di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 giugno 2019
La denuncia dell'associazione Yairaiha Onlus sulla condizione dei 409 reclusi. Tempi sproporzionati per una visita medica specialistica, controllo della corrispondenza, limitazione e riduzione delle telefonate e dei colloqui, riduzione dei generi alimentari ammessi e acquistabili.
"Ci sono condizioni di invivibilità nel carcere di Voghera e negli ultimi mesi è peggiorata". A denunciarlo con una lettera inviata a tutti gli addetti ai lavori, a partire dal ministero della Giustizia, è l'associazione Yairaiha Onlus che si occupa fina dal 2006 dei diritti dei detenuti e degli immigrati.
Parliamo del carcere lombardo di Voghera, un istituto penitenziario aperto nell'agosto 1982. Le prime detenute donne ad elevato indice di vigilanza sono giunte il 24 settembre 1982, mentre dal 1984 si sono aggiunte anche le detenute del circuito di media sicurezza. Dal dicembre 1987 l'istituto ha ospitato detenuti esclusivamente di sesso maschile provenienti inizialmente dal vecchio penitenziario di Voghera, ospitato dal castello della città. Oggi nell'istituto i 409 detenuti appartengono a 4 diversi circuiti con prevalenza numerica per il circuito di alta sicurezza (As3), riservato a coloro che hanno rivestito posti di vertice nelle organizzazioni dedite al traffico di stupefacenti.
"Più volte abbiamo rappresentato agli organi competenti le condizioni di invivibilità esistenti nel carcere di Voghera - scrivono quelli di Yairaiha Onlus - e più volte è stato oggetto di monitoraggi generali e mirati sia da parte del Garante Nazionale sia da parte di parlamentari nazionali ed europei che hanno puntualmente presentato relazioni e interrogazioni dal Consiglio Regionale al Presidente della Repubblica, passando per tutti gli organismi competenti, confidando in una risoluzione ottimale delle problematiche gestionali e strutturali ravvisate e rappresentate".
Denunciano che la situazione negli ultimi mesi è ulteriormente peggiorata e in continuazione ricevono segnalazioni da parte dei familiari dei detenuti che "narrano situazioni paradossali di violazioni e restrizioni spropositate e immotivate che violano la funzione rieducativa posta alla base della pena e della reclusione nella nostra Costituzione". Ma quali restrizioni denunciano? Tempi sproporzionati per ottenere una visita medica specialistica, controllo immotivato della corrispondenza in entrata e in uscita, limitazione e riduzione delle telefonate e dei colloqui, riduzione dei generi alimentari ammessi e acquistabili.
"Ogni acquisto - denuncia l'associazione Yairaiha - anche di farmaci salva- vita prescritti dal dirigente sanitario, è sottoposto a richiesta che non viene automaticamente autorizzato. L'uso dei ventilatori nei mesi caldi - aggiunge - autorizzato da apposita circolare ministeriale, è messo in discussione nonostante le temperature elevate e l'assenza di interventi strutturali pure segnalati e richiesti".
Si fa riferimento anche alla relazione dell'ex consigliera regionale Paola Macchi e relazione Commissione Giustizia della regione Lombardia, compresa la prevalenza delle richieste o segnalazioni al magistrato di sorveglianza che rimangono prive di risposta o intervento come denunciato dalla relazione dell'europarlamentare Eleonora Forenza.
Tutto ciò, soprattutto nelle ultime settimane, la situazione sarebbe ulteriormente degenerata e i detenuti, per essere ascoltati su bisogni primari - secondo quanto riporta l'associazione Yairaiha - sono costretti ad azioni "estreme" che vanno dallo sciopero della fame alla classica battitura, determinando altresì un clima ancora più teso sia tra la popolazione detenuta che nei rapporti con il personale.
A questo punto, gli attivisti dell'associazione si chiedono che tipo di funzione rieducativa può svolgere una detenzione così stringente. "È ampiamente dimostrato - spiega l'associazione - che mettere alla base dei percorsi detentivi il rispetto della persona e dei diritti umani, giova ai detenuti in termini di cambiamento e miglioramento, e giova alla società che un giorno dovrà riaccogliere le persone passate attraverso le maglie della giustizia in un'ottica di ricucitura dello strappo operato al patto civile con la commissione del reato". E conclude: "È il reato che con la detenzione si vuole punire, e lo Stato non può violare il dovere all'umanità".
Italia Oggi, 22 giugno 2019
La Consulta salva la norma del codice di procedura penale sui reati minori. Per i reati minori, è da calcolare in base alla condizione economica del colpevole la condanna, con decreto penale, a pena pecuniaria convertita da pena detentiva: il meno abbiente, dunque, paga di meno. Il meccanismo di computo, previsto dall'articolo 459, comma 1-bis, del codice di procedura penale, è stato salvato dalla Corte costituzionale (sentenza 155, depositata il 21 giugno 2019).
