di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 1 agosto 2019
Il Carroccio: testo sulla riforma penale da riscrivere. Consiglio dei ministri fiume interrotto più volte. Salvini: "Acqua fresca". I 5 Stelle: "Vuole bloccare la nuova prescrizione". Un Consiglio dei ministri travagliato, interrotto più volte, preceduto da una gragnuola di colpi alla riforma della giustizia sparati già di prima mattina da Matteo Salvini via social e poi puntellato da infinite riunioni a margine tra il leader della Lega e il ministro Giulia Bongiorno, che ha guerreggiato a lungo con il ministro Alfonso Bonafede. La riunione fiume va avanti fino a sera inoltrata, con un disegno di legge di riforma della giustizia penale e civile più volte rimaneggiato.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 1 agosto 2019
È stato rinnovato per la quinta volta il protocollo d'intesa tra il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (Dap) del Ministero della Giustizia e l'Unione Italiana Sport Per Tutti (Uisp) per realizzare attività motorio sportive nelle carceri. Iniziative sportive che coinvolgano le famiglie dei detenuti e promuovano la genitorialità, attenzione per le esigenze specifiche delle donne in carcere, degli anziani e delle persone con problemi fisici o psichici sono tra i punti individuati nell'accordo, siglato dal Capo Dap Francesco Basentini e dal Presidente Uisp Vincenzo Manco, in base ai quali orientare la progettazione di interventi di carattere sportivo nei prossimi tre anni.
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 agosto 2019
Credevate davvero che un totem gigantesco qual è, per un governo simile, la riforma della giustizia potesse planare in Consiglio dei ministri come un aeroplanino qualsiasi? Macché. Il minimo erano i fuochi d'artificio prima durante e dopo. Ci sono stati. E avvolgono fino a tarda sera in una coltre d'incertezza il destino del ddl Bonafede, giudicato "acqua" da Salvini, infilzato dai rilievi della ministra Bongiorno, eppure meno divisivo, nella sostanza, di quanto faccia credere l'incredibile giornata di caos vissuta ieri.
La sostanza è che gran parte del testo messo a punto dal guardasigilli coincide con le richieste del Capitano, che alcune altre delle ipotesi leghiste sono difficilmente compatibili con un ddl delega (separazione delle carriere ma anche riforma delle intercettazioni) e che i reali margini di scostamento tra gli alleati sono così sottili da non consentire di mandare in pattumiera una legge di 48 articoli.
Così, con un Consiglio dei ministri anticipato via Facebook, iniziato con un'ora di ritardo, sospeso dopo due minuti, ripreso dopo più di tre ore e ancora in corso quando fuori è ormai buio, la riforma messa a punto dal guardasigilli resta, fino al momento di mandare in stampa questa edizione del giornale, sospesa su una corda tesissima. Giulia Bongiorno chiede alcune rettifiche immediate, altre differite.
La Lega chiede tempi di fase più stretti - Le prime riguardano innanzitutto i tempi di fase massimi per i processi sia civili che penali, sforati i quali il giudice titolare del fascicolo va incolpato sul piano disciplinare: si era partiti da 9 anni, nella bozza proposta ancora ieri mattina da Bonafede si era già scesi a 6 anni, la ministra del Carroccio, fiduciaria di Salvini sulla giustizia, chiede di alzare la diga a 3 anni e 6 mesi.
I correttivi proiettati nel futuro riguardano invece intercettazioni e separazione delle carriere. È proprio sul "divorzio" fra pm e magistrati giudicanti che il leader del Carroccio costruisce la propria requisitoria via Facebook, messa in diretta tre ore prima che inizi la riunione a Palazzo Chigi: "Della separazione non si parla, eppure per noi è essenziale". Poi aggiunge: "Il ddl del ministro Bonafede lascia alla totale discrezionalità delle varie Procure la scelta dei reati da perseguire". E ancora: "Non si separano i due Csm". Obiezioni decisive per capire il corto circuito dialettico in cui si infila, a un certo punto, la discussione fra Lega e 5 Stelle. Perché tutti e tre i nodi evocati dal vicepremier sono già contenuti nella legge costituzionale voluta fortemente dall'Unione Camere penali.
L'Ucpi: separazione delle carriere? Il Ddl è alla Camera - Ebbene: il testo non solo è arrivato già da tempo a Montecitorio sotto la spinta vigorosa di 72mila firme, tutte raccolte dagli avvocati ma, come fa notare il presidente degli stessi penalisti italiani, Gian Domenico Caiazza, "è stata sottoscritta anche dal ministro Salvini ed è oggi sostenuta da un inedito intergruppo parlamentare, che comprende tutte le forze politiche, anche la Lega, in commissione Affari costituzionali...". Proprio in contemporanea con uno dei tre o quattro time out del Consiglio dei ministri, il presidente dell'Ucpi chiede che "chi vuole seriamente questa riforma, la porti in aula, la sostenga e la voti, senza ulteriori e inutili divagazioni".
Basta a dare la misura del caos scatenatosi ieri pomeriggio? Si potrebbe aggiungere come fonti Cinque Stelle facciano notare che una saldatura formale tra ddl Bonafede e legge sulle carriere dei magistrati renderebbe impossibile approvare la riforma dei processi entro fine anno, cioè prima che entri in vigore lo stop alla prescrizione: la legge sulla "separazione", ricordano infatti, "è costituzionale e richiede numerose letture".
