di Jacopo Storni
Corriere della Sera, 11 settembre 2019
Laboratori teatrali per conoscere se stessi. Stanno male, la loro anima si contorce, vorrebbero riavvolgere il nastro del tempo per tornare indietro e non commettere più quelle atrocità. Qualcuno di loro ha rubato soldi ai parenti, altri hanno rapinato un negozio, altri ancora hanno spacciato. C'è chi ha picchiato, chi ha tirato fuori una pistola e ha sparato.
Qualcuno ha ucciso e adesso si dimena in un tragico rimorso, ma il passato non si cambia, indietro non si torna. E così loro si disperano, piangono, diventano ancora più aggressivi, si ritirano da tutto e da tutti, restano isolati nelle celle dei loro penitenziari. Ma qualcuno trova una speranza, un lumicino di possibilità che diventa focolare, una mano tesa che arriva dai classici: libri, opere, romanzi, poesie. Tutti possono salvarsi, perché sbagliare è umano.
Sul palco "Errare humanum est", è proprio il nome del progetto che l'associazione Puntozero svolge all'interno del carcere minorile Beccaria di Milano: un laboratorio teatrale dove i ragazzi detenuti mettono in scena i grandi classici di sempre, quelli dove i temi della giustizia e della devianza sono al centro dell'opera. Quelli dove l'uomo è anima fragile, dove gli scrittori interrogano se stessi. Come Sant'Agostino, che visse nel peccato e poi divenne sacerdote, come Seneca, secondo il quale "l'inizio della salvezza è la conoscenza del peccato" e come Cicerone, secondo cui "l'errare è cosa comune, è solo dell'ignorante perseverare nell'errore".
E allora sì, certo che si può sbagliare, chiunque lo fa, ma è possibile recuperare, andare a fondo di noi stessi, fare tesoro degli errori e viverli come occasione per una vita nuova. Come succede ai 35 ragazzi reclusi che imparano il teatro nel carcere milanese grazie ai progetti dell'associazione Puntozero.
Studiano (e poi mettono in scena) opere come "Antigone" di Sofocle, dove è forte la presenza di temi quali la legge, la giustizia, il diritto, lo scontro generazionale, oppure "Romeo e Giulietta", di William Shakespeare, che si apre con una rissa che finisce con il ferimento a morte di Mercuzio, parente del principe di Verona, sono le stesse risse di cui si rendono protagonisti molti detenuti.
"Leggendo questi testi imparano che la violenza è una storia comune, fa parte dell'animo dell'essere umano", racconta l'attrice Lisa Mazoni, responsabile del progetto, che poi aggiunge: "I classici aiutano a metabolizzare le proprie colpe, aiutano a capire che tu appartieni a una comunità con tematiche universali, sbagliare non è capitato soltanto a te". E così i ragazzi peccatori, rinchiusi nelle loro prigioni, tornano a vivere lentamente. I loro spettacoli riscuotono ovazioni (si sono esibiti anche al Piccolo) e gli applausi hanno rafforzato la loro autostima, pian piano hanno ritrovato se stessi.
Ma per fare teatro, c'è bisogno di un teatro, una struttura capace di ospitare gli spettacoli. Ecco perché i ragazzi del carcere Beccaria, oltre a inscenare le opere, si danno da fare per la manutenzione e l'ammodernamento del teatro del penitenziario milanese.
"Presto il teatro avrà un ingresso indipendente da quello del carcere e sarà accessibile da tutti, così potremo fare spettacoli per la cittadinanza".
L'associazione Puntozero è nata nel 1995 dal regista e attore teatrale Giuseppe Scutellà e negli anni ha aiutato tanti giovani a uscire dalle sabbie mobili della marginalità. Addirittura alcuni di loro, scontata la pena e usciti dal carcere, sono ritornati nel penitenziario per seguire le lezioni di teatro e partecipare attivamente agli spettacoli.
Fondamentale per la riuscita del progetto è il supporto di enti, fondazioni e realtà del territorio, tra cui la banca Intesa Sanpaolo, che soltanto nel 2018 ha donato all'associazione 75.600 euro, attraverso il Fondo di beneficenza e opere di carattere sociale e culturale.
di Lorenzo Vidino
La Stampa, 11 settembre 2019
A diciotto anni dagli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 contro New York e Washington la minaccia jihadista contro l'Occidente resta in tutta la sua ferocia anche se ha fattezze assai diverse da quelle dell'Al Qaeda di allora.
L'11 settembre 2001 Al Qaeda, allora l'incarnazione principale di un movimento jihadista globale che aveva già insanguinato il mondo islamico da decenni ma che era ancora pressoché sconosciuto in Occidente, porta la sua sete di morte mirata a raggiungere un obiettivo - la creazione di società islamiche guidate da una interpretazione ultra-letteralista del Corano - a casa del paese che più di ogni altro considera nemico della visione di Osama Bin Laden e del suo gruppo.
