di Paolo Cirino Pomicino
Il Foglio, 2 agosto 2019
Dal caso Csm alla Consip passando per la riforma Bonafede. Tre casi di cronaca spiegano il Paese di Kafka. La strana vicenda del Csm e i comportamenti di Luca Palamara sotto indagine della procura di Perugia hanno un significato più profondo degli aspetti squisitamente penali verso i quali il garantismo è d'obbligo per cultura giuridica e morale. Questa vicenda è, purtroppo, però la punta di un iceberg enorme formatosi nel corso degli ultimi venticinque anni e che si chiama "sgretolamento confusionale".
Le istituzioni tutte sembrano in preda a un processo di sgretolamento che produce confusione e genera pasticci e ingiustizie prima ancora di ogni ipotesi. Questo processo investe anche le istituzioni che dovrebbero garantire la legalità e che invece sono aggredite da qualche tempo da una erosione di competenza e di tenuta complessiva anche se le stesse istituzioni tentano poi di fermare questo sgretolamento con iniziative come quella della procura di Perugia.
Ma non si ferma così alcuna erosione, c'è bisogno di ben altro che della riforma Bonafede timida e monca. Di questo sgretolamento vi sono episodi che si rincorrono. La procura di Perugia mette sotto inchiesta Palamara lasciando intravedere che nella procura di Roma possono esserci disordini e lotte fratricide tra pubblici ministeri mentre la stessa procura di Roma indaga da molto tempo alcuni magistrati del Consiglio di Stato e molte procure di Italia mettono cimici nelle stanze di magistrati giudicanti, così come l'arma dei carabinieri, amore profondo degli italiani, vive momenti difficili con alcuni vertici indagati sempre dalla procura di Roma mentre quella di Milano mette sotto accusa pezzi importanti dell'economia italiana e via di questo passo.
Potremmo, ahinoi, continuare ancora per un bel pezzo questo elenco. Nel frattempo, però, il governo per qualche giorno non ha fatto attraccare una nave della propria Guardia costiera perché ospitava a bordo persone che un peschereccio di un povero marinaio ha salvato dall'annegamento. La confusione, insomma, regna sovrana e la società italiana si smarrisce in una guerra di tutti contro tutti.
In questo disordine si realizzano ingiustizie, accanimenti penali e amministrativi contro persone ed aziende. Di quel che è successo a Calogero Mannino ne abbiamo parlato mentre spesso si nasconde quel che accade sul piano della giustizia amministrativa. Mentre emerge la condotta dell'avvocato Amara e i suoi collegamenti con il consiglio di Stato, una grande realtà pubblica come la Consip affonda nella discrezionalità e nella confusione.
Un gip del tribunale di Roma dal nome e dall'eredità genetica di grande livello, Gaspare Sturzo, ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura della repubblica di Roma per Tiziano Renzi e per altri 12 indagati per la gara più importante della Consip dal valore di oltre un miliardo di euro. Vi sono molte stranezze in questa vicenda giunta alla luce per un esposto fatto nel 2016 dalla Romeo gestioni che parlava di turbativa d'asta e senza il quale né la procura, né l'Anac, né l'antitrust avrebbero mai conosciuto nulla.
Sapete come sta finendo? Chi ha fatto l'esposto è perseguito dalla procura, dall'antitrust e dal consiglio di Stato. Il vertice dell'epoca della Consip, tal Marroni, l'unico a non essere indagato, utilizzò alcuni poteri discrezionali eliminando dalle gare più importanti proprio la Romeo gestioni perché, a suo dire, era venuta meno la fiducia senza motivare alcuna inadempienza della società che peraltro non era neanche indagata. Ciò che non poté il diritto forse poté il risentimento? Ma c'è di più! Il presidente della commissione delle famose gare FM4, tal Francesco Licci, fu intercettato dalla procura di Roma mentre diceva al presidente Marroni che non bisognava assegnare alla Romeo alcuna gara.
Come mai la procura indaga Romeo e non a fondo questo presidente della commissione e anzi ne chiede l'archiviazione? E come mai il presidente del consiglio di stato Filippo Patroni Griffi avalla una sentenza che dice di non poter entrare nel merito di questa vicenda dando cosi di fatto ragione alla Consip di Marroni? E come mai lo stesso presidente accoglie una richiesta della Consip per anticipare una udienza tra le parti e respinge invece una richiesta di un breve rinvio per consentire alla Romeo gestioni di poter rappresentare le proprie ragioni con tutto il suo team legale. E Marroni con chi chiacchierava di queste gare?
Lo dicono le carte, con i francesi di Cofely e molto probabilmente con i tedeschi di Dussmann oltre che con alcuni parlamentari che sponsorizzavano tal Bigotti anch'esso indagato senza che mai avesse parlato invece con la Romeo responsabile dell'esposto dal quale è nata tutta questa scabrosa vicenda. Ma sono errori coincidenti per puro caso o c'è una filiera invisibile che coinvolge i tutori della legalità repubblicana o sono, invece, balle spaziali di un uomo di una certa età come noi?
