Corriere della Sera, 31 luglio 2019
Positivo bilancio per il progetto voluto da Tribunale di Sorveglianza, carcere di Opera, Comune e Giacche Verdi Lombardia. Un'iniziativa "unica nel suo genere", che ha avuto "un ottimo risultato". Otto detenuti del carcere di Opera sono stati impiagati per una missione sociale a Medesimo, in provincia di Como, colpito dall'alluvione di giugno: l'eccezionalità sta nel fatto che hanno ottenuto il permesso di dormire fuori dall'istituto di pena in una casa messa a disposizione del Comune.
Il progetto di recupero è stato realizzato a fine giugno grazie alla collaborazione tra Tribunale di Sorveglianza, Amministrazione penitenziaria, Comune e Giacche Verdi Lombardia, l'associazione di protezione civile e ambientale composta da volontari da tempo impegnata in una proficua collaborazione con il carcere di Opera. Nei giorni scorsi sono stati presentati i risultati dell'iniziativa in un incontro avvenuto nella sede municipale di Madesimo: presenti il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa, il direttore del carcere di Opera, Silvio Di Gregorio con il comandante Amerigo Fusco; il sindaco di Madesimo Franco Masanti e il presidente delle Giacche Verdi Lombardia, Giuseppe Scabioli.
Gli otto detenuti del carcere di Opera - che rientrano nell'art. 21 e cioè con dimora di reclusione serale - hanno contribuito a far fronte all'emergenza del piccolo centro della Valle Spluga, colpito dalla violenta alluvione con smottamenti, cedimenti, frane, allagamenti e cadute di pali elettrici. Settimanalmente, con partenza mercoledì e rientro il lunedì successivo, sono saliti a Madesimo e sono stati accolti per la notte in una struttura messa a disposizione del Comune, una ex colonia all'interno di Madesimo.
"L'iniziativa - hanno commentato durante l'incontro - ha avuto un esito decisamente positivo. È stato superato il problema degli spostamenti, che avrebbero comportato tempi lunghi e costi. La loro permanenza ha permesso di svolgere un ottimo lavoro a favore della zona colpita dall'alluvione". "Il bene - ha aggiunto Giovanna Di Rosa - può a sua volta contribuire a portare altro bene. Questa di Madesimo può diventare un esempio modello".
di Marina Della Croce
Il Manifesto, 31 luglio 2019
La relazione approvata a maggioranza e non all'unanimità ma le raccomandazioni sono comuni, con il criterio di fondo di non discriminare arbitrariamente i malati Marco Cappato durante il processo a Milano per aver aiutato Dj Fabo a morire in Svizzera. Cosa è il suicidio assistito (è il soggetto, anche se aiutato da altri, a porre fine alla propria vita), vietato dalla nostra legislazione, e come si distingue dall'eutanasia attiva (sostanza letale inoculata da terzi) e da quella passiva (il rifiuto di trattamenti salvavita come il distacco dal respiratore come fu per Eluana Englaro): su questi sottili distinguo, con un pressante invito al Parlamento a legiferare in materia, si è espresso ieri il Comitato nazionale di Bioetica.
La relazione dall'organismo scientifico ed etico super partes arriva a 13 anni dalla lettera di Piergiorgio Welby al Quirinale e a 6 anni dal deposito della legge di iniziativa popolare sull'eutanasia, ma soprattutto a otto mesi dal pronunciamento, aperto, della Corte costituzionale sulla vicenda giudiziaria di Marco Cappato e quindi a poco più di un anno dal ricorso all'Alta corte per sospetta illegittimità dell'articolo 580 del codice penale in base al quale lo stesso Cappato è stato giudicato a Milano per il "suicidio assistito" in Svizzera del dj Fabo, al secolo Fabiano Antoniani.
