di Nadia Urbinati
Corriere della Sera, 27 giugno 2019
Si tratta di una tecnica del potere che si mostra professionalmente capace contro i "nemici". Negli ultimi anni, due questioni si sono dimostrate trasversali a tutte le forze politiche, anche se più efficacemente affrontate e implementate da partiti e governi di destra: quella relativa all'immigrazione; e quella relativa alla sicurezza largamente intesa: dalla normativa stradale (con l'inasprimento delle pene già deciso dal governo di centro-sinistra) a quella sull'autodifesa (con la larga tolleranza decisa da questo governo) a quella sulle manifestazioni di piazza (duramente trattata dal Ministro degli interni).
Su entrambe le questioni - contro i nemici esterni e contro quelli interni - si è registrato un consenso popolare sorprendente.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 giugno 2019
Nei prossimi mesi è prevista la gara d'appalto per la produzione delle pistole Taser, anche se il Viminale ha deciso di non chiamarle con il nome commerciale, ma "pistole a impulsi elettrici". Dovrebbero essere in ballo circa un migliaio di queste pistole, anche se la cifra ufficiale ancora deve essere definito nel capitolato di gara. Tutto questo, mentre nel frattempo, le principali città del nostro Paese hanno deciso di mettere al bando il loro utilizzo.
di Gustavo Zagrebelsky
La Repubblica, 27 giugno 2019
Il linguaggio che usiamo parlando in confidenza e intimità è un trojan. È una spia autentica, degnissima di fede. Via le maschere artificiali della decenza e della convenienza, mette in mostra una sostanza. Se vogliamo sapere di che cosa è fatta la stanza e chi la abita, consideriamo il linguaggio. Esso è materia che "pensa e crea per noi" e, dunque, più che essere strumento nelle nostre mani, noi siamo strumenti nelle sue.
O meglio: c'è coincidenza; siamo come parliamo e parliamo come siamo. Noi parliamo una lingua, ma la lingua parla per noi, con noi, di noi e talora contro di noi. Esiste la "sociolinguistica" che studia il rapporto tra le forme della comunicazione verbale e le strutture sociali: la lingua dei mafiosi non è la stessa dei soci dell'Accademia dei Lincei, la lingua delle diverse massonerie è fatta per intendersi tra "fratelli". La lingua del III Reich (LTI - Lingua Tertii Imperii, dal titolo d'un libro dal fascino cupo del filologo Victor Klemperer), non è la stessa del fascismo e, a maggior ragione, della democrazia.
S'è parlato di linguaggio dei tempi democristiani, craxiani, berlusconiani, renziani. Sarebbe utile studiare la lingua salviniana. Entriamo ora in una "stanza", e andiamo nell'angolo riservato d'un albergo ancora aperto a ora tarda, quando di solito c'è silenzio.
All'estraneo, il significato dei discorsi non è chiaro. L'atmosfera è iniziatica, si capisce che ci sono manovre in corso, ma sfuggono i legami, gli obbiettivi, il senso: per comprendere occorrerebbe decrittare, ricostruire, inferire e dedurre, cose da cultori della materia. Friedrich Schiller, di cui ho adottato, adattandolo, il bel motto citato all'inizio, potrebbe però trovare conferme nel linguaggio che quei pensatori e creatori usano tra loro, intendendosi perfettamente. Segue un piccolo repertorio.
Quello, bisogna dirgli che ha rotto il cazzo; me lo metto a pecora. Il cazzo sembra avere un ruolo importante nella faccenda, perché viene evocato con frequenza: uno se l'è rotto e un altro l'ha rotto a un terzo. Uno ha inculato un altro, ma c'è uno che è stato inculato a sua volta. Ci si prende, dunque, vorticosamente per il culo.
Uno a un altro, il culo, l'ha sempre protetto, però ora basta, rompiamogli il culo! Ma anche le palle e i coglioni hanno la loro importanza, perché ce li si rompe e ce li si spacca gli uni con gli altri, vicendevolmente. E poi ci sono quelli che, i coglioni, li hanno e quelli che no, e si capisce che si meritano trattamenti diversi. Non mancano accenni escrementizi, perché uno, al Quirinale, va su, mentre un altro si ferma al cesso, mentre c'è anche uno che, a quell'altro, gli caga il cazzo. In sintesi: è tutto un vaffanculo.
