di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 25 settembre 2019
Roma tratta con Tunisia, Algeria e Marocco per inserirli nella lista dei "Paesi sicuri". Un elenco di "Paesi sicuri" in Nord Africa dove far sbarcare i migranti provenienti dalla Libia. E dove riportare chi proviene proprio da quegli Stati che a questo punto non avranno più i requisiti indispensabili per chiedere asilo politico. È questa la strada che il governo italiano sta portando avanti - d'intesa con la Commissione europea - per limitare gli arrivi e convincere altri governi della Ue a siglare l'accordo raggiunto a Malta.
"Un passo avanti storico", lo definisce il premier Giuseppe Conte prima di annunciare "una svolta risolutiva sui rimpatri" e bacchettare il leader della Lega che definisce la bozza preparata a La Valletta "l'ennesima promessa, ma fatti zero". Conte risponde ironico: "Salvini non deve avere gelosia e invidia. Prima avevamo una redistribuzione affidata alle mie telefonate e a quelle del ministro degli Esteri, Moavero". E Di Maio rincara la dose: "Su ricollocamenti e rimpatri faremo più di lui, forse non ci voleva molto".
L'elenco dei porti - Tunisia, Algeria, Marocco: sono questi i Paesi che nelle intenzioni dell'Italia dovrebbero poter accogliere le navi cariche di migranti. In questo modo si otterrebbe una "rotazione" più ampia dei luoghi destinati agli sbarchi e chi proviene da quelle zone sarebbe eliminato dalla lista di coloro che possono richiedere asilo a meno che non siano in particolari condizioni di pericolo. Dunque, anche il rimpatrio potrebbe diventare più veloce. Per questo nei prossimi giorni saranno siglati patti bilaterali che, in cambio di progetti di sviluppo e aiuti economici, dovrebbero spingere i governi nordafricani ad accettare la riammissione dei propri cittadini con procedure più veloci.
Intesa a tempo - Convincere gli Stati dell'Unione ad aderire all'accordo di Malta accettando la redistribuzione obbligatoria dei migranti, non sarà facile. Per questo si sta cercando di alleggerire il numero degli stranieri da ricollocare e soprattutto si stanno inserendo nella bozza - già firmata da Italia, Malta, Germania, Francia e Finlandia - alcune limitazioni. L'intesa ha una durata di sei mesi e sarà rinnovata soltanto se porterà a risultati concreti. Consentirà di trasferire - in base a quote stabilite a priori che variano dal 10 al 25 % - soltanto chi arriva a bordo delle navi delle ong oppure è stato salvato da Guardia costiera o Guardia di finanza.
Scorrendo la lista degli stranieri giunti quest'anno, si tratta del 10 per cento di chi sbarca. All'Italia rimarrà in carico il restante 90 per cento e per questo ha la necessità di aumentare il numero dei rimpatri.
Le penalizzazioni - Rimane stabilito che la rotazione dei porti europei per gli sbarchi sarà volontaria. Ieri la portavoce della Commissione Ue Natasha Bertaud ha voluto sottolineare la volontà "di trovare soluzioni a lungo termine con la riforma del sistema di Dublino, che abbiamo già messo sul tavolo" ma anche l'obiettivo di "portare sostegno a tutti gli Stati membri, specialmente a quelli che subiscono delle pressioni più forti". La scelta già condivisa è di non imporre sanzioni a chi non aderisce al patto, prevedendo comunque eventuali penalizzazioni economiche per chi non si fa carico di accogliere e gestire i profughi.
ottopagine.it, 25 settembre 2019
Al via con il progetto di recupero dei detenuti del penitenziario di Salerno, con l'ausilio dei cani provenienti dal canile. Fissata per mercoledì 25 settembre la conferenza stampa di presentazione presso la sala convegni della casa circondariale di Fuorni. Saranno presenti: il direttore della Casa Circondariale di Salerno, dott.ssa Rita Romano, il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale per la Regione Campania, Prof Samuele Ciambriello, e il direttore dell'equipe multidisciplinare dipendenze della Uo Tutela Salute Adulti e Minori della Asl Salerno, dott. Antonio Maria Pagano.
Il programma riabilitativo attraverso interventi assistiti con gli animali (IAA), è diretto a detenuti che soffrono di tossicodipendenza, e si prefigge due obiettivi:
1. L'educazione assistita con animali per i detenuti della Casa Circondariale di Salerno, persone a rischio di esclusione sociale.
2. La sensibilizzazione sul fenomeno del randagismo. I cani verranno, infatti, selezionati in strutture che ospitano randagi, tra cui i canili di Salerno, con l'intento di educarli.
Saranno, quindi, i detenuti stessi a dover formare, in un percorso di educazione di base, i cani che prenderanno parte al progetto. Il trial mira ad aumentare i livelli di autostima e autoefficacia dei detenuti, che impareranno così anche tecniche di base per una corretta interazione sociale.
