alqamah.it, 26 agosto 2019
La Uil-Pa: "Impiego illegale". "Registriamo ancora una volta atti discutibili, presso la Casa Circondariale Pietro Cerulli di Trapani. Ci riferiamo, in particolare, alla questione dell'impiego illegale del personale di Polizia femminile all'interno delle sezioni ove sono reclusi detenuti di sesso maschile: tale impiego di personale è vietato, come noto, dalla L. 395/1990 (divieto ribadito da successive circolari ministeriali concernenti il tema)".
È quanto afferma il Segretario Generale della Uil-Pa Polizia Penitenziaria Gioacchino Veneziano in una lettera inviata, tra gli altri, al direttore della Casa Circondariale "Pietro Cerulli" di Trapani.
"Nel passato quanto è stato sollevato il problema, in un apposito incontro di esame congiunto, si è proceduto a consegnare al Direttore dell'Istituto trapanese (di allora) e al Comandante di reparto una risposta del Prap Sicilia ad un quesito riferito ad una questione analoga accaduta in un altro Istituto della Sicilia: ovviamente, la risposta del Provveditore integrata addirittura da una nota ministeriale della Direzione Generale del Personale del Personale, era chiara, nettamente contraria all'impiego in sezioni ove sono reclusi detenuti di sesso maschile delle Unità femminili di Polizia Penitenziaria.
Da quasi una settimane ci troviamo ad affrontare la stessa problematica, anzi aggravata dal fatto che le donne poliziotte sono state impiegate all'interno dei cortili passeggi del reparto Adriatico, (quindi in piena zona detentiva maschile) e in questi ambienti vi sono pure i bagni, ragion per cui a quanto dato sapere nel controllo visivo si sono verificate situazione incresciose. - sottolinea Veneziano - Stendiamo un velo pietoso quando abbiamo saputo che una collega è stata mandata a controllare i passeggi sempre dello stesso reparto maschile, nel "casotto di legno" (che non è altro il locale vendite birre e gelati del lido balneare, genialmente installato dal passato direttore per controllare i passeggi maschili), sotto lo sguardo divertito dei detenuti maschi.
Inoltre - continua nella lettera - in barba sempre alle disposizioni di legge, le donne poliziotte sono state perfino obbligate ad operare all'atrio del reparto "Mediterraneo" con la presenza di oltre 200 detenuti maschi, ed in quel posto si registra il passaggio di circa 400 detenuti maschi, poiché si trova all'interno della sezione detentiva maschile, ed è il punto di smistamento di tutte le tre piani detentivi maschili.
Pertanto premesso - conclude - la invitiamo a far cessare senza indugio siffatte procedure illegali, dando le indicazione a chi gestiste il personale poiché le iniziative assunte si pongono in netta opposizione con ogni fonte normativa regolante l'impiego di personale di Polizia Penitenziaria, costituendo di per sé un "elemento che può esporre le poliziotte a condizioni operative di ulteriore pericolo, inasprendo la probabilità di tutela della loro sicurezza dentro l'ambiente di lavoro".
Il Centro, 26 agosto 2019
Sottoposto al regime "duro" (41bis), gli agenti di polizia penitenziaria riescono a rianimarlo nella cella dove si era impiccato. Il sindacato Uil: "Condizioni pericolose alle Costarelle". Gli agenti di polizia penitenziaria hanno fatto in tempo ad evitare che un detenuto morisse impiccato nella propria cella nel carcere delle Costarelle all'Aquila. Il fatto è stato denunciato dal sindacato di polizia penitenziaria della Uil. Il detenuto che voleva uccidersi è di origini calabresi, è accusato di appartenere alla 'ndrangheta ed è sottoposto al regime speciale del 41bis ("carcere duro"). Gli agenti lo hanno salvato in extremis.
