di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 22 giugno 2019
Mentre Mattarella cerca di rimettere in piedi le macerie del Csm, una domanda... Cos'è il merito per un magistrato? Gli esempi di Palermo. Da Falcone a Caselli fino a Di Matteo
Ma chi sono i puri e i duri, i giusti e i santi della giustizia? Quali magistrati eleveremo agli altari per dire che quelli lì, quelli come Luca Palamara e gli altri suoi colleghi sfregiati dalle intercettazioni, altro non erano che mele marce, reprobi da appendere al palo della gogna e da trascinare al rogo? Quali luminosi esempi troveremo tra i tribunali e le procure per dire finalmente che il sistema è salvo e che ogni cittadino potrà da ora in poi inchinarsi davanti alla sacralità dei giudici chiamati ad amministrare la legge in nome del popolo italiano?
Chi sono gli angeli della terzietà da trattenere nel paradiso degli immacolati e quelli da scaraventare invece, come Lucifero, tra le braci dell'inferno perché non hanno resistito alle sirene del potere e della politica, delle correnti e delle manovre di palazzo?
Nel vasto mondo dei magistrati - poco più di ottomila - l'unica certezza è che la stragrande maggioranza si reca ogni mattina in ufficio e compie il proprio dovere con onestà. Il resto è tutta una variabile. Le reverendissime eccellenze del Consiglio superiore della magistratura hanno tentato in tutti i modi negli anni di trovare un criterio oggettivo per l'assegnazione degli incarichi direttivi.
Ci hanno provato con l'anzianità, ma non sempre è stata la appannate qualità che avrebbero meritato ben altro riconoscimento e ben altro rilievo nel firmamento giudiziario. Ci hanno provato anche con il merito ma ogni valutazione ha finito per impantanarsi in una discussione senza fine e senza costrutto: nelle commissioni un togato riteneva meritoria una cosa, per esempio un'operazione antimafia, mentre l'altro obiettava che quella operazione era stata fatta ma all'un tempo era fallita perché tredici dei ventisette personaggi arrestati erano ritornati in libertà in quanto non c'entravano nulla.
E così, quando il merito non sapeva quale forma assumere, puntualmente finivano per prevalere le correnti, con i loro affiliati, con i loro conflitti di interesse e con quel trac - cheggiamento continuo volgarmente chiamato mercato delle vacche. La questione l'ha sollevata, l'altro ieri su Repubblica, Armando Spataro, un magistrato di lunga e applaudita esperienza, andato in pensione pochi mesi fa mentre era procuratore di Torino. Sono giorni in cui ciascuno crede di potere dare un contributo su come riformare un Csm ormai stritolato da uno scandalo difficile da rimuovere e da una verità che nessuno può più nascondere sotto i tappeti dell'ipocrisia. Il re è nudo e non c'è nessuno che possa tirargli su le braghe. Ci ha provato ieri, con un forte discorso al plenum, il presidente della Repubblica.
"Oggi si volta pagina", ha detto Mattarella, sostenendo che magistratura e Csm "hanno gli anticorpi" per reagire "al quadro sconcertante e inaccettabile" emerso dallo scandalo Palamara. E ha cominciato a ipotizzare una riforma anche il ministro di Giustizia, Alfonso Bonafede, che intanto rivendica al proprio giustizialismo il vanto di avere introdotto, con lo "Spazzacorrotti", il diabolico Trojan, quello strumento invasivo che infetta il telefono di un indagato e lo trasforma in una cimice pronta a catturare la voce di chiunque si trovi a transitare nei paraggi. Grazie al Trojan, ha dichiarato il Guardasigilli, è venuto fuori lo scandalo Palamara, l'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati sotto inchiesta per corruzione; e con Palamara è venuto giù tutto il marcio che c'era nel nero fondo del Csm.
Un motivo d'orgoglio per il ministro dell'onestà-tà-tà. Ma con una domanda in sospeso: ora che sono crollate le pareti opache del vecchio e inquinato Csm quale casa di vetro, illibata e trasparente, sarà possibile costruire sulle macerie? Armando Spataro è convinto che "non sarà mai possibile eliminare una quota di discrezionalità nelle scelte operate dal Csm". E si chiede: "Cos'è il merito poi? Quello collegato al numero degli arresti e delle operazioni antimafia da prima pagina? Quello della rapidità di trattazione dell'arretrato civile? Quello, per un pm, del numero di richieste accolte dai giudici? È evidente che nessuno potrà mai scrivere una legge per attribuire un valore numerico alle tanti possibili attività di un magistrato".
Ma tra tanti dubbi c'è un punto fermo: il caso di Giovanni Falcone, l'eroe antimafia massacrato nel maggio del 1992 nell'attentato di Capaci. Era il giudice che, con il maxi processo di Palermo aveva sventrato la cupola di Cosa Nostra. Era il magistrato che con il pentimento di Masino Buscetta e con le indagini bancarie aveva rinchiuso dietro le sbarre dell'Ucciardone boss e picciotti della mafia più spietata, dalle cosche di Ciaculli ai sanguinari corleonesi di Totò Riina.
Ma quando il Csm di quei tormentatissimi anni si trovò a dovere scegliere il capo dei giudici istruttori, i togati preferirono scartare Falcone e incoronare l'anziano Antonino Meli. Fu uno schiaffo alla competenza e alla professionalità, riconosce Spataro. Sul merito e sui meriti di Falcone nessuno per fortuna solleva il minimo dubbio. Anche perché il sangue versato non consente più alcuna polemica e ha tappato irreversibilmente tutte le feritoie attraverso le quali i cosiddetti rappresentanti del popolo gli lanciavano secchiate di veleno nel tentativo di orientare le sue indagini verso un metodo che desse immediati profitti sul piano politico e mediatico.
Leoluca Orlando, il sindaco che teorizzava il sospetto come anticamera della verità, arrivò a lanciargli l'accusa terribile e infamante di "nascondere le prove nei cassetti". Ma Falcone non cadde nella trappola. E quando gli dissero che c'era Giuseppe Pellegriti, un pentito di terz'ordine, disposto a tirare in ballo Salvo Lima, proconsole di Andreotti in Sicilia, come mandante del delitto di Piersanti Mattarella, andò a trovarlo in carcere, fece le necessarie verifiche e non avendo trovato alcun riscontro incriminò Pellegriti per calunnia. Ma i criteri per definire un giudice meritevole da lì a poco sarebbero cambiati.