Attraverso tale progetto ci si augura anche di poter aumentare le possibilità di adozione dei cani all'interno di un ambiente familiare. Principio ispiratore di questa esperienza socio-riabilitativa è la considerazione che la presenza di un animale domestico all'interno di una prigione o di un istituto di correzione può giocare un ruolo molto importante. In un simile contesto, infatti, la solitudine, la depressione, l'assenza di autostima prendono il sopravvento e causano difficoltà anche nel momento del reinserimento nella società. L'introduzione di animali in queste realtà si mostra efficace proprio in virtù di meccanismi che tendono a riequilibrare tale situazione: occupano i soggetti, favoriscono le interazioni tra le persone, facilitano il dialogo e la collaborazione, donano affetto e restituiscono fiducia in se stessi nonché possono trasmettere alla società una immagine più positiva del detenuto. Negli ultimi anni tali misure d'intervento sociale e riabilitativo sono andate sempre più affermandosi, rivelando la loro validità nel recupero di persone a rischio di esclusione sociale.
Il progetto costituisce il seguito del percorso realizzato nel penitenziario di Eboli nel 2018, vincitore del primo premio nazionale "Persona e Comunità" sull'inserimento sociale, e prevede un attento monitoraggio ed una valutazione dell'efficacia, attraverso strumenti validati e standardizzati, sia sui fruitori sia sui cani che parteciperanno.
L'iniziativa sarà presentata al convegno "Carceri e Animali. Il Modello Italiano" organizzato dall'istituto zooprofilattico sperimentale di Padova il 4 ottobre 2019. Il progetto nasce dalla collaborazione tra direzione del penitenziario, Asl Salerno - equipe multidisciplinare dipendenze della unità operativa tutela salute adulti e minori area penale, cooperativa Dog Park, comune di Salerno, facoltà di veterinaria dell'università "Federico II" di Napoli e dell'università di Bari.
di Paolo Giordano
Corriere della Sera, 25 settembre 2019
La realtà del cambiamento climatico ha smascherato la fiaba della crescita economica eterna. Ma solo la nuova generazione porta il fardello di saper vedere in pieno la verità. In questo anno dedicato al clima e alla Luna è stato spesso ricordato il momento in cui gli astronauti in orbita videro per la prima volta la Terra nella sua interezza, e la fotografarono, svelandone d'un tratto la solitudine e la fragilità.
Alcuni pongono addirittura quella "visione d'insieme" all'origine della coscienza ambientalista. È singolare, a pensarci. Ciò che gli astronauti "videro per la prima volta" era in effetti noto da secoli: la Terra è sferica, per lo più coperta di oceani, e se ne sta da sola in mezzo al buio raggelante del Sistema Solare. Ma quella finitezza che tutti sapevano non era mai passata dal cervello al cuore, per così dire, non aveva intriso le coscienze. L'umanità abitava su un pianeta che sapeva limitato, ma di cui non ammetteva davvero il bordo.
Cinquant'anni dopo, a quanto pare, non siamo cambiati granché. Al summit delle Nazioni Unite, Greta Thunberg ha accusato i leader mondiali, e tramite loro due o tre generazioni di donne e uomini, di non aver compreso appieno la gravità della situazione climatica, "perché se aveste capito e ancora vi rifiutaste di agire, allora sareste malvagi".
Ciò che Greta sembra ignorare, legittimamente, è che comprensione e incoscienza possono convivere in piena armonia, e molto a lungo; che si può conoscere con esattezza la verità su qualcosa e al tempo stesso non crederci sul serio. I sondaggi dimostrano che il negazionismo climatico è ormai un problema marginale, pressoché superato, con qualche eccezione illustre. La scienza non dubita più di sé stessa - "there is robust evidence" si legge sul sito dell'Ipcc - e gli adulti del mondo non dubitano più della scienza. E tuttavia, contemporaneamente, nessuno crede davvero al cambiamento climatico, solo - almeno ce lo auguriamo - i più giovani.
"C'è un concetto che corrompe e confonde tutti gli altri, ha scritto Calvino. Non parlo del Male il cui limitato impero è l'etica; parlo dell'Infinito". La crisi d'immaginazione - di fede - in cui ci ha gettato il climate change ha a che fare con l'Infinito di cui parla Calvino. Con la presunzione, inscritta in ognuno di noi dall'infanzia, che certe risorse siano illimitate. Greta ha lambito questi due concetti, l'infinito e l'infanzia, quando ha accusato gli adulti di spacciare ancora "fiabe sulla crescita economica eterna".
Ne ha fatto una questione di avidità, di pigrizia, senza sapere che gli infiniti in cui crediamo da bambini sono impossibili da estirpare. Ricordo la descrizione della foresta amazzonica sul libro di geografia, come una riserva sconfinata di alberi e ossigeno. Quell'aggettivo, "sconfinato", è radicato in me più a fondo di qualsiasi nozione quantitativa io possa aver acquisito in seguito, e non vacilla sul serio neppure davanti ai video apocalittici degli incendi, alle spacconate di Bolsonaro e ai grafici vertiginosi. A volte posso aver paura, ma la mia foresta amazzonica è pur sempre inesauribile.
