di Margherita Grassi
Corriere della Sera, 11 agosto 2019
Il racconto di due genitori adottivi: "Lo abbiamo fatto per salvarlo". Volevano che loro figlio fosse arrestato, che andasse in un carcere minorile, e ce l'hanno fatta. La storia di questa coppia di 60enni reggiani è fatta di anni di battaglie, terapie, percorsi psicologici. E da qualche mese di lucida esasperazione e razionale sicurezza: "Nostro figlio è pericoloso per sé e per gli altri: va fermato. Solo così, forse, per lui c'è speranza".
Un appello che questa madre e questo padre adottivi avevano pubblicamente lanciato a fine luglio, dopo aver capito di essere inermi e impotenti davanti alla vita che da mesi il ragazzo, che ha 17 anni e mezzo, aveva intrapreso: vita fatta di spaccio e furti, condotta per strada, con la sfrontatezza di chi si sente al riparo dalla legge.
Ora, il minorenne si trova al carcere minorile del Pratello a Bologna, ma per mesi, vista la giovanissima età, nessuna accusa era stata formalizzata contro di lui. I genitori vivevano nell'angoscia che, una volta arrivati i 18 anni, per il figlio si aprissero direttamente le porte del carcere per adulti, senza che per lui ci fosse più possibilità di recupero. O che, comunque, fosse più complesso recuperarlo.
Valerio, lo chiameremo così, è stato adottato da questa coppia reggiana - lei insegnante, lui dirigente d'azienda - dieci anni fa, quando di anni ne aveva 7. C'è stato un cammino difficilissimo fatto di colloqui con psicologi dell'Ausl, assistenti sociali e terapeuti, con i genitori sempre presenti a cercare di aiutare quel bambino che arrivava da un'infanzia a dir poco complicata.
Un anno e mezzo fa circa, il passaggio dalle scuole medie a quelle superiori si è rivelato molto problematico: "Ha cancellato in poco tempo i progressi di anni", dicono i coniugi reggiani. Da lì c'è stata una sorta di valanga. I genitori lo hanno segnalato alla questura di Reggio per spaccio a fine 2018, poi lo hanno denunciato per minacce nei loro confronti.
Il Tribunale dei minori ha aperto un fascicolo, "ma in sei mesi non siamo mai stati contattati - raccontano. Ci siamo resi conto che la legge che tutela i minorenni in realtà diventa un boomerang. Siamo solamente dei nomi su dei fogli. Non c'è un progetto, non c'è una prospettiva a nessun livello istituzionale", protestano. A marzo 2019, su richiesta dei genitori stessi, Valerio è stato inserito dai servizi sociali in una comunità a Reggio Emilia, ma dopo circa due mesi gli operatori hanno deciso di espellerlo a causa del suo comportamento irrispettoso delle regole. A maggio il primo furto, di una bicicletta. La decisione del trasferimento in una comunità nel piacentino, la fuga del minorenne.
A quel punto Valerio si è dato alla vita in strada, interrompendo quasi del tutto i contatti coi genitori. A fine giugno, nel Reggiano, il furto di uno scooter e di un'auto, in questo secondo caso con tanto di fuga dalle forze dell'ordine e danni procurati alla vettura stessa. C'è voluto un altro episodio analogo, tra il 30 e il 31 luglio a Comacchio, perché Valerio, qualche giorno dopo, fosse incriminato e portato infine nel carcere minorile in custodia cautelare.
Il 17enne è stato fermato sempre al volante di un'auto rubata nel corso di una serata brava sulla riviera romagnola. Trasportava una ragazza e un ragazzo di 14 e 15 anni, giovanissimi turisti lombardi. "Non possiamo certo parlare di soddisfazione, in un contesto del genere - dice la coppia - ma di sollievo sì. Con la speranza che per nostro figlio ci possa essere un programma di riabilitazione e recupero".
di Valentina Frezzato
La Stampa, 11 agosto 2019
Il progetto è nato da un'idea di Gianni Ravazzi, consigliere comunale della Lega, che ha coinvolto l'associazione Natura ragazzi dell'Orto botanico. Ieri è iniziata la quinta settimana su strada per i volontari del progetto "Alessandria città normale".
"E pensare che all'inizio credevano non durassimo più di qualche giorno". Gianni Ravazzi - che è consigliere comunale della Lega e fa parte dell'associazione Natura e ragazzi che si occupa dell'orto botanico - li segue tutte le mattine. In questo mese di lavoro hanno pulito cinquecento fioriere.
E non è un numero a caso: "C'è un tecnico del giardino botanico che ci segue - spiegava ieri Ravazzi, a lavoro in via Dante - e che ha schedato ogni intervento. Questo è utile sia per tenere il conto delle azioni, sia per capire i lavori che sono già stati fatti oltre che per monitorare gli interventi sulle piante malate o da curare in modo particolare. Abbiamo già finito il primo giro di pulizia delle fioriere, che consisteva nella rimozione delle piante morte e annaffiatura.
Il secondo giro che iniziamo adesso è di manutenzione e verifica, oltre che di ulteriore pulizia e cura. Durante il terzo giro ci saranno nuovi fiori da piantare". Si va avanti insieme all'associazione Social Domus e al consorzio Abc che si occupano di richiedenti asilo; alcuni di loro per due mesi hanno seguito, su base volontaria, un corso di formazione di cinquanta ore "finalizzato ad apprendere le necessarie competenze per gestire fioriere e aree verdi con cespugli presenti ad Alessandria sul suolo pubblico".
