di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 giugno 2019
Sono oramai 23 giorni che le due detenute anarchiche Anna Beniamino e Silvia Ruggeri non mangiano più per chiedere la soppressione delle rigide regole, le quali teoricamente dovrebbero essere applicate solo per chi è al carcere duro. Le due donne, infatti, non sono recluse al 41 bis, ma nella sezione di alta sicurezza (As2) del carcere de L'Aquila.
Una sezione, piccola quanto un appartamentino, che un tempo venne utilizzata per le donne al 41 bis, poi chiusa negli anni 80 proprio per la sua struttura del tutto inadeguata per far rispettare la dignità, minima, dei detenuti. C'è ad esempio Anna, detenuta in custodia cautelare dal 6 settembre 2016, che è stata trasferita il 6 aprile 2019 nella sezione AS2 del carcere de L'Aquila. È una sezione piccola, di circa 50 mq e con lei e Silvia, vi è reclusa anche una donna condannata per terrorismo islamico.
Una convivenza forzata, che unisce due detenute anarchiche con una ritenuta appartenente al radicalismo di tipo islamista. Ciò appare, agli occhi delle due detenute, come una ulteriore vessazione, perché va contro le disposizioni dell'ordinamento penitenziario e le numerose circolari del Dipartimento sulla collocazione dei detenuti in base a criteri di omogeneità, al fine di evitare influenze nocive, ma anche possibili scontri date le posizioni politiche e culturali completamente contrastanti ed incompatibili.
"Dal primo giorno - si legge nel reclamo presentato da Caterina Calia, l'avvocata di Anna Beniamino - è stato chiaro come in tale istituto non vigessero le stesse regole che invece venivano applicate nelle sezioni AS2 di Latina e Rebibbia dove la predetta è stata ristretta per due anni e mezzo senza incorrere in un solo rapporto disciplinare".
Ma quali regole ci sono, tanto da incidere - come denuncia l'avvocata Calia - "su diritti fondamentali, quale quello alla salute e ad una detenzione dignitosa e rispettosa dei diritti delle persone private della libertà, finendo per svuotare di senso e contenuto i diritti che apparentemente vengono rispettati, quale quello dell'accesso all'aria o alla cosiddetta saletta della socialità"?
È consentito detenere in cella solo quattro libri e tre riviste oltre eventualmente a Corano o Bibbia; così com'è consentito un numero predeterminato di capi di biancheria e abbigliamento nonché di utensili per cucina nello stesso numero previsto per il 41 bis (una pentola, un bollilatte, un coperchio in lega leggera ed una padella) con conteggio bisettimanale degli stessi e confronto con l'elenco stilato all'ingresso. È vietato scambiare una maglietta, un libro o altri oggetti di modicissimo valore, tanto meno regalarli anche previa domandina. È vietato portare all'aria o nella saletta "socialità" qualsiasi oggetto all'infuori dell'acqua, del tabacco e dell'accendino: niente libri, carta, penna, asciugamani o tappetino (questi ultimi previsti addirittura dalla circolare Dap per i detenuti in 41 bis).
C'è il divieto di detenere la radiolina (peraltro acquistata dentro al carcere di Rebibbia) con modulazione di frequenza FM, ammessa invece in tutte le sezioni AS2 (come per il regime del 41 bis in cui è consentita solo la radio senza modulazione di frequenza). Vietato anche utilizzare lettori per Cd musicali, e quindi di ascoltare la musica che si vuole. Come se non bastasse c'è il divieto di acquistare una sveglia e con l'assenza di un orologio dentro la sezione, di fatto, c'è l'impossibilità di conoscere l'orario.
Ma le restrizioni non finiscono qui. C'è anche una forte presenza di controllo, molto invasiva. Una presenza fissa di due agenti anche quando si svolgono i colloqui con medico, infermiere o educatore. Vengono effettuate 15- 16 perquisizioni con metaldetector ogni giorno, ossia ogni qualvolta escono e rientrano in cella, anche nei casi in cui non c'è alcun contatto con le altre ristrette, ad esempio quando varcano di mezzo passo il cancello della cella per prelevare il vitto dal carrello alla presenza di due/tre agenti o quando, con le medesime modalità, vengono accompagnate in doccia.
E a tal proposito, l'accesso in doccia è consentito solo ad orario predeterminato, il quale combacia con la prima ora d'aria della mattina: le detenute sono così costrette a scegliere se fare l'ora d' aria o la doccia, non essendo consentito accedere all'aria 20 minuti dopo l'orario previsto. Anna e Silvia, come detto, sono in sciopero dalla fame dal 29 maggio per chiedere la fine di questo trattamento simile ai reclusi del 41 bis.
