decisione che potrebbe avere ripercussioni non solo nello scacchiere africano ma anche sull'Europa.
Secondo il sito web Al Ahrar, che ha raccolto fonti del ministero dell'Interno, le autorità hanno disposto la chiusura immediata di tre centri di detenzione per migranti. Si tratta delle strutture di Tajoura, Misurata e Al Khoms. L'ordine di smobilitazione è stato dato direttamente dal ministro Fathi Bashagha, i migranti rinchiusi nei centri, sempre secondo quanto riportano i media libici, saranno espulsi e riportati nei loro paesi d'origine.
In questa maniera si darebbe seguito ad un annuncio fatto il 2 luglio scorso quando proprio il centro di Tajoura fu bombardato dalle forze del generale Kalifa Haftar. Fu una strage, almeno 60 morti e 130 feriti anche se si pensa che le vittime potrebbero essere molte di più. In quel frangente era stato proprio Bashagha a rendere nota l'impossibilità di garantire la sicurezza dei migranti "reclusi". Inoltre lo stesso Sarraj aveva annunciato che era in animo di liberare tutti coloro che si trovavano nei centri, si è parlato di migliaia di persone che si sarebbero riversate ad attraversare il mediterraneo.
La mossa libica è stata vista come il tentativo di Tripoli di ottenere finanziamenti e armi, in cambio del ruolo di carcerieri dei migranti, da parte dell'Europa. Solo un giorno dopo la strage il ministro dell'Interno si era affrettato a dichiarare: "il governo è tenuto a proteggere tutti i civili, ma il fatto che vengano presi di mira i centri di accoglienza da aerei F16 e la mancanza di una protezione aerea per i migranti clandestini nei centri stessi, sono tutte cose al di fuori della capacità del governo".
In realtà le bande criminali di trafficanti che controllano il "business dei barconi", vedono nella gestione dei centri di detenzione il nuovo grande affare, perdere la "materia prima" potrebbe costituire un colpo all'economia (molte volte illegale) lucrosa messa in piedi da quando i paesi Ue hanno cominciato a restringere le maglie delle frontiere esterne. Sulla decisione del governo tripolino di chiudere i tre centri ha sicuramente avuto un peso l'intervento dell'inviato speciale per la Libia, Ghassan Salamè. Lunedì scorso ha riferito di fronte al Consiglio di sicurezza dell'Onu sollecitando proprio la fine di queste vere e proprie prigioni per migranti.
Secondo le stime, nelle strutture ufficiali, sono detenute, in condizioni per lo più spaventose, almeno 5000 persone, di queste 3800 sono a rischio della vita perché esposte ai combattimenti. Si tratta di capire ora cosa succederà, se si procederà allo smantellamento di tutti i luoghi di detenzione. Chi penserà al rimpatrio dei migranti in maniera sicura? Chi garantisce che quelli che saranno liberati non andranno ad ingrossare le fila dei combattenti della guerra civile libica? Quale sarà la sorte dei minori giunti in Libia senza famiglia?
di Maria Teresa Accardo
Il Manifesto, 3 agosto 2019
"Great exchange", così la designata presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen definisce su twitter l'incontro con il presidente Giuseppe Conte, ieri mattina a Roma. Uno scambio "proficuo", ricambia lui. La comunicazione di Palazzo Chigi suona i violini enfatizzando la sintonia fra i due e la presidente regge il gioco, sperando di aiutare il premier a uscire dal pantano in cui lo ha infilato l'alleato leghista. Alla fine Von der Leyen si prende anche il gusto di invocare "lo spirito di Alcide De Gasperi": una citazione di uno dei padri nobili italiani dell'europeismo. Una cortesia verso l'ospite. O forse una elegantissima stilettata al governo gialloverde, palesemente distante anni luce dall'uomo di "La nostra patria Europa".