Almeno a Palermo. Almeno in quel palazzo di giustizia, lastricato di marmi e di dolore per le tante volte in cui l'atrio era stato trasformato in camera ardente per rendere omaggio ai giudici assassinati dalla mafia: da Pietro Scaglione a Gaetano Costa a Rocco Chinnici a Giovanni Falcone a Paolo Borsellino.
Per carità, sarà stata anche questa lunga sequela di morte; sarà stato pure l'effetto devastante delle stragi con le quali Totò Riina voleva conquistare un potere assoluto anche sullo stato di diritto e sui giudici che giudicavano i mafiosi, sta di fatto che con l'arrivo di Gian Carlo Caselli al vertice della procura cambia il metodo; e con il metodo cambia anche il merito della sua azione antimafia. Si apre una nuova stagione: quella dei magistrati che vogliono "riscrivere la storia d'Italia", degli intrepidi che vogliono puntare su bersagli sempre più alti, dei coraggiosi che vogliono toccare gli intoccabili.
Ed ecco Roberto Scarpinato, che nei giorni del lutto e della costernazione per Falcone aveva guidato la protesta contro il suo capo Pietro Giammanco, prendere in mano l'inchiesta contro Giulio Andreotti. Ecco Guido Lo Forte, che aveva fiancheggiato Scarpinato nell'ammutinamento dei sostituti procuratore, prendere in mano l'inchiesta contro Marcello Dell'Utri, braccio destro di Silvio Berlusconi.
Ed ecco Vittorio Teresi, un altro dei ribelli, intessere il processo per concorso esterno contro Calogero Mannino, ex ministro democristiano. Si corre da un carcere all'altro, si inseguono i pentiti più disponibili e si interpellano soprattutto quelli come Salvatore Cancemi la cui memoria "si scioglie a poco a poco, come una vite arrugginita"; e se c'è un alto magistrato, lassù in Cassazione, come Corrado Carnevale, detto l'ammazzasentenze, che pretende di valutare in un processo prove e riscontri, necessariamente dev'esserci dietro un losco risvolto, una disgustosa vocazione "a fare indirettamente il gioco dei boss"; e quindi si apre un'inchiesta pure contro di lui.
È una stagione di fuochi e scintille, di applausi e riverenze, di potere e strapotere. E se alla procura mancano uomini e mezzi per dispiegare una guerra a così ampio raggio, Caselli telefona direttamente al Quirinale dove c'è Oscar Luigi Scalfaro, pronto a esaudire ogni richiesta. Ma è anche e soprattutto la stagione del consenso. Quella che piace al popolo e ai rappresentanti del popolo, felici e contenti di vedere finalmente in croce non solo i Barabba ma anche quelli che fino al giorno prima si sentivano potenti come Dio in terra.
E nessuno tenterà mai di entrare nel merito - già, il merito - delle scelte compiute dalla procura di Caselli; né di richiamare l'assoluzione di Andreotti o di Carnevale odi Mannino per ridimensionare l'effetto salvifico di quelle inchieste, di quelle incriminazioni, di quelle umiliazioni. Caselli avrà sempre il diritto di rivendicare il suo merito. Ha creduto in quello che ha fatto.
Molti processi lo hanno premiato, altri non hanno retto alla verifica d'aula. È la giustizia, bellezza: i giudici di primo grado ti danno ragione, poi l'appello o la Cassazione ti smonta tutto. Succede. Poteva accadere solo Palermo, invece, lo strano caso di Antonio Ingroia, un procuratore aggiunto che, nell'imbastire un'inchiesta pomposamente definita "eroica e straordinaria" - quella sulla fantomatica trattativa tra alcuni servitori dello Stato e i boss di Cosa nostra - pensa soprattutto a costruire un processo mediatico parallelo.
Gli serve non solo per puntellare un'accusa basata sostanzialmente sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, un pataccaro trasformato nel ventriloquo del padre, Don Vito, che fu uomo di Totò Riina e anche sindaco di una sventurata Palermo. Ma gli serve pure per fregiarsi del merito di essere l'unico magistrato in grado di sfidare prima Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, e poi anche Giorgio Napolitano, il capo dello stato, che Ingroia non esita a intercettare e a trascinare nelle pieghe maleodoranti del processo. Il merito - anzi, quel merito - gli deriva dal ritmo ossessivo con il quale partecipa ai talk-show e viene intervistato dai giornali.
Pensate che, in prossimità delle elezioni nazionali del 2013 - occasione, per lui irripetibile, di mettere a frutto la propria popolarità - se ne va in Guatemala, abbandona in altre mani il processo, e si piazza sotto una palmetta per consentire a Michele Santoro di intervistarlo sull'inchiesta e sulle nefandezze che quella inchiesta attribuisce a Forza Italia. Crede, poveretto, di essere vicino al traguardo; di avere con sé tutto il popolo dell'antimafia, tutto il popolo degli onesti e di tutti quelli che credono alle trame oscure, alle regie occulte, ai paraventi melmosi delle compromissioni e delle complicità.
Le elezioni però lo inchiodano allo zero virgola. E il suo merito va sonoramente a farsi benedire. Ma il processo che lui ha imbastito si celebra e arriva pure a sentenza. Lo gestisce in aula un nuovo eroe: Nino Di Matteo. Un eroe del popolo. Super scortato, gira in lungo e in largo l'Italia, raccoglie cittadinanze onorarie in ogni angolo della penisola, predica i suoi vangeli sulla "verità altra" che si nasconde dietro ogni strage di mafia, scrive un libro all'anno, non perde un dibattito né una conferenza, rilascia interviste a tutte le televisioni, persino ad Al Jazeera, catechizza anche gli infedeli di Argentina e Uruguay, ha una Confraternita a sua disposizione e un sito che gli dedica, con passione e fanatismo, nove titoli al giorno in prima pagina; può contare su una diecina di associazioni che lo fiancheggiano, dalle Agende Rosse a Scorta civica: ha insomma una macchina che gli fabbrica il consenso; e quando Beppe Grillo lo propone come ministro di Giustizia lui quasi ci crede.