I diktat di Salvini previsti dal testo - Il Capitano del Carroccio dice che il testo del guardasigilli è "acqua, una riformina delle mezze misure". Invoca "l'introduzione del merito, dell'efficienza" nelle promozioni dei magistrati. Tema a cui è dedicato l'intero e assai corposo articolo 24 della legge Bonafede, che innalza le valutazioni di professionalità necessarie per giudici e pm che aspirano a incarichi direttivi e semi-direttivi, con un temperato ripristino del criterio dell'anzianità per sfrondare il numero degli aspiranti. Ancora, la proposta messa a punto da Salvini nella pre-riunione con Bongiorno, il sottosegretario Jacopo Morrone e gli altri ministri del suo partito reclama "assunzioni di magistrati e amministrativi", pure già previste. Nella diretta Facebook, il leader del Carroccio invoca l'informatizzazione, puntualmente richiamata dalla riforma anche per il processo penale: il "deposito telematico" sarà "obbligatorio" per tutti gli uffici giudiziari individuati come già adeguatamente attrezzati anche sulla base del parere di Cnf e Ordini forensi coinvolti. Non solo, perché nel "civile", dove il processo telematico è in vigore da tempo, viene messo al bando l'uso delle copie cartacee di cortesia, a meno che i "sistemi informatici non siano funzionanti e sussista una situazione d'urgenza".
I tribunali riaperti e chiusi di nuovo - Nelle frenetiche consultazioni pomeridiane emerge anche il nodo della geografia giudiziaria. Salvini chiede la "riapertura di alcuni Tribunali inopinatamente chiusi dal governo precedente". Era prevista nella prima bozza del guardasigilli ma eliminata in quella consegnata due giorni fa a Palazzo Chigi. C'è invece convergenza sulle sanzioni disciplinari per pm e giudici lenti: nel caso dei primi la scure di Bonafede non suscita particolari contestazioni da parte di Bongiorno, per i secondi prevale la tempistica più stringente sollecitata dalla ministra. Ma è proprio sui tempi del processo penale che le contraddizioni si fanno insostenibili. A ridurli, ci aveva pensato il tavolo istituto a via Arenula con le rappresentanze dell'avvocatura e l'Anm. Considerata la difficoltà anche politica a procedere sulla strada delle depenalizzazioni, ci si era concentrati sui riti alternativi. È passata la rifinitura sull'abbreviato condizionato, non quella, decisiva, sul patteggiamento.
Perché? Ad essere poco entusiasta dei forti sconti di pena previsti (riduzione degli anni di carcere fino alla metà, estensione del rito a reati puniti anche con 10 anni di reclusione) è stata proprio la Lega. Così la soluzione che lo stesso presidente dell'Ucpi Caiazza ancora ieri ha indicato come l'unica in grado di "ridurre i tempi" è stata esclusa dall'articolato. "Eppure", ricorda il leader dei penalisti, "si tratta di una parte essenziale dell'elaborato che, facendo un buon lavoro, si era approvato al tavolo con l'accordo di tutti: solo se si rafforza il patteggiamento si possono ridurre i tempi, con l'abolizione di questa parte l'intera efficacia della riforma viene meno". Non la pensa proprio così Bonafede, che però ieri non ha mancato di ricordare il paradosso all'alleato. C'è invece convergenza sulla necessità di una stretta nei confronti dei magistrati, dai tempi di fase al Csm. È la frontiera estrema sulla quale, superate le fibrillazioni nella maggioranza, toccherà fare i conti con l'Anm. Un conflitto che, pur sottovalutato, rischia di diventare il collante più efficace per un governo mai come ieri in difficoltà nel trovare la sintesi.
di Liana Milella
La Repubblica, 1 agosto 2019
Bloccando la riforma Bonafede, il ministro dell'Interno spera di fermare la nuova normativa sulla prescrizione approvata a gennaio. Riforma "epocale" dice Di Maio. Una riforma che fa "acqua" ribatte Salvini "perché non c'è quello scatto in avanti che si attendono gli italiani". Per usare la metafora del ministro dell'Interno, naviga in acque agitatissime, e rischia di affondare a palazzo Chigi, la riforma della giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede. I venti di guerra avevano cominciato a soffiare già ieri, ma oggi si stanno trasformando in una bufera. Anticamera di una resa dei conti definitiva tra M5S e Lega su un tema come la giustizia da sempre caro ai grillini. Anticamera anche di una possibile crisi qualora venisse approvato al Senato la prossima settimana, ma con i voti di Fi e Fdl, il decreto sicurezza bis per via di massicce defezioni grilline (già 17 voti in meno alla Camera).
Dopo una riunione al Viminale con i suoi ministri, Salvini impallina la legge di Bonafede. Che boccia così: "O si fa riforma coraggiosa, imponente, decisiva, storica della giustizia italiana... Servono uomini e mezzi. Dove chi sbaglia paga. Che punisca chi non è in grado di fare il suo mestiere. È il momento del coraggio, delle grandi riforme, non delle riformine sia sul piano della giustizia che del fisco".
Negli stessi minuti, sotto una fotografia sorridente di Luigi Di Maio col braccio sulle spalle di Bonafede, ecco il vice premier pentastellato pronunciare parole opposte: "È una riforma epocale della giustizia. Che sanziona i magistrati che perdono tempo e riduce drasticamente i tempi dei processi civili e penali rilanciando investimenti e crescita. Basta indagati a vita, chi sbaglia paga e subito. Basta aspettare anni prima di essere risarciti. Basta con le spartizioni di potere al Csm. Mi auguro che nessuno pensi di bloccarla, sarebbe un grave danno al Paese".
