di Alberto Leiss
Il Manifesto, 6 agosto 2019
Il punto decisivo è trovare il linguaggio capace di offrire alternative simboliche. Non serve a molto scandalizzarsi se Salvini canta l'inno di Mameli sulla spiaggia con le cubiste, ma se il ministro risponde "zingaraccia ti mando la Ruspa" a una persona che gli augura la morte, bisogna seguire la lezione de "La lingua materna" di Hannah Arendt.
Non credo che servano a molto le analogie con gli anni 30 per reagire adeguatamente alla deriva autoritaria, razzista e machista che è attualmente impersonata dal ministro dell'interno, il quale dà evidentemente voce, e sponde, a pulsioni aggressive e irrazionali diffuse tra molte persone che vivono in questo paese.
Tuttavia ripassare la storia è sempre utile, specialmente se non la si conosce già bene, e si può trovare qualcosa che ci ispira orientamenti mentali e pratici adatti all'oggi, con le necessarie traduzioni in un tempo tanto diverso. Mi è capitato leggendo un breve testo di Hannah Arendt (La lingua materna, recentemente riedito da Mimesis) in cui l'autrice della Banalità del male, durante una conversazione televisiva (condotta da Günter Gauss nell'ottobre 1964) racconta come sua madre le insegnava a reagire agli atteggiamenti razzisti che potevano essere rivolti a una bambina ebrea. Il racconto, tra l'altro, ci dice che l'antisemitismo era una realtà già nell'immediato primo dopoguerra, quando Hannah, nata nel 1906, andava a scuola, ben prima dunque dell'avvento di Hitler.
"Tutti i bambini ebrei - racconta Arendt - hanno avuto a che fare con l'antisemitismo. Ha avvelenato l'anima di tanti bambini. La differenza per noi era che mia madre partiva sempre da questo punto di vista: non bisogna abbassare la testa! Bisogna sempre difendersi! Se i miei professori avessero fatto delle osservazioni antisemite - per lo più non in riferimento a me ma alle altre studentesse ebree, per esempio ebree orientali - ero stata istruita ad alzarmi, abbandonare la classe, tornare a casa e stendere una relazione dettagliata su ciò che era avvenuto. Mia madre scriveva una delle sue tante lettere raccomandate; e per me l'incidente era assolutamente chiuso. Avevo un giorno di vacanza in più, ed era molto bello. Ma se le osservazioni venivano fatte dagli altri bambini, io non dovevo raccontare nulla a casa. Non valeva la pena. Con i bambini ci si difende da soli (...) A casa mia esistevano delle regole di condotta che mi consentivano di mantenere e di proteggere assolutamente la dignità".
Questo racconto mi ha fatto pensare che il punto decisivo è trovare, anche oggi, il linguaggio capace di offrire alternative simboliche. Immagino che non serva a molto scandalizzarsi se Salvini canta l'inno di Mameli sulla spiaggia con le cubiste, ma se il ministro risponde "zingaraccia ti mando la Ruspa" a una persona che gli augura la morte, bisogna "fare una relazione dettagliata" perché a chi ha giurato sulla Costituzione e tendenzialmente ci rappresenta tutti non può essere consentito di parlare e comportarsi in modo di coprire e aizzare comportamenti razzisti. Nella "relazione dettagliata", però, va anche affrontata l'origine della battuta inaccettabile del ministro.
Perché una persone, zingara o meno che sia, non deve minacciare di morte nessuno. E forse bisognerebbe dire qualcosa anche sulla situazione - una porzione di territorio milanese tra degrado e villette abusive, ripresa per alcuni minuti da una videomaker del Giornale - che a un primo sguardo non sembra corrispondere agli standard di una città civile come Milano.
Approfondire questi "dettagli", a mio parere, non indebolirebbe affatto la denuncia delle parole inammissibili e molto gravi di Salvini, ma anzi rafforzerebbe l'idea che le soluzioni ai problemi che l'episodio sottende non possono essere l'odio contro gli zingari o l'uso minaccioso di ruspe. Così come combattere chi salva i naufraghi non potrà risolvere in alcun modo il dramma delle migrazioni contemporanee.
di Emanuele Rossi
Il Secolo XIX, 6 agosto 2019
Dall'accordo, firmato con il ministro Bonafede, esclusa Autostrade: "Il motivo? Questioni legali, nessuna demonizzazione". C'è voluto un secondo passaggio del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a Genova, ma adesso il protocollo per i lavori di pubblica utilità dei detenuti è realtà. Rimosso l'ostacolo principale, ("un incidente di percorso", lo ha definito il Guardasigilli) ossia la presenza di Autostrade tra gli enti che avrebbero fatto formazione ai detenuti-lavoratori. Inaccettabile, a Genova, città del ponte Morandi, per il ministro Cinque stelle. E pazienza se a Roma, su analogo protocollo, Aspi c'è e nessuno ha avuto da ridire. A Genova andava esclusa e così è stato fatto. "Non c'è alcuna demonizzazione - dice il ministro - ma in maniera legittima abbiamo deciso di escluderli per le questioni legali. Della formazione si occuperanno gli enti locali". Il ministro ha inoltre annunciato che a rinforzare il tribunale genovese arriveranno 34 nuove assunzioni.
Così ieri Bonafede si è seduto a fianco del sindaco Marco Bucci nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi e ha posto la sua firma sull'accordo quadro "Mi riscatto per Genova". Alla firma hanno partecipato anche il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini, il presidente del Tribunale di Sorveglianza Gaetano Brusa e il segretario generale della Cassa delle Ammende Sonia Specchia.
