rovigoindiretta.it, 8 agosto 2019
Il progetto finanziato che vede il Teatro del Lemming entrare nella casa circondariale per "riconfigurare il carcere con la cultura e la bellezza". È partita pochi giorni fa la seconda edizione del progetto "Per Aspera ad Astra - come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza", promosso dall'Acri (Associazione che riunisce le Fondazioni di origine bancaria), capofila del progetto, e sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo insieme ad altre 10 Fondazioni di origine bancaria. Per Aspera ad Astra (letteralmente "attraverso le asperità fino alle stelle") ha come obiettivo formare e rieducare i detenuti per il loro reinserimento nel mondo esterno attraverso l'attività teatrale; persone che oggi vivono tra le mura di una cella, ma un domani lasceranno questo spazio per rientrare nella società.
Trasformare il tempo della detenzione - un tempo vuoto, pesante - in un'occasione di riscatto, in cui maturare competenze fondamentali per poter tornare ad essere cittadini attivi. Una sfida che
Fondazione ha scelto di accogliere con un sostegno di 50.000 euro. Esso permetterà all'associazione rodigina Teatro del Lemming di portare il progetto all'interno del carcere di Rovigo. In ambito nazionale, tutte le attività vengono realizzate da associazioni teatrali operanti nei territori, con il coordinamento della Compagnia Teatrale della Fortezza, attiva dal 1988 presso la Casa di Reclusione di Volterra. Gli strumenti utilizzati dalle associazioni teatrali sono principalmente due: corsi di formazione professionale (percorsi di attività teatrali e spettacoli) rivolti ai detenuti; meeting e workshop intensivi rivolti a operatori artistici e sociali, al personale direttivo delle carceri e al personale di polizia penitenziaria.
La seconda edizione del progetto vanta un raddoppio del numero delle Fondazioni coinvolte (e di conseguenza dei territori raggiunti) rispetto alla prima edizione. La prima edizione, inaugurata a maggio 2018 e conclusasi lo scorso marzo, ha permesso di realizzare 6 percorsi in altrettante Case Circondariali: a Milano, Modena, Castelfranco Emilia, Palermo, Torino e La Spezia.
di Eugenio Arcidiacono
Famiglia Cristiana, 8 agosto 2019
Per la prima volta il film "Sulla mia pelle" è stato proiettato all'interno di un penitenziario. Ecco il toccante confronto tra il regista Alessio Cremonini e i detenuti. "Una volta menavano di più", commenta laconico Federico (il nome, come tutti gli altri in questo servizio, è di fantasia), capelli bianchissimi e un quadernone fra le mani fitto di appunti, dopo aver visto Sulla mia pelle.
Sì, proprio il film che ricostruisce la storia di Stefano Cucchi, il ragazzo morto nel 2009 mentre era in custodia cautelare e per il quale si sta svolgendo un processo che vede coinvolti alcuni carabinieri accusati di avere innescato, con le violenze a cui lo avrebbero sottoposto, la spirale di sofferenza che dopo una settimana lo avrebbe ucciso. Dopo aver fatto incetta di premi, per la prima volta è stato proiettato in un carcere, il Coroneo di Trieste.
I detenuti che l'hanno visto hanno ora la possibilità di confrontarsi con il regista Alessio Cremonini. "Pensavo che quest'evento avvenisse prima", dice. "Evidentemente in questo carcere c'è una sensibilità particolare". È così: questa masterclass, organizzata dallo ShorTS International Film Festival, fa parte di un progetto, realizzato in collaborazione con Enaip, che da anni offre la possibilità ai detenuti di frequentare un corso di formazione sulle tecniche audiovisive, spendibile poi una volta tornati in libertà.
Federico si accomoda con i suoi compagni nella saletta che ospiterà la masterclass e noi prendiamo posto accanto ai suoi compagni. Non c'è bisogno di far domande: basta tirar fuori un taccuino e tutti capiscono subito chi siamo. Ogni detenuto desidera ardentemente che qualcuno lo stia ad ascoltare. Specie se, come nel caso di Maurizio, ha vissuto sulla sua pelle un'esperienza molto simile a quella di Cucchi: "Quando mi hanno arrestato, mi hanno legato con le manette a un calorifero e poi massacrato di botte per sapere dove nascondevo la droga. Alla fine, mi hanno detto: "Se vuoi parlare con i tuoi genitori, devi firmare un foglio dove dichiari che sei caduto". Io stavo già male di mio, ero in crisi di astinenza, così ho resistito solo un giorno e poi ho firmato. Quando ho visto il film, anche se sono passati tanti anni, ho rivissuto tutto: è stato tremendo".