Da quel fatidico giorno sono passati, dal punto di vista geopolitico, anni luce: la guerra al terrorismo, con i suoi successi ma anche con le sue derive, migliaia di attentati in tutto il mondo, la diffusione di misure di sicurezza che ormai diamo per normali ma che fino ad allora erano impensabili, l'assuefazione alla paura di attacchi terroristici, infiniti dibattiti su questioni fondamentali come il rapporto tra libertà civili e necessità di sicurezza o sulla natura dell'Islam (del quale il movimento jihadista si auto-proclama paladino e rappresentante, nonostante la sua visione oscurantista sia rifiutata dalla stragrande maggioranza dei musulmani) e la sua posizione all'interno delle società occidentali.
Nel 2014, con l'ascesa dell'Isis - gruppo che nasce come costola di Al Qaeda e con la quale ora lotta per la primazia del movimento jihadista globale - la creazione del Califfato e l'ondata di violenza che ne è conseguita, abbiamo toccato l'apice della violenza jihadista.
Ma, per quanto la partita col jihadismo sia una che l'Occidente vorrebbe chiudere da anni, è scioccamente ottimista pensare che si possa pensare ad una fine della minaccia. La perdita di territorialità da parte dello Stato Islamico ha chiuso una fase particolarmente intensa della storia del jihadismo, a livello globale come nei nostri confini, per aprirne una nuova caratterizzata da forte incertezza e poliformità della minaccia.
Lo Stato Islamico non è più Califfato ma è sempre vivo: come forza insorgente in Siria e Iraq; nelle provincie (wilayet) satelliti che ha creato in vari continenti, cooptando network jihadisti locali; sul web, dove esiste il cosiddetto "califfato virtuale"; e come idea che motiva adepti ovunque, Occidente incluso. È poi ancora forte, anzi, viene ritenuta da molti in forte crescita, Al Qaeda, che seppur offuscata dallo Stato Islamico durante i giorni del Califfato, ha adottato una tattica attendista che l'ha portata a rafforzarsi nel lungo.
In questo momento il jihadismo globale non ha un punto focale forte come lo è stato il Califfato per buona parte di questa decade, ma appare più simile a come era dieci anni fa, prima delle Primavere Arabe: disperso su vari fronti, dal Nord Africa alle Filippine, ma con forti legami transnazionali e pronto a colpire ovunque.
Il problema è che al Qaeda, l'Isis e la miriade di gruppi che orbitano nelle loro galassie, siano essi più o meno forti, votati più a perseguire obiettivi locali o globali, sono semplicemente emanazioni momentanee di un fenomeno ideologico che continua ad attrarre adepti. Successi tattici (operazioni militari contro gruppi jihadisti, arresti, attentati sventati) sono fondamentali ma rimangono delle vittorie di Pirro finché non si vince la battaglia fondamentale dell'indebolimento dell'appeal ideologico del jihadismo e delle complesse questioni politiche, sociali, educative, teologiche ed economiche che lo rendono attrattivo agli occhi dei suoi tanti adepti.
di Anna Spena
vita.it, 11 settembre 2019
La case editrice Contrasto pubblica il nuovo libro di Valerio Bispuri, "Prigionieri", un reportage nelle principali strutture carcerarie italiane, che raccoglie tre anni di lavoro e porta avanti il viaggio fotografico cominciato nelle prigioni sudamericane, Encerrados. Che succede a chi è privo di libertà? Come cambia il tempo di chi è rinchiuso? Come cambiano i suoi gusti?
Bispuri ha cercato di rispondere a queste domande. Il bianco e nero intenso delle sue fotografie racconta dei drammi personali e dei drammi collettivi di uomini e donne specchio dell'intera società, in un non-luogo fermo nel tempo e nascosto ai margini del mondo. "In questi non-luoghi", dice l'autore, "per tre anni ho visitato dieci carceri italiane e mi sono accorto di come le persone private della libertà cercano di ricostruire abitudini, affetti e di trovare un'alternativa per il futuro, che spesso non esiste".
Com'è nata l'idea?
Questo viaggio nelle carceri italiane è il secondo capitolo di un altro viaggio iniziato nelle prigioni sudamericane. Il primo lavoro si chiama "Encerrados". Il progetto è un vero un percorso sull'essere umano, sul stato emotivo e psicologico. Che succede a chi è privo di libertà? Come cambia il tempo di chi è rinchiuso? Come cambiano i suoi gusti? La mia fotografia è dedicata la mondo degli invisibili.
Quali carceri hai visitato?
Sono entrato nelle carceri di massima sicurezza, dove sono rinchiusi affiliati camorristi e mafiosi, come Poggioreale a Napoli e l'Ucciardone a Palermo. Ho visitato le realtà delle colonie penali, dove i prigionieri sono parzialmente liberi e possono lavorare al di fuori degli istituti penitenziari, come accade a Isili in Sardegna. Mi sono immerso nella dimensione delle carceri femminili: nell'antico monastero di Venezia; a San Vittore a Milano e a Rebibbia a Roma. Sono stato in piccole dimensioni carcerarie e in enormi istituti penitenziari. Ho potuto osservare strutture nuove, come il carcere di "Capanne" a Perugia e piccoli istituti come a Sant'Angelo dei Lombardi.