Se lo fossero, siamo pronti a fare ammenda ma per farlo abbiamo bisogno di risposte ai tanti perché, considerando inoltre che finanche l'accusatore del Romeo, tal Gasparri, accompagnò da Marroni non la Romeo gestione ma alcuni suoi competitor. Siamo davvero a Kafka. Tornando al nostro incipit la curiosità nasce solo dal rischio che si consolidi una morale pericolosa secondo cui chi denuncia un possibile imbroglio viene denunciato e rinviato a giudizio mentre la sua azienda viene privata di ogni diritto anche se, a giudizio di tutti, resta la migliore del settore mentre i veri protagonisti restano liberi di continuare tutto ciò che non potevano fare.
L'altra morale è che continuiamo a dare agli stranieri non solo il meglio delle nostre imprese ma anche alcuni settori di servizi in via di espansione, nel caso specifico ai francesi della Cofely e ai tedeschi della Dussmann. Ciò che ci conforta, però, è che abbiamo trovato per l'ennesima volta un giudice non a Berlino ma a Roma, il gip Gaspare Sturzo che, tra l'altro, ha un cognome a noi molto caro e che con la sua decisione forse farà finalmente chiarezza tra tutti i soggetti richiamati.
Riforma Bonafede, prescrizione, separazione delle carriere: il punto della situazione secondo l'Ucpi
camerepenali.it, 2 agosto 2019
La riforma Bonafede naufraga per l'ennesimo gioco di veti incrociati interni alla attuale maggioranza. Come verrà assolto ora il pubblico impegno, assunto dal Ministro Bongiorno a nome del Governo, e d'altronde mai smentito da alcun esponente 5 Stelle, di revoca della vergognosa riforma della prescrizione in assenza di una efficace riforma dei tempi del processo? Come disinnescheremo la "bomba atomica"? Questo il tema sul quale i penalisti italiani assicurano sin da ora il proprio impegno strenuo, fino a quando quell'impegno non verrà onorato, e quell'abominio cancellato dal nostro sistema giuridico.
La riforma Bonafede sulla riduzione dei tempi del processo penale nasce come condizione posta dalla Lega per assicurare i propri voti alla abrogazione della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado inserita nella Spazza-corrotti, differita al 1 gennaio 2020 e definita dal Ministro Bongiorno una "bomba atomica" scagliata sulla giustizia penale del nostro Paese.
Fu sempre il Ministro Bongiorno a rendere pubblico "l'accordo tra gentiluomini" siglato con i 5 Stelle: varo ed approvazione di una efficace riforma dei tempi del processo penale entro novembre 2019, altrimenti revoca di quella norma "bomba atomica".
Il Ministro istituisce un tavolo di consultazione aperto ad Ucpi ed Anm, i quali si accordano nell'indicare al Ministro tre assolute priorità per la riduzione dei tempi: potenziamento dei riti alternativi (patteggiamento ed abbreviato), rafforzamento della funzione di filtro della udienza preliminare, depenalizzazione. Il Ministro Bonafede recepisce quella unitaria indicazione, lasciando fuori tutte le altre proposte sulle quali non vi era intesa tra le parti (abolizione del divieto di reformatio in peius, gravi limitazione del diritto di appello, limitazioni alla formazione della prova nel dibattimento, etc.).
Senonché il testo di legge delega finalmente presentato dal Ministro Bonafede risulterà mutilato di due pilastri fondamentali: tutte le norme che potenziavano il patteggiamento, e l'intera parte dedicata alla depenalizzazione dei reati contravvenzionali. Il Ministro ci informa che lo ha preteso la Lega. Ne prendiamo atto, ma così l'intervento riformatore perde ogni senso ed efficacia. Non farà danni, ma è obiettivamente acqua fresca.
In Consiglio dei Ministri la Lega esprime dissenso dalla riforma Bonafede sul processo penale, perché non c'è la separazione delle carriere, né la riforma delle intercettazioni. Ci limitiamo qui ad osservare che si tratta di temi sin dal primo giorno del tutto estranei alla logica ed alle finalità della legge delega, che non intendeva "riformare il processo penale" ma più semplicemente intervenire per ridurre i tempi dei processi.
Quanto alla separazione delle carriere, da sempre riforma-simbolo dell'impegno politico delle Camere Penali Italiane, segnaliamo che la riforma è già in discussione in Commissione Affari Costituzionali presso la Camera dei Deputati. È la nostra legge di iniziativa popolare, sottoscritta da 72mila cittadini tra i quali proprio Matteo Salvini. Basta adottarla ufficialmente, e sostenerla con determinazione nel suo percorso parlamentare fino alla sua approvazione, per assicurare davvero, e non solo a parole, una riforma epocale oltre che largamente popolare della giustizia penale in Italia.
