di Ermes Antonucci
Il Foglio, 7 novembre 2019
L'antimafia militante non ci sta. La settimana scorsa, la Corte d'appello di Bologna ha fatto cadere l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso nel processo di secondo grado denominato "Black Monkey", il primo grande processo per mafia in Emilia Romagna.
L'inchiesta, coordinata dalla Dda di Bologna, era esplosa nel 2013 e ipotizzava l'esistenza di un'associazione mafiosa guidata da Nicola Femia (originario di Marina di Gioiosa Ionica e in passato fedelissimo del boss della 'ndrangheta Vincenzo Mazzaferro) che faceva profitti con il gioco d'azzardo web illegale e slot machine truccate, grazie all'impiego di schede contraffatte (chiamate appunto Black Monkey), che consentivano di dichiarare solo una parte dei soldi giocati ai Monopoli di stato.
L'attività illegale messa in piedi da Femia si sarebbe fondata anche su riciclaggio, intestazione fittizia di beni, corruzione, estorsioni e minacce, con il ricorso a esponenti della camorra e della 'ndrangheta. Nel corso delle indagini, inoltre, era anche stata intercettata una telefonata tra Femia e il suo sodale Guido Torello, in cui quest'ultimo minacciava ("Gli sparo in bocca e la finiamo qua") il giornalista dell'Espresso Giovanni Tizian, che all'epoca sulla Gazzetta di Modena si era occupato proprio delle attività criminali di Femia.
Se in primo grado, nel febbraio 2017, il tribunale di Bologna aveva condannato i 23 imputati a quasi 170 anni di carcere complessivi (26 anni e 10 mesi per Femia), riconoscendo per la prima volta l'esistenza di un'associazione di tipo mafioso, le cose sono cambiate in secondo grado. Per i giudici della Corte d'appello di Bologna, infatti, quella messa in piedi da Femia non è stata un'associazione mafiosa, ma un'associazione a delinquere semplice, che ha adoperato in alcune circostanze il metodo mafioso.
Ne è conseguita una diminuzione delle pene inflitte agli imputati, a partire proprio da Femia (16 anni). La pronuncia della Corte d'appello di Bologna, giunta a pochi giorni dalla clamorosa bocciatura del processo Mafia Capitale da parte della Cassazione, ha scatenato una nuova ondata di polemiche del fronte dell'antimafia militante e politico-editoriale. "Come per la sentenza della Corte di Cassazione che ha decretato l'inesistenza del 416 bis per il processo Mafia Capitale, così per il processo d'appello Black Monkey rispetto la sentenza, ma mantengo dubbi e inquietudine", ha per esempio dichiarato Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia. "Non sarebbe mafia, ancora una volta. Semplice associazione a delinquere.
Mi auguro che sia così, che le 'ndrine non abbiamo i loro tentacoli in questo mondo, che non ci sia mafia. Sarebbe solo crimine semplice, ma stento a crederlo", ha aggiunto l'esponente del M5s. Anche l'Espresso ha criticato la bocciatura dell'ipotesi mafiosa da parte dei giudici: "Una formula tranquillizzante per l'Emilia Romagna, che potrà essere usata dai più scettici per affermare che avevano ragione loro, che qui la mafia non c'è, non è radicata.
Che in fondo è solo questione di delinquenza comune". In realtà, nessuno sta sostenendo che la mafia in Emilia Romagna non esista. La sentenza di primo grado del maxi processo Aemilia ha certificato la presenza della 'ndrangheta nella regione, con condanne complessive a oltre 1.200 anni di carcere per 118 imputati, e nulla sembra far pensare che l'impianto accusatorio possa cedere nei giudizi successivi. Peraltro, come abbiamo specificato, nella vicenda Black Monkey la Corte d'appello di Bologna ha soltanto negato l'esistenza di un'associazione mafiosa vera e propria, ma ha riconosciuto l'aggravante del metodo mafioso.
