di Concetto Vecchio
La Repubblica, 2 agosto 2019
"Non mi faccio intimidire dalle squadracce di Salvini", dice a sera il deputato renziano Ivan Scalfarotto. La sua ispezione a Regina Coeli martedì, dove ha incontrato i due assassini del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, è finita prontamente nel mirino delle bocche di fuoco social del ministro dell'Interno Matteo Salvini.
Anche il Pd ne ha preso le distanze. Il segretario Nicola Zingaretti l'ha definita "un'iniziativa personale", l'europarlamentare Carlo Calenda l'ha spiegata con un colpo di calore, e il deputato Emanuele Fiano ha detto che "Ivan ha invertito l'ordine delle priorità".
È stata la foto bendata scattata in caserma ad uno dei due arrestati a indurlo ad andare in carcere, "nel rispetto delle mie prerogative di parlamentare. L'Arma ha subito stigmatizzato quello scatto, Salvini no, l'ha rilanciato, per chiedere ai suoi "ma vi pare una foto choc?".
"Sono andato a vedere, a titolo personale, se l'habeas corpus, per cui nessuna persona che si trova in mano allo Stato, nemmeno il peggior criminale, può essere punito se non in forza di un giudizio legale, è stato rispettato. Questo si chiama stato di diritto".
Quel che è accaduto dopo - a prescindere da quel che ognuno possa legittimamente pensare del gesto politico di Scalfarotto - è istruttivo sulla temperatura civile del Paese. Mercoledì mattina Scalfarotto posta l'articolo sulla visita, pubblicato da La Stampa, sul proprio profilo Facebook, e fino alle 22 non suscita alcun interesse degno di nota. Poi Salvini decide di condividerlo.
A caratteri cubitali scrive "pazzesco!!!" e vi aggiunge due righe: "Il Pd va in carcere a verificare che il criminale americano non sia stato maltrattato. Non ho parole". In poco tempo il post viene condiviso 25mila volte, ottiene 31mila commenti, incamera 44mila like. Scalfarotto ha calcolato che è stato letto da 340mila persone. Il parlamentare pd finisce seppellito sotto una valanga di insulti sanguinosi.
La critica che gli viene rivolta nel merito è di non essere andato a trovare la vedova del carabiniere: a mettere in fila le ingiurie, molte delle quali qui sono irriferibili, si ha il quadro di un linciaggio. E mentre il popolo di Matteo lapidava Scalfarotto, per non essere da meno col ministro, anche il sottosegretario M5S Carlo Sibilia ci aggiungeva il suo carico: "Questo deputato Pd ha scelto di andare a trovare l'assassino in carcere. Voi che ne pensate? Per me è rivoltante. Vada in carcere, ma esca da Parlamento".
Di fronte all'onda sollevata, Matteo Salvini rilanciava con un altro post: "Noi stiamo con i carabinieri, qualcun altro va a trovare delinquenti. Noi stiamo con gli italiani, qualcuno evidentemente ha altri interessi. Pd, sempre dalla parte sbagliata", e posta una doppia foto di Scalfarotto e di Sandro Gozi, il Pd appena nominato consigliere del governo francese. Perché, Scalfarotto, non è andato a trovare la vedova? "Non l'ho fatto per discrezione e rispetto. Se mi sarà data l'opportunità, quella sarà l'unica visita commossa e sentita".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 2 agosto 2019
Può essere considerata illegale solo la pena che risulti inferiore al minimo edittale. E nell'ipotesi di pena illegale non rientrano eventuali errori di calcolo. Con la sentenza 35200 la Cassazione respinge il ricorso del Pm che chiedeva di annullare il patteggiamento perché, in quella sede, era stata applicata per il reato di dichiarazione infedele, una diminuzione di pena per il rito, superiore a quella massima consentita dall'articolo 444 del Codice di procedura penale. Una conclusione che la pubblica accusa supporta con i numeri.
La pena di un anno e quattro mesi di reclusione, che risultava dopo l'applicazione delle attenuanti generiche era stata ridotta della metà anziché di un terzo, con una pena finale fissata in otto mesi di reclusione. La Cassazione respinge il ricorso. I giudici della terza sezione penale, ricordano che il nuovo codice di rito, introdotto con la legge103/2017, applicabile al caso esaminato, ha aperto la possibilità di ricorso in Cassazione, in caso di patteggiamento, all'ipotesi di pena illegale.
