di Massimo Ammaniti
Corriere della Sera, 5 agosto 2019
Quei ragazzi sono perlopiù italiani di piccoli paesi a riprova del fatto che più che prendercela coi migranti dovremmo occuparci di quello che non va nelle nostre famiglie e nella nostra scuola.
Che si può fare con uno spray al peperoncino? Una donna può difendersi da un aggressore oppure nelle mani di un ragazzo può diventare una pericolosa arma di offesa. Era successo nella discoteca "Lanterna Rossa" a un concerto sovraffollato, qualcuno aveva spruzzato il terribile spray provocando una calca di ragazzini e di genitori che li avevano accompagnati, lasciando per terra morti e feriti. Si è scoperta alfine una temibile banda di ventenni che agiva nei concerti e nelle feste provocando un panico incontrollabile per cui riuscivano a rubare soldi e catenine d'oro. Negli anni il branco di giovani si è scagliato contro migranti, persone con handicap, donne indifese provocando sofferenze, paure, lesioni fisiche anche gravissime.
Ma questa volta se la sono presa con i coetanei che erano andati al concerto, bastava spingere il tasto di una bomboletta per sentirsi padroni della vita e della morte. Una pulsione onnipotente che li trasformava in esseri superiori in grado di travolgere la vita di centinaia e centinaia di ragazzi. Nessun segno di colpa e di ravvedimento nel branco, che ha continuato in questi mesi a infierire sugli altri per qualche soldo in più.
Colpisce la callosità mentale di quei ragazzi che li rende invulnerabili ai sentimenti e ai principi morali della comunità umana, ma sarebbe fuorviante liquidarli dicendo che sono bestie, perché gli animali esprimono emozioni e anche gratitudine. Sono perlopiù italiani di piccoli paesi del modenese a riprova del fatto che il degrado educativo sta raggiungendo tutti i livelli della società. Più che prendercela coi migranti dovremmo occuparci di quello che non va nelle famiglie e nella scuola italiana.
di Massimo Adinolfi
Il Foglio Quotidiano, 5 agosto 2019
E così li hanno scarcerati. Gli stupratori. Com'è? "Io una cosa del genere non posso accettarla", scrive su Facebook, il 28 marzo 2019, Luigi Di Maio, capo della maggior forza politica italiana, che sui temi della giustizia ha costruito buona parte delle sue recentissime fortune elettorali.
Il leader dei Cinque stelle dice di non voler entrare nel merito della decisione presa dal Tribunale del riesame, però, senza entrare nel merito, commenta così: "È evidente che c'è qualcosa che non va in questo paese. Chi compie uno stupro, per quanto mi riguarda, deve passare il resto dei suoi giorni in carcere.
Ognuno ha il diritto di difendersi, lo prevede il nostro ordinamento giuridico, ma chi è accusato di violenza sessuale contro una donna deve poterlo fare dal carcere". In breve: l'accusa è sufficiente, da sola, per trattenere qualcuno in carcere; non ci vogliono sentenze, giudici, tribunali. E la difesa non può interferire con l'esecuzione della misura cautelare. E l'ergastolo è l'unica pena che si meritano i "presunti stupratori", i quali nel breve volgere di qualche riga diventano senz'altro "delinquenti", nel post di Di Maio.
E comunque quel che hanno pensato, deliberato, scritto i giudici non conta. Anche se sono ben tre, e distinti, i collegi giudicanti che hanno ordinato la scarcerazione. In realtà, la ricostruzione dei fatti non è ovvia né scontata, come mostrano le motivazioni delle ordinanze, e dunque occorrerebbe massima cautela, e un "silenzio rigoroso e assoluto da parte di tutti", come ha giustamente chiesto il presidente delle Unione Camere penali italiane, Gian Domenico Caiazza. Invece Di Maio parla, parla e si indigna a gran voce, e non riesce nemmeno a immaginare che un giudice possa mettere in discussione un convincimento della pubblica accusa.
C'è davvero qualcosa che non va in questo paese, il paese del "io so, anche se non ho le prove". Ma almeno Pasolini (è lui che pronunciò sulle pagine del Corriere il più famoso degli "io so", mettendo sotto accusa l'intera Repubblica) era un intellettuale. Ora è invece un politico, un potente, un uomo delle istituzioni che sa anche senza prove, e si vergogna se l'accusato rimane, prima di qualunque processo, libero di "farsi i cavoli propri" (parole, queste ultime, che sottintendono che la libertà del cittadino Di Maio è nobile e bella, mentre quella concessa a questi "delinquenti" è immeritata). Lui, Di Maio, sa. E sopra questo sapere fa, ovviamente, un numero da circo elettorale.
"Giudizio e giustizia sono necessari non appena compare il terzo": per Levinas, cui appartengono queste parole, non si tratta di una condizione ideale, bensì soltanto di una situazione necessaria. Perché la relazione etica fondamentale - quella da cui nasce tutta la morale, secondo il filosofo di origini lituane - mi mette dinanzi al Volto di Altri, nella sua irriducibilità a qualunque regola, misura, norma, concetto, numero.
Qui, invece, si fa avanti un Terzo. Altri è il prossimo, quello che bisogna amare come sé stessi e che, nel vocabolario di Levinas, mi sollecita una responsabilità infinita: è, nella tradizione cristiana, l'uomo percosso e derubato che muove a compassione il buon samaritano. Ma poi c'è il Terzo, che richiede uguale trattamento.
"A partire da questo momento - scrive ancora Levinas - occorre paragonare, pesare, pensare, occorre fare la giustizia, sorgente della teoria". Occorre paragonare, e come si fa a paragonare volti e persone sempre uniche e irripetibili, ciascuno con la propria verità? Dove trovare la comune misura? Levinas cita un vecchio testo talmudico: gli stati, per battere moneta, ricorrono a un calco, e stampano monete tutte eguali l'una all'altra; Dio, invece, "con il calco della sua immagine, arriva a creare una molteplicità dissimile: degli io, gli unici nel loro genere": come rendere loro giustizia?
