di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 giugno 2019
La denuncia di Vincenzo Messina, il padre di Tiziano, detenuto a Rebibbia. "Mio figlio rischia di morire, è gravemente malato ed è ancora in carcere perché ancora non hanno individuato una struttura sanitaria in grado di ospitarlo". È il grido di dolore di Vincenzo, il padre di Tiziano Messina, un ragazzo di 27 anni in carcere dal 2017 accusato di tentato omicidio e in attesa della sentenza di Cassazione. Ma in carcere è incompatibile a causa di un batterio che ha contratto in ospedale durante un intervento urgente che ha subito a dicembre.
Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria è obbligato a trovargli una struttura idonea a curare la sua patologia, perché in carcere rischia di non farcela più. Attualmente è recluso nel reparto G14 di Rebibbia, una sezione per i detenuti malati. Ma l'ambiente non è assolutamente compatibile con la sua patologia. È dimagrito a dismisura, sanguina e può muoversi solo attraverso una sedia a rotelle. "Ogni volta che lo hanno portato in ospedale - denuncia a Il Dubbio il padre di Tiziano - noi familiari non venivamo mai avvertiti e lo apprendiamo solamente quando andiamo a fare il colloquio".
Tiziano Messina entra in carcere che sta bene, dopodiché a dicembre scorso ha un episodio di aritmia, il cuore gli pulsa fortemente, una tachicardia che ha messo in allarme gli operatori del carcere tanto da mandarlo urgentemente all'ospedale Pertini per una visita. I medici scoprono che ha una patologia al cuore e lo operano tramite un sondino.
Durante questo intervento contrae un batterio ospedaliero, resistentissimo agli antibiotici e gli ha creato dapprima problemi intestinali, poi con il passar del tempo dei forti dolori al petto. Fanno l'ecografia e scoprono che è dovuto da una piccola perdita del pericardio, la quale ha creato un ematoma. Passa qualche mese e la sua situazione non migliora. Anzi, si aggrava.
Siamo a febbraio quando il suo avvocato, Domenico Pirozzi, visto l'aggravarsi delle condizioni di salute di Tiziano, ha chiesto alla Corte d'Appello di Roma di autorizzare il suo trasferimento in struttura specialistica: i giudici rispondono alle istanze della difesa disponendo che la Direzione di Rebibbia inviasse una relazione in tempi brevi, 7 giorni, e si determinasse sulla compatibilità del detenuto e della sua malattia rispetto a quanto poteva offrire la struttura carceraria alla sua guarigione.
Il 13 febbraio, scaduto il termine, la Corte ha ricevuto la relazione, ma "al fine di escludere eventuali profili di incompatibilità" ha nominato un perito perché predisponesse la perizia medica, con lo scopo di "accertare se sussistono patologie che rendono incompatibile la detenzione di Messina Tiziano con il regime carcerario e anche se dette patologie possano essere adeguatamente trattate e curate presso la struttura del carcere".
All'esito della perizia emerge che Tiziano non ha ricevuto alcun giovamento dai trattamenti sanitari, anzi le patologie si moltiplicano aumentando di intensità. L'aggravamento delle condizioni è la ragione per cui il difensore chiede un nuovo accertamento sulla compatibilità.
Dopo un continuo ping pong, arriviamo così alla fine di aprile, quando il difensore propone nuova istanza di sostituzione della misura chiedendo gli arresti domiciliari nella casa della famiglia di Tiziano. "A seguito del colloquio avuto oggi si evidenzia un ulteriore perdita di peso, riferiva 43 kg ma dice che il medico indicasse fossero 51 spiegando che la bilancia era tarata male", scrive l'avvocato alla Corte nella sua richiesta.
Sembrava che questa richiesta avesse dato finalmente l'esito sperato, cioè quello di mandare Tiziano agli arresti domiciliari in una struttura di cura adeguata alle sue specifiche patologie: la Corte ha disposto nuova perizia e il perito ha osservato che la patologia può sì essere farmacologicamente controllata, ma che l'intervento terapeutico sarebbe stato di difficile attuazione in ambiente penitenziario, così da rendere attuabile solo una detenzione in struttura ospedaliera adeguata alla stabilizzazione del quadro clinico.
Il 22 maggio la Corte ha ordinato i domiciliari presso una struttura adatta e il Dap avrebbe dovuto individuarla. Ma nulla di fatto. Siamo così arrivati all'11 giugno e il difensore ha presentato istanza alla Corte per sostituire la misura con gli arresti domiciliari: la Corte deciderà domani se lasciare Tiziano ad attendere in carcere di essere curato in modo adeguato, oppure se mandarlo a casa agli arresti domiciliari. Ma nel frattempo Tiziano peggiora sempre di più.
di Valentina Rigano
mbnews.it, 18 giugno 2019
Lunedì 17 giugno, tre attivisti di +Europa Brianza hanno visitato la casa circondariale di Monza, in occasione trentaseiesimo anniversario dell'arresto di Enzo Tortora e in accordo con il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. I delegati hanno incontrato la direttrice dell'istituto, dottoressa Maria Pitaniello, e un rappresentante della Polizia penitenziaria, ricevendo le loro osservazioni.