Quanto alle norme che riformano alcune parti dell'ordinamento giudiziario, esse sono un fuori sacco inserito dal Ministro senza mai averci nemmeno consultato. Su di esse ci limitiamo ad osservare che la riforma dell'ordinamento giudiziario non si improvvisa con qualche norma-spot, meno che mai introducendo il sorteggio per la elezione dei membri del Csm, una autentica umiliazione delle regole democratiche e dei principi costituzionali sull'elettorato attivo e passivo.
È dunque chiaro che la riforma Bonafede naufraga non per questioni di merito, ma per l'ennesimo gioco di veti incrociati interni alla attuale maggioranza. A noi preme ora che si risponda ad una semplicissima domanda: come verrà assolto il pubblico impegno, assunto dal Ministro Bongiorno a nome del Governo, e d'altronde mai smentito da alcun esponente 5 Stelle, di revoca della vergognosa riforma della prescrizione prossima ad entrare in vigore il primo gennaio 2020 in assenza di una efficace riforma dei tempi del processo? Come disinnescheremo la "bomba atomica"? Questo il tema sul quale i penalisti italiani assicurano sin da ora il proprio impegno strenuo, fino a quando quell'impegno non verrà onorato, e quell'abominio cancellato dal nostro sistema giuridico.
di Marco Cremonesi
Corriere della Sera, 2 agosto 2019
La parola chiave è certezza. Serve una riforma complessiva. "La nostra richiesta, la nostra parola chiave è una sola: certezza". Giulia Bongiorno, il ministro alla Pubblica amministrazione, è stata la protagonista del campale Consiglio dei ministri di mercoledì che doveva varare l'epocale riforma della Giustizia. Indipendente della Lega, è stata l'interlocutrice del ministro pentastellato alla Giustizia Alfonso Bonafede con cui ha trattato in modo serrato punto su punto.
di Luca Bottura
La Repubblica, 2 agosto 2019
Mentre la Lega guadagna il consenso di 4 italiani su 10, il Movimento Cinque Stelle si avvita veloce verso l'impatto al suolo, l'opinione pubblica nemmeno percepisce, ove anche esistesse, una proposta politica e culturale alternativa, il Pd danza sul proprio ombelico dedicandosi a lotte intestine.
Che, com'è noto, tendono a produrre residui organici fastidiosi. L'ultima riguarda la visita del deputato Scalfarotto agli americani in carcere per l'omicidio del carabiniere, che il Ministro ombra per Twitter, Carlo Calenda, ha commentato con l'abituale pacatezza: "Spero sia il sole. Stiamo raggiungendo vertici di stupidità mai toccati nella politica contemporanea".
Un post scritto con la mazza da baseball che apre a una riflessione di fondo su cosa accidenti voglia essere il Pd, per modi e proposta politica. Anche e soprattutto perché Zingaretti ha subito ritenuto di precisare che Scalfarotto era andato a titolo personale, Emanuele Fiano si è dissociato dal collega pressoché in diretta, e il reprobo ha dovuto infine chinare il capo in una sorta di mesto autodafé.
È questo il ruolo del Pd? Rinculare contrito quando, per una volta, un proprio esponente ha preso un'iniziativa senza inseguire il senso comune? Continuare a essere la copia perdente dell'originale populista? Perseguire a tentoni il consenso delle classi sociali che un tempo rappresentava?
Oppure riaffermare due principi di civiltà, l'habeas corpus da opporre alla sacertà, anche con atti concreti, come la visita di Scalfarotto? Mica c'è andato in gita, a Regina Coeli. Ha fruito delle sue prerogative di deputato dopo che uno degli arrestati era stato violato nella dignità personale. Cosa che non può e non deve capitare neppure al peggiore dei delinquenti.
Che il leader della corrente "moderata" del Pd, seguito a ruota del suo segretario, dedichi i propri commenti di getto alla cosiddetta pancia del Paese, attiene alla famosa ricerca del fu voto, appunto, moderato. Il quale nel frattempo è diventato un gorgoglio indistinto e vendicativo, mentre il consenso progressista si disperde nei rivoli dell'astensione, almeno quello che non transitò ai Cinque Stelle per poi finire in pasto alla Lega.
A Matteo Renzi e al suo governo, anche i critici più acerrimi riconoscono i risultati raccolti nell'ambito dei diritti civili. Un Partito democratico che abbandoni pure quell'ultima trincea, è destinato a rintanarsi nel vaniloquio delle dirette Facebook a suon di "quando c'eravamo noi sì che il Pil correva".