Poiché le figure teologiche possono apparire ingombranti, abbandono questo piccolo prologo in cielo e ritrascrivo tutta la scena in termini mondani: se sono coinvolto in una lite (con mio fratello, per esempio: è il caso di Esiodo e dell'inizio della civiltà occidentale), posso sperare di ottenere giustizia solo se accetto che un terzo sia chiamato a giudicare (a soppesare, a misurare).
Ma per compiere questo passo devo accettare pure che il giudizio provenga da un'istanza che non è implicata nella contesa al modo in cui lo sono io (e, specularmente, mio fratello). Questo non è il caso in cui qualcuno mi ha derubato e io ricorro alla giustizia perché scovi il colpevole e lo punisca; è piuttosto il caso in cui io so di aver ragione, e tuttavia, per vedermela riconosciuta, devo passare per il verdetto di un terzo.
Posso vendicarmi, ma non posso farmi giustizia da solo. Vendetta non è giustizia. La giustizia la si ottiene sempre da un altro. Il quale non sa le cose al modo in cui le so io, e a cui devo semmai sudare le sette camice per spiegarle. Io so, e il mio sapere è unico e irripetibile come l'incontro col Volto di Levinas.
Più avanti scriverò con i trattini: "verità-che-io-so", per riferirmi a questa verità che pretendiamo di possedere in prima persona, in presa diretta, con tutta la certezza della nostra buona coscienza, senza aver bisogno di mediazioni interpretative e di confronto con gli altri. Questa verità non è però fonte di giustizia: può generare odio oppure amore e perdono, amicizia oppure inimicizia assoluta, ma non giustizia, non imparzialità, non terzietà.
Ora è finita anche l'introduzione in terra, e si è capito dove voglio andare a parare: l'idea del diritto è connessa strutturalmente alla posizione di un terzo, che si installa necessariamente a una certa distanza dalla "cosa del giudizio" (e dalla verità-che-io-so), per cui i convenuti in giudizio avranno sempre, almeno in linea di principio, lo spazio per recriminare, persino quando si vedranno riconosciuti le loro ragioni (perché un conto è che tu, giudice, mi dai ragione un altro è il modo in cui la ho, la soffro, la vivo nella mia carne).
A un certo punto della nostra vita diveniamo maturi e mettiamo giudizio: cosa vogliono dire queste parole, se non proprio che impariamo a guardare noi stessi con un certo distacco, rinunciando ad alcune delle pretese più esorbitanti che fanno compagnia al nostro direio, alla nostra indomabile prima persona (o a quella ancor più ingombrante del popolo con cui pretendiamo di identificarci, di fare uno)? Mettiamo giudizio, ossia accettiamo che sul nostro conto giudichi un altro, a distanza, e non pretendiamo più che la verità sul nostro conto sia, per l'appunto, solo nostra.
Ora, se davvero abbiamo messo giudizio, possiamo guardare ai principi di una giustizia liberale senza inorridire davanti al fatto che le sue pietre angolari sono tutte (ripeto: tutte) collocate a qualche distanza dalla verità-che-io-so. Farà meraviglia allora che a questa verità troviamo avvinti tutti i populismi? Non credo.
Solo qualche esempio. Poniamo il caso che siano state raccolte prove che dimostrino inoppugnabilmente la colpevolezza di Tizio, ma che, per il modo in cui quelle prove sono state raccolte esse siano inutilizzabili: l'istanza del giudizio è salvaguardata sopra ogni altra cosa. Il modo in cui il giudizio si forma ha più importanza, in un ordinamento liberale, di qualunque cosa cioè gridi la vox populi: le prove inoppugnabili restano fuori dal processo. (Ma il populista griderà allo scandalo e si indignerà).
Un ultimo esempio: poiché se non hai commesso nulla di male non hai nulla da temere - così dice la saggezza popolare -, le indagini degli organi giudiziari possono farsi sempre più invasive. Possono persino spingersi a provocare il reato, per dimostrare ancor prima della sua commissione la verità-che-io-so, che anche la voce del popolo sa: che il politico in questione è corrotto, aspettava solo l'occasione che - anche questo si sa - fa l'uomo ladro.
Un diritto liberale, invece, tutela la libertà di fare il male più ancora della capacità di prevenirlo. I valori della libertà e della sicurezza vanno contemperati, ma in uno Stato di diritto il punto di equilibrio è cercato a vantaggio della libertà, non della sicurezza. E l'agente provocatore non compare in un codice ispirato ai principi liberali. Un governo populista proverà invece a introdurlo.
Fin qui ho ragionato in termini alquanto astratti. In realtà, si tratta di faccende maledettamente concrete, e dietro gli esempi prodotti il lettore attento non avrà mancato di pensare a fatti e circostanze che alimentano la giostra mediatico-giudiziaria nostrana. Per restituire però l'atmosfera che domina il nostro dibattito pubblico su questi argomenti non bastano gli esempi addotti. Occorre aggiungere, molto brevemente, qualche ulteriore elemento.
Il primo è il panpenalismo, cioè l'irresistibile tendenza a introdurre sempre nuove figure di reato, indipendentemente da qualunque fenomenologia criminale, da qualunque osservazione degli effetti che nuove pene hanno in concreto. Non essendo in grado di fornire risposte di tipo politico, o sociale, o culturale, o educativo, si ricorre alle pene, e che poi se la sbrighino i magistrati. Poi c'è il fatto che le pene, ci mancherebbe altro, devono essere inasprite: un inasprimento non lo si nega a nessun delinquente.
Altra conseguenza da cui si sfugge sempre più a fatica, almeno nel discorso pubblico, è che pena significhi sempre più carcere, e soltanto carcere. Se la legislazione si è nel tempo evoluta, nel senso di affiancare alla detenzione pene e percorsi alternativi, nell'uso politico che si fa del tema tutto questo scompare, e fare giustizia significa quasi soltanto sbattere in galera e buttar via la chiave.