"Determinante è stata l'opera di rianimazione operata dal personale intervenuto tanto da poter dire che se non si è contata una vittima nel carcere delle Costarelle lo si deve all'elevata professionalità posseduta dagli operatori intervenuti", afferma in una nota il vice segretario regionale del sindacato Uil-penitenziaria Mauro Nardella che torna a denunciare la condizione in cui versa il carcere dell'Aquila soprattutto in ordine all'eccessiva presenza di detenuti tra i più pericolosi d'Italia: 160 i sottoposti al 41bis d'Italia.
"Tuttavia", continua, "non risulta essere sufficiente l'attenzione ad esso data da parte del ministero della Giustizia sull'impossibilità sopraggiunta di garantire un sufficiente numero di posti all'interno della caserma agenti. Agenti costretti a pernottare altrove e quindi impossibilitati ad intervenire qualora, come nel caso in questione si sentisse la necessità di dover provvedere in caso di assoluta emergenza".
agrigentonotizie.it, 26 agosto 2019
Dalla Prefettura, dove è giunta la segnalazione del disservizio e del rischio di rivolta da parte dei reclusi, è stato chiesto "aiuto" al comando provinciale dei vigili del fuoco. Resta senz'acqua il carcere "Di Lorenzo" di contrada Petrusa e, fra i detenuti, dilaga la protesta.
Nella mattinata di ieri dalla Prefettura di Agrigento - dove è giunta la segnalazione del disservizio e del rischio di rivolta da parte dei reclusi - è stato chiesto "aiuto" al comando provinciale dei vigili del fuoco. In contrada Petrusa, almeno questa volta, non stavano però bruciando delle celle, ma era finita l'acqua.
Malumori e lagnanze, da parte dei detenuti, si erano dunque già trasformati in protesta e il rischio, di fatto, era che si innescasse una sorta di rivolta. I pompieri si occupano di soccorso tecnico urgente, ma non essendo quella di ieri una giornata emergenziale sono riusciti - ed anche rapidamente - a dare una concreta mano d'aiuto con le loro autobotti.
Il Sole 24 Ore, 26 agosto 2019
Reato - In generale - Concorso di cause - Cause sopravvenute - Capacità di interrompere il rapporto causale - Condizioni - Fattispecie. In tema di concorso di cause, l'ambito di operatività dell'art. 41, comma 2, c.p. è circoscritto ai casi in cui la causa sopravvenuta inneschi un rischio nuovo e del tutto incongruo rispetto al rischio originario, attivato dalla prima condotta. Nel caso in esame, afferente a infortunio sul lavoro, non è stata ritenuta causa sopravvenuta, da sola sufficiente a produrre l'evento, il comportamento imprudente del lavoratore nell'effettuare operazioni rientranti nelle sue attribuzioni, non avendo egli adottato una condotta del tutto esorbitante dalle procedure operative e incompatibile con il sistema di lavorazione e con le norme antinfortunistiche.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 22 luglio 2019 n. 32507.
Reato - Causalità (rapporto di) - Concorso di cause - Condotta negligente della vittima - Interruzione del nesso di causalità - Esclusione - Ragioni. In tema di omicidio colposo conseguente a sinistro stradale, il mancato uso, da parte della vittima, della cintura di sicurezza non vale di per sé a escludere il nesso di causalità tra la condotta del conducente di un'autovettura - che, violando ogni regola di prudenza e la specifica norma del rispetto dei limiti di velocità, abbia reso inevitabile l'impatto con altra autovettura sulla quale viaggiava la vittima - e l'evento, non potendo considerarsi abnorme né del tutto imprevedibile il mancato uso delle cinture di sicurezza.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 23 maggio 2017 n. 25560.