Stiamo parlando dei reati più lievi, per i quali il pubblico ministero ritiene applicabile una sanzione pecuniaria. Il codice di procedura prevede un rito speciale: anziché andare a dibattimento si può adottare un decreto di condanna. Il processo si fa solo se il condannato si oppone al decreto. Per invogliare a non opporsi, il codice autorizza il pubblico ministero a chiedere al giudice l'applicazione di una pena diminuita sino alla metà rispetto al minimo.
La pena pecuniaria può essere prevista direttamente dalla norma incriminatrice o potrebbe essere l'effetto della sostituzione (conversione) di una pena detentiva. Per questa ipotesi il codice prevede il metodo di calcolo: si fissa un importo corrispondente a ciascun giorno e si moltiplica per i giorni di punizione; nel fare questo va considerata la condizione economica complessiva dell'imputato e del suo nucleo familiare.
Un giudice si è posto il problema di un favore (incostituzionale per lesione del principio di uguaglianza) per i meno abbienti, per i quali il loro stato è da considerare due volte e cioè sia al momento della determinazione della pena detentiva (e ciò per effetto di un obbligo derivante dal codice penale) sia al momento della conversione della sanzione da detentiva a pecuniaria. Insomma il conto finale potrebbe essere bassissimo.
Ma la Corte costituzionale ha fugato ogni dubbio. La considerazione delle condizioni economiche, anzi, rispetta il principio di uguaglianza, in quanto l'impatto della privazione di una certa somma di denaro può essere in concreto assai diverso, secondo le differenti condizioni del condannato: sono proprio le differenti condizioni economiche a giustificare sanzioni di diversa entità, anche se i reati commessi sono di pari gravità.
Gazzetta del Sud, 22 giugno 2019
La Corte Europea per i Diritti dell'uomo di Strasburgo, dopo un ricorso presentato dall'avvocato di Messina Giovambattista Freni, ha riaperto l'inchiesta sulla morte nel carcere di Gazzi a Messina del detenuto Antonio Citraro, avvenuta il 16 gennaio del 2001. L'uomo, 31 anni, figlio di un imprenditore messinese e in attesa di giudizio, più volte aveva chiesto di essere trasferito dal carcere di Messina per motivi che poi non sono stati approfonditi.
La morte fu etichettata come un suicidio, ma dopo le denunce della famiglia il Gup di Messina dispose il rinvio a giudizio per il direttore del carcere, due agenti di custodia e il sanitario del tempo, con le accuse di favoreggiamento, falso per soppressione, omicidio colposo, abuso dei mezzi di correzione e lesioni personali.
Il Tribunale e la Corte di Appello pronunziarono sentenza di assoluzione per gli imputati e anche la Cassazione decise di confermare il verdetto. I genitori però non si sono arresi e hanno presentato ricorso alla Corte Europea per i diritti dell'uomo. Quest'ultima ha deciso di accertare i sistemi di tutela dei detenuti nelle carceri italiane, formulando dei quesiti.
Chiede innanzitutto "se nel carcere di Messina esisteva ed esiste al momento un regolamento relativo al rischio di suicidio"; "il motivo per il quale la cella di Citraro è rimasta priva di illuminazione nei giorni che hanno preceduto il suicidio"; "se l'amministrazione del carcere si occupava di somministrare farmaci ai detenuti"; e infine "con quale sistema l'amministratore del carcere aveva deciso di controllare Citraro quando si era barricato in cella per protesta". La Corte Europea intende accertare se, nei casi di persone ristretti in carcere per la prima volta, sono apprestati adeguati rimedi, con sostegno psicologico e somministrazione di farmaci, necessari per scongiurare estreme decisioni.
anconanews.it, 22 giugno 2019
Lettera degli ospiti dell'istituto penitenziario di Ancona dove si lamenta la mancata applicazione di alcune norme previste dall'ordinamento penitenziario. Il Garante dei diritti, Andrea Nobili, informa il Garante nazionale Mauro Palma e intende chiedere un incontro al Presidente del Tribunale di Sorveglianza del capoluogo regionale. Troppe richieste indirizzate alla magistratura di sorveglianza che tornano al mittente.
I detenuti del carcere di Barcaglione rendono nota una situazione, che a loro dire è spesso caratterizzata dalla mancata applicazione delle norme previste dall'ordinamento penitenziario. Lo fanno attraverso una lunga e dettagliata lettera inviata alle istituzioni preposte, tra cui figura anche il Garante dei diritti.