Che senso ha un trattamento del genere che è riservato addirittura nelle cosiddette aree riservate del 41 bis (più volte stigmatizzate dal garante nazionale delle persone private della libertà), quando, sulla carta, l'alta sicurezza non può significare diversità del trattamento penitenziario rispetto al resto della popolazione detenuta?
bergamonews.it, 20 giugno 2019
Nella mattinata di oggi, giovedì 20 giugno, una delegazione di attivisti politici di Radicali Bergamo e +Europa entrerà nella Casa circondariale della città per una visita ispettiva. In carcere per un giorno, sollevando l'attenzione su chi in carcere trascorre la vita. L'associazione Enzo Tortora - Radicali Milano, nel 36° anniversario dell'arresto del giornalista vittima del più noto errore giudiziario della storia italiana, organizza come ogni anno la visita degli istituti di pena lombardi, per verificare il rispetto dei diritti dei detenuti e delle norme costituzionali che impongono la finalità rieducativa della pena.
"Torniamo dopo un anno a visitare il carcere di Bergamo con l'obiettivo di ricordare Enzo Tortora, che proprio qui ha vissuto molta parte della sua detenzione, e di portare all'attenzione dei cittadini un tema drammatico e troppo spesso dimenticato", dice Grazia Coppola, segretaria dell'associazione Radicali Bergamo. "La visita inizierà dalla sezione femminile, che l'anno scorso non siamo riusciti a visitare. Avremo particolare attenzione per la sezione in cui sono detenuti i pazienti psichiatrici, in violazione di ogni requisito di legge e di umanità".
Al 31 maggio 2019 (dati Antigone) i detenuti presenti nel carcere di Bergamo erano 567 a fronte di una capienza prevista di 321. Il sovraffollamento carcerario tocca quindi il 176%, uno dei dati peggiori nel nostro Paese. Le donne presenti nella struttura sono 38, gli stranieri 295 (il 52%).
Nel corso dell'audizione in Consiglio regionale del 24 ottobre 2018, la direttrice Teresa Mazzotta aveva denunciato alcune carenze riguardanti il trattamento degli ospiti con problemi psichiatrici. In particolare, ha fatto sapere, manca una struttura che assicuri la presa in carico di queste persone una volta usciti dal carcere, non sono previsti progetti di recupero né un coordinamento terapeutico e organizzativo. Sono sotto organico, poi, sia il personale medico che quello di Polizia penitenziaria (221 agenti e ufficiali al posto dei 240 previsti).
"È per ricordare che nel nostro ordinamento vige il principio di non colpevolezza che ogni anno visitiamo le carceri ricordando Enzo Tortora, vittima di una vicenda processuale simbolo della più feroce macelleria giudiziaria - dice Michele Usuelli, consigliere di +Europa in regione Lombardia -. I diritti umani sono inalienabili, e come tali vanno garantiti ad imputati e condannati, innocenti e colpevoli, in nome di una giustizia che rifugge dall'essere vendicativa ma vuol essere solo giusta".
"Al 31 maggio le persone ristrette all'interno degli istituti penitenziari lombardi erano 8610 - aggiunge Alessia Minieri, responsabile carceri dei Radicali italiani - di cui 458 donne, a fronte di una capienza regolamentare di 6199 posti. Ci sono quindi 2.500 persone detenute illegittimamente e 1.207 persone private della propria libertà personale e ancora in attesa di giudizio. Sappiamo dall'esperienza che una parte rilevante di queste verrà assolta in quanto non colpevole".
umbriajournal.com, 20 giugno 2019
Diciotto giorni di sciopero della fame. Così Giovanni Di Lorenzo, detenuto del carcere di Terni, protesta contro il mancato trasferimento in un istituto penitenziario in Sicilia. Vuole stare più vicino alla famiglia. È quanto scrive oggi il Corriere dell'Umbria riportando alcune parti di una lettera scritta dallo stesso detenuto al giornale.
Di Lorenzo è dietro le sbarre da tre anni per il reato di associazione mafiosa. È dentro con il 416 bis - scrive il quotidiano e il suo regime carcerario prevede l'obbligo che sia detenuto lontano dai luoghi dove ha commesso i fatti. È stato arrestato in un blitz contro Cosa Nostra a Palermo.
"Ho tre figli - scrive nella lettera - di cui uno gravemente disabile e bisognoso di attenzioni paterne, magari anche occasionali. Tante volte ho chiesto udienza al direttore". "Tre lunghi anni in cui continuamente chiedo al Dap - scrive nella lettera Di Lorenzo - e alle autorità giudiziarie di poter essere tradotto in un qualsiasi carcere siciliano vicino alla mia famiglia, non potendo qui effettuare per la grande distanza alcun colloquio visivo: l'ultima volta ho potuto vedere i miei cari più di un anno fa, in occasione di una mia trasferta sotto scorta in Sicilia per alcuni dibattimenti processuali. Dalle autorità soprascritte non ricevo notizie positive, senza motivazioni convincenti".