Cosa hai trovato nelle carceri?
Una parte di umanità che facciamo fatica ad accettare. Quando qualcuno sbaglia per noi è importante che venga rinchiuso e che "la chiave sia buttata". Poi smettiamo di farci domande su quella persona.
Cosa hai visto da dentro che chi è fuori non riesce a percepire?
Che dentro le carceri c'è amore. Condivisione. Tolleranza. Parole difficilissime da legare a questo mondo. Ecco io con Prigionieri non volevo denunciare la situazioni delle carceri in Italia. Ma solo raccontare l'umanità che c'è dentro.
Come li hai coinvolti? Come li hai convinti a lasciarsi fotografare?
Raccontandogli la verità. Che quel progetto non era solo il mio progetto, ma il nostro. Una cosa da fare insieme. Gli ho detto "aiutatemi ad entrare nella vostra dimensione" e questa cosa gli è piaciuta.
Ci sono state storie che ti hanno colpito più di altre?
Ci sono tante persone in carcere che in realtà non vengono da un percorso criminale. Ma hanno avuto una cosa che io chiamo blackout. Lo so che è difficile da spiegare. Mi ricordo di questo ragazzo di Firenze che aveva bevuto troppo. La sua mente una notte si è oscurata, con la macchina ha imboccato contromano la tangenziale di Napoli uccidendo due persone, tra cui la sua compagna. Non ricorda molto, solo che aveva bevuto qualche birra di troppo. Nella sua stessa cella da qualche settimana c'è anche un detenuto accusato di omicidio: anche la sua mente all'improvviso ha fatto click e ha ammazzato tre persone per un litigio tra vicini di casa.?
Valerio Bispuri (Roma, 1971) è fotoreporter professionista dal 2001 e collabora con numerose riviste italiane e straniere. Per dieci anni ha lavorato al progetto "Encerrados", sulla vita in 74 carceri maschili e femminili nei paesi sudamericani, che nel 2015 è diventato un libro edito da Contrasto. Nel 2017, dopo oltre 14 anni, ha concluso un altro progetto sulla diffusione e gli effetti di una nuova droga chiamata "paco", diventato anch'esso un libro (Contrasto, 2017). Il lavoro di Bispuri ha ricevuto numerosi premi internazionali ed è stato esposto in diverse città, in Italia e all'estero.
di Stefano Balassone
La Repubblica, 11 settembre 2019
"Boez-Andiamo via", 10 puntate dal 2 settembre su Rai 3 alle 20.25, è un road reality, come Pechino Express, ma strutturalmente somiglia anche a Temptation Island o Isola dei famosi in cui i protagonisti accettano la reclusione in un luogo dove più o meno veracemente affrontano prove, fisiche e psicologiche.
Struttura a parte, per tutto il resto la differenza è radicale. I protagonisti sono sei giovani detenuti in carcere o ai domiciliari, che con l'accordo del Ministero ne sono stati estratti a patto di impegnarsi a percorrere a piedi 910 km, da Roma alla Puglia estrema. Li guidano e seguono due accompagnatori ma anche, fuori scena, la troupe e gli autori che scarpinano avendo scommesso sul recupero di quelle sei persone al mondo.
È frequente la confidenza a favore di camera, il dialogo entro la comitiva o con chi s'incontra, mentre da casa osserviamo i gesti, la selva dei tatuaggi, gli umori. Presto quell'insieme si districa e partorisce la differenza dei caratteri: l'ironico, il poeta, il drammatico. E a questo punto lo spettatore cede e inizia a proiettarsi in ognuno di quelli a cui, al di là della colpa giudiziaria, la ruota del destino è andata storta.
La comunicazione emerge come la medicina fondamentale per chi esce dai luoghi di galera, dove convivi ma non comunichi e, sostanzialmente, resti smarrito circa te stesso. Il gruppo in marcia, invece, costringendo a cooperare ("ce la fai?", "ti do una mano", "e ora che facciamo?") rompe di per sé l'isolamento, la cella emotiva e apre il discorso con il mondo, che fino a lì è mancato.
Da cui la radicale differenza con i reality dei Vip e simili che si muovono su schemi scontati e di sé non hanno nulla da rivelare, essendo ben attenti a confermare il personaggio pubblico che si sono costruiti a tavolino. "In Boez-Andiamo via", invece, c'è qualcosa da scoprire, ed è questo che rende lo spettatore curioso e offre un motivo per seguire quelle persone, nel loro viaggio sia stradale che interiore.
di Leonardo Filippi
left.it, 11 settembre 2019
Erano scampati al bombardamento del lager libico di Tajoura dello scorso 2 luglio, in cui morirono 53 persone. Avevano trovato rifugio all'interno di una struttura dell'Unhcr, a Tripoli. Un luogo dove finalmente i circa 480 profughi superstiti si sentivano al sicuro, al riparo da nuove torture e omicidi, di routine nel centro di detenzione da cui provenivano. Ora però l'agenzia Onu per i rifugiati chiede agli ospiti abbandonare la struttura perché i posti all'interno sono troppo pochi rispetto alle presenze. Minacciandoli di essere riportati nei centri di detenzione. Mettendo così, in ogni caso, a rischio le loro vite.
