La Gazzetta di Lucca, 28 giugno 2019
La commissione sociale del comune di Lucca ha incontrato la Garante per i detenuti della Casa circondariale di Lucca, Alessandra Severi, che ha iniziato da un paio di mesi la sua attività - è scritto nella nota. Erano presenti altresì alla seduta di commissione alcuni operatori del volontariato in carcere oltre che l'assessore Lucia Del Chiaro e Aldo Intaschi, funzionario che si occupa delle faccende del carcere.
I rapporti fra carcere e amministrazione si sono fatti più stretti: si sono avuti vari incontri anche con il nuovo direttore e il suo staff per mettere a fuoco i problemi e mettere a punto sinergie e interventi non solo con l'amministrazione, ma anche con il volontariato che per altro sta operando e bene all'interno del carcere. In particolare la Caritas con i vari progetti attivi nei vari settori e il Gvc (gruppo volontari carcere) che opera sia all'interno che all'esterno offrendo inserimento dopo lo sconto della pena a coloro che non hanno dove andare".
"La garante - prosegue la nota - ha parlato della vita del carcere, della necessità di aumentare lo scambio con l'esterno perché il carcere non sia solo un momento punitivo e di recupero. E in questo senso ha sollecitato a creare nuove opportunità di lavoro sia per rendere autonomi economicamente i detenuti rispetto alle famiglie sia per occupare dignitosamente il tanto tempo a disposizione. Oggi ci sono vari laboratori: teatro, pittura, riparazione biciclette, lingua. C'è anche un corso tenuto dal Cpia che però ha bisogno di essere incentivato, in modo che la permanenza nel carcere possa essere utilizzata soprattutto per gli stranieri che sono circa la metà per imparare l'italiano.
Particolare interesse ha suscitato l'intervento di Piergiorgio Licheni, operatore del Gvc che la raccontato la sua lunga esperienza tra i detenuti sia in carcere che fuori nel centro di accoglienza San Francesco, e Giulia Mariani della Caritas che ha parlato dei vari corsi che vengono effettuati durante l'anno. Intaschi poi ha parlato del progetto che l'amministrazione sta realizzando in accordo col direttore del carcere per la risistemazione della pavimentazione del campo sportivo interno che oltre ad offrire ai detenuti un gradito spazio di gioco insieme alla palestra potrà essere uno spazio aperto per alcuni eventi anche alla città.
Alla conclusione, la dottoressa Severi ha riferito della prossima apertura del padiglione nuovo che verrà utilizzato per ampliare gli spazi dei laboratori e delle attività dei detenuti". "Come ha detto l'assessore Del Chiaro - conclude Ciardetti - si respira aria di rinnovamento, entusiasmo e volontà di migliorare insieme (carcere, amministrazione e volontariato) la qualità di vita dei detenuti e aiutare il carcere a essere un momento di reale recupero per un reinserimento nella vita civile, una volta scontata la pena.
di Mauro Cozzoli*
Avvenire, 28 giugno 2019
La gratuità apre le porte, anche le più ermetiche, come quelle di un carcere. La gratuità è sincera, perché disinteressata, senza secondi fini: intenzionata solo dal bene da fare. La gratuità è disarmante: è l'arma degli inermi. Non si lascia vincere dal male, ma vince il male con il bene: il male in ogni sua forma: fisica, affettiva, spirituale, morale.
Si china per fasciare le ferite, curare e sanare. La gratuità è libertà: libera dalle grettezze dell'ego e dall'affanno del tornaconto e del profitto. Libera per il dono: l'amore a perdere. Che è la fonte del vero guadagno, del giovamento dell'anima: "Che giova all'uomo - domanda il Vangelo - guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?" (Mc 8,36).
La gratuità è ricompensa a se stessa, perché dilata il cuore nel dare, ma anche e ancor più nel ricevere dall'altro, dal suo stupore, dal suo sorriso, dallo sguardo commosso e grato. La gratuità è gioia di essere dono. Gioia che riempie dentro e trabocca fuori: tracima contagiando e conquistando alla causa del dono.
È questa la semantica e la dinamica del volontariato: questo potenziale di valore e di azione, nei variegati campi del bisogno e della promozione umana, da ascrivere a grande merito e patrimonio della nostra gente, fermentato in modo singolare e preminente dal lievito di amore del Vangelo. Potenziale di solidarietà, che come un fermento appunto, poco vistoso ma efficace, tesse la trama di umanità della nostra società, facendosi carico di tante miserie e indigene, apprensioni e disagi altrimenti inascoltati e disattesi.
Contribuendo nel contempo alla elevazione e al consolidamento morale degli standard valoriali ed educativi, che una cultura dell'affare e del vantaggio tende a erodere e indebolire. Ho iniziato con un riferimento specifico al carcere, uno dei luoghi di miseria e marginalità più penosi e problematici. Da cui mi è suggerita questa riflessione, per aver condiviso da poco tre giorni di volontariato tra i carcerati, nella colonia penale dell'isola di Pianosa.