"Posso aver sbagliato molto in passato le mie condotte illegali. Ma è giusto - si domanda Di Lorenzo - che dopo tanti anni di carcere non possa usufruire dei diritti costituzionali in quanto coniugato e padre? Nessuno gli risponde. Da qui la decisione di avviare lo sciopero della fame. "E andrò fino in fondo - conclude - anche a costo di morire, se le autorità competenti dovessero continuare a ignorare le mie giuste richieste".
di Giulia Mancini
La Repubblica, 20 giugno 2019
Professori di frontiera, quelli della Casa circondariale Bicocca di Catania, dove con tanta passione e poco supporto insegnano ai detenuti a tenere le mani in pasta e a cambiare vita. Suona la campanella e iniziano le lezioni, fino all'ultimo giorno di scuola, fino agli esami. Ogni mattina, in aula sui banchi studenti, che sono detenuti, e in cattedra professori, che arrivano dall'istituto alberghiero. Per anni varcano la soglia delle classi, lasciandosi il mondo esterno alle spalle, e osservano gli studenti crescere. "Il mio impegno di professore raggiunge il valore più alto quando fornisco ai miei studenti, non le nozioni, ma conoscenza e strumenti basilari che gli consentano in futuro di trarre soddisfazione da un lavoro onesto", racconta Giuseppe Messina, associato alla Federazione Italiana Cuochi, per anni ha insegnato nelle classi della Bicocca.
L'istituto di pena di alta sicurezza è associato al Karol Wojtyla di Catania, sotto la guida della preside Daniela Di Piazza, che presiede anche agli insegnamenti dell'istituto alberghiero con indirizzo enogastronomia. "Insegnavo in cucina, dove i pericoli erano potenzialmente a portata di mano eppure non mi sono mai sentito a rischio: si instaurava con gli studenti un rapporto di fiducia", nonostante l'indennità di servizio a rischio, riconosciuta per il lavoro, sia risibile. Della stessa opinione il coordinatore delle classi interne all'istituto di detenzione, il professor Mammano, che insegna Lettere: "Non si è mai verificato il benché minimo presupposto perché si verificasse una situazione di pericolo, gli studenti riconoscono il valore del lavoro di comunità e lo rispettano."
L'altra maturità: nelle aule del carcere, dove la cucina regala un futuro
Sono 39 gli studenti iscritti per l'anno scolastico che sta per chiudersi, spalmati sui cinque anni, alcuni impegnati negli esami di maturità. "Dopo il diploma prosegue la detenzione, tentando di sfruttare le competenze acquisite" per chi ha ancora pena da scontare, ma la prospettiva è quella di riabilitare attraverso l'insegnamento e fornire strumenti per prospettive di lavoro onesto. "Da piccolo mi piaceva tanto cucinare e oggi ritrovandomi rinchiuso in questa prigione voglio impegnarmi fino in fondo per sfruttare presto tutto quello che abbiamo imparato", racconta uno studente in un compito.
"È bellissimo cucinare con il sorriso sulla bocca e dopo il diploma aspetto la libertà, anche facendo tanti sacrifici per poter aprire un ristorante". Aspettare il futuro e sognare non è precluso, anzi è motivante. "La mia prospettiva in futuro è aprirmi un locale e lavorare insieme ai miei figli", scrive un altro studente. Non sono ragazzi in queste classi, sono adulti con un passato ingombrante e una famiglia al di là delle alte mura.
Fuori dai cancelli ci sono vite che aspettano, figli che crescono e mogli che faticano; ci sono pensieri scuri, incertezze e problemi. C'è tutta la differenza tra un ragazzo e un adulto privato della libertà: "Facciamo un lavoro di recupero delle vecchie nozioni, premiando lo sforzo e l'impegno, tenendo conto della scarsa concentrazione". Sono scuole diverse, ma pur sempre formative, accomunate da stille di conoscenza.
"Passo parecchio tempo chiuso in quattro mura, per me il tempo è il miglior artigiano del mondo: riesce a forgiare e modellare tutto, persino l'animo degli uomini. E come posso rifiutare un percorso di questo tipo che mi aiuta a passare le giornate, dove imparo tutto quello che non ho fatto da uomo libero?", si interroga un altro studente, dandosi la risposta nell'impegno che lo vede studiare. "Da professore - sottolinea Mammano - ho sperimentato il rispetto e la fiducia in quello che possiamo dare, e la meraviglia per cose che mai avrebbero potuto immaginare: gratitudine per la scoperta di quanto imparano".
Parole che non bastano a ripagare da un punto di vista finanziario, "ma sono le remunerazioni immateriali improvvise e spontanee a ripagarci", come l'entusiasmo e il piacere della conoscenza. Concorda anche l'ex professor Messina: "Nella mia esperienza posso aver temuto inizialmente, ma poi ho capito che in un clima di rispetto non avrei corso pericoli". Mammano, docente di oggi, racconta che "esco dall'aula e lascio il portafogli sulla cattedra, abbiamo instaurato un rapporto di rispetto reciproco".
