di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2019
Corte di cassazione - Notizia di decisione di rinvio alla Consulta 15/19. Dopo i giudici di merito anche la Cassazione mette in dubbio la legittimità costituzionale della cosiddetta legge Spazza-corrotti, in particolare per quanto riguarda l'irretroattività. Una norma (3/2019) che, dal 31 gennaio apre le porte del carcere ai condannati, in via definitiva, per reati contro la Pubblica amministrazione, senza prevedere la possibilità di chiedere una misura alternativa.
La Suprema corte ha sollevato, per la prima volta, la questione di costituzionalità, partendo dal caso di un legale di Como, condannato a quattro anni per peculato. A fare ricorso in sede di legittimità era stato il Pm, contro la decisione della Gip di sospendere con sentenza irrevocabile, l'ordine di esecuzione. Un primo stop, seguito poi da quello di altri giudici di merito. Nel mirino della Cassazione è finito l'articolo 1, comma 6 della legge che ha inserito alcuni reati contro la Pa, come il peculato, tra quelli ai quali l'ordinamento penitenziario nega la concessione di permessi premio e misure alternative. La Gip comasca che ha fatto scattare il semaforo rosso, accogliendo le richieste della difesa sostenuta dal professor Vittorio Manes e dall'avvocato Paolo Camporini difensore del colletto bianco.
"Naturalmente occorre attendere le motivazioni, ma il giudice ha seguito la nostra tesi - dice Manes - sull'inapplicabilità la legge a reati commessi prima dell' entrata in vigore". Ma l'assenza di una norma transitoria e la stretta detentiva non sono, almeno dai giudici di merito, gli unici punti oscuri della "Spazza-corrotti" che rischia di perdere più di un pezzo.
Diverse le ordinanze con le quali la Corte di appello di Reggio Calabria, il Gip di Napoli, la Corte d'appello di Lecce, e da ultima la Corte di appello di Palermo, hanno sollevato dubbi che potrebbero portare a una revisione più ampia di una norma che, per la Cassazione potrebbe entrare in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Carta. E, dunque, con i principi di parità e di rieducazione della pena.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2019
Corte di cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 19 giugno n. 27211. Accolta la richiesta della procura di applicare le circostanze aggravanti al centauro che, in stato di ebbrezza, provoca un incidente anche se non si sono verificate conseguenze per terzi (quindi incidente ad attore unico).
I fatti - Alla base una pronuncia del tribunale di Brescia che aveva escluso l'aggravante ex articolo 186 del codice della strada condannando il motociclista alla pena di venti mesi di arresto e 600 euro di ammenda, sanzione sostituita con 23 giorni di lavoro di pubblica utilità.
La vicenda giudiziaria - Contro la sentenza ha proposto appello in Cassazione (sentenza n. 27211/19) la Procura lamentando la violazione della legge in relazione all'esclusione dell'aggravante di aver provocato un incidente stradale ex articolo 186, comma 2-bis, in quanto l'imputato era fuoriuscito dalla sede della stradale con la moto riportando lesioni, mentre il tribunale erratamente aveva ritenuto che non si concretizzasse l'ipotesi dell'incidente "essendo ad attore unico senza nessuna conseguenza per la viabilità delle persone".
I Supremi giudici hanno accolto le richieste del Procuratore. Secondo la Corte, infatti, in base alla giurisprudenza di legittimità si deve intendere per incidente qualsiasi avvenimento inatteso che, interrompendo il normale svolgimento della circolazione stradale, possa provocare pericolo alla collettività, senza che assuma rilevanza l'avvenuto coinvolgimento di terzi o di altri veicoli.
Quindi, continua la Corte, perché si possa parlare di aggravante è sufficiente la dipendenza causale dell'incidente dalla condotta alla guida del conducente: principio che va inteso nel senso che l'avere provocato un incidente è sempre conseguenza di una condotta inosservante di regole cautelari, siano esse quelle codificate nel codice della strada siano esse quelle di prudenza, diligenza e perizia tese in ogni caso a prevenire il verificarsi del sinistro medesimo.