Esperienza vissuta con 15 dei numerosi medici dell'area cardiologica e vascolare del Policlinico "Gemelli" di Roma che, su iniziativa e sotto la guida del professor Massimo Massetti, primario cardiochirurgo, danno vita alla Onlus "Dona la vita con il cuore". Organizzazione di volontariato che si porta nelle periferie geografiche ed esistenziali di Roma e d'Italia, per offrire ai più poveri possibilità mediche di prevenzione, diagnosi, terapia e controllo delle malattie cardiovascolari, non altrimenti fruibili.
A Pianosa era la terza volta. Per cui i semi della gratuità avevano attecchito e portavano frutti. Si aprivano le porte del carcere. Non solo "in entrata" per i volontari, le cui cure cominciavano dalla condivisione di vita coi detenuti, che aprivano i loro spazi (le loro celle, la loro cucina) alla convivialità.
Ma anche "in uscita" per i carcerati, che ci raggiungevano negli ambulatori da campo allestiti fuori, nella condivisione di esperienze, nella esplorazione ambientale e culturale dell'isola, nella preparazione e consumazione dei pasti. Insieme: volontari, detenuti, direttore del carcere, guardie e polizia penitenziaria, amici di Pianosa.
Il momento clou: la Messa di Pentecoste, da tutti vivamente partecipata nella chiesa dell'isola. Miracolo della gratuità! Abbatte le distanze, vince le diffidenze, libera da paure, integra le diversità, avvicina i lontani, conquista alla fiducia, fa sentire amici, trasforma un detenuto in un fratello e gli apre il cuore alla speranza.
*Teologo moralista, Pontificia Università Lateranense
di Andrea D'Aurelio
ondatv.tv, 28 giugno 2019
La produzione di manufatti in legno idonei a soddisfare l'intero fabbisogno nazionale di arredi carcerari, attraverso il lavoro dei detenuti. È il progetto, finanziato con le risorse del Pon Inclusione 2014-2020, che prevede un modello sperimentale di intervento per il lavoro e l'inclusione attiva delle persone in esecuzione penale, presso la casa circondariale di Sulmona.
Il progetto prevede la presa in carico globale dei detenuti, che comprende gli aspetti psico-sociali, formativi e lavoristici degli stessi e la successiva erogazione di attività di formazione e qualificazione delle competenze del settore della falegnameria da parte di soggetti titolati.
È prevista la formazione di 45 detenuti che conseguiranno la qualifica di "Falegname", rientrante nel Repertorio delle Figure Professionali della Regione Abruzzo, attraverso corsi della durata di minimo 400 ore, tra formazione teorica e formazione pratica, per la quale i detenuti percepiranno una indennità oraria di frequenza. Successivamente sarà avviata una vera e propria start up dell'azienda di produzione di manufatti in legno all'interno dell'Istituto Penitenziario.
Una parte dei detenuti formati sarà avviata a tirocini presso aziende del settore del legno del territorio mentre coloro che, già formati, devono scontare periodi di detenzione di lunga durata, saranno coinvolti in supporto alla formazione di nuove figure professionali. Il finanziamento arriva dalla Direzione generale per il coordinamento delle Politiche di Coesione del Ministero della Giustizia per un importo complessivo di 750 mila euro.
di Giulia Antenucci
pescaralive.it, 28 giugno 2019
Si tratta di "Oltre le barriere", il progetto che il 6 e 7 luglio 2019 porterà nove ragazzi, detenuti nella Casa Circondariale di Pescara, in pellegrinaggio al Santuario di Loreto. L'iniziativa è promossa dalla Sottosezione di Pescara dell'Unitalsi nell'ambito del pellegrinaggio regionale. I detenuti saranno affiancati da due esterni e svolgeranno attività di servizio al fianco degli altri volontari dell'associazione.
Sono ormai quattro anni che la Sottosezione dell'Unitalsi di Pescara ha avviato la collaborazione con il carcere, prima portando "pellegrina" la Madonna di Lourdes e l'anno successivo la Madonna di Fatima. Dal 2017 è stato realizzato quello che era un forte desiderio: coinvolgere i detenuti al servizio all'altro. Ciò è stato possibile attraverso l'amicizia con Suor Livia Ciaramella, responsabile dei percorsi rieducativi all'interno dell'istituto di pena.
I nove ragazzi, individuati in base al loro percorso e alla loro storia giudiziaria, hanno risposto con entusiasmo. Il mese scorso, i giovani sono stati coinvolti in tre momenti d'incontro e formazione: il primo, il 10 giugno, con il focus sull'associazione e Lourdes, il secondo, il 17 giugno, su Loreto, e il terzo sul servizio di volontariato, il 24 giugno, con particolare attenzione al refettorio e all'esterno nel contesto delle celebrazioni del pellegrinaggio, i servizi in cui saranno impiegati i detenuti.