Ma a bloccarla è proprio il vice premier leghista, che segue il modello proposto da Giulia Bongiorno, noto avvocato e ministro della Pubblica amministrazione. Lei sostiene che "i magistrati sono dei sacerdoti", tant'è che lei stessa non ha fatto il giudice perché "avere il potere di giudicare e condannare una persona" comporta gravissime responsabilità. Bongiorno ha convinto Salvini, che ha delegato a lei tutto il comparto giustizia, che la riforma non incide effettivamente sui tempi dei processi civili e penali (troppi i sei anni previsti), non pone paletti e regole rigide sul sistema d'accesso alla magistratura, a cominciare dai concorsi. Se Bonafede cancella l'obbligo di un corso di perfezionamento post laurea per accedere al concorso, Bongiorno invece chiede più severità. Come più drastiche dovrebbero essere le regole per i passaggi di carriera e soprattutto il sistema degli illeciti disciplinari che, come prima cosa, dovrebbero riguardare l'efficienza effettiva dei magistrati rispetto allo smaltimento dei processi.
Mentre gli avvocati si schierano con la Lega, con una singolare uscita a tempo, pochi minuti prima dell'affondo di Salvini, del presidente delle Camere penali Giandomenico Caiazza - "è una riforma illusoria che non ridurrà i tempi del processo - emergono via via dalla riunione del capo della Lega con in suoi al Viminale le ragioni del contrasto. Nella riforma non c'è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, con la creazione di due Csm, che invece viene ritenuta ormai non più rinviabile dal Carroccio. E non c'è soprattutto il pacchetto sulle intercettazioni che, mai come in questo momento di inchieste sulla Lega a partire da Moscopoli, i salviniani vorrebbero imbavagliare, non solo facendo meno intercettazioni, ma soprattutto bloccandone la pubblicazione.
Ma al centro dello scontro tra Lega e M5S c'è la riforma della prescrizione. Approvata nella legge Spazzacorrotti di Bonafede, che è legge dal gennaio 2019, prevede che l'orologio del processo si blocchi con la sentenza di primo grado. I leghisti si sono messi di traverso sin dal primo momento, e con la minaccia di bloccare l'intera legge, sono riusciti a vincolare l'entrata in vigore della prescrizione al gennaio 2020, solo dopo l'approvazione di una ulteriore legge di riforma del processo penale. Quella di cui si sta discutendo oggi. Una "riformina" per Salvini e Bongiorno che, bloccando questa legge, pensano anche di fermare la prescrizione. Ma difficilmente un accordo politico, soprattutto qualora si vada alla crisi, potrebbe cancellare una legge dov'è scritto espressamente che la prescrizione bloccata entra in vigore a gennaio 2020. Ci vorrebbe solo un'altra legge per cancellare la Spazzacorrotti.
di Marco Cremonesi
Corriere della Sera, 1 agosto 2019
Ma il vicepremier ottiene da Conte la fiducia sul decreto Sicurezza. Il simbolo dell'ennesima giornata in parete del governo è la Sala dei Galeoni di Palazzo Chigi pavesata a festa per la conferenza stampa che dovrebbe annunciare l'epocale riforma della Giustizia. Si tendono i tappeti, si dispongono le bandiere, si preparano le tribune per chi parlerà, anche se non è affatto chiaro quanti (e chi) saranno. Sui monitor appare la prima slide che dice "Riforma della giustizia. Veloce. Indipendente. Uguale per tutti".
Peccato soltanto che il Consiglio dei ministri che dovrebbe approvarla si apra alle 15 e venga sospeso dopo minuti cinque. L'accordo tra Lega e 5 stelle non c'è e la riunione procede a singhiozzo per tutto il resto della giornata. Consiglio vero e proprio, approfondimenti tecnici, discussioni serrate. Ma a mezzanotte il Consiglio finisce con la solita formula: riforma approvata "salvo intese". Che significa il contrario, l'intesa non c'è.
Intorno alle 20, Salvini sbuffa con i suoi: "Si sono fatti fregare...". Parla dei 5 stelle che si sarebbero fatti "scodellare un testo da gattopardi, che non cambia nulla, scritto dai magistrati del ministero". Un riferimento soprattutto al capo dell'ufficio legislativo del ministero della Giustizia, Mauro Vitiello, di area Magistratura democratica. Secondo chi lo ha sentito, il leader leghista si sarebbe anche concesso una battuta: "Si sono fatti fregare, non so se tutti in buona fede. Nomen omen...". Difficile dimenticare che il ministro alla Giustizia si chiama Bonafede. Del resto, che Salvini la pensasse in questo modo era affiorato anche nel suo Facebook live di metà giornata: "Bonafede ci mette pure la buona volontà ma la sua cosiddetta riforma della giustizia è acqua".
Fatto sta che il basso continuo del Consiglio è il confronto punto su punto tra lo stesso Bonafede e la ministro leghista Giulia Bongiorno. Ma il premier Conte e Luigi Di Maio non vogliono arrivare alla rottura. Neppure i leghisti, in realtà, ma il testo per loro va profondamente cambiato: i tempi del processo, il regime delle intercettazioni sono i nodi che non si sciolgono. Intorno alle 21.30 Salvini comunica ai suoi che tutto è in alto mare: "Quando ci sono in ballo la libertà e i diritti di milioni di italiani, le cose bisogna farle bene...".