Si possono incontrare in centro dal martedì al venerdì, dalle 8,30. Questo progetto continuerà con tre gruppi di persone differenti: il primo è quello dei richiedenti asilo, il secondo con i detenuti del Don Soria per la piazza antistante il carcere e al negozio Social Wood, che partecipa all'iniziativa e realizzerà anche nuove fioriere con materiale riciclato. Il terzo sarà composto da coloro che otterranno il permesso dal Ministero della giustizia che gestisce le pene alternative alla detenzione.
Loro in particolare puliranno i cimiteri, partendo dal monumentale. "I volontari si stanno impegnando molto e nei giorni liberi arrivano anche al giardino botanico. Se avessi un'attività li assumerei tutti".
Gli alessandrini come reagiscono? "Con diffidenza durante la prima settimana. Ci hanno detto: "Tanto poi smettete". Ora offrono ai ragazzi la colazione. Ci portano da bere, ci ringraziano. Una signora di un negozio in via Dante ha insistito per comprare a tutti il gelato". Unica pecca sono i maleducati: "Chiedo di non sporcare dove abbiamo pulito: a volte troviamo bottigliette e cartacce nelle fioriere che abbiamo appena sistemato. Bisogna impegnarsi, tutti quanti, per avere una città più "normale".
di Caterina Bonvicini
L'Espresso, 11 agosto 2019
Come si raccontala detenzione? Come si traduce in prosa la claustrofobia di un destino dietro le sbarre? La lezione è in Almarina" di Valeria Parrella e "Mars Room" di Rachel Kushner.
Leggi due romanzi che parlano del carcere, e quando arrivi alla fine ti accorgi che ti hanno lasciato addosso uno sconfinato senso di libertà. Sembra un paradosso, ma è solo uno dei miracoli di cui è capace la letteratura. Del resto, sono due libri magnifici. E questo devono fare, i libri belli: imprigionarti nel loro mondo, per poi portarti a respirare meglio, e un po' di più.
"Almarina" di Valeria Parrella e "Mars Room" di Rachel Kushner (traduzione di Giovanna Granato), entrambi pubblicati da Einaudi, sono due romanzi molto diversi, anche se affrontano lo stesso problema. A cominciare dalla lingua. Valeria Parrella rende contemporanea una voce antica, da tragici greci, usa un italiano stratificato, che in ogni parola si misura con il tempo, sempre al confine con la poesia.
Rachel Kushner invece sceglie una lingua da strada, da hard boiled, e la rende sofisticata, la porta a livelli altissimi di raffinatezza, lavorando di ambiguità e ironia. Ma tutte e due le scrittrici capiscono che per dominare una materia violenta come la vita delle detenute - che siano del carcere minorile di Nisida, Napoli, o del penitenziario femminile di Stanville, California - la forma non può essere un secondino. Anzi.
La prosa deve essere immaginifica, se vuole abbattere certi muri: deve correre fuori dai percorsi stabiliti, ribellarsi a divieti e orari, affacciarsi spavalda alle luci troppo forti per confondere chi osserva e raggiungere un punto cieco. Serve una prosa in fuga per raccontare tanta claustrofobia. Anche le protagoniste sono diverse. Almarina è una ragazzina romena di sedici anni ("o quello che ne resta, dopo che il padre la violentò e la rovinò di mazzate") che in carcere trova una madre. Romy Hall è una madre la cui responsabilità genitoriale è decaduta, una madre consapevole di non potere più rivedere il figlio di sette anni, che verrà dato in affidamento, chissà dove e chissà a chi.
In comune hanno un passato randagio, e tanta violenza subita. Almafina, stuprata e picchiata dal padre, è scappata in Italia con il fratello, su un camion, e per pagarsi quel viaggio si è prostituita. Romy è cresciuta nelle periferie di San Francisco, ín compagnia di ragazzi che non avevano alternativa alla droga, per poi finire al Mars Room a fare la spogliarellista e la ballerina di lap dance. Entrambe sono colpevoli, eppure di un'innocenza struggente.
Almarina, fuggita e trovata, finita in una comunità, "il reato migliore l'ha fatto quando ha rubato un telefonino". Romy Hall ha due ergastoli perché ha ucciso un cliente ossessionato da lei, che la perseguitava. Forse la giuria avrebbe capito quel gesto disperato, se non le fosse capitato un avvocato d'ufficio logorato dalla burocrazia e da tribunali che davanti agli ultimi si trasformano in macchine stanche e frettolose.
In comune hanno anche un'altra cosa: si fanno amare dal lettore. Romy attraverso il suo racconto picaresco, in prima persona, che si mescola a quello di altri personaggi (Rachel Kushner si cala nella feccia, assume tante voci di criminali, o di disperati), e Almarina attraverso lo sguardo della sua insegnante, Elisabetta Maiorano, la narratrice del romanzo di Valeria Parrella. Elisabetta è una donna di cinquant'anni, vedova, che dà lezioni di matematica ai ragazzi di Nisida e quando torna a casa non riesce a lasciarsi il carcere alle spalle ("E se esci nell'ora della partita, uscire è più dolce.
Basta non guardarli davvero quando si va, e tu devi andare per forza di legge, e loro devono restare per forza di legge. È, questa separazione, disumana"). Un po' come Gordon Hauser, l'insegnante del romanzo dí Kushner, la cui vita è risucchiata dalle detenute. Anche lui non può fare a meno di pensare sempre a loro, a Romy in particolare, di cui si sta innamorando. Ma lei è "vietata", come quasi tutto in carcere. Vietato camminare scalzi. Vietato tenere le mani in tasca. Vietato urlare. Vietato ridere sguaiatamente. Vietato piagnucolare (Ridurre il pianto al minimo). Vietato tenersi per mano. Vietato abbracciarsi.
