di Fabio Albanese
La Stampa, 2 agosto 2019
La Alan Kurdi a Lampedusa con 40 profughi, 52 soccorsi dalla Open Arms a largo della Libia. Il ministro dell'Interno: "Berlino ci chiede di farli sbarcare per prenderne 30 della Gregoretti". Migranti a bordo della nave Alan Kurdi dell'Ong Sea-Eye. Da ieri l'imbarcazione è a poche miglia da Lampedusa.
Il nuovo braccio di ferro sui migranti questa volta ha la stazza della "Alan Kurdi", la nave della Ong di Ratisbona "Sea-Eye" che mercoledì al largo della Libia ha salvato un gruppo di 40 migranti, in acque internazionali ma ritenute zona Sar libica, che dall'altra notte si trova 20 miglia a sud est di Lampedusa, fuori dalle acque italiane. Stavolta la contesa è tra il ministro dell'Interno Salvini e la Germania, prima ancora che con la Ong.
Salvini parla di "ricatto" di Berlino per una sorta di scambio tra i 40 migranti della "Alan Kurdi" e i 30 della "Gregoretti" che la Germania si è impegnata a ricollocare: "Ora mi sono rotto le palle", ha anche detto bruscamente Salvini. E la contesa potrebbe allargarsi visto che nel tardo pomeriggio di ieri la "Open Arms", da pochi giorni tornata davanti alla Libia, ha recuperato altri 52 migranti che ora dovranno avere un "porto sicuro".
La "Alan Kurdi", anch'essa appena arrivata in zona Sar, aveva trovato i migranti su un gommone alla deriva alle prime luci dell'alba di mercoledì, e gli aveva mandato incontro un "Rhib", una delle imbarcazioni veloci di soccorso, con un team. I 40 erano in mare da un paio di giorni: appena a bordo della "Alan Kurdi" - tra loro ci sono due donne, una delle quali incinta, e tre bimbi - sono stati rifocillati; chi aveva bisogno di assistenza medica è stato curato. Quindi, è partita la trafila per la richiesta di un "Pos", un porto sicuro in cui sbarcare, alle autorità di diversi Paesi tra cui l'Italia. Erano le stesse ore in cui ad Augusta, in Sicilia, si sbloccava la situazione della nave della Guardia costiera "Gregoretti" e sbarcavano finalmente i 116 migranti rimasti a bordo per quasi una settimana, dopo l'accordo per il ricollocamento con 5 Paesi Ue e la Cei.
Salvini aveva avvertito: "In Italia non entrano". E subito la comunicazione era stata data via radio alla nave della Ong tedesca; ieri poi l'ordine scritto di divieto di ingresso nelle acque italiane, firmato dallo stesso Salvini ma anche dai ministro della Difesa Trenta e delle Infrastrutture Toninelli, è stato consegnato al comandante della "Alan Kurdi" direttamente dai militari di una motovedetta della Guardia di finanza partita da Lampedusa. La "solita" situazione di stallo, insomma.
Se non fosse che in tarda mattinata i toni si sono improvvisamente inaspriti e a un certo punto il vice premier leghista ha parlato di una situazione "squallida e disgustosa": "Dal governo tedesco sono arrivati segnali pessimi - ha detto Salvini. Mi hanno girato una email della Commissione europea in cui c'è un ricatto da parte del governo tedesco, che si era impegnato a prendere 30 immigrati della Gregoretti, in cui dicono che li prendono se facciamo sbarcare i 40 della Alan Kurdi". Aggiungendo: "Governo tedesco e ong tedesche avvisati, mezzo salvati. Se la nave si avvicina all'Italia viene requisita e ne prenderemo il controllo. Mi sono rotto le palle".
Da bordo della "Alan Kurdi" si evita di alimentare polemiche. Gordon Isler, che di Sea-Eye è il capo, puntualizza: "Non è nostro compito entrare in conflitto con il governo italiano". E spiega che la nave resterà fuori dalle acque territoriali italiane ma pure che è stata rifiutata l'offerta della Guardia costiera libica di dirigersi verso Tripoli "perché questo avrebbe costituito violazione del diritto internazionale".