La struttura dell'agenzia Onu per i rifugiati, conosciuta come Gdf (Gathering and departure facility, ndr), "è gravemente sovraffollata. Più di mille persone sono ospitate qui, mentre la capacità del centro è di 700 persone" spiega in una nota l'Unhcr. "Le infrastrutture e i servizi del Gdf - si legge ancora - sono malridotti e il deterioramento delle condizioni di vita potrebbe portare ad una situazione insostenibile".
Il centro, creato nel 2018, ha la funzione di spazio di transito per quei rifugiati detenuti nel Paese che vengono identificati come i più vulnerabili e per i quali (pochi) viene trovato un posto fuori dalla Libia. Non per tutti, insomma. Per questo ai sopravvissuti di Tajoura è stato chiesto di uscire.
Ma i circa 480 superstiti ai quali è stata formulata questa richiesta si sono opposti. Per loro, allontanarsi dalla struttura significa rischiare di tornare tra le mani dei trafficanti di esseri umani, oltre che esporsi ai pericoli del conflitto in corso nel Paese. Per questo hanno deciso di lanciare un appello internazionale.
Dopo essere entrati nel centro il 9 luglio, "ora l'Interno e l'Unhcr vuole farci uscire e lasciarci per le strade di Tripoli, dove ci aspettano intensi combattimenti e reti di trafficanti - scrive uno dei profughi all'interno del Gdf, in un messaggio Whatsapp che abbiamo raccolto grazie al lavoro di denuncia del collettivo Josi e Loni project. "Il rischio - prosegue - è di una grande catastrofe umanitaria. Noi rifugiati e sopravvissuti del bombardamento di Tajoura chiediamo aiuto e protezione".
Secondo diversi profughi ora sotto sgombero, vivere all'esterno del centro, a Tripoli, sarebbe tanto rischioso quanto affrontare il mare, e per questo molti di loro starebbero già pianificando la traversata del Mediterraneo, come si evince da alcune testimonianze raccolte dall'Irish Times.
I profughi in questione erano fuggiti in massa dal centro di detenzione di Tajoura, nella periferia Est di Tripoli, in seguito al raid dell'aviazione del generale Khalifa Haftar del 2 luglio, un vero e proprio crimine di guerra nell'ambito dello scontro civile in atto nel Paese (non era la prima volta che il centro finiva sotto le bombe; secondo le testimonianze di alcuni profughi, inoltre, i morti sarebbero stati circa un centinaio). Dopo che l'Unhcr si era dichiarata disponibile ad ospitare solo una piccola parte dei superstiti nel Gdf, gli esclusi avevano deciso di entrare comunque nella struttura.
A distanza di due mesi dal loro ingresso, però, il personale del centro ha comunicato ai profughi di essere "sgraditi", in quanto il loro accesso sarebbe avvenuto in maniera "abusiva", la struttura è oltre il limite della capienza e i posti a disposizione per l'evacuazione sono assai limitati.
Motivazioni che, per quanto reali, assai difficilmente giustificano l'esposizione di persone già fortemente traumatizzate al rischio di tornare nei lager libici (nel centro dal quale provengono, quello di Tajoura - è bene ricordarlo - torture e stupri sono all'ordine del giorno). Un'operazione messa in atto, peraltro, proprio dall'agenzia che avrebbe come mandato internazionale la loro protezione.
Ma a suscitare forte preoccupazione sono anche le modalità con cui si sarebbe chiesto ai profughi di andarsene. Come testimoniato da alcuni video girati dai migranti, gli operatori dell'Unhcr avrebbero tentato di convincere i superstiti di Tajoura ad abbandonare il Gdf affermando che "non ci sono altre opzioni", e che qualora non accettassero di farlo "arriveranno qui (le autorità libiche, ndr) e vi riporteranno nei centri di detenzione". Il Gdf dell'Unhcr, è bene ricordarlo, opera sotto la giurisdizione del ministero dell'Interno libico del governo di accordo nazionale presieduto da Fayez al-Sarraj.
Secondo alcune testimonianze scritte a mano dai profughi e raccolte dalla reporter irlandese Sally Hayden, inoltre, nei loro confronti gli operatori Onu avrebbero paventato l'uso della forza, in caso di rifiuto ad uscire autonomamente. "Non abbiamo mai detto che i profughi saranno forzati ad uscire, o che sarà in alcun modo usata la forza nei loro confronti", ribatte Paula Barrachina Esteban, funzionaria dell'Unhcr a Tripoli, contattata dal nostro settimanale.