Non c'è scritto, ma a Stanville è vietato amare. Anche a Nisida è vietato amare, o comunque è sconsigliato. Ma per Elisabetta è un colpo di fulmine, e non può farci niente. "Voi che giudicate siete disposti a credere ai colpi di fulmine, ma altre forme d'amore improvviso vi mettono in sospetto", scrive Valeria Parrella. "Le amicizie sembrano maliziose, l'amore per i discepoli riverbera di paternalismo e l'ammirazione profonda per gli anziani pare sia coperta da chissà quale mancanza nascosta nel passato.
Volete che l'amore proceda per gradi, vorreste intravederne un percorso lineare, guardare, morbosi, tutto. Invece no, non si guarda: il cuore è opalino e gli esami di coscienza sono per gli infelici. Io mi sono legata ad Almarina così, mentre guardavamo il mare, e le ho raccontato che mio marito era un magnifico nuotatore".
L'amore di Elisabetta per Almarina è destinato a cambiare la vita a entrambe, quello di Gordon per Romy invece può essere vissuto solo come una fantasia non pattugliata dal dipartimento di correzione. E soprattutto è diversa la misura. Il legame fra Elisabetta e Almarina è il perno del romanzo di Valeria Parrella, è l'amore che supera le barriere, mentre quello fra Gordon e Romy, nel libro di Rachel Kushner, è solo l'ennesima possibilità mancata in due vite a cui non è stata concessa nessuna possibilità, a priori, un amore marginale fra marginali.
Rachel Kushner, con cupezza e con allegria, racconta i persi. I persi, non i perdenti, perché è gente che non ha mai immaginato di vincere. L'unico personaggio che si concede fantasie di riscatto, Betty, lo fa in modo megalomane - e sta nel braccio della morte. Almarina e Romy hanno in comune il sentimento del presente, ma non il sentimento del domani.
Qui sta il grande scarto. Romy Hall sa che da Stanville non uscirà mai ("Lei ha due impegni a tempo indeterminato con lo Stato, Hall. Non va proprio da nessuna parte"). Romy è cresciuta fra gente spacciata in partenza, che non si poteva permettere il lusso di sognare un domani ("Amavamo più la vita che il futuro"). E mentre viene circondata, dopo un tentativo di fuga, le tornano in mente i bagni nell'oceano, davanti a un cartello: zona a rischio annegamenti. "Non abbiamo mai avuto paura di annegare. La morte non era contemplata nel nostro futuro. Nessuno vive nel futuro. Il presente, il presente, il presente. Questo continua a essere la vita".
Almarina "sa che quello che non è presente alla vista non esiste più", ma ha "la luce del futuro negli occhi: e il futuro comincia adesso". E mentre lei e Elisabetta guardano il mare quel domani diventa patto, promessa, e loro "donne in divenire". E "da dentro il corpo di Almarina in vincoli" uscirà "Almarina libera". Ecco la vera, profonda, differenza: "Almarina" è una storia di speranza, storia d'amore con tutta la lucentezza del cambiamento a cui ogni amore porta, "Mars Room" è una storia di disamore, accumulato e continuo, come una condanna.
Eppure anche in Kushner qualcosa si salva: l'amore per la vita in sé, nonostante tutto. Non splende come il mare intorno a Nisida. È più simile a una torcia in faccia, ma pur sempre una luce è. Questi due romanzi, ciascuno per la sua via, ma con la stessa potenza di sguardo, di lingua e di umanità, riescono a "divellere quella partenza iniziale a cui tanto abbiamo creduto: che si diventa professori, o condannati, o artisti, o giudici perché siamo diversi dentro. Mentre proprio lì dentro", per usare le parole di Parrella "siamo tutti uguali".
di Caterina Bonvicini
L'Espresso, 11 agosto 2019
Come si raccontala detenzione? Come si traduce in prosa la claustrofobia di un destino dietro le sbarre? La lezione è in Almarina" di Valeria Parrella e "Mars Room" di Rachel Kushner.
Leggi due romanzi che parlano del carcere, e quando arrivi alla fine ti accorgi che ti hanno lasciato addosso uno sconfinato senso di libertà. Sembra un paradosso, ma è solo uno dei miracoli di cui è capace la letteratura. Del resto, sono due libri magnifici. E questo devono fare, i libri belli: imprigionarti nel loro mondo, per poi portarti a respirare meglio, e un po' di più.
"Almarina" di Valeria Parrella e "Mars Room" di Rachel Kushner (traduzione di Giovanna Granato), entrambi pubblicati da Einaudi, sono due romanzi molto diversi, anche se affrontano lo stesso problema. A cominciare dalla lingua. Valeria Parrella rende contemporanea una voce antica, da tragici greci, usa un italiano stratificato, che in ogni parola si misura con il tempo, sempre al confine con la poesia.
Rachel Kushner invece sceglie una lingua da strada, da hard boiled, e la rende sofisticata, la porta a livelli altissimi di raffinatezza, lavorando di ambiguità e ironia. Ma tutte e due le scrittrici capiscono che per dominare una materia violenta come la vita delle detenute - che siano del carcere minorile di Nisida, Napoli, o del penitenziario femminile di Stanville, California - la forma non può essere un secondino. Anzi.
La prosa deve essere immaginifica, se vuole abbattere certi muri: deve correre fuori dai percorsi stabiliti, ribellarsi a divieti e orari, affacciarsi spavalda alle luci troppo forti per confondere chi osserva e raggiungere un punto cieco. Serve una prosa in fuga per raccontare tanta claustrofobia. Anche le protagoniste sono diverse. Almarina è una ragazzina romena di sedici anni ("o quello che ne resta, dopo che il padre la violentò e la rovinò di mazzate") che in carcere trova una madre. Romy Hall è una madre la cui responsabilità genitoriale è decaduta, una madre consapevole di non potere più rivedere il figlio di sette anni, che verrà dato in affidamento, chissà dove e chissà a chi.