Su questo sono concordi gli studenti: "I docenti sono molto di più di quello che rappresentano, sono persone che credono in noi; da parte loro non siamo visti come detenuti, ma come studenti che hanno voglia di recuperare e imparare. Nessuno studente è perduto se c'è un insegnante che crede il lui, io mi sento motivato grazie a loro".
E se il potere della detenzione passa per la rieducazione, se il recupero passa dal fornire strumenti di vita onesta, allora questi professori impegnati fra cattedra e cucina, ai fornelli in giacca bianca, sapranno di aver cucinato "il piatto migliore della vita, come quando ho saputo che un mio vecchio studente aveva cambiato vita e aperto un piccolo ristorante in Spagna", racconta il prof Messina, non senza commozione.
Redattore Sociale, 20 giugno 2019
Il progetto vuole offrire ai ragazzi delle scuole superiori e a quelli detenuti nel carcere del Pratello di Bologna un'esperienza formativa attiva basata sul faccia a faccia tra mondi differenti, lo scambio di pensieri e riflessioni su tematiche comuni. Sono 4 le scuole coinvolte finora. "Esperienza utile a tutti". Un'esperienza formativa attiva basata sul faccia a faccia tra mondi differenti: gli studenti delle scuole superiori dell'area metropolitana e i ragazzi detenuti nell'Istituto penale minorile di Bologna. È il progetto "Un passo verso gli altri" organizzato dall'Istituto penale minorile insieme al Centro per l'istruzione degli adulti di Bologna e la Città metropolitana.
Obiettivo? Mettere faccia a faccia mondi differenti, permettere lo scambio di pensieri e riflessioni su tematiche comuni ma anche consentire ai ragazzi coinvolti di lavorare su aspetti importanti del vivere nel mondo con gli altri, come il riconoscimento dell'alterità, una maggiore consapevolezza di sé e il rafforzamento della propria identità, e del vivere in un contesto sociale più ampio, contribuendo a promuovere il senso di cittadinanza attiva e l'educazione alla legalità.
"Il progetto fa parte dell'offerta formativa sia per gli studenti esterni sia per i ragazzi del Minorile, che frequentano la scuola o corsi di formazione dentro al Pratello", ha spiegato Alfonso Paggiarino, direttore dell'Ipm. Finora sono 4 le scuole che hanno aderito (Liceo Fermi e Istituto Aldini Valeriani Sirani di Bologna, Istituto Keynes di Castelmaggiore, Liceo Rambaldi Valeriani di Imola). Il progetto è a numero chiuso, coinvolge i ragazzi dell'Istituto minorile, "tutti e 20", ha affermato il direttore, e 6 gruppi da 25 studenti delle scuole superiori, di una stessa classe o di classi diverse.
"Libertà di, libertà da, libertà per" è la tematica stimolo proposta ai ragazzi coinvolti, intesa come possibilità di fare e pensare in autonomia, capacità di svincolarsi da condizionamenti esterni e pregiudizi e come strumento per scegliere e agire in modo positivo e propositivo verso se stessi e verso gli altri. "Non c'è nessun vincolo sui temi - ha spiegato Emilio Porcaro, dirigente scolastico del Cpia metropolitano che gestisce la scuola dentro l'Ipm - Verranno concordati con gli insegnanti, ogni scuola darà il proprio taglio e poi vedremo quello che emerge dal confronto".
Si parte domani 19 ottobre con la formazione iniziale per i referenti delle scuole insieme a insegnanti, educatori, direttore del carcere, polizia penitenziaria per fare capire come funziona la struttura carceraria. Poi sono previsti 3 momenti per ogni gruppo: un incontro preparatorio con gli educatori del Minorile a scuola, un incontro all'interno del carcere e un incontro di restituzione. E sono previste anche uscite dei ragazzi del Minorile, come ha sottolineato Paggiarino.
"Gli incontri si terranno tra gennaio e febbraio. A conclusione del percorso, a maggio 2018, sarà organizzato un torneo di calcio all'interno del Minorile aperto agli studenti delle scuole superiori che hanno partecipato al progetto. "Al centro di questo progetto c'è la scuola, quella in carcere e quella fuori - ha proseguito Porcaro - e prevede un dialogo tra i docenti che hanno esperienza di insegnamento in carcere e quelli esterni e tra studenti e ragazzi detenuti: è formazione tra pari".
"Questo progetto è una presa di contatto con la realtà che può essere utile a tutti, agli studenti, ai ragazzi detenuti, agli insegnanti e anche alla comunità per abbattere pregiudizi e imparare a gestire positivamente situazioni di difficoltà", ha detto Daniele Ruscigno, consigliere metropolitano con delega a Scuola, Istruzione, Formazione. "È un progetto prezioso e complesso il cui obiettivo è promuovere la cittadinanza attiva", ha detto Elisabetta Scalambra, consigliere metropolitano con delega a Sviluppo sociale.