Il programma ministeriale promuove l'avvio di progetti di recupero e inclusione sociale di detenuti degli istituti penitenziari della città: saranno sottoscritti specifici protocolli d'intesa operativi che potranno riguardare il Comune e gli istituti penitenziari, ma anche soggetti privati e le società partecipate del Comune.
Gli ambiti di applicazione del lavoro dei detenuti saranno prioritariamente: manutenzione degli immobili in concessione governativa e del patrimonio comunale, con particolare attenzione verso quelli inutilizzati o sottoutilizzati; gestione delle risorse idriche, elettriche e termiche; gestione dei rifiuti, con particolare attenzione all'educazione al riciclo e riuso; efficientamento energetico degli immobili; sviluppo di opportunità di lavoro penitenziario attraverso l'organizzazione di lavorazioni qualificate e qualificanti all'interno degli istituti penitenziari da parte di enti, imprese pubbliche e/o private e cooperative sociali; miglioramento dei modelli organizzativi per la gestione delle attività ambientali, sociali, culturali e lavorative in ambito penitenziario; sviluppo umano e delle capacità relazionali dei detenuti attraverso attività formative culturali e artistiche. L' attività di lavoro dei detenuti sarà "volontario e gratuito" e non comporterà alcun onere a carico del bilancio comunale, ma i detenuti che parteciperanno potranno beneficiare di sconti sul debito contratto con l'amministrazione carceraria e avranno l'assicurazione. "Anche chi è in carcere è un genovese e vogliamo che possa contribuire alla città", ha commentato Bucci.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 agosto 2019
Più di un mese fa a un detenuto al 41 bis nel carcere di Novara era stato diagnosticato di essere affetto dal batterio Helicobacter Pylori, per la cui cura è necessario somministrare un farmaco di nome Pylera. Dopo circa una settimana dalla diagnosi, gli hanno spiegato che il farmaco per lui necessario non era rinvenibile dalla competente Asl. Alla luce di ciò, il detenuto è stato autorizzato dal direttore del carcere a farsi inviare detto farmaco dai familiari, ove fossero riusciti a rinvenirlo.
Detto, fatto. Ma nonostante le continue richieste, secondo il legale Ernesto Pino, dalla direzione non è arrivata ancora nessuna risposta per l'autorizzazione. L'avvocato, quindi, con riserva di intraprendere ogni più opportuna azione giudiziaria, sabato scorso ha denunciato la vicenda al Dap, al magistrato di sorveglianza e al garante nazione delle persone private della libertà, compreso quello del Piemonte. Ad aver contratto il batterio è Antonino Cintorino, boss dell'omonimo clan operante a Calatabiano, rinchiuso da anni al regime di 41 bis nel carcere di Novara. Il batterio se non curato adeguatamente rischia di diventare pericoloso. Sì, perché tale batterio è un carcinogeno di prima classe ed è stata dimostrata una relazione diretta tra infezione da Helicobacter Pylori e tumore allo stomaco. Ecco perché è di estrema importanza eradicare il batterio al più presto.
C'è stata una prima richiesta di autorizzazione inoltrata dalla titolare della farmacia presso cui è stato recuperato il farmaco, il quale consiste in due flaconi di "Pylera", da 120 capsule ciascuno, sufficienti per una cura di 15 giorni.
Non avendo ottenuto risposta, il giorno successivo, il 31 luglio, la titolare della farmacia ha telefonato, ma le hanno risposto che l'autorizzazione avrebbe dovuto essere richiesta dal legale del detenuto. Il pomeriggio stesso, l'avvocato ha quindi inviato una mail ed una pec all'indirizzo della direzione del carcere.
Non avendo ricevuto risposta, il giorno dopo l'avvocato ha telefonato al carcere di Novara, e un'agente penitenziaria con gentilezza gli ha risposto che non poteva dare alcuna notizia in merito alla vicenda, trattandosi di competenza esclusiva del direttore del carcere, aggiungendo che quest'ultimo, appena letta la mail, che risultava corretta ed aveva come destinatario la segreteria del direttore, avrebbe sicuramente risposto. Ma l'avvocato, sabato scorso, denuncia di non aver ricevuto ancora nessuna risposta.
"Alla luce di quanto sopra rassegnato - si legge nella denuncia - chiedo alle Autorità in indirizzo, ognuna per la rispettiva competenza, quanto appresso: la sospensione dell'esecuzione delle misure in executivis, ex art. 684, c. 2, c. p. p., ordinando la liberazione del condannato detenuto, posto che il protrarsi dello stato restrittivo potrebbe arrecare un grave pregiudizio alla persona, vista la riconosciuta (dall'istituto penitenziario) impossibilità di curare adeguatamente il detenuto; in subordine, l'immediata autorizzazione ad inviare il farmaco "Pylera" al detenuto Cintorino Antonino, per consentirgli di effettuare quella cura che la struttura ove si trova recluso non è in grado di assicurargli". L'avvocato ha sottolineato anche di come sia stato sostanzialmente mortificato il suo ruolo, oltre all'indifferenza nei confronti di un detenuto ammalato che la struttura carceraria non è in gradi di curare.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 agosto 2019
Il fine settimana scorso ha tentato il suicidio provocando un incendio mentre era in cella di isolamento nel carcere campano di Ariano Irpino. Salvato in extremis grazie al gesto coraggioso di un agente penitenziario che, per liberarlo dalle fiamme, è rimasto intossicato dal fumo. Parliamo di Raffaele Amato, 24enne, che è tuttora in prognosi riservata al centro grandi ustionati dell'ospedale Cardarelli di Napoli.