"È mia intenzione - sottolinea Nobili - informare di quanto sta accadendo il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, e di chiedere un incontro urgente al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Ancona, Filippo Scapellato, per un approfondimento delle problematiche poste in essere. È da precisare che quello di Barcaglione è un istituto a custodia attenuata che ospita detenuti a fine pena, che di fatto hanno perso la cosiddetta pericolosità sociale. I loro diritti, sempre tenendo conto di quanto contemplato dalla normativa vigente, vanno garantiti a tutti i livelli".
Tra le note negative evidenziate dagli ospiti di Barcaglione, le limitazioni del tempo da poter passare con la famiglia. In base all'art.21 esterno dell'ordinamento penitenziario, i detenuti possono accedere ad un lavoro e la richiesta è quella di potersi garantire il rapporto con la stessa famiglia, e soprattutto con i figli, durante le pause, ma questa possibilità avrebbe incontrato il parere contrario da parte del Tribunale di Sorveglianza. Inoltre, vengono fatte presenti l'esiguità delle pene alternative o premiali concesse dalla magistratura, la limitatezza dei colloqui con i magistrati e la non idonea applicazione della legge 199, che prevede di scontare gli ultimi 18 mesi di pena nella propria abitazione. Presso l'istituto di Barcaglione questa possibilità verrebbe limitata soltanto agli ultimi giorni della detenzione.
di Andrea Cuomo
Il Giornale, 22 giugno 2019
Da sette anni la famiglia produce un'etichetta bianca stipendiando i carcerati che curano le vigne sull'isola. La motonave Superba parte due volte a settimana dal porto di Livorno per Gorgona, un'isola lontana 34 chilometri, e scarica al porticciolo le poche persone che arrivano qui. Vedremo chi sono.
Prima parliamo dell'unica abitante permanente e volontaria dell'isola, Citti Luisa (cognome e nome, come dice lei), che ha 92 anni ma scende le scale con destrezza per farci vedere la sua casa, una sfilza di camere ingombre - c'è un tocco di senile accumulazione - di vestiti, libri, pupazzetti e cartelli coi numeri di telefono di emergenza scritti belli grossi, e fotografie del marito morto e dei figli che stanno a Firenze, e due gatti sulle sedie che quando ti avvicini scappano soffiando. Si fa fotografare, Citti Luisa, con la foto di quando era giovane e bella, con un lampo di mai doma vanità. Poi ci saluta e ci dice: "Tornate presto".
Non sarà facile. Perché a Gorgona non è che vai quando vuoi. Citti Luisa è - per dire - l'unica che può scegliere di andarsene, anche se non lo farà. Gli altri abitanti dell'isola sono 95 detenuti e 24 agenti di polizia penitenziaria. Poi trascorrono ore o giorni qui anche il direttore Carlo Mazzerbo, siciliano, educatori del carcere di Livorno da cui dipende la colonia penale di Gorgona, operai per le necessarie manutenzioni necessaria, due volte a settimane escursionisti in visita guidata e vigilata, con documento da mostrare. E poi enologi e agronomi.
Perché su quest'isola si fa un vino bianco da uve Ansonica e Vermentino, tropicale al naso e assai salino in bocca, dall'etichetta bellissima. Costa un sacco di soldi, su Tannico lo vendono a 75 euro la bottiglia (verificato ieri). In fondo ci sono vini migliori sul mercato per quella cifra. Ma questo vino è un atto di sfida, un'operazione di marketing idealistico, una follia imprenditoriale. Il vino è fatto con le uve delle tre piccole vigne dell'isola per un totale di 2,3 ettari che al massimo, strappando altra terra alla pietra e al bosco, potranno in futuro diventare 2,6.
Le bottiglie della vendemmia 2018, la settima, sono 9mila in tutto. L'enologo è Federico Falossi e in vigna lavorano Andrea, di anni 46, Hasa, di anni 43, e Astrit, di anni 46. Tutti e tre albanesi e detenuti. Assunti come vignaioli dalla Frescobaldi, che cura il progetto enologico, con uno stipendio di mercato che loro mandano ai familiari. A Gorgona non ci sono occasioni per spenderlo, c'è un solo spaccio dove il calciobalilla è gratis e la birra gelata - che loro non possono bere - costa solo un euro.
Andrea è stato condannato per concorso in un omicidio compiuto a Milano. Ha fatto undici anni a Volterra, poi è arrivato qui, dove dovrebbe restare fino al 2025. Colpevole? Innocente? Vai a sapere: condannato. "Qui sono felice - ci dice con un sorriso pieno di oro - e quando esco se mi vogliono continuo a lavorare in vigna". Vicino il lungagnone Astrit è il più vicino al fine pena. "Mi mancano due vendemmie", dice orgoglioso.