Dello stesso avviso anche Giovanni Schiavone, dirigente dell'Ufficio scolastico regionale: "I ragazzi del Minorile prenderanno qualcosa da questo progetto, gli studenti daranno qualcosa alla vita quotidiana dei detenuti ma prenderanno anche molto dalla loro conoscenza - ha detto in occasione della conferenza stampa - I ragazzi del Pratello sono persone che vivono una situazione di disagio e che hanno bisogno di relazioni, e tutti noi possiamo fare qualcosa per far passare loro il periodo che vivono dentro il Minorile al meglio".
I vantaggi sono anche per gli insegnanti, "che acquisiscono competenze che non sapevano di avere, si mettono in gioco nelle relazioni umane, imparano a gestire i ragazzi turbolenti e poi possono riportare la loro esperienza a scuola, ai colleghi. È un progetto piccolo - ha aggiunto Schiavone - ma può dare risultati importantissimi. Ne vale proprio la pena".
ottopagine.it, 20 giugno 2019
Dopo l'incendio. Marcello: "Messo in campo tutti i provvedimenti di mia competenza". Il direttore del Carcere di Benevento, Gianfranco Marcello risponde alle accuse mosse dalla Cgil dopo l'incendio appiccato da un detenuto "ospite" nella Sezione Psichiatrica del carcere di Benevento. Il numero uno dell'istituto di pena sannita rimarca con fermezza di aver fatto tutto quello che poteva per cercare di risolvere la vicenda del detenuto psichiatrico che da giorni creava problemi. "In primis - spiega il dottore Marcello - è bene far comprendere a tutti che il reparto psichiatrico ospitato all'interno della struttura detentiva è gestito dall'Asl. Noi possiamo intervenire, e lo facciamo spesso, solo su richiesta dei sanitari e in caso di problemi di sicurezza".
Precisato questo "non per fare polemica ma semplicemente perché probabilmente non tutti sanno di questa cosa", il direttore del carcere risponde alla Cgil che aveva chiesto un intervento urgente della direzione per risolvere il problema. Soluzioni che, secondo la Cgil dovevano essere già messe in campo prima dell'incendio che ha provocato il ricovero in ospedale di alcuni agenti.
Ebbene il dottore Gianfranco Marcello precisa alla Cgil "che tutte i provvedimenti che potevo prendere sono stati messi in campo. Prima dell'episodio, infatti, il detenuto era stato sottoposto ad un Trattamento sanitario obbligatorio. Provvedimento adottato per farlo curare al meglio. Dopo poche ore dal ricovero al Rummo, però, il detenuto è stato dimesso e riaccompagnato in carcere. Non sono - precisa ancora Marcello - il direttore dell'ospedale, ma del carcere e certo non è stata mia la decisione di dimettere il paziente.
E a chi chiede un immediato trasferimento della persona in un'altra strututra detentiva, il direttore del carcere spiega: "Il detenuto può essere trasferito solo su indicazioni superiori con specifica destinazione dopo una serie di pareri psichiatri e del Dipartimento penitenziario. Per tutti questi motivi - conclude - tutto quello che potevamo fare come direzione lo abbiamo fatto".
La Nazione, 20 giugno 2019
In un cd, le 23 tracce realizzate dai ragazzi degli Istituti di pena fiorentini "Gozzini" e "Meucci". Una compilation di 23 tracce realizzate dai detenuti nel carcere 'Mario Gozzini' e nell'Istituto penale per minorenni "Gian Paolo Meucci" di Firenze, che utilizza il rap come strumento educativo, di integrazione e per combattere pregiudizi morali: è "Vorrei. Potrei. Andrei", l'ultimo prodotto musicale del progetto Sbarre Mic Check. Un disco crudo, senza filtri o edulcorazioni di sorta ma, allo stesso tempo, vero, trasparente, diretto, una riflessione pubblica su quello che succede dentro il carcere, di cui spesso si ignorano dinamiche e problematiche. Tutti i testi sono stati scritti e interpretati dai ragazzi dei due istituti penitenziari; tra gli ospiti del disco il celebre rapper Inoki.
Duplice sarà la presentazione del disco, venerdì 21 giugno il primo appuntamento per la Festa in musica in occasione del Solstizio d'Estate all'interno dell'Istituto Gozzini, alla presenza di testimonial di rilievo come Cecco & Cipo, e il rapper di origini egiziane Amir.
Il secondo appuntamento sarà venerdì 28 giugno all'Utopiko (via Fabrizio De Andrè, dalle ore 19, ingresso libero), in una serata di musica che vedrà la presenza di esponenti della scena rap locale e nazionale. In questa occasione, sarà presentato anche il cd di Fen.Ics, ragazza di origini italo-siriane - che sarà presente all'evento - il cui disco di esordio "R-evolution" è stato realizzato grazie al contributo dell'assessorato alle politiche giovanili del Comune di Firenze.