La giurisprudenza, anche a Sezioni unite, ha chiarito che l'illegalità della pena rende invalido l'accordo concluso dalle parti e ratificato dal giudice, con conseguente annullamento, senza rinvio, della sentenza che lo ha recepito. Un passo che consente alle parti di rinegoziare l'accordo su basi corrette. In quest'ambito i giudici di legittimità hanno definito la nozione di pena illegale come quella stabilita "da una sentenza che recepisca un accordo tra le parti relativamente a un reato continuato per il quale la pena-base risulti quantificata, a seguito di una errata individuazione del reato più grave, in misura inferiore al relativo minimo edittale".
Ulteriore chiarimento riguarda la valutazione di congruità della pena solo rispetto al valore finale, senza considerare i passaggi intermedi. Nel caso esaminato la pena finale di 8 mesi non è inferiore al minimo assoluto previsto dal Codice penale. "Né la pena considerata quale base di computo, è cioè quella di due anni di reclusione, è inferiore a quella prevista come minimo edittale per il reato di cui all'articolo 2 del Dlgs 74/2000, contestato all'imputato (pari a un anno e sei mesi di reclusione)". Si è dunque fuori dall'ambito di applicazione del principio sulla pena illegale, al quale è estranea l'ipotesi dell'errore di calcolo compiuti per stabilire la pena finale.
responsabilecivile.it, 2 agosto 2019
Detenuto, in custodia cautelare, rimesso in libertà 65 giorni di ritardo rispetto alla scadenza dei termini di legge: pubblico ministero responsabile. Il P.G. presso la Corte di cassazione promuoveva azione disciplinare nei confronti del sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lecco, contestandogli l'illecito di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1, comma 1, e art. 2, comma 1, lett. g), consistito nel non aver esercitato, nella fase delle indagini preliminari, il dovuto controllo sui termini di scadenza della misura cautelare degli arresti domiciliari così da procrastinare illegittimamente la liberazione del detenuto, rimesso in libertà con 65 giorni di ritardo rispetto alla scadenza dei suddetti termini prescritti per legge in relazione all'ipotesi di reato contestate.
Tuttavia, la Sezione disciplinare del C.S.M., con sentenza depositata il 20 dicembre 2018, assolveva l'incolpato dall'addebito ascrittogli. Non si trattava, infatti, di negligenza ma di errore scusabile poiché causato, non tanto da difetti organizzativi del suo Ufficio, bensì da un errore materiale dell'Ufficio GIP che aveva riportato nello scadenziario un termine errato. Il pubblico ministero aveva perciò, fatto legittimo affidamento "sul normale e regolare svolgimento di compiti propri del personale di cancelleria e del colleghi dell'Ufficio GIP".
La vicenda, giunta in Cassazione, è stata decisa dalle Sezioni Unite che tuttavia, hanno ribaltato l'esito del procedimento disciplinare. Richiamando la giurisprudenza consolidata (sentenze n. 8896/2017 e 4887/2019), hanno affermato che "risponde dell'illecito disciplinare di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1, e art. 2, comma 1, lett. g), il magistrato che, con violazione dei doveri di diligenza e con grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile, ometta di effettuare il doveroso controllo sulla scadenza del termine di durata della custodia cautelare".
Al riguardo, nessun rilievo ha la circostanza che l'indagato si trovi agli arresti domiciliari, atteso che tale misura costituisce, comunque, una privazione della libertà personale equivalente alla custodia cautelare in carcere ex art. 284 c.p.p., comma 5.
I doveri del Pubblico Ministero - È stato anche, più puntualmente, affermato (v., ad es., SU n. 507/2011 e n. 18191/2013), che "il magistrato (nel caso in esame il P.M. che procede alle indagini preliminari che ancora non si siano concluse) ha l'obbligo di vigilare diuturnamente circa la persistenza delle condizioni, anche temporali, cui la legge subordina la privazione della libertà personale di chi è sottoposto ad indagini; pertanto, integra grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile - illecito disciplinare punito dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. g), - il comportamento del magistrato che abbia scarcerato un indagato con notevole ritardo (nel caso che qui viene in rilievo, 65 giorni) rispetto al momento in cui erano decorsi i termini di custodia cautelare (agli arresti domiciliari), senza che possa assumere rilevanza giustificante che il fatto sia ascrivibile ad una mera dimenticanza di trascrizione della data di scadenza dei termini nello scadenzario personale, o che il giudice sia stato sottoposto, in quello stesso periodo, ad un gravoso carico di lavoro e vi abbia fatto fronte, dimostrando notevole produttività, nonostante la sussistenza di difficoltà familiari e personali, non versandosi in una delle ipotesi di assoluta inesigibilità o di sussistenza di causa eccezionale impeditive dell'osservanza del suddetto specifico dovere prescritto per garantire il rispetto del diritto assoluto della libertà personale dell'indagato".