Se qualcosa mi ha colpito nell'esperienza compiuta al ministero della Giustizia come consigliere dell'allora ministro, Andrea Orlando, è invece l'evidenza con cui, nelle considerazioni sullo stato degli istituti penitenziari, in Italia, si imponessero un paio di dati: uno è l'elevatissimo numero di coloro che sono detenuti in attesa di giudizio, per cui molti scontano una incomprensibile pena anticipata, quale che sia poi la sentenza che li raggiungerà; l'altro è invece il tasso di recidiva, che tanto più si abbassa quanto più i condannati si trovino a essere coinvolti in percorsi di reinserimento sociale.
Ma voi avete mai ascoltato l'attuale Guardasigilli, Alfonso Bonafede (o il ministro dell'Interno Salvini, che tanto si occupa di sicurezza e che alla diminuzione dei reati dovrebbe tenere particolarmente), sottolineare con enfasi, in un discorso pubblico, l'importanza di migliori condizioni di vita in carcere, o magari insistere sul reinserimento sociale dei reclusi?
Io no. Casomai mi succede di ascoltare il contrario. Io vedo che nell'ambito della riforma dell'ordinamento penitenziario (varata dal precedente governo), l'attuale Esecutivo ha ritenuto di non esercitare un buon numero di deleghe ricevute dal Parlamento, e tra esse, ha lasciato cadere in particolare quella relativa alle modalità di accesso alle misure alternative, in vista di una loro più ampia applicazione. Non se ne fa più nulla, insomma.
Per soprammercato, capita di leggere sul maggior quotidiano del paese, a firma di uno dei suoi editorialisti più illustri, Ernesto Galli della Loggia, una preoccupata analisi della distanza tra popolo ed élites, dove tra i rimedi indicati per riavvicinare i cittadini alle istituzioni compare la non irresistibile idea di rendere più marcata la presenza di giurati popolari nei tribunali.
La formula "in nome del popolo", evidentemente, non basta più: anche a Palazzo di Giustizia il popolo deve potersi far sentire direttamente, senza la mediazione di un giudice parruccone. Della Loggia spiega che l'epocale riforma avrebbe un "fortissimo significato anticastale", e su questo ha ragione: indipendentemente da qualunque considerazione sul buon funzionamento della giustizia, sarebbe di sicuro un modo per lisciare il pelo al popolo.
Eppure, se uno volesse davvero dare un colpo alla "casta" dei magistrati, senza siffatte sbracature populiste, avrebbe da chiedere ben altro, in un'ottica liberale: la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, a cui il sindacato dei magistrati si oppone con tutte le sue forze. Ma, anche se nessuno oggi ne parla, è evidente che non c'è modo migliore per assicurare terzietà al giudice (si rilegga il prologo in cielo), per rafforzare la sua posizione di imparzialità nel processo, per garantirgli quella distanza da cui soltanto può provenire un verdetto improntato a giustizia.
Invece ci azzuffiamo sulla riforma delle intercettazioni, la riforma della prescrizione, la riforma del codice antimafia. I problemi della giustizia italiana sono, anzitutto, di ordine amministrativo, ma far funzionare gli uffici significa cambiare la geografia dei poteri, dentro la magistratura e nei suoi rapporti con il resto della società, ed è per questo che è difficilissimo fare riforme davvero incisive. Invece di tutto ciò, il tema dominante diventa l'efficacia dell'azione repressiva, perché è quello che chiede il popolo.
E azione repressiva significa pubblico ministero, il quale finisce col rappresentare agli occhi dell'opinione pubblica l'intero mondo della giustizia. Fateci caso, infatti: chi sono i magistrati famosi, quelli che diventano star mediatiche? Non i giudici, ma i pubblici ministeri.
E perché questo accade, se non perché è lui, l'accusatore, il più vicino alla verità-che-io-so e che tutti sanno? Così vicino che quando capita che un tribunale smentisca le tesi dell'accusa si rimane increduli. E invariabilmente si commenta: è come se la vittima fosse stata offesa, uccisa, stuprata, una seconda volta. Un tribunale che non si mette in scia con l'accusa si fa insomma complice del delitto, anzi lo commette a sua volta.
Questo accade perché ai magistrati chiediamo ormai non di pronunciare un verdetto secondo giustizia, ma di dimostrare la verità-che-io-so e che tutti sanno: che lo stato non funziona, che i politici sono tutti corrotti, che la mafia inquina il tessuto democratico di intere regioni del paese. Noi lo sappiamo senza indizi né prove: non ne abbiamo bisogno.
Ai magistrati chiediamo di trovarli, questi indizi e queste prove, per incastrare finalmente colpevoli della cui colpevolezza siamo già convinti. Come diceva infatti Piercamillo Davigo? Tra i politici non esistono innocenti, solo colpevoli non ancora scoperti: eccola, la verità-che-io-so, la verità che tutti sanno e che sta alla base dell'intero ciclo della Seconda Repubblica, da Tangentopoli in poi, il sapere di cui si nutre l'ethos pubblico e che esercita una pressione deleteria sulle strutture liberali dello stato democratico.
Quale meraviglia se allora la prescrizione significa solo che il colpevole la fa franca, l'intercettazione che devo dare modo al magistrato di beccarti e il codice antimafia che parlare di diritti e garanzie per un mafioso è moralmente indecente? Così il cerchio si chiude, e il populismo nell'ambito della legislazione penale contribuisce a sfigurare irreparabilmente lo stato di diritto.