In comune hanno un passato randagio, e tanta violenza subita. Almafina, stuprata e picchiata dal padre, è scappata in Italia con il fratello, su un camion, e per pagarsi quel viaggio si è prostituita. Romy è cresciuta nelle periferie di San Francisco, ín compagnia di ragazzi che non avevano alternativa alla droga, per poi finire al Mars Room a fare la spogliarellista e la ballerina di lap dance. Entrambe sono colpevoli, eppure di un'innocenza struggente.
Almarina, fuggita e trovata, finita in una comunità, "il reato migliore l'ha fatto quando ha rubato un telefonino". Romy Hall ha due ergastoli perché ha ucciso un cliente ossessionato da lei, che la perseguitava. Forse la giuria avrebbe capito quel gesto disperato, se non le fosse capitato un avvocato d'ufficio logorato dalla burocrazia e da tribunali che davanti agli ultimi si trasformano in macchine stanche e frettolose.
In comune hanno anche un'altra cosa: si fanno amare dal lettore. Romy attraverso il suo racconto picaresco, in prima persona, che si mescola a quello di altri personaggi (Rachel Kushner si cala nella feccia, assume tante voci di criminali, o di disperati), e Almarina attraverso lo sguardo della sua insegnante, Elisabetta Maiorano, la narratrice del romanzo di Valeria Parrella. Elisabetta è una donna di cinquant'anni, vedova, che dà lezioni di matematica ai ragazzi di Nisida e quando torna a casa non riesce a lasciarsi il carcere alle spalle ("E se esci nell'ora della partita, uscire è più dolce.
Basta non guardarli davvero quando si va, e tu devi andare per forza di legge, e loro devono restare per forza di legge. È, questa separazione, disumana"). Un po' come Gordon Hauser, l'insegnante del romanzo dí Kushner, la cui vita è risucchiata dalle detenute. Anche lui non può fare a meno di pensare sempre a loro, a Romy in particolare, di cui si sta innamorando. Ma lei è "vietata", come quasi tutto in carcere. Vietato camminare scalzi. Vietato tenere le mani in tasca. Vietato urlare. Vietato ridere sguaiatamente. Vietato piagnucolare (Ridurre il pianto al minimo). Vietato tenersi per mano. Vietato abbracciarsi.
Non c'è scritto, ma a Stanville è vietato amare. Anche a Nisida è vietato amare, o comunque è sconsigliato. Ma per Elisabetta è un colpo di fulmine, e non può farci niente. "Voi che giudicate siete disposti a credere ai colpi di fulmine, ma altre forme d'amore improvviso vi mettono in sospetto", scrive Valeria Parrella. "Le amicizie sembrano maliziose, l'amore per i discepoli riverbera di paternalismo e l'ammirazione profonda per gli anziani pare sia coperta da chissà quale mancanza nascosta nel passato.
Volete che l'amore proceda per gradi, vorreste intravederne un percorso lineare, guardare, morbosi, tutto. Invece no, non si guarda: il cuore è opalino e gli esami di coscienza sono per gli infelici. Io mi sono legata ad Almarina così, mentre guardavamo il mare, e le ho raccontato che mio marito era un magnifico nuotatore".
L'amore di Elisabetta per Almarina è destinato a cambiare la vita a entrambe, quello di Gordon per Romy invece può essere vissuto solo come una fantasia non pattugliata dal dipartimento di correzione. E soprattutto è diversa la misura. Il legame fra Elisabetta e Almarina è il perno del romanzo di Valeria Parrella, è l'amore che supera le barriere, mentre quello fra Gordon e Romy, nel libro di Rachel Kushner, è solo l'ennesima possibilità mancata in due vite a cui non è stata concessa nessuna possibilità, a priori, un amore marginale fra marginali.
Rachel Kushner, con cupezza e con allegria, racconta i persi. I persi, non i perdenti, perché è gente che non ha mai immaginato di vincere. L'unico personaggio che si concede fantasie di riscatto, Betty, lo fa in modo megalomane - e sta nel braccio della morte. Almarina e Romy hanno in comune il sentimento del presente, ma non il sentimento del domani.
Qui sta il grande scarto. Romy Hall sa che da Stanville non uscirà mai ("Lei ha due impegni a tempo indeterminato con lo Stato, Hall. Non va proprio da nessuna parte"). Romy è cresciuta fra gente spacciata in partenza, che non si poteva permettere il lusso di sognare un domani ("Amavamo più la vita che il futuro"). E mentre viene circondata, dopo un tentativo di fuga, le tornano in mente i bagni nell'oceano, davanti a un cartello: zona a rischio annegamenti. "Non abbiamo mai avuto paura di annegare. La morte non era contemplata nel nostro futuro. Nessuno vive nel futuro. Il presente, il presente, il presente. Questo continua a essere la vita".
Almarina "sa che quello che non è presente alla vista non esiste più", ma ha "la luce del futuro negli occhi: e il futuro comincia adesso". E mentre lei e Elisabetta guardano il mare quel domani diventa patto, promessa, e loro "donne in divenire". E "da dentro il corpo di Almarina in vincoli" uscirà "Almarina libera". Ecco la vera, profonda, differenza: "Almarina" è una storia di speranza, storia d'amore con tutta la lucentezza del cambiamento a cui ogni amore porta, "Mars Room" è una storia di disamore, accumulato e continuo, come una condanna.