"Ma se non volessero abbandonare il centro - prosegue - e non trovassimo altre soluzioni, una possibilità è che le autorità libiche decidano di intervenire e li riportino in stato di detenzione. Non è la cosa che vogliamo, per questo abbiamo deciso di prolungare il dialogo coi profughi. Per ora nessuno di loro è stato fatto uscire, si tratta di una soluzione volontaria". Il motivo con cui l'agenzia per i rifugiati giustifica la scelta di allontanare una parte degli attuali profughi presenti nel Gdf - ribadiscono dall'Alto commissariato - è legato alle condizioni della struttura, e di chi la abita.
"Il Gdf è un centro di transito per i rifugiati detenuti in Libia che individuiamo come più vulnerabili, affinché siano evacuati dal Paese - prosegue Barrachina -. Tra coloro che erano detenuti a Tajoura ne abbiamo individuati 55. Ma ora la struttura è al limite, e non abbiamo a disposizione abbastanza slot per evacuare tutti i profughi presenti nel centro. Perciò abbiamo chiesto ai 480 che sono entrati dopo il bombardamento di luglio di essere trasferiti in ambito urbano, dove vivono già più di 50mila rifugiati". A chi accettasse di uscire - in gruppi da 20-40 per volta - verrebbero consegnati una piccola cifra di denaro e l'occorrente per l'igiene personale, e verrebbe offerta la possibilità di una successiva valutazione personale per verificare le condizioni per un reinsediamento fuori dal Paese.
"La Libia non è un Paese sicuro, lo sappiamo - conclude la portavoce dell'Unhcr -. Per questo quella che proponiamo non è la soluzione ideale, ma è l'unica che abbiamo se vogliamo tornare ad rendere operativo il Gdf. Nell'ultimo anno da qui sono state trasferite 1016 persone, verso il Niger e verso l'Europa. In questo momento abbiamo identificato persone che avrebbero diritto ad abbandonare la Libia, ma non possono accedere al Gdf perché è pieno". Numeri e argomentazioni, questi, che al momento non fanno presa sui sopravvissuti di Tajoura, portatori di un gigantesco bagaglio di ferite, nel corpo e nella psiche. Costretti ad un assurdo braccio di ferro con chi avrebbe il compito di difenderli, che non intendono mollare.
La Repubblica, 11 settembre 2019
Il dossier di Human Rights Watch. A migliaia tenuti a lungo in condizioni degradanti. Pestaggi, fame in celle sovraffollate con 40°. L'esercito nigeriano ha arbitrariamente arrestato migliaia di bambini e trattenuti in galera in condizioni degradanti e disumane perché sospettati di essere coinvolti con il gruppo islamista armato Boko Haram. Lo si apprende da Human Rights Watch (Hrw) in un rapporto pubblicato oggi. Molti bambini sono detenuti arbitrariamente per mesi o addirittura per anni in caserme militari squallide e sovraffollate, senza alcun contatto con il mondo esterno.
Il rapporto di 50 pagine: pestaggi e fame. "'Non sapevano se fossi vivo o morto", è il titolo del dossier di 50 pagine sulla detenzione di bambini nel Nord-Est della Nigeria". Documenta come le autorità nigeriane trattengano i bambini, spesso sulla base di prove scarse o assenti. I bambini descrivono pestaggi, calore travolgente, fame frequente, ed essere stretti nelle loro celle con centinaia di altri detenuti "come rasoi in un branco", come ha detto un ex detenuto.
Condizioni di vita orribili. "I bambini sono detenuti in condizioni orribili da anni, con poche o nessuna prova del coinvolgimento con Boko Haram e senza nemmeno essere portati in tribunale", ha dichiarato Jo Becker, direttore per la difesa dei diritti dei bambini di Human Rights Watch. "Molti di questi bambini sono già sopravvissuti agli attacchi di Boko Haram. Il trattamento crudele delle autorità aumenta la loro sofferenza e li vittima ulteriormente ". Il governo nigeriano dovrebbe firmare e attuare un protocollo di consegna delle Nazioni Unite per garantire il rapido trasferimento dei bambini arrestati dai militari alle autorità di protezione dei minori per la riabilitazione, il ricongiungimento familiare e il reinserimento della comunità. Altri paesi della regione, tra cui Ciad, Mali e Niger, hanno già firmato tali protocolli.
Accuse senza prove. Tra gennaio 2013 e marzo 2019, le forze armate nigeriane hanno arrestato oltre 3.600 bambini, tra cui 1.617 ragazze, per sospetto coinvolgimento con gruppi armati non statali, secondo le Nazioni Unite. Molti sono detenuti nella caserma militare di Giwa a Maiduguri, il principale centro di detenzione militare nello stato di Borno. Nel giugno 2019, Human Rights Watch ha intervistato a Maiduguri 32 bambini e giovani che erano stati detenuti come bambini nella caserma di Giwa per presunto coinvolgimento con Boko Haram. Nessuno dei bambini ha affermato di essere stato portato davanti a un giudice o di essere comparso in tribunale, come richiesto dalla legge, e solo uno ha visto qualcuno che pensava potesse essere un avvocato. Nessuno era a conoscenza di eventuali accuse nei loro confronti. Uno è stato arrestato quando aveva solo 5 anni.