"Non è la prima volta che coinvolgiamo i detenuti nelle nostre iniziative", spiega Federica Bucci, presidente della Sottosezione Pescara, "dall'anno scorso partecipano anche a eventi come la Giornata Nazionale, che accoglie i volontari segnalati dalle educatrici o in affido ai servizi sociali, che sono a fine pena. Siamo molto grati a Franco Pettinelli, l'ex-direttore del carcere grazie al quale tutto questo è stato possibile, e salutiamo con gioia la nuova direttrice, Lucia Di Feliciantonio. Siamo certi che in futuro ci saranno tante occasioni per migliorare la nostra collaborazione con nuove modalità e proposte".
"Andare oltre le barriere significa superare quelle del carcere, quelle del pregiudizio, quelle causate dalla malattia e dalla disabilità", conclude Bucci, "I detenuti hanno l'occasione di avere un rapporto diretto con la società, di uscire dalle loro celle e andare incontro ai loro fratelli malati e con disabilità per aiutarli a vivere l'esperienza del pellegrinaggio. Questo è lo scopo del progetto, e il motivo per cui è così importante per noi".
La Repubblica, 28 giugno 2019
Una birra che si chiama "Malnatt", termine dialettale milanese che veniva usato per indicare i "nati male ma che lottano per cambiare il proprio destino", non poteva che nascere per aiutare chi sta in carcere a ripensarsi, a rinascere. È un progetto che potrà dare lavoro a una decina di detenuti di San Vittore, e degli istituti di Opera e Bollate.
Se di questa birra dal nome strano ne verranno venduti almeno mille ettolitri, i tre penitenziari avranno 20 mila euro da investire subito in progetti di reinserimento sociale e magari anche di ristrutturazione degli spazi. E se davvero il progetto dovesse decollare con l'arrivo di ordini per grandi quantitativi di birra, lo sviluppo ulteriore potrebbe essere anche quello di produrre la bevanda direttamente in carcere, come già succede a Rebibbia.
L'idea è nata dalla riflessione di Massimo Barboni, che nel campo delle birre lavora da tempo e che sa come anche i grandi marchi internazionali oggi puntino molto sui prodotti artigianali e locali e sulle birre che hanno dietro all'etichetta un contenuto, una storia particolare. Siccome vanno bene sul mercato le birre regionali, l'idea è che possa piacere al pubblico anche questa che è sicuramente a chilometro zero, perché verrà prodotta in una cascina vicino ad Abbiategrasso, la Morosina, che ha al suo interno un piccolo birrificio.
Ieri a Palazzo Marino, l'assessora al Lavoro Cristina Tajani ne ha parlato come di "un progetto tipicamente milanese sin dal nome, che coniuga alcuni dei tratti distintivi della nostra città come l'attenzione alla ricerca della qualità attraverso l'uso di materie prime a filiera corta e la capacità di saper intuire le tendenze del mercato: speriamo di poterla vendere anche attraverso il nostro consorzio Viale dei mille che già distribuisce altri prodotti del carcere".
L'idea di Barboni è stata fatta propria anche dal provveditore dell'amministrazione penitenziaria, Pietro Buffa, che come il suo predecessore Luigi Pagano crede molto nella molla del lavoro come strumento per favorire il reinserimento sociale e per evitare le recidive. Malnatt darà un'opportunità concreta di lavoro ad alcuni detenuti ed ex detenuti, presso l'azienda agricola La Morosina che è nel parco del Ticino, e di distribuzione presso la società Pesce, che è già pronta ad assumere il primo detenuto di Opera come magazziniere.
Le birre Malnatt, in distribuzione presso il canale Horeca (Hotellerie-Restaurant-Café), sono birre ad alta fermentazione, non pastorizzate, non filtrate e rifermentate in bottiglia o in fusto. Tre le linee prodotte e dedicate ai tre istituti carcerari di Milano: Malnatt San Vittore, birra chiara non filtrata di solo malto d'orzo; Malnatt Bollate, birra di frumento; Malnatt Opera, birra rossa. "I finanziamenti vengono da un pool di imprenditori lombardi che hanno trovato un accordo con il provveditorato alle carceri e con il Comune - spiega Barboni.
Riteniamo che sia una cosa buona per le carceri e verseremo il 5 per cento a favore di progetti di formazione per la polizia penitenziaria, per la ristrutturazione delle carceri, ma anche per le attività di reinserimento di chi sta scontando una pena".
Il Manifesto, 28 giugno 2019
Uno stralcio tratto da "Bisogna aver visto. Il carcere nella riflessione degli antifascisti", a cura di Patrizio Gonnella e Dario Ippolito (Edizioni dell'Asino). Il volume è un'antologia di testi raccolti da Piero Calamandrei in "Il Ponte" del 1949. I testi selezionati e ripubblicati integralmente sono di grandi personalità della resistenza come Vittorio Foa, Emilio Lussu, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Michele Giva, Giancarlo Pajetta, Carlo Levi, Leone Ginzburg, Ester Parri, Adele Bei, Lucio Lombardo Radice e vari altri).