Il rapporto del Comitato di bioetica è stato approvato a maggioranza, con 11 membri contrari e 13 a favore, incluso il presidente Lorenzo d'Avack. Ma anche se alla fine di un lungo dibattito basato sullo studio della giurisprudenza italiana ed estera sul tema, non si è riusciti a conciliare posizioni divergenti, il Comitato è arrivato alla formulazione di 6 raccomandazioni comuni, rivolte soprattutto al legislatore.
Filomena Gallo, segretario dell'Associazione Luca Coscioni e legale di Marco Cappato spiega che, in particolare, il parere del Cnb prevede, per accedere al suicidio medicalmente assistito tre delle 4 condizioni precisate dalla Corte Costituzionale: ovvero malattia irreversibile, sofferenza insopportabile e volontà chiaramente espressa.
Mentre, aggiunge, "sul quarto criterio indicato dalla Corte, ovvero il fatto che il malato sia tenuto in vita da un presidio vitale, come peg o respiratore, il Cnb afferma che deve essere condizione aggiuntiva e non necessaria, per non creare un discrimine illegittimo tra malati". L'unico assente, conclude Gallo, "è il legislatore italiano che ha scelto di non scegliere, sottraendosi all'invito formulato dalla Corte. Tra due mesi ci troveremo nella situazione in cui saranno di nuovo i giudici a decidere su temi che riguardano la vita delle persone".
L'Associazione Coscioni per il 19 settembre organizzerà un evento-concerto per tornare a chiedere una legge sul fine vita. Il Parlamento, secondo quanto indicato dalla Consulta, dovrà colmare entro il 24 settembre il vuoto di tutele sul tema nella Costituzione.
di Michele Farina
Corriere della Sera, 31 luglio 2019
Quattro uccisi mentre marciavano pacificamente e con le divise scolastiche: migliaia di studenti in marcia. Scuole chiuse. Migliaia di studenti per le strade del Sudan protestano per l'uccisione dei loro compagni. Sono ragazzi e ragazze con la cartella e la divisa stirata, l'unica cosa davvero in ordine nel secondo Paese più grande dell'Africa. Le divise sono le stesse che indossavano i quattro alunni di scuola media uccisi lunedì a Obeid, capoluogo del Nord Kordofan. Avevano dai 14 ai 16 anni. Marciavano pacificamente assieme a tanti altri, contro il "caro pane" e il "caro diesel".
Li hanno uccisi a colpi di arma da fuoco uomini con un'altra divisa e il kalashnikov al posto della cartella, non molto più vecchi di loro, ragazzi dell'esercito e della Forza di Intervento Rapido che si sono fatti le ossa nel genocidio in Darfur, dove erano conosciuti come Janjaweed: provengono dalla scuola di violenza di Mohamed Dagolo, ex commerciante d'oro e di cammelli diventato il generale più potente del Sudan. Il suo soprannome è Hemeti, vezzeggiativo che le mamme danno ai loro "piccoli Mohammed".
Perché ha la faccia da ragazzo, il burattinaio della giunta militare che lo scorso aprile ha disarcionato Omar al Bashir, il presidente-dittatore che chiamava Himayti, "mio protettore", il generale faccia d'angelo che alla fine l'ha tradito. Il caso ha voluto che Bashir proprio ieri lasciasse la sua prigione dorata di Khartoum per seppellire la madre, mentre a centinaia di chilometri di distanza in Kordofan erano le madri a seppellire i figli, uccisi dalle forze di sicurezza durante la rivolta del pane.
Non è una novità: lo scorso dicembre la caduta di Bashir cominciò con le proteste per il prezzo del cibo. Le associazioni dei professionisti (medici, insegnanti, avvocati) presero la guida del movimento. Hemeti aveva mollato il vecchio dittatore, che in passato aveva promosso e ribattezzato gli ex Janjaweed a forza regolare dell'esercito, dando al loro capo analfabeta il rango di generale. È stata la Forza di Intervento rapido a massacrare la folla il 3 giugno nella capitale: almeno 125 civili uccisi e gettati nel Nilo.