Ma dove si dovrebbe trovare lo stato di diritto coi suoi lineamenti liberal-democratici? Angelo Panebianco gli ha trovato un'ottima collocazione: a metà strada fra il panpoliticismo delle democrazie illiberali e il pangiuridicismo delle democrazie giudiziarie: "Concretamente, se nella democrazia illiberale è un delitto di lesa maestà contrapporsi al governo, nella democrazia giudiziaria lo è contestare le decisioni dei magistrati".
I due estremi però si tengono, e a tenerli insieme è, manco a dirlo, il populismo. Perché in un caso e nell'altro ciò che viene messo sotto tutela è la politica - nella sua forma rappresentativa e nella sua articolazione partitica. La politica o la fa direttamente il popolo, o è meglio che tolga il disturbo. E chi meglio dei magistrati può servire allo scopo?
La domanda spero suoni retorica: vorrebbe dire che non siamo ancora arrivati al punto in cui la patente di legittimità fornita da un giudice è superiore alla legittimazione democratica rilasciata da un voto. Ma siamo però al punto in cui ci chiediamo se quel giusto mezzo in cui si situano le moderne democrazie possa resistere agli assalti che accendono le cronache politiche.
Assalti che, siatene certi, verranno condotti in nome del popolo italiano, in nome della giustizia, in nome della verità-che-io-so, che ciascuno ritiene di sapere. Nulla di più nobile, ma nulla anche di più lontano da un'effettiva architettura giuridica liberale.
Far funzionare gli uffici della giustizia in Italia significa cambiare la geografia dei poteri, dentro la magistratura e nei suoi rapporti con il resto della società, e per questo è difficilissimo fare riforme incisive. Invece di tutto ciò, il tema dominante diventa l'efficacia dell'azione repressiva, perché è quello che chiede il popolo Ai magistrati chiediamo ormai non di pronunciare un verdetto secondo giustizia, ma di dimostrare la verità-che-io-so e che tutti sanno: che lo stato non funziona, che i politici sono tutti corrotti, che la mafia inquina il tessuto democratico di intere regioni del paese. Noi lo sappiamo senza indizi né prove: non ne abbiamo bisogno.
di Marcello Sorgi
La Stampa, 5 agosto 2019
Come ormai accade da molti anni - almeno un quarto di secolo, da quando, cioè, il Senato s'è trasformato in una Camera senza maggioranza - anche oggi, o domani se la seduta andrà per le lunghe e i senatori non vorranno allungare di un altro giorno il mesetto e mezzo di vacanze che si sono appena concessi, il governo vivrà il suo appuntamento con il brivido nel voto finale sul decreto "Sicurezza bis".
Un brivido inutile, va detto subito, dato che la legge, in quanto decreto, è già in vigore, e ha già dimostrato la sua incapacità a impedire gli sbarchi di immigrati clandestini salvati da navi delle Ong o della nostra Guardia costiera.
Si tratti dell'esile capitana tedesca della "Sea Watch" Carola Rackete, che gli insulti sessisti di Salvini sono riusciti perfino immeritatamente a trasformare in un'icona della solidarietà internazionale, e in un futuro prossimo, chissà, forse anche nella leader politica di un nuovo movimento, odi un regolare ufficiale della Marina italiana, le norme che introducono multe, arresti e sequestri delle imbarcazioni usate per i salvataggi, si sono rivelate in tutti i casi recenti di difficile e non duratura applicazione, se è vero come è vero che negli stessi giorni in cui la comandante della "S e a Watch" veniva arrestata, scarcerata e lasciata libera di tornarsene a casa, nonché di rilasciare interviste molto battagliere, dalla magistratura italiana, un'altra nave incappata nella stessa rete di sicurezza e nella politica dei "porti chiusi" del ministro dell'Interno, la "Mare Ionio", è stata dissequestrata.
E come ha annunciato la portavoce della ong "Mediterranea Saving Humans" Alessandra Sciurba, si appresta indisturbata a tornare a pattugliare il Canale di Sicilia per trarre in salvo i disperati dei gommoni che vi si avventurano a frotte, complice il bel tempo estivo. Può piacere o non piacere, secondo i punti di vista, ma la realtà è questa.
E il Senato si accinge a dividersi e ad approvare non si sa come, visto che sulla carta la maggioranza necessaria di 163 voti non c'è, a causa della defezione di una decina di senatori 5 stelle, una legge inefficace, scritta al solo scopo di poterla presentare come strumento di propaganda rivolto agli elettori più preoccupati - e sono ancora tanti - di una possibile, seppure non ancora avvenuta, malgrado la forte spinta del continente africano e della Libia destabilizzata, invasione di immigrati.
Il Decreto Sicurezza 2 passerà, ci si può scommettere, come passò al Senato nello scorso novembre il Sicurezza 1, gravato delle stesse incertezze di quello che va in discussione oggi, e alla fine approvato a furor di popolo, anzi di eletti desiderosi di continuare a sedere sulle confortevoli poltroncine di Palazzo Madama, e non di mettere a rischio una legislatura appena cominciata. Se mancheranno i voti dei 5 stelle, basteranno a compensarli le uscite dall'aula dei forzisti di Berlusconi e dei Fratelli d'Italia della Meloni.
Al dunque, a votare contro, sebbene a malincuore in certi casi per il timore di smentire la politica della durezza anti-immigrati in parte condivisa anche a sinistra, saranno il Pd e Leu. Magra consolazione. Il governo andrà avanti. Calerà il sipario, per sei-sette settimane, sull'esangue confronto parlamentare che si trascina da metà dell'anno scorso, mentre la vita politica del Paese scorre sul ritmo degli insulti e delle litigate quotidiane tra Di Maio e Salvini.