Non che ci si debba necessariamente scandalizzare pudicamente d'una volgarità che, peraltro, fa pensare ad adolescenti non ancora ben formati, ossessionati dal sesso e dall'ano: il linguaggio forbito e lo stile diplomatico, infatti, possono essere altrettanto funzionali, o forse più, a ogni genere di scelleratezze confezionate in carta patinata.
Del resto, si può fare del bene anche bestemmiando, e il buon Dio, che sulla bilancia della sua giustizia pesa le due cose, i fatti e le parole, forse non se ne dorrebbe particolarmente. Senonché, quel linguaggio s'accompagna alla totale assenza di parole e idee che abbiano a che fare con le responsabilità dei turpiloquenti: magistrati in servizio ed ex-presidenti dell'associazione dei magistrati, parlamentari ex-ministri, parlamentari ex-magistrati.
Quello è un linguaggio della totale vuotezza etica, compensata da un pieno di trame, trattative, ricatti, diffamazioni e violenze, tipici di quei "giri di potere" parassitari che si aggirano nella zona grigia delle istituzioni. Esattamente come il linguaggio in cui si esprimeva ciò che un tempo si definiva "il sotto-Stato".
È il brodo di coltura dove alligna la pubblica corruzione, riemerso di recente e prepotentemente nel "mondo di mezzo" di Mafia-capitale, così definito e perfino teorizzato dai suoi stessi protagonisti. Ci sono, in questo squallore, aspetti penali? Si vedrà. Tuttavia, non ci dovrebbe essere (stato) indugio alcuno a fare pulizia, e per ragioni che vengono molto prima e che sono molto più pesanti degli aspetti strettamente giuridici. Il diritto penale non è la prima ratio, ma l'extrema ratio, alla quale si ricorre alla fine, quando si sia dimostrata l'inefficacia d'altre misure previe. Per questo, che non ci siano condanne giudiziarie non significa nulla.
Chi ricorre a questo argomento cerca di usare il diritto penale come paradossale magna charta dei corrotti. Il presidente della Repubblica ha detto parole non consuete e non interpretabili in modo diverso dalla condanna non in termini penali, ma in termini di "disciplina e onore", come dice l'art. 54 della Costituzione.
Anche qui, si vedrà se la ramificazione e la potenza degli interessi in campo, che intrecciano tra loro uomini di partito e uomini della giustizia, riusciranno, guadagnando tempo, a fare finta di nulla ancora una volta. La posta in gioco è molto alta, più alta di quella che si usa definire con espressioni alquanto generiche, come credibilità e fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni.
C'è di più e di più specifico: un crimine contro la gioventù, la gioventù nella quale riponiamo speranze. In molti conosciamo tanti ragazzi e ragazze che si dedicano con passione e determinazione allo studio del diritto, attratti dalla magistratura, con la vocazione di servire il loro e nostro Paese, e con il desiderio di contribuire al miglioramento della società per mezzo della legalità. Che cosa possono pensare di fronte a questi esempi repulsivi? Se fosse possibile, dovrebbero costituirsi "parti lese" in un ideale processo di liberazione, insieme ai tanti magistrati alieni da quelle pratiche e sfiduciati nei confronti della professione che essi scelsero, un tempo, con quella medesima vocazione e con quel medesimo desiderio.
di Errico Novi
Il Dubbio, 27 giugno 2019
Due anni fa Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita pubblicarono un libro-manifesto: "Giustizialisti. Così la politica lega le mani alla magistratura". L'epitome di una straordinaria e vincente incursione nella coscienza profonda dell'ordine giudiziario da parte della corrente fondata dai due pm, "Autonomia e indipendenza".
Il gruppo era nato da un anno e mezzo, aveva già scombussolato gli equilibri elettorali dell'Anm e aveva l'ambizione di sedurre altri colleghi, soprattutto giovani, allarmati dalle bellicose riforme di Renzi (vedi riduzione delle ferie) e ansiosi di un riscatto per via antipolitica. Con la crociata indotta, contro il correntismo, dal caso Palamara, il gruppo di Davigo e Ardita pare poter raccogliere nuovi frutti dalla propria linea ultra-legalitaria. Intanto la componente di "AeI" ha scalzato "Magistratura indipendente" dalla giunta dell'Anm e vi ha fatto trionfale rientro dopo oltre un anno di "aventino".
