ansa.it, 11 agosto 2019
Una stretta sulla sicurezza e un piano anticrimine, che prevede fra l'altro una ristrutturazione del sistema carcerario da 2,5 miliardi di sterline, è stato annunciato dal primo ministro britannico Boris Johnson in un articolo sul Mail on Sunday.
"Il tempo della pietà è finito", ha detto Johnson riferendosi ai crescenti accoltellamenti e alle violenze perpetrate dalle gang, promettendo nuove carceri e più poteri alla polizia per riprendere il controllo delle strade. Un piano - osserva il settimanale online - con il quale il leader dei conservatori tenta di riaffermare la reputazione dei Tory come il partito della legge e dell'ordine, ribadendo la possibilità di nuove elezioni in autunno. "Dobbiamo usare la mano dura sul crimine", afferma, anche se questo "significa scontrarsi duramente con i criminali". E condanna "una crescente cultura dell'insolenza" da parte delle gang che pensano di poter distruggere vite impunemente.
di Marta Bellingreri
L'Espresso, 11 agosto 2019
Il governo tratta con i talebani. Ma le bombe non si fermano. "C'è un detto popolare che recita: una lotta tra cani per rosicchiare le stesse ossa. Lotta per il mantenimento del potere tra signori della guerra". Mentre in Afghanistan continuano gli attentati suicidi, a Doha, in Qatar, si sono svolti tra fine giugno ed inizio luglio il settimo round di negoziati di pace e riconciliazione tra Stati Uniti e leader talebani, inframmezzati da due giorni di dialoghi intra-afghani, ovvero tra governo afghano e talebani.
Sembrava un incubo scacciato via a fine 2001, dopo l'invasione americana, ma oggi più che mai quei leader estremisti religiosi che hanno tenuto sotto scacco l'Afghanistan dal 1996 al 2001, controllano metà del territorio, principalmente le zone rurali; le città di tutte le province sono invece sotto il controllo del governo centrale.
Quello che è ancora più grave è che spesso oggi gli stessi criminali di guerra, assassini ed ex-ministri di quello che si chiamava "Emirato Islamico dell'Afghanistan", sono protetti e partecipano alla vita politica, rendendo pace e democrazia - senza giustizia - un miraggio lontano per il popolo afghano.
È quello che denuncia da oltre un decennio Malalai Joya, attivista e politica indipendente che, al contrario di alcuni suoi connazionali per anni nelle liste nere dei criminali di guerra e oggi a piede libero nel paese, è stata espulsa nel 2007 dal Parlamento afghano perché ha denunciato la presenza dei signori della guerra all'interno dello stesso. Malalai Joya, allora ventisettenne, era stata infatti eletta in Parlamento nel 2005 dalla lontana provincia occidentale di Farah, dove godeva di un forte sostegno, in particolare da parte delle donne, per il suo attivismo sociale, diventato presto attivismo politico.
L'arredamento semplice e modesto della sua temporanea dimora a Kabul fa da sfondo alla forza delle sue parole, la rabbia ed il dolore che tutta la sua generazione ("war generation", come la definisce lei) dopo quarant'anni di conflitti non risolti si porta dietro. Vestita di un abito tradizionale bianco che sembra avvolgerla nella sua purezza e proteggerla dal male attorno, Malalai vive sotto scorta da anni, una scorta non pagata dal governo, ma da lei stessa e dai suoi numerosi sostenitori, innanzitutto in Afghanistan, ed in tutto il mondo.
Oltre a numerosi riconoscimenti, il primo tra tanti in Italia, Malalai ha vinto nel 2007 il premio Sakharov per la Libertà di Pensiero del Parlamento Europeo e ha scritto un libro sulla sua storia pubblicato in Italia da Piemme ("Finché avrò voce. La mia lotta contro i signori della guerra e l'oppressione delle donne afghane", 2011). Sostenuta fin dal primo istante da intellettuali come Noam Chomsky, Joya è stata anche citata dal Time tra le cento persone più influenti dell'anno 2010, mentre il Guardian l'ha inserita tra le più grandi attiviste del 2011. L'Espresso ha ascoltato la sua voce per capire il momento politico attuale a ridosso delle elezioni presidenziali di autunno e per testimoniare che sebbene i conflitti in altri paesi vicini abbiano catalizzato l'attenzione dei media, non possiamo dimenticare l'Afghanistan oggi.