Arrestato perché vendeva patate a Boko Haram. Le autorità nigeriane hanno arrestato i bambini durante operazioni militari, controlli di sicurezza, procedure di screening per gli sfollati interni e sulla base di informazioni fornite da informatori. Molti dei bambini hanno dichiarato di essere stati arrestati dopo essere fuggiti dagli attacchi di Boko Haram nel loro villaggio o mentre cercavano rifugio nei campi per sfollati interni. Uno ha affermato di essere stato arrestato e detenuto per più di due anni per presunta vendita di patate ai membri di Boko Haram. Diverse ragazze sono state rapite da Boko Haram o costrette a diventare "mogli" di Boko Haram.
Costretta a sposare un jihadista e per questo accusata. Circa un terzo dei bambini intervistati ha affermato che le forze di sicurezza li hanno picchiati durante gli interrogatori dopo il loro arresto o nella caserma di Giwa. Una ragazza che è stata costretta a sposare un membro di Boko Haram ha detto che dopo che i soldati l'hanno catturata, "I soldati ci stavano picchiando con le loro cinture, chiamandoci nomi e dicendoci che ci avrebbero trattato perché siamo mogli di Boko Haram". Altri hanno detto che furono picchiati se negarono l'associazione con Boko Haram.
In 250 dentro una cella 10 per 10. I bambini hanno descritto la condivisione di una singola cella, circa 10 per 10 metri, con 250 o più detenuti. Dissero che la puzza di un singolo bagno aperto era spesso travolgente e che i detenuti svenivano talvolta per il caldo. A Maiduguri, la temperatura massima annuale media è di 35 gradi Celsius e le temperature possono superare i 40 gradi. Quasi la metà dei bambini ha dichiarato di aver visto cadaveri di altri detenuti nella caserma di Giwa. Molti hanno affermato di soffrire di sete o fame frequenti. Quindici dei bambini erano stati detenuti per più di un anno e alcuni erano stati detenuti per più di tre anni. A nessuno era stato permesso di contattare membri della famiglia al di fuori del centro di detenzione, né le autorità avevano contattato le loro famiglie. Tali casi possono costituire sparizioni forzate, una grave violazione dei diritti umani.
Un inferno anche per bambini di 7 anni. I bambini hanno detto che Giwa ha una cella per ragazzi di età inferiore ai 18 anni con bambini di età pari o inferiore a 7 anni. I militari trattengono anche i bambini nelle celle degli adulti, dove i bambini hanno dichiarato che il cibo e l'acqua erano più scarsi e le condizioni erano ancora più affollate.
Corriere della Sera, 11 settembre 2019
In manette anche una docente e un loro amico. Hanno tutti doppio passaporto inglese e australiano. Due donne con doppia cittadinanza australiana e britannica e un cittadino australiano si trovano in stato di arresto in Iran: lo rivela il governo australiano, secondo quanto riportato dai media internazionali. I loro nomi non sono stati resi noti ma, secondo il Times di Londra, si troverebbero in stato di detenzione due donne con doppia cittadinanza britannica e australiana, una blogger e una docente universitaria. Secondo i media australiani sarebbe stato arrestato anche il compagno della blogger, di nazionalità australiana.
Diplomazia difficile - Il Times collega gli arresti ad una escalation di tensione in atto tra Londra e Teheran, sottolineando che si tratterebbe dei primi casi di arresto di persone con doppia cittadinanza una delle quali non sia quella iraniana. Le due donne, una blogger anglo-australiana che stava svolgendo un viaggio in Asia con il suo compagno australiano e una accademica dell'Università di Cambridge che stava insegnando in una università australiana, anche lei con doppia cittadinanza, sarebbero state arrestate separatamente, in diverse circostanze. Secondo il Times, sono detenute nel carcere di Evin, a Teheran, lo stesso dove è rinchiusa dal 2016, con accuse di spionaggio, la project manager anglo-iraniana 41enne Nazanin Zaghari-Ratcliffe.
di Farian Sabahi
Il Manifesto, 11 settembre 2019
La storia della tifosa iraniana Sahar, ventinove anni, rimbalza sui media con l'hashtag #blue_girl. È stata soprannominata "la ragazza blu" perché amava vestire la maglia dell'Esteglal di Teheran, la sua squadra del cuore. Il 9 settembre Sahar è morta in un ospedale della capitale iraniana per le ustioni riportate il 2 settembre, quando si è data fuoco per protestare contro la magistratura della Repubblica islamica che l'ha condannata a sei mesi di carcere per essere entrata nello stadio Azadi (in persiano Azadi vuol dire libertà) di Teheran, laddove alle iraniane è fatto divieto di salire sugli spalti dal 1981.
Un divieto che non è legge, ma viene imposto con severità. I giovani non ne comprendono il senso e per questo protestano, mentre per aggirare l'ostacolo le donne si travestono da uomini, come ben ha raccontato il regista iraniano Jafar Panahi nel lungometraggio Offside, ambientato durante il match di ritorno contro gli irlandesi, il 15 novembre 2001, quando l'Iran vince 1-0 contro l'Irlanda ma non si qualifica per i mondiali di Corea e Giappone del 2002.