Al di là della lunga notte della giustizia, Salvini non ha ancora preso decisioni definitive. "Aspetta al guado" dicono i suoi, il vicepremier attende la piega degli eventi: "Occorre vedere le fondamenta della manovra che Tria e Conte intendono impostare". A giudicare dai tuoni e fulmini partiti ieri in aula alla Camera all'indirizzo di Giovanni Tria dal capogruppo Riccardo Molinari e dal presidente della Commissione Bilancio Claudio Borghi, il clima non mette al bello. E resta sul tappeto, la prossima settimana, la problematica conversione del decreto Sicurezza bis al Senato: il vantaggio della maggioranza è di soli due voti.
Salvini ieri ha chiesto e ottenuto dal premier Conte la fiducia sul provvedimento. Il che, però, dovrebbe impedire che il decreto, pilastro dell'attività del ministro dell'Interno, possano essere votate anche da Forza Italia e Fratelli d'Italia, che sono all'opposizione. Infine, le questione del commissario italiano. Domani il premier Conte incontrerà la presidente Ue Ursula von der Leyen. Ma sul nome del commissario pare che le decisioni non siano prese. I nomi dei ministri Moavero e Tria che continuano a circolare? "Autocandidature" tagliano corto in Lega.
di Luca De Carolis
Il Fatto Quotidiano, 1 agosto 2019
In un mercoledì di afa a Palazzo Chigi mancano solo i sacchi di sabbia alle finestre. Tra gli affreschi e gli stucchi dal primo pomeriggio fino a notte tarda è battaglia tra gialloverdi, una delle peggiori. Perché Matteo Salvini, il vicepremier che ormai vuole tutto, muove guerra alla riforma della giustizia del Guardasigilli a 5Stelle Alfonso Bonafede per uccidere quella della prescrizione.
Per questo, guidato da Giulia Bongiorno, semina dubbi e distinguo contro il nuovo processo penale pensato dal ministro. Invoca le intercettazioni e la separazione delle carriere, assenti nel disegno di legge. Scuote la testa davanti alla riforma del Consiglio superiore della magistratura. Ma in testa Salvini e Bongiorno hanno innanzitutto la scadenza di fine anno: perché, secondo il Carroccio, senza la riduzione dei tempi dei processi entro dicembre, dal gennaio 2020 non può entrare in vigore la nuova prescrizione, quella che congela il decorrere dei tempi dopo la sentenza di primo grado.
Una novità prevista dalla legge Spazza-corrotti. Ma la norma che c'è già, nero su bianco, è eresia per la Lega e per la penalista Bongiorno. E poi il Carroccio deve ingaggiare lo scontro su ogni cosa con i grillini, insistere sulla loro fragilità. Figurarsi se si può lasciare campo libero a un disegno di legge di Bonafede, numero due del M5S. Così è corpo a corpo, con Salvini che dà fuoco alle polveri con una diretta su Facebook: "Io ci metto la buona volontà, ma la sua cosiddetta riforma è acqua, non c'è uno scatto in avanti".
Serve altro, assicura, "una riforma vera e incisiva", mentre quella di Bonafede sarebbe piena di omissioni: "Non si parla di separazione delle carriere, delle assunzioni dei magistrati, dei criteri dei concorsi, delle promozioni".
E poi, continua, "non si tocca il tema delle intercettazioni". Ma soprattutto, accusa il ministro, "non si interviene sulle attenuanti generiche e sulla sospensione condizionale della pena. Ci sono spacciatori o stupratori che vengono condannati sulla carta, ma poi con la sospensione condizionale della pena fanno 24 ore di galera e poi tornano a spacciare e a stuprare".
Ed è il linguaggio preferito del leghista, sono i suoi slogan di sceriffo. Ottimi per azzannare, come e più del previsto. Perché il capo del Carroccio definisce i dettagli dell'assalto di prima mattina dopo una riunione con la ministra alla Pubblica amministrazione, il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone e Nicola Molteni, suo sottosegretario al Viminale.
Con loro decide di rilanciare, anche con una sua contro-riforma: "Separa le carriere, dimezza i tempi dei processi, premia chi merita e punisce chi sbaglia". Bonafede non gradisce e lo invita a farsi sotto: "Ci vediamo in Cdm, non su Facebook e, forse potrò finalmente sentire le argomentazioni, visto che in pre-consiglio nessuno ha detto nulla".
Tira aria da stracci, e allora Conte convoca un pre-vertice con Di Maio e Salvini, a cui poi si aggiunge Bonafede. Così il Consiglio, previsto per le 15, slitta di un'ora abbondante. Ma la riunione non porta a nulla. Tanto che il Cdm parte attorno alle 16.30 ma viene subito sospeso, secondo fonti di Chigi per "motivi tecnici" (provvedimenti urgenti tra cui scioglimenti di Comuni, pare). La pausa serve anche per cercare un accordo sul ddl, con Conte e i ministri che discutono fitto assieme ai rispettivi tecnici.