Il dialogo avviene in un clima dialogo "sereno e concreto", viene riferito. Alla conferenza stampa i due recitano la parte. La prossima commissaria tende la mano al governo italiano: "Sono consapevole che paesi come Italia, Grecia e Spagna si trovano in una posizione geograficamente più esposta", ammette parlando dei flussi migratori (ma siamo alla geografia) "di questo dovremo tenere conto", promette, "è fondamentale poter garantire la solidarietà, ma non è mai unilaterale, è come minimo bilaterale, ma se collaboriamo riusciremo a trovare d soluzioni per il futuro". L'allusione alle sparate nazionaliste di Salvini è poi più esplicita: "È necessario rivedere il concetto di ripartizione dell'onere. Vogliamo che le nostre procedure siano efficaci, efficienti, ma anche umane".
Conte è soddisfatto: "L'Italia vuole giocare un ruolo da protagonista ed è disposta ad assumersi tutte le responsabilità", replica rivendicando per il paese "un portafoglio economico di primo piano". Ma è una recita a soggetto. Salvini voleva ricevere un riconoscimento politico dalla prossima presidente, e solo in mattinata si è convinto di inviare a Conte la rosa dei papabili commissari. I leghisti si blindano - in molti giurano che la lista è stata scritta da Salvini e non condivisa - e i nomi in ballo sono sempre gli stessi: l'ex ministro Tremonti, però troppo targato Berlusconi; il sottosegretario Garavaglia, nel caso di una delega economica; il collega Centinaio se fosse l'agricoltura; la ministra Bongiorno se servisse un nome di donna. Anche se Salvini ha parlato di un esperto di economia, profilo che escluderebbe gli ultimi due.
Su questo con Van der Leyen il dialogo è appena abbozzato. Anche perché Salvini non ha ancora ottenuto la garanzia che il suo candidato non venga affossato dal cordone di sicurezza anti-sovranista dell'europarlamento. Per questo si segnalano pressioni per recuperare il rinunciatario Giorgetti, considerato l'unico 'leghista moderato' in grado di passare il vaglio.
Il clima politico resta incandescente, all'apparenza, nonostante governo e parlamento stiano per chiudere i battenti prima di un'estate lunghissima (le camere faranno vacanza per più di un mese). E ormai è chiaro che non ci saranno problemi al voto di fiducia sul decreto sicurezza bis che lunedì approderà nell'aula del senato.
E tuttavia i due vicepremier ancora giocano alla guerra lanciandosi accuse. Salvini dal Corriere della sera: "Questa è una manovra importante in cui tutti dovranno avere coraggio. Sennò il coraggio lo chiediamo agli italiani". Una minaccia di rottura a cui Di Maio risponde picche: "Se c'è responsabilità possiamo andare avanti, se invece questi continui attacchi sono legati al fatto che la Lega ambisce a qualche ministero, dico: lo chiedano pubblicamente e smettiamo di massacrare gli italiani".
di Barbara Cottavoz
La Stampa, 3 agosto 2019
È stato trasferito in una località sconosciuta Ahmadreza Djalali, il medico detenuto in Iran da oltre tre anni e condannato a morte per spionaggio: lo ha raccontato lui stesso in una telefonata, l'unica che gli è concessa. Il ricercatore del Centro sulla medicina dei disastri dell'Università del Piemonte Orientale a Novara ha detto di non sapere dove si trovasse e di aver avuto la possibilità di chiamare qualcuno solo all'interno del Paese.
La moglie Vida, che vive a Stoccolma con i figli, è molto in ansia: "È stato trasferito soltanto lui e non gli è stato detto il perché". La condanna a morte pronunciata a carico di Djalali non è mai stata revocata nonostante la mobilitazione del mondo accademico internazionale e nonostante diversi ricorsi del suo avvocato davanti ai vari gradi del Tribunale della Rivoluzione. "Non abbiamo altre informazioni purtroppo - commenta l'amico e collega Luca Ragazzoni - e questo ci preoccupa molto". La Federazione italiana diritti umani ha chiesto all'Unione europea un intervento urgente a favore del medico.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 3 agosto 2019
I primi decreti sono stati firmati da re Salman mercoledì. Poi ieri all'alba, nel giorno sacro per i musulmani, la promessa è diventata legge. "Il passaporto sarà concesso a ogni persona di cittadinanza saudita che ne farà richiesta". Nero su bianco sulla gazzetta ufficiale Umm al-Qura: le donne maggiori di 21 anni non avranno bisogno, in futuro, del permesso di un uomo per lasciare il Paese.