A Gorgona vengono spediti i detenuti a fine pena che gli educatori ritengono più adatti. Niente condanne per reati di associazione o per reati socialmente aberranti e solo detenuti con un "curriculum" (così ci dice l'ispettore superiore di polizia penitenziaria Emilio Giusti) di tutto rispetto.
L'idea è instradare i detenuti più volenterosi a un reinserimento nel mercato del lavoro, abbattendo quella recidiva che è il vero fallimento dell'utopia riabilitativa della detenzione. Lamberto Frescobaldi ringrazia ancora i colleghi che non risposero alla mail con cui sette anni fa l'amministrazione carceraria di Livorno invitò le aziende vitivinicole toscane a collaborare al progetto Gorgona. "Rispondemmo solo noi. Ci dissero: non innamoratevi del progetto. Non ci siamo riusciti. Educhiamo i detenuti non alla vigna ma al lavoro. Al piacere di fare una cosa ogni giorno e farla bene".
Non è un paradiso, si badi. Il carcere con l'acqua al posto delle mura ogni tanto mostra il cartellino del prezzo attaccato a ogni sogno: è lontano il 2004 quando cui due detenuti finirono ammazzati in faide nel giro di poche settimane. Ma a Gorgona si lotta di continuo coi soldi che non bastano, con le strutture che cadono a pezzi, con la difficoltà negli approvvigionamenti. A volta vien voglia di farla finita con l'isola cella lussureggiante, com'è da 150 anni. Per Citti Luisa il senso ce l'ha. I detenuti la fanno sentire meno sola. "Ogni giorno passano e chiedono se mi serve qualcosa". Tra lei Astrit, Andrea e Hasa chissà chi se ne andrà prima da qui.
di Alberto Rodighiero
Il Gazzettino, 22 giugno 2019
Si parlerà anche di iscrizione anagrafica dei profughi durante il Festival Right2city in programma dal 26 al 30 giugno. Lo sportello di Padova dell'associazione Avvocato di strada Onlus organizza, infatti, un Festival diffuso per favorire una corretta informazione sui diritti umani ed una maggiore attenzione alla città e al ruolo del cittadino nel promuovere il benessere proprio ed altrui.
In programma mostre fotografiche, incontri, laboratori per adulti e bambini, convegni, spettacoli teatrali, musica, poesia e fumetti. L'iniziativa, inserita tra gli eventi di Padova Capitale europea del volontariato 2020, è realizzata in collaborazione con il Comune di Padova.
A presentare il programma delle manifestazioni ieri mattina a palazzo Moroni sono intervenuti, tra gli altri, l'assessore ai Servizi sociali Marta Nalin e Julien Mileschi dello sportello Avvocato di strada di Padova. Quest'ultimo ha spiegato che la posizione della sua associazione rispetto all'iscrizione anagrafica di un 28 ivoriano da parte del sindaco Sergio Giordani è la stessa dell'amministrazione comunale.
E proprio di Decreto sicurezza e di iscrizione all'anagrafe si discuterà giovedì prossimo durante il convegno Città Invi(s)vibili che si terrà giovedì prossimo alla fornace Carotta. Qui è in programma un confronto sul tema "Povertà - La residenza anagrafica come misura di esclusione".
Un altro tavolo è dedicato a Immigrazione Decreto sicurezza: ricadute sul territorio. Non solo dibattiti, però. Venerdì 27 giugno dalle 17 alle 19 al Retrò Gusto di via Portello 22 è in programma Poetry Slam, ovvero un'amichevole gara tra partecipanti che declameranno testi scritti di proprio pugno per stabilire chi tra loro, agli occhi del pubblico, meriti di essere chiamato poeta.
Il Mattino, 22 giugno 2019
Il problema idrico nel penitenziario si acuisce in estate. Il Sindaco mirra assicura l'imminente inizio dei lavori. "La procedura per la realizzazione della rete idrica per il carcere di Santa Maria Capua Vetere è in dirittura di arrivo e la gara sarà bandita a breve. Ci sono stati dei passaggi burocratici da rispettare, come lo step della conferenza dei servizi ed altro ma, anche con lo sforzo del poco personale dell'ufficio tecnico, entro breve riusciremo a pubblicare il bando per consentire la partecipazione delle imprese interessate".