Oltre due ore dopo si riparte, con i 5Stelle che spargono ottimismo: "C'è l'intesa, a breve ci sarà una conferenza stampa con Conte e Bonafede". Ma gli addetti di Palazzo Chigi lavorano a vuoto, perché nel Cdm la tensione sale e i nodi si ingarbugliano. Conte si rivolge ai leghisti, più volte: "Fatemi le vostre proposte".
Ma di proposte concrete, dicono fonti di governo, nonne arrivano. Solo tanti appunti. Fino a un duro scontro tra Bonafede e Bongiorno, in punta di diritto. "Alla Lega non piacciono le norme sul processo penale" raccontano dal M5S. Così si va avanti, fino a tarda notte. Nella trincea tra presunti alleati.
di Cesare Mirabelli
Il Messaggero, 1 agosto 2019
Il disegno di legge che attribuisce al Governo una delega per la riforma della giustizia manifesta una ambizione e contiene una insidia. Proporre un unico provvedimento per riforme che comprendono il processo civile, il processo penale, l'ordinamento giudiziario, la carriera dei magistrati, il funzionamento del Consiglio superiore della magistratura, offre l'idea che si persegue una "grande riforma", destinata ad incidere profondamente sul sistema ed a rendere efficiente il funzionamento della giustizia.
La diversità dei temi trattati, ciascuno oggetto di una o più deleghe al Governo, alcuni di carattere prevalentemente tecnico, come quelli che riguardano il processo, altri di maggiore spessore politico, come quelli relativi ai magistrati ed al Consiglio superiore della magistratura, implicano il rischio che difficoltà o intoppi in Parlamento su singoli aspetti di una proposta così complessa blocchi o renda più difficile il percorso anche per quelle parti della riforma, ciascuna relativa ad un tema omogeneo, per le quali vi sia larga condivisione.
Per quanto riguarda il processo, sia civile che penale, un elemento tecnico dominante è l'accentuazione della informatizzazione. Deposito di atti, comunicazioni e notifiche, sono esclusivamente affidate a sistemi telematici. Ne dovrebbe derivare, sia pure con qualche complessità operativa forse sottovalutata, il superamento di tempi morti e di incertezze nel buon esito delle notifiche, che particolarmente nel processo penale determina il rinvio delle udienze.
Nel processo civile si tende a governarne la durata, sin dal ricorso che lo introduce, fissando termini stringenti per gli atti da compere dalle parti e dal giudice, e ad accentuarne la oralità, sino alla sentenza resa immediatamente dopo la discussione, con la lettura del dispositivo e possibilmente delle ragioni della decisione. Modalità analoghe anche per il giudizio di appello, che attualmente costituisce la fase che ha maggiore difficoltà a contenere i tempi richiesti per la decisione. È offerta anche una apertura per l'attività istruttoria stragiudiziale, sempre con la garanzia del contraddittorio tra le parti e della difesa tecnica.
Anche per il processo penale sono scanditi i tempi per il compimento delle attività. Sin da quella delle indagini preliminari che compie il pubblico ministero, la cui violazione può determinare responsabilità disciplinare. È evidente il tentativo di bilanciare il già previsto allungamento dei tempi di prescrizione dei reati, sterilizzandone gli effetti con l'auspicato abbreviamento della durata dei processi. Una novità, almeno sul piano legislativo, perché già sperimentata in alcune procure, è la possibilità affidata al pubblico ministero di prevedere e rendere trasparenti e predeterminati i criteri con i quali selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza. In qualche modo si supera di fatto il principio di obbligatorietà dell'azione penale, che viene raccordato alle capacità operative degli uffici di procura. Tuttavia ne deriva, in singoli territori, ad una annunciata ed implicita "depenalizzazione giudiziaria" di reati considerati di minor rilievo. É anche significativa la introduzione di casi nei quali non è consentito appellare le sentenze: di proscioglimento per reati di minor rilievo, o di condanna a pena sostituita con il lavoro di pubblica utilità.
L'obiettivo di ridurre la durata ora eccessiva dei processi, che ha determinato numerose condanne dell'Italia da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo, è affidato ancora una volta a modifiche delle regole processuali, mentre rimangono sottovalutati gli aspetti che riguardano la efficienza della organizzazione e delle risorse.
Gli aspetti politicamente più sensibili riguardano la "riforma ordinamentale della magistratura", che dedica largo spazio ai criteri ed alle procedure per la nomina negli uffici direttivi. Una disciplina che articola minutamente i tradizionali criteri della anzianità, delle attitudini e del merito sin qui riempiti da circolari del Consiglio superiore della magistratura. È evidente l'intenzione di porre rimedio sul piano normativo a quanto reso evidente dalle recenti vicende per la nomina del Procuratore della Repubblica di Roma. Tuttavia l'eccesso di dettagliati vincoli nel procedimento e nella articolazione dei criteri rischia di alimentare ulteriormente il già frequente ricorso al giudice amministrativo contro i provvedimenti di nomina. D'altra parte un sistema nel quale prevalesse il buon andamento, dovrebbe essere il riconoscimento dell'autorevolezza del Consiglio e la linearità delle sue scelte a costituire la migliore garanzia per la selezione dei magistrati che aspirano a funzioni direttive.
