abruzzoweb.it, 19 giugno 2019
"Dalle sbarre alle stelle", il progetto teatrale del Teatro Stabile d'Abruzzo realizzato con la Casa Circondariale di Pescara, diventa il case history dell'importante progetto formativo sui percorsi da e per il carcere in Italia realizzato dall'Università di Sassari "dentro & fuori". Entusiasmo unanime durante i lavori per Dalle sbarre alle stelle che è il risultato di un percorso teatrale sostenuto dal TSA con la direzione artistica di Simone Cristicchi, durato sette mesi e tenuto dal regista Ariele Vincenti, in collaborazione con il giornalista-regista Fabio Masi, in sinergia con il direttore, le assistenti sociali e le psicologhe della Casa circondariale di Pescara.
Lo spettacolo è tratto dal libro Cento lettere. Dalle sbarre alle stelle di Attilio Frasca e Fabio Masi (Itaca Edizioni), adattamento teatrale di Ariele Vincenti e Fabio Masi, regia di Ariele Vincenti, con dieci detenuti della Casa Circondariale di Pescara e con la partecipazione di Flavio Insinna. "È stata una grande soddisfazione per noi tutti essere qui con gli studenti dell'Università di Sassari, - ha sottolineato Fabio Masi - un'altra piccola medaglia che dedichiamo ai ragazzi della compagnia teatrale di Pescara. Ad ottobre nuove date nei teatri fuori. La tournée continua".
"Dalle sbarre alle stelle racconta la vita criminale di quest'ultimo, - ha spiegato il regista Ariele Vincenti - dai primi reati alla lunga carcerazione. Tutta la vicenda è intervallata dalle sue lettere e da quelle scritte da due suoi amici fraterni, anch'essi reclusi, che da vari carceri italiani arrivano a casa di un altro loro amico, Massimo, interpretato da Flavio Insinna.
Pur rimanendo fedele alla storia dell'autore narrante in prima persona, il lavoro teatrale ha voluto universalizzarla, facendola diventare la voce narrante degli altri detenuti in scena. Il delirio di onnipotenza, la solitudine e la redenzione descritti nel libro, nello spettacolo vengono tradotti scenicamente da 10 attori detenuti, sempre in scena come un corpo unico, attraverso emozioni forti e intime che solo chi conosce la vita carceraria può arrivare a esprimere.
Dalla spensieratezza dei bambini che giocano sui prati di borgata alle prime "marachelle", dalla violenza allo stadio, ai reati "di strada" e non solo, fino all'inevitabile carcerazione, con tutto ciò che ne consegue". "Un ringraziamento va a tutti i partner del workshop: il Polo universitario penitenziario dell'Università di Sassari, la Conferenza nazionale universitaria dei poli penitenziari, il provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, il Dipartimento ministeriale giustizia minorile, il Centro giustizia minorile di Cagliari e all'Ufficio inter-distrettuale per l'esecuzione penale esterna".
teatronazionalegenova.it, 19 giugno 2019
Il nuovo spettacolo con gli attori detenuti della Casa circondariale di Marassi si ispira all'Opera da tre soldi di Brecht per affrontare problematiche scottanti della nostra società.
Assistendo ad una prova della celebre messa in scena dell'Opera da tre soldi di Giorgio Strehler al Piccolo di Milano nel 1956, durante il grande corale che chiude l'opera, suggestionato dall'immagine di tutti gli attori schierati in palcoscenico che cantano in coro "lottate contro l'ingiustizia", Bertolt Brecht, seduto in platea, annotò su di un pezzo di carta una modifica al testo originale: "Non infierire sul povero che pecca" scrisse, con l'evidente intenzione di sottolineare così la profonda differenza fra il delitto causato dal bisogno piuttosto che dall'arrivismo e dalla brama di potere.
È da questo assunto di base che prende vita Profughi da tre soldi, libera rivisitazione dell'Opera da tre soldi di Bertolt Brecht, messa in scena dalla compagnia teatrale Scatenati formata dagli attori detenuti della Casa Circondariale di Marassi. In uno scenario di scottante attualità, popolato da profughi provenienti dal Nord Africa così come da altri paesi, loschi individui che ricordano il signore e la signora Peachum, accolgono i nuovi arrivati in una sgangherata struttura di accoglienza dissimulando il loro reale obiettivo di instradarli invece verso il mondo della delinquenza e dell'accattonaggio, con lo scopo di trarre notevoli profitti da tale operazione.