Eppure anche in Kushner qualcosa si salva: l'amore per la vita in sé, nonostante tutto. Non splende come il mare intorno a Nisida. È più simile a una torcia in faccia, ma pur sempre una luce è. Questi due romanzi, ciascuno per la sua via, ma con la stessa potenza di sguardo, di lingua e di umanità, riescono a "divellere quella partenza iniziale a cui tanto abbiamo creduto: che si diventa professori, o condannati, o artisti, o giudici perché siamo diversi dentro. Mentre proprio lì dentro", per usare le parole di Parrella "siamo tutti uguali".
di Aboubakar Soumahoro
L'Espresso, 11 agosto 2019
A un anno dall'incidente costano la vita a tre lavoratori immigrati nelle campagne del Foggiano nulla è cambiato al Sud. Ma nemmeno rispetto al 1906. Era il 4 agosto del 2018 quando Aladjie Ceesay, Ali Dembele, Moussa Kandee Amadou Balde persero la vita in un incidente sulla strada provinciale 105 tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri in provincia di Foggia.
Il sangue rosso di questi giovani braccianti cosparso sull'asfalto si era mischiato con il liquido rosso dei pomodori sparso sul bitume della provinciale 105. Nel pomeriggio del 6 agosto 2018, a distanza di 48 ore di questa tragedia, Ebere Ujunwa, Baofudi Cammara, Alagie Ceesay, Alasanna Darboe, Eric Kwarteng, Romanus Mbeke, Djoumana Djire, Hassan Goultaine, Anane Kwase, Moussa Toure, Lahcen Haddouch e Joseph Avuku persero la vita in un altro incidente sulla statale 16 nei presi di Lesina, sempre nel Foggiano. Fu un'estate drammatico che segnò, in soli due giorni, la morte di sedici lavoratori della filiera agricola. Purtroppo la classe politica, tranne poche eccezioni, reagì a quell'agosto funestato dalla morte con dichiarazioni fugaci di circostanza che si esaurirono nel breve istante emotivo impotentemente succube della dittatura del presentismo sempre più incapace di essere empatica.
Oggi le condizioni dei lavoratori della terra continuano a richiamare per certi aspetti quelle dei braccianti di ieri, specialmente per quanto concerne la miseria e l'abbrutimento lavorativo e sociale. A questo riguardo, un'inchiesta parlamentare del 1906 asseriva che "nel Sud d'Italia le condizioni di vita dei lavoratori della terra sono disperate, segnate dalla grande miseria e dallo sfruttamento disumano che i grandi proprietari terrieri impongono alla manodopera, attraverso tariffe irrisorie, orari estenuanti e diritti negati. Inoltre l'andamento ciclico dell'economia agraria, legato alle condizioni climatiche e all'esito dei raccolti, si abbatte come una scure sui piccoli coltivatori e sugli affittuari, sui salariati fissi e, in modo ancora più drammatico, sui braccianti a giornata, i quali ogni mattina, all'alba, nelle piazze dei principali paesi, conoscono il loro destino di lavoratori o disoccupati".
A distanza di circa un secolo da quest'inchiesta parlamentare, le condizioni disumane subite dai lavoratori della filiera agricola non sono mutate. L'unico cambiamento avvenuto nel corso degli anni ha riguardato la composizione della classe lavoratrice, diventata nel frattempo eterogenea dal punto di vista della provenienza geografica-culturale e della pluralità linguistica. Per sfidare questa disumanità è necessario avere lo stesso zelo e la medesima tenacia di Giuseppe Di Vittorio, resistendo nel contempo alla tentazione che tende da un lato a semplificare una questione complessa etnicizzandola, al fine di celare l'assenza di un reale piano per la tutela dei lavoratori, e d'altro lato a distrarre l'opinione pubblica, con lo scopo di impedirla a risalire alla catena di produzione e di comando della filiera agricola che continua a generare miliardi di profitti mentre si affamano lavoratori e contadini.
La sindacalizzazione di questi braccianti è sicuramente uno strumento indispensabile al fine di cambiare e migliorare le condizioni salariali, di previdenza e di sicurezza sul lavoro dei medesimi lavoratori. Tuttavia, l'agire sindacale deve essere associato ad altri strumenti al fine di garantire un profondo e permanente sradicamento della disumanità che alberga in alcuni processi produttivi della filiera agricola. A questo riguardo, la sindacalizzazione dei lavoratori dovrebbe essere accompagnata anche da un consumo critico e consapevole, che permetterebbe di costruire una salda alleanza tra i consumatori, i lavoratori e i contadini/produttori, se si desidera assicurare giustizia sociale in un settore che continua a essere nevralgico per l'economia del nostro paese.
Tuttavia, l'efficacia dello strumento del consumo critico e consapevole rischia di essere minata dalla dimensione esclusiva che caratterizza ormai i prodotti biologici. Questa sembra essere un'altra ingiustizia che serpeggia nella filiera agricola e che colpisce principalmente i consumatori. Purtroppo il potere politico, succube del potere economico, sembra aver abdicato al proprio ruolo di tutelare i lavoratori e i consumatori del settore agroalimentare dai giganti della Grande Distribuzione Organizzata. A mio avviso, sarebbe importante che lo stato garantisse l'eticità lungo la catena di produzione e di comando della filiera agricola. Questo sarebbe probabilmente il miglior modo per onorare il ricordo di Paola Clemente e di tutti i lavoratori braccianti morti mentre andavano a raccogliere i prodotti alimentari che finiscono sulle nostre tavole.
di Stefano Anastasìa*
Ristretti Orizzonti, 11 agosto 2019
A nome della Conferenza dei Garanti delle persone private della libertà nominati dalle Regioni e dagli Enti locali, esprimo la nostra solidarietà e vicinanza al Garante nazionale oggetto di una pretestuosa polemica rinfocolata oggi dai sottosegretari leghisti alla Giustizia e all'Interno.