Nel mese di marzo, Sahar si era tolta il velo e si era messa una parrucca da uomo, aveva cercato così di confondersi tra i tifosi, ma era stata scoperta e arrestata. Con lei, tante altre erano state fermate. Se nel film del regista iraniano Panahi le protagoniste riescono a scappare, il destino di Sahar è diverso: viene arrestata, trascorre tre giorni in cella, esce su cauzione, sei mesi dopo finisce in tribunale senza un avvocato a difenderla. Il giudice non si presenta, forse per un problema in famiglia. Sahar dimentica il cellulare in tribunale, rientra per recuperarlo. Sente qualcuno che parla di una condanna tra i sei mesi e i due anni di reclusione per oltraggio al pudore.
All'uscita dal tribunale di Teheran, la giovane donna si dà fuoco. È il 2 settembre. Il corpo ustionato al novanta percento, un polmone danneggiato. Sahar non ce l'ha fatta. Mentre la FIFA mette pressione all'Iran perché apra gli stadi alle donne entro il 31 agosto, Sahar diventa il simbolo della battaglia affinché la politica non interferisca con lo sport. Nella Repubblica islamica dell'Iran ogni cosa può assumere una connotazione politica. L'arte è dissenso, e il cinema ne è una delle espressioni più popolari, in grado di valicare le frontiere. Basti pensare alle vicende del regista Jafar Panai, preso di mira dalla magistratura di Teheran che da anni gli impedisce di lasciare il paese e rilasciare interviste. Anche lo sport, e in particolare il calcio, possono iscriversi in questo registro.
Gli iraniani, in patria e nella diaspora, sono frustrati per le continue interferenze della politica negli sport. Per questo, l'hashtag #BanIRSportsFederations corre veloce sui social per impedire all'Iran di partecipare alle competizioni internazionali. E persino Masoud Shojaei, il capitano della nazionale di calcio iraniana, ha il coraggio di criticare le condanne comminate alle donne che cercano di entrare nello stadio: lo fa in persiano, su Instagram, in modo da poter raggiungere l'audience più ampia.
Sempre su Instragram, sul suo account da 4 milioni e mezzo di followers il popolare calciatore Ali Karimi (che si è ormai ritirato) ha scritto di voler boicottare gli stadi: il suo post ha ricevuto 100mila like in meno di mezz'ora. Tantissimi altri esprimono rabbia (e solidarietà alla famiglia di Sahar) usando Twitter. Il dibattito limitato ai social è segno della censura di regime, nel momento in cui la pressione esterna su Teheran è ai massimi storici.
Nel 2001, quando le iraniane osavano entrare negli stadi travestite da uomini, il dibattito sull'ingresso delle donne negli stadi della Repubblica islamica aveva invece luogo sulla carta stampata perché il presidente era il riformatore Muhammad Khatami che a Teheran aveva portato la primavera. Dopo l'1-0 della nazionale iraniana contro gli irlandesi, il quotidiano Azad (in persiano Azad vuol dire libero) commentava: "Molte donne vorrebbero entrare negli stadi, ma tanto interesse non significa che quell'attività sia eticamente corretta, basti pensare a quanti piace bere alcol, usare droghe, giocare d'azzardo.
Detto questo, che le donne guardino le partite da casa, in televisione, è senz'altro appropriato: allo stadio i maschi dicono parolacce, tanta volgarità non si addice all'altra metà del cielo". Il femminile Zanan (in persiano Zanan vuol dire donne) ribatteva, con sarcasmo. Due le vignette. Nella prima una donna, velata, su una terrazza, orienta il telescopio verso lo stadio lontano. Con l'altra mano sventola una bandierina e fa il tifo. La seconda vignetta mostrava la strada che conduce al campo da gioco, a lato i cartelli con un elenco di oggetti che non è consentito portare allo stadio: bottiglie, coltelli, randelli, catene. E donne.
Anche i manager facevano satira. 9 gennaio 2003. Nell'impianto sportivo Iran Khodro, a Teheran, il Peykan ospitava il Barq di Shiraz. Il manager dei padroni di casa, Mahdi Sadras, otteneva che un gruppo di donne potesse accomodarsi in un settore privato. Perché, dopotutto, i sostenitori del Paykan sono particolarmente educati, non dicono parolacce! E poi, dichiarava il manager ai giornali, "la presenza delle donne sugli spalti migliora l'umore dei giocatori".
milleunadonna.it, 11 settembre 2019
Sahar Khodayari, la 29enne iraniana che si era data fuoco nei giorni scorsi davanti a un tribunale di Teheran dopo la condanna per avere violato il divieto per le donne di entrare negli stadi, è morta la scorsa notte a seguito delle ustioni riportate. La 29enne era stata fermata lo scorso 12 marzo allo stadio Azadi di Teheran dopo esservi entrata travestita da uomo per assistere alla partita della sua squadra - l'Estghlal, allenata ora dal tecnico italiano Andrea Stramaccioni - contro l'Al Ain, club degli Emirati Arabi Uniti.