Come nel testo originale, a complicare le cose sopravvengono i sentimenti: la figlia di Peachum è innamorata di Mackie Messer, un gangster locale e, dopo un brevissimo fidanzamento, lo sposa contro la volontà dei genitori. Peachum tenta di far arrestare il genero, all'inizio senza alcun successo data l'antica amicizia che lega Mackie al commissario di polizia, ma, come nel lavoro di Brecht, l'arresto finale si tramuterà in una ironica ricerca del "lieto fine" a tutti i costi. Profughi da tre soldi, prendendo spunto da un classico di scottante attualità, intende mettere l'accento su uno dei nervi scoperti della società contemporanea.
di Alberto Negri e Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 19 giugno 2019
L'Egitto di Al Sisi, dove è appena morto, detenuto e senza cure, l'ex presidente islamista, non è un Paese normale. Nemmeno l'Italia è un Paese normale visto quanto siamo amici del Cairo, nonostante gli oppositori a migliaia siano incarcerati e le sparizioni forzate continuino. E più amici di noi sono gli americani, i russi, i francesi. Non siamo tra Paesi "normali" e questo non è un momento "normale". L'Iran non è un Paese normale, dice il segretario di stato Mike Pompeo, ma uno stato da strangolare o al quale fare la guerra mandando altri militari in Medio Oriente.
Neppure l'Egitto del presidente Abdel Fattah Al Sisi, dove è appena morto, detenuto e senza cure, l'ex presidente islamista Mohammed Morsi, è un Paese normale. Nemmeno l'Italia è un Paese normale: se non ci fosse stato Giulio Regeni, torturato e ucciso dalle forze di sicurezza al Cairo nel 2016, anche noi saremmo molto amici del generale Al Sisi. Anzi, in realtà già lo siamo da un pezzo, nonostante gli oppositori a migliaia siano incarcerati e le sparizioni forzate continuino. Con un interscambio da sei miliardi di dollari l'anno, il mega-giacimento Eni di gas offshore di Zhor e le vendite di armi che non si fermano mai.
Più amici di noi - loro possono esserlo anche ufficialmente mentre noi al Cairo mandiamo degli ectoplasmi a chiedere giustizia per Regeni - sono gli americani, i russi, i francesi. "Al Sisi è una persona fantastica", ha dichiarato Donald Trump che ha ricevuto il generale in aprile alla Casa bianca confermando gli aiuti militari per 1,4 miliardi di dollari. Certo infastidisce gli Usa che Al Sisi sia anche amico di Putin da cui vuole acquistare due miliardi di dollari di caccia Sukhoi. Quanto a Macron ha elargito una linea di credito da un miliardo dell'agenzia di sviluppo francese in cambio di consistenti acquisti di armamenti.
Tutti vogliono partecipare - anche noi italiani - al piano Vision 2030 dell'Egitto che prevede investimenti per oltre 45 miliardi di dollari. E chi è mai così stupido da inimicarsi l'Egitto, con le sue belle spiagge sul Mar Rosso che fanno da sfondo ai servizi sul beach soccer delle nostre tv? L'Egitto, la nazione più popolosa del mondo arabo, è d'importanza strategica per gli Stati uniti e l'Occidente per via del trattato di pace con Israele e per il controllo del Canale di Suez, vitale per il commercio globale e l'apparato militare americano.
In questo Paese "normale", amico di Israele che tiene sotto scacco i Territori occupati palestinesi, è morto sul colpo in tribunale Mohammed Morsi, il primo presidente eletto democraticamente nella storia del Paese, che scontava un ergastolo mentre in appello era stata annullata una condanna a morte. Morsi, era detenuto dal 3 luglio 2013, quando lo depose Al Sisi con la violenza dei carri armati, con almeno un migliaio di morti per soffocare la protesta dei sostenitori della Fratellanza.
La sua parabola politica è stata particolare: non doveva essere lui il candidato dei Fratelli Musulmani per succedere a Mubarak dopo la rivolta del 2011 - da notare il diverso "trattamento" riservato a Mubarak, il Faraone contro cui insorse la Primavera araba egiziana, vivo e vegeto, a piede libero e quasi riabilitato con i potenti figli. Morsi, ingegnere chimico con dottorato negli Stati Uniti, venne scelto dopo l'esclusione dell'uomo d'affari Khairat el-Shater e poi vinse le presidenziali al ballottaggio per un pugno di voti contro Ahmed Shafiq, uomo del vecchio regime.
È stato un leader incapace di affrontare - ma restò in carica poco più di un anno - i problemi del Paese, che coltivava legami letali con i jihadisti nel Sinai e pensava di superare le difficoltà economiche (tante quelle del Fmi) e gli ostacoli posti dagli apparati del vecchio regime attribuendosi poteri speciali. È stato spazzato via da un movimento di piazza ma soprattutto dal colpo di stato militare. Dei giorni precedenti il golpe restano i filmati delle interviste ai vertici dei Fratelli Musulmani e dei salafiti ospitati per un incontro, insolito, all'ambasciata italiana: i salafiti - ben più integralisti - già si smarcavano e poi avrebbero affiancato Al Sisi.
A parte le invettive di Erdogan, nel mondo laico e nella comunità internazionale il golpe egiziano venne accolto con imbarazzo ma anche con un sospiro di sollievo, dall'Occidente ma soprattutto delle monarchie del Golfo come l'Arabia Saudita e gli Emirati che tutto avevano da temere dal messaggio destabilizzante e troppo "democratico" dell'islam politico dei Fratelli Musulmani fondati dall'egiziano Al Banna negli anni Venti. Oltre alla contrapposizione tra sciiti e sunniti, questa è stata l'altra decisiva frattura nel mondo musulmano che ancora oggi scuote la regione, come in Libia dove Egitto e monarchie del Golfo appoggiano il generale Khalifa Haftar contro gli islamisti di Tripoli che sostengono Sarraj.