Hanno poi visitato la sezione di prima accoglienza, le sezioni 2 e 4 del circuito di media sicurezza in regime di custodia aperta (con le porte delle celle che restano aperte durante la giornata), la sezione dedicata agli ospiti in monitoraggio sanitario/psichiatrico e la sezione di isolamento, dove attualmente è presente un solo detenuto con problemi psichiatrici.
L'associazione, in una nota, ha poi comunicato come "la casa circondariale di Monza presenta una delle situazioni di peggiore sovraffollamento carcerario in Italia" dove gli ospiti "tutti di sesso maschile, sono 648 su una capienza di soli 403 posti, per un sovraffollamento del 161%, di cui 287 stranieri, ovvero il 44%". Particolarmente difficile il quadro legato alle dipendenze, "con 295 detenuti che soffrono di problemi legati all'alcol, alle sostanze stupefacenti o al gioco d'azzardo." La situazione di maggior sovraffollamento e fragilità si trova nelle sezioni del circuito di "media sicurezza".
"La direttrice del carcere ha lamentato l'eccessivo turn-over del personale medico, assunto mediante contratti a termine, mentre sarebbe necessaria una presenza prolungata e costante", ha scritto Francesco Condò, referente della delegazione, che ha proseguito "un altro problema è quello della carenza di educatori, che sono solo quattro invece dei sei previsti dall'organico, mentre positivo è l'avvio nei prossimi giorni dei lavori di ristrutturazione dell'ex settore femminile e della caserma di polizia penitenziaria interna, finora inagibili, la cui messa a disposizione potrebbe arginare il sovraffollamento della struttura". Infine l'associazione ha reso noto che in due camere di mancavano le lenzuola, con gli ospiti che dormivano su un materasso in gommapiuma e un cuscino privo di rivestimento.
Redattore Sociale, 18 giugno 2019
Il Consiglio comunale approva una mozione presentata dal Gruppo socialista per creare la figura di garanzia delle persone private della libertà personale. Non avrà poteri effettivi, ma opererà per migliorare la qualità della vita dei reclusi.
Verrà nominato anche a Cagliari il Garante delle persone detenute: un'autorità di controllo della legalità nei luoghi di detenzione. Approvata all'unanimità in Consiglio comunale una mozione presentata nel luglio di due anni fa dal gruppo socialista composto fa Francesco Ballero e Raimondo Perra. "Dotata di autonomia e indipendenza - hanno spiegato i relatori - alla nuova autorità si potrà rivolgere il singolo detenuto per ottenere l'effettiva tutela dei propri diritti.
Una figura di cerniera tra la realtà carceraria e l'esterno. Svolge funzioni di osservazione e vigilanza e ha la facoltà di promuovere iniziativa e momenti di sensibilizzazione pubblica sul tema dei diritti dei detenuti". Approvata la mozione, inserita all'ordine del giorno dell'ultimo consiglio anche se ormai datata, in Giunta già da qualche tempo si stava lavorando alla nascita del garante, ormai attivo in varie altre grandi città italiane tra cui anche Nuoro e Sassari.
"Gli ambito di intervento specifici - spiegano Ballero e Perra - si possono essere diversi. Dalle visite periodiche di controllo ai luoghi di detenzione, alle iniziative di ascolto dei problemi dei detenuti, maanche la pressione e collaborazione con le amministrazioni penitenziarie per risolvere eventuali problemi. Potrà anche effettuare denunce pubbliche in caso di violazioni delle leggi sull'ordinamento penitenziario o sui regolamenti degli istituti di pena".
Il Garante, rispetto a possibili segnalazioni (telefonate, e-mail, lettere) si rivolge all'autorità competente per chiedere chiarimenti o spiegazioni, sollecitando gli interventi e le azioni necessarie per il ripristino di eventuali diritti violati del detenuto violati. Una figura nuova e sperimentale, non ancora dotata di poteri effettivi e non prevista dall'ordinamento penitenziario, ma che servirà comunque per ridurre i disagi che attualmente pagano le persone condannate che devono scontare le pene in carcere.
di Lucia Renati
newsrimini.it, 18 giugno 2019
Ha dato le dimissioni Ilaria Pruccoli, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale, nominata nel 2016. Oggi in commissione consiliare ha presentato la relazione degli ultimi tre anni di attività. La criticità più sentita è il turnover troppo frequente dei direttori.
I detenuti nel carcere di Rimini sono 154. Quelli definitivi 73. I detenuti italiani 82 e 70 gli stranieri. Tra questi, le nazionalità più rappresentate sono Marocco (23 persone) e Albania (12). L' istituto penitenziario di Rimini "I Casetti" è una Casa Circondariale, ciò significa che sono recluse persone sia con condanna definitiva che in attesa di giudizio che hanno ottenuto condanne inferiori ai cinque anni o con residuo pena inferiore ai cinque anni.
Le sezioni sono 7, di cui due situate all'esterno delle mura di cinta ed ospitano rispettivamente i semiliberi e i tossicodipendenti. La criticità più evidente è l'assenza di una direzione stabile: in tre anni sono cambiati 5 direttori, ad oggi il posto della direzione è occupato, in maniera temporanea, dal dott. Gianluca Candiano, già direttore del carcere di Rimini nel 2014, per tamponare situazioni di posti vacanti. Un'instabilità che si è cronicizzata.