Nessuna scusa dunque, per il pubblico ministero che aveva un preciso ed inderogabile obbligo: quello di seguire in modo diretto ed autonomo la sequenza dello svolgimento dei termini di custodia applicabili ai soggetti dallo stesso indagati e, quindi, evitare di determinarne l'illegittimo (eventuale) superamento.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 agosto 2019
Alcune delle criticità evidenziate nella relazione annuale del Garante regionale. Scarsa qualità del cibo offerto dall'Amministrazione penitenziaria e in alcuni casi l'inadeguatezza del vitto rispetto alle problematiche di salute, la mancanza di acqua calda e del riscaldamento nelle celle, la non idoneità di queste ultime dal punto di vista igienico- sanitario e situazioni di sovraffollamento soprattutto nei periodi estivi. Queste sono alcune criticità emerse dalla relazione annuale del garante regionale delle persone private della libertà Stefano Anastasìa sul sistema penitenziario dell'Umbria.
La relazione è stata presentata mercoledì scorso dal garante. All'incontro tenutosi presso la regione, era presente in prima fila anche l'ex ergastolano ostativo Carmelo Musumeci, scrittore, ma soprattutto l'uomo che è riuscito a sensibilizzare l'opinione pubblica sul carattere non riabilitativo della pena perpetua. Ad aprire la relazione è stata la presidente della regione Umbria, Donatella Porzi, che ha ringraziato i presenti e Stefano Anastasìa.
La relazione è di 51 pagine e nell'introduzione mette in risalto il ruolo del garante. In particolare c'è un quadro d'insieme degli Istituti di pena per adulti in Umbria. "Tra il 31 dicembre 2017 e il 31 dicembre 2018 - è scritto -, la popolazione penitenziaria umbra è aumentata lievemente, di 61 unità, passando da 1.370 a 1.431 detenuti, a fronte di una capienza complessiva compresa tra i 1.331 ( al 31.12.2017) a i 1.334 posti- letto detentivi ( al 31.12.2018).
In regione, a fine 2018 il tasso di sovraffollamento ha raggiunto quindi il 107%, mentre a livello nazionale era del 118%. La situazione di sovraffollamento riguarda tre su quattro istituti e deve essere prestata un'attenzione specifica a quanto avviene a Perugia e Terni, principali istituti di accesso dalla libertà nel sistema penitenziario umbro e perciò più sensibili all'andamento generale della popolazione detenuta, dove già oggi il tasso di affollamento è superiore al 110%".
Dai dati del Garante emerge anche che il 77% dei detenuti sconta una pena detentiva definitiva ( 1.100 detenuti), mentre sono 144 quelli in attesa di primo giudizio, 84 quelli in attesa di appello e 79 i ricorrenti in Cassazione. Per le pene detentive da 5 a 10 e per arrivare all'ergastolo, inoltre, si registra una percentuale più alta di quella nazionale, anche per la presenza di due carceri a media sicurezza come Spoleto e Terni. In questa categoria si registra una presenza quasi esclusiva di detenuti italiani e provenienti da altre regioni. Quindi, emerge, il problema annoso del mancato rispetto della territorialità della pena. Ciò determina notevoli disagi per i detenuti e per le loro famiglie che, spesso, non riescono a far fronte ai continui spostamenti per i colloqui mensili.
L'Umbria non è sede di istituti penali per minori e quindi non vi sono luoghi di diretta amministrazione pubblica per l'esecuzione di misure restrittive della libertà inflitte a minori o giovani adulti che abbiano commesso reati entro la minore età. Ciò non toglie che l'Ufficio di servizio sociale per i minorenni competente per territorio segue una pluralità di misure eseguite presso servizi e strutture territoriali a ciò accreditate dal ministero della Giustizia e dal Tribunale per i minorenni. Alla data del 31 dicembre 2018 risultavano prese in carico dagli uffici di servizio sociale per i minorenni di Perugia 487 persone di cui il 15% ragazze e il 40% stranieri.
Altra problematica che Anastasìa ha fatto emergere è l'impossibilità di detenere al 41 bis oggetti particolari in camera ( crocifisso al collo, personal computer, radio, dispositivi mp3 e fotografie dei familiari), nonché il contrasto delle disposizioni dei singoli istituti relative al materiale che il detenuto può avere con sé in occasione del trasferimento da uno all'altro. Il Garante, inoltre, raccomanda alla regione Umbria di garantire maggiori risorse per la formazione, il lavoro e la sanità in carcere, mentre alle amministrazioni penitenziarie di intervenire sulle strutture carcerarie, sul personale, incrementare le relazioni con la comunità esterna.
askanews.it, 2 agosto 2019
L'iniziativa nasce da collaborazione tra Asst Pavia e Deenova. Portare robotica e intelligenza artificiale nelle carceri per rendere più efficiente e sicura la somministrazione dei farmaci all'interno degli istituti penitenziari. Il progetto sperimentale guidato dalla Asst di Pavia è partito con una prima analisi dei dati: l'obiettivo è trasferire nelle carceri di Pavia, Voghera e Vigevano le competenze acquisite in anni di 'logistica 4.0' negli otto presidi ospedalieri del territorio.
