di Errico Novi
Il Dubbio, 28 giugno 2019
L'Ispettorato del Ministero della Giustizia: eventuali abusi dei Gip sono già segnalati. Il documento sulle misure cautelari inviato come ogni anno da via Arenula al Parlamento sconfessa la scelta dei deputati M5S, che martedì in aula hanno ribadito il sì al provvedimento.
Una doccia gelata. L'ispettorato di via Arenula definisce di fatto inutile la legge sulle ingiuste detenzioni. Testo presentato da un deputato di opposizione, l'azzurro Enrico Costa, ma sostenuto anche dalla maggioranza. Incluso il Movimento 5 Stelle, partito dello stesso ministro della Giustizia.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 28 giugno 2019
La relazione sull'attuazione delle disposizioni di legge inviata al Parlamento dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede conferma, accanto al ritorno del sovraffollamento delle celle, il calo dei detenuti lavoranti. Mentre tornano ad aumentare i detenuti, e si ripropone l'affollamento delle celle, diminuisce il lavoro in carcere. Non succedeva da almeno sette anni.
di Laura Ambrosi
Il Sole 24 Ore, 28 giugno 2019
Corte di cassazione - Sentenza 28158/2019. Risponde in concorso con il cliente del reato di dichiarazione fraudolenta per utilizzo di fatture false il commercialista che, da precedenti controlli della Gdf, era a conoscenza della falsità dei documenti. Ad affermarlo è la Corte di cassazione con la sentenza 28158 depositata ieri. Il commercialista di una società veniva condannato in concorso con altri imprenditori per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (articolo 2 Dlgs 74/00).
Il professionista ricorreva così in Cassazione lamentando l'assenza di prove relativamente al suo contributo nell'illecito commesso da terzi. La Suprema corte confermando la decisione di appello ha innanzitutto ricordato che in giurisprudenza è pacificamente ammessa la configurabilità del concorso del commercialista con il contribuente sia in generale nei reati tributari, sia, più in particolare, nei delitti dichiarativi.
Il commercialista, infatti, può concorrere nel reato di emissione di fatture false (Cassazione 28341/2001), così come nell'indebita compensazione (Cassazione 1999/2017) o di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti (Cassazione 39873/2013 e 7384/2018). I giudici di legittimità hanno precisato che il contributo causale del concorrente nel reato può manifestarsi attraverso forme differenziate e atipiche. Il concorso, quindi, può essere sia morale, sia materiale, ma occorrono le prove delle modalità della sua esecuzione, del rapporto con le attività poste in essere dagli altri concorrenti e della reale partecipazione. Con riguardo alla colpevolezza, la Cassazione, ha così chiarito che il dolo specifico richiesto per integrare il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti, è compatibile con il dolo eventuale, ravvisabile nell'accettazione del rischio che la presentazione della dichiarazione comprensiva delle fatture false, possa comportare l'evasione delle imposte.
Nella specie il professionista era consulente della società e dei suoi soci, anche gestendo per loro conto mandati fiduciari. Predisponeva i bilanci di esercizio e disponeva di un accesso diretto in remoto al sistema informatico della società per ottenere dei report contabili periodici. Inoltre, dalle intercettazioni telefoniche e da altri elementi in atti, era emerso di essere a conoscenza, da controlli effettuati dalla Guardia di finanza per esercizi precedenti, che le fatture di alcuni fornitori fossero già state considerate false. Infine, era consapevole delle irregolarità fiscali della società come l'omessa istituzione e tenuta della contabilità di magazzino, l'irregolare tenuta del registro degli inventari e così via. Violazioni, peraltro, periodicamente segnalate dal collegio sindacale. Alla luce di ciò, la Suprema corte ha ritenuto che il concorso del professionista alla commissione del delitto fosse così individuabile nella predisposizione e nell'inoltro delle dichiarazioni fiscali contenenti l'indicazione di elementi passivi fittizi supportati da false fatture nonché nell'attività di supporto per la sistemazione documentale di gravi violazioni contabili.
di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 28 giugno 2019
Il Presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze: "C'è bisogno di una riforma sostanziale che metta il condannato di fronte a una libera scelta che sia moralmente accettabile".
"Si può non collaborare perché non si vuole barattare la propria libertà con quella di un altro, perché si teme per l'incolumità propria o dei propri familiari, oppure per ragioni morali. Ma l'impossibilità per il giudice di valutare in concreto le ragioni della mancata collaborazione rappresenta di per sé il più grave ostacolo alla funzione rieducativa della pena, che anche quella perpetua deve avere. Non si vuole negare l'importanza della collaborazione con la giustizia: essa è stata ed è un fondamentale strumento della lotta alla criminalità organizzata".