Khodayari, che si era anche ritratta nell'impianto con un selfie, era stata detenuta per alcuni giorni nel carcere femminile di Gharchak Varamin a sud di Teheran, ritenuto tra i peggiori in termini di condizioni di vita. Quando a inizio settembre era stata convocata da un procuratore di Teheran per il sequestro del suo telefono cellulare, aveva appreso che le era stata comminata una condanna a sei mesi per oltraggio al pudore. A quel punto si era data fuoco, procurandosi ustioni di terzo grado nel 90% del corpo.
Il caso ha riacceso le polemiche sul divieto per le donne iraniane di assistere alle partite maschili negli stadi di calcio, occasionalmente allentato nei mesi scorsi su pressioni della Fifa ma tuttora in vigore. In sostegno di Khodayari si è espressa nei giorni scorsi anche la deputata Parvaneh Salahshouri, lanciando appelli alla sensibilizzazione contro le discriminazioni subite dalle donne nella Repubblica islamica.
La notizia ha destato forti impressioni anche in Italia. "Rabbia e dolore per la morte di una giovane tifosa che si era data fuoco per protesta contro le intollerabili discriminazioni subite nel suo Paese, l'Iran. Una protesta estrema contro un possibile processo per aver tentato di entrare in uno stadio durante una partita di calcio a Teheran", dichiara la senatrice Pd e capogruppo in commissione diritti umani Valeria Fedeli.
"Pur di seguire la sua squadra del cuore, questa ragazza - afferma Fedeli - si era travestita da uomo sfidando il divieto di ingresso alle donne. Arrestata dalla polizia religiosa, ha trascorso alcuni giorni in uno dei peggiori carceri in termini di violazioni dei diritti umani.
Si è data fuoco quando ha saputo della condanna a sei mesi per oltraggio al pudore. Una vicenda che ci impone di continuare a fare pressione contro le discriminazioni di genere e di farlo in tutte le sedi internazionali, insieme a tutti soggetti che possono esercitare un'influenza in quelle aree del mondo dove non sono riconosciuti e tutelati i diritti fondamentali e le libertà delle persone".
corriere.it, 11 settembre 2019
Migliaia di immigrati, molti dei quali malati di mente, rinchiusi in isolamento nelle carceri americane. Una pratica che le Nazioni Unite equiparano a una forma di tortura, ma che è invece molto utilizzata dai funzionari dell'Ice (l'Immigration and Customs Enforcement del Dipartimento della Sicurezza nazionale).
Non solo adesso con Trump ma anche ai tempi di Obama. Questo è quanto emerge da un'inchiesta indipendente, condotta da media (The Atlantic e New York Times) e organizzazioni non governative(Project On Government Oversight, American Civil Liberties Union e National Immigration Justice Center) su documenti governativi degli ultimi 4 anni.
E che squarcia il velo su quella che è una storia di abusi sistematici compiuti da un'agenzia federale. In base agli ultimi dati, ad agosto gli immigrati irregolari detenuti nelle prigioni statunitensi erano più di 55.000, un numero record mai raggiunto in precedenza. Il che aiuta a comprendere come il sovraffollamento carcerario e le lungaggini burocratiche nell'esame delle richieste d'asilo contribuiscano a creare disagi e frustrazioni tra i detenuti. Sempre più numerosi, infatti, sono i casi di persone colpite da ansia, rabbia, depressione e impulsi suicidi. Perciò viste come una minaccia per gli altri detenuti e per il personale, e dunque messe "regolarmente" in isolamento.
Una pratica sanzionata dall'Onu, ma che negli Stati Uniti è largamente diffusa, più di ogni altro Paese democratico al mondo. La cosa più grave è che a essere sottoposti a questo regime sono gli immigrati più vulnerabili, come omosessuali, disabili e malati di mente. "I funzionari dell'Ice - si legge nel rapporto di Project On Government Oversight - stanno usando l'isolamento come punizione standard invece che come ultima risorsa, costringendo le persone a stare 23 ore al giorno da sole anche per mesi".
Infatti nei due terzi dei casi si tratta di immigrati coinvolti in infrazioni disciplinari, come violazione delle regole carcerarie, insubordinazione o coinvolgimento in risse. Gli immigrati di diverse nazionalità detenuti dalle autorità statunitensi in celle isolamento sono migliaia, ma è impossibile calcolarne il numero esatto perché per legge vengono registrati solo i casi superiori ai 15 giorni.
Questi dati, come era facile immaginare, stanno riaccendono le polemiche negli Usa per l'eccessivo ricorso a questa misura detentiva. E la giustificazione data dall'Ice, secondo cui "l'isolamento si impone come misura protettiva, quando il detenuto immigrato è gay o soffre di disturbi mentali", non ha fatto altro che inquietare ancora di più le associazioni per la difesa dei diritti umani.
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