Michele Brait, direttore generale Asst di Pavia. "Questo tipo di intervento migliorerà assolutamente l'assistenza sanitaria all'interno delle carceri. La possibilità di avere una chiara correlazione con un software, che identifica bene e in modo preciso quello che il medico ha prescritto e che assegna in modo chiaro agli infermieri le indicazioni di preparazione, e l'aver automatizzato il processo ha ridotto tantissimo l'errore umano e le conseguenze negative che ci possono essere su una errata somministrazione".
L'esperienza nel Pavese ha permesso di testare il sistema, con risultati tangibili in termine di efficienza, riduzione del rischio clinico e dei costi. Ora c'è la volontà di estendere il servizio anche al di fuori degli ospedali. "È oggi impensabile parlare con i miei infermieri e dirgli di tornare indietro con questo sistema: ha aumentato la produttività e ha liberato risorse rispetto a tutta una serie di adempimenti che altrimenti gli infermieri avrebbero dovuto fare perché è stato trasferito questo onere di preparazione all'esterno".
La sperimentazione nelle carceri parte grazie alla partnership con Deenova, società controllata dal fondo di private equity Hig Capital, che ha messo a disposizione gratuitamente la sua tecnologia. Giorgio Pavesi, presidente e amministratore delegato di Deenova, evidenzia le componenti tecniche del sistema. "La tecnologia informatica, il software che è il cuore del sistema è ciò che permette di gestire le informazioni e la loro tracciabilità".
"E poi - ha aggiunto - ci sono tecnologie robotizzate che sostituendosi all'infermiere, ma governate dall'infermiere, preparano la terapia: sono robot che prendono la singola dose di farmaco e allestiscono la terapia personalizzata per ogni paziente, identificandola tramite codici a barre".
Senza dimenticare la possibilità di raccogliere informazioni fondamentali. "L'altro beneficio, oltre a quello dell'efficienza operativa, è la conoscenza dei dati. La conoscenza è governo: i consumi, l'appropriatezza della terapia, il poter controllare che un farmaco non confligga con un altro farmaco prescritto. Questo è il potere dei dati che, utilizzati da un sistema di business intelligence e intelligenza artificiale all'interno di questi software, permette di dare vari tipi di informazioni". Come alert per i medici e informazioni logistiche per avere un controllo puntuale dell'organizzazione e dei costi. Evitando gli sprechi e governando la spesa.
di Fabrizio Ferrante
Ristretti Orizzonti, 2 agosto 2019
I Radicali per il Mezzogiorno Europeo hanno svolto oggi, primo agosto, una visita all'interno del carcere napoletano di Poggioreale. Come sempre la delegazione radicale è stata guidata dall'avvocato Raffaele Minieri ma oggi al seguito della pattuglia di militanti è stata presente Roberta Gaeta, assessore alle politiche sociali del Comune di Napoli, recentemente attiva in prima persona affinché fosse istituito il garante cittadino dei detenuti, come da tempo richiesto dai Radicali per il Mezzogiorno Europeo. Ad accompagnare la delegazione il Commissario Capo Valentina Giordano e la vice direttrice Carmen Forino.
I detenuti presenti ad oggi a Poggioreale sono 2114 su una capienza di 1569. Il sovraffollamento resta anche se leggermente meno rispetto a qualche mese fa. Questo a causa del trasferimento di parecchi detenuti da padiglioni come il Salerno (che sarà ristrutturato, presto sarà pronto anche il Venezia) presso il carcere di Secondigliano e anche fuori regione. Appena 270 i detenuti impegnati in mansioni lavorative interne al carcere, i cosiddetti lavoranti, mentre sei sono i ristretti in articolo 21, con possibilità di lavoro esterno.
L'istruzione a Poggioreale parte dai corsi di scuola dell'obbligo e di alfabetizzazione, corsi per stranieri oltre a 400 ore di ex scuola media e 825 ore di post scuola media, ovvero il biennio dell'istituto tecnico, anch'esso presente in struttura e sul punto di sfornare i primi diplomati. Novità in arrivo da settembre quando saranno varati il corso per odontotecnico e due corsi regionali da 600 ore di aiuto cuoco e tecnico del suono. Entrambi i corsi verranno frequentati da dieci detenuti ciascuno. È inoltre attivo un progetto di riciclo toner e un progetto agricolo su un'area un tempo abbandonata, tre detenuti lavorano nell'officina per auto mentre a ottobre potrebbe finalmente essere ultimata la pizzeria (per cominciare a uso interno) con inoltre 15 detenuti che saranno impegnati nel corso di formazione.
