di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 15 agosto 2019
Il Csm ribadisce che sono gli unici a non poter chiedere applicazioni ad altri uffici. Respinta l'istanza di una toga che chiedeva di essere destinata altrove per motivi personali. Rigidità che rende lineari le verifiche sui reclusi ma limita i diritti del giudice.
Il magistrato del Tribunale di sorveglianza è per sempre. Lo ha ribadito recentemente il Consiglio superiore della magistratura, che ha bocciato l'istanza di applicazione ad altro ufficio per motivi personali presentata da un magistrato di sorveglianza. Tranne il caso che l'interessato non faccia domanda di trasferimento, "i magistrati che esercitano funzioni di sorveglianza non possono essere destinati ad altre funzioni, salvo l'applicazione per portare a compimento procedimenti in corso", scrivono da Palazzo dei Marescialli.
La delibera del Csm ribadisce, quindi, il ruolo fondamentale che hanno i magistrati di sorveglianza nell'esecuzione della pena per i condannati con sentenza definitiva. Già la legge del 2006 sull'Ordinamento giudiziario aveva messo alcuni importanti paletti. Pur svolgendo funzioni giudicanti a tutti gli effetti, il magistrato di sorveglianza era stato infatti esonerato dal cambiare incarico trascorsi dieci anni.
Mentre tutti i suoi "colleghi", gip, giudici penali e civili, di Tribunale o d'Appello, allo scadere dei dieci anni devono "reinventarsi" una funzione, il magistrato di sorveglianza no. Per lui nessun trasferimento, con tutte le conseguenze del caso. Il tema si presta a diverse riflessioni soprattutto per quanto riguarda la gestione dei detenuti, anche con pene particolarmente elevate.
Un condannato all'ergastolo, ad esempio, avrà sempre lo stesso "interlocutore" in toga per qualsiasi genere di richiesta, ad iniziare dall'essere ammesso a misure alternative alla detenzione in carcere.
Indubbiamente, sulla carta, ciò dovrebbe garantire una corretta gestione della pena sotto il profilo della diretta conoscenza del detenuto. La stessa possibilità di effettuare visite negli istituti penitenziari da parte del magistrato di sorveglianza aumenta poi tali momenti conoscitivi. Attualmente sono circa 193 i magistrati di sorveglianza in sevizio. L'organico previsto è di 204.
maremmanews.it, 15 agosto 2019
È stato riattivato, dopo un periodo di sospensione, il progetto che vede protagonisti la Asl Toscana sud est, la direzione della Casa circondariale di Grosseto e le associazioni Club alcoolici territoriali (Acat) Grosseto Green e Grosseto Nord, a sostegno della salute dei detenuti con problemi alcol-correlati.
Il progetto, nato nel 2015, è stato strutturato come rete di ascolto e di assistenza per i detenuti con l'obiettivo di aiutarli nella gestione dei problemi relativi all'uso di alcol e fornire loro gli strumenti per mantenere l'equilibrio raggiunto anche nella fase post carcere.
Il programma di recupero prevede l'organizzazione di un club alcoolico all'interno della struttura di via Saffi, a cui i detenuti possono aderire per partecipare a incontri periodici con gli operatori. Gli incontri sono condotti da un "servitore-insegnate", volontario esperto dell'Acat, insieme alla collaborazione dei professionisti del Serd e degli educatori della Casa Circondariale.
Nel programma i detenuti sono seguiti dai professionisti dell'Unità Funzionale Dipendenze Area grossetana (Serd), diretta dal dottor Fabio Falorni. In particolare, il coordinamento é affidato alla psicologa Paola Bovo, responsabile del Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale Alcol della Asl, che insieme ad altri operatori sanitari e all'assistente sociale si dedicano alla realizzazione del progetto, partendo dalla prima fase di valutazione dei problemi legati all'abuso di alcool, avviata su richiesta del detenuto stesso o su segnalazione di sanitari o educatori che lavorano direttamente nella struttura.