La religione, il senso di colpa, la mancanza di casa, la voglia di ricominciare: tutti questi temi compaiono in "Vorrei. Potrei. Andrei", tenuti insieme dal collante stilistico del rap, qui utilizzato come chiave di comunicazione, integrazione e di libertà, sia verbale che mentale, in un contenuto linguistico che comprende italiano, arabo, spagnolo e inglese.
"Crediamo molto nel rap come mezzo per fare raccontare ai ragazzi la propria vita - ha sottolineato l'assessore comunale alle politiche giovanili Cosimo Guccione - il carcere deve essere soprattutto un momento di educazione e rieducazione alla vita e il rap, in questo senso, è un linguaggio che funziona molto bene. Sappiamo come la musica sia maieutica, aiuti a tirar fuori le emozioni positive e negative".
di Simona Musco
Il Dubbio, 20 giugno 2019
La relazione della garante per l'infanzia Albano. Una parola d'ordine: responsabilità. E un invito alle istituzioni: non lasciamo i bambini da soli. Sono solo alcuni corollari delle richieste del Garante per l'Infanzia e l'adolescenza Filomena Albano, che ieri ha presentato a Montecitorio la relazione annuale dell'Autorità, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Presidente della Camera Roberto Fico.
Una relazione che contiene proposte ma che rappresenta, soprattutto, una panoramica del sistema infanzia. Che non ha funzionato, ha denunciato Albano, come provano i casi di violenza sui minori, il proliferare di baby gang, servizi disomogenei tra regione e regione e la discriminazione dei minori stranieri. Ai quali - questo l'invito di Fico - vanno garantiti gli stessi diritti e opportunità di integrazione.
Le richieste puntano ad un sistema di tutela per prevenire le violenze, ma anche più servizi e formazione. Richieste reiterate nel tempo, a volte ignorate, e che, dall'altra parte, si traducono in azioni attive da parte dell'autorità, anche attraverso le convenzioni stipulate con altri enti - tra i quali il Cnf, presente ieri nella persona del presidente Andrea Mascherin - per promuovere la tutela delle persone di minore età. In Italia ci sono nove milioni e 800mila minori, dei quali uno su otto vive in condizioni di povertà assoluta.
Bambini che la Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza ha trasformato "da oggetto di protezione a soggetti titolari di diritti". Ma ciò non può tradursi in una rinuncia, da parte dei genitori, al ruolo di guida. Quella di Albano non è stata un'analisi asettica, ma un approfondimento sociologico, partendo proprio dal punto di vista dei bambini.
Ed è da una loro frase - il voler salire sulle spalle degli adulti per osservare il mondo da quel punto di vista - che è partita. Albano ha richiamato le istituzioni ad assumersi le proprie responsabilità sul tema dei figli di persone in carcere, per i quali è stata pensata la "Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti".
La sua applicazione ha prodotto un aumento del numero delle visite dei figli ai genitori reclusi, passate dalle 38.701 del 2016 alle 47.846 del 2018. L'obiettivo, ora, è "portare fuori dalle carceri i bambini: i 55 figli di detenute che ancora ad aprile vivevano dietro le sbarre insieme alle madri sono sempre troppi - ha spiegato - Sono invece pochi i cinque istituti a custodia attenuata e le due case famiglia protette". La carta prevede il libero accesso alle aree all'aperto, ai nidi, alle scuole, con programmi di sostegno alla genitorialità, su cui occorre investire, per evitare eventi drammatici.
Ci sono poi gli orfani di crimini domestici, ai quali è dedicata la legge 4/ 2018. Ferma al palo, a distanza di un anno e mezzo, perché "mancano il regolamento e il decreto ministeriale, presupposto per rendere effettive molte delle misure previste dalla legge", lacuna più volte segnalata. Ma le forme di violenza sono diverse. E nel 2019 sono ancora troppi i bambini che muoiono per mano di chi ha il compito di proteggerli.
Una prova che il sistema non ha funzionato e che è necessario investire nel sostegno alla genitorialità fragile, con misure come l'home visiting e una banca data analisi sulla violenza ai danni dell'infanzia. E bisogna recuperare un'idea di cittadinanza solidale, in cui ognuno sia sentinella e garante del benessere dei bambini.
Ma servono anche più mense e asili nido, con standard minimi uguali per tutti, ha evidenziato Albano, nonché percorsi di recupero per i ragazzi con problemi con la giustizia, puntando sulla mediazione penale, una forma di giustizia riparativa, attraverso uno spazio di incontro tra minore autore di reato e vittima, che consenta a entrambe le parti di rielaborare quanto accaduto, accessibile anche ai ragazzi minori di 14 anni.