Lo ha dichiarato il sindaco Antonio Mirra, sgombrando il campo anche da recenti polemiche sui ritardi, durante la cerimonia di consegna degli attestati di partecipazione agli studenti e corsisti dello stage di Diritto penitenziario e Giurisdizione di sorveglianza tenutosi presso l'aula Franciosi del dipartimento di Giurisprudenza dell'Università della Campania Vanvitelli a Santa Maria Capua Vetere, alla presenza del prefetto di Caserta, Raffaele Ruberto.
Un aggiornamento che il primo cittadino ha offerto alla platea di studenti corsisti e addetti ed esperti proprio del settore, come il Garante dei detenuti, prof. Samuele Ciambriello; il prof, Mariano Menna, titolare dello stage di diritto penitenziario; la professoressa Mena Minafra, referente del progetto "C'è tempo" dello stage e del direttore del dipartimento, Lorenzo Chieffi.
L'allarme sull'emergenza idrica nel carcere di Santa Maria Capua Vetere viene lanciate da anni ai primi caldi, così come ha ricordato il Garante Ciambriello, Dopo il protocollo di intesa tra il Comune di Santa Maria Capua Vetere e la Regione Campania nell'agosto 2016, e di due milioni di euro stanziati dalla Regione, il settore tecnico comunale aveva pubblicato il bando di gara per la progettazione. Fase propedeutica a quella della realizzazione con i tempi necessari per il bando che sono trecento giorni.
Temi, quelli legati alla vita carceraria, trattati durante lo stage conclusosi con la consegna di attestati ma anche di targhe e riconoscimenti. Presenti molti addetti ai lavori e alcuni protagonisti che hanno raccontato le loro storie durante gli stage, come l'ex detenuto e attore Cosimo Rega, Filomena Lamberti (fu aggredita con dell'acido), Marisa Diana, la sorella del prete anticamorra don Diana e tanti operatori che lavorano nelle carceri campane, educatori, agenti e il giudice di Sorveglianza Marco Puglia, destinatario anch'egli di una targa. Applauditi i professori Mariano Menna e Mena Minafra per l'iniziativa che ha dato modo agli studenti di conoscere la realtà carceraria.
di Angela Grassi
La Prealpina, 22 giugno 2019
Matteo Tosi: irregolarità nelle paghe ai carcerati. "Come mi devo comportare? Come devo intendere il ruolo che mi avete assegnato? In carcere l'area trattamentale è quasi priva di educatori, c'è sempre meno lavoro interno per i detenuti e alcune aziende hanno preso in giro i reclusi sul monte ore da retribuire".
Dopo le scaramucce dei mesi scorsi con il direttore Orazio Sorrentini, il garante dei detenuti Matteo Tosi fa rapporto alla Commissione Servizi sociali, alla presenza del sindaco Emanuele Antonelli che ora fa le veci di assessore, e snocciola problemi che rendono "complessa e ingestibile" la vita nella struttura di via per Cassano. I toni sono accorati. Il team presieduto da Donatella Fraschini offre parole di incoraggiamento, ma Tosi chiede a tutti di confrontarsi con le rispettive segreterie per indicare con precisione la strada da seguire per il futuro.
Tosi, questa relazione orale prima del report annuale significa che ha bisogno di aggiustare il tiro o rappresenta una richiesta di conferme?
"Vorrei capire dai consiglieri cosa scrivere davvero nella versione ufficiale. Nella mia esperienza ho registrato incongruità sia rispetto all'atteggiamento dell'amministrazione sia all'interno del carcere. Ho chiesto di capire se il mio modo di intendere il ruolo sia corretto: voglio che me lo ribadiscano in modo formale".
Le difficoltà di dialogo con la direzione del penitenziario sono palesi. Come sta andando?
"Io e il direttore Orazio Sorrentini non ci siamo trovati bene ma non tutte le colpe sono sue. Se manca l'area trattamentale non c'entra che il direttore sia simpatico o antipatico. Purtroppo, lui ci mette del suo per aggravare una situazione già tragica, oppure c'è chi gli fa da filtro in maniera scorretta. Voglio sapere se la Commissione chieda al garante di affrontare tanti colloqui singoli e di preoccuparsi di tante piccole necessità, come dice il direttore, oppure se condivida il mio modo di vedere: fare colloqui con i singoli è inutile se poi non esistono educatori con cui rapportarsi. Il Regolamento del Comune dice che il garante dovrebbe attivare azioni che includano il più possibile il carcere nella vita cittadina".
A cosa pensa?
"Ad appuntamenti che permettano una crescita culturale, momenti di svago, occasioni lavorative o laboratori di artigianato che diano qualcosa da fare e insegnino il rispetto di compiti, tempi e modalità di lavoro. Ho lanciato tre proposte ma sono rimaste inascoltate".