Queste cose le avrà certo spiegate Pompeo a Salvini, che per altro è filo-israeliano e anti-iraniano, quindi un candidato perfetto a eseguire da "sovranista" gli ordini americani quando ci sarà da usare le basi in Italia in caso di guerra contro Teheran. Uno dei pochi laici ad alzare la voce nel 2013 fu lo scrittore di Istanbul Orhan Pamuk. "Promuovere colpi di stato contro governi che sono stati eletti in modo democratico, solo perché non servono agli interessi occidentali è una cattiva abitudine", disse allora e aggiunse che il golpe di Al Sisi ricordava "quello cileno di Pinochet nel 1973", quando un altro generale traditore con il sostegno degli Usa fece fuori Allende. Per fortuna qui intanto siamo diventati uomini di mondo e sappiamo bene che i Paesi "normali" non esistono.
di Nadia Ferrigo e Giacomo Galeazzi
La Stampa, 19 giugno 2019
Lo strappo sovranista dei responsabili regionali: "Ci sono tante emergenze tra i bimbi italiani, così il nostro ruolo sul territorio viene svilito". Attesa oggi la relazione annuale in Parlamento.
"Si occupa solo dei minori stranieri non accompagnati, ci esclude da ogni decisione e non difende i bambini italiani". Clamoroso strappo tra sei garanti regionali dell'infanzia e l'Autorità nazionale. Oggi, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la Garante per l'infanzia Filomena Albano presenta alla Camera la Relazione annuale al Parlamento.
Non ci saranno, in aperta polemica, i responsabili di Lombardia, Lazio, Campania, Calabria, Puglia e Basilicata che hanno firmato un appello per esprimere il proprio radicale dissenso dalla linea dell'Autorità nazionale. Uno scontro frontale, senza mezzi termini.
"Basta passerelle" - "In tre anni di Conferenza nazionale dei garanti, Albano si è interessata quasi esclusivamente di minori stranieri non accompagnati, eppure esistono tante altre emergenze e bimbi italiani in gravissimo stato di bisogno - spiega il garante calabrese Antonio Marziale. Sono stanco di assistere a sfilate festaiole. Nel territorio a più alto indice di povertà (con il 90% delle scuole senza decreto di agibilità e una sanità allo stremo) ho portato in Calabria la prima terapia intensiva pediatrica. Incidere sulle decisioni politiche è un obbligo".
L'ultimo aggiornamento dell'Istat non dà nessuna buona notizia: la povertà è a livello record. Un milione e 200 mila bambini vivono in povertà assoluta. Significa "non potersi permettere le spese minime per condurre una vita accettabile". Nel 2005 la classe di età con il maggior disagio erano gli over 65, ora sono gli under 17. Tra i minori la percentuale di indigenza è triplicata: ora è al 13,4%. Una famiglia vive in condizioni di povertà relativa con un reddito di 800 euro in un'area metropolitana del Nord, 730 in una piccola città e 540 nel Sud e nel isole. "La povertà familiare diminuisce all'aumentare dell'età", dice l'Istat.
Significa che le famiglie più giovani hanno minori capacità di spesa, perché "dispongono di redditi mediamente più contenuti e hanno minori risparmi accumulati nel corso della vita o beni ereditati". La povertà assoluta riguarda il 10,4% delle famiglie dove la persona di riferimento ha un'età compresa tra 18 e 34 anni, il 4,7% se la persona di riferimento ha oltre 64 anni. Un quadro a tinte fosche che richiede misure a breve termine.
Per il garante della Lombardia Massimo Pagani "Filomena Albano, con le sue modalità autoreferenziali, svilisce e sminuisce il nostro ruolo di difensori dei bambini e degli adolescenti sul territorio".
Un ruolo "fatto di azioni concrete e non già passerelle". Rincara la dose il responsabile del Lazio, Jacopo Marzetti: "In tre lettere, distanziate pochi giorni l'una dall'altra, abbiamo ricevuto dalla Garante nazionale soltanto inviti a celebrazioni o richieste di dati. Non siamo mai stati chiamati all'elaborazione di linee guida condivise per far fronte a tutte le emergenze che coinvolgono i nostri minori".
Per i bambini l'emergenza è un insieme di opportunità negate, che invece andrebbero loro riconosciute. I più a rischio sono quelli che vivono in luoghi ad alta intensità criminale, con due alternative: andarsene o essere reclutati. I più fragili: le vittime di abusi, i figli delle donne vittime, le famiglie numerose, chi vive con madri single e padri assenti, i figli dei detenuti.
Povertà educativa vuol dire non avere un libro da leggere, nemmeno quelli di scuola, o un parco in cui giocare. Un autobus per poter frequentare la scuola, la possibilità di andare in vacanza. Nemmeno un pomeriggio al mare, una gita in centro. Si accompagna alla deprivazione materiale, e l'una alimenta l'altra. Senza tregua.