"È un gigantesco passo per le saudite", ha trillato il giornale filo governativo Saudi Gazzette. È la "Storia" con la S maiuscola gli ha fatto eco la principessa Rima Bint Bandar Al Saud, prima ambasciatrice dell'Arabia Saudita negli Stati Uniti, mentre su Twitter è esploso l'hashtag No Guardianship Over Women Travel, con tanto di meme che mostrano gruppi di donne velate scivolare sotto il filo spinato per ricomparire dall'altra parte vestite all'occidentale o che raccontano di fughe in massa all'aeroporto.
Dopo la patente, il permesso di assistere ad eventi sportivi, la riapertura dei cinema e i concerti degli artisti occidentali, il passaporto rappresenta un primo passo verso la fine del wilaya (potestà), imposto dalla tradizione wahabita che rende, di fatto, le donne pari a delle minorenni sotto tutela di un guardiano, che sia il marito, il padre o il parente maschio più prossimo.
Ad accelerare la concessione - immediatamente contrastata dagli ambienti più conservatori del regno che l'hanno definita "pericolosa" - le notizie (e le relative polemiche) sulle fughe di numerose giovani. Inclusa Rahaf al-Qunun, la cui richiesta di asilo, gridata in diretta social da un hotel di Bangkok, a gennaio aveva attirato l'attenzione globale.
Queste ultime riforme - oltre all'espatrio è previsto il diritto per le donne di riconoscere i propri figli, registrare i matrimoni e accedere al lavoro senza autorizzazione di un uomo - fanno parte del piano del principe ereditario Mohammed bin Salman, varato nel 2016 sotto il nome "Vision 2030", con l'obiettivo di modernizzare il Paese e renderlo meno dipendente dagli idrocarburi.
Tuttavia i critici fanno notare come il sistema del guardiano sia ancora ben lontano dall'essere abolito. "Le donne avranno ancora bisogno del permesso di un tutore per essere rilasciate dal carcere o per sposarsi", commenta Amnesty International in una nota. Gli alti funzionari sauditi hanno poi sottolineato la necessità di proseguire gradualmente al suo smantellamento per non irritare la parte più conservatrice della società.
Non solo. Le nuove regole avranno bisogno di tempo per farsi strada nella burocrazia spesso sclerotica del regno. Ed è facile prevedere come, all'interno delle case, gli uomini continueranno ad esercitare il tradizionale controllo su mogli, sorelle, figlie e madri, indipendentemente dalle leggi scritte. Infine, nonostante le pesanti critiche della comunità internazionale, restano in cella le attiviste che proprio per questi diritti si sono battute. Su tutte Loujain al-Hathloul, incarcerata per aver avuto contatti con i media stranieri. Aleggiano poi ancora forti sospetti sulla testa di Mbs a proposito dell'omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, ucciso l'ottobre scorso nel consolato saudita di Istanbul. Come dire, insomma, che i guardiani sono ben lontani dal perdere il loro potere.
di Liana Milella
La Repubblica, 2 agosto 2019
Nuove scintille tra gli alleati. Dopo il consiglio dei ministri fiume di ieri, resta lo scoglio del processo penale. E stamattina dal Carroccio è arrivata una nuova stroncatura: "Riforma vuota e inutile, non la votiamo". Mentre il Guardasigilli replica: "Vogliono far saltare la prescrizione? Non permetterò giochini". Intanto l'Anm protesta: "Il sorteggio per il Csm è incostituzionale".