Conclusioni - Conclude la Cassazione che quando il codice della strada fa riferimento a un incidente si riferisce a qualsiasi avvenimento inatteso che interrompe il normale svolgimento della circolazione stradale e che proprio per tale motivo è portatore di maggiore pericolo per la collettività. Quindi non è sufficiente che si tratti di incidente ad attore unico per escludere l'aggravante dell'articolo 9-bische prevede un raddoppio delle sanzioni e il fermo del veicolo per 180 giorni.
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 20 giugno 2019
Stefano Monti si è impiccato alla Dozza, dove era detenuto per l'omicidio del 1999. I pm avevano chiesto l'ergastolo. Ha lasciato delle lettere: "Sono innocente". La sentenza era attesa per mercoledì.
Mancava una settimana alla sentenza che avrebbe deciso del suo destino: carcere a vita o assoluzione. Ma Stefano Monti ha deciso per sé prima che lo facessero i giudici della Corte d'Assise. Si è impiccato nel bagno della sua cella alla Dozza con i lacci delle scarpe. Prima, ha scritto tre lettere indirizzate a moglie e due figli nelle quali continua a proclamarsi innocente.
È successo alle 9.10 di ieri. Alla stessa ora, mercoledì prossimo, il 26 giugno, è in programma l'ultima udienza del processo per l'omicidio Poli, commesso vent'anni fa. Un cold case che era stato riaperto l'anno scorso, quando a giungo Monti era stato arrestato. Mancava una settimana alla sentenza che avrebbe deciso del suo destino: carcere a vita o assoluzione. Ma Stefano Monti ha deciso per sé prima che lo facessero i giudici della Corte d'Assise. Ha atteso che si aprissero le celle della Dozza e che tutti i detenuti uscissero "al passeggio", come si dice in carcere. Poi è andato nel bagno della sua cella e si è impiccato con i lacci delle scarpe.
Erano le 9.10 circa del mattino di ieri. Alla stessa ora, mercoledì prossimo, il 26 giugno, è in programma l'ultima udienza del processo per l'omicidio Poli, commesso vent'anni fa. Stefano Monti, dietro le sbarre da un anno, si era sempre dichiarato innocente. E lo ha scritto anche nelle sue ultime lettere. Nella sua cella, infatti, ieri mattina sono state ritrovate tre lettere indirizzate alla moglie e ai due figli.
Ultime parole di saluto scritte di suo pugno alla famiglia che non lo ha mai abbandonato e alla quale ancora una volta, l'ultima, affida il suo messaggio: "Sono innocente". I manoscritti sono stati sequestrati dai carabinieri del reparto operativo, intervenuti in carcere insieme alla sezione investigazioni scientifiche per i rilievi. Perché Stefano Monti non era un detenuto comune e una morte a una settimana dalla sentenza lascia aperti tanti interrogativi. Non ci sono dubbi sul fatto che si sia trattato di un suicidio, ma il pm di turno Bruno Fedeli ha comunque disposto l'autopsia sul corpo e tutti gli accertamenti necessari.
Cinquantanove anni, "pilastrino" doc, aveva un passato movimentato e una fama da piccolo boss di quartiere che si portava dietro dall'epoca dei fatti. La sua fedina penale però era rimasta pulita. Sul suo conto gli inquirenti avevano nutrito sospetti già durante la prima indagine per l'omicidio Poli, perché nove mesi prima di quel 5 dicembre 1999, Monti e Poli avevano avuto una scazzottata fuori dalla discoteca Tnt, dove la vittima lavorava come buttafuori. Valeriano aveva rotto il naso a Monti, che gli aveva giurato vendetta: "Torno col ferro", gli avrebbe gridato secondo alcune testimonianze. Ma all'epoca su di lui non furono trovate altre prove. Poi, nel 2014, la svolta dopo una soffiata di una fonte confidenziale alla Squadra mobile.