La mancanza di un raccordo - Il garante della Puglia Ludovico Abbaticchio rivendica la funzione di "antenna in grado di raccogliere le istanze dei più piccoli anche nelle periferie". Perciò "scegliere di lavorare in maniera autoreferenziale, come fa la Garante nazionale, significa impedire una visione strategica e una programmazione unitaria in tutto il Paese". E aggiunge: "Non ci si può occupare solo di minori stranieri non accompagnati".
Per Giuseppe Scialla, garante della Campania "la referenza nazionale dovrebbe essere un raccordo e non lo è affatto. Nulla di nulla. Manca convergenza sulla sicurezza nei territori a rischio. Si rimane relegati ciascuno nel proprio territori ed isolati con i propri problemi". I sei "frondisti" chiosano che altri garanti (come Leontina Lanciano del Molise), pur non avendo firmato il "J'accuse", "sono critici".
di Paolo Baroni
La Stampa, 19 giugno 2019
Dopo tre anni la crescita si arresta, ma siamo ancora sui livelli massimi dal 2005. Stabile ma a livelli record, o al rovescio - se vogliamo - sempre a livelli record, ma sostanzialmente stabile. È questa la lettura che da l'Istat della povertà in Italia. In base ai dati 2018, ultimo anno prima dell'avvio del reddito di cittadinanza (che ora, alla luce di questi dati, in molti chiedono di potenziare), si stima che siano oltre 1,8 milioni (1 milione 822 mila per la precisione, contro 1 milione e 778 mila del 2017), le famiglie in condizioni di povertà assoluta, con un'incidenza pari al 7,0%, per un numero complessivo di 5 milioni di individui (8,4% del totale). Le famiglie in condizioni di povertà relativa sono invece poco più di 3 milioni (11,8%), quasi 9 milioni di persone (15% del totale). "Pur rimanendo ai livelli massimi dal 2005 - nota l'istituto di statistica - si arresta dopo tre anni la crescita del numero e della quota di famiglie in povertà assoluta". La povertà assoluta è concentrata soprattutto al Sud, dove il 9,6% delle famiglie si trova in condizioni di povertà assoluta, contro il 6,1% del Nord Ovest, il 5,3% del Nord Est e del Centro ed il 10,8% delle Isole.
La povertà relativa - Le famiglie in condizioni di povertà relativa sono invece poco più di 3 milioni (11,8%), per un totale di individui di quasi 9 milioni (15,0%). Rispetto al 2017, segnala l'Istat, il fenomeno si aggrava nel Nord (da 5,9% al 6,6%), in particolare nel Nord-est dove l'incidenza passa da 5,5% a 6,6%. Il Mezzogiorno, invece, presenta una dinamica opposta (24,7% nel 2017, 22,1% nel 2018), con una riduzione dell'incidenza sia nel Sud (da 24,1% a 22,3%) sia nelle Isole (da 25,9% a 21,6%). Tornando ai dati sulla povertà assoluta rispetto al 2017 rimangono stabili i valori delle incidenze a livello nazionale per tipologia comunale di residenza delle famiglie. Al Nord i comuni centro delle aree metropolitane presentano incidenze di povertà (7,0%) maggiori rispetto ai comuni periferici delle aree metropolitane e ai comuni sopra i 50mila abitanti (5,4%) e ai restanti comuni più piccoli (5,7%). Al Centro, invece, i comuni centro di aree metropolitane presentano l'incidenza minore (3,5% di famiglie povere contro 5,6% dei comuni periferici delle aree metropolitane e comuni sopra i 50mila abitanti e 6,4% dei comuni più piccoli). Anche il confronto per tipologia comunale evidenzia lo svantaggio del Sud e delle Isole: l'incidenza delle famiglie in povertà assoluta nei comuni centro di aree metropolitane è pari al 13,6% valore che raggiunge il 15,7% nel solo Sud.
La piaga dei minori - I minori in povertà assoluta sono invece 1.260.000 (12,6% rispetto all'8,4% degli individui a livello nazionale). L'incidenza varia da un minimo del 10,1% nel Centro fino a un massimo del 15,7% nel Mezzogiorno; rispetto al 2017, si registra una sostanziale stabilità e prevale nelle aree metropolitane.
Disaggregando per età, l'incidenza presenta i valori più elevati nelle classi 7-13 anni (13,4%) e 14-17 anni (12,9%) rispetto alle classi 0-3 anni e 4-6 anni (11,5% circa). Le famiglie con minori in povertà assoluta sono oltre 725mila, con un'incidenza dell'11,3% (oltre quattro punti più alta del 7,0% medio nazionale). La maggiore criticità per le famiglie con minori emerge non solo in termini di incidenza, ma anche di intensità della povertà: questa è, infatti, al 20,8% (rispetto al 19,4% del dato nazionale). Le famiglie con minori sono quindi più spesso povere, e se povere, lo sono più delle altre.