Altiero Spinelli venne arrestato il 3 giugno 1927 a Milano e rimase in prigione fino all'aprile del 1937. Trascorse i dieci anni di carcere a Lucca, Viterbo e Civitavecchia. Scontata la pena, fu inviato per cinque anni al confino, prima nell'isola di Ponza; e poi in quella di Ventotene. Fu liberato il 18 agosto 1943, dopo la caduta di Mussolini.
Testo di Altiero Spinelli - "Durante il mio lungo soggiorno in carcere e al confino ho naturalmente avuto fin troppo agio di riflettere non solo sulle particolari condizioni in cui vivevo, ma anche sul principio stesso della pena carceraria. Durante i miei dieci anni di prigione ho assistito ad alcuni lievi addolcimenti della severità del regime carcerario. La segregazione cellulare è stata ridotta a più piccole proporzioni; la durata delle punizioni in celle di rigore è stata quasi dimezzata; i reclusi hanno visto il loro corredo accrescersi di calze e di una forchetta di legno; le biblioteche si sono arricchite; la pasta asciutta è stata distribuita cinque volte all'anno anziché tre; l'intervallo fra le visite dei familiari è diminuito, e si è ottenuto di scrivere lettere più frequenti. Non si trattava però che di lievi increspature su una superficie che rimaneva monotonamente eguale.
A pensarci bene, credo che, per quanto si voglia trasformare e perfezionare il carcere, non lo si può modificare in modo sostanziale. Naturalmente è possibile migliorare il cibo, rendere più igieniche le celle e le camerate, dare più svaghi e più lavoro, e simili. Ma ciò non altera il dato essenziale, che consiste nel tenere degli uomini in gabbia, nella impossibilità di sviluppare una vita normale, privi quasi completamente di una tutela giuridica.
Vorrei perciò parlarti non già di questo o quel difetto da correggere nel sistema carcerario, ma del suo significato profondo. Se non erro, il carcere è concepito comunemente come uno strumento di pena e di rieducazione alla vita civile. Per quel che possono valere le mie osservazioni ed esperienze, ti assicuro che si tratta di due grossolane mistificazioni.
L'uomo è nella sua media un animale talmente abitudinario da esser capace di soffrire solo se la pena è di breve durata. La condanna al carcere è sentita come una sofferenza per uno o due anni al massimo. Il condannato soffre per l'interruzione delle sue abitudini, delle sue relazioni umane, dei suoi bisogni sessuali, per il peggioramento del cibo, per la soggezione in cui si trova rispetto ai suoi guardiani. Soffre perché è tutto teso verso la libertà che gli manca. Col passare del tempo infatti i rapporti con il mondo esteriore diventano qualcosa di evanescente. In poche parole, il carcere diventa una piccola società cenobitica, in cui si vive, cioè si soffre e si gode, si piange e si ride, come in tutte le società. È una vita meschina, monotona, ripugnante a vederla dal di fuori.
Il posto assegnato a ognuno non può essere modificato, e perciò non possono svilupparsi ambizioni né in bene né in male, oltre quelle di diventare spazzino o scrivanello. Non ci si può elevare al di sopra, né cadere al di sotto del livello di vita fissato dalle leggi carcerarie.
Il governo dei guardiani e dei direttori è dispotico; mancando in questa società ogni divisione di poteri fra i governanti; e si verificano perciò abusi ed ingiustizie di ogni genere. Ma anche a questa mancanza di diritti ci si abitua. Cosa resta più allora dell'idea della pena? Il carcere è un insieme di regole ascetiche imposte al delinquente allo scopo di indurlo a riflettere sul delitto commesso. Ma la purificazione mediante l'ascesi è un procedimento che ha efficacia solo per chi ha la vocazione della santità.
E poiché il delinquente non è davvero uno stinco di santo, egli non viene incontro al carcere con animo contrito, ma con l'animo dell'uomo medio che si prepara a studiare le circostanze in cui è ormai obbligato a vivere, per sistemarvisi nel modo migliore possibile. Ma chi pensa che il carcere, comunque modificato, possa essere uno strumento di redenzione morale e sociale è vittima non di una illusione, ma di una ipocrisia. In realtà, se si ha un'idea di quel che sia la dignità umana, bisogna dire che nessuno ha il diritto di giudicare sulla redenzione di un altro essere umano, perché chi è obbligato a cercare che un tal giudizio sia reso su lui, è con ciò stesso obbligato a dannarsi".
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 28 giugno 2019
Palma: nel 2019 saranno 6 mila, come sempre. I dati non mentono e il Garante dei detenuti e delle persone private della libertà Mauro Palma li espone davanti alla Commissione Affari costituzionali della Camera: nei primi sei mesi del 2019 i rimpatriati dall'Italia sono 2.839, "in linea con gli anni precedenti", tanto da far presumere che, per fine anno, i rimpatri saranno circa 6mila. Un trend, dunque, "del tutto analogo con quello degli ultimi 10- 15 anni" e nonostante il vicepremier Matteo Salvini avesse parlato di un obiettivo di 90mila migranti da espellere.