Porta il processo sulla Trattativa a una sentenza di pesantissime condanne, e subito dopo approda alla Direzione nazionale antimafia. Dove riprende il giro delle interviste. Il 23 maggio scorso, per l'anniversario della strage di Capaci ne rilascia una, clamorosa e vanitosa, ad Andrea Purgatori, de La7, senza avvertire il suo capo, Federico Cafiero de Raho. Il quale va su tutte le furie e lo rimuove con effetto immediato dal pool che dovrà indagare sulle entità esterne, quelle che ventisette anni fa avrebbero affiancato i boss nelle stragi di mafia. Ma Di Matteo non incassa.
La Santissima Confraternita si mobilita e raccoglie in suo sostegno oltre 70 mila firme, così dicono. Basterà tanto furor di popolo per costringere il Csm a reintegrarlo nel pool dal quale Cafiero De Raho lo ha estromesso? È o non è un merito avere un popolo che ti sprona e ti osanna a ogni passo?
Torniamo alla domanda: che cos'è il merito per un magistrato? Armando Spataro, con una vita passata a salire e scendere le scale dei palazzi di giustizia, non lo sa. Se, come un viaggiatore della notte, fosse transitato dalla procura di Palermo forse avrebbe capito che il merito è come la verità di Fernando Pessoa. Ricordate quel verso tagliente e misterioso del grande scrittore portoghese? "La verità non viene e non va: muta solo l'errore".
camerepenali.it, 22 giugno 2019
È stato presentato alla Camera dei Deputati, su lodevole iniziativa dell'On.le Enrico Costa, un disegno di legge per la modifica degli art. 314 e 315 del cpp. In buona sostanza si intende prevedere che all'esito del riconoscimento della condizione di ingiusta detenzione, gli atti del procedimento siano trasmessi ai magistrati titolari dell'azione disciplinare per la valutazione di eventuali responsabilità dei pubblici ministeri e dei giudici che si sono occupati del caso. Responsabilità ovviamente relative a comportamenti gravemente negligenti e violativi di norme cogenti.
Magistrati,la fiducia è ai minimi: 35%.E per il 61%degli italiani lo scandalo avrà delle conseguenze
di Nando Pagnoncelli
Corriere della Sera, 22 giugno 2019
Il 55% degli italiani non crede nei giudici. L'indice di autorevolezza è il più basso di sempre. I cittadini hanno cambiato profondamente opinione negli ultimi anni. Le opinioni dei cittadini nei confronti della magistratura sono profondamente cambiate negli ultimi anni: come tutte le istituzioni di garanzia (presidenza della repubblica, esercito, forze dell'ordine) la magistratura ha per lungo tempo beneficiato di una grande fiducia.
Il consenso toccò picchi elevati quando, negli Anni di piombo, i terroristi e la mafia uccisero diversi magistrati e successivamente ai tempi di Tangentopoli nella quale i magistrati vennero considerati veri e propri eroi popolari in lotta contro le malefatte dei politici.
Negli ultimi 25 anni le vicende giudiziarie che coinvolsero Berlusconi radicalizzarono le posizioni: la magistratura quindi veniva vituperata dai supporter del Cavaliere che la accusavano di essere politicizzata, o esaltata dai suoi detrattori; non a caso negli ultimi anni, segnati dal declino politico di Berlusconi, cambiano i criteri di valutazione sulla magistratura che paiono più influenzati dal funzionamento del sistema giudiziario, afflitto da tempi lunghissimi, e da provvedimenti e sentenze giudicate discutibili.
Ampia risonanza - Oggi, a seguito della vicenda Palamara-Csm, il consenso per la magistratura segna una ulteriore contrazione: solo un italiano su tre (35%) dichiara di aver fiducia mentre il 55% non ne ha. L'indice di fiducia, calcolato escludendo coloro che non esprimono un giudizio, si attesta a 39, il valore più basso di sempre, in flessione di 8 punti rispetto allo scorso anno e di ben 30 rispetto al picco più elevato raggiunto nel 2011 quando, all'apice della crisi economica e politica che portarono all'avvento del governo tecnico di Mario Monti gli italiani, disillusi rispetto ai partiti, riponevano le loro speranze nelle istituzioni di garanzia. L'attuale indice di fiducia è molto basso tra gli elettori di tutti i partiti - Lega 26, M5S 33, opposizione di centrodestra 35 - con l'eccezione dei dem (61). L'inchiesta giudiziaria che vede coinvolti alcuni membri del Csm ha avuto un'ampia risonanza ed è stata seguita con attenzione dal 26% dei cittadini a cui si aggiunge il 52% che ne ha sentito parlare, quindi solo il 22% ignora il tema.
Tra coloro che conoscono l'inchiesta (il 78%), la stragrande maggioranza (61%) ritiene si tratti di un vero e proprio scandalo che potrà minare l'onorabilità e la credibilità della magistratura mentre un'esigua minoranza (17%) tende a ridimensionare la portata della vicenda. L'atteggiamento, allo stesso tempo severo e allarmato, è molto omogeneo tra i diversi elettorati, a conferma dello sconcerto suscitato.
Danno reputazionale - Da ultimo, il sondaggio ha considerato le reazioni alle dimissioni del presidente dell'Anm Pasquale Grasso, sostituito da Luca Poniz. Secondo il 34% di chi ha seguito la vicenda, questo avvicendamento evidenzia il desiderio dei magistrati di reagire, il 25% si mostra scettico, ma la maggioranza relativa (41%) non si è fatta un'opinione. Insomma, l'inchiesta ha messo a nudo profonde divisioni all'interno della magistratura, metodi opachi di assegnazione degli incarichi e una prossimità al mondo politico giudicata riprovevole, perché mina alla base il concetto di autonomia dei giudici.
Si profila dunque il rischio assai serio di un danno reputazionale che investe l'intera magistratura compromettendo la sua credibilità. Non stupisce quindi la dura presa di posizione del procuratore di Milano, Francesco Greco, che ha preso le distanze dalla vicenda parlando di "logiche romane che hanno lasciato sconcertati e umiliati". Resta il dubbio che in futuro una qualsiasi inchiesta o sentenza che coinvolga uno o più politici possa essere screditata e considerata dall'opinione pubblica come una indebita competizione, finalizzata unicamente alla gestione del potere. Sarebbe un colpo ferale allo Stato di diritto.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 22 giugno 2019
Il 21 giugno 2019 sarà ricordato come il giorno che segnò il nuovo corso del Consiglio superiore della magistratura. Con quali regole, però, nessuno ieri mattina a Palazzo dei Marescialli lo ha saputo dire con esattezza. È durato circa un'ora il Plenum straordinario della svolta, quella della presa di distanza dalle dinamiche clientelari di spartizione correntizia che avrebbero, a detta dei diretti interessati, contraddistinto il Csm nell'ultimo periodo. "Oggi si volta pagina nella vita del Csm. La prima di un percorso di cui non ci si può nascondere difficoltà e fatica di impegno. Dimostrando la capacità di reagire con fermezza contro ogni forma di degenerazione", ha esordito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
"Quel che è emerso, da un'inchiesta in corso, ha disvelato un quadro sconcertante e inaccettabile: quanto avvenuto ha prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l'autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche il prestigio e l'autorevolezza dell'intero ordine giudiziario; la cui credibilità e la cui capacità di riscuotere fiducia sono indispensabili al sistema costituzionale e alla vita della Repubblica", ha aggiunto.