Il presidente della Camera, nel suo discorso introduttivo, ha invece ricordato che i diritti dei minori sono diritti di tutti, "a prescindere dalla loro origine nazionale, etnica o sociale. Oggi - ha aggiunto - sette minori stranieri su 10 sono nati nel nostro Paese. A loro bisogna assicurare piena integrazione nella nostra società e il godimento di tutti i diritti".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 20 giugno 2019
I dati del Global Trends 2018 dell'Unhcr: in 20 anni raddoppiati rifugiati, richiedenti asilo e sfollati. Quasi tutti si trovano in un Paese povero. Ci sono le chiacchiere e poi ci sono i numeri. Come quelli resi pubblici ieri dall'Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) nel rapporto Global Trends 2018: una mappatura globale dei flussi di uomini, donne e bambini costretti ad abbandonare i luoghi di origine, presentata ogni anno alla vigilia della giornata mondiale del rifugiato che si celebra oggi.
I numeri relativi al 2018 dicono che ormai le persone in fuga sono 70,8 milioni (stima per difetto): il doppio di 20 anni fa e 2,3 milioni in più rispetto ai dodici mesi precedenti. "La situazione non vede alcuna inversione di tendenza - spiega Carlotta Sami, portavoce Unhcr per il Sud Europa - È la dimostrazione che le politiche globali basate su esclusione e odio, tradotti in muri e fili spinati, non funzionano".
Il paradosso è che le persone scappano da persecuzioni, guerre, violazioni dei diritti umani e cambiamenti climatici prodotti dalle strategie economico-politiche dei grandi della terra, gli stessi che alimentano allarme sociale e guadagnano consenso sulle presunte invasioni e le speculari chiusure dei confini. I miti su cui si basano questi discorsi, però, sono falsi. Lo dimostra in quattro punti Roland Schilling, rappresentante regionale Unhcr per il Sud Europa.
Punto uno: la maggioranza delle persone in fuga rimangono all'interno del loro paese, senza varcare alcuna frontiera internazionale. Sono i 41,3 milioni di sfollati interni, il 58,57% del totale. Si tratta del gruppo principale che compone la cifra di 70,8 milioni. Gli altri due sono i richiedenti asilo e i rifugiati veri e propri. Durante lo scorso anno le persone in attesa dell'esito della domanda d'asilo erano 3,5 milioni, mentre quelle che hanno avuto responso positivo 25,9 milioni. Tra questi sono compresi i 5,5 milioni di rifugiati palestinesi.
Punto due: le destinazioni principali di chi è costretto a lasciare la propria casa sono gli stati confinanti. Quattro su cinque vivono in paesi adiacenti a quello di origine. Così gli stati che occupano le prime tre posizioni della classifica per numero di rifugiati in termini assoluti (Turchia 3,7 milioni; Pakistan 1,4 milioni; Uganda 1,2 milioni) confinano con i primi tre da cui le persone scappano (Siria 6,7 milioni; Afghanistan 2,7 milioni; Sud Sudan 2,3 milioni).
Punto tre: la direttrice migratoria principale è poor to poor, da paesi poveri a paesi poveri, nell'83% dei casi. In media gli stati ad alto reddito accolgono 2,7 persone ogni mille abitanti, quelli a reddito medio o medio-basso più del doppio, 5,8. Lo scorso anno solo il 16% dei rifugiati sono stati accolti in paesi di regioni sviluppate.
Punto quattro: i minori rappresentano il 50% del totale delle persone in fuga. Nel 2018, almeno 138 mila tra loro vivevano soli o senza famiglia. Unico rappresentante del governo italiano presente alla conferenza stampa di presentazione del rapporto è stato Luigi Maria Vignali. Il direttore generale per gli italiani all'estero e le politiche migratorie del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale ha sostanzialmente ribadito la strategia dell'esecutivo rispetto alla Libia, da cui l'Unhcr chiede di evacuare immediatamente almeno 4 mila migranti, e tenuto a sottolineare l'aumento delle richieste d'asilo di cittadini venezuelani. Nel 2018 sono state quasi 342 mila. Dal ministero dell'Interno, nonostante l'invito, non si è presentato nessuno.
Se restano completamente assenti dall'orizzonte politico globale strategie strutturali per cambiare di segno al drammatico fenomeno della fuga delle persone, anche gli interventi per trovare soluzioni a chi è costretto ad abbandonare il luogo di origine incontrano ostacoli e difficoltà. E non tengono il passo della tendenza complessiva. Questi interventi sono di tre tipi: rientro volontario, integrazione nella comunità di accoglienza o reinsediamento in un paese terzo. Nel 2018 poco meno di 594 mila rifugiati sono tornati a casa, solo 92 mila e 400 sono stati reinsediati (meno del 7% di quelli in attesa), mentre 62 mila e 600 hanno acquisito una nuova cittadinanza.