Il pm Roberto Ceroni riapre il caso e sugli scarponcini della vittima la polizia Scientifica isola un dna che, confrontato con quello del figlio di Stefano Monti, all'epoca detenuto, dà esito positivo. A quel punto viene prelevato anche il dna del padre, in un controllo stradale simulato, e la coincidenza non lascia più alcun dubbio. Il passo successivo è una tecnica da Csi mai utilizzata prima che porta la Scientifica, grazie al filmino di un battesimo in cui Poli indossava gli stessi scarponcini e a cui aveva partecipato pochi giorni prima di essere ammazzato, a sostenere che la macchia di sangue con il dna dell'imputato non poteva che risalire alla sera dell'omicidio.
Ma dopo vent'anni, né le testimonianze, né la dinamica del delitto sono riuscite a dimostrare che prima dei quattro colpi sparati a distanza ravvicinata, ci fosse stata una colluttazione. In aula il legale di Monti, Roberto D'Errico, ha contestato punto per punto le tesi dell'accusa con nuove consulenze e puntando il dito sulle piste alternative abortite.
Non era un segreto che la vittima non si tirasse indietro quando c'era da menare le mani e per questo si era fatta parecchi nemici. Un cold case che ha scavato nel passato, tirando fuori un sottobosco di tradimenti, segreti, intimidazioni ai testimoni avvicinati da Monti dopo la riapertura dell'indagine, e anche poliziotti dell'epoca, scoperti a fare il doppio lavoro in discoteca. La sentenza non era affatto scontata: la "prova regina" dello scarponcino è stata contestata dal super-consulente di parte Pasquale Linarello e la bilancia tra i molti indizi di colpevolezza e i ragionevoli dubbi sollevati dalla difesa pendeva da entrambe le parti. E continuerà a farlo.
Gazzetta del Sud, 20 giugno 2019
Ieri mattina, nella Casa di Reclusione di Rossano si è verificato un grave evento critico: un detenuto, con fine pena 2030, appartenente al Circuito Penitenziario della Media Sicurezza, si è suicidato impiccandosi nel bagno della cella, utilizzando la cintura del suo accappatoio. Si tratta di Arturo Saraceno, 36 anni, originario di Teana (Potenza), in carcere per l'omicidio della ex fidanzata, Debora Fuso, 25 anni, di Lonate Pozzolo (Varese), avvenuto il 17 maggio 2016, all'ora di pranzo, al culmine di una lite nella casa del 36enne, a Magnano (Milano).
Lo rivela Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria che proprio questa mattina era presso la Casa di Reclusione di Rossano, accompagnato dall'esponente radicale Valentina Anna Moretti, per una riunione con la Direzione dell'Istituto.
"Da quel che sono riuscito a sapere, il detenuto che si è tolto la vita, proveniva dalla Casa Circondariale di Busto Arsizio (Varese) e da pochi mesi era stato trasferito temporaneamente alla Casa di Reclusione di Rossano affinché potesse effettuare i colloqui con la sua famiglia. Era molto seguito dallo staff multidisciplinare dell'Istituto ma non aveva mai dato problemi di alcun genere. Questa mattina, intorno alle ore 9,00, ha atteso che il compagno di cella si recasse al cortile passeggio ed utilizzando la cintura del suo accappatoio, si è appeso alle sbarre della finestra del bagno della camera detentiva.
Nonostante la scoperta immediata ed i primi soccorsi da parte del personale di Polizia Penitenziaria, quando è arrivata l'ambulanza, non c'è stato niente da fare. I Sanitari del 118 non hanno potuto fare altro che constatare il decesso del 36enne. Nella Casa di Reclusione di Rossano, conclude il radicale Quintieri, al momento, a fronte di una capienza di 263 posti, sono ristrette 305 persone, molte delle quali appartenenti al Circuito dell'Alta Sicurezza. Quest'anno, nelle Carceri italiane, sono morte 58 persone, 18 delle quali per suicidio mentre dal 2000 ad oggi ci sono stati 1.071 decessi, 2.942 per suicidio".