Dunque è questo un nodo essenziale. Il disegno di legge governativo lo affronta con riguardo alle elezioni dei magistrati componenti del Consiglio superiore della magistratura, il cui numero in controtendenza rispetto all'andamento generale nuovamente si accresce da sedici a venti. Le elezioni si svolgono con un sistema misto: nella prima fase solo sorteggiati i magistrati che possono presentare la propria candidatura nel collegio dove esercitano le loro funzioni. Nella seconda fase sono eletti essere candidati più votati nelle singole circoscrizioni. La limitazione al potere di fatto delle correnti organizzate resta dunque affidata alla sorte, alla casualità delle potenziali candidature.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 1 agosto 2019
Salvini definisce "acqua fresca" l'oscena riforma Bonafede, ma in un anno la sua Lega non ha fatto nulla per evitare di trasformare il processo in uno strumento di vendetta sociale. Perché la repubblica giudiziaria si combatte solo mandando a casa il governo.
Sarebbe bello poter credere alle parole di Matteo Salvini e immaginare che all'origine dello scontro sulla riforma della giustizia andato in scena ieri con il Movimento 5 stelle ci sia una volontà sincera da parte della Lega di difendere il principio del giusto processo, di combattere i tempi lunghi della giustizia, di opporsi alla barbarie del processo mediatico, di ribellarsi all'eccessiva discrezionalità di cui godono i magistrati italiani.
Sarebbe bello poter credere che dietro all'ultima battaglia tra Lega e M5s ci siano questioni ideali e non elettorali, ma la storia di questo anno e mezzo di governo suggerisce purtroppo una sceneggiatura molto diversa all'interno della quale il partito di Salvini è più complice che vittima del giustizialismo grillino. Il Consiglio dei ministri di ieri, come sapete, ha registrato una distanza plastica tra le posizioni della Lega e quelle del M5S.
Ma per quanto possa sembrare paradossale, alla radice delle polemiche di queste ore vi è una scelta scellerata - una delle tante- compiuta alla fine dello scorso anno proprio dalla Lega: accettare senza battere ciglio di votare una riforma "anticorruzione" che tra le molte scelleratezze ha introdotto, a partire dal gennaio del 2020, l'abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado.
La Lega ha sostenuto di aver votato quella riforma solo dopo aver avuto precise rassicurazioni da parte del M5S: non ti preoccupare Matteo, votiamo questa simpatica legge che farà allungare i tempi dei processi e prima di gennaio, vedrai. faremo una straordinaria riforma per far diminuire i tempi del processo.
A cinque mesi dall'introduzione nel nostro ordinamento dell'abolizione della prescrizione scopriamo ora che il responsabilissimo ministro dell'Interno, tra una passeggiata e l'altra in spiaggia, non solo non ha ancora alcun accordo concreto con i suoi compari di governo per fare quello che aveva promesso di fare mesi fa, ma in questi mesi ha fatto di tutto per evitare che il suo governo trovasse un qualche antidoto contro la trasformazione del processo in uno strumento di vendetta sociale.
Ha scelto di non considerare prioritaria l'introduzione nella riforma della giustizia di alcuni provvedimenti che avrebbero potuto quantomeno temperare gli effetti nefasti veicolati dall'abolizione della prescrizione. Ha scelto di non difendere la riforma del patteggiamento, con l'innalzamento annunciato e poi cancellato fino a dieci anni o fino alla metà della pena che avrebbe permesso di snellire l'attività processuale e che sarebbe stato un elemento non secondario all'interno di un paese che considera i riti alternativi come strumenti del demonio e che si ritrova da tempo con il 90 per cento dei processi in corso di natura dibattimentale.
Ha scelto di considerare fino all'ultimo accettabile l'idea che una risposta ai processi lumaca potesse essere il divieto di proroga del termine delle indagini preliminari oltre i sei mesi, senza accorgersi che un divieto che prevede solo una sanzione disciplinare e non una sanzione processuale non è un divieto ma è una truffa. Ha scelto infine di svuotare la rimodulazione del sistema sanzionatorio opponendosi con forza a ogni ipotesi di allargamento del perimetro delle depenalizzazioni.
Matteo Salvini ieri ha definito con disprezzo la riforma Bonafede come una riforma fatta di acqua fresca, ma la verità è che all'interno della traiettoria seguita fino a oggi dal ministro dell'Interno non esiste un solo indizio capace di rendere credibile l'idea che il leader della Lega voglia difendere il principio del giusto processo, voglia combattere i tempi lunghi della giustizia, voglia opporsi alla barbarie del processo mediatico, voglia ribellarsi all'eccessiva discrezionalità di cui godono i magistrati italiani.
Ogni compromesso con un partito giustizialista che ha fatto della negazione esplicita dell'articolo 27 e dell'articolo 111 della Costituzione (ogni imputato è innocente fino a prova contraria, la legge assicura la ragionevole durata dei processi) è un compromesso al ribasso.
E ogni compromesso al ribasso sul terreno della giustizia è un passo in avanti verso il consolidamento di una repubblica giudiziaria fondata sul principio dello scalpo. In uno sciopero convocato lo scorso novembre dalle Camere penali, l'approccio scelto dal governo per cambiare la giustizia è stato giustamente definito il simbolo di una "controriforma autoritaria della giustizia penale" che altro scopo non ha se non quello di aggredire "il principio costituzionale della ragionevole durata del processo" trasformando, attraverso l'allungamento infinito dei tempi, il processo stesso in una forma occulta di pena.