Questo le ha fatto ipotizzare di dare le dimissioni?
"I commissari mi hanno dimostrato sostegno, a loro ho chiesto di consigliarmi se dimettermi o meno. Devono dire a me e a chi verrà dopo di me quale sia il modo giusto di vivere il ruolo".
I colloqui non li vuole fare?
"Umanamente sono la parte più bella. Ma con davanti 450 persone è una sfida impari: non puoi risolvere i piccoli grandi problemi di tutti presi singolarmente, perché poi bussi all'area trattamentale e ti dicono che quei guai non esistono".
Come muoversi, allora?
"Il grosso problema è che scompare il lavoro in carcere. La cioccolateria è ridimensionata, alcune cooperative sono sparite. Non c'è un clima piacevole e si sono verificate cose irregolari. Ho evidenziato che i reclusi erano infastiditi dal mancato pagamento di molte ore lavorate: per il carcere stesso o per il ministero alcuni accettano pagamenti inferiori all'impegno profuso ma lo sanno in partenza e sono contenti di avere piccoli guadagni, lo farebbero anche gratis. Qui si tratta di una realtà privata: prendere in giro chi cerca di risollevarsi alza ulteriormente la tensione. Le irregolarità nei pagamenti hanno spinto l'impresa ad andarsene. Di fronte a questo, che devo fare?".
Cosa si aspetta dalla commissione?
"Ora è informata. Credo sia corretto emettere un documento scritto: servono indicazioni. In carcere succedono cose al di là della legge, voglio capire se sia opportuno metterle per iscritto. Quando ho capito che chi si rivolgeva a me incontrava poi maggiore fatica e che, quindi, risultavo più dannoso che utile, ho evitato tanti colloqui. Ho chiesto ai detenuti se per loro andassero bene colloqui collettivi: il garante dovrebbe guardare alla globalità, non al singolo caso. A parte quando qualche parente chiede una cortesia specifica. Il garante, per me, può mirare solo a fare cose per la collettività, quello che faceva Luca Cirigliano, prima di me, era sulla spinta di un grosso slancio emotivo. Tutti hanno qualcosa da chiederti".
Quali sono i contatti con il garante regionale?
"Carlo Lio era stato onesto. Disse in anticipo che avrebbe faticato a venire. Infatti non è ancora tornato a Busto. Lui dovrebbe coordinare il garante locale, non si devono fraintendere i ruoli. Il dialogo con Lio è costante, cerchiamo di favorire lo sportello che vuole aprire la Camera penale. Occorre darsi da fare perché Busto abbia un educatore fisso: redigere una sintesi richiede nove mesi, se te ne stai quattro e part time, come fai?".
Qualcuno, in questa fase, fa le veci dell'area trattamentale?
"Ci sono persone che non ne avrebbero né diritto né dovere e si assumono responsabilità e rischi pur di mandare avanti le cose, bisogna capire se lo facciano per tornaconto o per buon sentimento".
di Francesco Vignarca
Il Manifesto, 22 giugno 2019
La sentenza britannica è fondamentale per tutte le campagne europee per il disarmo. Sempre di più è impossibile per i governi del continente fingere che le armi europee non siano coinvolte nel massacro in Yemen. Giovedì 20 giugno 2019 potrebbe essere ricordato come una data cruciale nelle azioni internazionali che vogliono fermare le vendite di armi verso i paesi in conflitto armato, in particolare verso quello in Yemen. Perché in tale data si sono concretizzate due situazioni molto emblematiche che contribuiscono a rafforzare i recenti passi positivi nella direzione che da tempo viene perseguita dalle organizzazioni della società civile come Rete Disarmo e tutti i suoi partner nazionali e internazionali.
La prima buona notizia arriva da Genova: i generatori della Teknel, che riteniamo essere di utilizzo anche militare e che dovevano essere spediti a Gedda alla volta della Guardia nazionale saudita, non verranno imbarcati sulla nave della compagnia saudita Bahri. Un blocco reso possibile dall'azione dei lavoratori del porto genovese, che già lo scorso 20 maggio avevano impedito una precedente spedizione. La seconda buona notizia arriva da Londra dove l'Alta Corte d'appello della Gran Bretagna ha accolto il ricorso della Campaign Against Arms Trade, tra i partner di Rete Disarmo nell'ambito dell'European Network Against Arms Trade, che da qualche anno aveva intrapreso un'azione legale contro il governo per la vendita di armi all'Arabia saudita.