Il Mattino, 20 giugno 2019
Nuova protesta questa mattina nel carcere di Poggioreale a Napoli dopo la rivolta di domenica scorsa. Secondo quanto riferisce Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato di polizia penitenziaria Spp, i reclusi hanno battuto sulle inferriate con pentole ed altri pezzi di ferro presenti in cella in segno. Una protesta - spiega Di Giacomo - per la morte di un detenuto di 58 anni, probabilmente causata da un malore, forse un infarto.
È successo nello stesso padiglione Salerno devastato dalla rivolta di domenica. Il rumore delle battiture è stato per diversi momenti particolarmente forte ed udibile dall'esterno. "Ora la protesta è rientrata - aggiunge Luigi Castaldo, segretario provinciale Osapp di Napoli - ma la tensione è alta visto che è lo stesso reparto dove vi è stata domenica la rivolta con ingenti danni".
Il detenuto, un italiano di 58 anni, è stato trovato esanime questa mattina nella sua cella del padiglione Salerno, a Poggioreale. Stava scontando una condanna all'ergastolo per omicidio e da tempo veniva curato all'interno dell'istituto per alcune patologie croniche. Non appena diffusasi la notizia, fa sapere il Dap, è scattata una protesta dei detenuti presenti nel padiglione, conclusasi nel giro di poche decine di minuti.
ottopagine.it, 20 giugno 2019
Ciambriello dopo i fatti di Poggioreale: "Servono invece interventi strutturali". "È necessario intervenire per risolvere in modo strutturale le criticità del carcere di Poggioreale, ma dobbiamo assolutamente evitare che, con la scusa dell'emergenza, si proceda a misure che sarebbero controproducenti e lesive del diritto delle persone recluse".
È quanto afferma il Garante regionale delle persone prive della libertà personale Samuele Ciambriello, commentando le proteste di oggi nel padiglione Salerno di Poggioreale e il recente decesso di questa mattina, avvenuto nello stesso padiglione.
"Credo sia oggettivo e riconosciuto da tutte le istituzioni, Procura della Repubblica, Dipartimento amministrazione penitenziaria, Ufficio del Garante, che sono necessari lavori strutturali per rendere almeno quattro Padiglioni del carcere e il Centro Clinico San Paolo, adeguati agli standard previsti dallo stesso ordinamento penitenziario. Se non si interviene in modo strutturale non saremo mai in grado di garantire condizioni detentive rispettose della dignità delle persone recluse".
"Allo stesso tempo ci tengo a sottolinearlo - ha proseguito Ciambriello -, se è vero che è indispensabile ridurre il sovraffollamento, sarebbe molto grave se si procedesse a trasferimenti indiscriminati e "punitivi". Bisogna garantire il rispetto del principio di territorializzazione della pena. Le istituzioni debbono offrire risposte adeguate ad una legittima protesta e dobbiamo avere la capacità di potenziare i servizi sanitari e le attività sociali e lavorative interne all'istituto. Le risorse sono già stanziate, possono incominciare immediatamente i lavori di risistemazione dei padiglioni, non ha senso ritardarne l'inizio".
di Silvia Iacono
Giornale di Sicilia, 20 giugno 2019
I detenuti reclusi nel carcere Petrusa di Agrigento hanno dato fuoco ad alcuni materassi nelle celle e si è sprigionato un forte fumo. Alcuni agenti della polizia penitenziaria hanno accusato dei malori e sono stati trasportati all'ospedale San Giovanni Di Dio. La protesta è nata per la mancanza di acqua che si è protratta per tutta la giornata, causata da problemi dell'ente fornitore.