A voler seguire questa traccia, dunque, se il leader della Lega volesse davvero combattere per avere una riforma della giustizia capace di riequilibrare l'obbrobrio votato dallo stesso Matteo Salvini alla fine dello scorso anno avrebbe solo una carta a disposizione: arrestare il governo, prescrivere il grillismo e infilare nel cestino della storia una maggioranza che non ha altra natura se non quella di promuovere una controriforma autoritaria della giustizia penale. Faster, please.
di Domenico Cacopardo
Italia Oggi, 1 agosto 2019
La riforma della giustizia del ministro Bonafede prevede il termine di 9 anni per concludere un processo. Puniti i magistrati che fanno il loro dovere e premiati gli altri. Ci saranno gli imputati di professione che dovranno dedicare ogni energia e risorsa per difendersi per anni. La riforma della giustizia del ministro Bonafede prevede, infatti, il termine di nove anni per concludere un processo. Non solo. Saranno puniti i magistrati che fanno il loro dovere e premiati gli altri.
La proposta del Guardasigilli è scandalosa perché fa trionfare le inefficienze di un sistema giudiziario che non ha ancora accettato di diventare, come è nel mondo, un servizio per la collettività. Il servizio giustizia che i cittadini italiani hanno il diritto di pretendere ancora di più di quanto non pretendano il servizio sanitario.
Quale fine farà la riforma della giustizia del ministro Alfonso Bonafede è questione da affidare agli aruspici di regime e, quindi, meno importante di ciò che essa contiene e non contiene, denunciando un'impostazione autoritaria, coerente da un lato con i "vaffa" di Beppe Grillo e, dall'altro, con la teoria, autorevolmente prospettata, che in Italia non esistono innocenti, solo colpevoli che non sono stati scoperti. Un'impostazione, quest'ultima, che ha improntato un'effimera stagione giustizialista i cui effetti dannosi si sono riscontrati nei decenni successivi, in quella che è stata definita seconda Repubblica, la cui conclusione, da varie parti affermata, non sembra in realtà avvenuta.
L'aspetto più eclatante e paradossale della proposta Bonafede è costituito dall'accelerazione dei processi, con l'imposizione di limiti di 4 anni per il primo grado, tre per l'appello, due per la Cassazione: 9 anni. L'intervento della ministra Giulia Bongiorno, avvocata di grido con un importante palmares giudiziario alle spalle (e di fronte, naturalmente), ha indotto il proponente a ridimensionare i cosiddetti limiti a 3 anni per il primo grado, 2 per l'appello, 1 per la Cassazione: 6 anni. Confesso che in un primo momento mi è venuto da ridere.
Mi tornavano in mente i tempi della giustizia civile o penale dei paesi dell'Unione europea di cui facciamo parte ed emergeva, quindi, il paradosso di una nazione, l'Italia, che codifica tempi biblici per la sua giustizia. Insomma, termini ben più lunghi che altrove. È come se le università, di fronte al fenomeno dei fuori corso, decidessero di abolire o contenere il problema, dilatando i tempi dei corsi di laurea. Adattandoli cioè al passo degli studenti svogliati e un po' somari che parcheggiano una parte della loro vita negli atenei nazionali.
Mi sono poi reso conto che (e nessuno lo vuol dire) la proposta di Bonafede è scandalosa, volta a far trionfare e a stabilizzare le inefficienze di un sistema giudiziario che non ha ancora accettato dì diventare, come è nel mondo, un servizio per la collettività. Il "servizio giustizia" che i cittadini italiani hanno il diritto di pretendere ancora di più di quanto non pretendano il "servizio sanitario" (da notare che come il sistema sanitario è meno efficiente nel centro, nel Sud e nelle isole, allo stesso modo degli uffici giudiziari che funzionano peggio al centro, al Sud e nelle isole).
Una giustizia che, sostanzialmente, manca, giacché è ritardata, in modo incoerente con i tempi sociali ed economici delle società contemporanee. Gli utenti che ottengono una sentenza definitiva nei tempi lunghi che ci sono usuali, in realtà non ottengono il ristoro dei torti subiti o dei diritti negati: l'attesa ha consumato l'interesse di chi si è rivolto al giudice. Per converso, in zone ad alta intensità criminale, la lentezza favorisce, indirettamente, lo sviluppo delle varie mafie che riescono a fornire soluzioni alternative, loro proprie, alla giustizia di Stato. È facile rivolgersi al "Pezzo da 90", ottenerne la benevolenza e una decisione favorevole, che, poi, diventerà cogente per tutti.
Così, l'ex dj Bonafede regala un premio agli inefficienti e si astiene dal riconoscere il merito di quei tribunali che, nelle attuali situazioni, riescono a svolgere la propria attività in tempi accettabili. Ovviamente, la questione delle questioni (e anche qui siamo ben lontani dalle amministrazioni giudiziarie degli altri paesi dell'Unione), cioè la separazione delle carriere tra giudici giudicanti e giudici inquirenti, non viene affrontata.
Nel non detto del giustizialismo grillino, vale sempre e comunque l'accusa (ma valeva anche per l'ex ministra della giustizia, avvocata Paola Severino), dalla quale si fanno discendere immediate conseguenze politiche. Anche se sono numerosi i casi di non-colpevolezza stabilita anni e decenni dopo le prime condanne. Il caso di Calogero Mannino (riconosciuto non colpevole dopo 35 anni di peripezie giudiziarie) è solo uno dei tanti.