I familiari hanno raccontato che Raffaele era in isolamento da una decina di giorni e per protesta aveva iniziato uno sciopero della fame e delle sete. Il detenuto lamentava scarsa attenzione sanitaria a un suo problema fisico. Era previsto un piccolo intervento chirurgico per fine luglio che poi è stato annullato per mancanza di personale. Il giorno della tragedia aveva incontrato i familiari e durante il colloquio vi era stata una incomprensione con un agente penitenziario che aveva scatenato la sua ira tanto che poi il ragazzo aveva preferito tornarsene in cella. I familiari avevano avvertito la direzione del carcere che le sue condizioni di salute erano precarie e infatti tornato in cella Raffaele Amato ha tentato il gesto estremo del suicidio.
Il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, dopo questo episodio, ha denunciato la situazione del carcere di Ariano Irpino: 350 detenuti, il 90% definitivi, con solo due educatori, mentre i professionisti esperti (psicologi e psichiatri) hanno 50 ore mensili.
"Ci sono stati nel carcere nell'ultimo mese due Tso - ha spiegato Ciambriello. Nel carcere dove il 18% dei detenuti ha problemi psichici, vive forme di autolesionismo, a volte qualche detenuto ha aggredito anche agenti di polizia penitenziaria, lo psichiatra va due volte al mese! Benevento con poco più di 400 detenuti ha sei educatori. Arienzo con 85 detenuti ha due educatori, Vallo della Lucania con 56 detenuti ha due educatori. Insomma pochi educatori, poche figure sociali nelle carceri campane e a volte mal distribuite".
Un carcere, quello di Ariano, sempre secondo quanto denuncia il garante Ciambriello, "lontano dal mondo, con poche attività trattamentali, una infermeria da terzo mondo, che spero quanto prima sia messa a nuovo, con una sanità per visite specialistiche e ricoveri molte volte con ritardi inspiegabili".
Poi il garante ha sottolineato che "la stessa struttura risponde a logiche securitarie (con - ad esempio - altissimi muri di cinta) che ancora oggi riducono al minimo gli spazi per le attività trattamentali (si segnala l'assenza di un campo di calcio, di una palestra e di un teatro); il 7 maggio 2014 è stato consegnato un Padiglione di recente costruzione (padiglione B) con una capienza di 200 posti, costruito sul campo di calcio esistente e mai più ricostruito".
Infine, il garante campano, ha concluso con un auspicio: "Spero che il Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria, l'Asl di competenza eroghino, ciascuna per le sue competenze, prestazioni inerenti al diritto alla salute, al miglioramento della qualità della vita, mettano in campo prestazioni finalizzate al recupero, alla reintegrazione sociale e all'inserimento nel mondo del lavoro dei diversamente liberi di Ariano Irpino".
Un problema, in realtà, generale e che quindi riguarda la maggior parte del sistema penitenziario. I tentativi di suicidio sono all'ordine del giorno e quello riusciti sono 29 dall'inizio dell'anno. Prevenire i suicidi, come già ha spiegato il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, non è mai semplice. Però si può fare molto, come ridurre al minimo l'isolamento e aumentare la possibilità di avere contatti con i familiari, aumentando il numero e durata delle telefonate. Compreso quello di introdurre la possibilità di avere contatti, anche intimi, con i proprio compagni o compagne. In una sola parola, non negare l'affettività.
di Luigi Caiazza
Il Sole 24 Ore, 6 agosto 2019
In materia di appalti e della sicurezza sul lavoro correlata nel nostro ordinamento non esiste una coincidenza fra la figura del proprietario dell'immobile che si avvantaggia dell'opera e quella del committente che la appalta. Il principio emerge anche dall'esame della sentenza n. 34893/19 della Cassazione, IV Sezione penale. Con tale principio la Corte, discostandosi dalla sentenza di condanna inflitta dai giudici di merito a due coniugi nell'esecuzione dei lavori per la responsabilità derivante da un infortunio mortale occorso a un operaio dipendente di una impresa appaltatrice dei lavori di ristrutturazione, ha assolto la moglie del comproprietario che aveva appaltato l'opera.
Nella motivazione, la sentenza dà una nuova lettura all'articolo 89 del Testo unico della sicurezza (Dlgs 81/08) nella definizione del "committente" nei cantieri temporanei e mobili, con ciò aderendo a un filone introdotto dalla stessa Sezione con la precedente sentenza n. 10039/19. I giudici di legittimità, più nello specifico, non hanno condiviso le decisioni prima maturate secondo cui l'interpretazione da darsi alla definizione di cui all'articolo 89, comma 1, lett. b) del Testo unico, in merito alla definizione della figura del committente, come "qualsiasi persona fisica o giuridica per conto della quale l'opera viene realizzata", non avrebbe potuto prescindere dal soggetto proprietario del bene, il solo che potesse trarre vantaggio dall'opera.
Le due sentenze citate hanno invece stabilito il nuovo principio secondo cui il committente, così come definito dall'articolo 89, "è colui per conto del quale l'opera viene realizzata", e che l'espressione per conto va intesa come "per incarico di", o "in nome", oppure "a favore di" chi abbia comunque interesse all'esecuzione dell'opera e in quanto tale stipuli il contratto, perché si avvantaggia della sua realizzazione o perché sia stato delegato ad occuparsene. In conclusione, quindi, nessuna responsabilità è configurabile a carico del proprietario non committente che non si sia ingerito nell'esecuzione delle opere, pur in assenza di delega delle funzioni.
di Marzia Zamattio
Corriere del Trentino, 6 agosto 2019
Una mozione per riaprire il caso di Chico Forti, l'imprenditore condannato all'ergastolo a Miami e in carcere da 21 anni. Lo annunciano i familiari del filmaker che si è sempre proclamato innocente. Il consiglio provinciale farà una mozione congiunta da presentare a Roma per chiedere un intervento diretto del governo giallo-verde nel caso di Chico Forti, l'imprenditore e filmaker trentino di 60 anni, in carcere da 21 anni a Miami, oltre ad un incontro con il ministro dell'interno Matteo Salvini. Lo annunciano i familiari di Chico, che sperano, dopo 21 anni di battaglie legali e campagne a favore dell'innocenza del loro caro, di riportarlo a casa.