Altri detenuti vorrebbero raccontare la loro storia, ma la masterclass inizia e tutti ascoltano con attenzione Cremonini. Che subito li spiazza: "Non ho fatto questo film per sostituirmi alla magistratura, per puntare il dito contro qualcuno. Ogni film nasce da un'idea e quella che mi ha guidato in questo caso è stata la mia fede. Sono cattolico e da credente ho visto nella vicenda di Stefano Cucchi una profonda analogia con il calvario vissuto da Gesù, la sua sofferenza, la sua solitudine. Un'impostazione evidente nella scena in cui la sorella Ilaria rivede Stefano all'obitorio. Prova a toccarlo, a dargli un'ultima carezza, ma non può perché quel povero corpo è stato chiuso in una teca di vetro. Ho immaginato questa scena come una Deposizione rinascimentale, con Stefano al posto di Gesù e Ilaria al posto di Maria".
Interviene allora Francesco per chiedere spiegazioni su un'altra scena che l'ha molto colpito: quella in cui Cucchi finalmente approda in un'aula di tribunale: "Possibile che né il giudice, né l'avvocato, né il Pm si siano accorti delle sue condizioni?" Cremonini rimanda la palla dall'altra parte: "Secondo voi, com'è potuto succedere?" "È un sistema costruito sull'omertà", dice convinto Dario. "Giudici, avvocati, forze dell'ordine, medici: tutti si coprono a vicenda". Giuseppe invece è più pratico: "I giudici hanno migliaia di fascicoli da leggere. Quando non ce la fanno, rinviano. E noi intanto soffriamo". Il regista chiude il suo intervento con una nota personale. "Un mese dopo la ?ne del ?lm ho scoperto di essere malato di cancro. Mi sono quindi trovato a passare le giornate tra medici ed esami, come è successo a Stefano. E questo mi ha ancora più convinto della bontà della mia scelta narrativa: tutti prima o poi dobbiamo fare i conti con il dolore e la morte. Io per ora mi sono salvato. Stefano no. Non siamo riusciti a salvare un ragazzo per poi, eventualmente, fargli scontare in carcere le sue colpe. Come cittadini di un Paese democratico, è questa la nostra più grande sconfitta".
Prima di uscire dalla saletta e di ritornare nelle loro celle, Maurizio e Dario ci tengono a sottolineare che qui a Trieste tutti li trattano bene, ma che non sempre è andata così. "In altre carceri ho visto compagni prelevati alle cinque del mattino dalle guardie e portati in mutande su un furgoncino per un trasferimento", ricorda Maurizio. "In un attimo, perdi tutte le tue cose. Perché questa cattiveria? E poi ci sono carceri dove tutto profuma e altre piene di cimici, dove entri sano ed esci malato. Quando la porta di una prigione si chiude, la tua vita diventa una lotteria".
di Michela Cuccu
La Nuova Sardegna, 8 agosto 2019
Consegnati i premi del Concorso nazionale sul tema della libertà e della rieducazione. Loro, gli artisti, non c'erano. Solo i loro quadri sono potuti uscire dalle carceri dove vivono i 110 partecipanti al concorso nazionale di pittura che ormai da tre anni l'associazione Casa natale Antonio Gramsci riserva ai detenuti. Perché è a loro che vien chiesto di raccontare con colori e pennelli, la loro interpretazione di Gramsci, che riuscì a resistere a quello a cui la detenzione puntava: impedirgli di continuare a pensare.
Tramite il concorso, infatti, l'associazione ha messo in rapporto l'esperienza della detenzione di Gramsci con quella dei detenuti che popolano le carceri italiane. Una iniziativa che si aggiunge a tutti quei progetti rieducativi e culturali che offrono a chi è in carcere la possibilità di "evadere" mentalmente dalla routine quotidiana permettendo un processo rieducativo. "È dimostrato che la recidiva fra i detenuti impegnati in tali percorsi è nettamente inferiore rispetto a chi non lo è", spiegano infatti gli organizzatori di un concorso che quest'anno ha visto la partecipazione di 110 detenuti in 20 case di reclusione sparse in tutta Italia. Detenuti per storie di spaccio, ma anche di criminalità organizzata e di rapine, per fare un esempio dei partecipanti al concorso, dunque ben diversi dal detenuto politico Antonio Gramsci ma che come lui, vivono privati della cosa più importante: la libertà.