"Le nostre azioni sono orientate a riconoscere subito i detenuti che manifestano problemi da alcol - spiegano gli operatori Asl - attraverso l'incremento dell'attenzione di chi sta costantemente a contatto con loro. Nel percorso che facciamo insieme, cerchiamo di affinare sempre di più gli strumenti di lavoro per la soluzione dei problemi legati agli alcolici, offrendo loro una rete di supporto al cambiamento e a nuovi stili di vita senza il consumo di bevande alcoliche".
"Chi ha problemi alcol-correlati si trova in una situazione di difficoltà fisica e psicologica. - spiega Falorni - Riuscire a uscire da queste criticità necessità molto impegno e ancora di più in situazioni particolari come la detenzione. Per questo il progetto si pone il duplice obiettivo di aiutare queste persone a smettere con l'uso di alcol, sensibilizzandole anche a corretti stili di vita in generale, e quello di rappresentare un ponte che li prepara gradualmente e li accompagna verso il rientro nella comunità, in linea con il principio di continuità della presa in cura del paziente".
di Marco Belli
gnewsonline.it, 15 agosto 2019
Dalla collaborazione fra la Casa di reclusione di Porto Azzurro e l'azienda Dampaì nasce un percorso di produzione artigianale ad alto tasso di sperimentazione sociale: le borse fatte a mano nel laboratorio realizzato all'interno dell'istituto penitenziario. Un progetto creativo che si fa impresa sociale, perché mette al centro le relazioni tra detenuti lavoratori e un brand di moda e design nato all'isola d'Elba nel 2011.
Dallo scorso anno Dampaì ha infatti trasferito il suo magazzino all'interno della Casa di reclusione "Pasquale De Santis". Da questa esperienza è maturata l'idea di aprire un vero e proprio laboratorio di produzione artigianale, con due detenuti che sono stati selezionati sia per gestire il magazzino che per realizzare i nuovi accessori moda.
Il percorso si è sviluppato velocemente, prima attraverso la formazione professionale dei due detenuti e con particolare attenzione agli aspetti gestionali e umani innescati dal processo produttivo che deve confrontarsi con le regole di un carcere. Successivamente, il frutto di questo delicato lavoro è stato la messa in commercio presso i Dampaì Stores dell'isola d'Elba e presso alcuni rivenditori in Italia di tre modelli di borse interamente confezionate all'interno del carcere: la Two e la Three, borse a mano e tracolla in gomma espansa, e la borsa in rete Lilly, trasformabile in zaino.
Inoltre, all'interno del laboratorio del carcere, si sta lavorando a una borsa in pelle completamente realizzata a mano che il cliente potrà comporre a suo piacimento, con l'aiuto di simulazioni computerizzate, personalizzando materiali e finiture. Una volta scelta la propria combinazione, il cliente invierà l'ordine e la borsa sarà realizzata appositamente per lui nel laboratorio interno al carcere. Cinque giorni per realizzare la borsa, sette giorni per recapitarla all'acquirente.
Questa filiera di produzione permetterà in qualche modo di realizzare uno scambio tra cliente e detenuto, con l'obiettivo di ridurre l'isolamento del detenuto attraverso l'abbattimento di barriere, anche psicologiche, tra il dentro e il fuori.
Zhang è uno dei due detenuti lavoranti nel laboratorio. Ha già scontato gran parte della sua pena e pertanto, a seguito di un contratto di lavoro, può uscire dal carcere. Sa cucire molto bene e pertanto la direzione del carcere l'ha scelto per questo lavoro; inoltre si occupa di gestire il magazzino e il rifornimento esterno agli store presenti sull'isola d'Elba.
Non avendo la patente, come quasi tutti i detenuti che non hanno avuto la possibilità di rinnovare le loro licenze di guida scadute nel corso degli anni, viene solitamente accompagnato da qualcuno dell'azienda quando distribuisce le borse nei negozi.
