di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 21 giugno 2019
La mancata impugnazione dell'ordinanza di ammissione alla messa alla prova fa scattare una preclusione processuale che impedisce di rimettere in discussione, nell'ulteriore corso del procedimento, la sussistenza dei presupposti e delle condizioni per applicare l'istituto. Partendo da questo principio la Cassazione, con la sentenza 27532, ha bollato come inammissibile l'impugnazione del pubblico ministero che contestava, fuori tempo massimo, la sentenza con la quale era stata dichiarata, in base all'articolo 464-septies del codice di rito penale l'estinzione del reato. Nello specifico, per la pubblica accusa, non si poteva passare un colpo di spugna, grazie all'esito positivo della probation, sui reati tributari commessi dall'imputato, perché mancava il presupposto del risarcimento del danno richiesto dall'articolo 186bis del Codice penale. La Cassazione ricorda che il regime dei rimedi esperibili contro le ordinanze che decidono sull'istanza di sospensione del procedimento con messa alla prova, è improntato, in linea con l'economia processuale, alla finalità di ridurre sensibilmente le ipotesi di regressione del procedimento, se non addirittura ad eliminarle del tutto e di garantire il massimo favore all'istituto della messa alla prova.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 21 giugno 2019
Inammissibili. La Corte costituzionale "boccia" i numerosi ricorsi presentati dalle Regioni sul decreto sicurezza. Non sono state compromesse le competenze regionali. Discorso diverso per il potere sostitutivo dei prefetti rispetto alle prerogative di Comuni e Province: in questo caso la violazione esiste e la norma (articolo 28 del decreto n. 113 del 2018) è incostituzionale.
Le motivazioni della pronuncia arriveranno solo tra qualche settimana, tuttavia, nel comunicato diffuso ieri sera, la Corte annuncia il verdetto contrario ai ricorsi presentati dalle Regioni Calabria, Emilia Romagna, Marche Toscana e Umbria che contestavano la violazione diretta o indiretta delle loro competenze.
La Consulta, che precisa come resta "impregiudicata" qualsiasi valutazione sulla legittimità costituzionale dei contenuti delle norme impugnate, ha ritenuto che lo Stato ha rispettato invece le proprie competenze in materia di asilo, immigrazione, condizione giuridica dello straniero e anagrafi.
Nel mirino delle Regioni erano infatti finite le disposizioni del decreto su permessi di soggiorno, iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo e Sprar. In particolare, a non convincere, c'era la sostituzione del permesso di soggiorno per motivi umanitari con una pluralità di fattispecie individuate in maniera meticolosa: le previsioni specifiche di permesso di soggiorno per "casi speciali", circoscritti e tassativi, sarebbero cioè insufficienti, per le Regioni, "ad assicurare la copertura dell'intera area di accoglienza dovuta in esecuzione degli obblighi costituzionali, sovranazionali e internazionali di tutela".
Come pure, nel riformare il sistema Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), gestito dagli enti locali, il decreto sicurezza ha escluso i richiedenti asilo, destinandoli ai centri di accoglienza a gestione governativa. La nuova disciplina avrebbe compromesso così le facoltà delle Regioni di disciplinare le forme dell'assistenza.
E ancora, le Regioni avevano denunciato la previsione per cui il permesso di soggiorno per richiesta di asilo costituisce documento di riconoscimento ma non anche titolo per l'iscrizione anagrafica. Ne deriverebbe, affermavano i ricorsi, il divieto di accesso ai servizi erogati da Regioni ed enti locali per i quali la residenza costituisce invece un presupposto indispensabile.
Accolte invece le perplessità sulla sostituzione dei prefetti agli amministratori locali nel porre rimedio alle situazioni illecite gravi e ripetute nel tempo in quegli enti locali sospettati di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata ma per i quali non è stato decreto lo scioglimento.
di Alberto Gentili
Il Messaggero, 21 giugno 2019
Oggi alle 9 il plenum sullo scandalo nomine: si insediano due nuovi togati. L'intervento del Capo dello Stato che punta a restituire prestigio al Consiglio. Sergio Mattarella pronuncerà un discorso "energico" e scandirà una "ferma condanna" oggi di fronte al plenum del Csm, colpito al cuore dallo scandalo che ha provocato le dimissioni di ben quattro giudici.
ilsicilia.it, 21 giugno 2019
"Appena 4 giorni fa abbiamo denunciato ciò che era avvenuto in alcune carceri italiane, come un campanello d'allarme per la Sicilia. Non ci siamo sbagliati, purtroppo. A Pagliarelli nel reparto alta sicurezza é in corso uno sciopero culminato, questa mattina, con una delle forme più gravi di protesta, i familiari dei detenuti non si sono presentati ai colloqui.