Meglio avere qualcosa da dire e dirlo chiaro e forte. Un'idea di Paese nel quale anche i rei vanno trattati con civiltà, come ha suggerito Piero Grasso, uno che interrogò, garantendone i diritti, chi aveva progettato il suo omicidio. Per questo Scalfarotto ha fatto benissimo a varcare quei cancelli. Perché prima dei voti, va ricostruito un immaginario di normalità. Non negoziabile. Alternativo. E, in potenza, vincente. Perché l'unica idea da copiare a Salvini è la perseveranza.
di Saverio Ferrari
Il Manifesto, 2 agosto 2019
Trent'anni di sangue. 1967-1984: la strategia della tensione corre sui binari, poi nel 1993 da Capaci inizia l'offensiva stragista di Cosa nostra contro lo stato. "Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie. L'opinione pubblica, sempre scontenta e avida di tranquillità, si sarebbe indignata e avrebbe invocato l'ordine senza curarsi da quale parte sarebbe venuto". A parlare in questo modo era Pino Rauti, il giovane leader della corrente evoliana, nel corso di una riunione interna dell'Msi, a Roma, negli anni Cinquanta. A riportare le sue parole fu Giulio Salierno, all'epoca dirigente giovanile della sezione di Colle Oppio, nella sua Autobiografia di un picchiatore fascista (Einaudi, 1976). Certo è che a partire dagli anni Sessanta i treni e le linee ferroviarie furono oggetto di un'infinità di attentati da parte del terrorismo neofascista.
Trento, 30 settembre 1967 - Il primo tentativo di strage fu quello compiuto il 30 settembre 1967 alla stazione di Trento, quando fu segnalata sull'Alpen Express una valigia sospetta abbandonata. Due agenti la prelevarono e tentarono di portarla il più lontano possibile. Alle 14.44, zeppa di esplosivo, scoppiò tra le loro mani, uccidendoli. L'attentato fu addebitato al terrorismo sudtirolese.
1969, verso Piazza Fontana - Nell'escalation degli attentati che nel 1969 portarono alla strage in piazza Fontana, un posto di rilievo ebbe la collocazione, tra l'8 e il 9 agosto 1969, su dieci treni di altrettanti pacchi esplosivi. Due fecero cilecca ma otto scoppiarono. Dodici furono i feriti, tutti in modo lieve. Per questi episodi Franco Freda e Giovanni Ventura di Ordine nuovo, l'organizzazione fondata da Rauti, furono condannati con sentenza definitiva.
1970, da Gioia Tauro a Verona - La prima strage riuscita su un treno fu quella del 22 luglio 1970, quando il direttissimo Palermo-Torino (la "Freccia del Sud") fu fatto deragliare nei pressi della stazione di Gioia Tauro. Alla fine si contarono sei morti, di cui cinque donne, e 72 feriti. Da otto giorni era in corso la rivolta di Reggio Calabria, scoppiata il 14 luglio. La verità emerse solo 23 anni dopo, quando alcuni pentiti confessarono che la strage fu eseguita su mandato del "Comitato d'azione per Reggio capoluogo" e che a portarla a termine fu un commando neofascista. Poche settimane dopo, il 28 agosto 1970, fu rinvenuta nella sala passeggeri della stazione ferroviaria di Verona una valigia abbandonata da cui proveniva un ticchettio di orologio. Notata da un sottufficiale della Polfer, fu portata in un luogo isolato dove esplose un'ora dopo.
1971, la visita di Tito in Italia - In concomitanza con la preannunciata visita del maresciallo Tito in Italia, un grave attentato fu, invece, organizzato, il 28 marzo 1971, per colpire il treno diretto a Venezia, all'altezza di Grumolo delle Abbadesse. Settantadue centimetri di binario furono tranciati da un ordigno. Il convoglio rischiò di deragliare, salvandosi solo grazie alla sua velocità.
1974, l'Italicus - Tra il 1973 e il 1974 gli attentati sui treni furono ben 14 con una strage riuscita. Questi gli episodi principali: il 7 aprile 1973, sulla linea Genova-Roma, con il tentativo di Nico Azzi, di Ordine nuovo, di innescare una carica esplosiva in una toilette del treno. Azzi rimase ferito dallo scoppio del detonatore e immediatamente arrestato. Il 29 gennaio 1974 a Silvi Marina, in provincia di Teramo, con l'inatteso passaggio del locomotore di un treno merci che tagliò la miccia dell'ordigno posto sui binari. Il 21 aprile 1974 a Vaiano, in provincia di Firenze, quando la strage fu, invece, evitata grazie al blocco automatico dei treni in caso di interruzione dei binari. La carica esplosiva aveva, infatti, divelto oltre mezzo metro di rotaie. La strage si compì, invece, il 4 agosto 1974, sul treno espresso Roma-Brennero, l'"Italicus", proveniente da Firenze e diretto a Bologna, a cento metri dallo sbocco della Grande galleria dell'Appennino. Il bilancio fu di 12 morti e 44 feriti.