Il primo premio è stato assegnato a Dimitri Cantarelli, detenuto nel carcere di Bollate. Durante la cerimonia, svolta nella sala conferenze del paese della Marmilla che diede i natali al pensatore e fondatore del Partito comunista italiano, il presidente della giuria, Paolo Sirena (direttore generale della Fondazione Meta di Alghero) e l'artista Massimo Spiga (art director, grafico e illustratore) hanno illustrato le decisioni della giuria. La valutazione delle opere ha infatti tenuto conto non solo della tecnica e dell'originalità dell'opera.
Fra i vari elementi presi in considerazione, l'analisi si è soffermata sul messaggio, sia dal punto di vista umano (l'orizzonte di un carcerato), che politico (si parla di Gramsci). "I partecipanti non sono artisti professionisti, che sono sottoposti ai limiti del regime carcerario e che non tutti hanno ricevuto un'adeguata informazione e i mezzi necessari a svolgere il lavoro richiesto per il concorso", hanno spiegato i giurati che hanno tenuto in considerazione che la qualità dei lavori presentati "risulta a tratti di buon livello e nel complesso di livello medio". Valutazione che ha designato vincitore del concorso "Il rosso stato di Nino", di Dimitri Cantarelli: "Opera impegnativa di grandi dimensioni, eseguita con buona tecnica, cita "Il quarto stato" di Pelizza Da Volpedo e vuol sottolineare, oscurandoi volti, come il carcere privi oltre che della libertà, anche dell'identità personale", è scritto nelle motivazione della giuria.
L'attualità del pensiero gramsciano, indicato come punto di riferimento per la società, è uno dei temi maggiormente ricorrenti nelle opere dei detenuti. Non è un caso che il secondo premio sia andato a Ruggero Battaglia, detenuto ad Agrigento con "Il faro". L'alienazione contrapposta alla speranza "perché non si può fucilare un'idea", è il tema che ha ispirato l'autore dell'opera terza classificata: Giacomo Sessa, detenuto a Bollate con "L'anima in fondo al muro". Il quarto premio è andato a "L'inizio", realizzato da Marco Tavoletta detenuto al carcere di Nuchis. Il quadro "Lacrime in fondo all'anima", realizzato da un detenuto nel carcere di Pavia, Edoardo Conforme, si è aggiudicato il quinto premio; il sesto è invece andato a Francesco Maccarone, detenuto a Nuchis, con "A Gramsci".
Settimo premio infine per "Direzione e dominio" di Diego Pesandro, anche lui detenuto al carcere di Bollate. Menzioni speciali per "Gramsci a Ventotene" di Cesare Bove (detenuto a Ferrara); "Realtà e fantasia" di Sacha Galli (Bollate). Menzione speciale per il migliore autore straniero a Hussaini Abdul Ali (Carcere di san Vittore di Milano) che ha realizzato "Ideali" e per la migliore autrice donna, Alexandra Ivaskova (San Vittore) con "L'albero d'amore".
agenziaimpress.it, 8 agosto 2019
Canzoni e monologhi teatrali ispirati alla musica e alla poesia di Fabrizio De André sull'isola penitenziario della Gorgona, davanti a detenuti e agenti. È "Sulla cattiva strada", lo spettacolo che andrà in scena il 9 agosto e che sarà realizzato da un gruppo di artisti livornesi. Riflessioni in musica L'iniziativa vuol essere "un modo per riflettere sulla condizione di chi è privato della libertà e vive uno stato di detenzione, propedeutico al recupero e al reinserimento nella società - spiegano in una nota gli organizzatori. Si può riflettere anche con la musica, soprattutto se, come nel caso di Faber, canta gli ultimi e gli emarginati".
Per Carlo Mazzerbo, direttore del carcere, "sarà un arricchimento reciproco, un modo per confrontarsi e dialogare su quello che si vive all'interno di un carcere. Sarà un momento ricreativo e di divertimento, ma questo concerto rivolto ai detenuti dovrà stimolare anche la riflessione sulla loro condizione attraverso i testi di De André. Queste iniziative fanno bene a tutti, perciò siamo lieti di poter ospitare lo spettacolo, che sicuramente potrà aiutare anche chi lavora nel carcere ad allentare la tensione con una serata di musica e belle canzoni".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 8 agosto 2019
L'Ong: "È quanto prevede la Convenzione dell'Aja". Preoccupano le condizioni a bordo. E acqua e cibo cominciano a scarseggiare. "Entreremo in Italia se avremo problemi gravi a bordo": è la dichiarazione che ieri mattina Oscar Camps, il fondatore di Proactiva Open Arms, ha rilasciato a Radio Catalunya. La nave dell'Ong catalana da mercoledì fa la spola tra Lampedusa e Malta: attualmente ha 121 naufraghi a bordo e nessun porto di sbarco.