A Poggioreale lavorano 15 educatori laddove ne sarebbero previsti 20; ci sono inoltre undici psicologi ai quali spetta anche il gravoso compito di occuparsi dei nuovi giunti cosa che, osservano dalla struttura, toccherebbe all'Asl. Sul fronte sanitario, sono diversi gli specialisti presenti da due a cinque o sei giorni alla settimana ma nonostante ciò le liste d'attesa sono sempre lunghe. Servirebbero più ore ma anche spazi maggiorni, viene rilevato. La conseguenza è che, pur non mancando farmaci e presidi sanitari in struttura, i tempi in cui questi vengono erogati sono sempre troppo lunghi. Mancano inoltre infermieri e O.S.S. e addirittura, ad oggi, a Poggioreale vi è solo un infermiere ogni 300 detenuti. Vi sono inoltre difficoltà per i ricoveri all'esterno per mancanza di posti.
Il primo padiglione visitato è stato il padiglione Genova, il più nuovo al momento aperto, dove sono ristrette 90 persone in 94 posti disponibili. Si tratta di detenuti in via definitiva. Il padiglione sfoggia non solo pareti pulite e celle che somigliano a mini appartamenti ma anche librerie fornite e attrezzi da palestra in ottimo stato. Il regime delle celle aperte vige dalle 8:30 alle 20:30 con chiusura tra le 12 e le 13 e tra le 15:30 e le 16:30 e non mancano attività ricreative e formative. Quindi la delegazione è passata nel padiglione Avellino che ospita 166 detenuti in 368 posti. Sono tutti detenuti di alta sicurezza e qui non vige il regime delle celle aperte. I ristretti possono godere solo di due ore d'aria al mattino e altrettante nel pomeriggio.
Spazio quindi per quello che, ad oggi, appare senza dubbio il padiglione peggio messo dell'intero carcere sul quale, curiosamente, non si prevedono al momento interventi sebbene la situazione strutturale sia allo stremo. Il padiglione Milano ospita 300 detenuti in uno spazio che potrebbe contenerne 375. La fatiscenza è evidente già nei corridoi all'esterno delle celle con pareti scrostate e feritoie da cui fuoriescono topi, insetti e scarafaggi, hanno raccontato alcuni detenuti. Le celle non presentano docce, quelle sono in comune e in pessime condizioni anch'esse con le immancabili muffe sulle pareti, i bagni delle stanze sono spesso rotti e l'acqua calda è disponibile solo dalle 8 alle 11. I detenuti sono costretti a cucinare negli stessi spazi dove sorgono i servizi igienici. Il regime delle celle aperte funziona tra le 8:30 e le 12, tra le 13 e le 15 e tra le 16:30 e le 18:30 ma i detenuti lamentano la totale assenza di spazi per la socialità, di una piccola palestra o di qualunque cosa possa tenerli impegnati. In pratica non hanno nulla da fare. Problemi anche per quanto riguarda le cure mediche con i detenuti che temono il pericolo di infezioni mentre secondo un ristretto "siamo rovinati, manca la dignità". Eppure l'ingegno dei detenuti ha portato a dei veri e propri piccoli miracoli nel tentativo di migliorare la situazione. Fogli di carta da block notes o pagine di riviste sono stati usati come carta da parati con l'intento di coprire pareti ammuffite quando non bucate.
Quindi la delegazione radicale si è spostata nel padiglione Roma, che ospita 283 fra transessuali, tossicodipendenti e sex offenders. Il gruppo è andato a fare visita alle sette transessuali ad oggi presenti a Poggioreale e anche qui come nel padiglione Milano vi sono problemi strutturali, docce in comune, ambienti fatiscenti e pareti ammuffite. Le stanze sono tutte singole e anche qui vige il regime delle celle aperte. Infine i Radicali hanno fatto visita agli ammalati nel centro clinico San Paolo, dove al momento vi sono 64 ristretti in 75 posti. I detenuti, in questo caso, lamentano il regime delle celle chiuse.
Uno sguardo infine alla pianta organica della polizia penitenziaria: 736 presenze ad oggi e 792 forze amministrate. Un dato ritenuto insufficiente per coprire un carcere come Poggioreale. Un carcere, quello napoletano, destinatario di 15 milioni stanziati dalla sovrintendenza per i beni culturali per rifare alcuni padiglioni fra cui il Salerno. Resta da capire se e quando tale ingente somma sarà effettivamente impiegata per rifare, in primis, il padiglione Milano che rimane di gran lunga il peggiore di una struttura che fra suicidi, rivolte e problemi vari, non vive un momento facile.