La "Open Arms", della omonima Ong spagnola, ha salvato i 52 migranti - 34 uomini, 16 donne e due bambini - ieri pomeriggio mentre erano alla deriva su un gommone: "Stavano affondando, l'acqua stava entrando nel gommone, ma siamo arrivati in tempo - ha twittato Oscar Camps, fondatore della Ong -. Ora abbiamo bisogno di un porto sicuro".
Ieri il governo di Tripoli ha ordinato la chiusura immediata di 3 "detention center", a Tajoura (dove il 3 luglio c'era stato un raid aereo con 53 morti), Al-Khoms e Misurata; le persone che vi erano rinchiuse potrebbero tentare ora la traversata, spinti anche dai trafficanti. Nell'hotspot di Pozzallo, la polizia di Ragusa ha arrestato due delle persone che erano su nave "Gregoretti": sono i presunti scafisti di una delle imbarcazioni soccorse, un senegalese di 19 anni e un gambiano di 20, riconosciuti dagli altri migranti.
di Irene Galletti
movimento5stelletoscana.it, 2 agosto 2019
Un laboratorio di pasticceria per la produzione di alimenti gluten free all'interno del carcere di Volterra. La proposta arriva dalla consigliera del Movimento 5 stelle, Irene Galletti, che ha depositato una mozione in Regione. "Con un contenuto impegno economico c'è la possibilità concreta di realizzazione di un progetto immediatamente operativo e l'attivazione di corsi di formazione in grado di coinvolgere detenuti, educatori e professionisti". Galletti ricorda che "Negli ultimi anni sono nate molte idee di progetti sociali che contribuiscono al reinserimento dei detenuti, generando attività sociali di grande valore anche economico. La casa circondariale di Volterra è in questo eccezionale per la ricchezza e varietà di iniziative". Intanto questo pomeriggio la consigliera ha incontrato la direttrice del penitenziario di Volterra per fare il punto sulla nascita del teatro in carcere: "Le risorse economiche - evidenzia - ci sono e per fortuna non saranno perdute. Domani attendiamo buone notizie dall'esito del sopralluogo tecnico, così che si possa giungere a una soluzione positiva".
di Sonia Montrella
agi.it, 2 agosto 2019
Come funzionano gli Apac: le prigioni senza armi né guardie in cui il recupero dei detenuti è reale. Ma a condizioni molto strette. È di 57 morti il bilancio delle vittime della rivolta scoppiata il 29 luglio nel carcere di Altamira, nello Stato settentrionale di Parà, in Brasile. Secondo le autorità locali, 16 detenuti sono stati decapitati mentre gli altri sono morti per asfissia dovuta a un incendio appiccato in quell'area del carcere.
Le cause della rivolta sono attribuibili a uno scontro tra membri di fazioni rivali. La vicenda è solo l'ultimo dei frequentissimi disordini che esplodono nelle carceri brasiliane, ormai considerate delle bombe a orologeria. Lo scorso 27 maggio, 40 detenuti furono uccisi in 4 diverse prigioni dello stato di Manaus, in Amazzonia.
A gennaio del 2017, 130 persone hanno perso la vita negli scontri tra le due più importanti bande del Paese, scoppiati in più carceri. Il Brasile ha la terza popolazione carceraria al mondo dopo gli Stati Uniti e la Cina, con 726.712 detenuti a giugno 2016, secondo le statistiche ufficiali. Il numero dei detenuti è il doppio della capacità delle carceri della nazione, che nello stesso anno era stimata in 368.049 persone. Insieme al grave sovraffollamento e alla violenza delle bande, rivolte e tentativi di evasione nelle carceri brasiliane non sono infrequenti.
Ma accanto al sistema carcerario tradizionale, il Brasile sta sperimentando un nuovo modello di prigione, senza armi né guardie, in cui i prigionieri hanno le chiavi delle celle, cucinano e si occupano della sicurezza. Sono le Apac, acronimo che sta per "Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati". Riconosciute dalla legge brasiliana, se ne contano sono circa una cinquantina su tutto il territorio e ospitano oltre 3.000 detenuti. Il metodo, nato 40 anni fa per opera di un volontario della pastorale carceraria a San Paolo, Ottoboni, si fonda sul fatto che il condannato riconosce di aver commesso un errore e decide di cambiare vita.