Il Dubbio, 28 giugno 2019
I dati del Rapporto Eures sui delitti tra le mura domestiche. Tra i 329 morti del 2018, un terzo sono donne: 109 su 130 mogli o ex aumentati anche i figli uccisi dai genitori. Nel 2018 il 49,5% degli omicidi volontari commessi in Italia (163 su 329) sono avvenuti all'interno della sfera familiare o affettiva: la percentuale più alta mai registrata in Italia, cresciuta ulteriormente (+ 10,3%) nei primi cinque mesi di quest'anno.
di Amalia De Simone e Marta Serafini
Corriere della Sera, 28 giugno 2019
Da Gengis Khan a Trump: così i papaveri hanno stravolto l'economia di un intero Paese e hanno alimentato il conflitto, con 2,5 milioni di consumatori. "Ho sessant'anni e mi faccio da quando ne avevo trenta". Abdullah ha la pelle segnata dal tempo e dalla vita. Da un occhio non ci vede più. I denti rimasti sono completamente marci. È diventato tossicodipendente in Iran, dove si era rifugiato dall'Afghanistan a causa della guerra. "Avevo trovato un lavoro, asfaltavo le strade. Ma poi ho iniziato a drogarmi, prima con il tariak (l'oppio) e poi con l'eroina. E così ho perso tutto".
Oggi Abdullah vive sotto il Pule Sukhta, il ponte dei disperati di Kabul, dove è tornato. È solo, non ha più notizie di sua moglie e dei suoi figli. "Mi hanno accoltellato e picchiato più volte. Nessuno mi sta aiutando", dice strofinandosi la camicia lurida contro la guancia.
Ponte dei disperati lo chiamano. Sotto, l'acqua maleodorante del fiume Pangha attraversa lenta la capitale afghana. È solo uno dei tanti posti dove si radunano i tossicodipendenti di Kabul. Le strade pullulano. Un gruppo di uomini è seduto per terra, in un'aiuola. Tutto intorno, il traffico impazzito non molla la presa mentre la polvere, lo sporco e lo smog appesantiscono l'aria. Alcuni hanno il capo nascosto da una coperta, con le pipette di vetro o con delle strisce di carta stagnola aspirano il vapore sprigionato da una piccola palla scura. Pochi secondi, e l'oppio va dritto al cervello. Qualcuno fuma anche hashish, altri hanno in tasca delle bombolette spray di lubrificante da inalare, in pochi si fanno in vena. Ma tutti hanno lo sguardo stravolto.
Cinque chilometri verso Ovest, a Kote Sangi, un ragazzo è collassato a terra, quasi non respira. Al suo fianco un cane dorme nella stessa posizione. Nessuno si cura di loro. Al Pule Bagh Omomy, vicino al monumento dedicato a Farkhunda Malikzada la giovane lapidata e arsa viva nel 2015 con l'accusa di aver bruciato il Corano, un uomo inizia a gridare. "Via via", afferra una pietra e minaccia di tirarla. Non vuole essere ripreso o fotografato. Barcolla mentre le donne nascoste dal burqa girano la testa dall'altra parte e continuano a camminare lente verso il mercato.
Quindici afghani, 19 centesimi di dollari. Tanto costa il tariak, una palla di oppio. Una dose di eroina invece è più cara, 2-3 dollari. "La maggior parte dei tossicodipendenti di Kabul l'oppio lo fuma, ma molti si fanno anche di hashish, metanfetamina e di Tramadol (un oppiode sintetico, ndr)". Il dottor Zulmani Noorzai Ghori è il direttore del centro di riabilitazione supportato dal governo. Mille letti. Ogni paziente costa 300 dollari all'anno, il 30 per centro della cifra serve per la terapia. L'altro 70 va per gli stipendi dei dipendenti del centro.
"Soffriamo di mancanza di fondi e di supporto. Ma cerchiamo di fare del nostro meglio. Abbiamo tre livelli di intervento. Prima ovviamente procediamo alla disintossicazione farmacologica e alle cure mediche, alcuni dei nostri pazienti hanno l'Epatite A, B, C o hanno contratto l'HIV. La terapia dura 45 giorni. Ma li seguiamo anche nel periodo successivo dando loro supporto psicologico e cercando loro possibilmente un lavoro", spiega il dottor Ghori camminando nel cortile del centro. I pazienti indossano tute blu e rosse, qualcuno sta accucciato contro il muro per evitare il sole caldo di mezzogiorno. Qualcun altro gioca a biliardo, mentre c'è chi è impegnato nella pulizia delle camerate. Ma nessuno può lasciare la struttura.