Famiglie numerose - Anche nel 2018 si conferma poi un'incidenza di povertà assoluta più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti. È pari a 8,9% tra quelle con quattro componenti e raggiunge il 19,6% tra quelle con cinque e più; si attesta invece attorno al 7% tra le famiglie di 3 componenti, in linea con il dato medio. La povertà, inoltre, aumenta in presenza di figli conviventi, soprattutto se minori, passando dal 9,7% delle famiglie con un figlio minore al 19,7% di quelle con 3 o più figli minori. Anche tra i monogenitore la povertà è più diffusa rispetto alla media, con un'incidenza dell'11,0%, in aumento rispetto all'anno precedente, quando era pari a 9,1%. Nelle famiglie con almeno un anziano l'incidenza di povertà è pari al 4,9%, più bassa, quindi, della media nazionale; scende al 3,2% se si considerano le coppie in cui l'età della persona di riferimento della famiglia è superiore a 64 anni (tra quelle con persona di riferimento tra i 18 e i 64 anni questo valore sale al 5,2%).
"In generale - sottolinea la ricerca dell'Istat - la povertà familiare presenta quindi un andamento decrescente all'aumentare dell'età della persona di riferimento: le famiglie di giovani, infatti, hanno generalmente minori capacità di spesa poiché dispongono di redditi mediamente più contenuti e hanno minori risparmi accumulati nel corso della vita o beni ereditati. La povertà assoluta riguarda quindi il 10,4% delle famiglie in cui la persona di riferimento ha un'età compresa tra 18 e 34 anni, il 4,7% se la persona di riferimento ha oltre 64 anni". Altra conferma significativa: la diffusione della povertà diminuisce al crescere del titolo di studio. Se la persona di riferimento ha conseguito un titolo almeno di scuola secondaria superiore l'incidenza è pari al 3,8%, si attesta su valori attorno al 10,0% se ha al massimo la licenza di scuola media.
Il dramma degli stranieri - Gli individui stranieri in povertà assoluta infine sono oltre un milione e 500mila, con una incidenza pari al 30,3% (tra gli italiani è il 6,4%). Le famiglie in povertà assoluta sono composte nel 68,9% dei casi da famiglie di soli italiani (1 milione e 250mila) e per il restante 31,1% da famiglie con stranieri (567mila) mentre le famiglie di soli italiani rappresentano il 91,3% delle famiglie nel loro complesso contro l'8,7% delle famiglie con stranieri. L'incidenza di povertà assoluta è pari al 25,1% per le famiglie con almeno uno straniero (27,8% per le famiglie composte esclusivamente da stranieri) e al 5,3% per le famiglie di soli italiani. La criticità per le famiglie con stranieri è maggiormente sentita nei comuni centro di area metropolitana, dove l'incidenza arriva al 26,2% (28,8% per le famiglie di soli stranieri) e al Sud dove la quota di famiglie con stranieri in povertà circa quattro volte superiori a quelle delle famiglie di soli italiani (rispettivamente 32,3% e 8,9%).
Poveri e non poveri - Infine l'Istat segnala che classificazione delle famiglie in povere e non povere, ottenuta attraverso la linea convenzionale di povertà relativa, può essere articolata ulteriormente tramite l'utilizzo di soglie aggiuntive, corrispondenti all'80%, al 90%, al 110% e al 120% di quella standard, che permettono di individuare gruppi di famiglie distinti in base alla distanza dalla linea di povertà. Nel 2018 le famiglie "sicuramente" povere (che hanno livelli di spesa mensile equivalente inferiori alla linea standard di oltre il 20%) sono stabili al 6,2%, con valori più elevati nel Mezzogiorno (12,6%). Quelle "appena" povere (ovvero con una spesa inferiore alla linea di non oltre 20%) sono il 5,5% delle famiglie residenti (6,1% nel 2017) e raggiungono il 9,5% nel Mezzogiorno (12,2% l'anno precedente); tra le "appena" povere, il 3,1% presenta livelli di spesa per consumi molto prossimi alla linea di povertà (inferiori di non oltre il 10%) percentuale che sale a 5,2% nel Mezzogiorno.
È invece "quasi povero" il 7,5% delle famiglie (spesa superiore alla linea di non oltre 20%) mentre il 3,5% ha valori di spesa superiori alla linea di povertà di non oltre 10% (5,3% nel Mezzogiorno). Le famiglie "sicuramente" non povere, infine, sono l'80,8% del totale (80,4% nel 2017), con valori pari a 88,1% nel Nord, 85,4% nel Centro e 66,7% nel Mezzogiorno.
di Michele Serra
La Repubblica, 19 giugno 2019
Ventuno mesi di carcere, in Nuova Zelanda, a un uomo che aveva inneggiato online alla strage di musulmani del marzo scorso. Quattro anni di carcere, in Inghilterra, a un ragazzo che aveva definito "traditore della razza" il principe Harry dopo il suo matrimonio con Meghan Markle, corredando la foto dei due con una svastica e una pistola.
Si tratta di reati di opinione? Non proprio, perché le opinioni in questione sono state considerate, dai tribunali di due Paesi democratici, dichiaratamente omicide. E non su base teorica; su base statistica. Il suprematismo bianco è un serial killer, ha già ucciso in Scozia (Jo Cox, deputata laburista), in Polonia (Pawel Adamowicz, sindaco di Danzica), in Germania (Walter Luebcke, collega di governo della Merkel), in Norvegia (strage di Utoya), in Nuova Zelanda (strage di Christchurch), per restare solo ai fatti di sangue più eclatanti.