Che significato hanno queste negoziazioni di pace tra Stati Uniti e talebani in Qatar?
"Le negoziazioni in nome della pace e riconciliazione, iniziati il 29 giugno al loro settimo round, avvengono a Doha con i talebani, ovvero dei terroristi e fondamentalisti che hanno le mani sporche di sangue. Il primo punto che voglio evidenziare è che la pace senza giustizia perde di significato. Il nostro popolo dopo quattro decenni di guerre si sente estraneo a queste cosiddetti accordi con diversi gruppi che vorrebbero stare al potere e i loro padroni stranieri. Non c'è fiducia in questi accordi, anzi una pace con i criminali è più pericolosa della guerra attuale perché i nemici della pace lavoreranno più facilmente per andare al potere e continueranno ad esercitare la loro barbarie; quelli che si siedono ai tavoli dei negoziati sono esattamente una fotocopia dei talebani, i creatori dei talebani o i signori della guerra, i padrini di questi terroristi talebani. Ma oggi anche l'Isis è presente in Afghanistan. Se anche per un secondo credessimo che i talebani possano depositare le armi, che diciamo dell'Isis? Tutto sotto il cappello dei negoziati con gli Stati Uniti, ma anche con il sostegno politico e finanziario di diversi paesi come l'Arabia Saudita. Bisogna capire infatti che oggi ci sono diverse filiali dei talebani, non un unico ramo: ci sono i talebani americani, i talebani russi, quelli cinesi, pachistani, iraniani. Ognuno sostiene i propri gruppi secondo i propri interessi di controllo nel nostro territorio quindi non cambierà nulla".
Quali sono comunque le condizioni per un accordo con gli Stati Uniti?
"I talebani seduti a questi tavoli hanno posto una condizione: che tutte le truppe americane vadano via dall'Afghanistan. Ma ancora i negoziati continuano, non si è arrivati a un accordo finale. Possono anche acconsentire e rispettare le condizioni, ma cosa succede agli altri gruppi, alle diverse filiali? Cambiano nomi e colori di bandiera, come per esempio l'Isis, ma la natura è la stessa e continuerà anche il supporto da paesi stranieri. Esiste una grandissima contraddizione in tutto questo: oggi parlano a Doha, in Qatar, o in Russia - diversi gruppi di talebani in diversi paesi - ma dall'altro lato in meno di due settimane ci sono stati attentati a Kabul, poi altri nelle province di Ghazni, di Nangarhar durante una festa di matrimonio e di Badghis. Le vittime sono sempre il nostro povero popolo. I talebani hanno una strategia a lungo termine e una cosa è certa: non hanno a cuore i desideri degli afghani (pace, giustizia, diritti umani). Gli Stati Uniti vogliono mantenere i loro interessi strategici, tagliare la spesa e ridurre il numero dei propri soldati uccisi. Khalizad (rappresentante speciale per la riconciliazione tra Usa e Afghanistan) ed altri rappresentanti del governo statunitense sanno bene che il risultato delle trattative non sarà la pace".
Durante i negoziati ci sono stati anche due giorni di dialoghi tra talebani e governo afghano in guerra da diciotto anni, sponsorizzati da Qatar e Germania. Il governo chiede l'immediata sospensione di attacchi a civili, in scuole, ospedali, luoghi pubblici spesso target degli attentati suicidi. Che cosa ne pensi?
"Sì, ci sono stati dialoghi tra talebani e rappresentati politici afghani selezionati dal governo. La maggior parte di essi, in giacca e cravatta, non rappresentano il popolo afghano. Hanno baciato le mani sporche di sangue dei talebani, implorandoli di fare pace. Non si è mai visto nella storia finire una guerra implorando la pace. C'è un detto popolare che recita: una lotta tra cani per rosicchiare le stesse ossa. Lotta per il mantenimento del potere tra signori della guerra".
Come si può allora costruire pace? Hai un partito che porta avanti la tua lotta per il popolo afghano?