"Il coacervo di manovre nascoste ha spiegato il capo dello Stato - di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il Csm, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato, si manifesta in totale contrapposizione con i doveri basilari dell'ordine giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla magistratura". "Occorre far comprendere che la magistratura italiana e il suo organo di governo autonomo hanno al proprio interno gli anticorpi necessari e sono in grado di assicurare rigore e piena linearità: tutta l'attività del Consiglio - ha ammonito Mattarella - sarà guardata con grande attenzione critica e forse con qualche pregiudiziale diffidenza.
Non può sorprendere che sia così e occorre essere ancor più consapevoli dell'esigenza di assoluta trasparenza, e di rispetto rigoroso delle regole stabilite, nelle procedure e nelle deliberazioni". "Vi è la necessità di modifiche normative, ritenute opportune e necessarie, in conformità alla Costituzion. - ha infine detto il presidente - ad altre istituzioni compete discutere ed elaborare eventuali riforme che attengono a composizione e formazione del Csm: il presidente della Repubblica seguirà con attenzione questi percorsi ma la Costituzione non gli attribuisce il compito di formulare ipotesi o avanzare proposte".
Toccherà dunque al Parlamento trovare il modo di togliere potere alle correnti. Concetto ribadito da tutti i consiglieri. "Bisogna ripensare l'intero modello dell'organizzazione giudiziaria e riportare l'etica del magistrato al dovere di rendere giustizia", ha detto Piercamillo Davigo di Autonomi& Indipendenza, la corrente che con le dimissioni dei togati coinvolti nel dopo cena con i deputati dem Luca Lotti e Cosimo Ferri, ha raddoppiato la propria presenza al Csm, divenendo il primo gruppo.
"Occorre riaffermare il prestigio del Csm, restituendo centralità alle regole", ha spiegato Marco Mancinetti di Unicost. Mentre Loredana Micchiché (Magistratura indipendente) ha invocato "una prospettiva di necessaria autoriforma, il rispetto di quelle regole programmate, in relazione alle quali si è verificato un pericoloso scollamento".
"Nessun consigliere deve avere contatti con i candidati a un posto su cui il Consiglio dovrà esprimersi; né qui, né fuori di qui - ha puntualizzato Alberto Maria Benedetti, laico M5S - tutti i candidati devono essere trattati alla stregua di concorrenti a un pubblico concorso". Più "tecnico" l'intervento del togato di Area Giuseppe Cascini: "L'obiettivo da perseguire deve essere
quello di rafforzare il potere di scelta degli elettori". Bisogna modificare il Testo Unico della dirigenza, con "il ripristino delle fasce di anzianità, il rafforzamento del peso della esperienza professionale maturata nel settore da ricoprire, ed un rigoroso procedimento di verifica della idoneità del dirigente in sede di conferma", ha aggiunto. "La riforma, mi pare sia sotto gli occhi di tutti, è necessaria, ma non spetta a noi farla. È il sistema elettorale probabilmente che ha generato lo strapotere delle correnti", ha voluto ricordare anche il vicepresidente David Ermini, ribadendo la bontà della contestata votazione di Marcello Viola, pg di Firenze, come nuovo procuratore di Roma al posto di Giuseppe Pignatone.
di Sergio Luciano
Italia Oggi, 22 giugno 2019
Come nella favola di Andersen sul "re nudo", la casualità dell'inchiesta (una delle pochissime di simile peso mai imperversate tra le toghe giudiziarie italiane) che ha colpito Luca Palamara, ex capo dell'Associazione nazionale magistrati, e alcuni altri giudici, sta rivelando quella che a tutt'evidenza dev'essere da sempre una prassi spartitoria tra correnti giudiziarie e partiti politici, all'insegna di una gestione del potere che non è stata certo sporadica ma è un malcostume consolidato. Una prassi graniticamente perversa.
Va detto che i magistrati corrotti e dediti alla gestione del potere spartitorio e dunque iniquo sono ovviamente una minoranza, una sparuta minoranza: eppure possono essere eletti a capi della categoria. Come mai? Tra le toghe prevale l'onestà e il rigore, ma in molti casi si tratta di una integerrima passività, cioè della tendenza a fare onestamente quel poco che l'ordinamento delirante dei nostri codici consente di fare ai singoli, lasciando però il Paese senza una giustizia giusta e senza quel costante tentativo di riscatto e ribellione che sarebbe necessario alla categoria per sottrarre la situazione giudiziaria del Paese alla palude nella quale marcisce.
L'appello alla difesa del prestigio dell'istituzione giudiziaria che giustamente arriva dal Quirinale e da tutti coloro che, dentro e fuori le istituzioni, hanno a cuore la tenuta del Sistema Paese è sacrosanto. Ma rischia di restare un vuoto e sonoro sfoggio di severa consapevolezza se e finché non verrà accompagnato da un empito di autoriforma che in realtà non si vede proprio, neanche a livello di barlume.
I magistrati di potere e di intrigo delinquono, e i trojan di questa campagna di intercettazioni lo raccontano spudoratamente. Delinquono perché assoggettano i traffici delle posizioni di potere dentro i tribunali, le procure e le Corti d'appello ad amicizie, lobby e influenze opache che interferiscono nella corretta amministrazione della giustizia. Ed era ora che uno scandalo lo rivelasse: adesso, il re è nudo.