La stessa valutazione era stata alla base delle condanne per gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato (nel disinteresse generale). Il punto è che esiste una netta differenza tra un'associazione mafiosa in senso proprio, che impone in una comunità la sua forza di intimidazione e si avvale dell'assoggettamento e dell'omertà che ne derivano, e un'associazione criminale che invece ricorre occasionalmente a metodi mafiosi per svolgere le sue attività illecite, le sue estorsioni e le sue minacce.
In questo secondo ambito ricade, secondo i giudici d'appello, l'associazione al centro del processo Black Monkey (e nulla esclude che in Cassazione il verdetto possa essere ribaltato nuovamente). A qualcuno, però, il riconoscimento dell'aggravante mafiosa non sembra bastare. Occorre necessariamente affibbiare l'etichetta della "associazione mafiosa". Forse per poter continuare a pubblicare inchieste, libri e film sulla mafiosa Emilia Romagna.
di Alessia Guerrieri
Avvenire, 7 novembre 2019
Firmato "Liberi di scegliere", l'intesa tra Miur, Giustizia, Pari opportunità, Cei e Libera per dare una rete di supporto alle famiglie che decidono di dissociarsi dalla vita criminale. Garantire pari opportunità ai minori provenienti da contesti familiari mafiosi, fornendo loro un'occasione alternativa alla vita criminale; valorizzare le potenzialità dei minori che attuano questa scelta creando una rete che li accompagni nella nuova realtà sociale.
E ancora, individuare una rete di famiglie, case famiglia e strutture che diano supporto economico, logistico, psicologoco e lavorativo alle donne e ad interi nuclei familiari che decidono di dissociarsi, a seguito dei loro figli, dai contesti 'ndranghetisti. Sono questi i punti principali del protocollo d'intesa "Liberi di scegliere" stato siglato dal ministro dell'Istruzione, Lorenzo Fioramonti, con i colleghi della Giustizia, Alfonso Bonafede, e delle Pari Opportunità, Elena Bonetti, il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho, il segretario della Cei, monsignor, Stefano Russo, e don Luigi Ciotti, presiedente di Libera, i capi della procura e della procura per i minorenni di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri e Giuseppina Latella, il presidente del tribunale dei minori della stessa città, Roberto Di Bella. Un progetto, la cui fase sperimentale era già partita nel 2018 con il contributo economico della Cei attraverso i fondi per l'8xmille, che in questa seconda fase vede invece la Conferenza episcopale italiana anche tra i firmatari del protocollo.
Un ruolo fondamentale in questo percorso è quello delle madri, delle donne che decidono di dissociarsi dal contesto 'ndranghetistico. "Sono le mamme che da sole, in modo silenzioso, si avvicinano ai magistrati per trovare per loro e i loro figli un'alternativa", ha detto Cafiero de Raho, spiegando che "25 donne si sono già fatte avanti e sono state portate fuori dal contesto 'ndranghetista, mentre altre 25 sono in attesa".
L'intervento dei ministri e della Cei consente di guardare al progetto per il futuro come un grimaldello che cerca di scassinare un sistema chiuso. "La 'ndrangheta si sgretolerà - ha aggiunto - quando si capirà che al di fuori ci sono prospettive di miglioramento. I criminali ci saranno sempre ma non sarà il sistema criminale di oggi".
"La lotta alla criminalità è complessa", ha detto il ministro Fioramonti, sottolineando l'importanza "della sfida di ricreare un contesto familiare per ragazzi che si trovano a nascere in contesti affettivi che non fanno il loro bene. Ed è compito dello Stato ricreare le condizioni per permettere a tutti i ragazzi e le ragazze di fiorire". L'iniziativa - ha spiegato poi il ministro Bonafede - "sancisce la dimensione più bella giustizia, quella più alta. Sbagliamo se pensiamo alla giustizia nel perimetro in un'aula di tribunale. Giustizia è legalità, è formare le giovani generazioni a vivere in maniera onesta e libera".
Dobbiamo far capire - ha aggiunto - che "si possono recidere i legami con la 'ndrangheta. L'ambizione è dare speranza a chi non l'ha mai avuta". Il fatto che si assicuri un'alternativa ai minori che vivono in contesti di criminalità organizzata o che siano vittime della violenza mafiosa e che "la assicuriamo anche ai familiari che escono dalle logiche criminali - ha sottolineato la ministra Bonetti -, credo ci porti al cuore di ciò che è il senso più alto delle istituzioni che abbiamo l'onore di rappresentare".