È una sentenza interessante perché arriva dopo la decisione della prima Corte cui si era rivolta la campagna, che nel 2017 aveva bloccato un'identica richiesta. L'appello ha dato ragione agli attivisti di Caat. Una decisione molto importante perché sospende con effetto immediato le licenze per armi britanniche verso Riyadh mettendo insieme due elementi: una serie di rapporti sulle violazioni dei diritti umani e crimini di guerra prodotti da varie organizzazioni e il mancato controllo da parte del governo del rischio del possibile uso di equipaggiamento militare britannico per violazioni dei diritti umani.
Le spedizioni sono bloccate in vista di un controllo migliore che il governo sarà obbligato a fare, sottolineando dunque che il commercio di armi non può essere considerato un business ordinario.
Una decisione del genere è importante per tutte le iniziative legali - e non solo - oggi in corso in Europa. Ciò coinvolge anche l'Italia ed è dunque decisione rilevante anche per l'indagine in corso presso la Procura di Roma in merito alla denuncia presentata nell'aprile 2018 da Rete Disarmo, Ecchr Berlino e Mwatana for Human Rights dallo Yemen per la violazione della legge 185/1990, dell'Att (il Trattato sul commercio delle armi) e della Posizione Comune della Ue sull'export di armi, oltre che per eventuale complicità in omicidio. Della questione del flusso di armi italiane verso la coalizione a guida saudita attiva nel conflitto in Yemen si parlerà a breve anche alla Camera dei Deputati, dove andrà in discussione tra pochi giorni una mozione presentata da LeU. Le altre buone notizie arrivano dai blocchi che i lavoratori in Francia e Belgio avevano realizzato sempre contro le navi della Bahri e dall'annullamento di alcune licenze da parte del Consiglio di Stato belga, riguardanti l'invio di armi leggere verso l'Arabia saudita, che erano state già sospese dai tribunali.
Sempre di più è impossibile per i governi del continente fingere che le armi europee non siano coinvolte nel massacro in Yemen. Questo da un lato riconosce la bontà delle posizioni della società civile e delle campagne di questi anni, dall'altro evidenzia ancora una volta come gli esecutivi - a parte quelli che hanno iniziato a compiere azioni concrete, Germania, Olanda, Danimarca e Norvegia - stiano (coscientemente, a questo punto) violando le regole che si sono dati a livello internazionale.
Se non riusciremo a far applicare queste regole, che proibiscono l'invio di armi verso paesi in conflitto o dove ci siano gravi violazioni dei diritti umani, sarà ancora più complesso farlo per situazioni dove una chiarezza così estrema manca. Una chiarezza che nel caso saudita è stata confermata ulteriormente mercoledì dal rapporto delle Nazioni unite sulle responsabilità della monarchia araba nell'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Londra, Genova, Francia, Belgio: si moltiplicano iniziative e decisioni che dimostrano come sia fondamentale fermare il flusso di armi. Perché quel flusso di armi verso i conflitti perpetua la guerra, la alimenta e va a danno dei civili, le principali vittime della guerra.
di Vittorio Longhi
Il Giornale, 22 giugno 2019
La "fake" pubblicata da "Il Giornale" che accredita Mussie Zerai come fondatore di "Alarm Phone", organizzazione invece creata da attivisti nord europei.
Un titolo copiato e incollato su giornali e siti di destra per ripetere la stessa nuova falsità su padre Mussie Zerai: "Dietro il centralino sui naufragi c'è un prete eritreo". Un chiaro tentativo di diffamazione e delegittimazione, che arriva proprio quando il sacerdote denuncia l'ennesimo abuso del regime eritreo e il rischio di un'emergenza sanitaria. Un tempismo perfetto che suggerisce legami forti tra le destre italiane e la dittatura del paese africano. La notizia, diffusa da Il Giornale, rivelerebbe che Zerai ha fondato Alarm Phone, la rete euro-mediterranea che raccoglie le segnalazioni dei dispersi in mare e le trasmette alla Guardia Costiere per il soccorso.
La notizia è falsa. A fondare Alarm Phone è stato un gruppo di attivisti nordeuropei nel 2014, ben cinque anni fa. "Conoscevamo l'impegno di Mussie Zerai nel salvataggio di vite in mare, per noi è un grande esempio, ma lui non ha fondato la nostra organizzazione e non ha nessun ruolo nella gestione della rete", chiarisce Maurice Stierl di Alarm Phone, da Berlino.
Il sacerdote eritreo infatti è stato candidato al Nobel per la Pace, proprio grazie al suo impegno umanitario ed è un bersaglio costante della stampa che tenta di criminalizzare la solidarietà e incitare all'omissione di soccorso. "In Italia ormai sembrano trionfare il bullismo sui più deboli e la disinformazione sulla migrazione - commenta Zerai - però quando vedo che gli attacchi raggiungono personalità molto più autorevoli come Papa Francesco mi sento in buona compagnia, so di essere dalla parte giusta".