Nel 2018, la Direzione dell'Istituto, il Dap e il Prap si sono interrogati sulla destinazione della sezione Vega che ospitava le detenute transessuali. Sono stati avviati lavori di ristrutturazione che dovrebbero convertire l' uso di questa parte di Istituto, in palestra. Il ruolo del garante dei detenuti è stato istituito dal Comune di Rimini nel 2014. Ora il Consiglio Comunale provvederà a riemettere un bando per individuare un nuovo garante, come prevede il regolamento.
Dalla relazione della Pruccoli una riflessione generale: "Ciò che risulta incomprensibile, incoerente, è che a tale aumento della popolazione carceraria, non corrisponde un aumento dei reati in Italia. Negli ultimi 10 anni gli omicidi sono passati da circa 600 all'anno agli attuali 350 annui. Ma non solo gli omicidi, anche gli stupri, le rapine e i furti sono calati sensibilmente.
A mio avviso ciò che più influenza l'aumento dei detenuti in strutture carcerarie è da ricercarsi nella tipologia di persone recluse: è sempre più evidente che le persone detenute provengono da contesti di emarginazione sociale e a volte di disagio psichico, oltre che di povertà economica e culturale, che non permetterebbe ad esempio a queste persone ne di accedere a misure alternative né di assicurarsi un'adeguata difesa. la maggior parte degli stranieri si ritrova a scontare per intero la pena in carcere pur potendo usufruire di benefici quali l' affidamento in prova o la detenzione domiciliare, proprio per mancanza di alcuni di quegli elementi fondamentali che il Magistrato di Sorveglianza valuta ai fini della pronuncia favorevole di misura alternativa: una dimora abituale e un ambiente socio-familiare positivo".
Nel corso dell'annualità marzo 2018-marzo 2019 si sono rivolti al Garante circa 25 detenuti. Le richieste di incontro sono sempre state formalizzate tramite domandina all' interno della Casa Circondariale di Rimini. I colloqui effettuati in totale sono stati 30, in quanto uno stesso detenuto ha la possibilità di incontrare il Garante anche più volte. Le visite ispettive all' interno dell' istituto sono state 3 di cui una con la presenza del Garante Regionale, Marcello Marighelli in data 31.10.2018.
Le visite ispettive sono realizzate senza preavviso e senza autorizzazione da parte dell' amministrazione penitenziaria: la finalità di queste visite, infatti, è quella di verificare eventuali problematicità e successivamente di portarle alla luce facendole presente a chi di competenza. A giugno del 2018 è stata effettuata anche una visita presso tre strutture situate sulla Provincia di Rimini della comunità Papa Giovani XXIII insieme al Garante dei diritti dei detenuti della Regione Emilia Romagna. Abbiamo avuto l' occasione di incontrare i detenuti accolti presso 3 strutture di accoglienza del progetto CEC, Comunità Educante con i Carcerati.
A maggio 2018 vi è stato un incontro con il direttore della Casa Circondariale di Rimini per valutare la possibilità, poi purtroppo non concretizzata, di poter realizzare un percorso formativo destinato alle varie professionalità presenti in carcere. Il 27 giugno ho partecipato come Garante di Rimini, all' incontro seminariale sulle funzioni di prevenzione dei Garanti della rete nazionale.
A settembre 2018 è stata rinnovata la convenzione dei Lavori di Pubblica Utilità tra il Comune di Rimini e la Casa Circondariale di Rimini. La convenzione consente a 5 detenuti di poter svolgere sul territorio comunale, un' attività non retribuita a favore della collettività. Questa convenzione ha una duplice finalità: la prima di favorire il miglioramento delle condizioni di detenzione delle persone recluse e la seconda di tutelare e valorizzare l'ambiente.
Come Garante, ho richiesto la collaborazione delle varie realtà di volontariato vicine alle tematiche del carcere per coinvolgerle soprattutto nella fase dell'accompagnamento di tali detenuti per poter permettere loro di raggiungere i luoghi di "lavoro". Purtroppo, solo una di questa associazioni ha effettivamente garantito una collaborazione stabile. Il 14 dicembre 2018 si è svolto a Roma il coordinamento nazionale di tutti i Garanti d' Italia nel quale ho partecipato in qualità di Garante di Rimini.
di Bruno Delfino
Corriere della Sera, 18 giugno 2019
L'odore del mare è forte, filtra attraverso le sbarre e sposa quello del caffè tostato dalle detenute del carcere femminile di Pozzuoli. Una miscela che profuma di libertà. Per (ri)conquistarla, insieme alla dignità perduta, in questa struttura a due passi dal porto, nata come convento nel 1700, adibita a manicomio giudiziario e oggi casa circondariale, è stata imboccata la strada del lavoro.
È nata così, 19 anni fa, con il finanziamento della Regione Campania, la cooperativa Lazzarelle, vezzeggiativo dialettale che nel suo plurale, lazzari, ricorre spesso nella storia di Napoli. Un marchio per scrollarsi di dosso quello di pregiudicate, archiviare il passato e puntare al riscatto sociale. Una locomotiva sbuffante fuori dal tunnel ai piedi del Vesuvio, è l'immagine che fino ad oggi campeggia sulle confezioni di caffè su fondo fucsia che qui vengono prodotte e confezionate. Presto sarà sostituita dal logo, una tazzina stilizzata, disegnato dai ragazzi dell'Accademia di Belle Arti che cureranno anche l'immagine coordinata.