Ce n'è una al giorno, o anche più, e ogni volta si sente dire che il momento della rottura è sopravvenuto e si preparano nuove elezioni anticipate, che invece non arrivano. Nel frattempo, nulla succede, tutto è rinviato, dalla nomina del nuovo commissario europeo a un'approfondita discussione su una rinnovata politica di redistribuzione dei migranti a livello dell'Unione, che revisioni gli effetti negativi per l'Italia del trattato di Dublino. Un'offerta molto interessante, fatta in questo senso dalla nuova presidente della Commissione di Bruxelles Von der Leyen al presidente del Consiglio Conte è purtroppo caduta nel vuoto. Non c'è più tempo né voglia, in un Paese come il nostro, di discutere seriamente di nulla.
ncr-iran.org, 5 agosto 2019
Il Comitato delle Donne del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana condanna con forza la brutale aggressione ai danni di quattro prigioniere politiche avvenuta nel carcere di Qarchak, a Varamin. Il Comitato delle Donne del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana richiama l'attenzione delle istituzioni internazionali che difendono i diritti umani e delle donne sulle drammatiche condizioni in cui versano i prigionieri politici, in particolare le donne, chiedendo un'azione urgente che garantisca il loro rilascio. Lunedì 29 Luglio 2019 quattro prigioniere politiche detenute nel tristemente famoso carcere di Qarchak, a Varamin, sono state brutalmente picchiate da criminali comuni, incitati dalle autorità penitenziarie e dai dipendenti dell'infermeria. Una delle vittime sarebbe in condizioni critiche.
Precedenti rapporti, risalenti al 6 ed al 12 Luglio, contengono anch'essi riferimenti al pestaggio di prigionieri politici nelle carceri ad opera di pericolosi criminali. Il pestaggio dei prigionieri politici per mano di comuni criminali incitati dalle autorità e dalle guardie è diventato uno strumento largamente usato dal fascismo religioso al potere per fare pressioni sui prigionieri politici. Il 10 Giugno 2019, nel Grande Penitenziario di Teheran, conosciuto anche come "Fashafuyeh", il prigioniero politico 21enne Shir Ali Mohammadi è stato giustiziato per mano di comuni criminali. La Sig.ra Maryam Rajavi, Presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, ha ripetutamente sollecitato le istituzioni internazionali per la difesa dei diritti umani ad inviare una delegazione investigativa internazionale che ispezioni le carceri iraniane e visiti i prigionieri politici.
Il Sole 24 Ore, 5 agosto 2019
Armi - Detenzione - Custodia - Diligenza - Adozione di cautele secondo l'id quod plerumque accidit. In materia di custodia di armi, la fattispecie incriminatrice di cui all'art. 20, l. n. 110/75, posta a tutela della sicurezza pubblica, è prevista non solo per ostacolare i possibili furti nel luogo ove l'arma viene custodita, ma anche per evitare il pericolo che persone che frequentano o che si trovino nel luogo di custodia entrino con facilità in possesso dell'arma al di fuori del controllo del legittimo detentore. Il dovere di diligenza nella custodia consiste nell'adozione di cautele e di misure, nelle specifiche situazioni di fatto, usando l'ordinaria prudenza, secondo il criterio dell'id quod plerumque accidit.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 8 luglio 2019 n. 29849.
Armi - Omessa custodia - Reato di cui all'art. 20 bis della legge n. 110 del 1975 - Omissione di cautele per impedire l'impossessamento di armi da parte di soggetti minori, incapaci, inesperti o tossicodipendenti - Rappresentazione da parte dell'agente della situazione di pericolo - Necessità - Fattispecie. Ai fini dell'integrazione del reato di omessa custodia di armi, previsto dall'art. 20-bis, comma 2, della legge 18 aprile 1975, n. 110, è necessario che l'agente possa rappresentarsi, in relazione a circostanze specifiche, l'esistenza di una concreta situazione di fatto tale da richiedere l'adozione di cautele volte a impedire che uno dei soggetti contemplati dalla predetta disposizione - minori incapaci, persone inesperte o tossicodipendenti - riescano a impossessarsi delle armi. (In applicazione del principio, la S.C. ha escluso la configurabilità del reato in parola con riferimento alla detenzione di una pistola all'interno di un cestino riposto - ad un'altezza di oltre due metri - sull'ultimo piano di una cabina-armadio situata nella camera da letto dell'imputato e della convivente, rilevando l'impossibilità, per la figlia di cinque anni di quest'ultima, di raggiungere l'arma).
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 8 maggio 2018 n. 20192.
Armi - Omessa custodia - Omissione di cautele idonee ad evitare l'impossessamento di armi da parte di minori, soggetti incapaci, inesperti o tossicodipendenti - Natura - Reati di pericolo - Fattispecie. Il reato di omessa custodia di armi (art. 20-bis, L. n. 110 del 1975) è di mera condotta e di pericolo e si perfeziona per il solo fatto che l'agente non abbia adottato le cautele necessarie, sulla base di circostanze da lui conosciute o conoscibili con l'ordinaria diligenza, indipendentemente dal fatto che una delle persone indicate dalla norma incriminatrice - minori, soggetti incapaci, inesperti o tossicodipendenti - sia giunta a impossessarsi dell'arma o delle munizioni. (Fattispecie in cui la Corte ha precisato che la conservazione delle armi all'interno di un mobile o di uno scrittoio, chiuso anche a chiave, ma con chiave reperibile, non integra una cautela sufficiente ad impedire l'accesso all'arma medesima).
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 30 aprile 2013 n. 18931.