L'ordine dall'alto era far sloggiare l'accampamento della società civile nato davanti al quartier generale dell'esercito. Ma il massacro non ha fermato la protesta pacifica dei sudanesi. Con la mediazione dell'Etiopia e l'ok dei padrini di Hemeti (Emirati, Arabia Saudita, Egitto) il dialogo tra giunta militare e società civile è ripreso fino alla definizione di un governo di coalizione che porti il Paese a nuove elezioni. Ma le tensioni restano sotto la polvere. L'inchiesta dei militari sull'eccidio del 3 giugno scagiona i capi e punta il dito su una manciata di miliziani. Da sabato scorso le proteste sono riprese.
Lunedì il massacro degli studenti: anche in questo caso, le autorità denunciano la presenza di "infiltrati" tra i manifestanti, annunciando un'inchiesta rigorosamente non indipendente. L'opposizione "dei professionisti" ha sospeso il dialogo con i militari. Il nome Kordofan viene forse da una parola del popolo Nuba, kurta, che significa uomini. I ragazzini con la cartella e la divisa sepolti ieri a Obeid hanno onorato la loro terra. Meritano giustizia.
di Riccardo De Vito*
Il Manifesto, 31 luglio 2019
La decisione delle Sezioni Unite sulla cosiddetta cannabis light (Cass. Pen. 2019/30475) sfugge in parte al suo compito nomofilattico, ossia a quel dovere di fare chiarezza nelle idee del diritto e nelle cose del mondo. Le severe certezze che emergono dalle motivazioni, depositate lo scorso 10 luglio, sono accompagnate da nodi problematici che spetterà al giudice (o al legislatore) sciogliere.
La legge 242/2016 ha previsto che le coltivazioni di alcune varietà di canapa, derivanti da sementi con principio psicoattivo (Thc) inferiore allo 0,2% e destinate a finalità produttive tassative, "non rientrano nell'ambito di applicazione del testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti" e che tali colture sono legali se si accerta un tasso di Thc compreso tra 0,2% e lo 0,6%.
Nulla è detto sulla commercializzazione dei derivati (infiorescenze e resine) di quelle "piante lecite" e, di conseguenza, è nato il problema della legalità della loro vendita nei "cannabis shop".
Sulla questione la magistratura si è divisa. Un orientamento, autorevolmente patrocinato dalla sesta sezione penale della Cassazione, ha ritenuto che, in assenza di divieti espressi, dalla liceità della coltivazione di piante con tasso di Thc inferiore a 0,6% possa farsi scaturire, come corollario logico-giuridico, la liceità della vendita (e dell'uso) dei derivati: legali e non stupefacenti le piante, legali e non stupefacenti tutti i derivati.
La sentenza delle Sezioni Unite, viceversa, ha scelto di conformarsi all'orientamento restrittivo e ha precisato che la legge 242 rende lecita soltanto la coltivazione delle piante con Thc inferiore a 0,6% indirizzata a usi agroindustriali tassativamente elencati. La commercializzazione dei derivati della cannabis - che per il testo unico rimane pianta stupefacente indipendentemente dalla varietà e dal tasso di Thc - integra gli estremi dello spaccio, salvo che tali derivati "siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività".
Non vi è dubbio che la sentenza metta a nudo le ipocrisie di una legge che, nel promuovere la filiera agroindustriale della canapa con contenuti di Thc irrilevanti, ha colpevolmente omesso di disciplinare le conseguenze della vendita dei derivati. Tuttavia, nelle maglie di un ragionamento giuridico rigoroso, si percepisce anche una certa coloritura ideologica. La scelta di ritenere criminalizzata la vendita dei derivati con tasso di Thc inferiore allo 0,6%, salvo che siano privi di "concreta efficacia drogante", non permette di uscire dalle secche di un paradosso che dovrà essere sciolto di volta in volta al banco del giudice: vietato sequestrare le piante lecite, ma possibile sequestrare i derivati e perquisire e arrestare chi li vende.