L'alternativa sta dando i suoi frutti: per chi ha scontato la pena all'interno di queste associazioni, si legge sul sito dell'Avsi, la recidiva scende fino al 20 per cento, rispetto alla media brasiliana che sfiora l'80. Non solo. Le Apac convengono anche: il costo di costruzione di un posto/persona è un terzo di quello del carcere comune, e il costo di mantenimento è dimezzato.
Ma come si vive in un'Apac? La prima cosa che si insegna ai "recuperandi" è quella di non tenere lo sguardo basso. Poi a lavorare per sentirsi parte della società e a studiare. Pena l'espulsione dal sistema. Nelle Apac tutti devono darsi da fare a meno che non si sia malati. In che modo? Le giornate sono scandite tra la preghiera, il lavoro e lo studio.
A seconda del reato, ogni detenuto è sottoposto a un determinato regime: chiuso, semi aperto e aperto. I detenuti partecipano ad attività di formazione al lavoro, o a laboratori diversi, e sono incaricati essi stessi di curare i luoghi in cui vivono. Sono liberi di muoversi, cancelli e sbarre, infatti, vengono serrati a chiave solo nel regime chiuso. I recuperandi indossano vestiti e non uniformi, vengono chiamati per nome, provvedono al loro sostentamento cucinando e alla loro formazione studiando per il giorno in cui usciranno dalla struttura. Le chiavi sono affidate a quei recuperandi che hanno completato il percorso riabilitativo e che vengono incaricati di gestire le celle e monitorare il comportamento dei compagni, secondo il principio di responsabilizzazione cardine della filosofia delle Apac.
Ma non si tratta di prigioni all'acqua di rose: entrare nel sistema richiede alcune precondizioni e un impegno serio. Per iniziare, il detenuto deve essere condannato in via definitiva. Poi deve aver trascorso un periodo di detenzione nel carcere tradizionale. Deve aver fatto richiesta di entrare in un'APAC e, infine, la sua famiglia deve vivere vicino al carcere perché entrerà a far parte del programma. Per mettere su un'Apac, invece, è indispensabile il coinvolgimento diretto della comunità locale e dei magistrati.
di Giampiero Marras
L'Unione Sarda, 2 agosto 2019
Il riscatto parte anche dallo studio. Il Polo Universitario Penitenziario dell'Università di Sassari ha registrato ben tre lauree nella sessione estiva. In luglio è diventato dottore in Scienze Forestali un detenuto della Casa Circondariale di Badu e Carros. Si tratta della prima laurea nell'Istituto penitenziario nuorese.
Emanuele Farris, delegato del Rettore dell'Università di Sassari per il Polo Universitario Penitenziario, ha sottolineato: "Questa laurea a Nuoro ci rende particolarmente orgogliosi perché dà senso a tanti sforzi che insieme all'Amministrazione penitenziaria portiamo avanti da anni anche nel carcere di Nuoro. Inoltre, il fatto che lo studente abbia potuto conseguire il titolo nella sede nuorese dell'università rappresenta un deciso segnale verso il pieno reinserimento nella società, una conferma che gli studi universitari possono costituire un viatico, uno strumento decisivo per chi, pur avendo sbagliato, vuole imprimere un cambiamento radicale alla propria vita".
Gli altri due neo dottori si sono laureati in Scienze Politiche e in Filosofia. Massimo dei voti per lo studente detenuto nella Casa di Reclusione di Tempio-Nuchis, che ha potuto discutere la laurea nell'Aula Magna di Sassari come il collega di Nuoro. Ha invece ottenuto la laurea a distanza uno studente in precedenza detenuto a Tempio, successivamente trasferito ad Asti, che ha discusso la tesi in videoconferenza con la commissione di laurea riunita nella Casa Circondariale di Sassari-Bancali.
Il rettore Massimo Carpinelli ha poi reso noto: "In questi giorni in cui tutti i nostri 50 studenti detenuti sono impegnatissimi a sostenere gli esami della sessione estiva, non solo stiamo inserendo un gruppo di 15 tutor negli istituti penitenziari, ma abbiamo anche aperto la segreteria del Polo, facciamo orientamento negli istituti penitenziari ai diplomati e diplomandi detenuti tutti i venerdì di luglio, e stiamo anche lavorando attivamente con il Prap e il Dap per portare i nostri servizi informatici negli istituti penitenziari".