Non è mancanza di etica, perciò, non strettamente almeno. Né d'intelligenza. Einstein, che non ne difettava, si rifiutò fino alla fine di ammettere la meccanica quantistica che lui stesso aveva contribuito a scoprire, perché quel mondo discreto, fatto di salti, contraddiceva l'idea di continuità, d'infinito, in cui era cresciuto. E Da Vinci, pur avendo compreso che il moto perpetuo non poteva essere realizzato da una macchina, non smise mai davvero di crederci. Come si può sperare, allora, che una porzione intera di umanità cambi in corsa la sua idea del cielo? Che ne accetti all'improvviso la finitezza? L'immensità dell'atmosfera che si surriscalda come una camera da letto: lo sappiamo, certo, e la certezza aumenta a ogni record di temperatura estiva; abbiamo i dati a portata di mano, dati espressi in giga-tonnellate-di-anidride-carbonica-equivalente, alla fine ci entrerà perfino questo nella testa, ma non ci crediamo. E se anche ce la metteremo tutta, se saremo più accorti nello spegnere le luci, se ci doteremo di borracce alla moda per non sprecare altra plastica, se prenderemo meno aerei (o più probabilmente no), se compreremo un'auto ibrida rottamando la nostra, ancora non ci crederemo.
La generazione di Antonio Guterres e dei miei genitori è vissuta nella "fiaba della crescita economica eterna", noi abbiamo saputo dall'inizio che era una bugia. Per noi, Venezia e New York saranno così come sono per sempre, agli occhi di Greta questa è solo un'altra menzogna. E chissà in quale altra illusione d'infinito lei e i suoi sono intrappolati senza saperlo. Nei mesi scorsi li abbiamo guardati scioperare di venerdì e li abbiamo applauditi. Con un'enfasi che celava a stento la condiscendenza abbiamo detto: "Guardateli, sono più responsabili di noi, sono migliori". In realtà, avremmo dovuto dire: "Guardateli, forse vedono un limite che noi non possiamo vedere, forse credono in qualcosa in cui noi non possiamo credere". Che invidia. Ma che fardello anche, che sfortuna. Per noi, almeno, i ghiacciai esisteranno anche quando non ci saranno più.
ilnuovotorrazzo.it, 25 settembre 2019
Il racconto di un'esperienza estiva fuori dal comune; la scelta di trascorrere parte delle ferie all'interno di un carcere minorile, perché anche lì si può, anzi si deve, imparare, apprendere, crescere.
"Discorrendo su come questo mondo, complesso e difficile stia perdendo la sfida educativa con i giovani, soprattutto quelli in emergenza sociale, è nata la voglia di accettare l'idea (o meglio, la sfida) della ex direttrice del carcere minorile Quartucciu di Cagliari, Giovanna Allegri, di realizzare un laboratorio di Robotica Educativa all'interno dell'istituto penale, come un'opportunità per i giovani detenuti di conoscere e sperimentare uno dei nodi della rivoluzione tecnologica che la nostra società sta vivendo".
Proposta accettata e realizzata nell'ultima settimana di luglio da Donatella Tacca, insegnante di Informatica e di Robotica all'Iis G. Galilei di Crema e dal psicologo Silvio Bettinelli, responsabile della Formazione del personale dell'Asst di Crema per oltre 20 anni (nella fotografia).
Giovanna ci conferma che la quasi totalità dei giovani detenuti non ha avuto rapporti facili con la scuola, con tante bocciature e abbandoni precoci. "Proporre un laboratorio di Robotica Educativa sarebbe stata di sicuro una grossa sfida, sia per i ragazzi che per noi che non conoscevamo nulla della realtà del carcere se non attraverso la cronaca e i Mass Media. Avevamo il timore che la proposta di un corso di robotica fosse troppo impegnativa per i giovani detenuti, ma avevamo anche molta fiducia nelle risorse e nelle potenzialità dei ragazzi stessi, per quanto limitate pur fossero state le loro esperienze di apprendimento e difficili quelle di vita.
La sfida si è tramutata nella scelta di provarci, di spendere una settimana di fine luglio con i giovani detenuti nel carcere (11 in quel periodo), creando una occasione per progettare, studiare insieme, parlare, confrontarsi mentre veniva spiegato e sperimentato come sono fatti i robot, come funzionano e come si programmano gli MBot e gli Ev3. L'attività ha previsto infatti 2 moduli: quello della costruzione (hardware) del robot e quello della programmazione delle funzioni (software) che poi vengono trasferite al robot attraverso un cavo.
Hanno partecipato in tanti e, dopo alcune diffidenze iniziali, tutti i giovani si sono fatti coinvolgere e si è creato un bel clima, un'atmosfera di 'gioco'. Emergeva la passione nello smontare e avvitare, e fare correre i robot. Un po' meno nel programmare, attività più ostica.
In effetti, fare un intervento educativo-formativo così ambizioso in carcere, pur se già sperimentato in altri contesti, ha avuto un impatto emozionale molto forte. Abbiamo visto la fatica dei ragazzi detenuti nel partecipare a questa esperienza; fatica a svegliarsi il mattino e raggiungerci nell'aula, a stare seduti a un banco per qualche ora e a mantenere l'attenzione.