Reato - Causalità (rapporto di) - Concorso di cause - Causa sopravvenuta - Omicidio colposo da incidente stradale - Errore nella prestazione delle cure alla vittima dell'incidente - Interruzione del nesso di causalità - Esclusione - Fattispecie. L'eventuale negligenza o imperizia dei sanitari nella prestazione delle cure alla vittima di un incidente stradale, ancorché di elevata gravità, non può ritenersi causa autonoma e indipendente, tale da interrompere il nesso causale tra il comportamento di colui che ha causato l'incidente e la successiva morte del ferito. (Nella specie, la Corte ha escluso l'interruzione del nesso di causalità in relazione al decesso della vittima per insufficienza cardiocircolatoria con coma da shock emorragico in soggetto politraumatizzato da lesioni stradali, intervenuto a circa un mese di distanza dal sinistro, rilevando che i potenziali errori di cura costituiscono, rispetto al soggetto leso, un fatto tipico e prevedibile, mentre, ai fini della esclusione del nesso di causalità, occorre un errore del tutto eccezionale, abnorme, da solo determinante l'evento letale).
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 23 maggio 2017 n. 25560.
Cause di (Rapporto di) - Concorso di cause - Interruzione del nesso causale. È configurabile l'interruzione del nesso causale tra condotta ed evento quando la causa sopravvenuta innesca un rischio nuovo e incommensurabile, del tutto incongruo rispetto al rischio originario attivato dalla prima condotta. (Nella fattispecie la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione che aveva affermato la sussistenza del nesso causale tra l'errore chirurgico originario, che aveva ridotto la paziente in coma profondo, e il decesso della medesima per setticemia contratta durante il lungo ricovero presso l'unità di terapia intensiva, rilevando come l'infezione nosocomiale sia uno dei rischi tipici e prevedibili da tener in conto nei casi di non breve permanenza nei reparti di terapia intensiva, ove lo sviluppo dei processi infettivi è tutt'altro che infrequente in ragione delle condizioni di grave defecazione fisica dei pazienti).
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 21 giugno 2016 n. 25689.
di Carmelo Musumeci
welfarenetwork.it, 26 agosto 2019
Non manco mai di leggere gli articoli di Damiano Aliprandi, che scrive su "Il Dubbio", uno che in carcere non c'è mai stato, ma che descrive le realtà carcerarie come se ci fosse stato tutta la vita. I casi sono due: o c'è stato in un'altra vita o è solo un bravissimo giornalista, probabilmente tutte e due le cose.
di Marta Casadei
Il Sole 24 Ore, 26 agosto 2019
Il report "Dall'emergenza alla prevenzione: urge un cambio dì paradigma", frutto dell'elaborazione di dati Ispra e Protezione civile, dipinge un territorio fragile - il 16,6% è mappato nelle aree di maggiore pericolosità di dissesto idrogeologico - nel quale ci si trova a ragionare soprattutto in chiave di risposta a una calamità.
A molte, in realtà: tra il 1° maggio 2013 e il 13 maggio 2019 diciannove delle venti Regioni italiane hanno dichiarato almeno uno stato d'emergenza. E hanno chiesto, nel complesso, 11,4 miliardi di euro, di cui 9,4 sono stati riconosciuti come legittimi dai commissari. Ad essere assegnati e trasferiti, tuttavia, sono stati poco più di 900 milioni.
Tra le Regioni più colpite dalle emergenze (12 in sei anni) c'è l'Emilia Romagna, che ha chiesto 1,3 miliardi di euro, ottenendo (per ora) solo 112 milioni degli 1,1 miliardi di fabbisogno riconosciuto. Subito dietro, la Toscana: otto stati di emergenza proclamati e danni riconosciuti per 783 milioni, di cui sono stati assegnati e trasferiti poco meno di 94 miliardi. Per il solo stato emergenza dovuto al maltempo registrato nell'ottobre 2018, che ha coinvolto dieci Regioni e due Province autonome, Trento e Bolzano, sono stati stanziati 150 milioni di cui 102 già trasferiti al commissario delegato.
