di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 agosto 2019
Proposta di legge di Antigone per migliorare le condizioni di vita. Salgono le morti in carcere e aumentano i tentativi di suicidi sventati grazie alla professionalità degli agenti penitenziari. A volte anche in contemporanea come è accaduto due giorni fa al carcere sardo di Uta, quando un detenuto e una detenuta, stavano cercando di impiccarsi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 3 agosto 2019
Intervista a Jacopo Morrone, Sottosegretario alla giustizia. "Non siano lontani. Non siamo così diversi, sulla giustizia. Lo dimostrano i fatti. Gli obiettivi che sono condivisi: innanzitutto dare rigore e credibilità al sistema. Nessuno di noi ha voglia d'incrociare l'espressione sconcertata dei parenti di vittime i cui carnefici se ne vanno tranquillamente in piazza".
di Roberta Cristofori
Il Manifesto, 3 agosto 2019
"Le parole hanno un peso se sono seguite dalle azioni e l'anno scorso qui mi ero impegnato ad avviare un percorso fatto di azioni e di fatti". Era il 2 agosto di un anno fa quando il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede incontrava per la prima volta nella sala del Consiglio comunale di Bologna i familiari delle vittime delle stragi e del terrorismo.
di Stefano Zurlo
Il Giornale, 3 agosto 2019
È un minestrone che spiazza un po' tutti. "L'avesse fatta ai suoi tempi Berlusconi, oggi noi magistrati saremmo in sciopero contro questa riforma - spiega Fabio Roia, voce storica di Unicost e ora presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano. Ma oggi siamo in crisi e dopo il disastro Palamara la reattività della categoria è bassissima".
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 3 agosto 2019
Una ricerca choc sulle denunce per abusi sessuali su minori. La giustizia italiana sembra muoversi attraverso una gigantesca caccia alle streghe, che costringe centinaia di adulti a subire una gogna lunga e infamante prima di essere dichiarati innocenti e che contribuisce a distruggere intere famiglie.
Che il caso di Bibbiano e gli scandali precedenti (dai "Diavoli della Bassa modenese" a Rignano Flaminio) rappresentino solo la punta dell'iceberg di un fenomeno diffuso e inquietante è confermato dai risultati - mai resi pubblici prima d'ora, ma che il Foglio è in grado di rivelare - di uno studio realizzato nel 2014 dall'Unione Camere Penali Italiane e dall'Università di Padova, sotto il coordinamento di Giuseppe Sartori, professore ordinario di Neuropsicologia Forense, tra i massimi esperti in tema di prova neuro-scientifica.
La ricerca esamina, per la prima volta in Italia, i destini di 465 processi per abusi sessuali su minori tramite la ricostruzione degli avvocati che hanno seguito i casi. Nella fase delle indagini sembra dominare una presunzione di colpevolezza assoluta nei confronti degli adulti accusati di abusi: nell'86,76 per cento dei casi il Pm chiede il rinvio a giudizio, poi confermato dal Gup il 94,87 per cento delle volte.
Addirittura in un caso su due, però, le accuse finiscono per non reggere al giudizio, che tuttavia arriva solo molti anni dopo. Un imputato su quattro (il 24,80 per cento) risulta assolto in primo grado, nella stragrande maggioranza dei casi (63,54 per cento) "perché il fatto non sussiste" e in misura minore (27,08 per cento) "per non aver commesso il fatto".
Più di una sentenza di condanna su tre (35 per cento) viene riformata in appello, in maniera parziale o con l'assoluzione dell'imputato, trovando una sostanziale conferma nel giudizio di legittimità in Cassazione. Il risultato è che un imputato su due viene quindi processato ingiustamente. Come è possibile tutto ciò? La ricerca ci aiuta a rintracciare delle possibili risposte. Quasi la metà dei procedimenti per violenza su minore intra-familiare (48,43 per cento) avviene mentre sono in corso procedimenti civili di separazione odi divorzio o procedimenti avanti il Tribunale per i minori.