di Errico Novi
Il Dubbio, 2 agosto 2019
E Bonafede attacca Salvini: "non siete più con il Cavaliere". Il day after è pesante. Le macerie della riforma Bonafede sono difficili da ricomporre. Le posizioni ribadite ieri nel confronto a distanza fra Matteo Salvini, Luigi Di Maio e il guardasigilli Alfonso Bonafede hanno tutta l'aria di restare lontanissime. Non solo. Sulla possibilità di un ddl giustizia condiviso, dopo il naufragio del Consiglio dei ministri fiume di mercoledì, incombe ora come un macigno la "nuova" prescrizione.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 2 agosto 2019
Il ministro da Conte per trovare una soluzione, ma Salvini tiene alta la tensione. La ministra Bongiorno non chiude la porta: non siamo su un binario morto. Alla fine la notte dei lunghi coltelli sulla giustizia, con un consiglio dei ministri conclusosi a notte fonda, senza avere messo punti fermi, ha reso evidente (ma non potevano parlarsi prima?) che il vero nodo da sciogliere è quello penale.
di Liana Milella
La Repubblica, 2 agosto 2019
Prescrizione, separazione delle carriere. I punti di divergenza tra Lega e Cinque Stelle sono così rilevanti che il negoziato sul processo penale sembra destinato al fallimento. Alimentando i sospetti dei grillini sulle reali intenzioni del partito di Salvini.
Il Centro, 2 agosto 2019
Petrilli: "Il parlamento europeo non può intervenire sul governo italiano". La commissione petizioni del parlamento europeo ha risposto alla petizione sul mancato risarcimento da ingiusta detenzione presentata dall'aquilano Giulio Petrilli. È lo stesso interrogante a darne notizia. "La commissione", scrive Petrilli (Comitato per il diritto al risarcimento a tutti gli assolti), "ha risposto dicendo che non può intervenire sul governo italiano". "Questo", prosegue, "perché non esiste una legge dell'Unione europea sul tema. I commissari, nel contempo, riconoscono che si tratta di una mancanza da dover riparare. Riconoscono che i criteri per il risarcimento da ingiusta detenzione non possono variare da stato a stato. Dicono espressamente "nell'ammissibilità, negli importi, nei criteri" tutti devono essere sullo stesso piano".
Secondo Petrilli, pertanto, dev'essere fatta sull'argomento "una legge europea alla quale devono attenersi tutti gli stati membri dell'Unione. Un chiaro riconoscimento alla giustezza del contenuto delle mie battaglie e della mia petizione cioè quella che il risarcimento per ingiusta detenzione va concesso a tutti gli assolti, non si può negarlo per questioni extragiudiziarie, "frequentazioni sbagliate" o perché una persona si sia avvalsa della facoltà di non rispondere al primo interrogatorio. Facoltà garantita dalla legge. Quindi, dopo questa risposta, la battaglia continua per garantire la necessità del risarcimento per tutti coloro sono stati privati ingiustamente della libertà personale. Solleciterò nuovamente i parlamentari europei ad approvare presto una legge europea sulla questione".
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 2 agosto 2019
Il "medico degli ultimi" e la sua testimonianza sulla strage di Bologna. "L'unico accusatore dei Nar uscì per un tumore che non c'era. E infatti sopravvisse per altri 23 anni". Francesco Ceraudo è stato per quasi 40 anni direttore del centro clinico Don Bosco nel carcere di Pisa. È uscito da poco un libro in cui racconta la sua esperienza: Uomini come bestie. Il medico degli ultimi, con prefazione di Adriano Sofri (Ets, pp. 310). Un capitolo centrale è dedicato alla sua testimonianza sulla strage di Bologna.
Lei cercò di non testimoniare al processo per la strage. Perché?
Avevo paura. Un'amica che lavorava nell'ufficio del pm Giovagnoli mi aveva avvertito: girava voce che sarei saltato in aria con la macchina. Per tre volte non mi sono presentato in aula. Poi arrivarono a prendermi 4 carabinieri...