Tutto è iniziato in due sezioni dove si sono vissuti momenti di forte tensione. I detenuti hanno lanciato nei corridoi alimenti, stoffe incendiate e bombolette di gas. A questo punto sono intervenuti il direttore, il comandante e il personale libero dal servizio richiamato per l'emergenza. La rivolta è stata placata in tarda nottata, ma non è escluso possa riprendere se non verrà assicurato all'utenza una adeguata fornitura idrica.
Il segretario regionale Sappe Sicilia Calogero Navarra parla di "protesta sconsiderata e incomprensibile di alcuni detenuti che hanno appiccato un incendio nelle celle dov'erano ristretti, dando fuoco a tutto al materasso che era all'interno".
E ancora "Il tempestivo intervento dei poliziotti, con grande senso di responsabilità coraggio e professionalità, seppur rimaneggiati per la carenza di personale hanno permesso di evitare più gravi e tragiche conseguenze". Delle condizioni in cui versa il carcere di Agrigento, ci siamo occupati in vari approfondimenti nei giorni scorsi.
Il sindacato Osapp, che rappresenta gli agenti penitenziari, ha più volte denunciato la mancanza di docce e acqua calda nei bagni, così pure infiltrazioni nei tetti e altri disagi alla struttura. Il ministero della Giustizia ha stanziato per i lavori un milione e 880 mila di euro per i prossimi tre anni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 giugno 2019
Sono oramai 23 giorni che le due detenute anarchiche Anna Beniamino e Silvia Ruggeri non mangiano più per chiedere la soppressione delle rigide regole, le quali teoricamente dovrebbero essere applicate solo per chi è al carcere duro. Le due donne, infatti, non sono recluse al 41 bis, ma nella sezione di alta sicurezza (As2) del carcere de L'Aquila.
Una sezione, piccola quanto un appartamentino, che un tempo venne utilizzata per le donne al 41 bis, poi chiusa negli anni 80 proprio per la sua struttura del tutto inadeguata per far rispettare la dignità, minima, dei detenuti. C'è ad esempio Anna, detenuta in custodia cautelare dal 6 settembre 2016, che è stata trasferita il 6 aprile 2019 nella sezione AS2 del carcere de L'Aquila. È una sezione piccola, di circa 50 mq e con lei e Silvia, vi è reclusa anche una donna condannata per terrorismo islamico.
Una convivenza forzata, che unisce due detenute anarchiche con una ritenuta appartenente al radicalismo di tipo islamista. Ciò appare, agli occhi delle due detenute, come una ulteriore vessazione, perché va contro le disposizioni dell'ordinamento penitenziario e le numerose circolari del Dipartimento sulla collocazione dei detenuti in base a criteri di omogeneità, al fine di evitare influenze nocive, ma anche possibili scontri date le posizioni politiche e culturali completamente contrastanti ed incompatibili.
"Dal primo giorno - si legge nel reclamo presentato da Caterina Calia, l'avvocata di Anna Beniamino - è stato chiaro come in tale istituto non vigessero le stesse regole che invece venivano applicate nelle sezioni AS2 di Latina e Rebibbia dove la predetta è stata ristretta per due anni e mezzo senza incorrere in un solo rapporto disciplinare".
Ma quali regole ci sono, tanto da incidere - come denuncia l'avvocata Calia - "su diritti fondamentali, quale quello alla salute e ad una detenzione dignitosa e rispettosa dei diritti delle persone private della libertà, finendo per svuotare di senso e contenuto i diritti che apparentemente vengono rispettati, quale quello dell'accesso all'aria o alla cosiddetta saletta della socialità"?