"No, non voglio e non posso far parte oggi di un partito politico, anche per ragioni di sicurezza ed i costi legati ad essa. Lavoro come politica indipendente e ci sono tante persone che sostengo. Alcuni sono attualmente membri del Parlamento, come Belqis Roshan, anche lei originaria della mia provincia, Farah, che non sta in silenzio. Nonostante guerra, corruzione, crimini, violazioni di diritti delle donne e dei diritti umani, non dobbiamo scordare uomini e donne coraggiosi di questo paese che fanno un lavoro enorme, in politica e nella società, e che del resto hanno una tradizione alle spalle di persone che hanno fatto grande questo paese e lottato, fin dalla guerra contro gli Inglesi di fine Ottocento. Voglio ricordare il padre della nostra libertà, il Re Amanullah Khan che ha unito questo territorio per dire che siamo tutti afghani. La vera pace può venire solo da grandi persone, democratiche, contro l'occupazione degli Stati Uniti/Nato e i loro fantocci come i talebani. È una lunga strada e battaglia, ma non c'è alternativa. Non vedo una prospettiva di pace futura vicina, potremmo essere testimoni di giorni ancora più bui".
L'attenzione della comunità internazionale si è spostata verso Siria, Libia, Yemen, Iraq e non c'è un interesse verso l'Afghanistan, perché?
"Ci sono diverse ragioni di questa minore attenzione all'Afghanistan, di nuovo, come in passato. Quello che gli Stati Uniti volevano ottenere nel nostro paese, lo hanno già ottenuto. Hanno messo su un governo mafioso e corrotto, hanno nove basi militari, oltre a quelle segrete. Possono controllare facilmente dall'alto l'Afghanistan, anche senza truppe, nel futuro prossimo. In questa propaganda e silenzio sull'Afghanistan conta il fatto che soprattutto in America non si vuole più sentire parlare della guerra e di questo fallimento chiamato "guerra al terrorismo" che io chiamo la grande bugia del secolo. Ci sono criminali che erano nella lista nera degli Stati Uniti, come l'assassino Gulbuddin Hekmatyar, che addirittura in passato - è divertente a pensarci - boicottava le elezioni per ragioni religiose, dicendo che non sono islamiche, mentre oggi viene accolto a Kabul come un re. Rimosso dalla lista nera, senza giustizia, le spese del suo ufficio sono pagate dall'Unione Europea. Ed altri personaggi protetti come Mullah Rahmatullah Hashimy, ex-portavoce dei talebani che ordinò la distruzione dei Buddha a Bamiyan. Anche solo per la distruzione dei Buddha e della nostra storia, gli Afghani non perdoneranno mai i talebani. I media hanno giocato un ruolo negativo nel far credere che dopo il 2001 l'Afghanistan sia diventato un posto migliore, mentre in realtà la catastrofe attuale è paragonabile all'epoca buia dei talebani al potere".
A proposito di elezioni, sono vicine.
"Purtroppo in Afghanistan si dice: non è importante chi vota, ma chi conta i voti. Sono finte elezioni: l'Afghanistan è nella lista dei paesi più corrotti al mondo, non ci possono essere elezioni vere. Il voto viene espresso solo per legittimare il prossimo presidente supportato dagli Stati Uniti".
Come ci può essere allora speranza?
"La speranza c'è ed è tantissima: viene dai bambini che dopo esser stati feriti ad un attentato a scuola, vogliono tornare presto in classe. Dalle donne, che dopo lo scandalo sessuale di stupri delle giocatrici di calcio, continuano a giocare a calcio. Tanti altri esempi dalla generazione di guerra e di costruzione della generazione futura. E viene dalle persone grandi del mondo, attivisti per la pace, amanti della giustizia: sono quelli che non ci dimenticano, come i giornalisti coraggiosi che scrivono affinché l'Afghanistan non sia di nuovo terra abbandonata".
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 10 agosto 2019
Riforme mancate, fallimenti e una serie di obbrobri populisti e forcaioli. È questo il bilancio sconfortante dei risultati ottenuti in materia di giustizia dal governo a guida Lega-Movimento 5 Stelle nel corso della legislatura. Un disastro di cui occorre prendere atto ora che la crisi di governo è stata ufficializzata, partendo dalle tante occasioni mancate di una maggioranza che per mesi ha propagandato il "cambiamento".