Roma e La Valletta hanno negato l'ingresso nelle acque territoriali e Madrid rifiuta di prendere in carico il soccorso poiché la Spagna sta gestendo da sola l'emigrazione lungo la rotta del Mediterraneo occidentale. Quella di Camps era una constatazione (in caso di crisi grave non resta che virare verso la costa più vicina) ma il ministro dell'Interno Matteo Salvini l'ha trasformata in una dichiarazione di guerra: "L'Open Arms minaccia di entrare in Italia.
Avrebbe avuto il tempo per raggiungere la Spagna, dove alcuni sindaci (Valencia e Barcellona ndr) si sono esposti a favore dell'accoglienza. Ma forse questi signori vogliono fare solo una provocazione: la vita delle persone non è la loro vera priorità, vogliono a tutti i costi trasferire dei clandestini nel nostro paese. Siamo pronti a sequestrare la nave". Il leader leghista ha a disposizione il bazooka del decreto Sicurezza bis ma la sua norma bandiera solleva molti dubbi di costituzionalità e l'Ong mette in moto gli avvocati. Open Arms ieri ha presentato ricorso al tribunale per i Minori e alla procura minorile di Palermo affinché i minorenni a bordo "vengano fatti sbarcare e vengano nominati dei tutori per quelli non accompagnati, come prevedono gli articoli 6 e 11 della Convenzione dell'Aja. Noi rispettiamo la legge".
Sono in 32 ad avere meno di 18 anni, 27 viaggiano da soli, quattro sono piccoli: due gemelli di nove mesi con la mamma, due hanno meno di 13 anni. "Faremo di tutto - ha spiegato il direttore di Open Arms Italia, Riccardo Gatti - affinché le convenzioni internazionali, le normative e i diritti di queste persone vengano rispettati". E su Italia e Malta: "Siamo testimoni della loro prepotenza e abuso istituzionalizzato nel silenzio dell'Unione europea".
L'UE per ora non interviene: "Non abbiamo ricevuto richieste di coordinamento per l'Open arms - ha ribadito ieri un portavoce dell'esecutivo comunitario -. Questo episodio dimostra l'urgente necessità di un meccanismo prevedibile e sostenibile". La Commissione è ferma in attesa di una richiesta da Madrid e Madrid non interviene perché lasciata da sola a gestire le acqua al confine con il Marocco: "Se in questo momento c'è un paese che svolge attività di soccorso umanitario è la Spagna - ha commentato la vicepresidente, Carmen Calvo. Stiamo esercitando la maggior pressione in Ue affinché la questione migratoria sia affrontata a livello comunitario". Il gioco delle parti lascia però i 121 da soli a vagare per il Mediterraneo.
"Che cosa dovremmo fare, smettere di salvare le persone perché si fanno delle leggi ingiuste? - ha commentato Veronica Alfonsi, coordinatrice italiana di Open Arms -. Siamo a 30 miglia da Lampedusa, anche le evacuazioni fatte nei giorni scorsi delle tre donne, due in stato di gravidanza avanzato, sono state fatte a Lampedusa perché era il porto più vicino". Scatta oggi il settimo giorno a bordo: "Tra poco finiremo cibo e bevande - ha spiegato ieri la comandante della nave, Anabel Montes Mier - e siamo preoccupati per lo stato psicologico di chi è a bordo, reduce dalla torture libiche. Più tardi arriva una risposta e più la situazione peggiorerà".