Secondo l'Anbi, associazione che rappresenta i consorzi di bonifica, di irrigazione e di miglioramento fondiario, investire in prevenzione costerebbe circa sette volte meno rispetto al costo di gestione delle emergenze, ma l'Italia ha ancora un approccio poco lungimirante: "I fondi impegnati sono inferiori rispetto al fabbisogno espresso dagli enti locali - spiega Andrea Ballabio di Laboratorio Ref Ricerche, tra gli autori del report - e si continua a ragionare in un'ottica più che altro emergenziale".
Negli ultimi 20 anni circa (dal 1999 al 2017) il ministero dell'Ambiente, infatti, ha risposto alla richiesta di fondi per la prevenzione - circa 23 miliardi di euro per oltre 8mila interventi- con una nuova iniezione di "soli" 5,6 miliardi (secondo la classificazione proposta dall'Ispra, che raggruppa atti e decreti in sei macro categorie) principalmente attraverso il Dl 180/1998 (varato dal primo Governo Prodi dopo l'alluvione di Sarno) e gli accordi di programma 2010-2011. La quota più nutrita dei finanziamenti è andata alla Sicilia (662 milioni), seguita da Lombardia e Toscana con, rispettivamente, 551 milioni e 567 milioni di euro.
Ma, a livello nazionale, solo il 44% dei fondi - e quindi circa 2,4 miliardi - sono stati impiegati in progetti portati a termine. Il 15%, più di 800 milioni, è stato destinato a progetti mai avviati o definanziati. Tra le Regioni che avrebbero utilizzato i fondi nel modo meno efficace c'è la Liguria, dove meno del 20% del denaro stanziato nel periodo (439 milioni, di cui, tuttavia, 315 milioni arrivati con il Piano stralcio aree metropolitane 2015-2020) sono stati impiegati in progetti terminati. "Negli ultimi abbiamo invertito la tendenza - spiega Giacomo Giampedrone, assessore all'ambiente della Regione Liguria - essendo cresciute le emergenze, da un lato, e la sensibilità degli enti locali dall'altro.
E continuiamo su questa strada: a settembre lanceremo il bando di gara per lo scolmatore del torrente Bisagno, un appalto del valore di 204 milioni". Secondo Giampedrone "quando ci sono le emergenze i fondi arrivano, come è successo per l'alluvione del 2018; il nodo vero sono gli stanziamenti per la progettazione. Il piano Proteggi-Italia, per esempio, ha previsto solo lo milioni per la Liguria: risorse insufficienti, considerando servirebbero 5o milioni per chiudere il programma strutturale".
Il Proteggi-Italia, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 12 aprile scorso, ha stanziato 11 miliardi di euro per il triennio 2019-2021, con tre miliardi destinati a interventi già eseguibili nell'anno in corso. "Il Piano non stanzia fondi sufficienti per la prevenzione - continua Ballabio di Laboratorio Ref Ricerche - perché circa tre degli n miliardi di euro complessivi sono dedicati alle emergenze e quasi tutti sono già stati assegnati dalla Protezione Civile per le calamità dell'autunno 2018. I fondi realmente destinati al ministero dell'Ambiente per la prevenzione sono quattro miliardi per il periodo 2019-21 a cui si aggiungono 900 milioni di euro a triennio da qui al 2030".
di Paola Maria Zerman
Il Sole 24 Ore, 26 agosto 2019
Quali siano gli effetti del controllo giudiziale, concesso dal giudice penale all'imprenditore raggiunto da un'interdittiva antimafia, e il giudizio amministrativo davanti al quale quest'ultima è impugnata, lo ha stabilito di recente il Consiglio di Stato. Con le due ordinanze, la 5482 del 1 agosto (presidente Lipari) e la 4873 del 10 luglio (presidente Frattini), la Terza sezione del Consiglio di Stato ha disposto la sospensione del processo amministrativo "sino al decorso del termine di efficacia del controllo giudiziario". Con la intuibile conseguenza della ripercussione dell'esito dello stesso sul giudizio di legittimità dell'interdittiva.
di Ludovico Fontana
rainews.it, 26 agosto 2019
Incontro del presidente egiziano con Conte a margine del G7 in corso a Biarritz. Ma l'account twitter "Verita per Giulio" vuole il ritiro dell'ambasciatore italiano al Cairo. Conte e Al Sisi sono tornati a parlare di Regeni a margine del G7 in corso a Biarritz, in Francia. Il presidente egiziano ha assicurato al premier italiano "l'impegno per scoprire le circostanze del caso e arrivare ai criminali e consegnarli alla giustizia".