Fatica di confrontarsi con le emozioni sgradevoli dell'aula scolastica, con la difficoltà di concentrarsi, la pazienza di seguire passo passo il manuale nel montare i pezzi, la fatica di ascoltare le spiegazioni, la fretta di vedere un risultato, la fatica a reggere le frustrazioni e le arrabbiature quando si incontrano difficoltà, i pensieri frequenti di non essere all'altezza, di non riuscire, di considerare l'esperienza una cosa che non fa per loro, che 'non serve a niente imparare cose nuovè.
Una parte del nostro lavoro è stato quello di far riflettere proprio sulla fatica di imparare, di farlo insieme ad altri e di uscire dalle abitudini consolidate. L'abbiamo fatto utilizzando brevi spezzoni di filmati e raccontando storie, metafore e proponendo attività che spostavano la riflessione su di loro e su come si comportano nella ricerca di soluzione dei problemi: dare la colpa ad altri, cercare alibi o capri espiatori, squalificare se stessi (non fa per me, non ci riuscirò mai...) o screditare le attività proposte (fare pizze, curare il giardino, lavorare il legno è più facile...).
Li abbiamo invitati a riflettere anche sulle modalità più utili ed efficaci nel trovare soluzioni: provare e non arrendersi subito, farsi aiutare, lavorare collaborando con gli altri (in questo è stata di aiuto la presenza di Silvia, Alice e Mara, tre giovani studentesse di giurisprudenza e volontarie che li affiancavano nella sperimentazione).
Ogni giornata si concludeva con una riflessione sulle ore passate insieme. Con un certo stupore da parte nostra anche questa parte di lavoro è stata accolta con interesse e partecipazione. Quando arrivavano gli agenti a prenderli per riportarli nelle stanze di pernottamento, i ragazzi non avevano alcuna fretta di andarsene. Ogni giorno era spunto per continue riflessioni, ragionamenti su come rendere più facile il lavoro, come coinvolgere tutti e organizzare il tempo, rivedere il programma e il modo di procedere.
C'era molto stupore da parte dei giovani detenuti che ci fossero delle persone interessate a loro, che arrivano da così lontano carichi di computer, scatole piene di pezzi di robot e disponibili a passare una settimana con loro. 'Ma perché siete qui?' 'Davvero avete pagato voi tutti questi robot?' 'Ma voi cosa ci guadagnate?'. Volevamo che questi giovani diventassero protagonisti dell'apprendimento, volevamo aiutarli a non negare le emozioni presenti nel gruppo e parlarne insieme, a dare supporto e creare e tenere alta la motivazione, a valorizzare i talenti che emergevano: Emilio, che scopre un talento innato per l'informatica e la soluzione di problemi; Luca, tenace, che pur avendo perso diverse ore
di laboratorio, da solo, con accanimento e senza aiuti arriva a finire la costruzione del suo robot; Carlo, che prova a costruire un programma per far fare al suo robot un giro complesso e parcheggiare; Karim, che finalmente lascia le sue cuffiette che non toglieva mai entrando in aula, e scopre che non è capace solo di usare il suo potente fisico per fare goal, ma ha imparato a muovere il robot e per la prima volta negli ultimi due giorni l'abbiamo visto sorridere; Giovanni che, dopo diversi giorni di improperi, riconosce l'importanza della pazienza nel costruire passo passo, senza mollare uscire dall'aula alla prima difficoltà.
"Allenare la pazienza è come allenare gli addominali, vero?". J., Lucio e Federico, che non si espongono nel gruppo ma seguono tutto il lavoro con grande attenzione affiancando altri; Aleks, che ha scoperto la sua abilità nel fare pizze, ma anche nello scrivere (ha vinto un premio con un suo racconto) e che propone riflessioni sulle implicazioni sociali ed economiche della diffusione della robotica; e ancora Marco, con un viso pieno di tatuaggi e cicatrici, ci dice che userà l'attestato quando uscirà dal carcere, sempre ammesso che il mondo non sia troppo cambiato...
Le giornate sono faticose, i ritmi sostenuti, ma finito il lavoro e dopo una buona mezz'ora di viaggio nella Cagliari trafficata della sera, poco prima del tramonto raggiungiamo la spiaggia del Poetto per un bagno.
Questa esperienza nel carcere di Quartucciu, oltre che occasione per conoscere e stare con i giovani detenuti, ci ha permesso di incontrare persone speciali che hanno accettato la sfida e si impegnano in un lavoro quotidiano per il loro recupero: le educatrici del carcere, coordinate da Maria Cristina; suor Silvia, da anni impegnata a fianco di minori in difficoltà - in particolare adolescenti - con i quali vive da quasi vent'anni in una comunità alla periferia di Cagliari e collabora ai progetti nel carcere minorile; Giovanna, del Centro per la Giustizia Minorile della Sardegna ed ex responsabile del carcere minorile; Enrico, attuale direttore del carcere; Giampaolo, Dirigente Regionale.