In Afghanistan ci sono 2,5 milioni di consumatori, 800 mila di loro sono donne, 100 mila bambini. Il 40 per cento è tossicodipendente. Un esercito le cui fila si ingrossano con il rientro dei rifugiati da Iran e Pakistan. Uno dei pazienti inizia a gridare senza un motivo apparente. È Ramadan, non si beve né si mangia dall'alba al tramonto. "A volte diventano aggressivi, molti hanno problemi psichiatrici". Ma a mettere in pericolo Ghori non sono i tossicodipendenti. Il direttore del centro è stato minacciato di morte più volte: il suo lavoro dà fastidio a persone potenti, in testa i signori della guerra che gestiscono il traffico di droga. "Non mi lascio intimorire né dalla mafia né dal terrorismo. Sono orgoglioso di quello che stiamo facendo qui e vado avanti", dice prima di salutare sorridendo.
L'oppio in Afghanistan è arrivato nel 13esimo secolo con Gengis Khan. Per molto tempo la coltivazione è stata finalizzata all'uso medico e al consumo locale. È solo nell'Ottocento che inizia il commercio oltre frontiera, dopo che Abdur Rahman Khan, ai tempi emiro dell'Afghanistan, obbliga le tribù pashtun a spostarsi al confine con l'Iran. Lo scopo di questa mossa è duplice. Mettere a tacere le proteste dei pashtun che già allora avevano scarso accesso ai lavori e alle posizioni migliori. E aumentare le divisioni etniche del Paese secondo la vecchia regola del divide et impera.
Avanti veloce di due secoli, l'oppio resta il protagonista. "Come successo in Laos, in Vietnam o in Colombia, anche in Afghanistan dopo l'invasione sovietica il traffico di droga è servito a finanziare i conflitti", scrive Farib Nawa, autrice di Opium War. Risultato, dopo il 1979, l'amministrazione Reagan dà il via all'Operazione Cyclone e inizia a fornire armi ai mujahideen impegnati nella guerra con l'Unione Sovietica. L'obiettivo è solo uno: sconfiggere Mosca. Ma tra quei uomini barbuti nascosti sulle montagne c'è anche Osama Bin Laden, l'uomo che diventerà il nemico numero uno dell'America. All'epoca però quel nome non dice niente a nessuno. E mentre i ribelli trafficano oppio per comprare le armi, la Cia sta a guardare e - secondo alcuni - addirittura aiuta a creare i laboratori di eroina. "La nostra missione era mettere in difficoltà i sovietici, non avevamo tempo di occuparci dei danni causati dal traffico di droga e non penso di dovermi scusare per aver sconfitto il nemico", sosterrà anni più tardi in un'intervista l'allora direttore della Cia per le operazioni in Afghanistan, Charles Cogan.
Dal 2001 in poi, la storia è facile da riassumere. Quando gli Stati Uniti, dopo l'11 settembre, danno il via all'operazione Enduring Freedom, la produzione di oppio è al suo minimo storico. Ma dopo la sconfitta dei talebani, il vuoto di potere e la necessità di finanziare nuovamente la guerriglia fanno rifiorire di rosa tutto il Paese. E ogni tentativo - civile e militare - di distruggere o riconvertire le coltivazioni resta vano. "Abbiamo fallito", dichiarerà nel 2014 John Sopko, ispettore speciale per l'Afghanistan del governo statunitense, sottolineando come in 13 anni, a fronte di oltre 7 miliardi di dollari stanziati per la lotta al papavero, i campi abbiano raggiunto un'estensione di oltre 300 mila ettari. Pari a 400 mila campi da football Usa.
"Oggi in Afghanistan ci sono oltre 200 mila ettari coltivati a oppio, in testa le province meridionali di Helmand e Kandahar, Oruzgan e Farah. Ma dal 2015 pure le regioni occidentali, finite anch'esse sotto il controllo dei talebani, sono diventate produttrici", spiega Jelena Bjelica, analista di Afghan Analysts Network. E se per gli agricoltori l'oppio è il prodotto più redditizio (il giro di affari è stimato intorno ai 3 miliardi di dollari all'anno), non stupisce che i poppy fioriscano. O che il 90 per cento dell'eroina mondiale sia fabbricato con oppio che proviene dall'Afghanistan.