"La determinazione del governo italiano, interprete dell'opinione pubblica, a chiedere effettivi risultati dalle indagini sul caso Regeni, è stata ribadita - ha detto Conte. "Tale determinazione - ha aggiunto - non verrà meno anche da parte dei prossimi governi".
Nel corso dell'incontro Al Sisi e Conte hanno anche discusso della crisi libica, della lotta al terrorismo, degli investimenti e dei progetti italiani in corso in Egitto". Regeni, originario di Fiumicello in provincia di Udine, fu rapito, torturato e ucciso nel 2016.
"43 mesi fa Giulio spariva - scrive l'account Twitter "Verità per Giulio" a commento dell'incontro: "Tre governi si sono succeduti: tante promesse e strette di mano ma nessun risultato, nessuna risposta concreta alle richieste di verità e giustizia. Per questo, scrivono, chiediamo un atto concreto: il ritiro dell'ambasciatore".
di Maurizio Ferrera
Corriere della Sera, 26 agosto 2019
L'agenda della presidente della Commissione Ue contiene idee valide anche per noi. In questo contesto sarebbe possibile un allentamento del vincolo di bilancio.
Il governo uscente ha avuto con la Ue un rapporto teso e conflittuale. Nel dicembre 2018 abbiamo rischiato la bocciatura della legge di Stabilità, schivata solo "grazie" alle tristemente note clausole di salvaguardia sull'Iva. Nella primavera scorsa abbiamo evitato per un soffio la procedura per debito eccessivo. I due partner di maggioranza (soprattutto Salvini) s'illudevano di poter cambiare gli equilibri politici europei nelle elezioni dello scorso maggio. Guadagnando così "licenza di spendere". Nonostante il successo della Lega, l'operazione dei sovranisti è fallita. La nuova Commissione avrà infatti il sostegno dei partiti tradizionalmente europeisti: popolari, socialisti e democratici, liberali. Sarebbe sbagliato però dire che la Ue è rimasta quella di sempre. La nuova legislatura sarà sicuramente meno "austera" delle due precedenti (Juncker e Barroso), meno orientata alla stabilità fiscale in quanto tale e più aperta verso i temi della crescita, dell'occupazione, della sostenibilità ambientale e sociale. Lo testimoniano innanzitutto i programmi dei partiti che ora formano la maggioranza a Strasburgo. Rispetto alle elezioni del 2014, essi hanno formulato proposte precise su tutti questi fronti (si vedano le analisi su www.euvisions.eu). Il segnale più forte viene tuttavia dall'"Agenda per l'Europa" preparata dalla neopresidente Ursula von der Leyen per il prossimo quinquennio
Una lettura attenta di questo documento sarebbe molto utile a chi sta lavorando per risolvere la crisi di governo. Vi si trovano infatti idee e proposte molto calzanti per l'Italia. In primo luogo, von der Leyen richiama l'attenzione sui temi ambientali e sulla necessità di un vero e proprio "Patto verde" europeo. Non solo per affrontare la sfida oggi più dirompente per l'intero pianeta - il cambiamento climatico - ma anche per stimolare la crescita. Economia circolare, risanamento ambientale, rilancio delle aree e delle attività rurali, investimenti massicci in sostenibilità: preso seriamente, il perseguimento di questi obiettivi avrebbe enormi ricadute in termini di Pil e occupazione. Sul versante del lavoro, la neopresidente propone un salario minimo Ue e la regolazione della cosiddetta gig economy (i lavori tramite piattaforma, che interessano un numero crescente di giovani europei). In tema di welfare, l'obiettivo prioritario è il rafforzamento della garanzia giovani, nonché di una nuova "garanzia minori" (reddito, asili, formazione primaria, salute per tutti i bambini/ragazzi in condizioni disagiate). Dato il suo successo come ministra per gli affari sociali e la famiglia in Germania, von der Leyen propone poi un piano ambizioso per le donne (conciliazione, pari opportunità, protezione contro violenze e femminicidi) e la piena realizzazione del nuovo Pilastro europeo dei diritti sociali. Inoltre, la sua Agenda insiste moltissimo sugli investimenti digitali e in capitale umano: istruzione, ricerca e sviluppo.