Nel tempo l'attività si è infatti consolidata e oggi si producono 5omila pacchetti di caffè macinato da 250 grammi all'anno. È nata una collaborazione con l'Università Luigi Vanvitelli e con la cattedra di Economia Circolare per il riutilizzo degli scarti di produzione della torrefazione e sono state avviate nuove linee di prodotti, tè, tisane, biscotti, e nuovi progetti all'esterno del carcere.
Tra questi l'apertura nella Galleria Principe di Napoli, di fronte al Museo Archeologico Nazionale, del "Bistrot Lazzarelle", vetrina di prodotti dell'economia carceraria. Le voci di dentro Nel carcere femminile di Pozzuoli sono presenti 198 detenute, più del doppio rispetto a quelle che potrebbe e dovrebbe ospitare. Solo chi ha una condanna definitiva può accedere al progetto. Negli anni si sono avvicendate 6o donne, regolarmente retribuite, uscite ogni mattina dalle celle in cui vivono fino a 8 persone, per partecipare a un'impresa di nome e di fatto. "Qualcosa di positivo per la prima volta nella mia vita".
"Quando ritorno in cella ho la polvere di caffè fin nei calzini, però sono contenta", "Spero che questa esperienza mi faccia cambiare vita", "A colloquio ho parlato di questa esperienza con mia figlia, mia madre e mia nonna, erano fiere di me". Sono alcune voci di dentro che testimoniano l'importanza dell'iniziativa. A oggi il 90 per cento delle "lazzarelle", una volta finita la detenzione, non è rientrato nei circuiti criminali.
Tirocinio con i maestri artigiani, un po' di caffè bruciato, qualche errore di percorso prima di vincere la scommessa e sfidare il mercato. "L'idea di fondo delle Lazzarelle - spiega Imma Carpiniello, presidente della Cooperativa - è quella di investire risorse umane ed economiche in un percorso di formazione e produzione.
L'obiettivo è duplice: da un lato favorire il rapporto con l'esterno per evitare il rischio buco nero della detenzione; dall'altro costruire un'impresa capace di stare sul mercato con un prodotto artigianale etico e legato al territorio. Ma è anche un modo per ricordare e riaffermare che quando parliamo di politiche di pari opportunità bisogna costruire, nei luoghi dove le donne sono più vulnerabili, pratiche di inserimento e protezione sociale. Ecco allora che anche un caffè è un passo verso la strada della libertà".
Una strada, e qui il discorso si sposta sul piano nazionale, resa più difficile per la condizione femminile in carcere. "La bassa percentuale di donne detenute - sottolinea Carpiniello - è alla base di una generale tendenza a ignorarne i problemi. Le poche donne rinchiuse in carcere, il 5 per cento rispetto alla popolazione carceraria, sono costrette a scontare insieme alla pena il disagio di essere una minoranza in un universo pensato e organizzato sui bisogni e le caratteristiche del detenuto medio, di sesso maschile.
Acquistati i chicchi da aziende che seguono progetti di cooperazione internazionale parte la lavorazione. Dal carcere al consumatore. Tostatura, secondo l'antica tradizione napoletana, lenta, 3o minuti, raffreddamento all'aria per evitare shock termici, poi nei silos dove il chicco dopo io-12 giorni arriva a maturazione e infine macinazione, seconda gassificazione e imballaggio sottovuoto. I canali di vendita sono le piccole botteghe, le fiere o il sito caffelazzarelle.jimdo.com. Funzione sociale "il carcere - dice Carlotta Giaquinto, direttore della casa circondariale di Pozzuoli - è il luogo in cui tutto si ferma e dove la società civile pensa di poter relegare ogni problema di criminalità.
Ma l'unico modo in cui il carcere può realmente svolgere una funzione Sociale è il recupero, attraverso la cultura e il lavoro, delle persone che vi transitano. La Cooperativa Lazzarelle è una risorsa fondamentale ed è interesse della Direzione favorirne quanto più possibile la crescita per accompagnare le detenute con i dovuti requisiti verso un reingresso nella società supportandone l'integrazione".
"Lazzarelle non si nasce, si diventa", è la scritta che personalizza le tazzine made in carcere. Una citazione, ispirata a Simone de Beauvoir, scrittrice, saggista, filosofa, insegnante e femminista francese, con la sostituzione della parola donna con quella della cooperativa. "Na tazzulella 'e cafè e mai niente ce fanno sapè", cantava Pino Daniele, denunciando a modo suo le mani sulla città. Qui invece il caffè, con il suo valore simbolico di relazione e condivisione, è anche e forse soprattutto, una mano tesa che chiede solo di essere stretta.
strettoweb.com, 18 giugno 2019
Si è concluso così, nel teatro Piccolo Shakespeare del carcere di Gazzi, il progetto "Detenuti e genitorialità" che, promosso dall'Amministrazione penitenziaria con il Cepas Messina e il Rotary Club Stretto di Messina, ha permesso di donare ai bambini i cd con le favole lette dai genitori. "Un evento di grande significato perché è un incontro tra padri e figli", ha dichiarato la direttrice della casa circondariale, dott. Angela Sciavicco, che ha sottolineato il valore della collaborazione con le associazioni cittadine, come il Centro Prima Accoglienza Savio da sempre vicino ai detenuti, e il club-service che "ha donato anche un nuovo tappeto nell'area verde".