Oggetto di propaganda ma anche strumento giuridico presente nel nostro ordinamento, il sistema dei rimpatri è seguito da vicino dall'Ufficio del Garante nazionale dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà e ieri Mauro Palma ha presentato i dati in audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera. Non solo, il Garante ha aggiunto anche una serie di valutazioni critiche sull'attuale situazione nei Centri per il rimpatrio e sull'efficacia delle misure stabilite dal governo, come il decreto Sicurezza.
Nei primi sei mesi del 2019 le persone rimpatriate dall'Italia sono 2.839, "Un numero in linea con gli anni precedenti", tanto da far presumere che, per fine anno, i rimpatri arriveranno ad essere circa 6mila e la maggior parte di essi avviene in "esecuzione di atti di natura penale". Un trend, dunque, "del tutto analogo con il panorama monitorato negli ultimi 10- 15 anni". Proprio su questo, non è sfuggita la nota polemica posta da Palma: "Qualcuno aveva parlato, a seconda dei casi, di 500mila o di 90mila da espellere".
Quanto al metodo di rimpatrio, dall'inizio dell'anno sono stati utilizzati 26 voli charter (4 per l'Egitto, uno per il Gambia, 4 per la Nigeria, 17 per la Tunisia), che hanno portato all'espulsione di 566 persone, con l'impiego di 1.866 operatori, ma è impellente lavorare a "nuove forme di incentivazione per i rimpatri volontari, a cui dovrebbero essere destinate risorse, le quali sono invece impiegate per pochi rimpatri forzati". Palma ha appena completato una serie di visite nei centri per il rimpatrio e ha fornito alcuni numeri: a Palazzo San Gervasio, in Basilicata "sono state trattenute per periodi vari 491 persone, ma solo 80 rimpatriate", anche perché i centri dovevano essere "piccoli e vicino all'aeroporto", cosa che li non è possibile.
A Bari, invece, su 267 trattenimenti "in 120 casi non erano stati convalidati" e "il rischio è che tutto questo diventi solo una misura di carattere simbolico e di avvertimento: non venite in Italia perché rischiate di essere trattenuti". Sulle modalità di trattamento dei rimpatriati, Palma ha denunciato di nuovo l'utilizzo delle fascette ai polsi dei migranti imbarcati sui voli Frontex, "mentre per esempio il Belgio non le accetta. Stiamo lavorando perché si arrivi a una uniformità di trattamento".
Quanto ai numeri dei migranti trattenuti nei Centri per il rimpatrio, da inizio anno sono stati 2.267, di cui solo il 39,3% è stato rimpatriato. Proprio questo dato solleva un problema giuridico di non facile soluzione: "La legittimità della privazione della libertà di chi non è stato rimpatriato", ha spiegato Palma. Una questione tuttora irrisolta, infatti, riguarda gli hotspot, ancora al centro di un "limbo giuridico": "Nel primo decreto sicurezza è prevista una convalida del trattenimento in hotspot solo se il richiedente asilo resta per 30 giorni - ha osservato Palma - ma per chi non è richiedente asilo tale convalida da parte del magistrato non è prevista", producendo un vuoto legislativo.
A proposito dei Centri per il rimpatrio, Palma ha stigmatizzato le condizioni delle strutture, definendo "deplorevoli in maniera assoluta" le condizioni in cui vivono le donne nel Cpr di Ponte Galeria a Roma. "Nel corso della mia visita - ha raccontato - ho ritenuto di portare il viceprefetto nell'area dei servizi igienici per chiedergli se li avrebbe mai utilizzati: c'era un nugolo di zanzare e moscerini sulle pareti".
Si tratta, ha ricordato il Garante, di un centro situato "in una zona sotto il livello del mare: sono stati fatti alcuni lavori, qualcosa è migliorato ma la situazione è segnata dal fatto che in tutto il 2018 solo il 13% delle donne è stato rimpatriato". Condizioni "indecorose", ha poi sottolineato Palma, sono state registrate anche nei Cpr di Bari e Torino.
Il Garante, infine, ha commentato i contenuti del decreto Sicurezza già in vigore, spiegando come il problema centrale sia l'individuazione di "luoghi idonei" per il trattenimento dei migranti, sottolineando come "in almeno tre casi finora non è stato possibile avere l'indirizzo anche dopo la conferma del trattenimento da parte del giudice di pace".
È in corso un dialogo con il ministero dell'Interno, con il quale "si sta stabilendo la definizione" dell'idoneità dei luoghi: "Il primo punto dunque è che bisogna avere una mappa e fare delle verifiche per definirli tali". Inoltre, la legge sui minori stranieri non accompagnati "non viene applicata" e, di fatto, "Quando il minore sa indicare solo l'anno di nascita e non il giorno o il mese viene sempre scritto che è nato il primo gennaio e viene fatta solo la radiografia della mano" per determinarne l'età anagrafica.