Ma c'è anche un altro dato che contribuisce a spiegare questa deriva giustizialista, e che chiama in causa l'operato dei giudici. Nella maggioranza dei casi (53,39 per cento), i giudici decidono di non effettuare alcuna perizia sull'idoneità a rendere testimonianza del minore, anche se questi è di tenerissima età. A farla da padrone, così, sono i consulenti nominati dalle parti, in particolare dai pm, che spesso nell'ascoltare il minore adottano approcci lontani dai parametri scientifici delle linee guida nazionali, col rischio di condizionare i ricordi del bambino e far emergere abusi che poi si scopre essere inesistenti.
"Se durante l'esame del minore si fanno domande suggestive si compromette l'accuratezza del ricordo del testimone", spiega al Foglio Giuseppe Sartori. Eppure i magistrati italiani non sembrano essere consapevoli del rischio di condizionamento del minore.
In un'inchiesta pubblicata lo scorso 24 luglio, abbiamo svelato come il Consiglio superiore della magistratura e la Scuola superiore della magistratura abbiano promosso per diversi anni corsi di formazione per i magistrati incentrati sulle idee del Cismai e tenuti pure da Claudio Foti, lo psicoterapeuta (laureato in lettere) al centro dell'inchiesta di Bibbiano. In questi incontri di studio ai magistrati è stato persino spiegato, contro ogni evidenza scientifica, che le domande suggestive non hanno il potere di costruire un falso ricordo se l'abuso, in qualche modo, non è già presente nella memoria del minore.
Secondo Sartori, "i veri esperti di studi scientifici sulla memoria del testimone dovrebbero essere i magistrati e gli avvocati i quali sono chiamati a valutare ogni giorno la qualità di quello che viene riferito dal minore testimone. Il testimone non è un videoregistratore e conoscere quello che interferisce sulla accuratezza del suo ricordo è importante per una valutazione ponderata. La conoscenza dei dati scientifici permetterebbe anche di esaminare efficacemente gli esperti che introducono nel processo una 'pseudoscienza"'.
Se una percentuale altissima di indagati e imputati per abusi su minori risulta poi essere innocente, restano sul campo le infinite sofferenze umane causate dalle vicende giudiziarie. "Nel nostro mondo si dice che l'indagine è già di per se la pena - nota Sartori - L'indagato innocente, assieme al minore coinvolto, entra in un tunnel personale ed economico dal quale ne esce distrutto con costi anche economici elevatissimi".
di Angela Azzaro
Il Dubbio, 3 agosto 2019
Intervista al dem Scalfarotto dopo le polemiche per la visita a i due indagati per l'omicidio del carabiniere. Il deputato Pd Ivan Scalfarotto ribatte alle accuse mosse anche dal suo partito per avere fatto un'ispezione nel carcere dove sono detenuti i due americani accusati dell'omicidio del carabiniere. "Non dobbiamo inseguire la Lega rinunciando ai nostri valori".
"Le offese contro di me per essere andato a Regina Coeli sono un chiaro tentativo di intimidazione. Ma invece che spaventarmi mi hanno reso ancora più forte rispetto al mio obiettivo".
di Carlo Bertini
La Stampa, 3 agosto 2019
Emanuele Fiano, il gesto di Scalfarotto, andato in carcere a visitare i due detenuti americani, ha provocato reazioni dure sui social. Doveva prevederlo ed evitare?
"Intanto prendo totalmente le distanze dalla marea di fango che si è riversata su Ivan. Che ha preso una decisione con propositi buoni. Ma gli effetti in termini di percezione sono stati negativi. Tanto che avrebbe potuto soprassedere o esercitare le sue prerogative andando in carcere senza darne pubblicità".
Magari poteva andarci senza dirlo, in sostanza...