Rabiya è la madre dei gemelli di nove mesi: "È fuggita dal Camerun per un conflitto legato alla terra nella sua regione, conflitto che è costato la vita al marito - raccontano da bordo -. Hortensia è gravemente ustionata perché il trafficante libico le ha buttato addosso della benzina prima che si imbarcasse e, a contatto con l'acqua di mare, le ha bruciato la pelle. Vengono quasi tutti da paesi per i quali è possibile la richiesta d'asilo". Camps sui social ieri ha postato: "Scompare dal sito l'Imo la zona Sar italiana, con tutti i suoi dati. Curiosamente c'è la Libia, un paese senza stato dove c'è la guerra civile".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 8 agosto 2019
Malgrado i mille problemi che l'affliggono (conflitti, corruzione, povertà e altro ancora), l'Africa per diversi aspetti sta dando un contributo al progresso della civiltà, dell'umanità e del diritto. Uno degli indicatori è, dati alla mano, la riduzione reale dell'applicazione della pena capitale, grazie alla coraggiosa scelta di alcuni governi - anche di stati a maggioranza musulmana - per la sua totale abolizione.
Mentre negli Usa l'amministrazione Trump intende ripristinare la pena di morte a livello federale e in Asia Sri Lanka e Filippine premono per la sua reintroduzione, l'Africa è, dopo l'Europa, il secondo continente sulla strada della rinuncia definitiva alla pena di morte. Di questo, con speranza e ottimismo, parla Antonio Salvati ne "L'Africa non uccide più" (Infinito Edizioni). Chi lo leggerà, e questo è un invito a farlo, vi troverà una messe di notizie e analisi sulla situazione della pena di morte nel continente, la sua applicazione, le moratorie "de facto" esistenti e la lotta per abolirla, stato per stato.
Il libro dà doverosamente conto dell'impegno contro la pena di morte e della campagna mondiale per la moratoria della Comunità di Sant'Egidio, illustrandone nel dettaglio le ragioni e descrivendone le situazioni particolari. Impegno che vede coinvolto l'autore da oltre 20 anni. Una delle più importanti sottolineature di Salvati è che molti stati africani hanno compreso che la lotta alla pena di morte, e più in generale il rispetto delle convenzioni e degli standard sui diritti umani, sono diventati elementi importanti nell'ambito delle relazioni internazionali.
Sempre quegli stati, e le loro società, avvertono sempre di più la pena di morte come una violazione irrimediabile della sacralità della vita e della dignità umana, che impoverisce e non difende le società che la applicano. La battaglia contro la pena di morte è, dunque, un modo per gli stati e la società per difendersi dal rischio di abbassarsi allo stesso livello di coloro che hanno commesso gravi crimini contro la persona. Insomma, sul tema della pena di morte, l'Africa ha molto da insegnarci.
di Guido Olimpio
Corriere della Sera, 8 agosto 2019
Dalla volontà di diventare qualcuno al desiderio di vendetta, dal semplice odio alle ideologie estremiste: le motivazioni dietro le stragi dal 1927 ad oggi. Dopo ogni strage da parte dei killer di massa Usa polemiche, critiche, proposte che evaporano dopo una settimana. E la tentazione di trasformare tutto in faida politica. Proviamo a sintetizzare.
Primo. I mass shooter non sono "nuovi", il primo attacco risale al 1927, a Bath,Michigan, con una scuola fatta esplodere da un dipendente. La novità sta nel tentativo di alcuni di presentarsi come una forma diversa. Già i due di Columbine avevano redatto dei diari - inizialmente ignorati - dove ipotizzavano la loro "rivoluzione".
Secondo. Alcuni di questi assassini seguono una sorta di "ideologia". Alla base c'è la doppia volontà: di diventare qualcuno e di fare il maggior danno possibile. Quindi si organizzano, studiano e uccidono con questa finalità. Non necessariamente devono avere un movente o una ragione "politica". Esempio chiaro è il massacro di Las Vegas.
Terzo. Per molti c'è solo odio, voglia di vendetta, rabbia. Li definiscono dei "collettori di ingiustizia" (vere o presunte, importa poco). Sono dei terroristi "personali". L'instabilità mentale di alcuni è un fattore significativo.
Quarto. Negli ultimi anni il sentiero del mass shooter senza causa si è incrociata conquello animato dall'estremismo. Prima quello jihadista, riconducibile ad al Qaeda e allo Stato Islamico. Quindi quello razzista e, a volte antisemita (neppure questo inedito negli Usa). Sono assassini che offrono il massacro ad un movimento o si muovono sotto il suo cono. Post su Internet, gli ormai immancabili manifesti, un breve video sono sufficienti a creare il legame con una realtà "senza leader" apparenti, ma parte di un progetto globale con obiettivi condivisi e suggeriti.