Ad Agrigento é scoppiata una rivolta sfociata con l'incendio di alcuni materassi. Le cause di questi disagi sono da attribuire, certamente, alle condizioni che continuiamo a denunciare. Sovraffollamento, insufficienti condizioni igienico sanitarie, poca possibilità di cure mediche, disagio psichico non curato adeguatamente. Non é con la repressione che si educa il detenuto. La Costituzione prevede la rieducazione". Lo dice Pino Apprendi presidente Antigone Sicilia.
ilsicilia.it, 21 giugno 2019
"Appena 4 giorni fa abbiamo denunciato ciò che era avvenuto in alcune carceri italiane, come un campanello d'allarme per la Sicilia. Non ci siamo sbagliati, purtroppo. A Pagliarelli nel reparto alta sicurezza é in corso uno sciopero culminato, questa mattina, con una delle forme più gravi di protesta, i familiari dei detenuti non si sono presentati ai colloqui.
Ad Agrigento é scoppiata una rivolta sfociata con l'incendio di alcuni materassi. Le cause di questi disagi sono da attribuire, certamente, alle condizioni che continuiamo a denunciare. Sovraffollamento, insufficienti condizioni igienico sanitarie, poca possibilità di cure mediche, disagio psichico non curato adeguatamente. Non é con la repressione che si educa il detenuto. La Costituzione prevede la rieducazione". Lo dice Pino Apprendi presidente Antigone Sicilia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 giugno 2019
Arrestato nel giugno del 2018, doveva essere giudicato la settimana prossima. Il detenuto che si è suicidato mercoledì scorso nel carcere di Bologna, era in attesa di giudizio di primo grado a distanza di 20 anni dal fatto. Parliamo di Stefano Monti, imputato in Corte d'Assise a Bologna per l'omicidio, avvenuto il 5 dicembre 1999, del buttafuori Valeriano Poli.
Aveva 60 anni ed era entrato per la prima volta in carcere a 20 anni dai fatti contestati e si era proclamato, da sempre, innocente. "Vive una situazione particolare - spiega il suo legale Roberto D'Errico -, e nell'inferno del carcere, che è un luogo violento per definizione, evidentemente non ha retto alla pressione del processo".
L'udienza per la decisione dei giudici era in programma per il prossimo 26 giugno: il suo avvocato Roberto D'Errico aveva chiesto l'assoluzione, mentre il procuratore Roberto Ceroni, pm del caso, aveva chiesto l'ergastolo.
Monti venne arrestato nel giugno scorso, dopo una svolta investigativa che aveva portato a isolare il suo Dna su una scarpa indossata dalla vittima, e risultata pulita il giorno dopo l'omicidio. Per quei fatti venne già indagato in passato ma la sua posizione venne archiviata. Il movente dell'omicidio - secondo gli inquirenti - sarebbe da ricercare in una vendetta seguita alle percosse subite da Monti da parte di Poli, impiegato come buttafuori dell'allora discoteca Tnt, fuori del locale. L'uomo, che si è suicidato mercoledì scorso, non ce l'ha fatta ad aspettare.
"Anche perché - sottolinea l'avvocato - il processo, per cui la sentenza era prevista per mercoledì prossimo, è stato impostato in maniera molto aggressiva dalla Procura, che da giugno del 2018 fino ad ottobre ha negato a Monti i colloqui con i familiari, prima che la Corte decidesse di concederli una volta iniziato il dibattimento".
All'avvocato D'Errico ha replicato il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato: "Francamente parlare di aggressività è parlare di un qualcosa che non appartiene al modo di fare di questo ufficio".
Secondo l'avvocato D'Errico però "può aver influito sulla decisione di Monti di suicidarsi anche la forte pressione mediatica a cui è stato sottoposto dopo il suo arresto". In sostanza, chiosa il legale, "al di là dei fatti personali, su cui è sempre difficile dare un giudizio, va valutato il contesto che si era creato intorno a Monti nell'ultimo anno". Al momento, fa poi sapere D'Errico, i familiari non intendono prendere alcuna iniziativa dopo quanto accaduto, perché "sono distrutti dal dolore, per ora si augurano solo che questa vicenda si sia chiusa definitivamente".
I suicidi nelle carceri italiane non si fermano, dall'inizio dell'anno, secondo quanto riportato dall'osservatorio di Ristretti Orizzonti, siamo giunti a 20 detenuti che hanno deciso di togliersi la vita, su un totale di 60 morti. Sì, perché ben 40 reclusi sono morti per malattia o per cause ancora da accertare.