Il ciclo del papavero pare essere inarrestabile. "Da un lato l'economia di guerra ha favorito la crescita del traffico di droga, dando ai signori della guerra locali il modo di perpetrare il loro potere. D'altro canto l'oppio ha consentito ai contadini locali di sopravvivere", sintetizza Pierre-Arnaud Chouvy, esperto francese di droga. I talebani infatti applicano una tassa del 10 per cento sul ricavo del raccolto e sui laboratori di eroina, guadagnando all'anno 400 milioni di dollari (circa il 60 per cento dei loro introiti). Nessuno può sottrarsi. E a maggio, quando inizia il raccolto, buona parte della popolazione si sposta verso le campagne per mettersi al lavoro nei campi.
Una teoria confermata da più parti è che i talebani scambino droga e armi con i soldati corrotti della guardia rivoluzionaria iraniana. "Un chilo di eroina vale 10-15 kalashnikov", ha raccontato un trafficante ad un giornalista dell'Institute for War and Peace Reporting nel 2008. Le armi arrivano in Afghanistan a dorso di mulo smontate in pezzi. Mentre l'eroina trova, attraverso l'Iran prima e la Turchia poi, la rotta perfetta verso l'Europa.
Mohamed Shafi, 45 anni, sgrana il misbahah (il rosario). È dentro Pol-i-Charkhi, il carcere di Kabul, da 4 anni. Dovrà rimanerne qui altri 14. Mohamed è un trafficante di droga, originario della provincia di Farah. Lo hanno catturato dopo che è stato intercettato al telefono. "Facevo passare l'oppio in Iran dalla provincia di Nimruz. Mi hanno arrestato con un carico. Lo trasportavamo coi camion, ce lo pagavano 100 dollari al chilo", racconta. Da quando è dentro, Mohamed ha visto sua moglie e i suoi sei figli solo una volta. Nonostante ciò sembra sereno, gli abiti e la barba sono curati. "Sapevo che smerciare droga è contrario all'Islam. Ho iniziato perché non c'era altro lavoro da fare, ero un commerciante ma non guadagnavo abbastanza. E i mujahedin sono venuti da me...". Anche Shafi ha dovuto pagare una tassa ai talebani. "Erano soldi facili - dice - ora però mi sono pentito di quello che ho fatto".
Dentro al carcere gran parte dei 9.720 detenuti è tossicodipendente. "Abbiamo chiesto di poterli curare con il metadone", spiega Nasif Aribrahim, responsabile dell'assistenza sanitaria di Pol-i-Charkhi. Ma fin ora non è stato previsto un intervento specifico per chi fa uso di droga. A prendersi cura dei detenuti, compresi quelli con problemi di dipendenza è Emergency: "Nel penitenziario abbiamo cinque cliniche dove ogni mese i nostri medici effettuano oltre 5.000 visite. Ma chiaramente lavorare in un contesto del genere è molto complesso anche a causa della diffusione dell'oppio e dei conseguenti problemi psichiatrici", sottolineano Dejan Panic e Gabriella Rivera, rispettivamente coordinatore di Emergency in Afghanistan e Field officer.
Fuori dalla prigione i parenti dei detenuti aspettano i loro turno per la visita. Un bambino se ne sta seduto al fianco della madre coperta dal burqa vicino a un blindato dell'esercito. Tutto all'apparenza è tranquillo. Ma i talebani hanno appena attaccato la sede di un'organizzazione statunitense accusandola di fornire servizi da contractor all'esercito. Un altro attentato dopo il rifiuto del cessate il fuoco per il mese del Ramadan mentre resta incerto il destino del tavolo di pace aperto con gli Stati Uniti. Nemmeno l'annuncio del ritiro delle truppe statunitensi ha portato un po' di pace. "Ero in taxi con due amici, abbiamo visto passare degli uomini che gridavano Allah u akbar", racconta Shaif, 33 anni, toccandosi il volto ferito. Ordinaria amministrazione per Kabul, dove solo nei primi tre mesi di quest'anno sono morti 1.170 civili, di cui 500 bambini. E dove quasi tutti girano con un foglietto in tasca con su scritto "in caso di mia morte telefonare a...".