Armi - Omessa custodia - Omissione di cautele adeguate a evitare l'impossessamento di armi da
parte di minori, soggetti incapaci, inesperti o tossicodipendenti - Natura - Reato di pericolo concreto. Il reato di omessa custodia di armi, di cui all'art. 20-bis, L. n. 110 del 1975, è un reato di mera condotta e di pericolo che si perfeziona per il solo fatto che l'agente non abbia adottato le cautele necessarie, sulla base di circostanze da lui conosciute o conoscibili con l'ordinaria diligenza, indipendentemente dal fatto che una delle persone indicate dalla norma incriminatrice - minori, soggetti incapaci, inesperti o tossicodipendenti - sia giunta a impossessarsi dell'arma o delle munizioni, in quanto è necessario che, sulla base di circostanze specifiche, l'agente possa e debba rappresentarsi l'esistenza di una situazione tale da richiedere l'adozione di cautele specifiche e necessarie per impedire l'impossessamento delle armi da parte di uno dei soggetti indicati.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 7 dicembre 2007 n. 45964.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 5 agosto 2019
La posta elettronica e più in generale i dati conservati nella memoria di un computer sono qualificabili come documenti ai sensi dell'articolo 234 del Cppe, pertanto, possono essere acquisibili con le forme del sequestro probatorio, dovendosi escludere, invece, che tale attività acquisitiva soggiaccia alle regole stabilite per la corrispondenza ovvero, a maggior ragione, alla disciplina delle intercettazioni telefoniche. Lo ha detto la Cassazione con la sentenza 27 giugno 2019 n. 28269.
Infatti, ha osservato la Cassazione, con specifico riguardo alla attività di intercettazione, va considerato che questa postula, per sua natura, la captazione di un flusso di comunicazioni nel momento stesso in cui si realizzano, cosicché il provvedimento di autorizzazione del giudice risulta necessario in quanto finalizzato, in via preventiva e in relazione al quadro accusatorio, alla verifica dell'esistenza di gravi indizi di reato, in una prospettiva di indispensabilità per la prosecuzione delle indagini preliminari.
Invece, nell'acquisizione dei dati dalla memoria del computer il provvedimento di sequestro probatorio interviene per acquisire ex post i dati risultanti da precedenti e già avvenute comunicazioni telematiche, così come conservati nella memoria fisica del computer e come tali cristallizzati e documentati da quei flussi: l'apprensione ha pertanto riguardo al risultato, definito e non più modificabile, delle precedenti comunicazioni informatiche, come tali documentate e fisicamente acquisite, in ragione della finalità probatoria che le stesse conservano rispetto ad attività già completamente esaurite nel momento della apprensione mediante sequestro.
Proprio da queste premesse, la Corte, accogliendo il ricorso del pubblico ministero, ha annullato il provvedimento con cui il Tribunale del riesame aveva a sua volta annullato il decreto di sequestro probatorio emesso dal pubblico ministero, nell'ambito di procedimento nel quale si procedeva per il reato di cui all'articolo 353 del Cp,"limitatamente alle e-mail estratte dal server" di una società, sulla base dell'assunto - ritenuto erroneo dal giudice di legittimità - che la relativa apprensione, implicando la captazione di un dinamico flusso informatico di comunicazioni, avrebbe potuto essere eseguita solo nelle forme dell'intercettazione.
di Fulvio Scaglione
linkiesta.it, 5 agosto 2019
Gli Usa di oggi sono quelli dove avviene un mass shooting ogni 64 giorni, dove neri e ispanici sono ancora discriminati, dove si trova il 25% dei detenuti mondiali. E la politica estera (anche verso l'Europa) è ancora peggio. Ma tutti hanno smesso di alzare la testa.
Domanda: c'è una versione degli Usa che a un europeo dabbene, un europeo con tutti i sentimenti, possa far più schifo di quella attuale? E perché non c'è nessuno che si agiti almeno un po', manifesti davanti all'ambasciata, organizzi una raccolta firme? Dopo tutto l'abbiamo fatto, in tempi e condizioni assai diversi. Negli anni Ottanta durante la crisi degli euromissili, perché non volevamo i Pershing e i Cruise sul nostro continente. E di là c'era l'Unione Sovietica, mica bruscolini. E poi di nuovo all'inizio degli anni Novanta, quando George W. Bush voleva invadere l'Iraq e ci rifilava le balle sulle armi di distruzione di massa. E di là c'era Saddam Hussein, roba da far sembrare Brezhnev un vero signore.
Non si ottenne nulla, arrivarono i Pershing, i Cruise e pure l'invasione dell'Iraq. Però si vide che gli europei almeno esistevano, pensavano, si scaldavano. E adesso? Il nulla, il vuoto. O forse vogliamo raccontarci che gli Usa di Jimmy Carter, Ronald Reagan e George Bush erano peggio di quelli attuali? Diamo un'occhiata. Quatto sparatorie nel mucchio in una settimana: a Gilroy in California, 3 morti; a Southaven in Mississippi, 2 morti; a El Paso in Texas, 20 morti; e a Dayton in Ohio, 9 morti. Quella di Dayton è la ventiduesima sparatoria del 2019, già cento persone sono morte così. Donald Trump? Sì, ma anche no. È da un po' che le cose peggiorano. Tra il 1982 e il 2011 negli Usa c'era un mass shooting in media ogni 200 giorni. Dal 2011 ce n'è uno ogni 64 giorni.
Gli Usa di oggi sono il Paese in cui il 71% dei neri sostiene che le relazioni con i bianchi sono "negative" e l'86% che le discriminazioni a sfondo razziale aumentano quanto più tu, nero, sei istruito o in possesso di titoli di studio. Il Paese in cui metà degli ispanici denuncia di aver subito con regolarità questo o quell'atto discriminatorio e in cui, secondo un sondaggio generale, l'82% dei musulmani e persino il 64% degli ebrei sono danneggiati, nella vita sociale, dalla loro pratica religiosa. Il Paese che ha il 5% della popolazione mondiale ma il 25% di tutti i detenuti e dove, a parità di reato, i membri delle minoranze etniche si beccano almeno cinque mesi di galera in più. E anche qui, Trump c'entra e non c'entra perché la tendenza, secondo lo studio dell'indiano Imran Rasul, è cominciata nel 2001, dopo le Torri Gemelle.