"L'Italia è stata attraversata da un'onda emozionale per la giovane età del carabiniere, della moglie e del loro matrimonio, per l'efferatezza del delitto e perla totale apparente insensibilità dell'assassino e del suo complice. Un'onda di condivisione del dolore e del comune sentire. Qualcuno nelle prime ore ha voluto sfruttare politicamente l'episodio parlando dei clandestini e degli immigrati. E dopo questa emozione si era entrati nell'alveo della commozione nazionale per questo funerale e per la figura dignitosa della vedova. Di fronte a tutto ciò abbiamo fatto bene a respingere le strumentalizzazioni e a far sentire la nostra congiunzione col sentimento nazionale. Invece la mossa di Ivan ci ha fatto apparire da un punto di vista comunicativo come un partito che si interessava di più a chi ha spezzato queste vite".
La questione di opportunità politica solleva però un tema più largo: accarezzare i sentimenti popolari può aiutare l'identità di un partito come il Pd? Lei che pensa?
"C'è una profonda differenza tra popolare e populista. Populista vuol dire divinizzare il popolo: considerare che invece di ragionare sul principio di giustizia, qualunque cosa decida come la scelta tra Cristo o Barabba, sia giusta. Io non penso questo. Ma si devono fare delle volte ragionamenti di sintonia, entro certi registri culturali. La pena di morte è ingiusta anche se il popolo la votasse a maggioranza. Ma c'è un problema di distacco della sinistra dal sentimento popolare. Il che non vuol dire lisciare il pelo al popolo. Io ho sentito nelle chat e nelle feste dell'Unità voci critiche verso questa scelta di Ivan. Ho deciso di prendere le distanze quando ho visto un post della Cgil della polizia. In cui si diceva "abbiamo condiviso tutte le battaglie per i diritti civili di Scalfarotto ma questa volta ha sbagliato". Lì ho percepito che il suo proposito giusto aveva sortito un effetto diverso".
Beh la pioggia di critiche del Pd su Scalfarotto ha dato un po' la sensazione che la questione di opportunità politica fosse predominante su qualsiasi altra valutazione...
"Io ho la coscienza a posto, non c'è giorno in cui non faccia una battaglia frontale contro il leghismo e i suoi derivati. A proposito di quella frase dei poliziotti al videomaker, pronunciata dopo aver visto i suoi documenti - adesso sappiamo dove abiti - o del linguaggio di Salvini, dico senza mezzi termini che ci sono elementi di prefascismo e pre-totalitarismo. Ma per questo penso che bisogna stare attenti ad ogni nostra mossa".
Il Pd sembra a volte però un partito allo sbando. Avete fatto bene ad esempio a votare no al taglio dei parlamentari?
"Beh ci siamo posti il dilemma e abbiamo valutato che una riforma fatta così provocherà solo sfaceli. Io la domanda sul rapporto tra autonomia decisionale in rispetto della nostra identità e sentimento popolare me la faccio ogni giorno. Ma a volte bisogna assumere scelte collimanti col sentimento popolare".
di Carlo Bertini
La Stampa, 3 agosto 2019
Roberto Giachetti, lei che passa da anni il ferragosto con detenuti d'ogni sorta, per reati anche efferati, come mai non è andato a Regina Coeli dove sono rinchiusi i due americani coinvolti nell'omicidio del carabiniere?
"Ci sarei andato anche io, ma ci sono stato un mese fa in quel carcere e poi non potevo. Da anni, decine di volte l'anno, passo ore nelle carceri italiane per verificare le condizioni in cui vivono non solo i detenuti, tutti i detenuti, ma anche il personale di custodia, i volontari e i medici: faccio visite in cui incontro anche detenuti imputati di pluriomicidi, come quelli al 41bis che hanno fatto stragi e che hanno accumulato secoli di galera. Ma certamente ci ritornerò".
Le critiche piovute sul collega Scalfarotto muovono dalla considerazione di scarsa opportunità politica del suo gesto. Non ritiene vi sia un problema del genere?
"La trovo una cosa aberrante. Quando ho visto la presa di distanze di Zingaretti sono rimasto basito. Sostenere che uno non debba esercitare la nostra prerogativa perché inopportuno politicamente è una follia. Per verificare le condizioni nelle carceri non ci sono momenti meno opportuni. Paradossalmente diventa più opportuno quanto più la questione è impopolare".