Ci aiutano a ragionare sul carcere, sui problemi dei minori e la necessità di dare sostegno alle famiglie alle prese con l'emergenza educativa, come la chiama suor Silvia: 'Si pensa che l'investimento da fare al giorno d'oggi sia sul controllo e la sicurezza, ma il vero problema è la fatica di assumersi il compito educativo'. Ci raccontano le loro esperienze in carcere e nelle comunità: problemi comportamentali, anche molto gravi, dei giovani non rimandano solo a situazioni sociali e familiari degradate, ma a tutte le classi sociali.
Lo scenario sociale oggi fa emergere il forte bisogno di accoglienza e di inserimento di adolescenti appartenenti non solo alle "classiche" famiglie multiproblematiche caratterizzate da degrado socio -economico-culturale e/o deviante, ma famiglie appartenenti ad ambienti sociali e culturali medio-alti che non riescono più a contenere i comportamenti trasgressivi
e/o devianti dei figli adolescenti.
Non mancano riflessioni sulle possibilità pedagogiche del carcere perché possa creare per questi giovani fiducia e possibilità di una vita diversa, la prospettiva di riscatto e reinserimento nella società, e sulla necessità di coordinamento tra le figure che hanno compiti psico-educativi e quelle che hanno compiti di custodia e sicurezza per far diventare il carcere una permanente comunità educante e responsabilizzante. Come dice un proverbio del Burkina Faso: non sono i singoli e neanche solo le famiglie... è il villaggio che fa crescere i piccoli..."
lavocedibolzano.it, 25 settembre 2019
Venerdì 27 alla Biblioteca Civica la presentazione del libro. Detenute e agenti di Polizia penitenziaria per la prima volta raccontano la loro vita, accomunate dall'esperienza di vivere, per motivi diversi, per l'intera giornata o buona parte di questa, all'interno di un istituto carcerario. Un diario di viaggio tra le carceri di Genova, Milano, Pozzuoli, Roma, Sollicciano, Venezia e Verona degli anni Novanta che non trova paragoni nella letteratura italiana. L'appuntamento è con il Centro per la Pace e la Caritas diocesana venerdì 27 settembre alle 18.00 presso la Biblioteca Civica in via Museo 47, a Bolzano. Interviene Monica Lanfranco, giornalista, scrittrice, formatrice sui temi della differenza di genere e sul conflitto. Introduce e modera il responsabile del servizio Odòs di Caritas Alessandro Pedrotti.
La storia - "Donne dentro. Detenute e agenti di polizia penitenziaria raccontano" è un viaggio all'interno di sette carceri italiane alla ricerca di voci delle donne che vivono e lavorano all'interno di esse: detenute, agenti, volontarie che hanno raccontato la vita quotidiana, il lavoro, l'amore, la solitudine, il futuro, partendo da una realtà così difficile e dolorosa come quella del carcere. Ne è nato un libro che, per la prima volta in Italia, racconta senza interferenze le parole, i progetti, il cambiamento di queste attrici della scena del carcere, forse l'istituzione più rimossa dalla nostra cultura. Detenute, agenti e volontarie parlano alla giornalista Monica Lanfranco, che restituisce così all'esterno preziosi frammenti di società femminile altrimenti sconosciuta. Con postfazione di Lidia Menapace.
Monica Lanfranco - Giornalista femminista, formatrice sui temi della differenza di genere e sul conflitto e portavoce del Coordinamento Nazionale delle Consulte per la laicità delle Istituzioni. Tra le varie cose, scrive per il Fatto Quotidiano, per la sua rivista www.mareaonline.it, per la radio web www.radiodelledonne.org ed è autrice di vari libri. Ha un luogo di seminari ed incontri che si chiama Altadimora.
di Francesco Maisto
Il Manifesto, 25 settembre 2019
Discontinuità, discontinuità..., ma quale discontinuità rispetto alla politica sulle droghe? Fino ad ora solo un silenzio assordante e la persistenza di azioni meramente repressive, coltivando l'illusione che questo rilevante fenomeno commerciale, finanziario, culturale, criminale e sociale del nostro paese sia solo materia di competenza del Ministero degli Interni con appendici nel sistema di giustizia e della sanità.
"La salute dei nostri figli significa anche guerra, ma guerra vera, non guerra per finta, città per città, a ogni tipo di droga, che uccide l'anima e uccide il corpo. E se qualcuno pensa di portare in quest'Aula lo Stato spacciatore, dovrà passare sui nostri corpi, perché lo Stato spacciatore di droga e di morte è indegno di un Paese civile. Aspettiamo al varco. Abbiamo sentito quel genio di Saviano, la settimana scorsa, dire che bisognerebbe legalizzare la cocaina. Portatela una proposta di legge di questo genere in quest'Aula e non vi facciamo uscire a mangiare e a dormire, che riguardi la cocaina o qualunque altro genere di droga". Così l'ex Ministro dell'Interno al Senato durante il dibattito sulla fiducia al Governo Conte bis.
Tralasciando le politiche adottate da tempo negli Stati più avanzati, oggi nel mondo qualcosa si muove: perfino Trump ha deciso di non interferire con gli Stati che legalizzano la cannabis, sicché nella patria della "tolleranza zero" e della war on drugs qualcosa è cambiato. In vari Stati danno buoni risultati i programmi che privilegiano assistenza sanitaria e reinserimento sociale, anziché repressione giudiziaria, per le persone che usano sostanze. Si ha notizia di sistemi di perdono on line per le cessioni di piccole quantità di droghe.