Infine, Palma ha sottolineato come la sua consultazione anche per i provvedimenti legislativi in via di approvazione come il decreto Sicurezza bis sia "un obbligo di legge" e che dunque dovrà "essere consultato sul decreto sicurezza bis sia alla Camera che al Senato. Quindi mi riservo di venire con una serie di valutazioni scritte".
di António Guterres*
Corriere della Sera, 28 giugno 2019
È adesso il momento di cambiare passo per debellare antisemitismo, islamofobia, persecuzione di cristiani e tutte le altre forme di razzismo, xenofobia e l'intolleranza che le accompagna
Un piano di azione contro i discorsi di odio. Un'onda insidiosa di intolleranza e di violenza fondata sull'odio si avventa sui credenti di diverse fedi ovunque nel mondo. Brutali incidenti cui ci stiamo sempre più tristemente, e in modo allarmante, abituando. Nei mesi scorsi, abbiamo visto ebrei assassinati nelle sinagoghe, e le loro tombe deturpate con svastiche; musulmani abbattuti nelle moschee, con i loro siti religiosi vandalizzati; cristiani uccisi mentre erano in preghiera, con le loro chiese date alle fiamme. Oltre a questi orribili attacchi, assistiamo a una crescente retorica di odio, indirizzata non soltanto a gruppi religiosi ma anche a minoranze, migranti, rifugiati, donne e in generale chiunque sia "altro".
Mentre divampa il fuoco selvaggio dell'odio, si sfruttano i media sociali per seminare intolleranza. Movimenti neonazisti e suprematisti sono in crescita, e la retorica incendiaria si converte in una redditizia arma politica. L'odio si diffonde ugualmente all'interno di democrazie liberali e regimi autoritari, gettando un'ombra sulla nostra comune umanità. Le Nazioni Unite hanno nel corso dei decenni mobilitato il mondo contro l'odio di tutti i tipi attraverso un'azione di ampio raggio a tutela dei diritti umani e in favore dello stato di diritto. Di fatto, l'identità stessa dell'Organizzazione è dalla sua creazione radicata nell'incubo che scaturisce dall'odio virulento lasciato troppo a lungo libero di attecchire, incontrastato.
Per noi l'istigazione all'odio rappresenta un attacco contro tolleranza, inclusione, diversità, contro l'essenza stessa di norme e principi dei nostri diritti umani. Più in generale, questa odiosa pratica minaccia la coesione sociale, erode valori condivisi e può essere il presupposto della violenza, in grado di ricacciare indietro pace, stabilità, sviluppo sostenibile e dignità umana.
Nei decenni scorsi, l'istigazione all'odio è stata alle origini di crimini atroci, quali il genocidio, dal Ruanda alla Bosnia e alla Cambogia. Temo che il mondo stia raggiungendo un'altra simile fase nella lotta contro il demone dell'odio. In risposta a questo ho dunque lanciato due iniziative delle Nazioni Unite. Innanzitutto, ho appena inaugurato una Strategia e un Piano di azione contro l'istigazione all'odio che coordini gli sforzi comuni a tutto il sistema delle Nazioni Unite, si occupi delle sue cause profonde e renda più efficace la nostra risposta. In secondo luogo, stiamo sviluppando un Piano di azione che veda l'impegno totale dell'Onu negli sforzi a salvaguardia dei siti religiosi e a garanzia della sicurezza dei luoghi di culto.A quanti insistono a utilizzare la paura per dividere le comunità, va detto: la diversità è una ricchezza, non è mai una minaccia.
Un profondo spirito di reciproco rispetto e accoglienza è in grado di scalzare post e tweet sparati a raffica. Non dobbiamo mai dimenticare che, dopo tutto, ciascuno di noi è "altro" rispetto a qualcun altro, da qualche altra parte. Non può esserci illusione di sicurezza quando l'odio è diffuso. Come parte di un'unica umanità, è nostro dovere prendersi cura l'uno dell'altro. Naturalmente, ogni azione di contrasto all'istigazione all'odio deve essere in linea con i diritti umani fondamentali.
Affrontare l'istigazione all'odio non vuol dire limitare o proibire la libertà di parola. Significa piuttosto impedire che essa degeneri in qualcosa di più pericoloso, in particolare incitamento a discriminazione, ostilità e violenza, il che è vietato dal diritto internazionale. Occorre trattare l'istigazione alla violenza come trattiamo ogni atto illecito: condannandolo, rifiutandoci di amplificarne la portata, contrastandolo con la verità, e incoraggiando gli autori a cambiare il loro comportamento.
Governi, società civile, settore privato e media giocano tutti un ruolo importante. I leader politici e religiosi hanno una responsabilità speciale nella promozione della convivenza pacifica. L'odio è un pericolo per tutti - per questo tutti devono combatterlo. Insieme, possiamo spegnere l'incendio dell'odio e sostenere i valori che ci uniscono tutti come una singola famiglia umana.