Quel che è certo è che "occorre una svolta perché sono 164 anni che noi parliamo di mafia. Nonostante l'impegno di chi ha sacrificato la propria vita, c'è tutta la nostra gratitudine, ma serve una svolta", ha detto don Luigi Ciotti, presidente di Libera, intervenendo al Miur per la firma del protocollo. "Bisogna cambiare la prospettiva. Perché se è avvenuto ciò forse lo abbiamo anche permesso - ha aggiunto - Uno scatto in più deve essere fatto da tutti. La mafia più pericolosa è la mafia delle parole, parlare e non fare. Ne abbiamo sentite tante nel corso degli anni".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 7 novembre 2019
Un'accusa indimostrabile, un'operazione dal titolo mediatico, qualche manciata di intercettazioni. E un uomo già dichiarato colpevole perché siciliano, dunque mafioso, e perché ha un precedente penale. Poco. Ma quanto basta per scatenare le iene giustizialiste.
L'ex assistente parlamentare ha il torto di presentarsi all'opinione pubblica nel peggiore dei modi. Pesano i giudizi su Falcone e Borsellino. Battute orribili. Che però non sono reati. Il reato, "associazione mafiosa", è indimostrabile. Il nome dell'operazione è molto mediatico, "passepartout". Il combinato disposto ha portato all'arresto di Antonello Nicosia.
Il quale ha già nel suo curriculum due peccati originali il primo è quello di essere siciliano e, sebbene si stia parlando di mafia, non mette conto parlarne, altrimenti ci toccherebbe spiegare al colto e all'inclito le tante facce del razzismo.
Ma il secondo, che più che un peccato è un reato (spesso nel nostro Paese si fa confusione), è un precedente serio, perché Antonello Nicosia è stato condannato una quindicina di anni fa a dieci anni di carcere per traffico di sostanze stupefacenti.
Di fronte al suo arresto di questi giorni, sarebbe quindi importante sapere se per esempio lui abbia oggi commesso ancora lo stesso reato, se cioè sia un delinquente recidivo, nonostante abbia già avuto un percorso carcerati° e nonostante che, da uomo libero, si sia impegnato a dirigere un Osservatorio internazionale dei diritti umani, e poi a condurre una trasmissione su una tv locale proprio sui temi della riforma carceraria, oltre a un impegno politico a fianco dei Radicali Italiani.
Se nonostante questo ricco percorso culturale e di vita Antonello Nicosia fosse stato beccato a spacciare e a trafficare con qualche chilo di cocaina, i presupposti per la custodia cautelare in carcere ci sarebbero tutti: pericolo di reiterazione del reato, quanto meno. Ma non pare sia così. C'è invece il reato indimostrabile: associazione mafiosa.
C'è un apposito articolo del codice penale che lo prevede, il 416 bis, che distingue l'attività dei mafiosi da quella della delinquenza ordinaria per la "forza di intimidazione" e la 'condizione di assoggettamento e di omertà" che i primi sono in grado di esercitare sul territorio in cui agiscono.
Sono quelle condizioni che di recente la Corte di cassazione non ha riconosciuto nell'attività, comunque criminosa, dei condannati nel processo romano indebitamente definito "Mafia capitale". Antonello Nicosia si presenta all'opinione pubblica nel peggiore dei modi, con la solita mandata di intercettazioni depositate non in cancelleria ma direttamente in edicola, nelle tv e sui sociaL I carabinieri e la guardia di finanza lo hanno ascoltato mentre faceva battutacce (serie o facete?), parlando in auto con un amico, su Falcone e Borsellino, che secondo lui non meriterebbero di esser ricordati nell'intestazione dell'aeroporto di Palermo, perché le loro morti sarebbero state una sorta di "incidente sul lavoro".