Ma proprio tale ultima circostanza aiuta a scorgere un rischio, per i "davighiani". Il loro gruppo è assolutamente estraneo ai traffici svelati dal trojan di Palamara (anzi, lo stesso pm indagato a Perugia ha definito Ardita un "talebano", a proposito della sua integrità morale) ma è pur sempre una corrente. Ecco perché può valorizzare al meglio quanto emerso dal caso Csm solo attraverso candidati "indipendenti", innanzitutto a Palazzo dei Marescialli.
E infatti ieri Nino Di Matteo ha confermato la notizia anticipata due giorni fa dal Dubbio: si candida alle suppletive del Csm (indette per sostituire i due pm dimissionari Luigi Spina e Antonio Lepre) sostenuto proprio da "Autonomia e indipendenza", ma come "non iscritto", ossia indipendente. Lo ha dichiarato al Fatto nello stesso giorno in cui Repubblica ha confermato che la sua candidatura è stata invocata a furor di popolo dalla "base" di "AeI".
Con il probabile ingresso di Nino Di Matteo a Palazzo dei Marescialli si può riaprire anche la partita fra ordine giudiziario e politica, ora tutta sbilanciata in favore della seconda. Di Matteo rappresenterà l'orgoglio di una magistratura silenziosa e stufa di lasciarsi rappresentare da chi, secondo la verità del sacro trojan, l'avrebbe infangata. Sarà il riscatto antipolitico delle toghe. Se saprà gestire una simile arma, il gruppo di Davigo otterrà nel proprio ambito lo stesso straordinario esito conseguito dai cosiddetti populisti nella politica tout court.
Con gli indipendenti come Di Matteo alla conquista del Csm sarà più difficile, per la politica, portare alle estreme conseguenze una stagione di riforme ritenute punitive dai magistrati. Sarebbe più impervio il percorso di una riforma radicale dello stesso Csm, per esempio, perché le correnti avrebbero nel frattempo dimostrato che figure come Di Matteo possono rimediare alle degenerazioni.
Ancora, sarebbe più difficile sciogliere l'attuale Consiglio superiore. Il presidente della Repubblica ha escluso l'opzione anche perché ora un nuovo plenum sarebbe scelto con le regole vecchie. Il che autorizzerebbe a prevedere uno scioglimento anticipato una volta varata la riforma per l'elezione dei togati. Ma con il profilo da moralizzatore riconosciuto a Di Matteo, tenere le toghe nell'angolo dei loro presunti scandali sarà assai meno agevole.
Non sempre Di Matteo ha avuto un buon rapporto col Csm. Che nel 2015 gli preferì altri colleghi per la Procura nazionale antimafia. L'anno dopo gli proposero la nomina straordinaria alla Dna come fuori organico: lui giustamente respinse l'omaggio e attese di conquistarsi l'ingresso a via Giulia con la domanda presentata, e finalmente accolta dal Csm, nel 2017. Il suo essere "altro" dal solito Consiglio superiore deriva insomma anche da un filo di legittimo rancore. Resta da decifrare un rebus. Di Matteo può contribuire a rinsaldare l'autonomia delle toghe. Disinnescare almeno in parte il pericolo di riforme radicali.
Riuscirebbe a preservare ancor meglio l'autonomia della giurisdizione se proponesse di individuare nell'avvocatura il solo equilibratore della magistratura, come suggerisce il presidente del Cnf Andrea Mascherin. Solo che la corrente di Davigo è la più refrattaria al dialogo con gli avvocati. Se Di Matteo riuscisse a ribaltare lo schema e a perseguire l'ambizione di restituire orgoglio e indipendenza ai colleghi anche attraverso una difesa della giurisdizione in sinergia con la classe forense, la sua caratura di "indipendente" troverebbe la più autentica delle conferme.
Cedu, sì ai divieti di accesso alle acque territoriali se lo richiedano ragioni d'ordine e sicurezza
di Andrea Magagnoli
Il Sole 24 Ore, 27 giugno 2019
La Corte Europea dei Diritti dell' Uomo con una recente decisione ritiene ammissibile per i singoli Stati la facoltà di vietare l' accesso alle proprie acque territoriali ai natanti per ragioni di ordine pubblico e sicurezza. Il caso di specie trae la propria origine dal divieto impartito da parte del titolare del dicastero dell' Interno ad un natante, di fare ingresso nelle acque territoriali italiane per ragioni di ordine e sicurezza pubbliche. Circa la facoltà d impartire tali divieti il recente decreto legge n. 53/ 2019 meglio conosciuto come decreto sicurezza bis, sulla base della necessità di tutelare l' integrità territoriale di uno Stato da parte di ingressi di clandestini pericolosi per l' ordine e la sicurezza pubblica, prevede un espressa disposizione
L' articolo 1 del recente decreto legge prevede un potere per il ministero dell' Interno in qualità di organo preposto alla tutela dell' ordine pubblico, di emettere un provvedimento idoneo ad evitare l' ingresso o la sosta ai natanti, nel caso in cui essi costituiscano un pericolo per l' incolumità pubblica o la sicurezza.