di Gaetano Azzariti
Il Manifesto, 10 agosto 2019
Quando si dovranno applicare le norme si dovranno valutare i comportamenti e valutare gli obblighi internazionali imposti al nostro Paese. I veri destinatari della lettera di Mattarella sul decreto sicurezza sono i giudici, non il Governo o il Parlamento, cui pure è formalmente indirizzata. Nessuno, infatti, può credere che l'attuale esecutivo in crisi ovvero le Camere alla vigilia di un assai probabile loro scioglimento possano adeguatamente rispondere ai puntuali rilievi del Capo dello Stato.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 10 agosto 2019
Possibile contestare il revenge porn, la diffusione di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso della persona interessata. Ma anche corsia preferenziale e accelerata per l'ascolto delle vittime di maltrattamenti famiglia, stalking, violenza sessuale. È in vigore da poche ore il Codice rosso, la legge n. 69 del 2019, con la quale, attraverso norme sia sostanziali sia procedurali, si punta a rafforzare la protezione per chi è colpito da una serie di reati genericamente catalogati alla voce violenza domestica e di genere.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 agosto 2019
Partito Radicale, Camere Penali e parlamentari in visita nelle Case circondariali. Agosto è uno dei mesi più difficili per le persone ristrette nelle patrie galere, ma anche per chi vi opera. Non solo per il caldo, ma anche per il fatto che fuori le persone sono più distratte dalle vacanze e l'indifferenza per chi vive recluso, sicuramente è maggiore.
di Antonella Mariani
Avvenire, 10 agosto 2019
Cuciranno 7mila divise ogni anno - giacche, pantaloni e gonne - per gli uomini e le donne della polizia penitenziaria. E lo faranno dal carcere in cui stanno scontando la loro pena. Accade a Biella, dove in un capannone della casa circondariale è stata allestita una sartoria industriale che a regime darà lavoro a 70 detenuti.
Da diversi mesi, a gruppi di dieci, gli aspiranti sarti stanno seguendo i corsi di formazione, mentre i macchinari, ceduti in comodato d'uso dalla Ermenegildo Zegna Holditalia spa, saranno collaudati entro il mese di agosto. Poi si partirà con la produzione: kit di uniformi da uomo (una giacca e due pantaloni) e da donna (una giacca, un pantalone e una gonna).
Il carcere di Biella ospita 440 detenuti e quello della sartoria è considerato un progetto pilota; soprattutto per il numero di persone coinvolte e la spendibilità del diploma una volta scontata la pena. In Piemonte ci sono 13 carceri; solo 150 detenuti svolgono un vero lavoro retribuito. "Gli altri coinvolti in attività, 894 in tutto, sono impegnati in lavoretti domestici; 199 lavorano ma non alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria", spiega il Garante regionale dei detenuti Bruno Mellano. I sarti-detenuti avranno un regolare contratto; cucendo e tagliando, si preparano a ritornare in società.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 10 agosto 2019
Il provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria Toscana-Umbria, Antonio Fullone, e l'assessore alla Salute della Regione Umbria, Antonio Bartolini, hanno sottoscritto una dichiarazione di intenti che rende esecutiva la Deliberazione di Giunta Regionale n. 1447 del 10 dicembre 2018, riguardante le dipendenze, la salute mentale e la prevenzione dei suicidi, problematiche particolarmente avvertite negli istituti penitenziari.
L'approvazione di tali documenti, di importanza strategica per la salute in carcere dei detenuti, è stata preceduta da una proficua e costante condivisione, nell'ambito delle sedute dell'Osservatorio Regionale di sanità penitenziaria, tra il competente personale della Regione Umbria e del Prap Toscana-Umbria.
Successivamente, con la Deliberazione di Giunta Regionale n. 207 del 25 febbraio 2019, la Regione Umbria ha modificato e integrato l'Osservatorio Permanente sulla Sanità Penitenziaria, istituendo all'interno dello stesso un Tavolo di governance. L'obiettivo è quello di definire annualmente un piano operativo contenente gli indirizzi istituzionali ritenuti strategici ai fini della tutela della salute dei detenuti e delle persone sottoposte a provvedimenti penali, delegandone quindi la concreta programmazione, l'attivazione degli interventi necessari, il monitoraggio dell'attuazione e la valutazione dei risultati a un tavolo operativo.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 10 agosto 2019
Sembrerebbe destinata a rimanere nel libro dei sogni la riforma della giustizia fortemente voluta da Alfonso Bonafede. Dopo mesi di accese discussioni, la settimana scorsa il testo era approdato finalmente in Consiglio dei ministri. Approdato e però subito stroncato da Matteo Salvini.