Un dramma, quelle delle morti cosiddette "naturali", che vede come protagonista la salute in carcere. E le condizioni igieniche sanitarie di alcuni istituti non aiutano. Al carcere di Poggioreale, finito nella cronaca per la rivolta dei detenuti per solidarietà al mancato trasferimento in ospedale di un detenuto affetto da febbre alta, è uscito fuori un caso di scabbia contratta da un recluso di 21 anni. La famiglia sarebbe venuta a conoscenza della vicenda il 14 giugno scorso, quando la madre del ragazzo si è recata in visita al proprio figlio, detenuto dal 4 aprile scorso nel padiglione Livorno del penitenziario napoletano su provvedimento della Procura della Repubblica di Modena e ha chiesto di lui.
La donna ha saputo, solo allora e per puro caso, dell'allontanamento del giovane a seguito della contrazione di una malattia contagiosa. La famiglia del giovane detenuto ha presentato una denuncia. L'avvocato del ragazzo, Michele Salomone, si è recato immediatamente nel carcere di Poggioreale per saperne di più sulle condizioni di salute del suo assistito. Al legale è stato confermato che il ragazzo è tuttora posto in isolamento a causa di un contagio da scabbia.
ilcittadinoonline.it, 21 giugno 2019
Solidarietà a Corleone dalla vicepresidente della Regione Barni. Raccolta di firme per Volterra già oltre quota duemila. Si è chiuso ieri, 20 giugno, lo sciopero della fame, intrapreso da Franco Corleone a sostegno della "Campagna di civiltà. Qualcosa si muove" per ottenere risposte a richieste importanti per la qualità della vita nelle carceri toscane.
"Il provveditore dell'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone - ha detto Corleone - ha assicurato una risposta ufficiale in tempi brevi per quanto riguarda l'apertura della seconda cucina a Sollicciano e di quella di alta sicurezza a Livorno e per la data di apertura dei servizi igienici ristrutturati della sezione femminile dell'istituto di Pisa".
Corleone ricorda che "tra gli obiettivi di questa prima fase e tra gli impegni da mantenere subito, senza ulteriori ritardi" ci sono quello del Teatro stabile di Volterra, riguardo al quale il garante ha chiesto un tavolo di confronto tra tutti i soggetti che hanno responsabilità.
Su questo capitolo, si ricorda che le firme sulla petizione sono arrivate a 2080 https://www.change.org/p/garante-dirittidetenuti-consiglio-regione-toscana-it-costruiamo-il-teatro-stabile-nella-fortezza-di-volterra e si segnalano un'interrogazione alla Camera dei deputati dell'onorevole Susanna Cenni e un'interrogazione della consigliera regionale Irene Galletti.
Solidarietà al Garante è stata espressa dalla vicepresidente della Regione Toscana Monica Barni. "La vicepresidente - ha detto Corleone - mi ha comunicato di aver avuto un colloquio con il sovrintendente dei beni architettonici di Pisa, che ha mostrato disponibilità all'esame dei progetti e ad una positiva soluzione". Nei prossimi giorni saranno illustrate le nuove iniziative su questa campagna.
Ristretti Orizzonti, 21 giugno 2019
Si è appreso con grande amarezza dell'evento tragico consumatosi nella mattina di ieri. Sono numerosi i tentativi auto-soppressivi che vengono sventati anche grazie al tempestivo intervento del personale penitenziario, nonostante le difficili condizioni di lavoro e la complessità di un contesto come quello detentivo.
Il crescente numero delle persone detenute in rapporto a quello degli operatori dà la misura della sproporzione in campo, si pensi per esempio a livello locale alla grave ed eclatante carenza di educatori, nell'ultimissimo periodo ancor più acuitasi, in ragione della quale, nei fatti, si può non riuscire a garantire la pienezza dell'intervento educativo in favore delle persone detenute.
In questi tragici frangenti si avverte anche l'urgenza di elaborare strategie che possano rendere più incisiva l'attuazione del Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in carcere, coinvolgendo tutti i soggetti, istituzionali e non, che fanno parte della comunità penitenziaria.