Gli hanno comprato anche una bicicletta elettrica che lui utilizza per rifornire i vari punti vendita quando nessuno può accompagnarlo in auto. "È uscito due volte in bici e due volte ha preso la febbre", racconta Simona Giovannetti, titolare della Dampaì. "Ma come, Zhang... Grande e grosso come sei, prendi la febbre?", gli ha chiesto. E lui: "Non ero più abituato al vento".
di Nicola Vanni
livornotoday.it, 15 agosto 2019
La Regione beneficerà di 1 milione e 300mila euro per la formazione e l'inserimento lavorativo dei carcerati. Il direttore della casa circondariale di Livorno, Carlo Mazzerbo: "Ci aiuterà a crescere".
Favorire la formazione e l'inserimento lavorativo dei detenuti di Pianosa e della Gorgona dove sono localizzate due delle cinque colonie agricole penali presenti in Italia, affinché una volta usciti dal carcere possano avere più possibilità di integrarsi nella società. È questo l'obiettivo di un progetto del Ministero di Grazia e Giustizia di cui è stata individuata come beneficiaria anche la Regione Toscana insieme a Puglia, Abruzzo e Sardegna.
Il progetto, a cui la giunta regionale ha aderito nella sua ultima seduta su proposta dell'assessore all'istruzione, formazione e lavoro Cristina Grieco, vede la Toscana poter disporre di ha un budget complessivo di 1.300.000 euro, risorse che provengono dal Programma Operativo Nazionale (Pon) Inclusione. In particolare il progetto della Regione Toscana intende creare un sistema integrato ed innovativo nel quale i detenuti possano imparare un mestiere ma che contestualmente promuova lo sviluppo di attività economiche, come produzioni agricole, compatibili a quei territori e tese alla tutela del loro habitat.
Il progetto avvierà quindi un'azione di potenziamento delle competenze dei detenuti attraverso attività formativa in aula e sul campo e attraverso una serie di azioni pilota che prevedranno l'inserimento lavorativo in aziende del settore agricolo - grazie alla creazione e all'animazione di una rete territoriale finalizzata all'inserimento lavorativo e sociale - e il supporto a percorsi di autoimprenditorialità. Verranno così trasmesse al detenuto le competenze che gli permettano di acquisire le professionalità necessarie a garantire continuità lavorativa al momento del ritorno in libertà.
"È importante - ha sottolineato Cristina Grieco - che ai detenuti venga offerta, già negli istituti penitenziari, la possibilità di professionalizzarsi, imparare un mestiere e potersi creare un'opportunità di reinserimento lavorativo e sociale. Il lavoro è uno strumento fondamentale per la tutela della dignità umana e di "reinserimento sociale" e si inserisce nel concetto più ampio di funzione rieducativa della pena".
Recenti studi dimostrano infatti in modo inequivocabile che il tasso di recidiva dei soggetti che hanno avuto opportunità di svolgere attività formative e lavorative durante il periodo di esecuzione della pena, è molto inferiore rispetto agli altri: ciò è determinato, prevalentemente, dal reinserimento nel tessuto produttivo conseguente all'acquisizione di professionalità richieste dal mercato del lavoro.
perugiatoday.it, 15 agosto 2019
Ottanta detenuti potranno diventare operatori di canile e, affiancati da operatori del settore, intraprendere un percorso per acquisire una professionalità spendibile in futuro, una volta scontata la pena. Si chiama "Usciamo dalle gabbie" il progetto realizzato dal Comune di Spoleto, dal carcere della città ducale e dalla Fondazione Cave Canem, volto a favorire la socializzazione di cuccioli abbandonati e garantire il recupero comportamentale di cani adulti traumatizzati, aumentando così le possibilità di adozione.
Il tutto, grazie alla partecipazione di circa ottanta detenuti (selezionati da un'apposita commissione) che frequenteranno il corso teorico - pratico della durata di un anno per operatore di canile tenuto da docenti esperti della Fondazione. Il progetto è stato curato nella fase organizzativa dal Comandante dell'istituto di Spoleto Marco Piersigilli e dal responsabile dell'area trattamentale Pietro Carraresi, che seguiranno il coordinamento anche nella fase attuativa.