Gazzetta di Napoli, 2 agosto 2019
Martedì e mercoledì l'Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone è stato in visita al carcere napoletano di Secondigliano e all'Istituto a Custodia Attenuata per Madri di Lauro. I due istituti campani sono stati visitati dal presidente dell'associazione Patrizio Gonnella e dalla coordinatrice nazionale Susanna Marietti.
In entrambi gli istituti è emerso il grande impegno della direzione e di tutti gli operatori per garantire un'esecuzione della pena rispettosa del dettato costituzionale. Si percepisce in entrambe le realtà la vicinanza dell'istituzione alle persone detenute e l'impegno per intercettare i loro bisogni individuali.
Secondigliano, con i suoi 40 ettari di estensione, è una delle carceri più grandi dell'intera Europa. Ospita attualmente circa 1.500 detenuti per una capienza di 1.020 posti letto. Solo una sessantina gli stranieri. Sono presenti circuiti di Alta Sicurezza. Il carcere ospita la sezione più grande d'Italia per i detenuti in semilibertà (160). Nonostante il numero dei detenuti presenti superi di oltre 400 unità quello della capienza regolamentare, gli spazi detentivi sono curati e del tutto accettabili dal punto di vista igienico. Anche nelle sezioni di Alta Sicurezza si riesce a garantire un buon numero di ore trascorse fuori dalle celle. Qualche problematicità riguarda le questioni della salute e delle visite specialistiche che vengono eseguite con molto ritardo.
Per quanto riguarda l'Icam di Lauro, che ospita 12 mamme detenute con 15 bambini, la struttura è sicuramente ben gestita. Le donne e i loro bimbi sono in un ambiente idoneo che cerca di far vivere nel modo meno traumatico possibile la detenzione ai bambini. Il più grande di loro ha otto anni, La maggior parte delle attività è delegata all'intraprendenza degli operatori dell'istituto, difficilmente raccordabile con il territorio circostante. La maggioranza delle donne è di nazionalità italiana.
Sarebbe importante che ci fosse un servizio di accompagnamento esterno quotidiano per le attività scolastiche e ricreative, anche nel mese di agosto. Invece proprio ad agosto i bambini rischiano di passare tutto il mese in istituto. Purtroppo molto è lasciato al solo senso di responsabilità degli operatori penitenziari. L'istituto, le donne e i bimbi, dovrebbero essere presi in carica anche dai servizi sociali del territorio attraverso l'inclusione nei piani di zona.
Ristretti Orizzonti, 2 agosto 2019
"Il detenuto, al pari degli altri cittadini, ha diritto di essere curato e la sua salute deve essere salvaguardata specialmente quando ci sono evidenti segnali di malattia. È assurdo e inaccettabile che Mario Trudu con una fibrosi polmonare conclamata e una diagnosi di tumore alla prostata stia aspettando da due mesi una Tac per valutare l'opportunità di un intervento chirurgico o di una cura chemioterapica o radiologica. Ciò equivale a una condanna aggiuntiva e a un trattamento disumano e degradante che lo Stato non può permettersi". Lo affermano in una dichiarazione Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme" e l'avv. Monica Murru, legale dell'anziano arzanese recluso nel carcere di Oristano-Massama in regime di ergastolo ostativo.
"È forse opportuno ricordare che Mario Trudu - osservano - ha 69 e si trova in carcere da 40 anni. Le sue condizioni di salute sono precarie e appaiono incompatibili con il regime detentivo. La fibrosi polmonare è una complicazione che può portare alla mortalità. Il tumore prostatico non si ferma in attesa che qualcuno si prende la briga di avviare una cura adeguata. È noto, del resto, che un detenuto ha diritto di accedere alle strutture private convenzionate per gli accertamenti diagnostici e le cure".
"Ci domandiamo perché - sottolineano Caligaris e Murru, facendosi interpreti delle preoccupazioni dei familiari - non vengano rispettati principi e norme che non solo la Costituzione e la legge sull'ordinamento penitenziario ma anche le recenti sentenze della Cassazione e perfino le circolari del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria rimarcano con chiarezza in merito alla salute in cattività".