Il caso della Sea Watch 3 - Il ministro Salvini ha emesso, ravvisando un pericolo per l' ordine pubblico, un provvedimento di divieto ad un imbarcazione che staccatasi dalle coste africane si accingeva a fare ingresso nelle acque territoriali italiane. Il natante, a bordo del quale si trovano numerosi soggetti di origine non comunitaria, a seguito dell'emissione del divieto, non può quindi terminare il proprio tragitto rimanendo in mare. Il capitano ed alcuni migranti sono riscorsi alla Corte europea dei diritti dell' uomo al fine di ottenere un provvedimento che consentisse loro di fare ingresso nelle acque territoriali italiane, tanto da potere presentare agli organi competenti una richiesta di protezione internazionale, che se accolta ne avrebbe permesso la permanenza lecita sul territorio italiano.
Peraltro, osservavano i ricorrenti come la permanenza dell' imbarcazione in mare, comportava, in ogni caso, una seria minaccia per chi vi si trovava a bordo ponendone a serio rischio l' incolumità e la vita stessa.
Inoltre il provvedimento di divieto era, ad avviso dei ricorrenti, stato emesso in violazione alla normativa internazionale, la quale in casi come questo salvaguardia i diritti dei singoli individui.
La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell' uomo (alla quale lo Stato italiano ha comunque aderito), osservavano sul punto i ricorrenti prevede due specifiche disposizioni applicabili ai casi come questo. Si tratta degli articoli 2 e 3 i quali prevedono la tutela della vita in ogni caso, ed il divieto di trattamenti disumani e degradanti.
Il provvedimento emesso dal ministro dell' Interno pertanto presenterebbe un palese contrasto con le predette disposizioni, concludono i ricorrenti, tanto da dovere essere dichiarato illegittimo da parte dei giudici della Corte Europea dei diritti dell'uomo e di conseguenza fatto decadere con la sua perdita d'efficacia.
La posizione della Cedu - Una tesi non accettata da i giudici europei, i quali con la sentenza emessa ritengono legittimo il provvedimento opposto. Secondo i magistrati europei infatti rientra nell' ambito dei poteri dei singoli Stati, la previsione qualora lo richiedono ragioni di ordine e sicurezza di una facoltà di vietare ai natanti di fare ingresso nelle acque territoriali.
Tale facoltà potrà venire esercitata da parte del Ministro competente per materia qualora se ravvisino i presupposti previsti dalla normativa.
Inoltre Strasburgo ricorda che il 21 giugno i ricorrenti avevano adito la Corte sulla base dell'articolo 39 del regolamento che consente alla Corte di indicare misure provvisorie a qualsiasi Stato sia parte della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Si tratta di misure di emergenza che, secondo la prassi costante della Corte, si applicano solo in caso di rischio imminente di danno irreparabile. La Corte allo stesso tempo "chiede alle autorità italiane di continuare a fornire tutta l'assistenza necessaria alle persone che si trovano a bordo della Sea Watch 3 in situazione di vulnerabilità a causa della loro età e delle loro condizioni di salute".
di Giuseppe Ferraro
La Repubblica, 27 giugno 2019
"Affettivamente le cose stanno così". Qui si usa così e sempre c'è qualcuno pronto a correggere: "Si dice effettivamente". Non è però un errore della parlata, le cose stanno affettivamente così come non sono effettivamente. Lo scarto è evidente. Questa città si regge sull'affettività che lasciata sola diventa colpevole. Lo scarto è tra il mondo orale e quello reale.
Su questo abbiamo tenuto quest'anno il corso di "Educazione ai sentimenti morali" in carcere, a Poggioreale, nella sezione "Alta sicurezza", con i "Giovani adulti", quelli di appena qualche anno in più della nuova generazione della "criminalità non organizzata".