E su di esso, in effetti, si appuntano le critiche di parti importanti della magistratura requirente che, in definitiva, non riescono ad accettare un giudizio difforme dalle loro impostazioni. Peraltro, la riforma della giustizia sembra, a detta di varie fonti ai 5 Stelle, anche autorevoli, l'occasione per esercitare una sorta di ricatto politico nei confronti della Lega: se non passasse ci sarebbero conseguenze sul voto (Senato) per il decreto sicurezza bis.
Nella vita questi scambi si chiamano ricatti. Se, nel caso nostro, uno scambio del genere fosse confermato, avremmo proprio raggiunto il fondo. Bastano queste considerazioni per indurci a considerare la riforma Bonafede un'ennesima prova d'incapacità politica, di condizionamenti inaccettabili e di un metodo estraneo alla storia dell'Italia repubblicana. Se avrà un seguito, ne riparleremo.
di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 1 agosto 2019
Gli articoli di Iuri Maria Prado e di Gherardo Colombo in polemica tra di loro, pubblicati su "Il Dubbio", sono importanti e significativi perché rappresentano in modo profondamente diverso il ruolo del giudice nell'attuale ordinamento giuridico e nella società moderna. Prado sostiene che "non è compito del magistrato far rispettare la legge "perché "il potere di indagare e giudicare le persone" non può essere interpretato in maniera così distorta. Colombo invoca tanti articoli della Costituzione ma soprattutto l'art. 3 che attribuisce alla Repubblica il compito di "rimuovere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese", per attribuire al magistrato un ruolo complesso e multiforme.
Il ragionamento di Colombo in estrema sintesi è che lo scopo finale del magistrato è quello di far rispettare la legge "separando il grano dall'olio" e in più ha un compito del tutto particolare di far ricorso alla Corte Costituzionale per verificare l'aderenza delle leggi alle norme costituzionali. La tesi di Colombo non è corretta ed è pericolosa perché attribuisce una funzione al magistrato non conforme allo spirito e al contenuto delle norme del complessivo ordinamento giuridico. Colombo in verità esplicita in maniera argomentata quello che sostiene dagli anni 80 quando teorizzò, a nome di "magistratura democratica " che la magistratura era costretta "a fare opposizione al sistema" perché il consociativismo tra la Dc maggioranza in Parlamento e il Pci minoranza, aveva affievolito l'opposizione e la contestazione al partito di maggioranza da parte dello stesso Pci. La magistratura cioè doveva farsi carico di contestare "il potere della maggioranza" attraverso la interpretazione della legge.
Questa valutazione "politica" della funzione del magistrato io l' ho contestata sin da allora, e Colombo lo sa bene, ma oggi debbo dire che c'è una coerenza nel suo ragionamento che considero ancora più pericoloso, perché dopo la esperienza del pool di Milano degli anni 90 a Colombo sembra ormai scontato questo ruolo omni comprensivo che rende il magistrato, a suo dire, "protagonista delle istituzioni". Una funzione così indicata farebbe venir meno l'indipendenza della funzione giudiziaria per cui il magistrato non sarebbe più chiamato a reprimere la illegalità, funzione tipica e preziosa, ma a garantire la legalità cioè ad avere una funzione etico- politica.
La funzione del magistrato è in contrasto con la funzione politica- etica, che si vuole attribuire: il reato crea un. vulnus nella società e la sanzione ricuce lo strappo e ricompone la comunità nella sua convivenza civile. Si tratta di un ruolo di garanzia di chi controlla e sanziona. Colombo naturalmente sa bene che c'è un problema enorme negli Stati moderni e non solo in Italia, ed è la funzione del giudice e del pubblico ministero.
Un ruolo diverso è maturato lentamente in questi anni con l'indifferenza del legislatore: il Parlamento ha approvato leggi sempre più imprecise e generiche per assegnare un ruolo di supplenza alla magistratura, la quale non si sente più sottoposta alla legge, ma sta "di fronte alla legge", per ripetere una splendida espressione di un vecchio un giurista come Mastursi. Quando il Parlamento prevede il reato di "traffico di influenze illecite" costruito sul nulla e dà al magistrato il massimo di discrezionalità per definirlo a suo piacere, siamo alla follia legislativa che determina inevitabilmente conflittualità e rapporti cattivi tra le Istituzioni.
Quando i costituenti scrissero la Costituzione la magistratura era altra cosa e la giustizia aveva un valore autonomo e residuale nel senso che la certezza del diritto e delle norme, in un preciso contesto codicistico, garantiva la terzietà del giudice, la sua scontata imparzialità e la sua estraneità rispetto alle passioni politiche. La espansione del potere giurisdizionale ha alterato l'equilibrio tra i poteri così come l'aveva concepito Montesquieu. È questa la questione della giustizia in Italia.
Nessuno finora aveva spinto la riflessione fino ad immaginare che il magistrato avesse la funzione di far "rispettare la legge" perché il rispetto della legge viene prima della devianza e deve essere garantito dalla scuola, dalla conoscenza, dalla cultura, dai valori morali, dalla solidarietà civile che è il contrario dell'odio e del rancore.
Quella idea non è solo di Colombo ma sostanzialmente di tutta la magistratura che si attribuisce un potere non controllato perché autonomo e autoreferenziale. Sta al Governo e al Parlamento correggere questo equivoco ma debbo riconoscere che anche governi più solidi, più maturi non hanno fatto niente per evitare questa deformazione. E questo è un problema serio e fondamentale della nostra democrazia esposta sempre a pericoli ricorrenti.
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