Ecco, questo è il Paese che, nel frattempo, progetta di allungare e alzare il muro anti-migranti col Messico, quello che provoca tanti begli articoli di giornale ma nemmeno una protesta per strada. Lo stesso Paese, all'estero, offre un grosso aiuto all'Arabia Saudita che bombarda i bambini nelle scuole dello Yemen (e quando serve uccide e fa a pezzi i giornalisti, mica li manda a stendere in una conferenza stampa) e con l'ormai inutile embargo alla Siria favorisce la morte per malattia o mancanza di cure adeguate di migliaia di civili innocenti. Verso l'Iran (che, ricordiamolo, secondo la Ue rispettava in pieno il Trattato sul nucleare del 2015) ha avviato un embargo che sta facendo soffrire solo la gente comune, non certo la guida suprema Alì Khamenei. In Israele ha sputato in un occhio all'intera comunità internazionale, ha trasferito l'ambasciata e caldamente appoggiato gli israeliani quando fucilavano i manifestanti al confine con Gaza, in quello che l'Onu ha definito un crimine di guerra. Quando ha liberato dall'Isis le città di Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria) ha fatto secchi migliaia di civili. Ma tutto va ben, madama la marchesa.
E che dire agli europeisti dell'Europa? Gli Usa di oggi applaudono freneticamente la Brexit, minacciano di rifilarci altre sanzioni (oltre a quelle già in vigore sulle importazioni di alluminio e acciaio), ci intimano di versare altri soldi per finanziare la Nato che è cosa loro e lavora per i loro interessi globali, tengono in casa nostra una settantina di bombe atomiche sotto il loro esclusivo controllo, ci rifilano gli F35 che funzionano come le bombe atomiche di cui sopra. Pretendono inoltre di decidere da chi dobbiamo comprare gas e petrolio e persino chi dobbiamo frequentare. La Russia no, la Cina no, l'Iran no, il Venezuela no, e anche sui miei vicini di casa hanno qualche dubbio.
Nessuna nostalgia del passato ma una volta sarebbe bastato molto meno per incazzarsi almeno un po'. E adesso? I sovranisti hanno deciso che gli americani bisogna aiutarli a casa loro e a casa nostra, e dire sempre sì, anche ai progetti più bislacchi, ed essere pure felici (vero Salvini?). Come gli stalinisti del buon tempo che fu quando si parlava dell'Urss. I buoni, i progressisti e gli europeisti, invece, continuano a succhiarsi il pollice e vanno in cerca del papà. Abbiamo appena sentito dire (vero Zingaretti?) che senza gli Usa e la Nato il multilateralismo sarebbe andato a banane. Il multilateralismo, pare, in cui o siamo d'accordo con gli Usa o siamo d'accordo con gli Usa. Altri versano lacrime commosse sulla fine di John McCain, uno che avrebbe bombardato anche sua nonna. Altri si fanno le pippe con gli hacker e le fake news, sempre in attesa dell'inevitabile invasione russa come i loro nonni negli anni Cinquanta, fantasma sempre buono per giustificare la posizione a novanta gradi.
Ma se vi commuovono tanto i bambini che fanno l'altalena da un lato e dall'altro del muro con il Messico, perché non fate anche qualcosa? Che so, una delegazione di parlamentari che fa la sciopero della fame accanto al muro, per dire. Troppo? Una lettera aperta, allora. Oppure, vista la mancanza di allenamento, poiché è dalle guerre dei Balcani di Bill Clinton che non apriamo più la bocca, anche solo un telegramma. Aperto, però.
di Guido Olimpio
Corriere della Sera, 5 agosto 2019
Patrick Crusius era in missione. Voleva "uccidere il maggior numero di messicani possibili". Ed ha dato l'assalto al Walmart di El Paso. Prima di lui il killer di Girloy. Anche lui in missione, animato dal razzismo, ha studiato per colpire la folla. Poi i clienti nel bar di Dayton, freddati a fucilate da Connor Betts, 24 anni. Un'altra storia, forse.
Questo ragazzo dell'Ohio aveva giubbotto anti-proiettile, un'arma con caricatore ad alta capacità, ben 100 proiettili. Tutto acquistato online in Texas. Ha tirato sulle persone per un minuto, un giro di lancette che ha separato la vita dalla morte. Modus operandi simile agli altri, Betts ha assassinato anche la sorella e il suo fidanzato con i quali era arrivato davanti al locale sulla stessa. Ignoto per ora il movente, nel suo passato una sospensione - quando era al liceo - perché aveva scritto su una parete una lista di bersagli. Un particolare che se confermato solleva interrogativi sulla mancanza di successivi controlli. Non era una prova, ma un indizio di possibili azioni a rischio.
Siamo davanti ad una sequenza spaventosa di mass shooters, killer di massa. Ventenni americani diventati terroristi "personali", mossi da rabbia e motivazioni proprie. Altri innescati dal suprematismo. Una sfida in ascesa, ripetuta, con episodi collegabili a quanto è avvenuto all'estero. Crusius ha scritto nel suo manifesto di essersi ispirato all'autore della strage delle moschee in Nuova Zelanda, Brenton Tarrant, e quest'ultimo aveva ammirato l'estremista norvegese Andres Breivik, il mostro di Utoya. In questa offensiva - globale - non mancano esempi da copiare. È una violenza "a seguire", senza necessario che vi siano ordini da ricevere o da impartire.
Il direttore dell'Fbi Christopher Wray ha messo in guardia sul pericolo: negli ultimi mesi abbiamo arrestato 90 terroristi suprematisti e 100 legati a quello internazionale. Gli specialisti sottolineano come nel 2018 gli attentati compiuti da estrema destra negli Usa siano stati 17, quattro in più dell'anno precedente. E aggiungono come siano i più letali. Il "bianco" mira a fare tante vittime, ha accesso facile alle armi, sa come aggirare controlli deboli. E una tendenza già vista per gli sparatori senza ideologia. Adam Lanza, prima di falciare i bimbi nelle aule di Newtown, ha fatto ricerche - da studioso - su chi lo ha preceduto. Stessa cosa Stephen Paddock, il cecchino di Las Vegas. È l'ossessione del record, per essere ricordati. Tacche su un cinturone, macabri trofei per distinguersi in una galleria affollata di massacratori.