Quindi ha sbagliato il segretario Pd a scaricare Scalfarotto?
"Un partito che si chiama democratico avrebbe dovuto rivendicare il gesto in quanto figlio di una cultura giuridica radicata negli anni che non può essere calibrata sulla base della popolarità di una decisione del genere. Ci sono principi democratici figli della storia di questo Paese, da Beccaria a Pannella, e trovo singolare che per paura di essere impopolari si possano prendere le distanze. Qual è l'identità del Pd se non quella di difendere determinati valori e prerogative anche quando sono impopolari?".
Scalfarotto dice che la sua ispezione era una verifica della tenuta dello stato democratico. Con l'opinione pubblica così scossa, dopo quei funerali così partecipati, sarebbe stato il caso di posticipare questa visita, per non dare l'impressione di una messa in dubbio del nostro stato di diritto?
"Scalfarotto è entrato in una galera dove si consuma, come in ogni carcere italiano, lo strame di diritti di decine di migliaia di detenuti: e non lo dico io ma la Cedu. Le galere sono fatiscenti e i detenuti vivono come bestie. E questo non è proprio di uno stato di diritto. Scalfarotto non ha portato solidarietà ad un presunto assassino, questo è stravolgere la realtà".
La questione, in sé molto delicata, solleva però un tema più largo: accarezzare le pulsioni popolari magari non porta consensi ad un partito come il Pd, ma snobbare il sentimento popolare nemmeno. Lei che ne pensa?
"Che il sentimento popolare vada indirizzato in funzione dei principi e valori che intendiamo marcare. Il decadimento della politica sta pure nel fatto che invece di indicare una strada e provare a cogliere il consenso, la politica, quando va bene è timida nella difesa dei valori; e quando va male se li mette sotto le scarpe per ottenere il consenso. Chi critica Ivan mette il consenso davanti la difesa di valori e principi che sono nel nostro dna".
ilgiunco.net, 3 agosto 2019
È stato riattivato, dopo un periodo di sospensione, il progetto che vede protagonisti la Asl Toscana sud est, la direzione della casa circondariale di Grosseto e le associazioni Club alcologici territoriali (Acat) Grosseto Green e Grosseto Nord, a sostegno della salute dei detenuti con problemi alcol-correlati. Il progetto, nato nel 2015, è stato strutturato come rete di ascolto e di assistenza per i detenuti con l'obiettivo di aiutarli nella gestione dei problemi relativi all'uso di alcol e fornire loro gli strumenti per mantenere l'equilibrio raggiunto anche nella fase post carcere.
Il programma di recupero prevede l'organizzazione di un club alcologico all'interno della struttura di via Saffi, a cui i detenuti possono aderire per partecipare a incontri periodici con gli operatori. Gli incontri sono condotti da un "servitore-insegnate", volontario esperto dell'Acat, insieme alla collaborazione dei professionisti del Serd e degli educatori della Casa Circondariale.
Nel programma i detenuti sono seguiti dai professionisti dell'Unità Funzionale Dipendenze Area grossetana (Serd), diretta dal dottor Fabio Falorni. In particolare, il coordinamento é affidato alla psicologa Paola Bovo, responsabile del Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale Alcol della Asl, che insieme ad altri operatori sanitari e all'assistente sociale si dedicano alla realizzazione del progetto, partendo dalla prima fase di valutazione dei problemi legati all'abuso di alcool, avviata su richiesta del detenuto stesso o su segnalazione di sanitari o educatori che lavorano direttamente nella struttura.
"Le nostre azioni sono orientate a riconoscere subito i detenuti che manifestano problemi da alcol - spiegano gli operatori Asl - attraverso l'incremento dell'attenzione di chi sta costantemente a contatto con loro. Nel percorso che facciamo insieme, cerchiamo di affinare sempre di più gli strumenti di lavoro per la soluzione dei problemi legati agli alcolici, offrendo loro una rete di supporto al cambiamento e a nuovi stili di vita senza il consumo di bevande alcoliche".