"È un progetto di cui siamo molto orgogliosi - ha dichiarato l'assessore all'ambiente Maria Rita Zengoni - perché si pone un duplice obiettivo: coinvolgere i detenuti in un percorso formativo e lavorativo che gli permetterà di acquisire nuove conoscenze e, allo stesso tempo, assistere ed educare cuccioli e cani randagi. Riteniamo possa essere un'ulteriore occasione per far partecipare i detenuti anche alle attività lavorative nel nostro territorio".
Durante le lezioni pratiche detenuti e docenti lavoreranno inizialmente con cani già inseriti in famiglia accompagnati dai proprietari; una volta che i detenuti avranno acquisito competenze, conoscenze e capacità, potranno supportare i professionisti coinvolti nelle attività di assistenza di cani e gatti senza famiglia.
I detenuti saranno poi impegnati anche nella realizzazione dell'area esterna alla Casa di Reclusione destinata ad ospitare alcuni cani e cuccioli del canile rifugio di Spoleto che necessitano di particolare assistenza e la colonia felina già presente nella struttura penitenziaria; cani e gatti randagi avranno a disposizione cucce accoglienti, ampi spazi verdi e potranno contare sull'assistenza e il monitoraggio costante di educatori cinofili, medici veterinari, operatori e volontari già impegnati in altri canili rifugio. "C'è grande entusiasmo intorno a questo progetto - sono state le parole del Direttore della Casa di reclusione di Spoleto, Giuseppe Mazzini - perché è il segno di un impegno fattivo e di ampio respiro, e un'opportunità straordinaria per i detenuti e per il futuro, una volta scontata la pena".
cronacacomune.it, 15 agosto 2019
Nell'ambito del programma ufficiale del Festival di Internazionale, anche quest'anno i cancelli del carcere di Ferrara si apriranno per far entrare i cittadini interessati a conoscere due fra i diversi aspetti del lavoro culturale che si svolge al suo interno. Normalmente sappiamo poco di ciò che avviene all'interno di un carcere, ma soprattutto non conosciamo tutto ciò che si fa per attuare quella rieducazione della persona condannata a cui deve tendere la pena secondo la nostra Costituzione.
Sono diverse le attività trattamentali che si svolgono a Ferrara: l'attività scolastica (dall'alfabetizzazione all'Università), la formazione professionale, la biblioteca, le attività culturali e sportive, il progetto Galeorto, il laboratorio di bricolage, gli incontri con gli studenti, il teatro, la pittura, la fotografia, il cinema, il giornale; ciascuna di queste, nel suo piccolo, contribuisce a ridefinire un pezzo di orizzonte futuro per le persone detenute che vi partecipano.
Fra le varie iniziative, vista la grande partecipazione di pubblico degli anni scorsi, "Il Festival incontra il carcere" sarà riproposta anche quest'anno con lo scopo di promuovere occasioni di comunicazione e di crescita fra le persone che possano aprire una porta nelle barriere culturali ed emotive che fanno del carcere un mondo a parte.
Venerdì 4 ottobre 2019, dalle 19 alle 21, la compagnia di detenuti attori diretti da Horacio Czertok e Marco Luciano presenterà "Album di famiglia", uno spettacolo teatrale che rappresenta la conclusione di un laboratorio di due anni che si colloca nell'ambito del progetto "Padri e Figli" del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna. La proposta del Teatro Nucleo è uno studio sui temi della colpa, del lutto, dell'eredità e del conflitto generazionale attraverso la figura di Amleto nelle varie riscritture del 900, da Heiner Muller a Laforgue, suggerite ai detenuti e da questi rielaborate in scritture biografiche.