Tra il 1975 e il 1978 - Si continuò ancora a colpire treni e linee ferroviarie negli anni successivi. Il 6 gennaio 1975 a Terontola, quando 55 centimetri di rotaia furono divelti da una carica di polvere da mina. Il 12 aprile 1975, all'altezza di Incisa Val D'Arno, quando un ordigno fece, invece, sollevare quaranta centimetri di rotaia. Il 6 febbraio 1977, in compenso, la polizia disinnescò alla stazione Tiburtina di Roma sette candelotti di dinamite sull'espresso Napoli-Milano. Il 5 settembre 1978, infine, cinque chili di esplosivo, tra le stazioni di Vaiano e Vernio, avrebbero dovuto scoppiare sotto la motrice dell'espresso "Conca d'oro", che viaggiava da Milano a Palermo. Rimasero feriti i macchinisti di un treno che passò al momento dell'esplosione.
1980, la strage di Bologna - Quella del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna fu la strage non solo più importante sulle linee ferroviarie ma la più grave e sanguinosa nella storia della Repubblica. Alle 10.25 la terribile esplosione. Crollava un'intera ala della stazione, affollatissima per le grandi partenze estive, che a seguito della potenza micidiale dell'ordigno, prima si sollevava e poi ricadeva su se stessa. Il treno Ancona-Basilea, in sosta sul primo binario, veniva investito in pieno dall'onda d'urto. Tra le lamiere fuse e contorte venivano estratti i corpi di decine e decine di persone. Settantacinque le vittime subito recuperate. Altre dieci moriranno nei giorni successivi. Alla fine si conteranno 85 morti, 74 italiani e 11 stranieri, e 200 feriti. È attualmente in corso dal 21 marzo 2018 un nuovo processo nei confronti di Gilberto Cavallini, ex Nuclei armati rivoluzionari (Nar), accusato di concorso per aver fornito supporti e nascondigli per la latitanza di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, tutti e tre condannati in via definitiva per la strage, i primi due all'ergastolo e il terzo, minorenne all'epoca, a 30 anni.
1981 e ancora dopo - Non finì ancora. Il 12 febbraio 1981, otto mesi dopo, ben cinque kg di esplosivo furono rinvenuti sulla linea ferroviaria di Venezia, allo snodo di Porto Marghera. L'innesco non aveva funzionato. Mentre il 9 settembre 1983, il treno 571 Milano-Palermo, mille passeggeri a bordo, in transito sul viadotto alto cinquanta metri del fiume Bisenzio, venne investito da un'esplosione, mentre incrociava un altro treno. Se l'atto terroristico avesse avuto pieno successo i morti si sarebbero contati a centinaia.
Il tratto Arezzo-Bologna - Complessivamente sul solo tratto Arezzo-Bologna di 120 chilometri, ben otto furono i tentativi falliti e tre le stragi riuscite: il 4 agosto 1974 sul treno "Italicus", il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e il 23 dicembre 1984, sul "Rapido 904", all'interno della Grande galleria dell'Appennino. Fu l'ultima, con 16 morti e 267 feriti.
I legami con Cosa nostra - Con essa si apriva un'altra stagione con l'avvio da parte di Cosa nostra di un'azione offensiva nei confronti dello Stato, che porterà alle stragi di Capaci, via D'Amelio e alle bombe del 1993. La continuità era data dall'impiego di uomini e mezzi provenienti dall'eversione nera. Ne fa fede la condanna nel processo stralcio per la strage del "Rapido 904" del parlamentare missino Massimo Abbatangelo. Non fu condannato per la strage ma per aver detenuto e fornito esplosivi ai clan camorristici. Dalle indagini risultò anche che l'esplosivo usato per la strage di via D'Amelio fosse dello stesso tipo di quello del 23 dicembre 1984, mai utilizzato in precedenza da Cosa nostra.
di Iuri Maria Prado
Il Dubbio, 2 agosto 2019
La legge è un "fatto". La giustizia è un "valore". Per questo si scrive che "la legge è uguale per tutti" mentre altrettanto non si potrebbe scrivere a proposito della giustizia: che è una categoria mentale, un valore, appunto, variabile secondo ciò che uno crede. Questa distinzione, tanto banale per chiunque abbia un pizzico di dimestichezza con le regole liberali degli ordinamenti avanzati, è tuttavia sconosciuta o anzi negata da una buona aliquota dei rappresentanti della magistratura corporata, che certamente non è "la" magistratura ma insomma ne rappresenta la parte socialmente più attiva.
E non per altro ma esattamente in forza di quella negazione accade che il magistrato ritenga di dover rimettere in riga la società corrotta: non per la sua idea di giustizia, che è legittima come quella di chiunque, ma per l'idea invece sbagliatissima che lui, il magistrato, quell'idea di giustizia possa e debba realizzare con il suo lavoro.
Che è, o almeno dovrebbe essere, occuparsi di "fatti", non di valori: e cioè occuparsi del fatto umano costituito dall'illecito, cioè dalla violazione della legge, quest'altro fatto umano. La pretesa che i comportamenti degli uomini e la società debbano adeguarsi a questo o quel principio costituzionale ( uguaglianza, libertà, rispetto dei diritti civili, eccetera) in forza del lavoro della magistratura, e cioè per il tramite di indagini e processi, denuncia appunto quella confusione tra legge ( fatto) e giustizia ( valore).