È difficile essere veri in carcere. Impossibile. Il carcere è l'accademia del sospetto. Sincero non è nessuno. Il coraggio della fragilità è sotto vuoto, nell'intimità negata. In carcere si è guardati, ma non ci si riguarda. In carcere non ci sono specchi. Non ti rifletti. Ti devi far vedere. Importi.
Stare chiuso là dentro non serve a niente. Il carcere produce carcerati. La pena deve valere la pena, se non vale la pena, diventa una punizione inutile. La pena deve essere un diritto, quella di riguardarsi. Eppure sentimenti affettivi ci sono, danno valori.
Quando si parla di genitori, di figli, di amore le parole sono le stesse di chiunque ha figli, ama e ripensa ai genitori. L'effettivamente però non corrisponde a tutto questo. È come avere un'interiorità estranea, priva del sogno. Affettivamente le cose stanno così. Il desiderio scompare appena esci di casa e prendi le scorciatoie della vita tra i vicoli di strade e di estranei. Quest'anno a Poggioreale è stato un corso speciale.
Protagonisti loro, quelli che "Gomorra", la sanno da dentro come non è sullo schermo. E dietro quello schermo bisogna andare per uscirne. Quel giorno quando sono arrivato mi hanno chiesto subito notizie su Noemi e se fossi andato anch'io a trovarla in ospedale. Ho chiesto a mia volta perché le "stese" e perché si spara fino a colpire una bambina e uccidere un uomo davanti al nipotino. La risposta è stata: "Tracchiole, cotena e ossa".
Sul momento non ho capito. Ripeti: "Si spartiscono il resto di niente", non ci sta più quella "ricchezza", nemmeno ci sono più quelli che comandano e danno mandato e organizzazione. C'è rimasto "tracchiole, cotena e ossa".
A rifletterci sono gli ingredienti dl ragù. Ma è senza sapore, rancido. Ci si spartisce il poco e il niente. Il mercato della droga si è frammentato e ci sono ormai tanti piccoli clan, e poi ci sono i ragazzi che vogliono i capi firmati e le ragazze pronte da portare. Le "stese" sono le prove di scambio delle proprie paure. Servono anche come distrazione di fatti. Si può andare avanti con l'analisi di esperti in materia di camorra e arrivare al ritornello della legalità.
Il fatto è che in questo paese la legalità non tutti se la possono permettere e, diciamolo pure, tra la legalità e la moralità si apre lo stesso scarto che è tra affettività ed effettività. Assai spesso chi è legale è immorale e chi è morale è illegale. Bisogna tenerle insieme legalità e moralità così come l'affettivamente e l'effettivamente. Diversamente c'è solo la disperazione. Questi mesi a Poggioreale con gli AS1 (detenuti ad alta sicurezza) non saranno stati indifferenti.
L'ultimo incontro è stato speciale. Qui dove la porta dell'inferno è sempre aperta, si va in affanno a prodigarsi in iniziative eccezionali. Conosco tutte le carceri del paese, qui a Poggioreale si sentono le urla, si sente la folla, la disperazione, il dolore, l'odore. Anche nelle giornate di pioggia in inverno il cielo si apre a tratti per un raggio di sole. Così tra corridoi stretti e cupi di cancelli in cancelli si arriva su uno spazio murato e aperto. Non è un ossimoro.
Ci sono i muri e il cielo. Ci sono i tavoli come nei parchi, c'è l'altalena. È l'Aria Verde. L'ultimo incontro l'abbiamo tenuto qui. Con i familiari, con i bambini, con le donne, mogli, compagne, figlie, sorelle. Vorrei tanto tenere un corso così insieme con le famiglie, perché in carcere ci sono anche loro. Ed ecco questo giorno straordinario è arrivato grazie alla Direzione. Siamo stati nell'Area Verde, con i tavoli, le altalene. Siamo stati affettivamente.
In quell'area un insieme di corpi, grappoli umani, avvinghiati in una sola figura disegnata da intrecci di braccia. A vederli così, si capisce ancora meglio che nessuno è libero da solo, la libertà è fatta di legami. La libertà per ognuno si misura dalla qualità dei propri legami, ci sono quelli che soffocano e quelli che liberano il respiro. Anche la libertà di un paese si misura dalla qualità dei propri legami sociali. La legalità è fatta di legami, se si presenta solo in divisa, divide, lasciando aperto lo scarto tra legale e morale, tra effettivo e affettivo.