Le competenze del Garante nazionale su qualsiasi condizione di privazione di libertà, quali quelle che si consumano sulle navi da cui viene vietato lo sbarco, sono chiare e stabilite dal Protocollo addizionale alla Convenzione delle Nazioni unite contro la tortura. Come trasparente è l'indennità percepita dai componenti dell'ufficio, perché fissata per legge.
Spiace che motivazioni evidentemente politiche spingano autorevoli esponenti di governo a tentare di delegittimare un'autorità di garanzia indipendente che svolge delicate funzioni anche per conto delle organizzazioni internazionali cui l'Italia aderisce. Speriamo che l'incerta situazione politico-istituzionale non spinga i diversi attori a trascendere dai loro ruoli e responsabilità.
*Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà e Garante per le Regioni Lazio e Umbria.
di Antonella Baccaro
Corriere di Bologna, 11 agosto 2019
Il presidente del Tribunale risponde a Salvini dopo gli attacchi per la sentenza di Bologna che gli dà torto. Caruso e la riforma invocata dal Carroccio: "Inquietante, la magistratura è indipendente".
Dopo la rabbia del ministro dell'Interno Matteo Salvini e gli attacchi ai giudici bolognesi che hanno rigettato il ricorso del Viminale contro l'ordinanza per l'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo, il presidente del Tribunale Francesco Maria Caruso difende la sentenza. "La legge è uguale per tutti, il Viminale non si era costituito in primo grado, perciò il ricorso in Appello era inammissibile, non ci sono privilegi per il Ministero dell'Interno". E sulla riforma della giustizia auspicata da Salvini: "È inquietante, i giudici sono indipendenti".
Il Tribunale di Bologna torna nel mirino delle critiche del ministro Matteo Salvini, dopo la bocciatura del ricorso presentato dal Viminale contro l'ordinanza che imponeva al sindaco di Bologna Virginio Merola l'iscrizione all'anagrafe di una donna richiedente asilo. "Dai giudici di Bologna un'altra sentenza a favore degli immigrati, nonostante il ricorso del mio ministero" ha scritto due giorni fa il vicepremier su Twitter.
Questa volta, però, il presidente del Tribunale Francesco Maria Caruso, solitamente poco incline a farsi trascinare nella mischia di dichiarazioni e controdichiarazioni tra politici e magistrati, risponde a distanza al ministro e difende l'operato dei "suoi" giudici. "Mi ha colpito molto quel "nonostante". Cosa significa "nonostante"?
Che il ricorso avrebbe dovuto essere accolto - si chiede Caruso riferendosi al tweet di Salvini - perché lo presentava il ministro degli Interni? Ma il fatto di essere il ministro degli Interni non gli dà un privilegio di accoglimento. Non è che se il Viminale presenta appello ha una corsia preferenziale. La legge è uguale per tutti".
Riavvolgiamo il nastro: a maggio la giudice bolognese Matilde Betti aveva ordinato al sindaco l'iscrizione all'anagrafe di due richiedenti asilo, tra cui la donna armena a cui il Comune aveva prima negato l'iscrizione sulla base del decreto sicurezza. Già quella decisione, bollata come "vergognosa", aveva scatenato le critiche del ministro, che poi aveva dato mandato all'Avvocatura di Stato di presentare per conto del Viminale un ricorso, ora rigettato da un nuovo collegio giudicante.
Con tono pacato ma fermo, Caruso torna a spiegare, come già ha fatto nella sentenza il collegio presieduto dalla giudice Angela Baraldi, perché appunto quel ricorso del Viminale sia "inammissibile", come peraltro ha stabilito in un'analoga vicenda anche il Tribunale di Firenze. "C'è una giurisprudenza consolidata, tante pronunce della Cassazione. È una questione puramente tecnica - osserva Caruso - e procedurale. Non siamo entrati neanche nel merito della vicenda, non si può parlare di "sentenza a favore di qualcuno", non c'è nulla nelle motivazioni che riguardi il merito della questione. Il Viminale non si era costituito nel giudizio di primo grado, non poteva stare in Appello. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché si è ritenuto che non avendo proposto ricorso il sindaco (che invece si era costituito nel giudizio di primo grado e quindi era l'unico titolato a farlo, ndr), non poteva farlo il ministro. Punto e basta".
Il collegio, presieduto da Baraldi e composto dalle giudici Maria Cristina Borgo e Alessandra Cardarelli, ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso proprio sulla base del fatto che in un procedimento giudiziario una parte che non si è costituita nel primo grado non può presentare ricorso in Appello, a meno che non sia una figura litisconsorte necessaria, come ad esempio nelle successioni ereditarie, ma non era questo il caso. Le giudici, infatti, hanno bocciato anche questa motivazione sostenuta dal Viminale, che peraltro si era costituito anche a nome del sindaco di Bologna. "Il Viminale - osserva ancora Caruso - non era neanche parte necessaria. Se si vuole partecipare ed essere sempre rappresentati in questo tipo di giudizi, il ministro dia istruzioni preventive e generalizzate all'Avvocatura di Stato che valgano per tutti".