E spiega perché sia accaduto e tuttavia accada in questo nostro Paese che al magistrato punga di violentare la norma che invece dovrebbe applicare o di opporsi ai progetti di legge che non gradisce: sono fatti ripugnanti, per il suo senso di giustizia. E a risolvere ( si fa per dire) questo conflitto viene con solerzia il processo indebito, o il comizio davanti alla telecamera democratica che fa conoscere al popolo lo sdegno del magistrato al quale si impedisce di far giustizia. Appunto.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 2 agosto 2019
Corte di cassazione - Sentenza 1° agosto 2019 n. 35385. No alla non punibilità per particolare tenuità del fatto per gli atti di insubordinazione compiuti dai militari in servizio. La Prima Sezione penale della Cassazione, sentenza n. 35385 del 1 agosto, ha così respinto il ricorso di un sottoufficiale della Marina Militare condannato nel 2017 dalla Corte di appello militare di Napoli a 13 mesi di reclusione (pena sospesa e non menzione) per "insubordinazione con violenza pluriaggravata "e "insubordinazione con minaccia pluriaggravata" ai danni di un Sottotenente di Vascello donna.
I fatti avvenuti il giorno della vigilia di Natale del 2014 mentre la nave era in navigazione al largo di Lampedusa, erano consistiti: il primo, "nell'afferrare con forza il braccio sinistro" dell'ufficiale, "spingendola con violenza, tanto da farla finire al di là della porta taglia-fiamme del locale in cui si trovavano, con le aggravanti del grado rivestito e dell'aver commesso il fatto a bordo di una nave militare". Il secondo, nell'essersi avvicinato a pochi centimetri dal superiore prospettandole ritorsioni "qualora avesse deciso di procedere disciplinarmente nei suoi confronti". E dicendole, alzando il tono della voce, "ti spacco il culo".
Per la Suprema corte però sono inammissibili tutti i motivi di ricorso presentati dal militare. In particolare, la Cassazione ricorda che "ai fini della sussistenza dell'elemento psicologico del reato militare di insubordinazione con minaccia è sufficiente il dolo generico, e cioè la consapevolezza dell'uso della minaccia, non richiedendosi anche l'intenzione di mettere in pratica il male minacciato". "Sedimentato è poi - aggiunge la Corte - l'approdo secondo cui anche il reato di insubordinazione con violenza è sorretto da dolo generico".
Riguardo infine l'applicazione del 131 bis del codice penale, la sentenza ricorda che non può essere dedotto per la prima volta in Cassazione se la disposizione "era già in vigore alla data della deliberazione della sentenza di appello". Tuttavia, precisano i giudici di legittimità, la Corte di appello militare ha compiuto in via ufficiosa la verifica della sussistenza o meno della causa di non punibilità e l'ha recisamente esclusa "evidenziando l'emersione di una pluralità di indici contrari: la significativa gravità dei reati commessi dall'imputato, in connessione con la duplicità delle condotte offensive della disciplina militare e anche in relazione agli ulteriori beni giuridici - l'incolumità fisica e la libertà morale della persona offesa - pregiudicati, e soprattutto al contesto in cui i fatti erano avvenuti, ossia una nave in corso della navigazione, nonché le modalità con cui i reati erano stati commessi".
Del resto, conclude la decisione, la Corte di appello ha sottolineato che le condotte "avrebbero potuto avere ripercussioni sulle stessa operatività e sicurezza dell'unità navale (non potendo, invero, obliterarsi la natura pluri-offensiva del reato militare di insubordinazione, il quale lede nel contempo il, preminente, principio di autorità militare e la fisica incolumità, nell'insubordinazione con violenza, o la libertà morale, nell'insubordinazione con minaccia, della persona del superiore gerarchico)".
Catania: prevenzione suicidi nelle carceri, potenziata sinergia fra Asp Catania e Istituti penitenzi
costruiresalute.it, 2 agosto 2019
Siglati oggi, presso la Direzione generale dell'Asp di Catania, i protocolli d'intesa, fra l'Azienda sanitaria catanese e le Case circondariali della provincia di Catania, finalizzati all'implementazione delle attività per la prevenzione del rischio suicidario nelle carceri. Gli accordi sono stati firmati dal dott. Maurizio Lanza, direttore generale dell'Azienda sanitaria catanese e, per i singoli Istituti di pena, rispettivamente dalla dott.ssa Elisabetta Zito (direttore della Casa circondariale di Piazza Lanza), dal dott. Giuseppe Russo (direttore della Casa circondariale di Bicocca), dalla dott.ssa Giorgia Gruttadauria (direttore della Casa circondariale di Caltagirone), e dalla dott.ssa Milena Mormina (direttore della Casa circondariale di Giarre).