In carcere, qui a Poggioreale, le iniziative promosse dalla direzione con Maria Luisa Palma e dall'Area educativa con Ercole Formisano sono davvero tante. Restano nascoste, recluse anch'esse. Si naviga su gommoni di sentimenti morali in un mare esagitato, senza approdi visibili da fuori. Oggi è stato un giorno speciale. Non possiamo filmarlo e fotografarlo, lo teniamo dentro. Non sarà stato indifferente, per una volta il carcere non è stato una prigione e la pena è stata il diritto a riguardarsi e riprendere effettivamente la propria affettività.
di Riccardo Campolo
palermotoday.it, 27 giugno 2019
La rivolta pacifica messa in atto nel reparto di alta sicurezza ha portato alcuni piccoli frutti. "Ora potranno scaldare l'acqua con i fornelli che hanno in cella per poi portarla nelle docce comuni e utilizzarla. Nulla da fare sul fronte farmaci". Rientrata la protesta al carcere Pagliarelli. Dopo cinque giorni trascorsi senza mangiare, rifiutando i colloqui con i familiari e altro ancora i detenuti hanno vinto quella che definiscono una "battaglia per la dignità umana".
Fra le ragioni della rivolta pacifica messa in atto dai 332 detenuti del reparto di alta sicurezza la turnazione delle docce ("una a settimana"), la somministrazione dei farmaci ("Tachipirina per tutto, al di là della patologia") e altri piccoli problemi che in carcere diventano giganti. Circostanze alle quali la direttrice dell'istituto penitenziario, Francesca Vazzana, ha trovato una spiegazione: "La struttura è stata progettata per 600-700 persone e attualmente ne ospita 1.380. Purtroppo i fondi assegnati dal ministero sono risibili rispetto alle reali necessità".
Una volta esplosa la protesta, l'ultima di una lunga serie che ha riguardato i vari istituti penitenziari dell'isola, l'associazione per i diritti e le garanzie del sistema penale Antigone ha programmato una visita che si è svolta ieri insieme al responsabile dell'Osservatorio carcere dell'Ucpi nonché vicepresidente della Camera penale di Palermo, Fabio Bognanni, e ai rappresentanti dell'Osservatorio carcere della camera penale di Palermo Rosalia Zarcone, Anna Bonfiglio e Rita Maccagnano. "L'incontro con i rappresentanti dei detenuti - si legge in una nota - è servito per chiarire le ragioni e disagi che li hanno portati a forme esasperate di protesta, come quella di non presentarsi ai colloqui con i familiari".
In prima battuta i carcerati hanno elencato alcune richieste parzialmente già accolte, come il cambio di materassi e l'aumento del limite di peso per i pacchi destinati ai carcerati che arrivano da un'altra regione. Poi hanno passato in rassegna altri problemi per i quali è stato trovato un accordo con la direzione e con gli agenti di polizia penitenziaria.
Tra questi uno riguarda l'igiene: "Hanno concordato la possibilità di riscaldare l'acqua con i propri fornelli per potersi lavare nelle docce comuni", prosegue la nota. Di fatto gli impianti idrici, come ammesso dalla stessa direttrice in virtù dei numeri, non consentirebbero a tutta la popolazione carceraria di fare tre volte a settimana la doccia.
Uno dei nodi rimasti irrisolti è quello relativo alle medicine. Poco o nulla, si legge ancora nella nota, è stato ottenuto per la consegna dei farmaci. "Per ottenerli passano circa 15-20 giorni, ma non per tutte le fasce e tipologie. L'altro grave problema per il quale l'istituto è abbandonato a se stesso - spiega Apprendi a PalermoToday - è legato alla salute mentale: ci sono oltre 300 detenuti che prendono farmaci specifici e invece avrebbero bisogno di maggiori attenzioni".
L'elenco dei problemi è ancora lungo: "Attualmente ci sono 80 donne detenute in un reparto che può comunque considerarsi vivibile. Queste donne però - aggiunge il presidente di Antigone Sicilia - non hanno un'area verde per i colloqui con i loro figli. Per quanto colorata e più o meno attrezzata, la stanza messa a loro disposizione non può considerarsi adeguata".
Ad essere sottodimensionato, oltre al complessivo sistema di impianti, è anche il numero di agenti di polizia penitenziaria, che devono occuparsi praticamente di tutto, dal trasferimento dei detenuti ai vari servizi amministrativi passando per la sicurezza dell'istituto. E su questo, conclude la nota, "il ministero fa orecchie da mercante".