Ma Salvini invece, infuriato per la bocciatura del ricorso, pensa piuttosto a una "riforma della giustizia", che ha auspicato, o minacciato a seconda dei punti di vista, verrà messa in pratica dal prossimo governo. Per il presidente del Tribunale di Bologna è "una dichiarazione inquietante. I giudici sono indipendenti, si vuole forse renderli dipendenti dalla politica? Per il momento non si può". Infine il presidente Caruso torna a difendere l'operato dei giudici bolognesi: "Il Viminale non era parte necessaria, la legge non prevede che in primo grado debba stare necessariamente in giudizio il Viminale, c'è il Comune e se il ministro vuole può intervenire, se non interviene si fa a meno della sua presenza. Abbiamo solo applicato la legge, cos'altro potevamo fare?".
di Claudia Baccarani
Corriere di Bologna, 11 agosto 2019
"Italiani, datemi i pieni poteri" ha detto Matteo Salvini davanti alla solita folla adorante, a Pescara. Il leader leghista che negli ultimi giorni tra crisi di governo e comizi forzati è apparso quanto mai provato ma comunque ben deciso a non arretrare di un millimetro, ha un pregio che nemmeno il critico più acceso non può non riconoscergli: quello che dice, tende a pensarlo (e a volerlo fare) davvero.
Che poi ci riesca, evidentemente è un altro affare, anche perché alla prova dei fatti spesso non dipende soltanto da lui. Non ancora, almeno, come pare vorrebbe. L'ultimo clamoroso caso è scoppiato a Bologna, terra ingrata di soddisfazioni per Salvini fino a questo momento (a differenza dell'amata e frequentatissima spiaggia romagnola).
L'occasione, la decisione del Tribunale di Bologna di bocciare il ricorso presentato dal Viminale contro la pronuncia del giudice Matilde Betti che, qualche mese fa, diede ragione a una richiedente asilo (armena) in merito all'iscrizione all'anagrafe del Comune di Bologna. In pratica, nella lettura salviniana i giudici, allora come ieri, con la loro decisione non avrebbero applicato la legge (in modo più o meno criticabile, ci mancherebbe), ma perpetrato un'offesa ad personam.
A cui rispondere con un attacco altrettanto ad personam. "Un'altra sentenza a favore degli immigrati, nonostante il ricorso del mio ministero. Il prossimo governo dovrà fare una vera riforma della Giustizia, non viviamo in una repubblica giudiziaria", ha tuonato. Affermazioni che mettono in dubbio uno dei principi fondanti l'ordinamento democratico italiano: la separazione dei poteri, di cui quello giudiziario è un pilastro irrinunciabile.
Perché con le sue affermazioni - affidate tra l'altro al solito cinguettio via social dalla sua potente macchina comunicativa - Salvini dice questo: la decisione non mi piace, quindi i giudici vanno messi nelle condizioni di non poterla più prendere. Insomma, se una legge va contro a quello che ho scritto in un decreto, si cambia la legge. O, chissà, magari un giorno addirittura i giudici stessi. I quali, tra l'altro, hanno anche un grande svantaggio rispetto a Salvini, non godendo certo di grande popolarità tra gli italiani.
Non per colpa del leader della Lega, in questo caso. Resta l'amaro in bocca per lo stillicidio di dichiarazioni e attacchi sollevati attraverso i social, come se il mezzo (il media), di per sé frivolo rispetto alle paludate (vetuste) dichiarazioni affidate a tradizionali comunicati stampa, potesse in qualche modo nascondere la gravità di certe affermazioni.
Non è così. Un ministro è un ministro e certe parole pesano, ovunque siano state pronunciate. "Propaganda", le ha liquidate il sindaco Merola. Forse, tuttavia l'assordante silenzio di voci e ragionamenti alternativi hanno consegnato a Salvini l'egemonia comunicativa (dunque politica, se i sondaggi di questi giorni dicono il vero) di questa torrida estate. Quando si arriva a parlare solo alle pance, è perché non si è più in grado di parlare alla testa degli italiani.
di Federico Fubini
Corriere della Sera, 11 agosto 2019
Per uno scherzo del destino di quelli cui l'Europa è maestra, i trent'anni della sua riunificazione sembrano destinati a coincidere - giorno su giorno - con un autunno imprevedibile come pochi nella storia recente. Trent'anni fa a inizio novembre cadeva il muro di Berlino. Fu il culmine di tre mesi durante i quali cento milioni di persone camminarono, letteralmente, fuori dal comunismo e verso un mondo dai confini quasi invisibili. Trent'anni dopo si direbbe che l'Europa abbia deciso di celebrare quei giorni ricordando a se stessa cosa significa il suo passato: le fratture interne alla società prodotte dall'odio ideologico, le frontiere dalle sbarre abbassate, l'incertezza. Se davvero l'Italia voterà in ottobre o inizio novembre, nei giorni in cui trent'anni fa decine di migliaia di berlinesi premevano ai varchi nel Muro, lo farà in un autunno da cui oggi nessuno sa dire quale Europa possa uscire.
Perché il ritorno delle frontiere vistose, lente e difficili da attraversare non è solo una metafora. Accadrebbe per la prima volta dal 1989 fra Paesi europei se davvero la Brexit, la prima secessione di uno Stato dall'Unione europea, sarà davvero "hard" come la minaccia il nuovo premier di Londra Boris Johnson per il 31 ottobre. Tornerebbe una costosa frontiera doganale a Dover e attraverso la Manica. Tornerebbe soprattutto a dividersi l'Irlanda, fra repubblica a Sud e regno a Nord, abbattendo il primo pilastro degli accordi di pace di ventidue anni fa. Uno choc economico, lo strappo senza accordi della terza economia europea e della capitale finanziaria del continente, coinciderebbe così con uno politico: dall'Irlanda del Nord alla Scozia, una hard Brexit rimetterebbe in discussione l'integrità territoriale del Regno Unito: ennesima dimostrazione - come rivela anche il caso catalano, come sosteneva Umberto Bossi nel 1994 - che l'appartenenza all'insieme europeo è la migliore garanzia di unione territoriale dei singoli Paesi che la compongono.