I recenti sequestri di Parma stanno lì a dimostrare che occorrerà attendere un processo per capire cosa è lecito e cosa no. Tutto dipende da come la magistratura interpreterà il concetto di offensività, che comunque non pare possa risolversi nella totale assenza di Thc (in tale evenienza, infatti, non di reato inoffensivo si dovrebbe parlare, ma di non-reato). Sfuma, dunque, la possibilità di fare ordine nella materia e di raggiungere, come aveva scritto la sesta sezione, quel ragionevole equilibrio - la fissazione del limite di 0,6% di Thc, supportato peraltro da evidenze scientifiche ormai inoppugnabili sulla assenza di effetti psicotropi - fra esigenze precauzionali relative alla tutela della salute e dell'ordine pubblico e le conseguenze della commercializzazione dei prodotti delle coltivazioni lecite.
Sarà il giudice, di volta in volta, a stabilire cosa possa essere lecitamente venduto in quei posti che, comunque la si pensi, avevano sottratto alla criminalità organizzata e allo spaccio di strada una fetta di mercato.
*Presidente di Magistratura Democratica
di Alessandro Costa
Il Dubbio, 31 luglio 2019
Qualche giorno fa il nostro Ministro degli Esteri è andato a Bruxelles per esporre ai partner dell'Unione Europea, un progetto per la gestione delle migrazioni. Il nostro Ministro degli Interni, da parte sua, ha invece scelto di non andare alle riunioni organizzate su questo tema. Il Generale De Gaulle, decise di disertare le riunione dei Capi di Stato della allora Comunità Europea dal 1965 al 1966, con una politica che viene chiamata della "chaise vide".
Si trattava anche allora di una tecnica negoziale, di un modo per far pesare la posizione della Francia. Ma chi la attuava era Charles De Gaulle, e lo faceva a nome di uno dei due stati più importanti nell'organizzazione europea. Oggi le migrazioni rappresentano un tema cruciale nella politica di tutti gli stati europei, e di molti paesi del mondo. Che si ritenga trattarsi di un problema reale, oppure di un tema molto amplificato dall'azione dei media (soprattutto dei social media) il trattamento e la gestione delle migrazioni rappresentano uno dei tema chiave del futuro politico dell'Italia e dell'Unione.
Il dibattito su cosa fare occupa quasi tutti i giorni la stampa e i talk show televisivi. E anche se le posizioni sembrano diametralmente diverse, tutti sembrano d'accordo nel sostenere che l'Italia non può farsi carico del problema da sola, e che una politica ed una visione coerente dell'Europa è certamente essenziale. Fermare l'immigrazione è uno slogan parecchio utilizzato, ma sembra che i provvedimenti adottati finora da molti stati, Italia compresa, abbiano soltanto ottenuto l'effetto di limitare modestamente il fenomeno, ma soprattutto di mutare le tecniche di attraversamento dei confini, sia quelli terrestri, che quelli marittimi.
Il dibattito sulla natura del fenomeno e sulle tecniche di gestione, occuperà ancora a lungo politici ed esperti. Quello che è ancora più importante oggi, è come organizzare e gestire questo dibattito perché possa portare a soluzioni praticabili e condivise. E non c'è altro modo se non un serio negoziato fra i paesi membri dell'unione, il negoziato che il Ministro Moavero Milanesi potrebbe avere aperto con il suo progetto.
Approvare o rigettare i suoi contenuti non è il punto importante: è invece essenziale avere aperto un negoziato, ed averlo fatto non con slogan o frasi ad effetto, ma con un programma redatto da esperti, sulla base di una strategia politica. Sembra quasi ovvio, ma chiunque abbia partecipato a negoziati di qualunque tipo, dai contratti commerciali ai grandi accordi fra stati, sa che per giungere a un qualsiasi consenso occorre un piano, un draft, articolato e dettagliato che proponga una soluzione a tutte le tematiche in questione, e nessun negoziato si è mai terminato con un si o con un no, ma ha proceduto con tempo e pazienza all'esame di tutti i punti sensibili in modo che tutti i partecipanti assumessero una responsabilità precisa su ciascun punto in questione, giungendo a faticosi compromessi che saranno tanto più efficaci quanto più potranno essere interpretati come la vittoria di tutti e non la sconfitta di qualcuno.