A parlare sono i numeri: "Servirebbero almeno 727 unità, che sarebbero comunque oberate di lavoro, ma ce ne sono appena 691. Numero che ovviamente va suddiviso per i vari turni. Questa protesta era nell'aria e ha fatto emergere le gravi responsabilità dello Stato e le sue decennali inadempienze: non sono stati fatti investimenti. Prima venivano utilizzati i soldi delle ammende per la piccola manutenzione, ora neanche quello. E da ultimo, non per importanza, mancano i mediatori culturali, anello di congiunzione necessario per i 210 stranieri - tra uomini e donne - reclusi al Pagliarelli".
ilsicilia.it, 27 giugno 2019
Il presidente di Antigone Sicilia, Pino Apprendi, il responsabile regionale dell'Osservatorio carcere dell'Ucpi e vice presidente Camera Penale di Palermo Fabio Bognanni e i rappresentanti dell'Osservatorio carcere della Camera Penale di Palermo, Rosalia Zarcone, Anna Bonfiglio e Rita Maccagnano, si sono recati al Carcere Pagliarelli, a seguito dello sciopero della fame dei detenuti dell'alta sicurezza. La delegazione ha incontrato i rappresentanti dei detenuti che hanno manifestato il disagio che li ha portati anche a forme esasperate di protesta come non andare ai colloqui con i familiari.
I detenuti hanno elencato una serie di richieste in parte accolte nell'immediato come il cambio dei materassi e l'aumento dei kg del pacco per i fuori sede. Per le docce hanno concordato la possibilità di riscaldarsi un secchio d'acqua con il proprio fornellino e recarsi nelle docce comuni non essendoci docce nelle celle, poco o nulla hanno ottenuto per migliorare la consegna delle medicine sia quelle del carcere che quelle che comprano privatamente. Un altro grave problema per il quale l'Istituto é abbandonato a se stesso è il problema legato alla salute mentale, oltre trecento sono i detenuti che fanno uso di medicinali appropriati.
"Il carcere ha problemi strutturali, era stato costruito per 700 persone e ne ospita oltre 1300. L'impiantistica é sottodimensionata e inadeguata. Da decenni denunciamo questa situazione, in estate caldo rovente ed in inverno freddo glaciale. Non stanno meglio gli agenti della Polizia Penitenziaria, il cui organico é inferiore al previsto e sottodimensionato, come tutti sanno gli agenti vengono utilizzati anche per le traduzioni e per servizi amministrativi vari. Il Ministero fa orecchio da mercante", lo dice Pino Apprendi, presidente Antigone Sicilia.
avveniredicalabria.it, 27 giugno 2019
I numeri sono persone e purtroppo i primi soverchiano le seconde. I dati ufficiali del Ministero della Giustizia non lasciano scampo: nel 2018, come nel 2017, il sovraffollamento continua ad incrementarsi. In Italia, al 31 dicembre 2018, erano presenti 59.655 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 50.581, di cui 2.576 donne e 20.255 stranieri.
Ma chi sono questi detenuti? Quanti anni hanno? Che titolo di studio possiedono? Per quali reati si trovano in carcere? Quanti, fra questi, sono reclusi in attesa di giudizio? In base ai dati ufficiali del Ministero della Giustizia, il 34% circa dei detenuti italiani, in realtà, sono stranieri; fra italiani e stranieri, dei circa 60.000 detenuti odierni, quasi 22.000 hanno un'età compresa fra i 18 ed i 39 anni; l'età media, comunque, è di circa 40 anni; 607 sono laureati; poco meno di 5.000 possiedono un diploma di scuola media superiore; quasi 20.000 la licenza di scuola media inferiore; circa 7.000 la licenza di scuola elementare; 900 circa sono privi di titolo di studio e più di 1000 sono analfabeti.
Rispetto alla situazione nazionale, Reggio Calabria non fa eccezione, purtroppo. Al 31 dicembre 2018, per vero, a fronte di una capienza regolamentare di 302 detenuti, nel carcere di "Arghillà", ne erano presenti 383, di cui 58 stranieri; alla stessa data, al "Panzera", a fronte di una capienza regolamentare di 186 detenuti, ne erano presenti 216, di cui 11 stranieri e 34 donne.