*Segretario Generale delle Nazioni Unite
di Gaetano Azzariti
Il Manifesto, 28 giugno 2019
Se le norme violate dalla comandante della Sea-Watch 3 risultassero incostituzionali l'atto di disubbidienza civile potrebbe alla fine non essere sanzionato. È evidente che in questa fase l'illegalità è stata commessa e la responsabile della nave si è dichiarata consapevole di dover essere sottoposta a giudizio e dover rispondere delle proprie azioni contra legem. Ma è appunto nel corso del giudizio che la vedrà protagonista che si potrà sollevare una questione di legittimità costituzionale chiedendo il sindacato della Consulta.
Ed è lì - io credo - che si giocherà la partita decisiva. Se, come molti sostengono, il decreto Salvini che ha dettato le nuove regole sull'entrata nelle acque territoriali delle imbarcazioni non governative che operano i salvataggi nel Mediterraneo si dovessero rivelare in contrasto con i principi dettati dalla nostra costituzione, oltre che non conformi alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute, la Corte costituzionale dovrà dichiarare la "cessazione dell'efficacia". Si dovrà allora riconoscere che il comportamento illegale del capitano della Sea-Watch è stato però conforme alla "superiore" legalità costituzionale. A quel punto a nulla serviranno le urla o le reazioni boriose di chi è stato definito "il ministro della propaganda", poiché - si ricorda - è la costituzione a porre limiti insuperabili e indisponibili alla politica.
E quando il Parlamento o il Governo pongono in essere leggi o atti aventi forza di legge in contrasto con la costituzione quest'ultimi vengono espunti dal nostro ordinamento e ripristinati i principi di civiltà violati. Così è sempre stato in epoca repubblicana, e così ancora sarà anche in questo caso.
Sin dalla prima sentenza della corte costituzionale promossa da altri disubbidienti civili (in quel caso si trattava della libertà di manifestazione del pensiero assoggettata ad autorizzazioni della pubblica sicurezza che ne limitavano la diffusione) abbiamo avuto persone che - a loro rischio - hanno violato le leggi per far valere la costituzione. Come ha scritto Gustavo Zagrebelsky: "Il violatore apparirà, ma solo ex post, o come un "fuorilegge", oppure come un benemerito della Costituzione".
Si tratta pertanto ora di far valere le ragioni della costituzione in una contesa che non ha nulla di predeterminato. Quel che può dirsi sin d'ora che sono chiari i principi e le domande da porsi.
Da un lato il "paradigma sicuritario", in base al quale l'ordine pubblico e il controllo dei confini sono una specifica manifestazione della sovranità degli Stati; dall'altra il "paradigma umanitario", che ritiene non potere in nessun caso violare la dignità delle persone. Questo secondo paradigma non nega il primo, lo limita.
Non rinuncia cioè a governare i flussi ovvero a garantire l'ordine necessario per l'esistenza stessa di ogni ordinamento giuridico. Stabilisce però che in nessun caso si possono porre in essere atti contrari al senso di umanità. Dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale è questo il principio che si rinviene in tutte la Carte sovranazionali (a partire da quella dell'Onu, passando per la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, sino alla Carta di Nizza) e le costituzioni nazionali (con particolare enfasi quella Italiana, ma anche quella tedesca). Sono queste le norme cui si dovrebbero attenere tutti gli Stati.
Potrei a questo punto ricordare le numerose disposizioni che la nostra costituzione contiene, a partire dall'articolo 2 sulla necessità di riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell'uomo, ovvero la giurisprudenza della Consulta, che risale ai lontani anni 60, sull'estensione delle garanzie dei diritti fondamentali agli stranieri; potrei richiamare le norme internazionali relative alla protezione umanitaria cui l'Italia ha l'obbligo di conformarsi.
Lo abbiamo fatto tante volte su questo giornale. Ora però mi sembra ancor più importante comprendere qual è la sfida che l'atto di ribellione di una cittadina straniera su una nave battente bandiera olandese pone al nostro paese. Forse potremmo usare le parole di Antigone per intenderne la portata: "Non potevo consentire a un mortale di calpestare le leggi non scritte degli dèi. Io non potevo cadere nella loro condanna per paura di un uomo e della sua arroganza".
Antigone pensava che fosse inaccettabile trasgredire la legge di natura, noi possiamo interrogarci se sia oggi possibile che l'arroganza del potere possa giungere a violare la costituzione. Nel rispetto della legalità e nelle forme che il nostro ordinamento prevede, dovremmo proporci di chiederlo al giudice delle leggi cui spetta l'ultima parola.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 28 giugno 2019
Braccio di ferro internazionale sul destino dei naufraghi. "Le autorità e la Guardia di finanza ci hanno garantito che avremo una soluzione molto presto". Carola Rackete, giovanissima comandante tedesca della Sea Watch ferma a un miglio dal porto di Lampedusa, accoglie a bordo i giornalisti arrivati in gommone insieme ad alcuni parlamentari del Pd e di Sinistra italiana e spiega le ragioni delle sue decisioni.