Il nostro Ministro degli Esteri, è stato uno dei più alti funzionari della Commissione Europea e ha partecipato a centinaia di negoziati tecnici e politici. Sa bene che occorre non solo una visione politica ma anche una squadra di professionisti in grado di lavorare pazientemente nell'ombra per raggiungere risultati reali. Michel Barnier, il negoziatore dell'accordo sulla Brexit, ha seguito questo percorso, tipico della metodologia delle cancellerie europee e, che piaccia o no a Boris Johnson il risultato c'è stato, e temo che sarà molto difficile per il nuovo governo inglese modificare quello che i negoziatori della Brexit hanno faticosamente conseguito in molti mesi di lavoro. Quando il venditore di tappeti del suk vede che il suo cliente esce dal negozio, lo insegue abbassando il prezzo del tappeto. È una tecnica millenaria che ha sempre funzionato, ma ci vuole un bellissimo tappeto e un venditore capace e professionale.
di Alessia Arcolaci
vanityfair.it, 31 luglio 2019
In Iran le donne che pubblicano sui social foto o video senza velo rischiano da uno a dieci anni di carcere. L'accusa del gel governo. Ancora una stretta alla libertà delle donne in Iran. Fino a dieci anni di carcere per chi pubblica sui social foto o video in cui si mostra senza velo. Nel Paese, l'hijab è diventato obbligatorio durante la Rivoluzione islamica del 1970.
Qualche anno dopo, nel 1983, la norma venne estesa a tutte le donne iraniane e straniere, indipendentemente dal proprio orientamento religioso. Dopo quarant'anni, le donne iraniane hanno deciso di ribellarsi e dal 2014, in seguito alla campagna lanciata dalla giornalista Masih Alinejad, oggi esule negli Usa, hanno iniziato a pubblicare foto e video in cui bruciavano il velo e si mostravano col capo scoperto.
È il movimento dei Mercoledì Bianchi, giorno in cui le donne si filmano e pubblicano i video senza hijab sui social e sulla pagina My Sthealthy Freedom, fondata dalla blogger Alinejad per spingere le donne a rivendicare il diritto di scegliere se indossare o meno il velo. La giornalista è stata ricevuta dal segretario di Stato Mike Pompeo ed è stata ringraziata "per il suo coraggio e la sua dedizione alla causa della libertà delle donne iraniane".
"Masih Alinejad ha un contratto con gli Stati Uniti", ha accusato il capo della Corte rivoluzionaria di Teheran, Mousa Ghazanfarabadi. "Tutte le donne che le invieranno spontaneamente filmati in cui rimuovono l'hijab dal proprio capo saranno condannate da uno a dieci anni di carcere in base all'articolo 508 dell'Atto di Giustizia Criminale Islamica".
"Non sono io lo stato ostile", ha risposto Alinejad in un video pubblicato dopo l'annuncio del governo iraniani. "Non avete paura di me, avete paura del fatto che le persone non vi temono più e si ribellano. Ogni donna che mi ascolta vede che le nostre voci sono ascoltate da tutto il mondo e si sente più forte". Sono molte le donne che, dall'inizio della protesta, sono state arrestate per essersi scoperte il capo. Tra le ultime c'è Yasaman Ariyaee, 23 anni. È stata fermata insieme alla madre e portata in prigione con l'accusa di essersi tolta il velo in occasione dell'8 marzo.
di Giulio Meotti
Il Foglio, 31 luglio 2019
Sette paesi europei hanno votato due risoluzioni dell'Onu che colpiscono duro Israele. Lo stato ebraico è l'unico paese condannato dal Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite. Francia, Olanda, Danimarca, Irlanda, Lussemburgo e Malta si sono unite a Cina, Russia, Iran e Venezuela nel sostenere le risoluzioni che condannano Gerusalemme per violazioni dei diritti umani, fra cui l'accusa di essere un "ostacolo" alle donne palestinesi.