Certo, l'ennesimo colpo di piccone alla credibilità delle istituzioni repubblicane ferisce il senso civico di noi tutti. Ma è meglio credere in qualcosa che non c'è o prendere atto che non c'è e adoperarsi per recuperare questo vuoto? Diceva l'ex presidente Cossiga che Mani pulite sarebbe finita quando i magistrati avrebbero cominciato ad arrestarsi tra loro, ed è quel che sta accadendo. Ma l'obiettivo del Paese non sarebbe quello di far finire Mani pulite bensì quello di avere una giustizia giusta, efficiente e responsabile. Il che non è. Se dopo questo scandalo smettessimo di fingere che sia, e iniziassimo a riformarla sarebbe sano. Ma non accadrà.
di Alberto Gentili
Il Messaggero, 22 giugno 2019
Alfonso Bonafede continua a promettere la riforma del processo penale e civile, delle intercettazioni e del Csm "entro fine anno". Ma il Guardasigilli pecca di ottimismo. Venti di crisi a parte, le distanze tra i 5Stelle e la Lega restano ampie. In più Matteo Salvini, che l'altra sera ha ottenuto da Luigi Di Maio la promessa che lo stop alla prescrizione non scatterà il primo gennaio 2020 se non sarà stata prima varata la riforma del processo penale con il dimezzamento dei tempi, non ha alcuna intenzione di ammainare la bandiera del garantismo.
Perciò punta a mettere un freno alle intercettazioni e valuta, insieme al ministro Giulia Bongiorno, di introdurre la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Lo scontro sugli "ascolti" è riesploso ieri. Mentre nel ministero di Bonafede a via Arenula venivano ricevuti i rappresentanti dei giornalisti e degli avvocati contrari a limitare la pubblicazione delle conversazioni intercettate, Salvini ha tuonato: "Deve finire in galera chi fa uscire dalle Procure aspetti che riguardano la vita privata delle persone e chi li pubblica sui giornali. È incivile, è una cosa da quarto mondo, che le cronache siano piene di pezzi di intercettazioni senza alcuna rilevanza penale". La risposta di Bonafede non è tardata. Ed è stata urticante per il capo leghista: "Sono contro il bavaglio. Siamo in un momento in cui le intercettazioni ambientali estese alla corruzione con la mia legge spazza-corrotti hanno reso possibile che emergessero scandali che diversamente il Paese non avrebbe conosciuto.
Non posso portare il Paese indietro al tempo in cui la politica pensava che i cittadini non dovessero sapere quello che accadeva in certi campetti. L'intercettazione è irrinunciabile". E ancora: "Dobbiamo lavorare per garantire che venga rispettata la privacy, questo ci mancherebbe... ma in passato quando le forze politiche parlavano di privacy ne parlavano come pretesto per tutelare se stesse".
Cosa da non trascurare: poco più di un mese fa proprio alcune intercettazioni hanno spazzato via il sottosegretario leghista Armando Siri. Eppure, dietro al fuoco delle artiglierie, qualche intesa non appare lontana. Sia la Lega che i 5Stelle meccanismo delle "porte girevoli" tra magistratura e politica. Lo dimostrano le parole di Salvini: "È arrivato il momento di fare una seria riforma della giustizia. Se fai il magistrato ed entri in politica ti dimetti per sempre dalla magistratura e non torni a fare il giudice".
E lo conferma la dichiarazione di Bonafede: "Magistratura e politica devono essere separati. Serve un muro. Un magistrato che entra in politica deve abbandonare la magistratura. La terzietà dei giudici è una condizione irrinunciabile per la democrazia". I giallo-verdi non sono distanti neppure sulla riforma del processo penale. Il Guardasigilli, nel vertice dell'altra notte, ha lanciato la proposta di dimezzare i tempi dei processi introducendo "sanzioni disciplinari" per i magistrati ritardatari.
E sia Salvini che la Bongiorno hanno dato il via libera. Del resto l'idea era loro, visto che da tempo il capo della Lega si batte per processi "con tempi certi e perentori", soprattutto in vista dello stop alla prescrizione (varato con la legge spazza-corrotti) voluta da Di Maio. Discorso analogo per il Csm. È vero che il Carroccio, come ha rivelato la Bongiorno, punta ancora sulla separazione delle carriere per la quale sarebbe necessaria una riforma costituzionale. Ipotesi non gradita ai 5Stelle.
Ma è anche vero che negli ultimi giorni è lievitata la sintonia sulla riforma del Csm con legge ordinaria e "il contributo delle opposizioni", come ha precisato il premier Giuseppe Conte su suggerimento del Quirinale. Piacciono a Salvini e Bongiorno le linee guida fin qui indicate da Bonafede per riformare l'organo di autogoverno dei giudici. C'è un ok preliminare ai "criteri oggettivi e meritocratici" per l'avanzamento in carriera dei magistrati, ed è gradita anche la proposta di "collegi territoriali ristretti per togliere potere alle correnti. Non è lontano l'accordo anche sul sistema di elezione dei componenti del Csm attraverso un "sorteggio mediato" e sull'introduzione "dell'incompatibilità" che Bonafede spiega così: "Chi siede in Csm non può assumere incarichi direttivi e va introdotto il divieto nei cinque anni successivi all'incarico ad assumere la guida di una Procura".
di Riccardo Ferrante
Il Secolo XIX, 22 giugno 2019
L'espressione severa del Presidente della Repubblica durante il plenum del Csm ha già da sola reso chiara la gravità del momento. Poco più di due anni fa aveva esortato un vasto gruppo di neo-magistrati a "equilibrio, ragionevolezza, misura e riserbo" come "virtù che devono accompagnare il magistrato in ogni sua decisione" senza "smarrire mai il senso dei propri limiti, in particolare di quelli istituzionali".
Adesso, sono ancora le sue parole, va invece denunciato un "quadro sconcertante e inaccettabile"; fugando ogni dubbio sul fatto che si possa minimizzare, o contestualizzare, ha denunciato la "indebita partecipazione di esponenti di un altro potere dello Stato".
Ora "si volta pagina nella vita del Csm", scandisce Mattarella. Uno dei nodi è quello del carrierismo, aborrito formalmente da tutti. La carriera è stata per secoli moneta corrente tra potere politico e giudici. In questo l'art-107 della Costituzione ha rappresentato un radicale cambiamento: "I magistrati si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzione".
La progressione divenne via via "a ruoli aperti": si consegue la categoria (il grado) e il relativo stipendio della funzione superiore anche se non la si esercita in concreto. Col che magistrati esperti ed avanti nella carriera rimasero, e rimangono, a presidiare fondamentali posizioni di frontiera, con indiscutibili vantaggi proprio nei momenti di maggiore crisi: terrorismo e criminalità organizzata, ad esempio.