"Ribadiamo che l'ergastolo ostativo non contempla l'esclusione del diritto alla salute che deve essere garantito a tutte le persone private della libertà in quanto diritto e valore umano. Rivolgiamo quindi un appello al Garante nazionale Mauro Palma affinché valuti l'urgenza di far rispettare le norme vigenti. Si tratta - concludono Caligaris e Murru - di procedere celermente alla diagnostica e a un ricovero in un Ospedale per l'intervento chirurgico e/o in una Residenza Sanitaria affinché l'anziano detenuto possa trovare l'assistenza indispensabile per la cura delle gravi patologie in atto. Non è la libertà al centro della vicenda ma il diritto umano che deve prevalere specialmente quando le condizioni di una persona appaiono davvero gravi".
L'Eco di Bergamo, 2 agosto 2019
"Avrei voluto almeno permettergli di morire da uomo libero. E invece ho scoperto solo per un caso fortuito e in modo del tutto informale che il mio assistito si trovava già in Rianimazione. Quando è arrivato il parere positivo, dopo molte insistenze, del procuratore generale, la Corte non ha fatto in tempo a riunirsi per decidere: il mio assistito non ce l'ha fatta. Ho chiesto chiarimenti, segnalato perché potevo anche essere avvertita, per evitare casi analoghi".
Sono parole che vibrano di tensione e commozione quelle che l'avvocato Francesca Brocchi del foro di Milano usa per raccontare la triste vicenda di Giorgio Caccia, suo assistito di 58 anni, originario di Gandino e da diversi anni gravitante nella zona del milanese, morto il 29 luglio all'ospedale San Paolo di Milano per un tumore. Piccoli precedenti alle spalle, con anche un periodo di carcerazione, Caccia aveva cercato di rimettersi in pista, senza però riuscire proprio a causa del suo passato di detenuto; alla fine il 23 aprile 2018, mosso dalla disperazione, aveva rapinato un ufficio postale. Una vicenda che gli era costata l'arresto e la carcerazione, con condanna in primo grado a cinque anni e otto mesi di reclusione.
A novembre i primi problemi di salute: una tosse insistente cui però nessuno aveva dato troppo peso. Nel frattempo l'iter giudiziario arriva in sede di appello. Alcuni controlli al Fatebenefratelli riscontrano liquido nei polmoni, vengono fatte due toracocentesi nel corso di alcune settimane di ricovero, ma solo ad aprile 2019: poi Caccia torna in carcere.
Gli esiti parlano di cellule tumorali maligne, la situazione clinica peggiora rapidamente. Il 12 giugno viene ricoverato al San Paolo, per tornare di nuovo a Opera il 15 luglio: ci sono metastasi anche nelle ossa. "Non sono stata informata di nulla - racconta il difensore - ho scoperto in modo casuale che non era più in carcere: avevo fissato un colloquio con lui il 24 luglio, ma quando mi sono presentata mi hanno detto che non c'era. Ho poi scoperto che era in ospedale da un paio di giorni, in rianimazione".
Del trasferimento nessuna notizia le era stata data, nemmeno oralmente. "Avevo fatto richiesta di scarcerazione l'8 maggio: erano stati chiesti altri documenti, quindi tutto si era fermato in attesa di una diagnosi definitiva - spiega ancora l'avvocato. Una seconda richiesta l'ho fatta il 12 giugno. Il 25 luglio, scoperto che era in Rianimazione, ho scritto una lettera. Il procuratore generale ha dato il parere favorevole alla sostituzione della custodia in carcere con l'obbligo di presentazione la mattina del 29 luglio: purtroppo la Corte non ha fatto nemmeno in tempo a riunirsi, Giorgio Caccia è morto quel giorno stesso".
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 2 agosto 2019
La nuova presidente della Commissione oggi è a Roma, un'occasione per discutere sull'insostenibilità dell'assenza dell'Unione sulla scena internazionale. Nel cimitero della Storia americani e russi seppelliscono oggi quel Trattato Inf che nel 1987 ci liberò dagli euromissili.
A piangerlo, ora che scadono i sei mesi di riflessione dopo la denuncia degli accordi, ci sono soltanto due presenze: una è la Cina (anche per aver mano libera con lei e con la Corea del Nord Trump ha organizzato il funerale); l'altra è l'Europa, che aveva dato il suo nome a quei missili micidiali e che li ospitava sul suo territorio (per esempio nella base siciliana di Comiso) diventando potenziale bersaglio di uno scambio nucleare tra Est e Ovest.