Solo Canada e Stati Uniti contro. Nikki Haley, già ambasciatrice americana all'Onu, ha twittato: "Che beffa totale consentire ad Arabia Saudita, Iran, Pakistan e Yemen di indicare Israele come violatore dei diritti. Imbarazzante". Fin qui, purtroppo, nulla di nuovo. Compresa l'ipocrisia di paesi come l'Iran, che ha appena condannato a dieci anni di carcere le donne che condividono foto di se stesse senza velo.
Se non fosse che le stesse Nazioni Unite nei giorni precedenti siano state al centro di un'altra iniziativa sui diritti umani, questa volta meritoria. 22 paesi hanno inviato una lettera di protesta contro la Cina "che rimarrà come documento ufficiale agli atti del Consiglio dei diritti umani". Vi si denuncia l'incarcerazione in campi di rieducazione di un milione di musulmani cinesi. Ma stavolta, il blocco dei paesi islamici ha fatto muro a favore di Pechino. In una contro-lettera firmata da 35 paesi (Corea del nord, Venezuela, Russia, Cuba, Bielorussia, Myanmar, Filippine, Siria, Pakistan, Oman, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Arabia Saudita e diversi paesi africani) si elogia la Cina per quei campi. Quasi la metà dei firmatari sono nazioni a maggioranza musulmana. Regimi che non hanno taciuto quando il Myanmar ha espulso i Rohingya, la sua minoranza musulmana, né quando l'Amministrazione Trump ha spostato l'ambasciata americana a Gerusalemme. Sulla Cina che perseguita i musulmani, non solo tacciono, ma la coprono. Tante le ragioni economiche dietro il voto islamico a favore di Pechino. La Cina è il principale partner commerciale dell'Arabia Saudita e la nuova Via della sete passa da tanti di quei paesi. La Cnn denuncia così il "mito della solidarietà musulmana".
Il Consiglio dei diritti umani non ha ancora pubblicato un rapporto sui musulmani che la Cina sta tenendo in campi di internamento e il segretario generale, António Guterres, è accusato dalle ong di tacere. Pechino nega, dice che quelle strutture servono per "uscire dalla povertà". Diciassette ong a febbraio avevano invitato l'Unhcr a inviare una missione conoscitiva nello Xinjiang cinese per indagare. Migliaia di musulmani uiguri trascorrono le giornate in programmi di indottrinamento, dove sono costretti ad ascoltare lezioni comuniste, a cantare inni che lodano il Partito e a scrivere saggi di "autocritica". Niente barbe, Corano, carne halal, preghiere alla Mecca, ma l'obbligo di "onorare" i banchetti organizzati per festeggiare l'"anno del maiale". "Chiunque sia infetto da un 'virus' ideologico deve essere inviato alle classi di trasformazione prima che insorga una malattia", recita un documento del Partito comunista cinese a Hotan.
C'è questo. E poi c'è Israele, dove ci sono 400 moschee (73 solo a Gerusalemme, quintuplicato dal 1988), dove il 19,6 per cento dei cittadini sono musulmani (decuplicati dal 1948), dove trecento imam sono pagati dal governo israeliano, duemila musulmani servono nell'esercito israeliano e durante il Ramadan i dipendenti pubblici fanno festa. È la famosa "apartheid israeliana" che mette d'accordo tutti, i sinceri democratici di Pechino, i loro soci in affari della umma islamica e certi utili idioti occidentali.