Altro problema il correntismo. E qui avviene il cortocircuito tra elezione ai ruoli dirigenti nelle rispettive "associazioni", incarichi direttivi nella Associazione nazionale magistrati, partecipazione ai Consigli giudiziari locali e infine elezione al Csm. Una sorta di campagna elettorale permanente, che certo non giova a tenere sereno il clima all'interno dell'ordine giudiziario.
Oggi le correnti non sono state ritenute degne nemmeno di un minimo cenno da parte del Presidente della Repubblica. Il danno provocato dai dopocena romani è enorme, perché comunque le associazioni tra magistrati hanno storicamente svolto un ruolo di elaborazione culturale e politica importante. Ora il discredito appare totale.
Nell'attività del Csm, carrierismo e correntismo si saldano presso la fatale Quinta commissione, che discute le nomine agli uffici direttivi e semi-direttivi. Qui le correnti rivendicano la loro presenza attiva, qui può succedere che le pulsioni carrieristiche si scatenino, svelate adesso dal trojan horse inserito nel telefono mobile del giudice Palamara. Al di là delle patologie odierne, il problema è in effetti come giudicare le esperienze di lavoro per l'attribuzione degli incarichi di vertice, e in particolare quelli non strettamente giurisdizionali.
Molti le maturano "fuori ruolo", con incarichi, anche apicali, all'interno dei ministeri. D'altronde la magistratura è un serbatoio preziosissimo di professionalità giuridica cui le istituzioni devono poter attingere. Quanto alle elezioni al Csm, fioriscono soluzioni che le disconnettano dalle correnti. Impresa ardua vista la consolidatissima prassi contraria, in alcuni casi anche molto raffinata e opportunistica.
Ad esempio spicca la necessità di andare a elezioni suppletive per la quota pm, visto che durante le elezioni scorse su quattro posti disponibili, quattro soli - guarda caso - erano i candidati, venendo così a mancare almeno un primo dei non eletti. Come si è già scritto il sorteggio puro ha un chiaro ostacolo costituzionale. Si potrebbe adottare un sorteggio tra precedentemente eletti, ottimisticamente definito da Michele Anis il "sorteggio dei migliori", come avverrebbe per la Abilitazione scientifica nazionale, meccanismo in realtà assai discusso e discutibile, per svariati motivi.
La commissione istituita nel 2015 per le "Modifiche alla costituzione e al funzionamento del Csm" auspicava un sistema elettorale a doppio turno, maggioritario al primo e proporzionale con liste concorrenti al secondo. Un sistema con collegi uninominali ma con sistema proporzionale lo ha indicato Gaetano Silvestri; garantirebbe forse candidati legati alla rappresentanza dei magistrati di un territorio, più che non alle correnti di appartenenza, senza per altro demonizzarle (collegherebbero per gruppi i candidati).
Il problema, però, resta l'indipendenza del magistrato, quella esterna, ad esempio dal potere politico, ma anche quella interna, dalle gerarchie di corrente, oltre che di ufficio. Comunque sia, la magistratura italiana, per sapienza scientifica e cura nella tutela dei diritti, rimane una delle migliori al mondo. Le condotte che la infangano sono alla fine l'offesa più dolorosa.
di Anna Messia e Andrea Pira
Milano Finanza, 22 giugno 2019
Il sistema delle toghe è nella bufera per il caso Csm Ma è anche tra i più costosi d'Europa, 75 euro per ogni italiano Pesano le intercettazioni. E le paghe sono ben più alte che in Germania. L'Italia è tra i Paesi che spendono di più per la giustizia in Europa, subito dopo la Germania e la Francia. Il distretto più costoso è quello di Palermo che, a causa dell'incidenza preponderante delle intercettazioni, nel 2017 ha registrato una spesa superiore a 94 milioni. Ma anche a Roma (88,1 milioni) e Milano (73,3 milioni) il conto è piuttosto salato.
Eppure il Paese ha uno dei sistemi che funzionano peggio, soprattutto perché estremamente lento. Inefficienze che si trascinano da anni ma che oggi stonano, alla luce del caos che sta travolgendo il Consiglio Superiore della Magistratura, con l'emergere di insane commistioni tra magistratura e politica che, a cascata, gettano ombre su tutto il sistema.
Le intercettazioni e le inchieste, che hanno portato alle dimissioni di quattro membri di Palazzo di via dei Marescialli che sono finiti nello scandalo, hanno svelato "un quadro sconcertante e inaccettabile", ha dichiarato venerdì 21, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella intervenendo al plenum dell'organo di autogoverno dei magistrati e hanno "prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l'autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche dell'intero ordine giudiziario", ha aggiunto il capo dello Stato. L'intenzione, a questo punto, è di "voltare pagina", ha sottolineato Mattarella e la bufera è arrivata proprio mentre è stato avviato il confronto per la riforma della giustizia, con il Guardasigilli Alfonso Bonafede, intenzionato a rivedere non solo le modalità di elezione dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura, ma a separare più nettamente la funzione giudiziaria da quella parlamentare, come previsto anche nel contratto di governo.
Nel mirino c'è pure la riforma delle intercettazioni (con la benedizione dei trojan, ovvero del virus che trasforma i telefonini in microspie, alla base delle inchieste sui membri del Csm) e la volontà di fissare un tetto di 240 mila euro per gli stipendi dei consiglieri, ribadita di recente da Bonafede. Stipendi d'oro. L'obiettivo del Guardasigilli è prima di tutto rilanciare l'immagine della magistratura, stabilendo un sistema imperniato sulla meritocrazia che prevedrebbe sanzioni per quei giudici che non rispettano i tempi stabiliti per ogni processo. Ma centrale è anche il tema degli stipendi, con la volontà di fissare una soglia massima dei consiglieri del Csm a 240 mila euro, mentre oggi ci sarebbero magistrati che arrivano a guadagnarne 400 mila. "I cittadini non possono avere un'idea di privilegio ingiustificato", ha dichiarato Bonafede.
La questione stipendi e spese resta quindi al centro della discussione e in effetti il sistema italiano sembra avere bisogno di un efficientamento. Secondo il rapporto Cepej 2016, l'ultimo presentato dal Consiglio d'Europa, il budget messo a disposizione dall'Italia per il sistema giudiziario (4,4 miliardi) è inferiore in Europa soltanto a quello della Germania (10 miliardi) e a livello del Regno Unito (4,5 miliardi). In Italia la spesa media pro capite per il sistema giudiziario a fine 2016 era di 75 euro, in crescita rispetto ai 72,7 euro del 2014 e più alto della media europea, pari a 64,5 euro.