Sabato 5 ottobre 2019, dalle 9.30 alle 12, si svolgerà la seconda edizione de "La città incontra il carcere". Il programma prevede dapprima una visita alla mostra di pittura, con i quadri realizzati da persone detenute nell'ambito del laboratorio artistico attivato all'interno della Casa Circondariale e condotto da Raimondo Imbrò; a seguire ci sarà l'incontro con il comitato di redazione di Astrolabio, composto da 15 persone detenute coordinate dal curatore Mauro Presini e dall'insegnante volontaria Lorenza Cenacchi, che incontrerà e dialogherà con i giornalisti ed i cittadini sul tema della comunicazione tra carcere e società. La prenotazione è obbligatoria alle due iniziative, va fatta distinta e deve essere compiuta entro mercoledì 4 settembre 2019; per il teatro occorre scrivere a:
di Chiara Mariani
Sette del Corriere, 15 agosto 2019
Ha fotografato settantaquattro carceri del Sud America nell'arco di dieci anni. Ora Valerio Bispuri ha compiuto un'altra impresa. Tre anni per superare la burocrazia italiana, varcare la soglia di dieci prigioni da nord a sud della penisola (da San Vittore all'Ucciardone, da Bollate a Poggioreale) e conquistare la fiducia dei reclusi.
Un "assegnato" (cioè un incarico ufficiale) di The Washington Post ha invece portato Lorenzo Tugnoli due volte nel 2018 nello Yemen: una terra devastata da una guerra che ha scatenato, secondo la definizione delle Nazioni Unite, la peggior crisi umanitaria provocata dalla mano dell'uomo. Un reportage che gli è valso il Premio Pulitzer di quest'anno. Ai nostri giorni, assediati dalle immagini, capita che ci si scordi delle fotografie.
Alcuni appuntamenti però ribadiscono la distinzione tra gli scatti nati da una casualità più o meno fortunata e quelli realizzati da chi imbraccia la macchina fotografica per mestiere. Da trentuno anni il Festival Visa pour l'Image di Perpignan (che quest'anno si svolge dal 31 agosto al 15 settembre) sottolinea la fatica, lo studio e il talento dei reporter di professione con mostre allestite nei luoghi più suggestivi della cittadina, proiezioni serali, premi.
Particolarmente attesa l'incoronazione dei vincitori delle due categorie più ambite: Features e News. Gli italiani Valerio Bispuri e Lorenzo Tugnoli compaiono nella ristretta rosa dei finalisti di entrambe le sezioni con i rispettivi lavori. Sono in lizza con colleghi altrettanto meritevoli quali Frédéric Noy, indiscusso esperto d'Africa, nominato per il servizio sullo stato di salute del Lago Vittoria; Guillermo Arias, che ha seguito il peregrinare dei migranti dal Messico verso gli Stati Uniti; Ivor Prickett, autore di una serie di servizi fotografici nei luoghi dell'Isis, finanziati dal The New York Times, che sono confluiti in un libro dal titolo "La fine del Califfato".
Una sola donna: Kirsten Luce, il cui lavoro, prodotto dal National Geographic, rivela i lati oscuri del turismo wild life che troppe volte richiede lo sfruttamento degli animali, chiamati a soddisfare le esigenze degli escursionisti wild per un giorno.
di Roberto I. Zanini
Avvenire, 15 agosto 2019
Viviamo da prigionieri in un mondo di prigionieri. Basta guardare i titoli dei giornali o pensare a modi di dire e frasi fatte per constatare che siamo infarciti di metafore carcerarie del tipo "mi sento in gabbia", "imprigionati nal traffico", "prigioniero del vizio", "dietro le sbarre della vita". Perché le prigioni possono essere tante, a volte hanno sbarre dorate, spesso sono illusioni, trappole in cui siamo caduti e di cui tante volte nemmeno ci rendiamo conto.
Vita da prigionieri, quindi. E ce lo indicano anche molti celebri autori: da "È una bella prigione il mondo" di Shakespeare a "Noi uomini viviamo come in una specie di prigione" di Socrate, per restare sul metaforico. Se poi vogliamo guardare a chi di carcere parla davvero, Le mie prigioni di Pellico sono una miniera: "Amicizia e religione sono beni inestimabili! Abbelliscono anche le ore dei prigionieri".