Presenti, inoltre, per l'Asp di Catania, il dr. Carmelo Florio, in rappresentanza del direttore del Dipartimento di Salute mentale; il dr. Roberto Ortoleva, coordinatore staff del Dsm; il dr. Franco Luca, direttore del Distretto sanitario di Catania; la dr.ssa Salvatrice Riillo, responsabile dell'Uos di Sanità penitenziaria. I protocolli si inseriscono nella cornice del Piano regionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario adulti e attuano le procedure necessarie per aggiornare i Piani locali di prevenzione del rischio suicidario, già vigenti, uniformandoli alle indicazioni dell'Assessorato regionale alla Salute, dettate con il decreto del 28 novembre 2018.
Tutti gli interventi predisposti saranno coordinati dal Dipartimento di Salute mentale, di concerto, per quanto di competenza, con le Amministrazioni penitenziarie e con i servizi della sanità penitenziaria.
"Stiamo costruendo una pagina nuova delle relazioni fra le Istituzioni - ha detto il dott. Lanza -. I protocolli esprimono la comunità d'intenti e agevolano lo scambio di culture e competenze per definire un modello condiviso e sicuro di approccio al problema. Questi sono gli effetti virtuosi della riforma della sanità penitenziaria, chiari nello spirito della norma e nelle linee dettate dall'Assessorato regionale alla Salute, guidato dall'avv. Ruggero Razza. In questo lavoro ritengo, inoltre, fondamentale l'investimento nella formazione e nella costruzione di luoghi, mentalità e linguaggi comuni finalizzati a una presa in carico globale della persona detenuta".
La prevenzione dei suicidi - In applicazione del Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti, il Piano regionale intende perseguire l'obiettivo di prevenire le condotte suicidarie nell'ambito degli Istituti penitenziari della Regione Siciliana. Questa finalità impegna le amministrazioni coinvolte nella scelta di strategie operative per l'adozione di metodologie innovative improntate all'integrazione più efficace delle reciproche competenze. "Le attività oggetto dei singoli protocolli sono tese alla tutela della persona detenuta e della sua salute anche nell'Istituzione carceraria - afferma il dott. Russo. Con questo aggiornamento puntiamo a migliorare ulteriormente contenuti e procedure già definiti in precedenti accordi e a fare in modo che particolari aspetti vengano maggiormente curati e portati a compimento in tempi più celeri e magari in maniera più compiuta".
Analisi del rischio suicidario e individuazione del livello di sorveglianza - All'atto dell'ingresso dei detenuti in ciascun Istituto, anche provenienti da altre strutture penitenziarie, è prevista la valutazione del rischio suicidario e l'attivazione di una fase d'osservazione al fine di individuare potenziali fattori di rischio e di approfondire la conoscenza del detenuto stesso attuando un regolare follow up.
"Nel Carcere di Piazza Lanza è istituito il servizio "Nuovi Giunti" - spiega la dott.ssa Zito - che si attiva immediatamente dopo l'immatricolazione del detenuto nuovo arrivato e che prevede l'effettuazione di una visita di primo ingresso al fine di definire gli eventuali profili assistenziali da implementare. Con questo servizio, unico esempio sul territorio, intendiamo accompagnare l'intervento penale, di pari passo, con la diagnosi e l'individuazione della natura del problema che porta al reato. Ritengo, infatti, che se non si realizza questo bilanciamento, si giungerà certamente all'espiazione della pena, ma il cittadino che uscirà fuori sarà portatore di una problematica, che è spesso sanitaria, che durante il periodo di detenzione non sarà affrontata".
Gli strumenti e le procedure operative - I singoli protocolli, siglati questa mattina, sono stati redatti tenendo conto delle specificità di ciascun Istituto di pena, con particolare considerazione per gli aspetti etici e psicologici connessi. Sono stati aggiornati i Piani locali di prevenzione (Plp) di ciascuna Casa Circondariale, sono stati individuati precisi strumenti operativi e sono stati definiti, altrettanto precisi, protocolli operativi clinici, in conformità con le linee guida nazionali e regionali.
"Questi protocolli - afferma la dott.ssa Mormina - esprimono il comune impegno delle Istituzioni, carcerarie e sanitarie, a realizzare una presa in carico globale della persona detenuta, assicurando livelli di assistenza uguali e in linea con quelli garantiti sul territorio. Tutto ciò è parte di un processo che vede il Carcere come parte della società e non come luogo di separazione dalla società".