Mentre scriviamo, i naufraghi sono ancora bloccati in mare e la comandante fa di tutto per rompere l'isolamento. "Ieri ho deciso di varcare le acque territoriali italiane dopo avere atteso 14 giorni fuori. Non avevo scelta", afferma. La rotta sull'Italia è stata dettata da ragioni geografiche: il nostro è "il Paese più vicino" cui chiedere un porto sicuro. Ma Carola dice di averlo chiesto senza successo anche all'Olanda, alla Germania, alla Francia e alla Spagna.
"Non c'è una soluzione politica e tutte le richieste sono state negate", aggiunge la comandante che poco prima ha tentato di forzare il blocco con una manovra improvvisa, stoppata subito dalle motovedette della Guardia di finanza. All'alt intimato dai militari, Carola Rackete ha spento i motori e ha desistito dall'intento di portare a terre i 42 naufraghi soccorsi ormai due settimane fa. "La situazione a bordo è critica soprattutto dal punto di vista psicologico e abbiamo diversi passeggeri che hanno un stress post traumatico: e quindi dobbiamo arrivare a terra al più presto", prosegue la responsabile della Sea Watch.
Il Pd a bordo - Ad ascoltare la sua versione dei fatti ci sono anche Graziano Delrio, Davide Faraone, Matteo Orfini, Riccardo Magi e Nicola Fratoianni. i parlamentari saliti sulla nave per esercitare le "prerogative ispettive" riservate agli eletti. "A bordo abbiamo trovato una situazione insostenibile, è necessario che i 42 naufraghi sbarchino al più presto", dice Delrio, a capo della delegazione dem.
"È intollerabile che un suo ministro permetta tutto questo. Il governo italiano sta agendo al di là delle regole", prosegue il capo dei deputati del Pd. E il ministro in questione, Matteo Salvini, non si fa pregare per rispondere a Delrio via Facebook: "Senza vergogna. Quelli del Pd stanno sempre dalla parte sbagliata: contro gli italiani", scrive il titolare del Viminale.
All'esponente del Pd non resta altra scelta che rivolgersi direttamente a Giuseppe Conte: "Il presidente del consiglio ha il dovere di intervenire immediatamente per porre fine a questa assurda situazione che sta minando la credibilità e il prestigio del nostro paese nel mondo". Ma il capo del governo, appena arrivato in Giappone per il G20, non sembra affatto intenzionato a dissociarsi da Salvini su un tema così delicato. Sul caso della Sea Watch "mi sembra che le cose siano molto chiare: c'è una comandante che si è assunta una grave responsabilità e si è posta volontariamente in una situazione di grave necessità", commenta Conte, magari puntando a portare il tema dei migranti al tavolo della trattativa con l'Ue sulla procedura d'infrazione. Sospetto confermato dalle parole dell'altro vice premier che, intervistato da Bruno Vespa, mette in evidenza proprio il fallimento di Bruxelles. "Vedo molta ipocrisia", ri- sponde Di Maio in merito alla Sea Watch. "Nessuno parla dei 300 sbarcati a Lampedusa attraverso i barchini. Dobbiamo prendere atto del fatto che l'Europa ha fallito e noi reagiamo di conseguenza", aggiunge, usando toni salviniani.
La crisi con l'Olanda - Fare la voce grossa con gli altri Paesi dell'Unione però non sempre porta ai risultati sperati. O almeno così accade con l'Olanda, la cui bandiera "sventola" sulla Sea Watch. Amsterdam "si assume la sua responsabilità in quanto Stato di bandiera" della Sea Watch 3, ma "questo non significa che si prenderà i migranti", dice la sottosegretaria olandese responsabile per l'Immigrazione, Ankie Broekers- Knol, mandando su tutte le furie Salvini, che sbotta: "Sull'Olanda apriamo una questione perché se dà ragione a una sua nave dicendo che se ne frega sapremo comportarci di conseguenza. Con il governo olandese non finisce qui", è la minaccia del vice premier.
E pazienza se, per 42 disperati bloccati fuori dal porto, in due giorni siano sbarcate più di 100 persone a bordo di imbarcazioni di fortuna. Per il ministro dell'Interno la guerra alle Ong "è una battaglia di principio", dice Salvini, prima di improvvisarsi sceriffo: "Mi pongo l'obiettivo di una multa da 50mila euro alla Ong, del fermo e del sequestro della nave, dell'arresto o dell'espulsione degli equipaggi e dell'allontanamento dall'Italia degli immigrati a bordo", è la "condanna".
Solidarietà all'Ong - Almeno da un punto di vista economico, però, le parole di Salvini non spaventano l'equipaggio della nave. Per tutelare Carola Rackete, la comandante della Sea Watch, su Facebook è partita una raccolta fondi di solidarietà per coprire la quasi certa multa e le spese legali. E in meno di 24 ore si è andati parecchio oltre il tetto di 50 mila euro previsto inizialmente dagli organizzatori: quasi 200 mila euro.