Per il Piano risulta essenziale garantire la formazione degli operatori locali, in particolare quelli a più diretto contatto con la quotidianità detentiva in un quadro di condivisione del complesso degli interventi fra area penitenziaria e area sanitaria. Ai fini della prevenzione del rischio suicidario possono risultare decisivi anche eventuali contributi atecnici che comunque possono (e auspicabilmente devono) portare tutte le figure che a vario titolo hanno una presenza costante nei settori detentivi e che possono sviluppare una sensibilità finalizzata a cogliere segnali di disagio e a generare soluzioni che limitino la possibilità che i loro portatori rimangano senza una rete di attenzione.
Si prevede anche l'ausilio delle persone detenute, addestrate, attraverso attività di gruppo fra area penitenziaria e area sanitaria, a offrire vicinanza e supporto sociale ai soggetti a rischio.
Deve esserci cura particolare nel presidiare le (non poche) situazioni che possono essere potenzialmente stressanti in un contesto di privazione della libertà personale, fra le quali rientrano, fra le altre, i processi in corso nelle ipotesi di reati gravi, nel cui caso è necessario prestare particolare attenzione ai giorni prima delle udienze e della condanna e a quelli immediatamente successivi.
Antonio Ianniello
Garante per i Diritti delle persone private della Libertà personale del Comune di Bologna
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 21 giugno 2019
Suicida in carcere l'imputato per l'omicidio del buttafuori Poli a 20 anni di distanza. L'avvocato D'Errico contro procura e investigatori: "Hanno agito con eccessiva aggressività".
Per l'accusa "dire che il processo a carico di Stefano Monti è stato condotto in modo aggressivo non è accettabile". Per la difesa, invece, "ci sono anomalie in una vicenda che è stata trattata in modo aggressivo".
Scoppia la polemica tra il procuratore Giuseppe Amato e l'avvocato Roberto D'Errico, difensore di Monti, l'uomo accusato dell'omicidio del buttafuori Valeriano Poli (commesso il 5 dicembre 1999) che si è tolto la vita alla Dozza mercoledì mattina, una settimana prima della sentenza. Una polemica in punta di penna, ma dai toni fermi per entrambi i protagonisti.
Le parole di Amato sono arrivate dopo che il legale aveva parlato "di un processo aggressivo", che forse ha contribuito ad aggravare lo stato d'animo del detenuto. Per il procuratore si tratta di un "argomento che non si può accettare, perché contrario alla realtà dei fatti e che fa torto alla serietà della Corte di assise e del suo presidente (Stefano Scati, ndr.) che sono stati gli arbitri del processo, condotto in modo assolutamente sereno, lineare e corretto".
Secondo Amato "il procedimento può essere stato la motivazione ultima, ma la scelta suicidaria rientra nell'intimo imperscrutabile delle decisioni umane". Amato dice inoltre che "si è trattato di un processo che ha avuto il merito di cercare di trovare una risposta a un grave fatto omicidiario risalente a venti anni prima". Conclude poi affermando: "Francamente parlare di aggressività è parlare di un qualcosa che non appartiene al modo di fare di questo ufficio".
A stretto giro di boa la risposta di D'Errico: "Non intendo alzare il livello delle polemiche, né attaccare la Procura o la Corte di assise, che non c'entra nulla, ma ho il dovere di segnalare alcune anomalie in una vicenda che è stata trattata in modo energico". Secondo il legale le "anomalie" sono riconducibili a diverse fasi del procedimento, per come emerso durante il dibattimento.
La prima questione è legata all'esposizione mediatica: "Monti è stato sbattuto sui giornali e dipinto dagli inquirenti come un criminale violento. Mentre si tratta di una persona incensurata. Inoltre la notizia della riapertura del caso è stata diffusa ad arte per controllare le reazioni dell'indagato. I giornali sono stati usati dalla polizia e questo non mi sembra un atto consueto e corretto. Monti, poi, è stato fotografato con le manette ai polsi il giorno del suo arresto e rivedersi sui giornali in quelle condizioni di certo non lo ha reso sereno".
Inoltre, ricorda ancora, D'Errico: "Per mesi gli è stato impedito di incontrare la sua famiglia, la moglie e i figli, e questo quando l'inchiesta era già chiusa in attesa del processo immediato. Non capisco quali prove potesse inquinare. È un fatto che persino durante il processo la procura si sia opposta ai colloqui".