"La nostra richiesta è che torni libero - spiega lo zio Gianni Forti - ci sono tutte le prerogative perché sia liberato e sia annullato il processo". E sulle ultime mosse intraprese, i familiari dell'imprenditore trentino ricordano proprio la richiesta di un incontro con il vicepremier e ministro dell'Interno attraverso una mozione congiunta in preparazione in consiglio, dopo quella già presentata un mese fa dalle minoranze dove si chiedeva per Chico Forti "di intervenire presso le autorità competenti degli Stati Uniti affinché sia presa in seria considerazione la richiesta di revisione del processo".
In quel testo si chiedeva anche che la Provincia "si faccia da tramite, d'intesa con il governo italiano, di questa richiesta anche attraverso un'apposita missione ufficiale presso negli Stati Uniti". Su questa mozione la famiglia Forti spera molto: "Chico è innocente. Non c'è alcuna prova che lo colleghi al delitto. È ora che il governo incarichi un funzionario che si occupi della vicenda e si rivolga al governatore della Florida".
Intanto, emergono in queste ore alcune indiscrezioni sul possibile scambio del trentino che si trova da 21 anni nelle case circondariali della Florida dove è stato condannato all'ergastolo per omicidio, con prigionieri americani. La novità sarebbe racchiusa in alcune anticipazioni fatte da vari media, riprese poi dai social e a oggi non smentite, che vedrebbero le ambasciate d'Italia e Stati Uniti trattare per uno scambio di prigionieri.
Tradotto: il film-maker trentino sconterebbe la pena in Italia mentre Lee Elder Finnegan e Gabriel Christian Natale Hjorth, i due giovani americani responsabili dell'omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, potrebbero fare altrettanto scontando l'eventuale pena negli Stati Uniti. Al momento, è bene ribadirlo, siamo davanti a un'ipotesi, tutta da verificare, tenendo anche contro che sulla vicenda dei due ragazzi americani regna la massima cautela. Certo è che una simile prospettiva darebbe nuova linfa alle speranze dei familiari di Forti, che con il legale Joe Tacopina da tempo si stanno battendo per fare ritornare in Italia l'imprenditore ed ex campione di vela.
Sull'eventuale scambio, l'avvocato Giuliano Valer, vice presidente della Camera penale di Trento, spiega nel dettaglio cosa potrebbe accadere usando la massima cautela: "I due americani potrebbero scontare la pena eventuale in un penitenziario statunitense - dice - e viceversa Forti si farebbe l'ergastolo in una nostra prigione anziché nell'istituto di massima sicurezza, il Dade Correctional, in Florida". E aggiunge: "Non è la prima volta che si prova a farlo venire in Italia ma ad oggi è sempre stato tristemente negato".
Ma nell'accostamento dei due casi, l'avvocato Valer chiede la massima cautela: "Al di là delle specifiche vicende processuali, vi sono da un lato due presunti innocenti sino a condanna definitiva e dall'altro non appare opportuno alimentare speranze senza elementi concreti a chi da anni invoca un'apertura da parte dello Stato giudicante", aggiunge. "Il rispetto da ambo le parti per i soggetti coinvolti, per i familiari, e per il lavoro di legali e magistrati è in questa doveroso: ciò premesso e senza entrare in tecnicalità troppo specifiche - prosegue - va comunque tenuto presente che la applicazione della convenzione di Strasburgo che consente nei rapporti fra Stati firmatari a un condannato definitivo di espiare la pena inflitta all'estero nel proprio Stato di origine costituisce non già un obbligo, ma una semplice opportunità lasciata - come hanno insegnato illustri precedenti - alle decisioni e volontà diplomatiche, spesso legate a peculiari contingenze politiche". Tornando a Chico Forti e ai due americani, "è indiscutibile - prosegue Valer - che consentire a un detenuto definitivo di potere espiare la pena inflitta all'estero nel proprio Stato, ove per quanto possa essere gravosa l'esecuzione della condanna, la vicinanza ai propri affetti familiari e la possibilità di ricevere le rispettive visite, oggi, più che mai, risponde ad un obbiettivo senso di umanità prima ancora che di giustizia sostanziale nell'esecuzione della detenzione".
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 6 agosto 2019
Intervista a Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale. Perché le opinioni tendono sempre più a prescindere dalla realtà? Populismo e stato. Cosa succede alla democrazia se gli elettori rinunciano alle cerniere tra massa ed élite.
Professor Cassese, Gianroberto Casaleggio ha detto una volta: "A me non interessa la politica, interessa l'opinione pubblica". Ma quest'ultima non è un soggetto, non un'istituzione. Tuttavia, come "l'establishment", gioca un ruolo importante. Quale è il suo ruolo, come si forma, come viene guidata e controllata?
"Nel 1950, Benedetto Croce scriveva, a proposito dei rapporti tra società e Stato, "quando in un Paese dura la libertà, i parlamenti [...] debbono tenere conto della pubblica opinione, la quale a un dipresso coincide con la libera stampa" (Benedetto Croce, ora in S. Cassese, "Il popolo e i suoi rappresentanti", Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2019, p. 116). Se non si cerca di comprendere i modi di formazione dell'opinione pubblica e i modi in cui questa influisce sulle politiche, non si riesce a capire fino in fondo le trasformazioni che stiamo vivendo, perché questo è un capitolo della "manifattura del consenso" (una espressione usata dal linguista americano Noam Chomsky). Di recente, Carlo Galli ("Sovranità", il Mulino, 2019) ha scritto che gli Stati sono divenuti "triadi del potere", mentre erano prima "piramidi di potenza". Negli Stati si intrecciano il potere politico tradizionale, quello economico e quello mediatico - narrativo, che - aggiunge Galli - sostituisce il discorso pubblico e la legittimazione argomentativa".