"La droga è diffusa in tutti gli strati della società, anche i militari ne fanno uso, l'oppio ha avvelenato il nostro Paese", dicono a bassa gli amici di Shaif. A segnare più di ogni cosa la vita degli afghani è la mancanza di un lavoro e di un futuro. Aazar ha 45 anni. Anche lui si è rifugiato in Iran e poi è tornato indietro. Lui è fortunato. Dopo essere diventato dipendente da eroina, è riuscito a disintossicarsi. Da quattro anni lavora come autista di camion. "Ora ho sei figli, le 4 femmine studiano tutte per diventare dottoresse", dice piano. Poi si gira e saluta. "Scusate, oggi ho dimenticato di mettermi la divisa per venire a lavorare, spero non sia un problema".
siracusapost.it, 28 giugno 2019
Dalla finestrella posta sulla porta della cella, si è reso conto di quello che era accaduto e ha dato l'allarme, ma non c'era già più nulla da fare. È stato trovato con un pezzo di lenzuolo avvolto attorno al collo, agganciato alla griglia della finestra. Così ha trovato la morte un detenuto 40enne, originario di Noto, ospite della casa di reclusione di Brucoli, ad Augusta.
La scoperta a mezzanotte di ieri da parte dell'agente di Polizia penitenziaria, che, entrato in servizio, stava effettuando il consueto giro di controllo. Dalla finestrella posta sulla porta della cella, si è reso conto di quello che era accaduto e ha dato l'allarme, ma non c'era già più nulla da fare. Pare che l'uomo fosse particolarmente ansioso: pare che nei giorni scorsi avesse chiesto di essere stato portato al pronto soccorso perché temeva di avere un infarto in corso. L'uomo era in cella con un'altra persona, che però, avrebbe dichiarato di non aver sentito nulla perché aveva preso un sedativo per dormire.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 28 giugno 2019
Corte di cassazione - Sentenza 28235/19. Sì al risarcimento dell'Ordine dei commercialisti parte civile contro un suo iscritto, condannato per induzione indebita nell'ambito di una difesa in giudizio. La Cassazione (sentenza 28235) respinge il ricorso del professionista e conferma la condanna riqualificando il reato: induzione indebita e non concussione come affermato dalla Corte d'Appello.
Per la Suprema corte è legittima la costituzione in giudizio dell'Ordine dei commercialisti e il diritto al risarcimento, da quantificare. Alla base della condanna il comportamento del professionista che aveva paventato alla difesa della parte privata il rischio che venisse accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, anche in virtù di un suo "aggancio" con uno dei giudici: ipotesi che si poteva evitare versando una somma. Il suo interlocutore aveva finto di accettare la proposta, registrando però la conversazione e avvertendo la polizia che era arrivata nel momento della consegna del denaro.
Ad avviso del ricorrente si trattava di un delitto tentato e l'Ordine non poteva costituirsi parte civile, come previsto per gli avvocati. Tesi entrambe respinte. La Cassazione, in primo luogo, qualifica il reato come induzione indebita a dare o promettere utilità (articolo 319 -quater del Codice penale), in virtù dell'esito incerto del giudizio collegiale: neppure l'amicizia con il presidente avrebbe garantito il risultato. Quanto alla costituzione di parte civile i giudici chiariscono che tra i compiti del Consiglio dell'ordine c'è anche la vigilanza sul rispetto della legge professionale. In questo contesto si inserisce il compito di tutela svolto dall'Ordine.
Specialmente nel caso di un reato commesso nello svolgere un'attività qualificata come la difesa di parte in un giudizio tributario. C'è anche il margine per la condanna generica al risarcimento dei danni. Senza la necessità che il Consiglio provi la loro effettiva sussistenza e il nesso di causalità tra questi e l'azione illecita. Basta l'accertamento del fatto come potenzialmente produttivo di conseguenze dannose. Se ci sono state e in che misura deve dirlo il giudice civile.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 28 giugno 2019
Corte di cassazione - Sentenza 28235/19. Sì al risarcimento dell'Ordine dei commercialisti parte civile contro un suo iscritto, condannato per induzione indebita nell'ambito di una difesa in giudizio. La Cassazione (sentenza 28235) respinge il ricorso del professionista e conferma la condanna riqualificando il reato: induzione indebita e non concussione come affermato dalla Corte d'Appello.
Per la Suprema corte è legittima la costituzione in giudizio dell'Ordine dei commercialisti e il diritto al risarcimento, da quantificare. Alla base della condanna il comportamento del professionista che aveva paventato alla difesa della parte privata il rischio che venisse accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, anche in virtù di un suo "aggancio" con uno dei giudici: ipotesi che si poteva evitare versando una somma. Il suo interlocutore aveva finto di accettare la proposta, registrando però la conversazione e avvertendo la polizia che era arrivata nel momento della consegna del denaro.