"L'intento - prosegue Carpinelli - è quello di permettere agli studenti detenuti di gestire in prima persona la propria carriera universitaria iscrivendosi agli esami, generando i bollettini per il pagamento delle tasse, o facendo un colloquio via Skype con un docente che magari è fisicamente lontano centinaia o migliaia di chilometri. In questo momento abbiamo studenti detenuti in quattro istituti penitenziari sardi e quattro peninsulari, e non possiamo progettare uno sviluppo futuro senza guardare alle nuove tecnologie".
di Nadia Urbinati
Corriere della Sera, 2 agosto 2019
La fenomenologia del populismo al potere è faziosa: consiste nella trasformazione della politica partitica, o fatta mediante i partiti, in una politica di una parte soltanto contro l'altra o le altre. E la vicenda delle offese razziste a rappresentanti del Congresso americano che Trump ha pubblicizzato su Twitter ne è una esemplificazione. Difficile prevederne l'impatto sulla legittimità simbolica delle istituzioni dello Stato federale. La repubblica degli Stati Uniti è come un congegno pensato per operare nel tempo senza subire direttamente gli effetti delle maggioranze.
Di governi indigesti e corrotti la federazione americana ne ha avuti tanti. Eppure, la politica ordinaria non ha avuto alla fine il potere di deturpare quel meccanismo, di cui gli americani vanno fieri dai tempi del secolo di Newton: i checks and balances che tengono in permanente moto le istituzioni impedendo alla politica ordinaria di intaccarle o prenderne possesso. Il gioco degli interessi contrapposti e dei poteri di veto rende la politica concreta come un make-up, che muta un poco l'estetica del viso ma svanisce non appena il trucco è lavato via. Quel che resta al di sotto della superfetazione della politica ordinaria è una Costituzione forte e resistente all'uso.
Questo spiega ciò che agli europei sembra impossibile da ottenere: una società che ha concrezioni di razzismo, xenofobia, e anche fascismo e un regime politico che non deraglia. Il primo partito populista, ovvero sorto "dal basso", il Peoplès Party (1892) affermava di voler purificare "la repubblica" dalla corruzione e dal denaro (contro l'oligarchia e l'establishment) e però anche dai nuovi immigrati, perché non poteva "tollerare entro i propri confini degli animali ignoranti" come gli asiatici e gli immigrati del Sud ed Est Europa, che deturpavano i valori etici della repubblica, la sua ambizione di costruire "la città sulla collina". Democratici e repubblicani hanno avuto e hanno tra i loro affiliati ed elettori persone che condividono ancora idee simili. Ed è un assurdo, visto che gli Stati Uniti sono un Paese costruito da immigrati. Il fatto è che gli immigrati ai quali si assegna una funzione fondativa sono solo quelli dell'Europa cristiana protestante e bianca. A questa "razza perfetta" si deve la Costituzione più antica del mondo moderno.
Il presidente Donald Trump, che si rivolge ad alcuni cittadini americani gridando loro "tornatevene a casa vostra", condivide questa ideologia nativista. E lascia interdetti, poiché tutti i suoi concittadini, lui compreso, hanno avuto "casa" altrove prima di attraversare l'oceano. Di che casa parla dunque? In effetti, Trump ha una visione molto chiara: riconosce solo agli immigrati europei, bianchi e protestanti, la nobiltà di "immigrati" Doc. Gli altri sono e restano intrusi.
Per intenderci, nulla di nuovo in questo nativismo xenofobo. Quel che vi è di nuovo e molto inquietante è che un presidente si rivolga a rappresentanti eletti al Congresso come fossero stranieri e quindi nemici della nazione. Trump ha twittato la sua offesa razzista - "ritorna nel tuo Paese" - alla newyorchese Alexandria Ocasio-Cortez, a Rashida Tlaib di Detroit, Ayanna Pressley di Boston e Ilhan Omar del Minnesota. Tutte rappresentanti al loro primo mandato, tutte donne di colore e molto attive, tutte voci della sinistra del Partito democratico; solo una, Omar, è naturalizzata statunitense nata in Somalia. Ciò che hanno in comune è il non essere bianche, l'essere donne, e l'essere radicali.