Ma c'è un altro dato, sempre elaborato dall'analisi del Cepej, che appare decisamente significativo. In Italia un giudice a inizio carriera guadagna in media 1,9 volte il salario medio del Paese e all'apice della carriera questo rapporto arriva a 6,4 volte. La media europea è più equilibrata (2,5 volte per i neo magistrati e 4,5 volte a fine carriera) ma il confronto più interessante sembra appunto quello con la Germania, che, come visto, è il Paese che in Europa spende più di tutti per il proprio sistema giudiziario. In quel caso un giudice a fine carriera guadagna 1,6 volte uno stipendio medio, meno di un magistrato italiano a inizio carriera, e una situazione simile vale anche per i pubblici ministeri.
"Alcuni Stati si concentrano più sull'anzianità del giudice che sul Tribunale a cui viene assegnato alla fine della sua carriera, come nel caso dell'Italia dove conta solo l'anzianità nel determinare la remunerazione", osservano dal Cepej. Non solo. Dall'analisi emerge un altro curioso primato per l'Italia: il nostro è il Paese con il maggior numero medio di assistenti in staff alle Procure, pari a 4,1 persone, contro il numero minimo di 0,4 della Finlandia e una media di 1,4 in Europa. Processi lumaca.
A fronte di tali spese salate il Paese continua però a registrare processi decisamente lenti, anche se c'è qualche segnale di miglioramento rispetto al passato. Al Cepej hanno calcolato il rapporto tra casi pendenti e casi risolti, convertendoli in giorni. Il risultato è che in Italia una causa civile resta aperta in media per 514 giorni, peggio solo della Grecia (610 giorni) e della Bosnia Erzegovina (574 giorni). La buona notizia è che nel 2012 eravamo addirittura messi peggio, a 580 giorni.
"L'Italia sta migliorando costantemente nelle ultime tre rilevazioni grazie alle riforme e al potenziamento dei sistemi informatici", aggiungono dal Cepej. La fotografia però, non è la stessa in tutta Italia. La geografia della giustizia procede su divari territoriali sull'asse Nord-Sud, sebbene non manchino casi di eccellenza anche nel Meridione, dove le lungaggini si fanno sentire con più forza. Gli uffici settentrionali sono significativamente "più performanti". Un'analisi dell'ufficio Statistico del Csm pubblicata a settembre dello scorso anno mette in evidenza come a spiccare siano soprattutto le realtà di piccole e medio piccole dimensioni.
Aosta, Ferrara, Gorizia, Ivrea, Lodi, Savona e Trieste sono i nomi che si leggono sulla mappa delle migliori. La geografia è chiaramente sbilanciata a favore degli uffici del Nord Italia. Si trovano comunque eccezioni. È il caso di Napoli Nord, dove nonostante un aumento di pendenze ultra triennali tra il 2016 e il 2017, un numero di procedimenti definiti per magistrato non molto alto e un indice di ricambio inferiore all'unità, si rileva la più bassa percentuale di pendenze ultra triennali "sicuramente dovuta al fatto di essere un tribunale molto giovane che non ha avuto il tempo di accumulare arretrato".
O ancora spiccano i nomi di piccole come Isernia e Sulmona. Spesa elevata. Per avere un'idea del costo generale della giustizia nella Penisola il punto di partenza per orientarsi non possono che essere le tabelle della Direzione generale di statistica e analisi organizzativa del ministero della Giustizia. I dati, aggiornati al 2017, sono raggruppati per distretto di Corte d'Appello. Lo spaccato che emerge vede il capoluogo siciliano in cima alla lista per costi sostenuti, seguito da Roma e Milano.
Fuori dalle prime tre posizioni c'è Napoli, mentre tra i primi dieci distretti per spesa, altri tre sono nel Mezzogiorno: Catania (47 milioni), Catanzaro (39 milioni) e Reggio Calabria (35 milioni). Fondamenta del primato siciliano è la mole delle intercettazioni. Sotto questa voce a Palermo sono ascritte spese per 30,7 milioni di euro. L'unica attività che viene a costare di più sono gli onorari per i difensori, oltre 32,5 milioni. Nella top ten dei distretti soltanto a Reggio Calabria la spesa per intercettazioni è, in percentuale, superiore: quasi 19 milioni su spese complessive per 35 milioni. A Roma la spesa totale del distretto supera seppur di poco gli 88 milioni di euro. Rispetto alla realtà palermitana nella Capitale si spende di più in indennità e in particolare per quelle spettanti ai magistrati onorari e agli esperti (11 milioni di euro).
Spiccano anche gli onorari destinati agli ausiliari del magistrato. Nel 2017 sono ammontati a 17 milioni, 10 in più di quanto è spettato ai colleghi palermitani e circa 4,5 milioni in più di quanto speso da Milano. Soltanto a Napoli si pagano cifre superiori: 20 milioni di euro, di fatto la quasi totalità dei 22 milioni catalogati sotto "indennità". Nelle statistiche del ministero si trovano anche alcune curiosità. A Roma, Torino e Reggio Calabria, ad esempio, non è stato speso neppure un euro in "poste e telegrafiche".
A Palermo invece di euro ne sono stati spesi 26 mila, a Bologna 22 mila. A Milano si viaggia di più: per indennità di trasferta sono stati spesi 180 mila euro. Per fare un raffronto a Napoli la cifra è di poco superiore ai 102 mila e nella Capitale ad appena 34 mila. Dove invece si è speso di più per la custodia è a Catania, 342 mila euro in un distretto che a fronte di quasi 25 mila euro di spese complessive in meno di Milano, conta oneri per i difensori in linea con il distretto del nord: 22 mila euro contro i 24 mila milanesi. E qui le differenze si assottigliano.
di Riccardo Campolo
palermotoday.it, 22 giugno 2019
Ormai da tre giorni i carcerati del reparto di alta sicurezza hanno deciso di rifiutare il cibo. La direttrice ammette le difficoltà: "Abbiamo 1.380 persone recluse in una struttura per 700 persone". L'associazione Antigone annuncia una visita.