L'inchiesta dell'Espresso sul traffico d'armi. In realtà, queste nuove aggressioni mediatiche vanno oltre la dimensione nazionale. Come già successo in passato, quando il sacerdote parla del regime di Asmara dai media della destra italiana e da quelli dei fedeli alla dittatura partono gli insulti, si moltiplicano le fake news. La connessione tra le destre italiane e la dittatura eritrea non è un mistero. L'amicizia è di lunga data, come rivelò una dettagliata l'inchiesta de l'Espresso sul traffico di armi e tangenti con esponenti della Lega. Oggi a sostenere il presidente Afewerki, accusato dalle Nazioni unite di crimini contro l'umanità, sono anche i siti italiani più attivi contro le ONG umanitarie. I loro obiettivi sono sempre gli stessi: George Soros, Roberto Saviano, Mussie Zerai.
I nuovi abusi del regime eritreo. Pochi giorni prima di questo attacco Zerai ha denunciato la chiusura improvvisa di ventuno strutture sanitarie cattoliche in Eritrea, per mano del governo. Un ordine da Asmara ha imposto i sigilli a ospedali e ambulatori che operavano da trent'anni in tutto il paese, lasciando decine di migliaia di persone senza cure. La decisione è arrivata dopo il rifiuto da parte dei religiosi di cedere quei centri allo Stato. Una evidente ritorsione alimentata anche dall'invito dei vescovi al dittatore dopo l'accordo di pace con l'Etiopia.
Gli avevano chiesto di avviare "un processo di riconciliazione nazionale per garantire giustizia sociale" per tutti. In realtà, i cattolici sono presi di mira da tempo dal regime, che teme qualsiasi forma di influenza sulla popolazione. Sono centinaia gli attivisti cattolici ancora detenuti nelle carceri, insieme a giornalisti e dissidenti politici. Non è un caso se le Nazioni unite da anni denunciano la sistematica violazione dei diritti umani da parte di Afewerki e dei suoi generali.
I rischi sanitari. Nell'isolamento che l'Eritrea vive dal 1991, anno dell'indipendenza dall'Etiopia, i servizi che ospedali e scuole cattoliche offrono sono diventati indispensabili. Le ventuno strutture sigillate erano gratuite per la popolazione e gestite prevalentemente da suore. Assistevano circa 150mila persone, soprattutto donne, bambini e anziani nelle aree rurali, dove è maggiore l'esposizione ai virus. Lì non ci sono alternative pubbliche per le vaccinazioni, le analisi, la semplice somministrazione di un farmaco.
L'Eritrea è uno dei paesi africani più poveri, con un'aspettativa di vita tra 63 e 67 anni e una mortalità infantile di 43 casi ogni mille nascite. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, il governo spende circa il 3 per cento del budget annuale per la salute, contro il 5 dell'Etiopia e il 6 del Kenya, per restare nel Corno d'Africa.
Le ragioni di tante fughe. In una situazione simile sempre più persone saranno spinte a scappare e i rischi di emergenze sanitarie aumentano. Basti pensare al virus Ebola che ha raggiunto l'Africa orientale e si sta diffondendo in Uganda e Sud Sudan, quasi alle porte dell'Eritrea. Per questo motivo Mussie Zerai aveva rivolto un "appello all'Unione Europea affinché intervenisse e assicurasse il diritto alla salute in Eritrea così come alla libertà di scelta della cura".
L'accordo di pace non ha cambiato nulla. Molti speravano che l'accordo con l'Etiopia avrebbe aperto il paese alle riforme democratiche e a una nuova stagione di libertà e di prosperità, ma finora nulla è cambiato in Eritrea. Anzi, questa ultima imposizione mostra il carattere sempre più autoritario del governo. Dopo un'apertura iniziale dei confini, il passaggio via terra è stato chiuso e sono in pochi a raggiungere Addis Abeba da Asmara in volo.
In Eritrea non si può avere il passaporto prima del completamento del national service, che non arriva prima dei cinquant'anni. I giovani continuano a scappare senza documenti e chiedono asilo nei campi profughi dell'Etiopia, ingrossando le fila dei rifugiati insieme a sudanesi e somali.
I più fortunati trovano lavoro, anche se il governo di Addis ormai ha imposto delle quote per i migranti. L'unico cambiamento finora è a vantaggio delle imprese e del governo etiopico, che sta investendo pesantemente sui porti di Massawa e di Assab, in posizione strategica sul mar Rosso. Agli eritrei resta poco, ancora meno ora con la chiusura degli ospedali.
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