Qual è il fatto nuovo e inquietante di questa vicenda molto grave? Il fatto che il razzismo da opinione diventi voce dell'autorità istituzionale più rappresentativa della Federazione: il tweet del presidente dice che ci sono istituzioni come il Congresso che non legittimano l'eguaglianza, che vogliono membri di un certo tipo, e la cui logica dovrebbe essere la diseguaglianza. Qui sta la gravità delle parole di Trump. Non si tratta questa volta solo di un'opinione (comunque da condannare). Si tratta di un'opinione profferita dal presidente, che razzializza con l'autorevolezza del suo ruolo istituzionale l'organo legislativo, il Congresso.
È probabile che anche in questo caso, come in altri non meno truci del passato, gli Stati Uniti restino identici a se stessi nella struttura istituzionale. Però il tenore della politica, istituzionale e non, è certamente capace di mutare la percezione e l'uso delle istituzioni. Un Paese multirazziale e davvero ricco di diversità come gli Stati Uniti ha bisogno di credere che il Congresso sia il Congresso rappresentativo di tutti.
La forza degli Stati Uniti è sempre stata questa: quale che fosse la composizione della società e le sue ideologie, le istituzioni non dovevano ufficialmente rispecchiare alcun gruppo in particolare. Che questa fosse una finzione poco importa, purché fosse creduta e i fatti confermassero questa credenza (per esempio imponendo ai presidenti l'uso di uno stile e un linguaggio consono alla loro funzione).
Il rischio di questa dichiarazione di esclusione fatta da Trump è che si squarci il velo di quella finzione: che non solo la società, ma anche la Costituzione venga identificata come concretamente di qualcuno, non di tutti. Il populismo al potere è una fenomenologia fazionalista le cui conseguenze possono essere destabilizzanti, anche qualora l'ordine istituzionale sembra immutato. Non c'è nulla di nuovo nel nativismo xenofobo. Ma è molto inquietante è che un presidente si rivolga a rappresentanti eletti al Congresso come fossero stranieri e quindi nemici della nazione
Corriere della Sera, 2 agosto 2019
L'amministrazione Trump si starebbe preparando - secondo il Washington Post - a ritirare migliaia di truppe in cambio di alcune concessioni da parte dei talebani, che comprendono un cessate il fuoco e la rinuncia a dare asilo ad al-Qaeda. L'amministrazione Trump si prepara a ritirare migliaia di truppe dall'Afghanistan in cambio di concessioni dai talebani nell'ambito di un accordo preliminare per mettere fine alla guerra che va avanti da quasi 18 anni.
A riportare la notizia il Washington Post secondo il quale il piano imporrebbe ai talebani di trattare un più ampio accordo di pace direttamente con il governo afgano, e potrebbe ridurre il numero delle truppe dalle attuali 14mila unità a 8-9 mila. Il piano sta prendendo forma dopo mesi di trattative fra i talebani e Zalmay Khalilzad, un diplomatico americano nato in Afghanistan nominato da Donald Trump lo scorso anno per il rilancio delle trattative.
Secondo indiscrezioni, l'accordo potrebbe essere finalizzato prima delle elezioni presidenziali afgane in settembre. La proposta, aggiunge il Wp, potrebbe essere accolta con scetticismo da alcuni negli Stati Uniti e in Afghanistan che dubitano dell'onestà dei talebani e sulla capacità degli Usa di verificare il rispetto dell'intesa. Ma se approvato l'accordo rappresenterebbe il passo più significativo per mettere fine alla guerra, un obiettivo che ha un appoggio bipartisan.
di Paolo Salom
Corriere della Sera, 2 agosto 2019
Nei centri della provincia dello Xinjiang, nell'Ovest della Cina, dove gli abitanti di fede islamica vengono "rieducati" alla pace. Ma per Pechino sono solo scuole vocazionali. "Ma se questo fosse vero - ci dice da New York Sharon Hom, direttore esecutivo di Human Rights in China - perché nessuno può lasciare di sua iniziativa questi campi? Perché i parenti non hanno la possibilità di vedere i loro cari?".