La Stampa, 31 luglio 2019
Il procuratore di Siracusa ha aperto un'indagine sul pattugliatore, il comandante è stato ascoltato dagli inquirenti. Continua a essere ormeggiato al pontile Nato della Marina militare nella rada di Augusta, dalla notte di sabato, il pattugliatore Gregoretti della Guardia costiera con a bordo 115 migranti soccorsi in mare, dopo il via libera del Viminale allo sbarco di 16 minorenni fra i 15 e i 17 anni. Ma in queste ultime ore il procuratore capo di Siracusa, Fabio Scavone, ha confermato di avere aperto un'inchiesta sulla vicenda del pattugliatore e il comandante della nave è stato ascoltato dagli inquirenti. Al momento sulla Gregoretti non ci sono nuclei familiari e sono tutti uomini. È stata inoltre effettuata una valutazione medica per le malattie infettive prima dello sbarco dei minori, già accompagnati nei centri di accoglienza, e per attivare le procedure di identificazione bisognerà attendere lo sbarco.
Nella complessa situazione si inserisce il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, che ha inviato una lettera al Comandante generale della Guardia Costiera, Giovanni Pettorino chiedendo "urgenti informazioni" sulle condizioni dei migranti trattenuti da cinque giorni a bordo della Nave "Bruno Gregoretti". Configurando la situazione dei migranti a bordo come una privazione de facto della libertà personale, il Garante ha chiesto di ricevere urgentemente informazioni sulle loro condizioni e sulle circostanze del negato sbarco. In particolare, il Garante ha espresso l'esigenza che gli vengano fornite delucidazioni in relazione alla risposta o meno alla richiesta di un "porto sicuro".
Inoltre ha chiesto notizia circa la consistenza numerica delle persone migranti a bordo e la presenza di particolari vulnerabilità; la sistemazione in ambienti coperti o esterni; le condizioni materiali della nave (inclusa la fruibilità dei servizi igienici e la disponibilità di acqua corrente) e infine notizie circa le misure messe in atto per rispettare gli obblighi inderogabili di cui all'articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani "che vieta trattamenti inumani o degradanti- con particolare riferimento all'accesso a cibo e acqua e alla tutela della salute".
Di quei 116 i migranti che avrebbero lasciato la Libia il 25 luglio scorso su alcuni gommoni, salvati da autorità maltesi e pescherecci italiani e trasportati sulla Gregoretti. E in mare dalla perentoria posizione del ministro Salvini: nessuno può sbarcare se non c'è la redistribuzione Ue.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 31 luglio 2019
L'attivista vietnamita Ha Van Nam è stato condannato ieri a 30 mesi di carcere per "disturbo all'ordine pubblico", ai sensi del famigerato articolo 318 del codice penale. Rischiava fino a sette anni. Si è trattato di una mera vendetta per via giudiziaria, nei confronti di un pacifico e coraggioso uomo che attraverso Facebook si ostinava a denunciare le violazioni dei diritti umani, l'ingiustizia e la corruzione.
Il 28 gennaio era stato rapito da sconosciuti, caricato su un'automobile, portato in un luogo a lui ignoto, picchiato e "invitato" a smettere di scrivere. Aveva sporto denuncia alla polizia. Non solo non era stata aperta alcuna indagine ma il 12 febbraio gli erano fatte trovare delle teste di galli mozzate sul tetto della sua automobile, imbrattata ovunque di sangue.
Nonostante questi "avvertimenti", Ha Van Nam aveva continuato a scrivere. L'ultimo post risale al 4 marzo, il giorno prima dell'arresto. Le organizzazioni per i diritti umani hanno immediatamente chiesto la scarcerazione di Ha Van Nam. Il numero dei prigionieri di coscienza, condannati a pene detentive solo per aver esercitato il loro diritto alla libertà d'espressione, è arrivato a 128. Il 10 per cento di loro è stato condannato per l'attivismo sui social.
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 luglio 2019
Il maxi Ddl Bonafede sarà inserito domani all'ordine del giorno. Nello stesso testo le modifiche al processo sia civile che penale, le norme ordinamentali e quelle sul Csm. Ancora divergenze con la Lega, ma ora il Guardasigilli vuole una risposta dall'alleato.