Ai fascisti svedesi è attribuito l'assassinio del premier socialista Olof Palme (1986), il più clamoroso e anche il più dimenticato di tutti i delitti politici nell'Europa moderna. Il suprematismo bianco di estrema destra è genocida nei suoi presupposti, tanto quanto il jihadismo, e lo è anche nella sua prassi, quasi quanto il jihadismo.
E così come si arrestano per terrorismo i fanatici che fanno proselitismo per l'Isis, è ovvio perseguire chi propaganda l'idea del genocidio e dell'eliminazione fisica degli avversari come prassi politica necessaria. Si chiama istigazione all'odio e alla violenza, dubito che esitano ordinamenti giudiziari nei quali non si configuri un reato identico o simile. Non esistono reati di opinione, ma esistono opinioni, per fortuna poche, che diventano reato, e vanno disarmate prima che sparino di nuovo.
di Rachele Gonnelli
Il Manifesto, 19 giugno 2019
Previsto domattina l'arrivo nel porto ligure della Bahri Jazan. "Abbiamo ricevuto tanti messaggi di stima - dice Degl'Innocenti del Calp - da dockers europei, l'idea è creare una rete contro i carichi che alimentano le guerre sporche". Sarà sciopero al porto di Genova non appena la nave saudita Bahri Jazan accosterà alle banchine per imbarcare il materiale bellico che il cargo gemello - Bahri Yanbu - ha dovuto lasciare in deposito lo scorso 21 maggio a causa del primo atto di boicottaggio dei camalli verso chi alimenta la guerra in Yemen. Ieri la Camera del Lavoro del capoluogo ligure ha garantito la piena copertura sindacale, coerentemente con la protesta di maggio, che tra l'altro ha avuto un'eco internazionale notevole.
Subito dopo Genova anche i dockers iscritti al sindacato Cgt del porto di Marsiglia- Fos sur Mer, uno degli scali commerciali più importanti d'Europa, si sono rifiutati di imbarcare i cannoni Caesar prodotti dall' azienda francese Nexter sulla Bahri Yanbu. E se a Cagliari un'altra nave, la Bahri Tabuk, è riuscita a riempire la stiva di bombe Rwm prodotte a Domusnovas è perché gli armatori sauditi lì hanno potuto scortare le casse con guardie private e utilizzare per l'imbarco il personale di bordo, cosa impossibile nella maggior parte degli altri porti italiani.
A Genova i giovani camalli si sono galvanizzati per gli attestati di stima e solidarietà arrivati da colleghi francesi, tedeschi e di altri scali italiani e nelle assemblee di questi giorni, in attesa dell'arrivo della nuova nave della compagnia statale Bahri - previsto per domattina - c'era chi si diceva pronto ad andare a bloccare l'approdo anche a bordo di canotti. Per convincere i lavoratori della compagnia unica dei portuali di Genova a trasportare a bordo della Bahri Jazan i materiali lasciati a terra e poi trasferiti nel Centro smistamento merci, gli armatori arabi avevano dichiarato che non si trattava di armi e convinto la prefettura e le autorità portuali a farsi da tramite nei confronti dei sindacati. Ma gli esperti della coalizione di associazioni pacifiste che hanno lanciato l'appello al boicottaggio dei traffici di armamenti destinati alla guerra in Yemen, dove le forze saudite sono accusate di crimini contro l'umanità dall'Onu - cioè Amnesty international Italia, Comitato per la riconversione Rwm, Movimento dei Focolari Italia, Rete della Pace, Rete italiana per il Disarmo e Oxfam Italia - hanno chiarito e portato prove sulla natura bellica della commessa.
Si tratta di 4 coppie di shelter e gruppi elettrogeni, quindi su rimorchio, dotati di palo telescopico prodotti dall'azienda Teknel di Roma - comparto Difesa - per centri di comunicazione, comando e controllo di operazioni aeree e terrestre. Questi macchinari sono dual use, civile e militare, possono essere usati anche in caso di catastrofi ma, come documenta la relazione governativa 2018 sull'export militare e le autorizzazioni chieste all'authority preposta dalla Farnesina (Uama), fanno parte di un ordinativo di 18 coppie di shelter più generatore del valore quasi 8 milioni di euro, ad uso bellico. Del resto il destinatario indicato - la Guardia nazionale saudita - partecipa in prima linea alla guerra in Yemen, come fa notare il ricercatore di Opal Carlo Tombola.