Che cosa è, allora, l'opinione pubblica?
"Partiamo dal classico libro di Walter Lippmann, un giornalista americano, che scrisse nel 1922 un notissimo libro, "Public Opinion", nel quale spiegava che i fatti sono influenzati da pregiudizi e preconcetti che inquinano e distorcono l'opinione pubblica. I mezzi di comunicazione, a quell'epoca giornali e radio, a loro volta influenzati da forze economiche, politiche e religiose, svolgono un ruolo preponderante nella formazione e nella manipolazione della collettività. Opposta l'idea secondo la quale l'opinione pubblica si forma mediante scambio di argomentazioni razionali tra organizzazioni rivali, che consente di raggiungere la verità, un'idea che ha percorso un tragitto che va da Edmund Burke (nel famoso discorso agli elettori di Bristol, del 1774, affermò che i "rappresentanti" non sono ambasciatori dei "rappresentati", perché debbono formarsi una loro opinione dopo esame dibattimentale: quindi, la rappresentanza non è la somma delle opinioni dei "deleganti") a Jürgen Habermas".
Perché si ha l'impressione che, oggi, in Italia, maggioranza e opposizione non solo non dialoghino, ma che addirittura parlino lingue diverse?
"Proverò a spiegarlo, esaminando per ora solo i meccanismi di formazione dell'opinione pubblica e delle politiche delle due parti, che sono accomunate anche dall'età, dalla data di nascita. Una adotta un meccanismo che chiamerò ad ascensore, partendo dai sentimenti popolari, l'altra un meccanismo a cascata. I due circuiti sono diversi, chiusi l'uno all'altro. Naturalmente questa è una semplificazione, perché vi è anche un ulteriore elemento, costituito dall'apertura orizzontale nel secondo caso, che non c'è invece nel primo modello. Invece, il primo sfrutta anche le possibilità comunicative e di feedback del web. Sono due mondi culturalmente e tecnologicamente divisi, due modi diversi di fare politica".
Ma i meccanismi di formazione dell'opinione pubblica sono rilevanti da tanto tempo e da tanto tempo esaminati.
"Il loro esame è però divenuto più importante da quando si è capito che le politiche pubbliche non hanno a disposizione come strumenti solo leggi e incentivi economici ma anche - come ha lucidamente spiegato in un importante libro recente Riccardo Viale, "Oltre il nudge. Libertà di scelta, felicità e comportamento", Bologna, il Mulino, 2018 - "altre opzioni di impatto comportamentale come il design di architetture ambientali per indirizzare la scelta in una direzione voluta dal policy maker, l'utilizzo ispirato alle scienze comportamentali dell'informazione e della comunicazione pubblica; lo sviluppo di forme di istruzione e formazione per potenziare le competenze decisionali umane".
Cominciamo dal modello ad ascensore, quello di M5s e Lega...
"A me non interessa la politica, interessa l'opinione pubblica": la frase di Casaleggio padre. Questo è il punto di partenza: la voce del popolo. Non élite, non "opinion makers". La politica all'epoca del digitale, per chi lo sfrutta, consiste in un ascolto continuo dei "sentimenti" popolari, una specie di continuo sondaggio. Controllo e analisi continua di post e tweet, ascolto continuo delle opinioni della gente, monitoraggio della rete in grado di leggere commenti e conversazioni, con un "listening tool", mettendo sotto osservazione parole chiave, per poi rilanciarli, semplificandoli e arricchendoli, tramite "meme", in modo da allargare l'area dell'ascolto e del consenso. Le reazioni ai messaggi inviate vengono poi esaminate, interpretate, e vengono rilanciati altri messaggi, con la tecnica dell'interesse composto, che si arricchisce continuamente di conoscenze dell'opinione del popolo, tramite "sentiment analysis", e di "followers", il cui cerchio si amplia continuamente mediante influenza continua di altre opinioni. Questo modello ha una capacità predittiva (consente di conoscere i comportamenti degli elettori) e una manipolativa (specialmente grazie alla formazione di "echo chambers" e ai "filter bubbles", che creano e rafforzano l'impressione di sentirsi parte di un gruppo, sfruttando le identità liquide, ovvero mutevoli). Una indagine di "Sociometrica" su 3 milioni di record (tweet scambiati negli ultimi 10 giorni della campagna elettorale per il Parlamento europeo) ha consentito di notare che i temi "Salvini" e "Sea Watch" hanno dominato e che la campagna condotta da Salvini ha alimentato, influenzato, rafforzato, orientato pensieri e sentimenti popolari".
Modello complicato da realizzare...
"Perché fondato su molti elementi costitutivi. Primo: dire al popolo quello che esso vuol sentirsi dire. Secondo: seguire una tecnica incrementale. Terzo: accettare di stare continuamente in campagna elettorale. Quarto: esprimersi per slogan, con dei "meme", battendo sempre sugli stessi punti (pare che sia stato Goebbels a dire: "Una menzogna detta una volta rimane una menzogna, ma una menzogna ripetuta un migliaio di volte diventa verità"). Quinto: non replicare, precisare, smentire, mettere a punto (questo comporterebbe un dialogo orizzontale, con competitori, quello che interessa l'altro modello). Sesto: scegliere un nemico e batterlo ogni giorno, non discutere".
Questo processo incrementale, che si arricchisce continuamente, richiede un grande uso del web...