È consentito detenere in cella solo quattro libri e tre riviste oltre eventualmente a Corano o Bibbia; così com'è consentito un numero predeterminato di capi di biancheria e abbigliamento nonché di utensili per cucina nello stesso numero previsto per il 41 bis (una pentola, un bollilatte, un coperchio in lega leggera ed una padella) con conteggio bisettimanale degli stessi e confronto con l'elenco stilato all'ingresso. È vietato scambiare una maglietta, un libro o altri oggetti di modicissimo valore, tanto meno regalarli anche previa domandina. È vietato portare all'aria o nella saletta "socialità" qualsiasi oggetto all'infuori dell'acqua, del tabacco e dell'accendino: niente libri, carta, penna, asciugamani o tappetino (questi ultimi previsti addirittura dalla circolare Dap per i detenuti in 41 bis).
C'è il divieto di detenere la radiolina (peraltro acquistata dentro al carcere di Rebibbia) con modulazione di frequenza FM, ammessa invece in tutte le sezioni AS2 (come per il regime del 41 bis in cui è consentita solo la radio senza modulazione di frequenza). Vietato anche utilizzare lettori per Cd musicali, e quindi di ascoltare la musica che si vuole. Come se non bastasse c'è il divieto di acquistare una sveglia e con l'assenza di un orologio dentro la sezione, di fatto, c'è l'impossibilità di conoscere l'orario.
Ma le restrizioni non finiscono qui. C'è anche una forte presenza di controllo, molto invasiva. Una presenza fissa di due agenti anche quando si svolgono i colloqui con medico, infermiere o educatore. Vengono effettuate 15- 16 perquisizioni con metaldetector ogni giorno, ossia ogni qualvolta escono e rientrano in cella, anche nei casi in cui non c'è alcun contatto con le altre ristrette, ad esempio quando varcano di mezzo passo il cancello della cella per prelevare il vitto dal carrello alla presenza di due/tre agenti o quando, con le medesime modalità, vengono accompagnate in doccia.
E a tal proposito, l'accesso in doccia è consentito solo ad orario predeterminato, il quale combacia con la prima ora d'aria della mattina: le detenute sono così costrette a scegliere se fare l'ora d' aria o la doccia, non essendo consentito accedere all'aria 20 minuti dopo l'orario previsto. Anna e Silvia, come detto, sono in sciopero dalla fame dal 29 maggio per chiedere la fine di questo trattamento simile ai reclusi del 41 bis.
Che senso ha un trattamento del genere che è riservato addirittura nelle cosiddette aree riservate del 41 bis (più volte stigmatizzate dal garante nazionale delle persone private della libertà), quando, sulla carta, l'alta sicurezza non può significare diversità del trattamento penitenziario rispetto al resto della popolazione detenuta?
bergamonews.it, 20 giugno 2019
Nella mattinata di oggi, giovedì 20 giugno, una delegazione di attivisti politici di Radicali Bergamo e +Europa entrerà nella Casa circondariale della città per una visita ispettiva. In carcere per un giorno, sollevando l'attenzione su chi in carcere trascorre la vita. L'associazione Enzo Tortora - Radicali Milano, nel 36° anniversario dell'arresto del giornalista vittima del più noto errore giudiziario della storia italiana, organizza come ogni anno la visita degli istituti di pena lombardi, per verificare il rispetto dei diritti dei detenuti e delle norme costituzionali che impongono la finalità rieducativa della pena.
"Torniamo dopo un anno a visitare il carcere di Bergamo con l'obiettivo di ricordare Enzo Tortora, che proprio qui ha vissuto molta parte della sua detenzione, e di portare all'attenzione dei cittadini un tema drammatico e troppo spesso dimenticato", dice Grazia Coppola, segretaria dell'associazione Radicali Bergamo. "La visita inizierà dalla sezione femminile, che l'anno scorso non siamo riusciti a visitare. Avremo particolare attenzione per la sezione in cui sono detenuti i pazienti psichiatrici, in violazione di ogni requisito di legge e di umanità".