Quando testimoniò conosceva già Francesca Mambro?
Sì. Era stata ferita in una sparatoria con le forze dell'ordine. Rimase ricoverata per mesi. Si instaurò un proficuo rapporto medico-paziente. Mi convinsi che per Bologna fosse innocente. Confessava crimini gravi ma ripeteva che con quell'attentato non c'entrava. Da mille segnali che si strutturano in queste relazioni le credetti. Ma le mie certezze non contano: al processo raccontai solo i fatti caduti sotto la mia diretta attenzione.
Vogliamo ricapitolarli?
È semplice: il certificato medico che permise la scarcerazione di Massimo Sparti, unico testimone a carico dei Nar per la strage, era totalmente falso.
Riassumiamo la vicenda...
Nel dicembre 1981 Sparti arrivò al centro clinico di Pisa. Stava subendo un fortissimo dimagrimento. Fu sottoposto a check up completo, inclusi tutti i marker tumorali. Dissi al giudice istruttore che la sua condizione era compatibile con la detenzione. Nel gennaio 1982 ci fu lo scandalo della corruzione al carcere don Bosco, che racconto nel mio libro. Il direttore, ritenendo che fossi stato io a farlo scoppiare, mi dismise da Dirigente Sanitario e al mio posto si insediò il dott. Biagini.
Ritiene che questo trasferimento fosse collegato alla sua diagnosi su Sparti?
No. Fui trasferito perché al don Bosco tutto era in vendita, a partire dai posti letto, e io dovetti segnalare la cosa per non essere complice. La mia ingenuità fu parlarne col direttore mentre a orchestrare tutto era proprio lui.
Cosa successe dopo il suo trasferimento?
Biagini mi disse che aveva mandato Sparti a fare una Tac presso l'Istituto di Radiologia e lì era stato diagnosticato un adenocarcinoma che aveva invaso tutto il pancreas. Due o tre mesi di vita. Non riuscivo a darmi una spiegazione plausibile. Chiesi su quale base avesse deciso la Tac.
Cosa rispose?
Fu evasivo. Dopo un po' io fui reintegrato con tutti gli onori. Andai a controllare la cartella di Sparti e con somma sorpresa scoprii che si parlava di carcinoma gastrico e non di adenocarcinoma del pancreas. Il referto era firmato dal radiologo del carcere, prof. Michelassi, di cui si diceva che fosse iscritto alla P2. All'Istituto di Radiologia un medico amico mi disse che circolava la voce di uno scambio di referti: nella cartella di Sparti erano stati inseriti quelli di un altro paziente. Comunque i fatti parlano da soli. Sparti fu scarcerato. Testimoniò accusando Fioravanti e Mambro. Sopravvisse per 23 anni e morì di tutt'altra malattia.
Lo scambio non potrebbe essersi verificato indipendentemente dalla testimonianza?
A me sembra evidente che la scarcerazione sia stata il prezzo della testimonianza contro i Nar, anche perché questo confessò Sparti al figlio. Ma non sta a me interpretare.
I giudici non le credettero. Perché?
Mi definirono inattendibile e la cosa mi fece piacere: non rischiavo attentati. Non mi perseguirono, però, per falsa testimonianza! Credo che si fossero innamorati di una tesi e posso capire la sete di giustizia dei parenti delle vittime. Ma se si condannano innocenti non è giustizia.
Perché "inattendibile"? Come lo giustificarono?
Dissero che provavo rancore nei confronti di Biagini e del direttore, cosa che ancora mi offende sul piano professionale e su quello etico. Tanto più che a riparare al torto ci aveva già pensato la giustizia, condannando a 10 anni il direttore.
Dopo di allora è più stato ascoltato nei vari processi per la strage di Bologna?
Mai. Ma ora mi hanno preannunciato che verrò ascoltato nel processo in corso contro Cavallini e dirò di nuovo l'unica verità di cui sono in possesso.
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