È possibile, anche probabile, che la Brexit segua di poco o si consumi a cavallo di nuove elezioni in cui Boris Johnson cercherà una sua maggioranza nazionalista. Ma la Gran Bretagna e l'Italia non sono le uniche due grandi eretiche d'Europa che si avvicinano alle urne. A metà ottobre lo farà anche la Polonia, demograficamente il quinto Paese della Ue post-Brexit, ideologicamente divisa lungo linee simili a quelle italiane o inglesi: nazionalisti contro cosmopoliti, identitari contro liberali, partigiani della società chiusa e omogenea contro chi chiede tolleranza e diversità. I primi, i nazionalisti al potere di Legge e Giustizia, sono favoriti. La sola certezza oggi, come trent'anni fa, è che ciò che accade in Polonia non si ferma in Polonia: è un segno del tempo, magari un segno del futuro.
Allora, nel 1989 e negli anni seguenti, l'America di George Bush padre (e poi di Bill Clinton, di Bush figlio, di Barack Obama) seguiva gli eventi in Europa con una priorità: tenerla unita e alleata a sé. L'America di Donald Trump per la prima volta invece non si limita a corteggiare le forze della disunione o del nazionalismo: dai sovranisti d'Italia a Boris Johnson, al premier ungherese Viktor Orbán che si autodefinisce "illiberale". Trump medita di fare di più: aprire una guerra commerciale con l'Unione europea colpendo al cuore l'industria di Italia, Francia e Germania. Le procedure sono pronte a Washington perché da novembre possano scattare nuovi dazi all'import di auto europee. Le ritorsioni a tappeto della Casa Bianca per i sussidi all'industria aeronautica europea (dove pure l'Italia è in seconda fila) sono a uno stadio anche più avanzato. Sviluppi simili possono esserci anche sui prodotti agricoli e altre ritorsioni aleggiano perché alcuni governi europei (Italia inclusa) osano provare a far pagare un po' di tasse ai colossi del Big Tech americano.
Trump affronterà lo scontro con Bruxelles soprattutto se nel frattempo avrà raggiunto una tregua con la Cina. Ma per l'Europa non è comunque un buon momento. In Italia l'economia resta come paralizzata, anche dall'incertezza politica. L'industria tedesca, in recessione da tempo, sta dando segnali pessimi questa estate e forse non è solo un virus passeggero: la prima economia d'Europa si scopre in ritardo nella curva tecnologica, dall'auto elettrica al 5G, mentre per l'export sembrano finiti i trent'anni gloriosi di globalizzazione partiti proprio in quelle notti dell'autunno 1989.
È su questo sfondo che l'Italia arriva alle sue elezioni anticipate, con un bilancio pubblico difficile e tutto da scrivere. L'Europa ci arriva con nuove leader in carica dal primo novembre sia alla Commissione che alla Banca centrale europea. Entrambe, Ursula von der Leyen e Christine Lagarde, molto apprezzate. Entrambe da mettere alla prova in un'Europa in cui ogni passo falso, trent'anni dopo, può costare davvero caro.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 11 agosto 2019
Jeffrey Epstein, il finanziere americano accusato di decine di abusi sessuali su ragazze minorenni, anche di soli 13 anni, è morto in prigione nella sua cella di Manhattan. Secondo l'Fbi si tratterebbe di suicidio; già il mese scorso, una settimana dopo che gli fosse negata la libertà su cauzione, Epstein aveva probabilmente tentato il suicidio ed era stato trovato incosciente nella sua cella, con segni sul collo. Il 6 luglio Epstein era stato arrestato all'arrivo negli Usa dalla Francia e rischiava una condanna all'ergastolo: i pubblici ministeri federali di Manhattan avevano accusato il 66 enne Epstein di traffico sessuale tramite un elaborato sistema predatorio. E così facendo avevano riportato l'attenzione su come il miliardario, che possedeva case lussuose, un jet privato e aveva accesso ai circoli più esclusivi, fosse sfuggito a una pena severa durante una precedente indagine che si era svolta nel 2008 in Florida.
A quei tempi Epstein aveva evitato le accuse penali federali per sfruttamento e istigazione alla prostituzione, dopo che i pubblici ministeri avevano mediato un accordo molto controverso che gli aveva permesso, durante i 13 mesi di carcere, di lasciare la prigione per 12 ore al giorno, sei giorni alla settimana, per lavorare nel suo ufficio in Florida. La nuova accusa federale del molto meno permissivo tribunale di Manhattan, aveva, invece, allargato le indagini anche ad una serie di persone collegate ad Epstein includendo politici, imprenditori, personalità del mondo accademico, della scienza e della moda tra cui Donald Trump, Bill Clinton, il principe Andrea di Gran Bretagna e il miliardario Leslie Wexner.
Qualche ora prima del ritrovamento del corpo del miliardario, era stato depositato alla Corte federale di New York un dossier che conteneva anche la deposizione di Virginia Roberts Giuffre, una delle testimoni più importanti nell'inchiesta che aveva portato all'arresto di Epstein. La donna lo aveva accusato di essere stata tenuta come "schiava del sesso" quando era minorenne e costretta ad avere rapporti sessuali con personaggi importanti tra cui il famoso avvocato Alan Dershowitz, personaggio televisiva e professore emerito ad Harvard, l'ex governatore dello Stato del New Mexico, Bill Richardson, e l'ex senatore George Mitchell.
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