"Da altri porti abbiamo ricevuto tante proposte per creare una rete comune - racconta Riccardo Degl'Innocenti del Collettivo autonomo lavoratori portuali - che renda difficile a queste rolls royce della logistica militare di continuare a rastrellare armi dall'America all'Europa per fomentare una delle guerre più sporche al mondo".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 19 giugno 2019
La morte di Mohamed Morsi, avvenuta il 17 giugno durante un'udienza in tribunale, solleva forti domande sul trattamento subito dall'ex presidente egiziano durante la detenzione. Posto agli arresti domiciliari subito dopo il colpo di stato del 3 luglio 2013 e poco dopo portato in cella, Morsi risultò di fatto un "desaparecido" fino al 4 novembre 2013, quando comparve per la prima volta di fronte a un giudice. Per quasi sei anni, Morsi è stato tenuto in isolamento nel supercarcere di Tora, praticamente senza contatti col mondo esterno con la sola eccezione di tre visite familiari, senza poter avere accesso ai suoi avvocati e a un medico di fiducia: una condizione che ha comportato un considerevole stress psicofisico e che ha violato il divieto assoluto di maltrattamenti e torture.
A causa delle limitazioni poste alle comunicazioni del detenuto col mondo esterno, si conoscono pochi dettagli sulle sue condizioni di detenzione. I familiari dell'ex presidente hanno reso noto che il loro congiunto soffriva di diabete, che nel corso della detenzione era collassato due volte e che non aveva avuto accesso a cure mediche adeguate.
L'Egitto vanta una terribile storia di detenzione di prigionieri in isolamento per lunghi periodi di tempo e in condizioni durissime, così come di maltrattamenti e torture nei confronti dei detenuti. Ecco perché le organizzazioni per i diritti umani - Amnesty International e Human Rights Watch in testa - chiedono che le autorità del Cairo indaghino per determinare se maltrattamenti del genere abbiano contribuito alla morte di Mohamed Morsi e assicurare che i responsabili delle violazioni dei diritti umani commesse ai suoi danni siano chiamati a risponderne.
di Elisa Baioni
galileonet.it, 19 giugno 2019
Virus e batteri non si curano di nazioni, confini, culture o lingue. Possono replicarsi e diffondersi? Lo fanno. È per questo che non vedrete mai un infettivologo dividere il mondo in altro modo che questo: chi ha un problema da curare, chi ancora non ce l'ha. Tullio Prestileo dirige l'unità operativa per le malattie infettive dell'ospedale civico Benfratelli di Palermo.
Dal 2017 coordina il progetto I.Ta.C.A. - Immigrants Take Care Advocacy, una rete di 41 centri che forniscono assistenza a chi approda in Sicilia. Quando - tra una visita e l'altra - riesce a rispondere al telefono, subito mette in chiaro che il principio secondo cui opera "è come il Vangelo per i credenti". Tutti, infatti, vanno curati, perché se le infezioni non hanno altro scopo che diffondersi, la risposta efficace non può che essere generale.
Cos'è I.Ta.C.A, contro virus e batteri - "Ufficialmente, I.Ta.C.A nasce nel 2017 dalla sinergia di quattro persone. Davanti a una popolazione vulnerabile sempre più cospicua, io e Ornella Dino, insieme ad Antonio Craxì e Vito Di Mauro, ci siamo rimboccati le maniche e siamo partiti", racconta con voce roca e pacata. Ornella Dino è medico dirigente dell'Azienda Sanitaria Provinciale di Palermo. Mentre Antonio Craxì e Vito di Mauro lavorano al reparto di Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico Giaccone.
"Ci siamo divisi i compiti secondo le nostre competenze. In particolare, Ornella Dino, è responsabile del triage al porto di Palermo. E fa il primo grosso smistamento tra chi ha problemi di salute urgenti e chi invece può essere mandato ai centri di accoglienza. Qui, dopo un periodo che io definisco il "tempo della fuga", proponiamo uno screening medico a chi rimane". Il medico racconta che il 20-30% dei ragazzi ospitati scappa entro le prime 6 settimane dall'arrivo. Il loro obiettivo è ricongiungersi coi propri parenti all'estero. Oppure la fuga è dovuta al fatto che sono rimasti intrappolati in reti criminali e deve fuggire per ripagare i propri debiti. "Una schifezza" chiosa Prestileo.
Aumentano le infezioni da Hiv - Nei corpi e nelle storie di chi rimane si cercano gli indizi nascosti di patologie latenti o sommerse. "Fino al 2016, le malattie più rilevanti erano l'epatite B e la tubercolosi, quest'ultima, in realtà, quasi mai nella forma contagiosa. Poi, nel biennio 2017-2018 abbiamo osservato un incremento delle infezioni da Hiv a causa di tutto quello che accade in Libia". Quasi il 70% dei migranti entrati nella rete I.Ta.C.A. riferisce di angherie, condizioni disumane e stupri. Dal 2017 - l'anno degli accordi stipulati dall'ex Ministro degli Interni Marco Minniti - il tempo di detenzione medio è salito da 13 a 50 settimane. A preoccupare, però, non è soltanto la durata della prigionia, ma anche un altro dato inquietante. "Nel 2017 e nel 2018 abbiamo osservato un forte aumento nel riscontro di infezioni da Hiv. Con delle analisi univariate e multivariate l'abbiamo potuto correlare all'incremento del tempo di permanenza in Libia e a tutte le porcherie che vengono compiute all'interno di questi lager".