Al 31 maggio 2019 (dati Antigone) i detenuti presenti nel carcere di Bergamo erano 567 a fronte di una capienza prevista di 321. Il sovraffollamento carcerario tocca quindi il 176%, uno dei dati peggiori nel nostro Paese. Le donne presenti nella struttura sono 38, gli stranieri 295 (il 52%).
Nel corso dell'audizione in Consiglio regionale del 24 ottobre 2018, la direttrice Teresa Mazzotta aveva denunciato alcune carenze riguardanti il trattamento degli ospiti con problemi psichiatrici. In particolare, ha fatto sapere, manca una struttura che assicuri la presa in carico di queste persone una volta usciti dal carcere, non sono previsti progetti di recupero né un coordinamento terapeutico e organizzativo. Sono sotto organico, poi, sia il personale medico che quello di Polizia penitenziaria (221 agenti e ufficiali al posto dei 240 previsti).
"È per ricordare che nel nostro ordinamento vige il principio di non colpevolezza che ogni anno visitiamo le carceri ricordando Enzo Tortora, vittima di una vicenda processuale simbolo della più feroce macelleria giudiziaria - dice Michele Usuelli, consigliere di +Europa in regione Lombardia -. I diritti umani sono inalienabili, e come tali vanno garantiti ad imputati e condannati, innocenti e colpevoli, in nome di una giustizia che rifugge dall'essere vendicativa ma vuol essere solo giusta".
"Al 31 maggio le persone ristrette all'interno degli istituti penitenziari lombardi erano 8610 - aggiunge Alessia Minieri, responsabile carceri dei Radicali italiani - di cui 458 donne, a fronte di una capienza regolamentare di 6199 posti. Ci sono quindi 2.500 persone detenute illegittimamente e 1.207 persone private della propria libertà personale e ancora in attesa di giudizio. Sappiamo dall'esperienza che una parte rilevante di queste verrà assolta in quanto non colpevole".
umbriajournal.com, 20 giugno 2019
Diciotto giorni di sciopero della fame. Così Giovanni Di Lorenzo, detenuto del carcere di Terni, protesta contro il mancato trasferimento in un istituto penitenziario in Sicilia. Vuole stare più vicino alla famiglia. È quanto scrive oggi il Corriere dell'Umbria riportando alcune parti di una lettera scritta dallo stesso detenuto al giornale.
Di Lorenzo è dietro le sbarre da tre anni per il reato di associazione mafiosa. È dentro con il 416 bis - scrive il quotidiano e il suo regime carcerario prevede l'obbligo che sia detenuto lontano dai luoghi dove ha commesso i fatti. È stato arrestato in un blitz contro Cosa Nostra a Palermo.
"Ho tre figli - scrive nella lettera - di cui uno gravemente disabile e bisognoso di attenzioni paterne, magari anche occasionali. Tante volte ho chiesto udienza al direttore". "Tre lunghi anni in cui continuamente chiedo al Dap - scrive nella lettera Di Lorenzo - e alle autorità giudiziarie di poter essere tradotto in un qualsiasi carcere siciliano vicino alla mia famiglia, non potendo qui effettuare per la grande distanza alcun colloquio visivo: l'ultima volta ho potuto vedere i miei cari più di un anno fa, in occasione di una mia trasferta sotto scorta in Sicilia per alcuni dibattimenti processuali. Dalle autorità soprascritte non ricevo notizie positive, senza motivazioni convincenti".
"Posso aver sbagliato molto in passato le mie condotte illegali. Ma è giusto - si domanda Di Lorenzo - che dopo tanti anni di carcere non possa usufruire dei diritti costituzionali in quanto coniugato e padre? Nessuno gli risponde. Da qui la decisione di avviare lo sciopero della fame. "E andrò fino in fondo - conclude - anche a costo di morire, se le autorità competenti dovessero continuare a ignorare le mie giuste richieste".
- Catania: l'altra maturità, nelle aule del carcere dove la cucina regala un futuro
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