Ancor più numerose le citazioni che si possono trarre da Dostoevskij a cominciare dall'ottimistica "Anche in prigione si può trovare ampiezza e pienezza di vita". Una pienezza quasi sempre legata alla propria interiorità o a quella speranza che nasce dal ricevere una visita. Lo stesso Pellico, a riguardo, annotava che visitare i carcerati è opera di misericordia fra le più meritevoli ed efficaci. Perché accade davvero che visitando un carcerato o intrattenendo con lui una corrispondenza gli si possa cambiare la vita.
Ce lo dicono le storie di uomini aiutati a risorgere, che ci possono raccontare tanti cappellani di carcere e tanti assistenti sociali che amano il loro lavoro. Fra queste storie risulta davvero singolare e istruttiva quella di James Bishop, raccontata da lui stesso in "Una via nel deserto" (Lef, pagine 282, euro 20). Bishop oggi è un oblato benedettino legato alla Comunità mondiale per la meditazione cristiana. In questo libro racconta di quando, detenuto in un carcere degli Stati Uniti per gravi reati, è "rinato" grazie alla visita di un oblato della Comunità.
Una vita rivoluzionata dallo scoprire che la Regola di san Benedetto poteva essere applicata alla prigione e che in essa si trovavano le motivazioni giuste per dare un senso, una profondità e uno scopo a ogni gesto e a ogni ora. Naturalmente non è stata una cosa facile. Lo dice fin dal principio: "Cambiare la mia vita è una cosa che ho deciso di fare tanti anni fa, all'inizio della mia detenzione. Oggi sarei felice di poter dire che è stata una cosa semplice, ma si è trattato della cosa più difficile che ho fatto.
La mia fortuna è l'essere stato indirizzato alla Regola proprio in quei giorni difficili ed essa mi ha realmente aiutato". Il libro nasce dalla constatazione che tutti noi possiamo incamminarci sulla strada della libertà qualunque sia la nostra forma di prigionia, basta avere la giusta guida.
Così le sue pagine offrono una quotidiana meditazione della Regola evidenziandone quella straordinaria valenza liberatoria, che trae vita direttamente dal Gesù dei Vangeli e dalla sua forza di amore nell'accoglienza e nel perdono. E se la prima parola della Regola è "Ascolta", autentica rivoluzione per la società contemporanea, l'obiettivo a cui conduce è pura libertà: "Non si tratta di innamorarsi, ma di essere noi stessi amore". Tutto questo per spiegare "come dopo essere stato spedito in un carcere vero mi sia sentito più libero di prima".
di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 15 agosto 2019
Gmail ci legge la posta, Messenger registra i messaggi audio e li trascrive, Alexa, Siri e Assistant ascoltano le nostre conversazioni private; FaceApp immagazzina i volti, Grindr le informazioni sessuali: è il nuovo capitalismo della sorveglianza. La notizia della settimana è che anche le storie di Instagram, quelle che dovrebbero scomparire dopo un giorno, vengono catturate in rete e conservate insieme alla localizzazione degli autori.
Un marketing partner di Facebook, la Hyp3r di San Francisco, secondo Business Insider ha tracciato segretamente 49 milioni di posizioni e storie degli utenti di Instagram, raccogliendo enormi quantità di dati per creare profili utente che includevano la posizione fisica degli utilizzatori, le loro biografie, gli interessi e persino le foto che avrebbero dovuto svanire dopo 24 ore.
Facebook, proprietaria di Instagram, ha confermato l'accaduto e la "violazione delle regole di Instagram", invitando il partner a desistere con una lettera. Lo faranno? In genere le multe comminate ai giganti della rete dopo che sono stati scoperti, gli fanno solo il solletico. Tutte le aziende lo negano ma agire in questo modo gli serve per calibrare meglio pubblicità, annunci e Roi (return on investment).