Infezioni da Hiv e permanenza in Libia - Se, nel 2015, meno di una persona ogni cento risultava sieropositiva al virus, nel 2017 la percentuale è salita a quasi cinque persone su cento. Nel 2018 invece il numero si è assestato attorno alle quattro persone. Prestileo ha presentato i dati in occasione del convegno nazionale Let's Stop HIV, tenutosi a Rimini e rivolto a medici e ricercatori impegnati nella lotta al virus. Attraverso delle analisi statistiche, Prestileo ha constatato come "tutti i parametri considerati, ossia età, sesso, area di provenienza, storia di pregresse infezioni sessualmente trasmissibili e condizioni di vita in Italia, rimanevano simili attraverso gli anni". Solo uno cambiava: il tempo di permanenza in Libia. Per ulteriore conferma, il medico ha avviato un'indagine filogenetica del virus. Analizzando le informazioni genetiche che costituiscono l'Hiv, Prestileo vorrebbe capire quale ceppo del virus abbia infettato le persone da lui esaminate. È un procedimento lungo e complesso, il cui risultato non vedrà la luce prima di sei mesi. Questa ricerca, però, gli consentirà di comprendere, definitivamente, se la variante con cui sono stati contagiati era quella "prevalente nel paese d'origine di queste persone, o quella libica o italiana".
Dalle violenze alle infezioni da Hiv - La violenza imposta in Libia e cucita a doppio filo sui corpi dei migranti non assume soltanto la forma di cicatrici e lividi, ma anche quella di virus e batteri. È una violenza che, senza l'operato di Prestileo e dei suoi colleghi, risulterebbe visibile solamente dopo anni, quando contrastarla sarebbe davvero difficile. Ed è una violenza che, se non diagnostica oppure lasciata incurata, finirebbe con l'infettare altre vite. "La miglior risposta che si possa dare rispetto alla tutela della salute collettiva è farci carico di tutte le persone che sono in difficoltà, specialmente dei gruppi più fragili e marginali che, spesso, sono proprio quelli più a rischio" racconta Giovanni Baglio, dell'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà, di cui Prestileo è responsabile scientifico per la Sicilia.
La salute dei migranti, centrale per loro e per noi - "Non siamo di fronte a un'epidemia montante. Siamo in una fase in cui i tassi delle malattie infettive si stanno riducendo complessivamente, e però l'incidenza a carico degli stranieri rimane più elevata rispetto agli italiani. Quindi noi dobbiamo occuparci della salute dei migranti perché è un loro diritto ma anche un interesse, ed entrambe le cose sono sancite dall'articolo 32 della Costituzione. La tutela dell'individuo e quella della collettività vanno sempre considerate assieme". Grazie anche al fondamentale lavoro dei mediatori culturali, se qualcuno risulta positivo allo screening, riceve una spiegazione dettagliata sulle prospettive di cura e su come evitare di perdere i trattamenti. "Perché se poi vanno a Milano o a Marsiglia devono ricominciare tutto da capo, spendendo una quantità di soldi inutili e con l'aggravio delle complicazioni legate all'interrompere la terapia" commenta Prestileo.
agensir.it, 19 giugno 2019
I vescovi: "strutture sotto le condizioni minime richieste". "Dolore e indignazione" viene espresso dalla Conferenza episcopale del Paraguay (Cep), in seguito ai fatti accaduti domenica nel carcere di San Pedro di Ycuamandyyú, nel dipartimento di San Pedro, dove in seguito a violenti scontri sono morti in modo sanguinoso e brutale dieci detenuti (alcuni sarebbero stati decapitati e altri bruciati).
Secondo le autorità si è trattato di uno scontro tra organizzazioni criminali rivali. Numerosi anche i feriti. La nota della Cep, diffusa ieri, rende nota "la ferma condanna e il ripudio per questi crimini eseguiti con brutalità" e "la preghiera per le vittime e le loro famiglie, oltre che promettere l'accompagnamento da parte della Pastorale penitenziaria".
Secondo i vescovi, "i fatti accaduti mettono in evidenza una volta di più la situazione di precarietà e di mancanza di attenzione strutturale per i centri penitenziari del Paese, che si trovano impossibilitati a ospitare i detenuti nelle condizioni minime richieste per poter realizzare gli obiettivi di recupero e reinserimento nella società delle persone private della loro libertà".
Nel comunicato la Cep segnala alcuni fattori che aggravano la situazione, tra cui "un contesto legale che favorisce il carcere preventivo di persone che, in alta percentuale, vengono processate ma non condannate" e non meritano di stare in carcere in situazioni così disumane; "un sistema giudiziario lento, burocratico e costoso; infrastrutture e personale insufficienti nei centri penitenziari; la mancanze di carceri di massima sicurezza, separati dagli altri, per i gruppi di detenuti più pericolosi, legati alla criminalità organizzata e in particolare al narcotraffico, al traffico di armi e di persone". Quanto accaduto, insomma "era solo questione di tempo". I vescovi chiedono venga dichiarata "una situazione di emergenza" per affrontare un lavoro profondo e "articolato tra i poteri dello Stato" e una riforma adeguata del sistema carcerario.