Nel documento c'è molto altro (compresa la revisione del Regolamento di Dublino sull'immigrazione). Ma i punti menzionati sono tutti rilevantissimi anche per l'Agenda Italia. Se un nuovo governo li includesse nel programma, si tratterebbe (questa volta sì) di un cambiamento epocale rispetto agli approcci del passato, prevalentemente basati sulla difesa a oltranza dell'esistente (settori economici tradizionali, previdenza pensionistica) piuttosto che investimenti per il futuro e per l'inclusione attiva delle persone più svantaggiate.
Oltre che per i contenuti, la svolta di von der Leyen merita attenzione anche per altri motivi. In vari Paesi membri non vi sono oggi i margini fiscali per muovere nelle direzioni indicate dalla neopresidente. Certo, con incisive riqualificazioni della spesa pubblica e una lotta a tutto campo contro l'evasione, un po' di margini si potrebbero (e dovrebbero) trovare. Ma difficilmente basterebbero, almeno nel breve periodo. In Italia abbiamo una complicazione in più. Le clausole sull'Iva introdotte dal governo giallo-verde ci obbligano a trovare 23 miliardi per il 2020 e 29 per il 2021. Se non le disinneschiamo, si rischia di tarpare ancor di più le ali a una crescita già intorno allo zero. E senza crescita il debito non scende. C'è un modo per uscire da questo circolo vizioso?
Immaginiamo il seguente scenario. Il nuovo governo elabora (preferibilmente con l'assistenza tecnica della Commissione) un ambizioso piano di riforme in linea con l'Agenda Ursula, indicandone anche i costi. Poi lo presenta come Nota aggiuntiva al programma di Stabilità che tutti i Paesi devono sottoporre a Bruxelles nel mese di ottobre. Come reagirebbe la Commissione? È difficile che ci risponda con un no secco. Vorrà sicuramente essere sicura che non si tratti di una richiesta opportunistica, come è già avvenuto in passato. Chiederà assicurazioni su contenuti e tempi delle riforme, forse vorrà essere coinvolta nel monitoraggio e nella valutazione in corso d'opera. Inoltre si aspetterà che la legge di Stabilità per il 2020 si allinei alle raccomandazioni di politica economica e sociale ricevute dall'Italia lo scorso giugno (ad esempio rivedere quota 100 e il reddito di cittadinanza, per renderlo più efficace).
Ma se vi saranno queste condizioni, è possibile che la Commissione allenti il vincolo di bilancio per l'Italia già a partire dal 2020, concedendo flessibilità. Peraltro, è previsto che la Ue consigli a tutti i Paesi per l'anno prossimo politiche più espansive. Dato il nostro debito, per l'Italia la raccomandazione della Commissione si limiterebbe a passare da politica "restrittiva" a politica "neutrale". Solo questo significherebbe però che il deficit strutturale del prossimo anno potrebbe attestarsi sul livello del 2019, senza ulteriori riduzioni.