"La direttrice ha sempre dimostrato massima apertura e accoglienza a queste iniziative. È una giornata importante, un'occasione per guardarci e ascoltarci", ha affermato don Umberto Romeo, presidente del Cepas Messina che, presente da trent'anni, ha prima coinvolto i detenuti della massima sicurezza e quest'anno quelli della media sicurezza in un progetto fondamentale per mettere in primo piano la genitorialità: "Vogliamo che la casa circondariale non sia vista come un luogo isolato ma che appartenga alla città".
Un'iniziativa sostenuta con entusiasmo anche dal Rotary Club Stretto di Messina: "Abbiamo abbracciato con piacere questa idea e riteniamo - ha aggiunto il presidente Giuseppe Termini - che sia gradita e gradevole. Speriamo che bambini e genitori ne possano trarre gioia".
Obiettivo sicuramente raggiunto per un progetto dal forte impatto emotivo, che ha avuto il merito di regalare ai bambini non solo i cd con le fiabe, ma anche la gioia di trascorrere un po' di tempo con i loro padri: "La direttrice sostiene sempre le nostre pazze idee e i ragazzi hanno portato a termine questo laboratorio con la regia di Totò D'Urso", ha spiegato la vice presidente del Cepas, prof. Lalla Lombardi: "Il nostro intento non era creare genitori perfetti, ma rafforzare il rapporto tra papà e figli, che vivono una situazione di lontananza. Ora i bambini potranno sempre ascoltare la voce del loro papà che - ha ribadito - non sono attori ma hanno raccontato con il cuore".
Quindi, spazio ai protagonisti della giornata, i papà che, sul palco e con il loro leggio, hanno regalato una simpatica quanto apprezzata recita, un momento per sentirsi davvero vicini, più di quanto la realtà quotidiana possa concedere.
"Vedere i bambini che ascoltavano le fiabe lette dai loro papà è stato emozionante", ha commentato il comandante della Polizia Penitenziaria, dott. Antonella Machì, così come il magistrato di sorveglianza, dott. Federica Ferrara: "Dobbiamo tutelare l'interesse del minore a mantenere il rapporto genitoriale e l'aiuto delle associazioni è indispensabile. Sono iniziative fondamentali per garantire il rapporto minore-genitore e per avviare un percorso di reinserimento che passa anche attraverso la famiglia".
sportpiacenza.it, 18 giugno 2019
Il calcio entra in carcere. Lo fa grazie alla Spes Borgotrebbia, che da qualche tempo grazie ai suoi tecnici e istruttori svolge attività con una quarantina di detenuti nella struttura di via delle Novate. Dei veri e propri allenamenti programmati una volta a settimana con tre gruppi di ragazzi di età compresa fra i 20 e i 40 anni, che martedì 18 giugno vivranno la giornata conclusiva della stagione.
In programma un torneo che vedrà di fronte le tre formazioni del carcere e una squadra della Spes Borgotrebbia: si inizia alle 16.30 con la prima semifinale, quindi alle 17 la seconda semifinale, alle 17.30 la gara che assegnerà la terza posizione e alle 18 la sfida che mette in palio il primo posto. Al termine sono previste premiazioni per tutti, con le medaglie offerte da Sportpiacenza, e il rinfresco.
"È un'iniziativa - spiega Francesco Sartori, responsabile del settore giovanile della Spes Borgotrebbia - ideata dall'associazione Oltre il muro e dal suo presidente Enrico Rizzo, che ha coinvolto la nostra società e, a titolo personale, il tecnico Marcello Sassi. Da tre mesi a questa parte io, Sassi e Matteo Gabba, un altro dei nostri istruttori, ci alterniamo in carcere per allenare questi ragazzi che hanno un grandissimo entusiasmo. Per quanto ci riguarda è stata un'esperienza personale molto intensa, abbiamo avuto a che fare con tante persone rispettose e con una grande voglia di mettersi in gioco. La sensazione più bella? Alcuni dei ragazzi che hanno iniziato il percorso con noi, martedì prossimo non ci saranno perché hanno terminato la condanna e adesso sono rientrati a pieno titolo nella società".
zerottonove.it, 18 giugno 2019
La cultura ed in modo particolare il teatro per una opportunità di riscatto. Tutto questo ha preso forma, venerdì sera, presso l'Icatt di Eboli. Teatro e sociale: in scena 12 detenuti in "De Pretore Vincenzo" di Eduardo De Filippo attraverso il certosino operato del LAB ICarte Teatro Terapia: ideato e promosso dall'avvocato Paola De Vita, in collaborazione con Cittadinanzattiva, e condotto dall'attore e regista Antonello De Rosa, con la sua Scena Teatro, all'interno della casa di reclusione ebolitana. Gli ospiti dell'Icatt sono stati impegnati in una performance itinerante alla presenza del direttore, Concetta Felaco, del comandante, Carolina Arancio, della dottoressa Rosamaria Caleca e dalle autorità istituzionali.
"La detenzione è un momento in cui abbiamo il dovere - dichiara il direttore, Concetta Felaco - di offrire a chi è al nostro fianco una opportunità. L'Icatt, oramai da anni, è impegnato in tutto ciò e soprattutto attraverso il veicolo della cultura e, come in questo caso, del teatro. Questo è un progetto che parte da lontano e faremo in modo che possa proseguire ancora a lungo. Siamo soddisfatti ed ancora una volta ringrazio il grande impegno la grande professionalità profusi da Antonello De Rosa".