Una massiccia raccolta di dati fatta per inserzionisti, rivenditori o persino hedge fund in cerca di informazioni preziose sul comportamento dei consumatori. Un targeting snervante e invasivo secondo la logica del "più cose so di te meglio posso indurti nuovi desideri" è agito ogni giorno a dispetto delle leggi che vincolano le piattaforme social e i siti web a garantirsi il consenso esplicito dell'utente per raccogliere dati personali a fini pubblicitari o per conto di imprese terze. È così che Gmail ci legge la posta, Messenger registra i messaggi audio e li trascrive, Alexa di Amazon ascolta le nostre conversazioni private, come pure Siri di Apple e Assistant di Google; FaceApp immagazzina i nostri volti, Grindr le informazioni sulle preferenze sessuali, Tik Tok raccoglie i dati di ragazzini non ancora tredicenni.
Benvenuti nella società della sorveglianza totale. Le scuse sono sempre le stesse, i grandi gruppi registrano i nostri dati, acquisiscono i like e monitorano i follower, scelgono cosa farci vedere in base ai click precedenti e dicono di farlo per migliorare il servizio e farci accedere a un'esperienza personalizzata. Ognuno di noi dovrebbe chiedersi se questa personalizzazione serva agli utenti o non sia piuttosto finalizzata a realizzare tecnologie tunnel per farci rimanere nei loro walled garden, i giardini recintati dei big player della rete, ma è difficile confutare che questa enorme raccolta di dati serva a creare eserciti di consumatori docili e disciplinati. In parte realizzata da strumenti automatici, in parte affidata a eserciti di ragazzini sottopagati come avviene ad esempio in Cina grazie a programmi industriali che remunerano loro, la scuola e i maestri che si fanno promotori delle "vacanze di lavoro" dei baby-operai.
Un affaire venuto a galla grazie a un allarmante rapporto di China Labor Watch che sottolinea anche come i lavoratori siano obbligati a fare gli straordinari, i turni di notte e a subire maltrattamenti fisici e psicologici. Una sorveglianza commerciale, diversa per quantità e qualità da quella statuale esercitata sui corpi e sui desideri teorizzata da Michel Foucault, e dal controllo dei ritmi e dei tempi di produzione della fabbrica di Max Weber, ma ad esse strettamente collegata, che ci tiene lontani da contenuti di qualità e comunità resilienti al capitalismo delle piattaforme che monetizzano ogni click, e nutre, come nel caso di Cambridge Analytica, la macchina della propaganda usata per la Brexit e l'elezione di Trump, raccontata da Jehane Noujaim e Karim Amer nel documentario Netflix "The Great Hack".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 15 agosto 2019
L'ong catalana, dopo 13 giorni, va a Lampedusa. Il Viminale ricorre al Consiglio di stato. "Ci dirigiamo verso Lampedusa. Secondo il Tar del Lazio possiamo entrare in acque italiane": l'annuncio è arrivato ieri pomeriggio via social da Open Arms, la nave dell'ong catalana che navigava senza porto di sbarco dall'1 agosto, giorno del primo salvataggio. I naufraghi a bordo ieri erano 147, al tredicesimo giorno di permanenza senza una fine in vista, almeno fino alla pubblicazione della sentenza che, ancora una volta, ha sconfessato norme e divieti salviniani anche se non ha espressamente disposto lo sbarco.
"Chiederemo l'evacuazione medica per tutti i naufraghi", ha spiegato Oscar Camps. Il Viminale ha già annunciato il ricorso urgente al Consiglio di Stato contro il decreto del Tar proprio mentre la ministra alla Difesa, Elisabetta Trenta (uno dei bersagli di Salvini), annunciava la scorta della Marina all'ingresso di Open Arms in territorio italiano, in modo da essere pronti a un eventuale trasferimento dei 32 minori sulle due motovedette militari.