La formazione - In continuità con le attività già svolte, grande attenzione è rivolta alla formazione dei care givers della popolazione detenuta e del personale coinvolto nella gestione diretta dei detenuti, secondo modalità integrate concordate dalle Direzioni dei singoli Istituti penitenziari e dalla Direzione generale dell'Asp di Catania. "La formazione multidisciplinare è l'unico strumento che abbiamo per contrastare realmente questo fenomeno - spiega la dott.ssa Gruttadauria - e per fornire al personale, che è sempre in prima linea, le competenze e gli strumenti per cogliere meglio i segnali del disagio, decifrare il livello del rischio, acquisire e trasmettere le informazioni appropriate e per lavorare integrandosi con altre figure professionali". Dal 2017 ad oggi, sono stati già formati 250 operatori.
regione.emilia-romagna.it, 2 agosto 2019
Grazie all'intesa garantite azioni di prevenzione di atti sia suicidari che autolesionistici a tutela dei detenuti. Prevenire suicidi e atti autolesionisti in carcere: è questo l'obiettivo del protocollo di intesa, firmato martedì 30 luglio, dall'Ausl e dagli Istituti Penitenziari di Parma, a garanzia della salute dei detenuti. Presenti il direttore generale dell'Ausl, Elena Saccenti, il direttore degli Istituti Penitenziari di Parma, Tazio Bianchi, il Garante dei detenuti Roberto Cavalieri, e vari rappresentanti e professionisti dell'Azienda Usl.
Il nuovo accordo, che riformula il precedente del 2016, impegna i due firmatari, ciascuno per le proprie competenze e nel rispetto delle reciproche esigenze istituzionali, a potenziare l'attività di prevenzione del fenomeno, attraverso un'attenta valutazione dei fattori di rischio. Azioni che operativamente si concretizzano con una precoce segnalazione del disagio, una maggior sinergia tra gli operatori penitenziari e quelli sanitari e una presa in carico tempestiva dei detenuti più fragili da parte di una équipe multidisciplinare.
di Sandro Di Matteo
La Stampa, 2 agosto 2019
Il deputato Pd sconfessato anche da Zingaretti. Ivan Scalfarotto, deputato del Pd, è andato in carcere per verificare le condizioni dei due ragazzi arrestati per l'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. Non è la prima volta che va a controllare le condizioni di vita dei detenuti. Ma stavolta Matteo Salvini ha rilanciato su twitter la notizia e subito è partita la tempesta di insulti.
Scalfarotto, se lo aspettava immagino...
"Sì, ma voglio far notare che l'articolo della Stampa che raccontava della mia ispezione è stato pubblicato la mattina e la reazione si è scatenata intorno alle 22. Tutto è cominciato quando il ministro Salvini ha deciso di trasformarmi in target. Durante tutta la giornata c'erano stati 22 commenti sulla mia pagina Facebook, poi in due ore sono diventati oltre tremila, e immagini i toni".
Vuol dire che è Salvini ad alimentare l'odio?
"Certamente. È un tentativo di intimidazione, ma non funziona. Sono convinto della doverosità del mio gesto, nonostante la tempesta perfetta messa su. La mia ispezione era una verifica della tenuta dello stato democratico: abbiamo già accettato che le persone possano affogare in mare, che possano stare sul ponte di una nave senza assistenza. Per fortuna posso dire che la polizia penitenziaria sta gestendo la situazione con grande professionalità".
Ma se è così facile scatenare la tempesta perfetta vuol dire che c'è un terreno fertile. Molti si chiedono: perché preoccuparsi di chi ha confessato un omicidio e non andare invece dalla famiglia della vittima?
"In questi casi la politica fa molto presenzialismo. Io per carattere penso che un silenzio dignitoso abbia più senso. A rendere omaggio a Cerciello Rega sono andati tanti miei compagni di partito. Il partito era presente. E io col partito. Ma nessuno è andato in carcere, se Zingaretti fosse andato in carcere io non sarei andato. Dopodiché, se avrò la possibilità di incontrare la famiglia di Cerciello Rega lo farò con una commozione profondissima, e spero possa succedere. Ma il collegamento è sbagliato: in uno Stato di diritto è doverosa la solidarietà per la vittima, ma lo Stato deve anche rispettare chi ha commesso il crimine più efferato".
Come ha visto, contro di lei c'è anche il fuoco amico: Calenda parla di "stupidità", Zingaretti di "iniziativa personale". Ha parlato con il leader Pd?
"No, non ho parlato né con Zingaretti né con Calenda. Il mio auspicio è che il mio partito non subordini mai la tutela dello stato democratico a valutazioni di opportunità politica. Questa è una posizione dalla quale non mi muovo. Non si può mettere in secondo piano neanche per un secondo la tutela dello stato di diritto. Una volta che lo accetti non torni più indietro. E mi sembra che per il partito il problema non è tanto l'ispezione in sé, ma la reazione che c'è stata".
Sta dicendo che il Pd la critica per paura di perdere consenso?
"Probabilmente sì, ma non credo sia la strategia giusta. Si torna al governo rimanendo sé stessi, difendendo i nostri valori, non scimmiottando la cultura dominante".
Per il suo collega di partito Fiano, bisogna tenere conto dei "sentimenti" dell'opinione pubblica...
"La politica non può solo accodarsi al sentimento popolare, ha la responsabilità di testimoniare valori anche se minoritari. Ci sono stati fasi nella storia nelle quali si sono affermate vere e proprie barbarie perché lo voleva il popolo. Il ministro dell'interno anziché assicurare l'incolumità dei detenuti, come è doveroso, incita la vendetta. Bisogna prendere una posizione netta".
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