Un percorso di questo genere avrebbe per l'Italia due ovvi vantaggi. Alleggerirebbe l'onere (anche politico) della prossima legge finanziaria; consentirebbe la ripresa degli investimenti e dunque della crescita. Ci sarebbe però un vantaggio anche per la Ue. La sua immagine potrebbe finalmente affrancarsi dallo spauracchio della "guardiana cattiva" agitato dai sovranisti e assumere il volto più amichevole di una istituzione che si prende cura dei propri cittadini e del loro futuro. Una previsione troppo ottimistica? Può darsi. C'è un modo solo per verificarlo: prendere l'iniziativa. Per le forze politiche che stanno negoziando sarebbe il modo migliore per raccogliere l'invito alla serietà del presidente Mattarella. E soprattutto per non sprecare i prossimi mesi in una rumorosa e inconcludente campagna elettorale.
di Massimo Teodori
Corriere della Sera, 26 agosto 2019
La procedura di revisione costituzionale, che deriva dal compromesso originario tra il potere federale e i diritti degli Stati, è oggi del tutto improbabile per i rapporti di forza tra i partiti in campo.
La minaccia di Donald Trump di cancellare la legge dello Ius Soli, l'automatica cittadinanza degli Stati Uniti per i bambini che nascono sul territorio americano, non è altro che un messaggio propagandistico volto ad eccitare l'elettorato fedele al Presidente nazionalpopulista, senza tuttavia perseguire alcun effetto sulla legislazione federale. Il XIV emendamento costituzionale, che ha istituito lo Ius Soli nel 1868 all'indomani della abolizione della schiavitù nella Guerra civile, non può essere revocato se non con un altro emendamento eguale e contrario come avvenne nel 1933 con un emendamento che annullava il proibizionismo decretato nel 1919.
La procedura di revisione costituzionale, che deriva dal compromesso originario tra il potere federale e i diritti degli Stati, è oggi del tutto improbabile per i rapporti di forza tra i partiti in campo. Infatti, per riformare la Costituzione è necessaria la maggioranza dei sue terzi in entrambe le camere del Congresso, quindi occorre che i tre quarti delle assemblee legislative o delle convenzioni costituzionali degli Stati ratifichino il nuovo emendamento entro i successivi sette anni.
La verità dell'improvvisa dichiarazione di Trump, che ha definito "ridicolo" lo storico diritto di cittadinanza per nascita in vigore da un secolo e mezzo, sta nel fatto che il Presidente nell'ultimo anno del mandato ispira la sua propaganda ai vecchi canoni di quel nativismo che ebbe il suo quarto d'ora di successo alla fine dell'Ottocento, nella stagione dell'immigrazione di massa per fare fronte allo straordinario sviluppo industriale della nazione. Era la tendenza che allora istigava i "bianchi anglo-sassoni protestanti" (Wasp) a combattere gli immigrati in gran parte cattolici o israeliti, allora provenienti dall'Europa centrale e meridionale, i quali nelle città della costa atlantica contrastavano il predominio elettorale dei protestanti.
Oggi il nativismo con risvolti xenofobici, di cui Trump è l'interprete, indirizza la foga anti-immigranti contro gli ispanici che entrano dalla frontiera messicana e si insediano negli Stati del Sud-Ovest (California, Texas, Arizona, Colorado, New Mexico) che fino al 1848 appartenevano al Messico.
La popolazione bianca tradizionalista per lo più extra-urbana, giovani e vecchi, uomini e donne, ricchi e poveri, che respinge la società pluralistica e vota massicciamente per Trump (definito perciò il primo "presidente bianco"), teme che gli ispanici, che sono già la prima minoranza etnica con il 16% della popolazione, scalzino numericamente la maggioranza dei bianchi nei grandi e ricchi Stati del Sud-Ovest (California e Texas) grazie alla massiccia immigrazione, legale e illegale, dall'America centrale e al tasso di crescita demografica dei latinos doppio della media nazionale. Di qui, dopo il "Muro" eretto a simbolo della resistenza dei bianchi, si aggiunge ora un altro totem del nativismo, lo Ius Soli.
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