Un po' quel che si dice, in certi ambienti, dei poliziotti O anche dei rapinatori, quando qualcuno ritiene legittimo giustiziarli sul posto. Sono battute, o battutacce, orribili. E purtroppo diffuse, in ambienti che preferiamo non conoscere. Ma non sono reato. Fino a questo punto non capiremmo perché Antonello Nicosia si trovi in regime di custodia cautelare. C'è invece un argomento molto serio che lo può spiegare, perché lui è accusato di aver svolto il ruolo di "postino" tra detenuti nel regime previsto dall'articolo 41bis dell'Ordinamento penitenziario (cioè con limitata possibilità di comunicazione con l'esterno) e i complici mafiosi fuori dal carcere.
Questo è un passaggio delicato, perché Nicosia ha avuto quattro occasioni di entrare in altrettante carceri, in qualità di assistente parlamentare della deputata Fina Occhionero. Nelle intercettazioni lui fa il fanfarone, e si vanta di cose che, se rispondessero al vero, comporterebbero la commissione di reati da parte di personale carcerario, a partire dai direttori fino al comandante e a qualche agente di penitenziaria.
È vero che ogni parlamentare, anche accompagnato dall'assistente regolarmente registrato, ha il diritto/dovere, in qualunque momento, di visitare le strutture carcerarie e verificare le condizioni di vita dei prigionieri. Ma è escluso - lo può testimoniare chiunque abbia vissuto quell'esperienza - che il deputato o senatore possa, come ha detto Nicosia, chiudersi nella cella con il detenuto, in particolare se al regime di 41bis, e avere un colloquio riservato.
L'incontro tra parlamentari e carcerati avviene sempre sotto controllo e deve limitare il colloquio alle condizioni di salute e di detenzione. Se questa regola è stata violata, allora non basta arrestare Nicosia e qualche mafioso, ma occorre allargare il campo a qualche rappresentante istituzionale. Bisognerebbe inoltre sapere quale detenuto avrebbe consegnato un pizzino o un messaggio a voce e destinato a chi, per dare concretezza all'accusa.
Per esempio: Antonello Nicosia il tal giorno nel tal carcere si è appartato con il tal detenuto, il quale gli ha consegnato il tal messaggio che in seguito lui ha consegnato all'esterno a tal mafioso. Sarebbe importante per l'accusa, ma anche per tutti noi, conoscere le dinamiche delle strategie di Cosa Nostra che passerebbero anche tramite le visite in carcere dei parlamentari.
O dobbiamo pensare che qualcuno, come ha fatto la giornalista Milena Gabandii che ha accusato gli avvocati di fare da tramite tra mafiosi carcerati e mafiosi a piede libero, abbia lo stesso sospetto nei confronti dei parlamentati? E magari iniziare una bella campagna stampa, orchestrata dal Fatto, per limitare o annullare ogni ingresso e ogni forma di controllo sulla vita all'interno delle carceri? In nome della lotta non alla mafia ma al passepartout?
di Alessandro Fulloni
Corriere della Sera, 7 novembre 2019
Ecco chi c'è dietro. L'ultimo episodio a Genova. Nessuna minaccia finora si è rivelata concreta, ma intanto, per colpa di mitomani, criminali o truffatori, saltano centinaia di udienze. Maglia nera Nocera: quattro casi in pochi mesi. La nostra mappa interattiva (clicca sui segnaposti per scoprire cosa è successo).
"C'è una bomba in tribunale". Clic. Succede sempre più spesso nelle aule giudiziarie italiane. Per stare al 2019, sono 26 le volte in cui la telefonata anonima è arrivata a un presidio giudiziario. Stesse scene, tanto a Roma quanto a Milano. Stessi allarmi in cittadelle giudiziarie grandi e sorvegliatissime come Torino e Locri e in piccole, tipo Nocera - che detiene il record: addirittura quattro allarmi da febbraio; l'ultimo a luglio - Bitonto, Asti, Matera e Lanciano. Talvolta sono chiamate in prossimità di udienze di processi importati, che magari saltano o vengono ritardate. Altre volte si tratta di semplici scherzi, sia pure inquietanti. L'ultimo lunedì 4 novembre, a Genova. Una voce chiama verso le 8 e 30 e avverte: "Salterà tutto alle 11". Scattano ovviamente le procedure di emergenza: polizia e vigili del fuoco avviano ricerche e verifiche, mentre il palazzo viene fatto evacuare; i cani delle unità cinofile annusano ovunque, angoli e sottoscala. Ma non viene trovato nulla. E si rientra in aula verso le 11 e 30. "Tre ore buttate - allarga le braccia un uditore giudiziario - in una giornata che a Genova, per via del maltempo, è stata tra l'altro assai complicata".