In questo quadro fosco le uniche tinte positive vengono da un sempre maggiore impegno della società civile e di nuovi attori. "Dobbiamo ripartire da questi esempi ed esprimere solidarietà ancora maggiore nei confronti delle diverse migliaia di persone innocenti costrette ogni giorno ad abbandonare le proprie case", ha dichiarato Filippo Grandi, Alto commissario delle nazioni unite per i rifugiati.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 20 giugno 2019
"Fateci scendere". Cinquanta città tedesche disponibili ad accogliere i 43 naufraghi respinti dall'Italia. Ma Bruxelles tace. L'Onu: non devono tornare in Libia. Salvini: ricevo molti complimenti per la linea dura. In Italia tornano i dublinanti, i migranti arrivati da noi e rimandati indietro dalla Germania e dalla Francia. Ieri all'alba sono approdati 15 algerini sulle coste del Sulcis, in due differenti barchini. Altri 45 sono arrivati sotto costa a Lampedusa, portati poi a terra dalle motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza. Gli unici che non possono sbarcare sono i 43 a bordo della Sea Watch 3 (sei le donne e tre i minori non accompagnati), salvati il 12 giugno al largo della Libia e bloccati a 16 miglia dalle acque territoriali dal decreto Sicurezza bis.
La capitana della nave della Ong tedesca, Carola Rackete, ieri ha raccontato via social: "Da venerdì siamo difronte a Lampedusa. Il ministro dell'Interno italiano ha emanato un nuovo decreto, in contrasto con la Legge del Mare. Le persone sono sempre più preoccupate del loro futuro. Inoltre, il rollio della nave è costante, ogni giorno. Ci sono problemi di disidratazione e problemi igienici. Abbiamo immediatamente necessità di sbarcare queste persone in sicurezza, il prima possibile". Le condizioni psicologiche sono poi peggiorate da quando, sabato, hanno visto sbarcare dieci di loro per motivi sanitari, mentre non si intravede soluzione per chi è ancora bloccato sul ponte della nave.
Più di 50 comuni tedeschi si sono detti disponibili a ospitare i 43 naufraghi ma la trattativa è bloccata a Bruxelles. Il membri del forum Lampedusa solidale da ieri sera hanno cominciato a dormire sul sagrato della parrocchia di San Gerlando "fino a quando i naufraghi non verranno fatti scendere in un porto sicuro, come è giusto che sia". L'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, Filomena Albano, ha ricordato al governo: "Ai minori che si trovano in mare aperto bisogna garantire un punto di approdo sicuro. È quanto stabilisce una dichiarazione promossa dalla rete europea dei Garanti per l'infanzia, di cui fa parte anche l'Italia".
Il ministro Danilo Toninelli, insieme alla ministra della Difesa Elisabetta Trenta, ha sottoscritto il divieto di ingresso alla Sea Watch 3, disposto dal Viminale. Ieri ha ribadito: "Per chi viola le regole i porti rimangono chiusi al 100%. La Sea Watch aveva ricevuto da parte della guardia costiera libica il segnale di coordinamento delle operazioni. Purtroppo hanno deciso di voltarsi dall'altra. Di conseguenza non possono approdare". È Salvini il più scatenato: "Ricevo molti complimenti nel mondo per la linea seria sull'immigrazione. A me il rifugiato vero non pone alcun problema, i fuorilegge sì". E ancora: "Un saluto all'equipaggio della Sea Watch, in Italia non si arriva. Se ne fregano delle leggi e anche delle vite perché sono da giorni nel Mediterraneo: sarebbero arrivati in Tunisia o in Olanda (stato di bandiera della nave, ndr), in Italia no".
La propaganda del governo va a sbattere contro le organizzazioni Onu. "Le persone a bordo della Sea Watch non dovevano e non potevano essere rimandate in Libia - ha spiegato ieri Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr -. Non è un porto sicuro, c'è la guerra". Sami ha chiesto lo sbarco immediato dei migranti, tra i quali anche un bambino di soli 12 anni: "Sono fuggiti dalle torture, dagli abusi, necessitano di immediata assistenza e devono poter fare domanda d'asilo", ha concluso. Anche l'Oim ha chiesto che venga "garantito quanto prima un luogo di sbarco sicuro" per i migranti soccorsi dalla nave Sea Watch 3. La Ong si era rivolta al Tar per far sospendere l'applicazione del decreto Sicurezza bis ma il Tar ha dato torno ai volontari. Ieri però l'Ong ha replicato: "Il Tar, affermando che tutte le persone vulnerabili siano state già fatte sbarcare, non considera evidentemente come vulnerabili né i minori né i naufraghi che fuggono dalla guerra libica e dalle torture già subite in quel paese. Il Tar non accenna mai, inoltre, al diritto del mare, che impone l'obbligo di sbarcare i naufraghi nel porto sicuro, più vicino".
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