Per il legale: "Monti sentiva questo accerchiamento. Nessuno può conoscere le ragioni di un gesto tanto estremo. Non faccio polemica con nessuno ed ho rispetto per la procura e, ovviamente per la Corte che ha condotto il processo, tuttavia ho il dovere di segnalare fatti che di certo non hanno tenuto conto che ognuno è innocente fino a prova del contrario. Tanto più un incensurato di 60 anni accusato di un reato che avrebbe commesso 20 anni fa".
di Maria Laura Amendola
eroicafenice.com, 21 giugno 2019
Il carcere di Poggioreale viene, ancora oggi, definito il "carcere peggiore d'Italia, sia per i diritti umani che per il degrado". Il carcere di Poggioreale fu costruito nel 1914 nel pieno di un processo che, dalla fine del XVIII secolo, rese la prigione sostitutiva della pena di morte e delle punizioni corporali. Queste ultime, in realtà, persistevano anche nelle carceri e, in Italia, fino a circa cinquant'anni fa erano usate per mantenere "disciplina" e sopprimere eventuali ribellioni tra le celle. La pena di morte, invece, fu abolita nel 1945, con la Liberazione dal nazi-fascismo, e ufficialmente nel 1948, con la Costituzione Repubblicana.
Poggioreale fu, però, una "necessità" per affrontare il sovraffollamento delle carceri in funzione all'epoca. Era, ed è tuttora, una "casa circondariale", i cui detenuti sono in attesa di giudizio o condannati a pene inferiori ai cinque anni. Nel tempo, i reparti hanno preso il nome di città Italiane: Napoli, Milano, Livorno, Genova, Torino, Venezia, Avellino, Firenze, Salerno e Roma.
Il punto massimo di sovraffollamento nel carcere di Poggioreale avvenne nella prima metà degli anni '40 e nell'immediato dopoguerra, vista la presenza di numerosi prigionieri politici e di commercianti della "borsa nera". Fu in parte occupato dai tedeschi che, cinque giorni dopo l'armistizio, aiutarono i detenuti a fuggire. Tra le varie rivolte contro le condizioni igieniche del carcere, quella del 31 maggio 1972, quando dal padiglione Genova i detenuti devastarono ogni cosa, abbatterono i cancelli e saccheggiarono i magazzini. Furono due giorni di scontri con la polizia, durante i quali un detenuto di 19 anni fu ucciso da un colpo di pistola. I detenuti furono poi ammassati nei sotterranei e molti furono trasferiti.
Ma nel carcere di Poggioreale si è consumata anche una vera e propria faida, durante la guerra di camorra tra i Cutoliani e gli appartenenti alla Nuova Famiglia organizzata, durante la quale era la camorra stessa a stabilire le regole di vita tra le celle.
Secondo il rapporto del 2018 dell'associazione "Antigone", la struttura ospita 2.299 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 1.611 posti. Nonostante le numerosi ristrutturazioni, le condizioni generali sono ancora inadeguate e incompatibili con ciò che prevede l'attuale ordinamento penitenziario. Alcuni esempi: celle che ospitano fino a 12 detenuti, assenza di stanze adibite alla socialità, mancanza di docce, umidità degli ambienti.
Tra i più degradanti, il padiglione Roma, che "ospita" detenuti transessuali, tossicodipendenti e sex offender tra muffa, finestre rotte, assenza di intonaco e docce comuni distaccate dalle celle. Ma le criticità presenti nelle celle sono numerosissime: non sono garantiti 3 mq calpestabili per detenuto, non tutte le celle sono riscaldate adeguatamente e dotate di acqua calda, non ci sono schermature alle finestre, non è assicurata la separazione dei giovani dagli adulti. Inoltre, sette reparti su dieci non hanno spazi di socialità all'interno dei padiglioni, comportando una limitazione nei movimenti dei detenuti e la loro permanenza all'interno della cella per moltissime ore.
Solo nel 2017, si contano 290 casi di autolesionismo, 2 suicidi, 8 morti e 199 scioperi della fame. I detenuti in terapia psichiatrica sono 600, ma non è presente un reparto per detenuti con infermità psichica. A febbraio di quest'anno, nel carcere di Poggioreale è morto Claudio Volpe, di 34 anni, deceduto ufficialmente per un infarto. In realtà, Claudio soffriva di una febbre molto alta da giorni prima della sua morte e non aveva ricevuto aiuto nonostante le richieste di essere visitato. Le sue condizioni di salute si sono aggravate al punto da non rendere più necessario l'intervento del 118.
Ma ciò che più inquieta ancora del Carcere di Poggioreale è la "cella zero", creata nel 1981, nella quale - stando alle testimonianze degli ex detenuti - gli agenti della polizia penitenziaria sottoponevano i carcerati a pestaggi e maltrattamenti. La storia della "cella zero" è raccontata nel documentario di Salvatore Esposito, fotografo documentarista, in collaborazione con il giornalista Andrea Postiglione e Pietro Ioia, attivista per i diritti dei detenuti.
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