"Sì, ma in un modo inconsueto. Come è noto, i modi di comunicazione sono tre. "One to one" (ad esempio, la lettera scritta a un amico). "One to many" (ad esempio, la radio e la televisione). "Many to many" (il web). Ora, in questo modello il web viene utilizzato sia come mezzo di comunicazione "many to many", sia come mezzo di comunicazione "one to many". Si può dire che il modello ad ascensore ha sviluppato un quarto tipo di comunicazione, che mette insieme il secondo e il terzo modello".
Tutto questo incide anche sul sistema politico costituzionale?
"Certamente. Questo modello è legato all'idea del parlamentare - portavoce, che riferisce non in Parlamento, ma tramite la rete, direttamente agli elettori. Manca il soggetto collettivo, ci sono i leader e i mandanti. Con questa tecnica non potrebbe succedere quello che veniva raccontato nel film "Magic Town", del 1947 (quindi all'epoca del successo degli "opinion polls" e dei "pollsters"), di "Grandview", una cittadina - specchio dell'America: quando gli abitanti se ne resero conto, e cominciarono a pensare di poter manipolare l'opinione pubblica, perdettero la qualità di rappresentare l'opinione americana".
Passiamo all'altro modello, quello a cascata, che sarebbe oggi quello di Forza Italia e del Partito democratico...
"È quello tradizionale. Tra le élite maturano e circolano idee, che vengono dibattute; quando si sviluppano, vengono sottoposte all'attenzione delle "masse", con ulteriori passaggi, sia dal basso in alto che dall'alto al basso. In questo modello vi sono "opinion maker" e "opinion leader". I temi sono più elaborati. Vi è una dirigenza che interpreta, filtra, elabora, tramuta "sentimenti" e idee insieme in programma. Lo strumento utilizzato non è tanto la rete, quanto televisione e giornali. Donde anche un deficit digitale. I modi del dialogo vertice - base sono - dove resta un'ombra di quello che furono i partiti - la sezione e il congresso, oppure i sondaggi. In compenso, questo modello, essendo più elitista, è anche più aperto orizzontalmente alla discussione con le opinioni degli oppositori".
Quale dei due è più democratico?
"Non so se sia questa la domanda giusta da porre. In ambedue i modelli c'è un dialogo base-vertice, in ambedue c'è una élite. Nel secondo più apertura orizzontale, nel primo più ascolto della base. Per la valutazione comparativa, comincerei da un altro punto. La democrazia e le sue teorie non hanno sufficientemente affrontato e studiato il problema che sorge dal fatto che le opinioni non corrispondono automaticamente alla realtà. Ci sono limitazioni cognitive, perché non siamo in grado di interpretare un mondo troppo grande e complesso. Abbiamo quindi quelli che Lippmann chiamava stereotipi, immagini mentali riassuntive, che si inseriscono tra le persone e il loro ambiente. Da qui la difficoltà di fondare su una cosiddetta volontà popolare le politiche pubbliche. Il modello ascensore, quello che pare più vicino al valore della democrazia intesa nel senso comune, presenta non pochi inconvenienti. Il primo è che mette la leadership su un tapis roulant, sul quale deve necessariamente muoversi per non cascare, rendendo quindi i leader dei precari, costretti ad "apparire" ogni giorno. Ma governare non è apparire. Il secondo è che costringe a un continuo racconto di fatti e della realtà non per quello che sono, ma per quello che la gente vuole che sia. Il terzo è che costringe a una ottica di brevissimo periodo, perché bisogna annunciare continuamente, all'inseguimento continuo di sentimenti e richieste, e quindi anche dei cambi di umore dell'opinione pubblica. Il quarto è che è costruito in un circuito chiuso, in cui parlano solo quelli che entrano nel circuito, e non c'è quindi un dibattito pubblico e una vera e propria sfera pubblica alla Habermas. Il quinto è che spinge a un uso separato di mezzi di comunicazione, che poi si rivela insufficiente (infatti, il M5s, che si è rifiutato a lungo di apparire in televisione e di dichiarare ai giornali, è stato poi costretto a farlo)".
Quali le conseguenze sull'opinione pubblica?
"Una rivoluzione è in corso, legata alla manifattura del consenso. I mezzi di comunicazione, la "libera stampa" di cui parlava Croce, che giocava un ruolo di educazione, di filtro, di guida ha perduto il "ruolo di cerniera tra élite e massa" (sono parole di Alessandro Barbano in una intervista al Foglio del 19 aprile 2019), a favore del web, che permette di arrivare alle notizie senza filtro. I mezzi tradizionali, specialmente i giornali, perdono quota a ritmi dal 7 al 10 per cento all'anno. Questo vuol dire "a loss of gatekeepers". Il 70 per cento della popolazione ha accesso a internet tramite smartphone e personal computer. Le forze politiche si dividono non solo in base alle politiche, ma anche in base alla loro capacità di utilizzare i mezzi di comunicazione. Mai come oggi i media sono il messaggio. Questa divisione fa crescere un muro tra le forze politiche, crea una sordità tra di esse. Produce anche quindi poco dibattito diminuendo la componente schumpeteriana della democrazia, che rende il potere visibile, permette il controllo. In conclusione, il governo rappresentativo non può funzionare bene se non ci sono una o più organizzazioni indipendenti per rendere intelligibili i fatti a quelli che devono decidere e che aiutino questi a vedere quelli non visti, senza dimenticare che "i fatti sono carichi di teoria" (come aveva osservato Paolo Rossi, "A mio non modesto parere. Le recensioni sul Sole 24 Ore", Bologna, il Mulino, 2018, p. 37). E sarebbero necessari "national town meetings" e tanti altri strumenti per eliminare o almeno ridurre le aree di ignoranza".