Ad avviso del ricorrente si trattava di un delitto tentato e l'Ordine non poteva costituirsi parte civile, come previsto per gli avvocati. Tesi entrambe respinte. La Cassazione, in primo luogo, qualifica il reato come induzione indebita a dare o promettere utilità (articolo 319 -quater del Codice penale), in virtù dell'esito incerto del giudizio collegiale: neppure l'amicizia con il presidente avrebbe garantito il risultato. Quanto alla costituzione di parte civile i giudici chiariscono che tra i compiti del Consiglio dell'ordine c'è anche la vigilanza sul rispetto della legge professionale. In questo contesto si inserisce il compito di tutela svolto dall'Ordine.
Specialmente nel caso di un reato commesso nello svolgere un'attività qualificata come la difesa di parte in un giudizio tributario. C'è anche il margine per la condanna generica al risarcimento dei danni. Senza la necessità che il Consiglio provi la loro effettiva sussistenza e il nesso di causalità tra questi e l'azione illecita. Basta l'accertamento del fatto come potenzialmente produttivo di conseguenze dannose. Se ci sono state e in che misura deve dirlo il giudice civile.
di Paola Tacchella e Lia Peretti
Ristretti Orizzonti, 28 giugno 2019
Con lo spettacolo "Io sono con te" le donne del carcere di Montorio partecipano con il CespRete delle scuole ristrette a Matera 2019.
Cosa può richiamare cento cittadini ad entrare in carcere? La curiosità degli spazi, per percepirne l'impatto emotivo? Scoprire se dai volti dei detenuti traspare il reato commesso? O invece, semplicemente, vengono senza porsi delle attese, per vivere un'esperienza di ascolto, di incontro? Giovedì 20 giugno, le lezioni scolastiche sono da poco finite. Sono le sette di sera, le donne del femminile sono pronte, sanno bene la parte, hanno già fatto una "prima".
Recitano nella chiesa della sezione maschile, prestata a teatro, per raccontare le vicende di Brigitte Zebé, infermiera congolese che, sotto la minaccia per la propria vita, per una scelta etica, non si presta a procurare la morte ad alcuni suoi pazienti, anche se sono dissidenti politici. Il libro di Melania Mazzucco presenta proprio la storia di Brigitte, ora, dopo alterne vicissitudini, rifugiata nel nostro paese.
L'Italia, paese che accoglie malgrado le incongruenze e le contraddizioni, paese anche di coerenza e di umanità. Il 30 aprile la Giuria del Teatro della Scuola ha portato con sé un gruppo di studenti delle scuole superiori del Veronese che, insieme agli studenti del Cpia in carcere, dall'alfabetizzazione ai corsi di Primo livello, hanno affollato la sala formando un pubblico eterogeneo molto attento.
Ora, alla replica, i posti non sono stati sufficienti ad accogliere le richieste dal territorio. È intervenuta, dopo la performance, una suora comboniana originaria della Repubblica Democratica del Congo a portare la testimonianza autentica delle vicende travagliate del suo paese. Lì, per impossessarsi della ricchezza mineraria di alcune zone, si sta attuando un piano di sterminio, le cui prime vittime sono le donne che subiscono atrocità difficili persino da ascoltare. Il mondo con le sue tragedie entra in carcere.
La dirigente scolastica, Nicoletta Morbioli, ha consegnato a ciascuna attrice l'attestato di frequenza e una rosa rossa e inoltre, con l'organizzatore del Festival, il riconoscimento per l'intensità dell'interpretazione. Con lo spettacolo "Io sono con te" le donne del carcere di Montorio partecipano con il CespRete delle scuole ristrette a Matera 2019: Con lo sguardo "di dentro": Matera, capitale europea della cultura. Diritto di accesso e partecipazione dei detenuti alla vita culturale della comunità. Prossimo appuntamento in autunno per una seconda replica, forse anche con la scrittrice del libro. Per iniziare il prossimo anno scolastico con passione e con la potenza dell'incontro.
*Docenti del Cpia di Verona
- Lucca: la Garante dei detenuti audita in commissione sociale
- Pianosa (Li): la gratuità apre anche le porte del carcere
- Sulmona (Aq): arredi per il carcere, ci pensano i detenuti. 750 mila € per il reinserimento
- Pescara: i detenuti in pellegrinaggio con i disabili al Santuario di Loreto
- Milano: dal carcere a Malnatt, la birra del riscatto