La nuova compagine di Governo non può trascurare alcune proposte di riforme normative ed organizzative, ma è pregiudiziale una discontinuità di pensiero: questa è una questione complessa e globale che esige un approccio diverso comprensivo delle politiche nazionali ed europee sulla Sanità, la Giustizia, gli Interni e le politiche sociali tutte orientate ai precetti ed ai valori della nostra Costituzione sulla tutela del diritto alla salute ed alla funzione riabilitativa delle pene.
Solo un pensiero che ignora la storia, le regole del buon governo e le acquisizioni consolidate della clinica può continuare a sostenere "la soluzione unica" che ha ripreso vigore nel passato prossimo. In pochi mesi è tornato il sovraffollamento delle carceri e l'aumento dei detenuti tossicodipendenti; sono aumentati i processi a loro carico; è stato ingolfato il sistema penale di esecuzione penale esterna attraverso la messa alla prova e i lavori di pubblica utilità, peraltro a costo zero. Tutte rime baciate con la riduzione delle risorse e dei servizi per la sanità.
La discontinuità richiede dunque un cambio di rotta con l'attivazione di un circuito virtuoso e quindi non parcellizzato: non basterà una modifica lieve della legge sugli stupefacenti senza il contemporaneo cambiamento delle strutture e dei servizi. Saranno passaggi necessari: la riforma del Dpr 309/90 con la depenalizzazione completa di tutti i comportamenti legati all'uso di droghe ed una modifica profonda del sistema dei servizi pubblici (con il coinvolgimento del terzo settore attraverso la individuazione di una pluralità di tipologie dei servizi rivolti rivolte ai diversi modelli di consumo secondo la prospettiva della Riduzione del danno e dei rischi).
Fondamentale su tutto il territorio nazionale sarà il convinto riconoscimento dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) per quanto riguarda la Riduzione del Danno. Da troppi anni manca una condivisione interprofessionale di esperienze e criticità che solo una Conferenza Nazionale sulle Droghe, peraltro prevista dalla legge, può offrire per elaborare strategie intelligenti.
di Luca Liverani
Avvenire, 25 settembre 2019
La campagna di organizzazioni cristiane e laiche lancia un appello a Governo e Parlamento - e una raccolta di firme - per abolire le misure contro Sprar e Ong di soccorso e il sostegno a Tripoli.
Abrogare i due decreti sicurezza voluti dal ministro Matteo Salvini e il memorandum di intesa con la Libia per il contrasto dei flussi migratori verso l'Italia firmato dal presidente del governo Paolo Gentiloni. L'appello è promosso da #IoAccolgo, progetto lanciato a giugno con un flash mob a Roma a Trinità dei Monti, cui hanno aderito fino ad oggi oltre 40 realtà nazionali e internazionali (tra cui A Buon Diritto, Acli, Arci, Asgi, Caritas, Centro Astalli, Cgil Cisl e Uil, S.Egidio, Fcei, Focsiv, Gruppo Abele, Intersos, Legambiente, Migrantes, Msf, Oxfam). "L'obiettivo politico dell'iniziativa - dicono i promotori - è quella di riaprire il dibattito nella società e nelle aule parlamentare su questi temi.
Senza un intervento di modifica, infatti, le norme approvate dalla precedente maggioranza restano pienamente in vigore, continuando a produrre effetti devastanti in termini di violazioni dei diritti e di esclusione sociale dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione".
#IoAccolgo ricorda che "il nuovo Governo ha in programma la revisione della disciplina in materia di sicurezza alla luce delle osservazioni formulate dal Presidente della Repubblica" ma allo stesso tempo "richiama l'urgenza di intervenire" per "l'abrogazione o comunque una profonda modifica dei due decreti, nonché l'annullamento degli accordi con la Libia".
Cinque i punti imprescindibili dell'appello della società civile. Primo: reintrodurre la protezione umanitaria, abrogata dal decreto legge 113 del 2018. "Decine di migliaia di persone che pure avrebbero diritto all'asilo ai sensi dell'articolo 10 della Costituzione o che si trovano in condizioni di estrema vulnerabilità per gravi motivi di carattere umanitario vivono oggi nel nostro Paese senza poter ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno, condannate così all'emarginazione o allo sfruttamento"
Seconda richiesta: abrogare la norma riguardante la residenza dei richiedenti asilo. "Nella maggior parte dei comuni i richiedenti asilo non vengono più iscritti all'anagrafe. L'impossibilità di ottenere la residenza determina enormi problemi nell'inserimento lavorativo e nell'accesso ai servizi, contribuendo a ostacolare l'inclusione sociale".
La terza richiesta dell'appello è ristabilire un sistema nazionale di accoglienza che promuova l'inclusione sociale di richiedenti asilo e titolari di protezione. Per colpa dei Decreti sicurezza "i richiedenti asilo non possono più essere inseriti nel sistema di accoglienza gestito dai Comuni, ex-Sprar, ma possono essere accolti unicamente nei Cas (centri di accoglienza straordinaria), strutture prefettizie spesso di grandi dimensioni e privi di servizi fondamentali come i corsi di italiano, l'orientamento lavorativo e la mediazione interculturale".