di Zita Dazzi
La Repubblica, 10 agosto 2019
La struttura diventerà un centro per il rimpatrio dei migranti. "Decisione insensata, potrebbe ospitare trecento clochard". Stanno mettendo le sbarre alle finestre e alzando i sistemi anti evasione, nell'ex Cas (Centro di accoglienza straordinario) di via Corelli. Fervono i lavori chiesti dal ministro degli Interni Matteo Salvini al ministero della Difesa, che li ha commissionati al genio dell'Aeronautica militare, in quello che diventerà il nuovo Cpr, il primo Centro di permanenza e rimpatrio della Lombardia.
Ad inaugurarlo verrà sicuramente in autunno il vicepremier, forse per una tappa importante della sua campagna elettorale, ora che c'è la crisi di governo e il ritorno alle urne in vista. Ieri l'europarlamentare Pd Pierfrancesco Majorino ha visitato il cantiere aperto in attesa che la prefettura completi le procedure del bando che assegnerà la gestione della struttura al miglior offerente. Dietro al muro invalicabile, su un giardino adesso ancora spoglio, si affacciano quelle che saranno le celle dei 140 migranti in attesa di espulsione dall'Italia.
Dentro ai padiglioni c'è poco da vedere. Sono stati sgomberati da tutti gli arredi che c'erano fino a dicembre, quando il Cas è stato chiuso e i suoi 300 ospiti in parte allontanati, in parte ricollocati altrove. Vuote le camerate, mentre gli operai montano le inferriate alle finestre. Vuota la mensa, vuota la sala comune, vuota l'infermeria. Gli spazi che verranno arredati con materiali e mobilio adatti a un carcere, si affacciano su un lungo corridoio di cemento illuminato al neon, che Majorino percorre scortato da tecnici e addetti della prefettura.
Le sale dove lino a qualche mese fa entravano i volontari dell'associazione No Walls per fare scuola di italiano ai rifugiati, sono orbite vuote di parole e di colori. Presto arriveranno i letti a castello e gli armadietti, modello San Vittore. "La mia valutazione è che si tratta di un intervento insensato, di fatto stanno creando un carcere per immigrati, il primo del nord Italia - dice l'europarlamentare, che è stato assessore alle Politiche sociali sia nella giunta Pisapia, sia in quella di Beppe Sala.
Noi avevamo chiesto e ottenuto dal governo Letta che via Corelli potesse ospitare i richiedenti asilo: oggi si vuole tornare indietro. Proprio quando invece ci sarebbe tanto bisogno di utilizzare questi spazi per le persone senza dimora, italiani e stranieri: ci potrebbero abitare 300 persone". Majorino cerca di farsi spiegare come funzionerà il Cpr, ma chi è oggi sul cantiere sa poco o niente perché ancora non è noto il nome del gestore, né sono chiari i tempi di permanenza per chi dovrà essere identificato e rimandato al suo Paese.
Quando c'era il Cie - ai tempi governo Bossi-Fini -via Corelli diventò tristemente nota per gli abusi commessi e per la disperazione di chi vi era recluso, nell'impossibilità di avere notizie sulla propria sorte futura. "Questa città ha ospitato dal 2013 ad oggi 128 mila profughi, dimostrando grande capacità di accoglienza - aggiunge Majorino. Non ci sono mai stati problemi di ordine pubblico, né rivolte come quella che stava per scoppiare nel vicino Cas di via Aquila, proprio per la tensione che comincia a serpeggiare fra i migranti preoccupati per il proprio futuro".
Intanto Caritas Ambrosiana segnala che sono stati ricollocati i primi 21 migranti esclusi dall'accoglienza per effetto del Decreto sicurezza ospiti nei centri prefettizi gestiti a Milano dalla cooperativa Farsi Prossimo. Si tratta di donne sole con bambini e famiglie, tutte con permesso di soggiorno per motivi umanitari. Potranno proseguire i percorsi di integrazione negli appartamenti delle parrocchie e degli istituiti religiosi che costituiscono la rete di accoglienza diffusa della diocesi di Milano. Per la fine dell'anno saranno 200 le persone accolte dalla chiesa dopo esser state lasciate per strada dallo Stato.
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