Gli attori, diretti da Antonello De Rosa, hanno condotto il pubblico nei luoghi di antica memoria del suggestivo Castello Colonna con uno spettacolo itinerante, dinamico e coinvolgente. "Quando sono in questi luoghi e con i miei ragazzi - commenta l'attore e regista teatrale, Antonello De Rosa - provo sensazioni che sono indescrivibili. Il lavoro e l'opportunità fornita mi riempiono di orgoglio. Abbiamo raggiunto un traguardo importante e siamo riusciti a regalare qualcosa di tangibile a persone che cercano un degno riscatto". Un progetto di teatro sociale come strumento di catarsi, introspezione ed emancipazione che coinvolge i detenuti dell'Icatt in un percorso di recupero ed inclusione.
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 18 giugno 2019
L'ex presidente, l'unico democraticamente eletto, era stato deposto dal golpe di al-Sisi nel 2013. La famiglia aveva denunciato la "morte lenta" cercata dal regime: 23 ore di isolamento e assenza di cure mediche nella famigerata prigione di Tora. Timore di proteste dei Fratelli musulmani. L'ex presidente islamista Mohamed Morsi è morto ieri nel corso di un'udienza in tribunale. A darne la notizia, nel tardo pomeriggio, è stata la tv di Stato egiziana, secondo cui Morsi avrebbe accusato un malore dopo aver chiesto la parola e poi sarebbe morto praticamente sul colpo.
Il corpo sarebbe stato portato immediatamente in ospedale, per avviare le procedure di rito. Intanto il quotidiano israeliano Haaretz riferisce che a seguito della notizia l'esercito e il ministero dell'interno egiziano avrebbero dichiarato lo stato di allerta per il timore di proteste. Morsi, 67 anni, era detenuto dal 3 luglio 2013, giorno in cui i militari guidati dal generale al-Sisi lo hanno deposto con la forza. Era sotto processo con l'accusa di spionaggio, ma scontava già diverse condanne (tra cui un ergastolo). Una precedente condanna a morte era stata annullata nel novembre 2016 dalla Cassazione.
Dal 2015 era detenuto nella famigerata sezione Scorpion del carcere di Tora, riservata ai prigionieri politici, "progettata in modo tale che chi entra non può uscirne, se non da morto", secondo la testimonianza di un ex secondino. Lì ha vissuto in isolamento per 23 ore al giorno, avendo contatti solo con le guardie, costretto a dormire sul pavimento, un trattamento assimilabile alla tortura secondo gli standard internazionali. Da quando era entrato a Tora i familiari lo avevano potuto visitare solo due volte. Lui stesso in un'udienza del 2017 denunciava le sue gravi condizioni di salute, un diabete aggravato dall'assenza di cure, che gli aveva provocato la quasi totale perdita della vista a un occhio.
Un'inchiesta condotta da alcuni parlamentari britannici su iniziativa della famiglia era giunta un anno fa alla conclusione che "se Morsi non riceverà presto adeguate cure mediche, la conseguenza potrebbe essere la sua morte prematura". In un articolo apparso sul Washington Post a marzo dello scorso anno il figlio Abdullah esprimeva il timore che la negligenza sanitaria fosse voluta, in modo da causarne il decesso "per cause naturali" il più rapidamente possibile.
Ingegnere metallurgico, con un dottorato negli Stati uniti, Mohamed Morsi torna in Egitto nel 1985 per insegnare all'università. Espressione dell'ala conservatrice della Fratellanza musulmana, dal 2000 al 2005 è membro del parlamento (all'epoca il movimento islamista è ancora considerato illegale ma viene in parte tollerato dal regime di Hosni Mubarak).
Nel 2012, nelle prime elezioni presidenziali post-rivoluzione, la Fratellanza decide di candidare Morsi dopo l'esclusione dell'uomo d'affari Khairat el-Shater (esponente dell'anima imprenditoriale del movimento). Al primo turno Morsi prende il 25% e poi per un pugno di voti vince al ballottaggio contro Ahmed Shafiq, esponente del vecchio regime, diventando il primo presidente democraticamente eletto nella storia del paese. Il mandato di Morsi è caratterizzato da una forte conflittualità sociale e dall'incapacità del governo di affrontare i numerosi problemi sociali ed economici e di realizzare le aspettative della rivoluzione (complice anche l'ostracismo degli apparati del cosiddetto "Stato profondo").
I Fratelli, abbandonate le piazze per cercare il compromesso con i militari, nel maldestro tentativo di occupare i gangli del potere statale finiscono per inimicarsi il movimento rivoluzionario e alienarsi gran parte del consenso popolare. In un anno riescono a polarizzare la vita politica egiziana riducendola allo scontro tra islamisti e laici. Il culmine lo raggiunge Morsi nel novembre 2012: in spregio alla costituzione si attribuisce poteri supremi.
Il 30 giugno 2013, a un anno esatto dalla sua proclamazione, milioni di persone scendono in piazza per chiederne le dimissioni, aprendo la strada al colpo di stato militare e inaugurando l'epoca della "lotta al terrorismo" di al-Sisi, dal massacro di Rabaa alla repressione quotidiana. C'è da aspettarsi una reazione dei Fratelli musulmani e dei movimenti vicini, ma è difficile dire se questo inaugurerà un nuovo ciclo di proteste popolari. Di sicuro la morte di Morsi (con Mubarak a piede libero) segna un altro drammatico momento nella traiettoria della rivoluzione egiziana.