Il quarto punto dell'appello riguarda l'abrogazione dei divieti per le navi impegnate nei salvataggi. "Norme che hanno comportato gravi violazioni del diritto internazionale che impone agli stati di indicare alla nave che abbia soccorso dei naufraghi un porto sicuro dove farli sbarcare" nel più breve tempo possibile". Il osservanza del decreto legge 53 del 2019 "uomini, donne e bambini già provati dalle violenze subite in Libia sono stati trattenuti per settimane sulle navi soccorritrici in condizioni inaccettabili". Il risultato ottenuto, sostengono le organizzazioni, "ostacolando le navi umanitarie e scoraggiando le navi commerciali dall'intervenire nei salvataggi è di aumentare le morti in mare".
L'ultimo auspicio della campagna #IoAccolgo è che il governo "annulli immediatamente gli accordi col governo libico e che, fatti salvi gli interventi di natura umanitaria, non vengano rifinanziati quelli di supporto alle autorità libiche nella gestione e controllo dei flussi migratori". Numerosi rapporti di organismi indipendenti e internazionali hanno comprovato che i migranti intercettati dalla cosiddetta guardia costiera libica "vengono sistematicamente rinchiusi nei centri di detenzione, in condizioni disumane, e sono sottoposti a torture, stupri e violenze". #IoAccolgo lancia una raccolta di firme a sostegno dell'appello. Oltre ai banchetti nelle piazze, è possibile firmare anche online sul sito della campagna.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 25 settembre 2019
Le nuove regole ricalcano il codice Minniti. Via le supermulte previste dal decreto sicurezza. Ma le Ong non dovranno ostacolare i soccorsi delle Guardie costiere, inclusa quella libica. "Tutte le navi impegnate in operazioni di soccorso dovranno rispettare le istruzioni del competente centro di coordinamento, non dovranno spegnere i transponder e il sistema automatizzato di informazioni, non dovranno mandare segnali di luce né alcuna altra forma di comunicazione per facilitare la partenza di imbarcazioni che portano migranti dalle coste africane". E soprattutto "non dovranno ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso delle imbarcazioni ufficiali delle Guardie costiere, inclusa quella libica, e provvedere a specifiche misure di salvaguardia della sicurezza dei migranti e degli operatori a bordo".
Nella bozza di accordo sul meccanismo di redistribuzione delle persone salvate nel Mediterraneo firmata lunedì a Malta c'è un capitolo che detta regole severe per le navi umanitarie. Regole che ricalcano l'ossatura del codice di condotta ideato dall'ex ministro dell'Interno Marco Minniti e firmato da quasi tutte le organizzazioni nel 2017. La linea, che ha trovato unanimità tra i ministri dell'Interno di Italia, Francia, Germania, Malta e Finlandia, è quella ribadita ieri dal premier Conte: "Non consentiremo alle Ong di decidere chi entrerà nel nostro Paese".
Ieri mattina, per la prima volta da più di un anno a questa parte, una nave umanitaria, la Ocean Viking di Sos Mediterranée e Msf, è entrata "pacificamente" in un porto italiano, quello di Messina, per sbarcare 182 migranti che saranno distribuiti in diversi paesi. D'ora in avanti dovrebbe funzionare sempre così se l'Europa accetterà l'accordo siglato lunedì a La Valletta. Ma le Ong, che pure hanno salutato con prudente apprezzamento il patto di Malta, non avranno di certo vita facile.
Le supermulte previste dal decreto sicurezza bis spariranno, ma le regole rigide a cui dovranno uniformarsi resteranno. Anche nella legislazione italiana. I tecnici del Viminale e di Palazzo Chigi sono già al lavoro sulle linee guida indicate dal presidente della Repubblica Mattarella ma comunque le sanzioni (con nuovi criteri) per chi dovesse violare eventuali divieti di ingresso in acque italiane e la confisca delle navi recidive non saranno cancellate anche se solo in casi estremi si arriverà a tanto.
L'Italia e gli altri paesi firmatari dell'accordo non intendono correre il rischio di una ripresa dei flussi migratori che saranno gestiti con "questo meccanismo temporaneo che - si legge nella bozza - non dovrà aprire nuovi percorsi irregolari verso le coste europee edovrà evitare la creazione di nuovi fattori di attrazione". Condizione necessaria per cercare di allargare il più possibile, già dalla prossima riunione del Consiglio Affari interni della Ue dell'8 ottobre a Lussemburgo, la platea dei Paesi volontari. Con un'incognita su tutte, l'adesione di Spagna e Grecia, i due Paesi quest'anno interessati dal maggior numero di arrivi. Il ministro dell'Interno spagnolo Fernando Grande Marlaska ha espresso il suo disappunto per non essere stato invitato a Malta. La Spagna potrebbe pure starci ma ovviamente nella redistribuzione dovrebbero entrare anche i migranti soccorsi dalle navi del Salvamento marittimo, 20.000 solo quest'anno.