Una Europa che da oggi, almeno in teoria, potrebbe vederseli rispuntare sull'uscio di casa quei missili tra 500 e 5.500 chilometri di gittata, visto che il divieto internazionale sta cadendo, che i rapporti Usa-Russia sono pessimi, e che la tecnologia ha prodotto nuove straordinarie macchine di morte. È questo lutto silente e rassegnato dell'Europa, dunque anche nostro, che ci interessa e ci indigna. Si può capire che l'America consideri obsoleti i trattati di disarmo dei tempi andati (l'Inf fu firmato da Reagan e Gorbaciov), che voglia poter dispiegare missili di quella gittata anche in Asia e che non sia insensibile ai progressi della tecnologia militare soprattutto se Mosca bara davvero al gioco e produce un Cruise proibito (denominato 9M729 oppure Ssc-8). E si può capire, anche, che la Russia non aspetti Trump per mettere a punto i suoi nuovi missili ipersonici, e che a sua volta Putin accusi gli Stati Uniti di violare il trattato modificando gli equilibri nucleari con i loro missili "soltanto difensivi" in Romania e in Polonia.
Ma quel che non si può capire e non si può accettare è che l'Europa, prima beneficiaria a suo tempo del divieto e oggi prima potenziale vittima dell'abolizione del divieto, mantenga tenacemente il suo profilo basso, resti alla finestra, eviti di sollevare la questione negli incontri che pure ci sono stati con Donald Trump e con Vladimir Putin. Che si dichiari essa stessa, insomma, non formata da Stati sovrani e dunque non in grado di badare ai suoi interessi. E di interessi non trascurabili si tratta.
Certo, un portavoce della Commissione di Bruxelles ha dichiarato a un certo punto che l'Europa "continuava ad essere impegnata per mantenere l'accordo Inf sul nucleare". Federica Mogherini, responsabile della politica estera europea, ha tentato di fare la sua parte. La questione è stata sollevata in sede Nato, vale a dire con tutti gli europei allineati dietro Washington (che per prima aveva dichiarato di voler uscire dal trattato). E tanto dagli Usa quanto dalla Russia sono giunte generiche assicurazioni contro l'eventualità di una corsa al riarmo missilistico-nucleare in Europa. Ma sappiamo tutti che se mai ci sarà una "nuova Guerra fredda" tra Usa e Russia, essa avrà luogo in Europa. Come la vecchia.
L'irresponsabilità dei nostri silenzi, allora, rimane. Ed è una occasione preziosa (o lo sarebbe, se i nostri dirigenti politici non dovessero occuparsi delle loro diatribe quotidiane) quella che porta proprio oggi a Roma Ursula von der Leyen, la nuova presidente della Commissione europea. Vogliamo sperare che a lei il presidente del Consiglio Giuseppe Conte faccia presente l'insostenibilità dell'assenza europea dalla scena internazionale, oltre a discutere dove andrà a sedersi il commissario italiano. Vogliamo sperare che tanto a Conte (e sicuramente al presidente Mattarella) quanto a von der Leyen sia chiara l'urgenza di dare all'Europa, o almeno alle capitali europee unite in cooperazioni rafforzate o in schemi di "diverse velocità", una capacità, che oggi non c'è, di interloquire credibilmente con Washington, con Mosca e in altre questioni con Pechino. In un mondo dove cresce di continuo la competizione strategico-tecnologica tra le grandi potenze, è giunto il momento di capire se l'Europa intende soltanto chinare il capo e continuare a dividersi, oppure se si può e si deve conquistare una credibilità che ci impedisca di soggiacere sistematicamente alle ambizioni altrui.
Ursula von der Leyen è tedesca ed è una ex ministra della Difesa. A lei è certamente chiaro lo smantellamento dell'ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale, per mano di Donald Trump (e tra poco di Boris Johnson?). Di sicuro lei conosce il subdolo incunearsi della Russia di Putin tra le divisioni che percorrono quel che resta dell'Occidente.
La difesa europea sotto forma, inizialmente, di un pilastro europeo nella Nato, l'attribuzione di maggiori poteri all'Alto rappresentante per politica estera e difesa, la creazione di un Consiglio di sicurezza europeo, una spinta alla collaborazione tra industrie della difesa, il raggiungimento di intese tra gruppi avanzati di Stati, sono obbiettivi che l'Europa deve porsi nel quinquennio che comincia accanto alle priorità migranti e crescita. L'alternativa sarebbe una Europa a pezzi con i tre Grandi pronti a banchettare sulle sue spoglie. Ne uscirebbero male tutti, nel Vecchio Continente. Ma ben pochi quanto noi, scossi come siamo già da un perenne braccio di ferro interno e da confusi sussulti internazionali che perfezionano il nostro isolamento.
- Novanta migranti salvati dalle Ong. E Salvini grida al ricatto tedesco
- Volterra (Pi): un laboratorio di pasticceria in carcere, la proposta
- Non solo rivolte e violenze: un carcere brasiliano è un modello positivo
- Sassari: lo studio come chiave per il riscatto dei detenuti, tre lauree d'eccezione
- Stati Uniti. Il razzismo "istituzionale" del presidente Trump