Quinto. L'autore dell'attacco di Dayton e in parte quello di Girloy sono più confusi. Uno aveva simpatie di sinistra mescolate a misoginia e ossessione della violenza (da usare contro il prossimo). L'altro non ha nascosto posizioni di destra, ma secondo inquirenti non ha tralasciato di studiare la barricata opposta. Comune denominatore l'assalto con armi potenti, corpetto anti-proiettile e tante munizioni. Non possiamo escludere che abbiano cercato il suicidio per mano della polizia. Sono personalità "ambigue", dove confluisce di tutto: passato turbolento, eventuali problemi personali, passioni, instabilità.
Sesto. Il pericolo dei neonazisti è in crescita, va affrontato con la stessa determinazione riservata alla lotta ai seguaci dei Califfo. Il contrasto però deve essere allargato a qualsiasi mass shooter. Proprio l'eccidio di Las Vegas ha dimostrato quanto possa essere letale un cecchino che non sventolava alcuna bandiera. Un assassino "scientifico".
Ottavo. I profili degli sparatori vanno esaminati con pazienza. Gli elementi che trapelano nell'immediatezza di un evento possono cambiare nel tempo, man mano che inquirenti raccolgono non solo gli immancabili racconti dell'ex compagno di scuola ma dati concreti.
Nono. I killer anticipano spesso le loro intenzioni. Con gesti, confidenze, parole, testi. Lo ha certificato l'Fbi, l'ho costatato personalmente con lo studio dei casi. Famiglie, amici e professori sono le prime vedette. Mai sottovalutare certi segnali. E i congiunti devono superare la naturale riservatezza e il peso di situazioni anomale. Un dovere che ricade poi su sicurezza e strutture sanitarie, sempre che abbiano la possibilità di intervenire. Negli Stati Uniti non è facile.
Decimo. Lo studioso Peter Langman ha lanciato un monito. A suo avviso ogni volta che viene superata una soglia di violenza ciò può spingere altri, che sono già su questo percorso a colpire: "Pertanto, il fenomeno potrebbe alimentarsi, crescendo ad ogni nuovo incidente".
nena-news.it, 8 agosto 2019
40 prigionieri del Fronte popolare per la liberazione della Palestina si sono uniti allo sciopero della fame in corso nelle carceri israeliane contro l'arresto arbitrario (amministrativo) ed in solidarietà con gli altri prigionieri già in sciopero, alcuni di loro anche da 37 giorni.
Lunedì decine di prigionieri amministrativi palestinesi affiliati al Fronte popolare per liberazione della Palestina (Fplp) nelle carceri israeliane hanno deciso di iniziare uno sciopero della fame a tempo indeterminato e in solidarietà con gli altri detenuti già in sciopero. Chiedono al servizio penitenziario israeliano da oltre un mese di interrompere l'estensione dei loro ordini di detenzione amministrativa, tuttavia senza ottenere risposta. Perché 29 prigionieri palestinesi sono in sciopero della fame da diversi giorni nelle carceri israeliane (alcuni di loro anche da 37 giorni per protestare contro la loro detenzione amministrativa)?
Le forze armate israeliane hanno emesso 51 nuovi mandati di arresto amministrativo nel mese di luglio. I prigionieri palestinesi che sono stati arrestati da Israele nel solo mese di luglio scorso sono 450. Tra gli arrestati ci sono 10 donne, 62 minorenni, un deputato del Consiglio legislativo palestinese (Clp).
Inoltre, 14 degli arrestati sono di Gaza - tra cui 4 pescatori, 10 giovani e minorenni che avevano tentato di attraversare la barriera di separazione a est della Striscia. L'esercito israeliano ha riarrestato il deputato del Cpl Azzam No'man Salhab (63 anni), di Hebron, dopo aver invaso e messo a soqquadro la sua casa. Salhab è stato arrestato e liberato sei volte e ha passato otto anni nelle carceri israeliane, dove ora si trova agli arresti amministrativi. Inoltre, dal 1967 al luglio 2019, sono 220 i prigionieri deceduti in carcere. Tra questi vi è anche quello del prigioniero Majed Taqatqa (31 anni), di Bait Fujar, nel sud-est di Betlemme, morto a seguito di torture e negligenza medica. I soldati israeliani l'avevano arrestato il 19 giugno scorso.
Di questi 29 prigionieri hanno condotto lo sciopero della fame per protestare contro l'arresto amministrativo. Il prigioniero Hudhayfah Badr Halabia continua la battaglia con lo sciopero della fame da 37 giorni, rifiutando la detenzione amministrativa, in condizioni di salute difficili, accompagnato dallo sciopero a sostegno delle sue richieste di un gruppo di prigionieri del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.