Presso il carcere di "Arghillà", in specie, risultavano esserci 44 detenuti tossicodipendenti sottoposti a trattamento terapeutico, a cui vanno aggiunti altri 5 detenuti tossicodipendenti del "G. Panzera", per un totale di 49 persone sottoposte a trattamento terapeutico per tossicodipendenza. Sempre, ad "Arghillà," nel 2018, 90 detenuti risultavano sottoposti a terapia psichiatrica, mentre al "Panzera" erano 5 i detenuti in terapia psichiatrica e 48 risultavano essere stati inviati in osservazione psichiatrica.
Al momento, per fortuna, non ci sono più bambini detenuti con le loro madri, ma nel corso del 2017 e del 2018, si sono alternati al "G. Panzera" quattro bambini con le rispettive madri detenute: una italiana con due bambini ed una nigeriana con due bambine. 50 casi di autolesionismo ed un morto ad "Arghillà" nel corso del 2018; 1 caso di autolesionismo al "G. Panzera".
Il personale penitenziario, pedagogico e sanitario resta insufficiente. Il rapporto del numero dei detenuti per ogni agente di Polizia penitenziaria è del 3,8 ad "Arghillà" e dell'1.7 al "Panzera" e il numero di detenuti per ogni educatore è del 76,4 ad "Arghillà" e del 128,5 al "G. Panzera".
Resta ancora non garantita la copertura infermieristica h/24 ad "Arghillà", anche se di recente il referente e coordinatore sanitario ha formalmente comunicato l'avvio della 7 risoluzione dell'annosa problematica, "prevedibile entro alcune settimane", mediante la confluenza nella sede di altro personale. L'estenuante rassegna di numeri e persone, insomma, restituisce un quadro complessivo del cosiddetto "pianeta carcere", tanto a livello nazionale che locale, desolante e desolato.
lacnews24.it, 27 giugno 2019
Il percorso di recupero non è quindi garantito dalle Istituzioni. È quanto emerge in un confronto sul consumo e abuso di droghe tra operatori del settore. A rischio anche le comunità terapeutiche: da maggio 2018 i dipendenti non vengono retribuiti dall'Asp. Il consumo e l'abuso di droga rappresentano ancora un grande problema per l'intero territorio di Reggio Calabria.
Criticità che riguardano anche il mondo degli istituti penitenziari, considerato che il numero maggiore è proprio quello dei detenuti per reati in materia di stupefacenti. In occasione della giornata mondiale contro il consumo ed il traffico illecito di droga si è aperto un confronto tra gli operatori del settore e il garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Agostino Siviglia. I detenuti tossicodipendenti nelle carceri reggine sono in tutto 49. 44 Ad "Arghillà" e 5 al "Panzera".
L'assistenza è insufficiente e il percorso di recupero non è quindi garantito dalle Istituzioni. I dati sono stati sottolineati dallo stesso Siviglia il quale pone l'accento su come "quotidianamente si assiste al mancato rispetto del diritto alla salute che è un diritto garantito dalla nostra Costituzione per tutti e anche per chi è ristretto. L'istituto penitenziario non è adatto - chiosa il garante-per la gestione di detenuti tossicodipendenti, visto le intere criticità del sistema sanitario nazionale il quale se ne dovrebbe occupare anche in carcere così come l'Asp".
88 poi sono gli ex detenuti provenienti dal Sert i quali a causa dell'enorme buco di bilancio dell'Asp rischiano di non essere più curati così come quelli assistiti dalle comunità di recupero. Gli operatori non vengono retribuiti dal maggio dell'anno scorso e per loro potrebbero riaprirsi nuovamente le porte del carcere la loro riabilitazione essere così interrotta.
"È una situazione drammatica- dichiara Luciano Squillaci, vice-presidente del "Centro reggino di solidarietà"- se l'Asp dovesse essere dichiarata fallita tutte queste spettanze non sarebbero più versate a chi ha lavorato e ciò che è ancora più grave è che tutti i pazienti finiranno chi in mezzo ad una strada, chi in carcere.
La chiusura delle comunità – sottolinea - porterebbe un enorme disagio sociale. I problemi non sono infatti, solo degli operatori che rimangono senza lavoro, ma sono dei malati e della cittadinanza. Se non si interviene subito - ha concluso - il rischio è davvero troppo alto e a pagarne sarebbero sempre e solo le fasce più deboli".
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