La Repubblica, 18 giugno 2019
Gli attacchi reciproci delle forze a guida saudita e delle truppe Huthi, sciiti legati all'Iran. Decine di migliaia i morti. Oltre 20 milioni di persone dipendenti dagli aiuti umanitari. I dati Unicef e Medici Senza Frontiere. La Coalizione militare a guida saudita che combatte gli insorti yemeniti Huthi - gruppo armato sciita zaydita, attivo in funzione anti-governativa, che si definisce "Partigiani di Dio o Gioventù credente" - ha condotto nuovi raid aerei sulla capitale Sana'a, controllata, appunto, dalle formazioni Huthi vicine all'Iran.
Non si hanno, al momento, notizie di vittime, anche se negli ultimi 3 anni e mezzo, il conflitto ha provocato oltre 10.000 morti e più di 22 milioni di persone che si trovano in situazioni di estremo bisogno e dipendenti dagli aiuti umanitari. Le informazioni non possono essere verificate da fonti indipendenti presenti sul terreno. Tuttavia, la TV panaraba-saudita al Arabiya, rende noto che sono state colpite postazioni di lancio di razzi e missili degli Huthi. Nei giorni scorsi gli Huthi hanno intensificato il lancio di droni armati e missili contro obiettivi civili e militari sauditi in territorio saudita. Gli episodi si inseriscono nel quadro dell'aumento della tensione tra Iran e Stati Uniti e i loro rispettivi alleati nella regione del Golfo e del Medio Oriente. Un quadro che vede ancora una volta vittime soprattutto la popolazione civile.
Unicef: ogni 2 ore una madre e 6 neonati muoiono durante il parto. Succede a causa di complicazioni durante la gravidanza o il parto, secondo una serie di report sulla salute materna e infantile nel Paese. "Dare alla luce un bambino in Yemen può troppo spesso trasformarsi in una tragedia per intere famiglie - dice Henrietta Fore direttore generale UNICEF. "Decenni di sottosviluppo e anni di intensi combattimenti hanno lasciato sull'orlo del collasso totale i servizi pubblici essenziali, compresa l'assistenza sanitaria fondamentale per le madri e i bambini". La serie Childbirth and parenting in a war zone, lanciata questa settimana, mostra anche che il tasso di mortalità materna è cresciuto ampiamente dall'intensificazione del conflitto: da 5 madri al giorno che morivano nel 2013 a 12 al giorno nel 2018.
L'assenza dei rifornimenti e dei trasporti. L'accesso a servizi sanitari di qualità pre e post parto sono cruciali per la sopravvivenza di una madre e un neonato. In assenza di servizi adeguati e a causa dello scarso accesso e costi per il trasporto insostenibili, gli operatori sanitari delle comunità stanno presto diventando 'l'ultima speranza' per le donne e i bambini - soprattutto nelle aree remote, rurali e colpite dalla guerra. Tuttavia, anche essi troppo spesso si trovano ad affrontare sfide come l'insicurezza e la mancanza di rifornimenti e trasporti. La metà di tutte le strutture sanitarie in Yemen non è operativa a causa della mancanza di personale, di rifornimenti, dell'incapacità di far fronte ai costi operativi o a causa di accesso limitato. Coloro che ancora lavorano devono affrontare gravi carenze di medicinali, attrezzature e personale e mettono a rischio la vita.
Medici Senza Frontiere: "Il costo enorme per la popolazione civile". Centinaia di strutture sanitarie in tutto il Paese hanno smesso di funzionare a causa di attacchi aerei, bombardamenti, mancanza di forniture, finanziamenti o personale. Il crescente costo della vita ha reso estremamente difficile soddisfare le esigenze primarie per le famiglie. MSF ha ampliato le proprie attività per affrontare la mancanza di assistenza sanitaria e aiutare il crescente numero di vittime della guerra. Alla fine del 2016, le équipe di MSF fornivano direttamente assistenza sanitaria ai pazienti in 12 ospedali e sostenevano almeno altre 18 strutture sanitarie. Nel 2016, più di 32.900 pazienti in strutture gestite o supportate da MSF hanno ricevuto trattamenti per violenza fisica intenzionale, comprese le ferite di guerra. Di questi pazienti, 15.800 sono stati trattati da équipe di MSF. Grazie a quasi 1.600 collaboratori, tra i quali 82 operatori internazionali, il programma di MSF in Yemen è uno dei più importanti in tutto il mondo in termini di personale.
Gli attacchi contro strutture supportate da MSF.
A Sa'ada. Le équipe hanno lavorato nei reparti di maternità, chirurgia e medicina generale e hanno fornito assistenza sanitaria e fisioterapia nell'ospedale di Al Jomhouri. MSF ha fornito assistenza in pronto soccorso e nel reparto di maternità dell'ospedale di Shihara, colpito da un missile nel mese di gennaio del 2016. Il centro sanitario di Haydan è stato colpito da un attacco aereo nell'ottobre del 2015 e MSF ha continuato a lavorare lì fino ad agosto 2016.