Il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Pflp) nelle carceri israeliane ha confermato che il prigioniero Halabia continuerà il suo sciopero della fame fino a quando le sue richieste non saranno accolte, "con e il sostegno dei compagni nelle varie carceri sioniste".
Si sono uniti allo sciopero nelle ultime ore (16) altri prigionieri del Fronte popolare distribuiti in (3) prigioni, nella prigione di "Ramon" i seguenti attivisti: Hikmat Abdel Jalil, Daoud Hermas, Hakim Awad, Mahdi Jarashi, Amjad Shobaki. Nella prigione di " Nafha " i seguenti attivisti: Hani Abu Mosaad, Nadim Kanaan, Mohammed Hawarin, Mohammed Salah. In quella di " Ofer " invece i seguenti attivisti: Thaer Taha, Khaled Taha, Mohammed Maarouf, Mohammed Ibrahim Barghith, Mahmoud Saifi, Mohammed Effendi, Hassan Fatafta.
Il FPLP ha invitato il popolo palestinese a intensificare le attività di solidarietà a sostegno dei prigionieri in sciopero per eliminare questa politica ingiusta. "Noi e i nostri compagni prigionieri, consideriamo ogni vittoria ottenuta dalla lotta dei prigionieri contro la politica di detenzione amministrativa come un altro chiodo nella bara di questa politica criminale contro i prigionieri ". Ha anche annunciato l'aggiunta di un nuovo gruppo di prigionieri a sostegno dello sciopero: Raed Alian Shafei, Nader Sadaqa, Moayad Issa, Saied Salama, Bahaa Qadan. Il Centro per prigionieri Handala ha affermato che circa 40 prigionieri del Fronte Popolare, con l'arresto amministrativo, hanno iniziato lo sciopero della fame da lunedì mattina.
Da 36 giorni vanno avanti lunghe trattative tra l'amministrazione della prigione, la direzione della sezione carceraria e il Fronte popolare. La situazione si è fatta tesa quando le autorità israeliane hanno preso la decisione di estendere la condanna del prigioniero Abu Akar per un periodo di 6 mesi. Tuttavia, grazie alla riduzione di pena di 3 mesi per buona condotta del prigioniero, l'Intelligence israeliana ha deciso di chiudere il caso. Altri 29 prigionieri nelle carceri dell'occupazione israeliana continuano lo sciopero della fame nella battaglia dell'"unità e volontà", volta a rovesciare e porre fine alla politica di detenzione amministrativa arbitraria che è diventata un approccio punitivo da parte di Tel Aviv.
Il Fplp ha invitato le istituzioni internazionali e dei diritti umani a mantenere le proprie responsabilità, prestando particolare attenzione alle condizioni dei prigionieri in sciopero della fame. Tra questi vi è il prigioniero Hudhayfah Halabiya che è in gravi condizioni di salute. Il Fronte ha poi invitato i popoli del mondo a organizzare una grande campagna in sostegno dei prigionieri palestinesi che miri a fare pressioni su Israele affinché termini la sua pratica della detenzione amministrativa.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 8 agosto 2019
La Turchia si accorda per una safe zone in Siria con Washington, poi si accorda con Mosca per ritirare i jihadisti da Idlib in cambio di mano libera contro i curdi. Gli unici a pagare i giochi internazionali.
Erdogan e Putin si sono messi d'accordo. Tu fai un favore a me lasciandomi mano libera sui curdi e io mi porto via i jihadisti da Idlib e li uso contro le brigate curde Sdf-Ypg, inchiodando gli americani al dilemma siriano: proteggere gli alleati di Washington contro il "califfato" o cedere alle pretese territoriali di Ankara per eliminare la resistenza curda ritenuta vicina al Pkk.
Gli Usa stanno in mezzo ai contendenti con il loro contingente siriano, sotto pressione da mesi tra Manbij e Ain Issa. Erdogan oggi ha tre fronti aperti: la Nato e gli Usa per la fornitura dei missili russi S-400, la Siria e i curdi, l'Egeo per la partita strategica del gas, un great game di cui si parla meno ma che è questione incandescente per Grecia, Cipro, Israele e tutto il Mediterraneo orientale, compresi Libano, Palestina ed Egitto.