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 25 settembre 2019
Colpiti sindacati e partiti per evitare la saldatura con le masse. Ma all'Onu Trump loda al-Sisi. Una testimone al manifesto: "Non avevamo mai visto una situazione così pesante. Hanno fatto blitz in casa di tutti nostri conoscenti. Ci sono agenti in borghese e camionette ovunque". Mentre Trump incontrava a New York il suo "dittatore preferito" (così aveva definito poche settimane fa Abdel Fattah al-Sisi), in Egitto il giro di vite innescato dalle proteste esplose venerdì scorso ha raggiunto un livello di isteria senza precedenti. I due presidenti si sono incontrati lunedì a margine dell'Assemblea generale Onu.
Trump ha come al solito osannato il suo omologo egiziano e, sminuendo la portata delle proteste in corso in Egitto, ha affermato: "Non mi preoccupano. L'Egitto ha un grande leader, è molto rispettato. Ha portato ordine, prima che ci fosse lui c'era molto poco ordine, c'era il caos". Accanto a lui, con espressione sprezzante, sedeva un sorridente al-Sisi. Il generale-presidente alla stessa domanda ha dato una risposta molto vaga, accusando "l'Islam politico" di destabilizzare l'intera regione e l'Egitto.
Secondo le stime diffuse dagli avvocati impegnati sul fronte della difesa legale, sono almeno 1.500 le persone detenute in seguito alle proteste di venerdì. I legali sono riusciti a risalire ai nomi di circa 800 di questi. Gli arrestati (per i quali lo stato di fermo è stato prorogato di 15 giorni) rientrano tutti in un'unica maxi-inchiesta che li vede accusati di "appartenenza a organizzazione terroristica e uso dei social media per diffondere notizie false".
Nella giornata di ieri la leadership del partito islamista Istiqlal (fuori legge dal 2014) è stata interamente decapitata dagli arresti. Secondo una fonte parlamentare filo-regime citata da MadaMasr, gli apparati di sicurezza intenderebbero ampliare la campagna repressiva per colpire soprattutto i partiti di opposizione. In questi giorni sono finiti dietro le sbarre anche due leader sindacali di Suez, esponenti di partiti di sinistra, almeno due avvocatesse e tre giornalisti. Proprio a Suez un gruppo di operai radunati per inscenare una manifestazione pro-regime ieri si è ribellata trasformando la farsa in una protesta anti-Sisi.
La situazione più grave sembra essere quella vissuta al Cairo, soprattutto nei quartieri del centro della capitale. Una testimone (che chiede di restare anonima) ha descritto al manifesto una città totalmente militarizzata: "Non avevamo mai visto una situazione così pesante. Hanno fatto blitz in casa di tutti nostri conoscenti. Tra poco toccherà a noi. Controllano i pc, i cellulari e spesso portano le persone in caserma interrogandole per tutta la notte. Conosco uno studente che una sera è stato prelevato, bendato e portato in un ufficio insieme ad altri ragazzi. Lì sono stati pestati tutta la notte e poi lasciati andare".
"Una follia" è il termine più adatto a spiegare il livello di sicurezza in città. "Ci sono controlli ovunque. Agenti in borghese, baltagiya [bande criminali assoldate dal ministero dell'Interno], camionette ovunque". Una novità inquietante è che tra le forze di sicurezza schierate ci sono molte agenti donne: "Prendono di mira le ragazze, ne stanno arrestando tantissime. Non era mai successo a questi livelli". Il rischio è tale che si può essere fermati e sequestrati senza alcun motivo. "Molti di quelli che vengono presi non sono affatto persone politicizzate. Alcuni di noi non escono di casa da giorni per paura". Il coprifuoco non dichiarato inizia verso le tre del pomeriggio, quando i controlli si intensificano e diventa rischioso camminare per strada. I lavoratori cercano di rientrare a casa il prima possibile per non essere costretti ad attraversare il centro di sera. "A Talaat Harb, una piazza centrale poco distante da Tahrir, la situazione è assurda: è impossibile camminare per la quantità di camionette e polizia", continua la testimone.
Insomma, la strategia del regime sembra duplice: da una parte colpire gli attivisti per impedire qualsiasi saldatura tra le opposizioni organizzate e il movimento spontaneo di massa emerso in questi giorni, dall'altra diffondere il più possibile il terrore tra la popolazione. Prossimo appuntamento in piazza venerdì (quando al-Sisi dovrebbe già essere tornato in patria), ma in questo clima è difficile prevedere che cosa potrà accadere.
anteprima24.it, 24 settembre 2019
Firma di un accordo quadro tra l'Ateneo napoletano e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Si apre martedì 24 settembre alle 9.00 nella sede dell'Orientale a Palazzo du Mesnil (via Chiatamone 62) la due giorni di convegno internazionale "Ri-conoscere il radicalismo islamico in Italia: analisi, strategie e pratiche alternative". L'obiettivo dell'incontro è quello di comprendere il fenomeno della radicalizzazione, valutandone i rischi, e allo stesso tempo di rispondere correttamente alle richieste di godimento dei diritti religiosi all'interno degli istituti di pena italiani.
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