Il Corriere è stato invitato a partecipare a una rara visita ad alcuni di questi centri per la rieducazione degli uiguri, insieme con i giornalisti di altri 24 Paesi, compresi rappresentanti del mondo islamico e della Turchia, forse la nazione più sensibile alla sorte di questi suoi lontani "parenti". Naturalmente, nessuno si aspettava di entrare in un luogo chiuso da filo spinato e protetto da torrette di guardia e agenti armati, così come denunciato soprattutto in Occidente: "In quelle zone - ci dice ancora senza mezzi termini Sharon Hom - è in atto un genocidio culturale".
Barriera di diffidenza - Tuttavia, l'opportunità di superare una barriera di diffidenza e paura, l'occasione di osservare in prima persona una realtà tanto complessa ha consigliato di accettare l'offerta, così come prima di noi aveva deciso di fare la Bbc. Il programma, intenso, ha avuto inizio con una mostra, cruda e senza filtri, sulle azioni terroristiche di estremisti islamici, a Urumqi, il capoluogo dello Xinjiang, come in altre città cinesi: Pechino compresa.
Quindi tappa all'Istituto islamico che prepara i futuri imam "di Stato", diretto con voce profonda e piglio militaresco dallo Sheik Abdu Rakef, capace di interagire in arabo fluente con i reporter arrivati dall'Arabia Saudita e dall'Egitto, o in cinese con gli accompagnatori della variegata compagine mediatica. "Il governo della Repubblica Popolare ha sempre dato grande attenzione allo sviluppo della religione islamica", assicura lo sheik (titolo conseguito all'Università di Al Azhar, al Cairo) davanti a una classe vicina al diploma che porterà i nuovi leader religiosi nelle tante moschee della provincia. "Basta che fede e politica restino separati".
La versione cinese - Più esplicita la signora Tian Wen, segretaria locale del Pcc: "Ci accusano di aver costruito campi di concentramento. Ma la verità è un'altra: noi cerchiamo di trasformare il loro desiderio di morte in desidero di vita". È davvero così? Secondo il ricercatore tedesco Adrian Zenz, unico occidentale ad aver consultato documenti ufficiali del governo cinese, questi centri "sono luoghi di internamento coercitivo", non certo "scuole vocazionali".
Nel "Centro di educazione professionale" (Jiaopei zhongxin) della Contea di Shule, a pochi chilometri da Kashgar, antico snodo carovaniero dell'estremo Ovest cinese, sono ospitati circa mille "studenti", insieme a venti cuochi adibiti alla loro mensa e otto guardiani (disarmati) che si danno il cambio alla porta carraia. I giornalisti stranieri, osservati con malcelata curiosità dai ragazzi che affollano le aule, sono accolti dal direttore Mehmet Ali, 45 anni, anche lui uiguro: "Questa scuola - dice senza enfasi - è stata fondata nel 2018. Vedrete voi stessi: chi studia qui ha l'opportunità di migliorare la propria capacità di comunicare con il resto del Paese, imparando il mandarino, un mestiere e leggi e costituzione della nostra Patria".
Le leggi e la Costituzione - L'accento sul rispetto di leggi e costituzione della Cina è costante. In verità, appare chiaro che l'aspetto che si vuole chiarire e sul quale si basa la metodologia di insegnamento (ripetizione in coro dei precetti guidati dal docente di turno) - una costante nelle scuole dell'Impero - è che non si può infrangere la "pax sinica", per nessun motivo. All'interno del mondo che si riconosce in oltre tremila anni di storia e cultura, si dà per scontato il ruolo guida degli Han (l'etnia cinese propriamente detta) che al momento opera attraverso il Partito comunista ma che in altre ere guidava l'immenso crogiolo di civiltà per mezzo della figura confuciana del funzionario-letterato: in una parola, il Mandarino.
E i racconti dei giovani che accettano di "confessare" i loro "crimini" davanti ai giornalisti stranieri (nessuno scommette sulla spontaneità delle loro parole) interpretano fino in fondo la necessità di "riconoscimento attraverso l'autocritica" dell'autorità nazionale: "Ero uno sciocco, mi sono fatto conquistare da un'ideologia violenta", dice Aizaiti Ali, 25 anni. "Ho imparato su Internet come fare una bomba", recita Kuer Banjiang, 23 anni. C'è anche una ragazza, Kurban Gul, 22 anni: "Ho diffuso video jihadisti. Ho creduto alla propaganda che mi insegnava a odiare i cinesi perché pagani".