Tra l'altro ci coinvolge direttamente per la realizzazione del gasdotto East-Med Pipe, progetto firmato dall'Italia con Grecia e Israele nel 2017. Una pipeline che, sfruttando anche il giacimento egiziano di Zohr, piace molto agli americani per limitare la dipendenza europea dal gas russo e come carta diplomatica per dare consistenza al piano di "Nato araba" a guida israeliana. Piace meno a Erdogan, per l'alleanza tra Grecia e Israele e che rivendica i diritti suoi e di Cipro turca. Pronto a sfidare le sanzioni della Ue che intende proteggere la "zona esclusiva" di sfruttamento delle risorse sottomarine greco-cipriote.
Il presidente turco ha deciso quindi di tornare alla carica contro i curdi siriani minacciando un'offensiva militare a est dell'Eufrate mentre ad Ankara gli americani trattano sulla richiesta dei turchi di una safe zone in Siria profonda 30 km e lunga 150: una sorta di provincia siriana nelle mani di Erdogan. L'ennesima zona di sicurezza mediorientale che in questo caso serve a mangiare altro territorio ai curdi, già privati del cantone di Afrin. In poche parole la Turchia sta testando gli americani che si sono appoggiati ai curdi nelle battaglie contro l'Isis.
È il copione preferito da Russia, Iran e Siria di Assad che hanno raggiunto nei giorni scorsi un accordo con la Turchia per una tregua a Idlib, il vero nervo sensibile della vicenda siriana perché qui, nella provincia del nord confinante con la Turchia, ci sono ancora migliaia di jihadisti e le milizie fedeli ad Ankara.
Secondo questa intesa tra Russia e Turchia, stilata con la mediazione del Kazakhstan, Erdogan si è impegnato con Putin a rimuovere da Idlib i gruppi jihadisti e le sue milizie. Non solo, l'accordo di Nursultan (Astana) prevede un compromesso con Damasco per l'insediamento di un comitato costituzionale sul futuro della Siria. I turchi sono soddisfatti dell'intesa con Mosca, al punto che sono appena ricominciati i viaggi tra i due Paesi senza necessità di un visto.
Con la tregua di Idlib la Turchia riapre, in funzione anti-curda, l'"autostrada del Jihad" inaugurata per abbattere il regime di Assad con l'afflusso di combattenti da ogni parte del mondo musulmano. Non solo Ankara sta ammassando migliaia di soldati al confine a ridosso di Kobane, la roccaforte curda protagonista della resistenza all'Isis.
Ma si prepara a usare le milizie jihadiste del nord-est siriano che compongono una parte del Free Syrian Army (35mila combattenti). Una di queste, la Sultan Murad Brigade, ha partecipato alla campagna turca "Ramoscello d'Ulivo" che ha portato all'occupazione di Afrin e l'uccisione di 4-500 civili.
Risorgono così i fantasmi di un recentissimo passato. L'"ambasciatore" del califfato, Abu Mansour al Maghrabi, un ingegnere marocchino, trattava direttamente con l'esercito e i servizi turchi embedded nelle milizie Isis. Lo ha raccontato con un'intervista in un carcere iracheno a Homeland Security Today, testata diretta da Michael Chertoff, ex segretario della sicurezza nazionale americana.
"La Turchia proteggeva la nostra retrovia per 300 km. Avevamo una strada sempre aperta per far curare i feriti e ottenere rifornimenti di ogni tipo, mentre Ankara puntava a controllare la frontiera con Siria e Iraq, da Kessab a Mosul: lo Stato islamico era funzionale ai piani anti-curdi di Erdogan e alla sua ambizione di inglobare Aleppo".
E ora i jihadisti sconfitti a Raqqa o a Duma tornano ancora utili al presidente turco. Una ricomparsa dell'Isis in Siria sarebbe un grave colpo anche per Trump ma una nuova carta da giocare per Mosca, Assad e l'Iran. Ecco perché la guerra mondiale a pezzi della Siria non finisce mai.
di Armando Spataro
La Repubblica, 7 agosto 2019
I magistrati non sono obiettori di coscienza, non possono rifiutarsi di ottemperare ai loro doveri ma è auspicabile che, ricorrendo alla Corte costituzionale appena ciò sia possibile, procedendo contro condotte illegali e disponendone l'interruzione, continuino a ignorare le aspettative di chi governa, qualunque ne sia il colore politico. Deve essere questa la risposta al decreto sicurezza bis voluto da Salvini.
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