A Hajjah. MSF forniva assistenza sanitaria salvavita nell'ospedale di Al Jumhouri nella città di Hajjah e gestiva il reparto di emergenza, il reparto ospedaliero, i reparti di pediatria e maternità presso l'ospedale di Abs, oltre ad effettuare interventi chirurgici in entrambe le sedi. MSF ha ritirato temporaneamente le sue équipe dai due ospedali dopo l'attacco aereo sull'ospedale di Abs il 18 agosto 2016, ma ha ripreso a lavorare nel governatorato di Hajjah nel mese di novembre. MSF ha aperto un centro nutrizionale terapeutico ad Abs all'inizio di dicembre 2016 e ha inviato altri casi complicati agli ospedali specializzati di Hajjah, Sana'a e Hudaydah. MSF ha inoltre svolto attività medica decentrata per le persone che vivono dentro e nei dintorni dei campi per gli sfollati interni nel distretto di Abs. Le équipe di MSF hanno fornito assistenza medica e servizi di salute mentale. Alla fine dell'anno, MSF ha inoltre ampliato il proprio sostegno all'unità di maternità dell'ospedale di Hajjah.
Ad Amran. Molte persone sono fuggite dal conflitto in altre parti del Paese per stabilirsi nel governatorato relativamente tranquillo di Amran. MSF supporta l'assistenza sanitaria e gestisce sistemi di riferimento nell'ospedale di Al-Salam e in quattro centri sanitari. Dona anche attrezzature mediche e logistiche. Nel mese di maggio, MSF ha condotto una campagna per la cura della scabbia, fornendo assistenza medica, trattando gli indumenti con acqua bollente per liberarli dal parassita, nonché distribuendo sapone e altri articoli, al fine di migliorare l'igiene nei campi per sfollati interni di Khamir e Huth.
A Sana'a. MSF sostiene il reparto di pronto soccorso e la sala operatoria nell'ospedale di Al-Kuwait a Sana'a e dona forniture di emergenza agli ospedali di Al Jomhouri, Al-Thawra e Al-Sabeen. L'assistenza sanitaria materno-infantile è una parte importante del lavoro di MSF presso l'ospedale di Al Sabeen.
L'impegno contro l'HIV. Il sostegno di MSF al programma anti-HIV del Ministero della Salute è proseguito. Nonostante la violenza, il 97 per cento dei 2.529 pazienti del programma ha ricevuto il trattamento antiretrovirale salvavita. Il trattamento ai pazienti è stato assicurato non solo a Sana'a, ma anche a Taiz, Mukalla, Aden e Hudaydah.
La Dialisi. La guerra ha gravemente colpito le forniture ai centri di trattamento emodialitico. Da ottobre 2015, MSF sostiene i centri di Sana'a, Sa'ada e Hajja. Nel mese di agosto questo sostegno è stato esteso ai centri di Taiz e Mahweet.
Ibb, la regione più popolosa. Il governatorato di Ibb è la regione più densamente popolata dello Yemen. MSF sostiene il dipartimento di emergenza dell'ospedale Al-Thawra, il più grande del governatorato, dove mira a migliorare la gestione sanitaria di emergenza e la gestione delle vittime di massa. Le équipe lavorano anche nell'ospedale generale rurale del distretto di Thi As-Sufal, al confine meridionale con il governatorato di Taiz, vicino a una delle linee del fronte più violente del Paese. Questo ospedale serve circa 500.000 persone. MSF ha ristrutturato l'ospedale ed eseguito interventi chirurgici salvavita nei casi più gravi.
A Taiz. Nel 2016, a Taiz la situazione era critica. La maggior parte degli ospedali ha chiuso nel bel mezzo dei combattimenti più pesanti. L'ingresso e l'uscita dal centro della città erano limitati e pericolosi per i civili e gli operatori umanitari. MSF ha fornito attività mediche salvavita su entrambi i lati della linea del fronte, trattando prevalentemente pazienti con lesioni causate da attacchi aerei, esplosioni, granate, colpi d'arma da fuoco e mine. Inoltre, le équipe hanno continuato a gestire un ospedale materno-infantile e un centro traumatologico per ferite e traumi da guerra e ha sostenuto regolarmente quattro ospedali che offrono servizi di maternità, pediatria, chirurgia ed emergenza nel centro della città.
A Dhale. Alcune aree di Ad Dhale sono state teatro di intensi combattimenti nell'agosto del 2016, con scontri armati, cecchini, bombardamenti e razzi. MSF opera nell'ospedale di Al-Nasr, fornendo una vasta gamma di attività. MSF lavora anche nell'ospedale Al Salam e nel centro sanitario di Thee Ijlal a Qatabah. Verso la fine del 2016, MSF ha iniziato a sostenere il centro sanitario di Damt nel governatorato.
Ad Aden. MSF ha continuato a gestire il proprio ospedale chirurgico di emergenza per fornire assistenza sanitaria a migliaia di persone. Solo nel 2016, sono stati ricoverati 5.790 pazienti in pronto soccorso. L'ospedale riceve i pazienti provenienti da molti governatorati meridionali, tra cui Taiz, Lahj, Abyan, Ad Dhale e Shabwa. Nella prigione centrale di Aden, il personale sanitario di MSF ha fornito ai detenuti assistenza medica di base, conducendo una media di 50 consultazioni settimanali. MSF ha anche sostenuto l'ospedale di Al-Razi ad Abyan, con assistenza chirurgica e regolari donazioni di forniture mediche.