Nella camerata - Più tardi, il Corriere si è trovato, da solo, in una camerata, linda e ordinata, dove uno "studente" si rilassava prima della mensa suonando la chitarra: nei suoi occhi non c'era tristezza, ma una serena rassegnazione e la consapevolezza di non avere altra strada davanti a sé. "Negli ultimi trenta mesi - afferma con prudenza la signora Tian Wen - non ci sono stati attentati: vuol dire che i nostri sistemi sono efficaci". Ai reporter resta il ricordo di una visita a vere scuole, istituti professionali che potrebbero appartenere ai normali circuiti educativi. Ma anche la consapevolezza di non poter raccontare ciò che non si è potuto vedere.
Xinjiang, l'ultima frontiera. Conosciuta un tempo come Turkestan Orientale, la provincia cinese si estende nell'estremo Ovest del Paese, fino a lambire l'Asia Centrale, punto di incontro (e scontro) per millenni di popolazioni dalle origini più diverse: nomadi e stanziali, islamiche e buddiste, cristiane e animiste. Grande tre volte e mezzo l'Italia, il Xinjiang negli ultimi anni è stato il centro di disordini e sanguinosi attentati anti cinesi che hanno provocato la dura reazione del governo centrale.
Secondo rapporti stilati da organizzazioni internazionali, tra le quali Human Rights in China, da un milione a un milione e mezzo di uiguri - l'etnia turcofona di fede musulmana che costituisce la maggioranza nella provincia - sarebbero finiti senza processo in centri di rieducazione per sottoporsi a un "lavaggio del cervello" con lo scopo di estirparne tutte le "idee estremiste e le pulsioni separatiste", incompatibili con la convivenza in una realtà come quella della Repubblica Popolare. Pechino, oggetto di una lettera di condanna da parte di 22 Paesi (tra i quali l'Italia ma assenti gli Usa) per queste detenzioni extragiudiziali, ha risposto negando decisamente l'esistenza di "campi di concentramento" nella regione e confermando soltanto la presenza di "istituti educativi e vocazionali" dove alcune migliaia di musulmani dai 20 ai 40 anni, uomini e donne, accedono "su base volontaria".
di Glauco Giostra*
Avvenire, 1 agosto 2019
Doveva accadere. Era questione di tempo, ma nell'attuale stagione politica non poteva non accadere. Era anche scritto che dovesse succedere per opera del Ministro che fin dall'inizio ha indossato la felpa law and order, legge e ordine, elettoralmente lucrosissima. Matteo Salvini ha colto l'occasione dello sconvolgente omicidio di un servitore dello Stato per evocare la pena di morte applicata negli Usa e non in Italia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 agosto 2019
L'ultimo a Milano dove un malato terminale è deceduto tra atroci sofferenze. Purtroppo non è un caso isolato quello del detenuto piantonato in carcere nonostante avesse un tumore allo stadio terminale e poi morto nel reparto di rianimazione dell'ospedale San Paolo di Milano.
agensir.it, 1 agosto 2019
Progetto delle Fondazioni per promuovere il teatro tra i detenuti. Prende il via oggi la seconda edizione del progetto "Per aspera ad astra", che ha come obiettivo quello di riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza. Promossa da Acri e sostenuto da 11 Fondazioni di origine bancaria, l'iniziativa è nata dall'esperienza della Compagnia della Fortezza di Volterra, guidata dal drammaturgo e regista Armando Punzo.
- Giustizia. Niente accordo Lega-M5S sulla prescrizione
- Rinnovato il protocollo Dap-Uisp, nel segno di una nuova cultura dello sport in carcere
- Giustizia, la riforma nel caos. Salvini gela intesa e governo
- C'è il "caso prescrizione" dietro lo scontro tra Salvini e 5 Stelle
- Giustizia, Salvini: i 5 Stelle si sono fatti fregare dai magistrati del ministero