"Chi ha problemi alcol-correlati si trova in una situazione di difficoltà fisica e psicologica. - spiega Falorni - Riuscire a uscire da queste criticità necessità molto impegno e ancora di più in situazioni particolari come la detenzione. Per questo il progetto si pone il duplice obiettivo di aiutare queste persone a smettere con l'uso di alcol, sensibilizzandole anche a corretti stili di vita in generale, e quello di rappresentare un ponte che li prepara gradualmente e li accompagna verso il rientro nella comunità, in linea con il principio di continuità della presa in cura del paziente".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 agosto 2019
Ha anche un tumore e aspetta tac e terapia. Ha una fibrosi polmonare conclamata che da un anno doveva essere, invano, curata tramite cicli di terapia e come se non bastasse, recentemente, gli hanno diagnosticato un tumore alla prostata: da due mesi aspetta una tac per capire come curarlo, onde evitare anche le metastasi.
È l'incubo nel quale sta vivendo l'ergastolano ostativo Mario Trudu, recluso nel carcere sardo di Oristano. La sua storia è stata narrata su queste stesse pagine de Il Dubbio, quando il suo legale Monica Murru aveva inviato un'istanza per chiedere l'incompatibilità con il carcere. Rigettata, ma con l'ordine di curarlo adeguatamente, oppure trasferirlo in un luogo idoneo per eseguire la terapia.
Niente da fare. Oltre a rimanere in carcere, teoricamente incompatibile con le sue gravi patologie, non è tuttora sottoposto alle giuste cure e, tramite una nuova perizia disposta dall'avvocata, si è scoperto che si sono ulteriormente aggravate. Trudu vive così, nel limbo, senza conoscere lo stato di gravità del suo tumore e con l'aggravarsi dell'altra sua patologia priva di cure come ordinato dal tribunale di Sorveglianza. Per questo motivo, alla luce dell'intensificarsi della patologia a causa delle mancate cure e l'insorgenza di un tumore, l'avvocata Monica Murru ha inoltrato un'altra istanza dove si insiste nella concessione del beneficio richiesto della detenzione domiciliare che, in ipotesi di accoglimento, verrebbe goduto presso l'abitazione della sorella. Però il tempo passa, il tribunale di Sorveglianza ancora non ha fissato l'udienza e Mario Trudu non viene curato.
L'avvocata Murru e Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", hanno lanciato un appello pubblico per chiedere anche l'intervento del Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma. "È forse opportuno ricordare che Mario Trudu - osservano - ha 69 e si trova in carcere da 40 anni. Le sue condizioni di salute sono precarie e appaiono incompatibili con il regime detentivo. La fibrosi polmonare è una complicazione che può portare alla mortalità. Il tumore prostatico non si ferma in attesa che qualcuno si prende la briga di avviare una cura adeguata. È noto, del resto, che un detenuto ha diritto di accedere alle strutture private convenzionate per gli accertamenti diagnostici e le cure".
Sottolineano Caligaris e Murru, facendosi interpreti delle preoccupazioni dei familiari: "Ci domandiamo perché non vengano rispettati principi e norme che non solo la Costituzione e la legge sull'ordinamento penitenziario ma anche le recenti sentenze della Cassazione e perfino le circolari del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria rimarcano con chiarezza in merito alla salute in cattività". L'appello prosegue ribadendo che "l'ergastolo ostativo non contempla l'esclusione del diritto alla salute che deve essere garantito a tutte le persone private della libertà in quanto diritto e valore umano".
Concludono infine Caligaris e l'avvocata Murru: "Rivolgiamo quindi un appello al Garante nazionale Mauro Palma affinché valuti l'urgenza di far rispettare le norme vigenti. Si tratta di procedere celermente alla diagnostica e a un ricovero in un Ospedale per l'intervento chirurgico e/o in una Residenza Sanitaria affinché l'anziano detenuto possa trovare l'assistenza indispensabile per la cura delle gravi patologie in atto. Non è la libertà al centro della vicenda ma il diritto umano che deve prevalere specialmente quando le condizioni di una persona appaiono davvero gravi".
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