"Una doccia a settimana e niente farmaci se non la Tachipirina, qualunque sia il problema del detenuto". Terzo giorno sciopero della fame nel reparto di alta sicurezza del carcere Pagliarelli dove centinaia di carcerati, da dietro le sbarre, hanno dato il via a una protesta iniziando a rifiutare il cibo. A raccontare i disagi a Palermo Today è la moglie di un recluso, dietro le sbarre da 5 anni dopo il blitz dei carabinieri Apocalisse: "Mio marito ha la psoriasi seborroica e per fortuna noi possiamo comprargli le medicine, ma c'è chi non ha questa fortuna. E poi la doccia...una volta a settimana. Non è un trattamento umano e dignitoso. Per la sua vicenda giudiziaria siamo in appello, ma gli restano 8 anni di detenzione e ci auguriamo che la situazioni migliori".
Ad anticipare quasi la protesta è stata la compagine siciliana di Antigone, l'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale: "L'ultima rivolta nel carcere di Poggioreale - si legge in una nota - è l'ennesimo campanello d'allarme che ci giunge sulla situazione carceraria in Italia. I problemi sono tanti per nessuno di questi è arrivata una risposta dallo Stato. Sanità, salute mentale, spazi ridotti, mancanza di programmazione per il reinserimento, pene alternative al carcere, organici sottodimensionati della polizia penitenziaria. Un capitolo a parte riguarda, psicologi, assistenti sociali ed educatori, ridotti ormai a numeri insufficienti in proporzione alla popolazione carceraria".
Il presidente di Antigone Sicilia, l'ex deputato regionale Pino Apprendi, ha annunciato per la prossima settimana una visita proprio al carcere Pagliarelli per vedere con i propri occhi le condizioni di detenzione alla base della protesta. Una "rivolta pacifica" che ha incassato anche la solidarietà della direttrice dell'istituto penitenziario: "Vedo giornalmente qual è la situazione e di certo questo non mi conforta. Per capire il problema - spiega - bisogna fare una premessa: quando nacque l'istituto venne progettato con impianti e strutture per 600-700 unità. Oggi abbiamo 1.380 detenuti. Ecco la ragione per cui non possono lavarsi ogni giorno bensì tre volte a settimana. Era così da prima che io fossi direttrice, ormai da 10 anni, e purtroppo nel tempo la situazione non è cambiata".
L'altro tasto dolente riguarda la somministrazione di farmaci. "L'Asp, come impongono le direttive, ha fatto grandi sforzi per riuscire a fornirci farmaci di fascia A e B. Per quelli di fascia C - prosegue la direttrice Vazzana - siamo noi a comprarli e purtroppo i fondi assegnati dal ministero della Giustizia sono risibili rispetto alle reali necessità. Proprio in questi giorni abbiamo incontrato un detenuto che ha un problema a un occhio e vorrebbe il collirio specifico, ma ci sono dei limiti imposti dalla normativa che non possiamo travalicare. Come funziona al di fuori del carcere, chi deve comprare certi farmaci lo deve fare a spese proprie. I nostri detenuti vogliono richiamare l'attenzione dell'autorità politica, l'unica ad avere il potere di modificare le disposizioni normative. Iniziata la protesta abbiamo inoltre nuove richieste sottolineando come servano interventi più ampi".
di Viviana Lanza
Il Mattino, 22 giugno 2019
Dopo le proteste e il caos al carcere di Poggioreale ci si prepara per l'avvio dei lavori per la ristrutturazione del padiglione Salerno che il capo del Dap Francesco Basentini ha definito "interventi urgenti e ormai improcrastinabili". I lavori comporteranno il trasferimento di 203 detenuti.
Si inizierà con i 17 che hanno richiesto di essere spostati in altri istituti sul territorio nazionale e successivamente si troverà una destinazione per i 186 presenti al primo e secondo piano del padiglione Salerno. Non sono previsti invece trasferimenti per i detenuti del terzo piano che è già ristrutturato.
I lavori saranno svolti da detenuti che saranno pagati con uno stanziamento straordinario di fondi e i tempi di avvio saranno immediati: si partirà con il ripristino degli intonaci e la pitturazione degli ambienti del lato sinistro e del secondo piano per poi completare la ristrutturazione del piano terra e del primo piano, anche con nuovi arredi.
"Dobbiamo assolutamente evitare che con la scusa dell'emergenza si proceda a misure che sarebbero controproducenti e lesive del diritto delle persone recluse" ha dichiarato il Garante regionale delle persone prive della libertà personale Samuele Ciambriello, ponendo l'accento sulla "necessità di rispettare la territorializzazione della pena" e sostenendo l'esigenza di un intervento strutturale che includa anche quattro padiglioni e il centro clinico San Paolo.
"Occorre al più presto metter mano ad una serie di iniziative in grado di umanizzare la pena e di riportare l'esecuzione penale nella legalità costituzionale come ci viene richiesto anche dalle giurisdizioni sovranazionali". Con questa posizione la giunta dell'Unione delle Camere penali italiane ha deliberato, per il 9 luglio, una giornata di astensione dalle udienze che coinciderà con una manifestazione nazionale che si terrà a Napoli, al Palazzo di Giustizia.
Gli avvocati sono contro "un sistema tutto incentrato sul reato e non sulla persona, come se dentro le carceri non vi fosse un essere umano ma solo un'astratta fattispecie di reato". E snocciolano i dati dell'emergenza: sovraffollati quasi tutti gli istituti penitenziari con una media nazionale che sfiora il 130%; un solo medico di base ogni 315 detenuti invece che ogni 150; 930 assistenti sociali e 999 educatori per circa 60mila detenuti.
Intanto, mentre i penalisti si preparano allo sciopero, si prevedono nuovi cambiamenti al Consiglio forense napoletano alla luce della recente pronuncia della Corte costituzionale sulla questione del rinnovo degli ordini professionali e della ineleggibilità dei consiglieri con due mandati consecutivi.
Armando Rossi, già presidente degli avvocati di Napoli e attualmente nell'ufficio direttivo dell'Organismo congressuale forense, ha annunciato che si dimetterà da consigliere dell'Ordine, decisione che sarà formalizzata nella riunione di martedì prossimo. "Ho deciso di rassegnare subito le dimissioni dalla carica di consigliere per dare un segnale concreto e decisivo sulla necessità di superare gli scontri del recente passato e recuperare l'immagine dell'Avvocatura come istituzione rispettosa della legge e degli interessi generali" ha detto Rossi.
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