Quali le conseguenze sulla società e sulle istituzioni?
"Sulla cittadinanza, sull'opinione pubblica, sul modo di far politica. Per quanto riguarda la prima, la possibilità di collegarsi alla rete e di comunicare a gruppi di persone e persino di indirizzarsi a tutti gli utenti modifica atteggiamenti ed aspettative dell'individuo rispetto alla collettività, costruendo una percezione soggettiva di potenza, dando l'impressione di poter far sentire la propria voce come un politico in un comizio o l'autorità in una trasmissione televisiva. Questo cambia le condizioni di cittadinanza, dà l'idea di avere un potere non mediato, rafforzato dall'illusione di poter decidere tutto mediante referendum.
Le conseguenze sull'opinione pubblica sono state indicate con intelligenza da Alessandro Campi in due articoli apparsi sul Messaggero del 19 ottobre 2018 e del 23 aprile 2019: trasformazione dell'opinione pubblica in emozione pubblica, colonizzazione della sfera pubblica ad opera di quella privata, prevalenza dell'immediato sul passato, indistinzione tra il reale e l'artefatto, la "narrazione" o il falso, trasformazione del leader in un "follower" del suo pubblico, rifiuto della competenza a favore di una concezione egualitaria dei rapporti sociali, abbandono del linguaggio complesso a favore di uno semplificato. La possibilità di "osservare il mondo non per quello che è ma per quello che sembra" (osservazione di Claudio Cerasa, il Foglio del 3 luglio 2018) consente di ingigantire fenomeni come la corruzione, il numero degli immigrati, la diffusione della criminalità. I problemi connessi e le conseguenze sono molti: ricorso al "nudging", falle nella "cybersecurity", difficoltà di tutela e gli utenti (per esempio, "right to be forgotten" o diritto all'oblio). Infine, la dimensione digitale trasforma il modo di fare politica: le campagne politiche divengono forme di "marketing" con "micro-targeting degli elettori e la politica diventa quantistica, per adoperare la felice intuizione di Giuliano da Empoli in "Gli ingegneri del caos. Teorie e tecnica dell'Internazionale populista" (Venezia, Marsilio, 2019), che spiega come emerga una forma politica nuova in cui nulla è stabile, le interazioni sono importanti, più verità contraddittorie possono coesistere".
Quali le conseguenze sui processi cognitivi?
"Rispondo con le parole di Massimo Adinolfi ("Hanno tutti ragione? Post-verità, fake news, big data e democrazia", Roma, Salerno editrice, 2019, pagine 36-37, 76-77, 81): sono in crisi non il concetto di verità dei fatti, ma le cornici interpretative in cui i fatti sono inquadrati; il problema della postverità non riguarda tanto l'indebolimento del suo statuto teorico, quanto piuttosto le condizioni della sua produzione. Quindi - sono sempre parole di Adinolfi - occorre tenere viva una solida infrastruttura intellettuale che consenta la più ampia circolazione di idee e incentivare pratiche che consentano attriti, di mescolare le carte, di coltivare il dissenso".
Ma non è in dubbio la stessa verità?
"Infatti, la storica americana Sophia Rosenfeld ha in un libro recente spiegato che i rapporti di verità e democrazia sono stati sempre fragili, precari, ma ha aggiunto che la democrazia ha la straordinaria virtù di assicurare sempre la possibilità di una seconda "chance", ed elencato una serie di "antidoti" che consente il pluralismo, strumentale al raggiungimento della verità: libertà di parola e opinione, una stampa attenta nel verificare e riportare i fatti, un sistema che assicuri libertà di voto, un ordine giudiziario indipendente, efficaci sistemi di istruzione (il libro è intitolato "Democracy and Truth. A Short History", Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2019)".
v-news.it, 6 agosto 2019
L'assessore Corvino: "Favorire l'inclusione di queste persone". L'assessora Maddalena Corvino è intervenuta alla presentazione dei progetti delle associazioni Noi Voci di Donne e Generazione Libera che hanno lo scopo di favorire l'integrazione sociale e culturale di persone condannate in esecuzione penale esterna.
"L'Amministrazione - spiega l'assessore Corvino - è fortemente interessata al ruolo che la nostra comunità deve avere per favorire l'inclusione di queste persone. Il prodotto del loro lavoro sociale si misura sulla capacità che, localmente, riesce ad essere sviluppata in questa ottica. Avviate e portate a termine le procedure che la nostra amministrazione dovrà a breve concludere, queste persone saranno affiancate, formate e incoraggiate a svolgere lavori sociali nell'ambito della manutenzione e della cura di alcune piazze ed aree della città, per promuovere partecipazione, condivisione e la crescita di una loro rinnovata coscienza civica, nonché l'opportunità di una loro futura attività lavorativa in settori ormai divenuti fondamentali per la qualità della vita dei cittadini".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 6 agosto 2019
Sono passati 13 anni dalla firma dell'Accordo di pace che pose fine a un conflitto armato durato un decennio e ancora i leader politici all'interno e all'esterno delle istituzioni del Nepal continuano a prendere in giro i sopravvissuti e i familiari delle vittime.
L'accusa è stata resa nota alla fine di luglio da Amnesty International, Commissione internazionale dei giuristi, Human Rights Watch e Trial International. Dopo la sua elezione nel 2018, il primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli si era impegnato a riformare la legge del 2014 concernente il processo di giustizia transizionale, in modo che fosse in linea - come ripetutamente sollecitato dalla Corte suprema - con gli obblighi di diritto internazionale assunti dal Nepal.