Lo xenofobo ha colorato di politica questa mania distruttrice. È convinto di essere l'ultimo paladino, paventa l'invasione dei migranti, rilancia frasi fatte. Imitando i qaedisti presenta la propria lotta in chiave difensiva. Crusius lo ha ribadito sostenendo che non è possibile restare passivi. È incoraggiato dal "clima" e - accusano i critici - da un presidente che si fa pregare per prendere le distanze, condanna in ritardo (lo ha fatto ieri in modo pubblico), sembra fiancheggiare certe spinte. Polemiche inevitabili, scontri che alla fine fanno il gioco di quanti cercano di provocare fratture nella società e di allargare quelle esistenti.
Il neonazista ha i punti di incontro su Internet, i forum come 8chan, un vero pozzo di veleni. Luoghi dove trova altri come lui. Non è diverso dal militante del Califfato che vive Bruxelles e poi organizza un attentato. In entrambi i casi è un errore definirli lupi solitari in quanto aderiscono ad una comunità. Sono rinchiusi in loro stessi, però sono parte di un network ideologico. Hanno tanto da condividere, elaborano documenti "strategici". Sono molti locali, agiscono in un raggio limitato, l'ambiente circostante è la trincea.
Le posizioni misogine, le parole d'ordine anti-semite, l'odio per lo straniero si mescolano alle tesi cospirative. Alcune davvero elaborate, altre banali però con una diffusione capillare. Ed è interessante che all'interno dell'FBI c'è chi voglia classificarle forme di eversione. La paura dei jihadisti - mai domi - ha sottratto risorse, attenzione, contromisure. Solo adesso, con l'eccidio in Texas, la Giustizia statunitense non ha escluso di considerare terrorismo interno gli attentati degli xenofobi.
La Repubblica, 5 agosto 2019
Un documentario racconta il progetto "Pugni chiusi", ovvero il gruppo di pugilato creato dal volontario ed ex-pugile Mirko Chiari all'interno del carcere di Bollate, a Milano. La pellicola, diretta da Alessandro Best e patrocinata dal ministero della Giustizia e dalla Federazione pugilistica italiana, analizza lo sport come leva emotiva del detenuto per riemergere e costruirsi un futuro.
"Lottiamo affinché cadano - spiega Mirko Chiari - certi pregiudizi appiccicati come un'etichetta a chi ha avuto un passato da detenuto. L'etichetta sociale è lo scoglio più difficile da superare". Disponibile sulla piattaforma Infinity e co-prodotto da Bestvideos, "Pugni chiusi" porta lo spettatore all'interno del carcere da una prospettiva inedita: la preparazione fisica e mentale dei detenuti che, supportati da psicologi e criminologi, compiono il loro percorso per il ritorno in libertà.
larampa.it, 5 agosto 2019
Nella giornata di martedì 6 agosto alle ore 9:30, presso l'istituto penale per minorenni di Airola (BN), promosso dal Garante dei detenuti Campano Samuele Ciambriello, si terrà il concerto "Anima di strega" della cantautrice Vincenza Purgato insieme al chitarrista Edo Puccini che l'accompagna in questa sua volontà di cantare per i detenuti.
Saranno protagonisti canori della giornata anche un gruppo di giovani ristretti presso l'Ipm di Airola, "ragazzi sospesi" con tanta voglia di fare, un momento che permetterà l'incontro dell'energia femminile con l'energia maschile.
"Dopo il concerto del 10 Maggio presso la Casa Circondariale femminile di Pozzuoli è ora la volta dell'IPM di Airola. L' incontro con i ragazzi per le prove è stato emozionante, ho conosciuto tutti i ragazzi, c'è stata una lunga conversazione, abbiamo parlato delle loro passioni, dei loro sogni, devo dire che sono stati molto incuriositi. Alla domanda chi è Anima di Strega? ...allora il discorso si è aperto ad una visione più introspettiva, ho spiegato che Anima di Strega è la donna intuitiva, la donna risvegliata, è l'energia femminile che è dentro in ognuno di noi, l'energia accogliente, il grembo che libera le emozioni, l'energia che dona amore ma per troppo tempo è stata repressa, martoriata, ma se equilibrata all'energia maschile porta alla guarigione, all'accettazione del proprio sé.
Solo con le due energie in equilibrio possiamo vivere in tutta pienezza l'amore, esprimere i sentimenti, far emergere la parte di noi più fragile senza averne vergogna e sopperire così quella mancanza di affetto che nelle carceri è la prima causa di suicidi. L'ascolto dei brani è stato un momento emozionante, si è calato un silenzio, poi ognuno ha raccontato le proprie emozioni, hanno apprezzato molto i testi. Lunedì mattina con Edo Puccini incontreremo i ragazzi di Airola per le prove generali. Sono particolarmente emozionata sapere della presenza di Lucia di Mauro vedova della vittima, donna di grande coraggio con il suo perdono. A lei dedico il mio brano "Il miracolo dell'amore"
A seguire la testimonianza della Sig. Di Mauro Lucia, familiare di vittima innocente della criminalità organizzata, moglie della guardia giurata, Gaetano Montanino, ucciso a Pizza Mercato a Napoli per opera di giovani adulti.
"In questo periodo di meritato riposo credo sia utile non far sentire soli i giovani adulti ristretti, ecco il senso questa mattinata di festa e riflessioni, in cui parteciperanno, i giovani ristretti, i loro familiari, amministrazioni locali e volontari del territorio del Sannio - dice Samuele Ciambriello -. Si crea un ponte tra il dentro e fuori, concretizzandosi la consapevolezza che il carcere e la devianza minorile non può essere rimossa ma che si deve lavorare di prevenzione, vale il motto in questo caso: "meglio prevenire che curare".
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