Il Tar del Lazio ieri ha innescato la svolta con la pubblicazione della sentenza con cui ha accolto il ricorso dell'ong (presentato martedì), disponendo "l'annullamento del provvedimento del ministero dell'Interno del primo agosto" (cofirmato da Trasporti e Difesa) che disponeva il divieto di ingresso per la nave in acqua nazionali. Una bocciatura del decreto Sicurezza bis, convertito in legge con i voti dei 5S.
Nel dispositivo il presidente Leonardo Pasanisi rileva un "vizio di eccesso di potere per travisamento dei fatti e di violazione delle norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso". Il Viminale, infatti, nel formulare il divieto riconosce che il gommone soccorso in area Sar libica "quanto meno per l'ingente numero di persone a bordo, era in distress, cioè in situazione di evidente difficoltà". Ne consegue che "appare contraddittoria la valutazione di "passaggio non inoffensivo"" utilizzata per bloccare i volontari.
È la seconda valutazione, dopo quella della gip di Agrigento Alessandra Vella su Carola Rackete, che boccia la tesi del Viminale sulle ong. La sospensione del divieto, spiega ancora il Tar, è necessaria poiché "sussiste, alla luce della documentazione prodotta (medical report, relazione psicologica, dichiarazione del capo missione), una situazione di eccezionale gravità e urgenza, tale da giustificare una tutela cautelare", cioè far entrare Open Arms in acque territoriali per prestare immediata assistenza alle persone soccorse, "come del resto sembra sia già avvenuto per i casi più critici".
erano già sbarcate due donne incinte al nono mese e, martedì notte, una famiglia con due gemelli di nove mesi, ma solo perché uno dei neonati aveva urgente bisogno di cure. A causa del braccio di ferro imposto da Salvini, il trasbordo è avvenuto col buio e con il mare diventato, nel frattempo, agitato. I video mostrano i soccorritori impegnati a saltare dalla barca alla motovedetta della Guardia costiera con i piccoli stetti alla tuta in una manovra rischiosa a causa del mare. Che i bambini dovessero sbarcare l'aveva chiarito la garante per l'Infanzia. Il tribunale dei Minori di Palermo ha poi chiesto spiegazioni al governo specificando che venivano violati i diritti dei più piccoli. "Il Tar ha riconosciuto le ragioni della nostra azione in mare - il commento da Open Arms - ribadendo la non violabilità delle Convenzioni internazionali e del diritto del mare".
Salvini ieri ha attaccato a testa bassa: "C'è un disegno per aprire i porti, per trasformare il paese nel campo profughi d'Europa. È un paese strano quello dove una nave spagnola in acque maltesi si rivolge a un avvocato di un tribunale amministrativo per chiedere di sbarcare in Italia. Nelle prossime ore firmerò il mio no perché complice dei trafficanti non voglio essere". Dopo aver innescato la crisi di governo, Salvini si asserraglia al Viminale e continua la sua propaganda elettorale. Il premier Giuseppe Conte ieri mattina aveva inviato una lettera al leader leghista chiedendo almeno di "mettere in sicurezza i minori", alla luce dell'intervento del tribunale di Palermo. "Non mi arrendo, resisto a questa vergogna - la replica di Salvini da Recco -. Staremo attenti perché a Roma non si formi una coppia contro natura tra Pd e 5S e tra Renzi e Grillo per riapre i porti". Quindi l'annuncio del ricorso al Consiglio di stato contro il provvedimento del Tar con la motivazione: "Open Arms ha fatto sistematica raccolta di persone con l'obiettivo politico di portarle in Italia".
L'Ocean Viking, dell'ong Sos Méditerranée e Medici senza frontiere, resta in mare con 356 naufraghi (103 minori) in balia del mare grosso: "Abbiamo chiesto il porto di sbarco a Italia e Malta, stiamo valutando cosa fare dopo la novità del Tar del Lazio", hanno spiegato ieri. Intanto il premier francese Emmanuel Macron ha attivato la Commissione europea per portare a terra i migranti.
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