Il governo non ha mai modificato la legge e ha favorito, senza una consultazione adeguata, la costituzione di un opaco comitato per la nomina dei componenti degli organi della giustizia transizionale. Proprio per questo, le quattro organizzazioni hanno preso una dura posizione contro la mancanza di trasparenza nella nomina dei membri della Commissione per la verità e la riconciliazione e della Commissione d'inchiesta sulle sparizioni forzate (nella foto, le immagini degli scomparsi). Le loro richieste sono chiare: sospendere l'attuale procedura di nomina e avviare una procedura trasparente per la candidatura e la nomina dei componenti delle due commissioni, rispettare l'impegno a emendare la legge del 2014 e adottare e rendere pubblico un programma per il futuro della giustizia transizionale.
di Sergio Moccia
Il Manifesto, 6 agosto 2019
Decreto sicurezza bis. Tra le varie castronerie incostituzionali vi è un'ennesima norma spot, quella che innalza a un milione di euro la sanzione per l'ingresso senza permesso di una nave con naufraghi a bordo. Si tratta di una norma utile solo alla propaganda, ma destinata all'ineffettività. Necessitas non habet legem, da intendersi nel senso che allo stato di necessità non può opporsi alcuna legge contraria. Si tratta di una prerogativa che taluni illustri giuristi ritenevano sussistesse, prima del contratto sociale, già nello stato di natura. Dunque risultava connessa alla stessa qualità di essere umano. Il soccorso di necessità, è specificamente richiamato nel codice penale vigente al primo comma dell'art. 54. Ebbene sì, si tratta del codice Rocco, del codice fascista che anche in questo caso, come già per la legittima difesa, dà lezioni di garantismo a Salvini.
Ma, a ben riflettere, tutta la normativa internazionale - quella che in base al combinato disposto di cui agli artt. 10, 11 e 117 Cost. impone allo stato italiano di legiferare nel rispetto della medesima - in materia di soccorso in mare rappresenta il precipitato normativo del necessitas non habet legem. La Convenzione di Londra del 1974 e la Convenzione di Amburgo del 1979, unitamente ad altre Convenzioni tutte riconosciute dall'Italia, integrate nel 2004 da emendamenti da parte dell'International Maritime Organisation, disciplinano fondamentalmente la materia. Il comandante che soccorre naufraghi ha l'obbligo non solo morale, ma anche giuridico, di individuare un luogo sicuro di sbarco. Si tratta di adempimento di un dovere, art.51 c.p., che scrimina la condotta del comandante e di chi con lui coopera anche a fronte di un ordine perentorio di un Ministro, al di là delle sbruffonate bulliste da parte di Salvini, dato che quando si arriverà all'eventuale processo il giudice non dovrà fare altro che applicare le norme che dicono tutto il contrario di quel che urla il ministro dell'interno.
E a questo proposito, vorrei far notare al ministro che, tra le altre castronerie incostituzionali, in via di approvazione nel decreto sicurezza bis, vi è un'ennesima norma spot. Mi riferisco a quella che innalza a un milione di euro la sanzione per l'ingresso senza permesso di una nave con naufraghi a bordo. Si tratta di una norma utile solo alla propaganda, ma destinata all'ineffettività. Tanto per capirci meglio, anche se la sanzione fosse portata ad un miliardo di euro, in base al complesso della normativa scriminante vigente, non la pagherebbe alcuno.
Vale la pena ricordare che, se la nave batte bandiera italiana ed ha raccolto i naufraghi a bordo, l'obbligo di sbarco in un porto sicuro conferisce alle persone soccorse in mare una condizione di libertà personale. In genere viene ventilata l'idea che sulla nave italiana soccorrente fossero presenti non aventi diritto di asilo, né qualificabili come rifugiati, per cui il divieto di farli sbarcare sarebbe stato funzionale ad esigenze di "interesse generale". Ma l'argomento non regge. Innanzitutto, perché l'ipotesi aprioristica dell'irregolarità dei naufraghi è smentita costantemente dal fatto che sono tantissime le persone che, una volta sbarcate, dimostrano di avere diritto allo status di rifugiato, secondo quanto stabilito all'art.33 della Convenzione di Ginevra, che compete a chi ha "il giustificato timore d'essere perseguitato" per razza, religione, opinione politica e così via. In questo caso opera il principio di non respingimento, art. 33 par. 1 della Convenzione di Ginevra, che vieta allo Stato interessato di respingere i naufraghi verso altra destinazione.
A questa ipotesi va aggiunta quella della presenza a bordo di persone che necessitano di soccorsi urgenti - caso frequentissimo - per le condizioni di salute. Dunque, anche in tali evenienze, si impone lo sbarco senza ritardo, pena la violazione delle Convenzioni richiamate. Essendo presente un obbligo di sbarco dei naufraghi, costoro non possono essere costretti a restare sulla nave: si determina, altrimenti, un'ingiustificata compressione della libertà personale attraverso la costrizione in un spazio chiuso, al di fuori dei casi consentiti dall'ordinamento giuridico ed in mancanza di un provvedimento legittimamente dato dall'autorità giudiziaria, così come dispone l'art.13 Cost. E per chi dovesse impedire lo sbarco dovrebbe aprirsi la strada di un processo penale, a seconda dei casi, per sequestro di persona aggravato, 605 co.3 c.p., o per finalità di coazione, art.289-ter c.p. Ma finché Salvini sta al governo, la vedo difficile.
- Armi. In Italia le maglie si allargano, la lobby sorride
- Migranti. La stretta anti Ong è legge. Zingaretti: "M5S schiavi della Lega"
- Arabia Saudita. Prigioniero politico muore in carcere per cure mediche negate
- Un sistema due volte di classe
- La conta al Senato sul decreto anti Ong che confisca e arresta