I casi - Il più delle volte durante i controlli non viene trovato niente. Ma sono comunque numerosi i casi in cui l'avvertimento minatorio è piuttosto circostanziato. Per esempio a Cagliari il 15 ottobre è arrivata una telefonata al mattino presto. E alle 7 una guardia giurata ha trovato un pacco sospetto rivestito di nastro isolante nero a cu era stato agganciato una tastierina alfanumerica. Accanto un biglietto con scritto "seconda bomba".
Il finto ordigno è stato fatto brillare con dell'acqua dagli artificieri. Subito dopo è arrivata un'altra telefonata, ma dai controlli in questo caso non è emerso nulla. Sta di fatto che il personale è potuto rientrare dall'evacuazione soltanto dopo le 11. Ad Avellino, il 21 settembre, un testo dattiloscritto lasciato nella toilette informava che un ordigno sarebbe esploso il 25 settembre. Uno scherzo? Chi lo sa, quel volantino ora è nelle mani della Digos chiamata agli accertamenti.
Chi c'è dietro - A Bari l'avvertimento è arrivato via mail. Un messaggino trovato all'account postale di giudici, avvocati, magistrati, cancellieri e poliziotti recitava: "Cristo vi purificherà, l'aula bunker non esisterà più". Ad Asti una bomba carta è effettivamente esplosa, ma fuori dalle mura della cittadella giudiziaria. Talvolta gli allarmi sono davvero seri, intimidazioni vere e proprie. Come lo scorso anno, quando due buste esplosive vennero inviate per posta a due pm della procura di Torino che da anni indagano i vari segmenti del movimento anarchico che ha scelto in modo esplicito la strada del terrorismo.
Spesso si tratta di mitomani (e sorprende, guardando la cartina che qui pubblichiamo, la frequenza di episodi a Nordovest...). Ma non è sempre così. A Palermo, a maggio di quest'anno, si è scoperto che l'allarme bomba - con relativa sospensione dell'attività giudiziaria - avvenuto nel 2017 era stato architettato da alcuni indagati in una vicenda di truffe assicurative ("Con quel giudice possiamo perdere.."). E stessa cosa si è scoperta relativamente ad un episodio avvenuto a Benevento nel 2016: in quel caso venne trovato un finto candelotto. Era stato piazzato per evitare che quel giorno si celebrasse la prevista udienza dibattimentale che vedeva indagato tale Paolo Messina per omicidio.
Il magistrato - E ancora, una telefonata a Brescia, quest'estate: "A mezzogiorno esploderà una bomba al Palazzo di giustizia per vendicare il compagno Battisti". Parte immediata la segnalazione alla Questura e partono anche gli accertamenti, anche se la telefonata non sembra particolarmente attendibile. Il protocollo prevede un'azione "soft".
Gli uomini della Digos in borghese si mescolano all'andirivieni di aule e uffici. Non viene trovato nulla. "Sarebbe bene ricordare che anche che questi scherzi da prete possono valere una denuncia per procurato allarme", osserva un investigatore della Digos. Ed Eugenio Albamonte, presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati nel biennio 2017- 2018, scuote la testa: "26 procurati allarmi in un anno sono davvero tanti".
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 7 novembre 2019
La prof: "Chiedo scusa agli studenti". Nicosia al dipartimento di Scienze Psicologiche di Palermo, nonostante una condanna per traffico di droga. In facoltà: "Amareggiati e offesi, diceva di essere un esperto di diritti dei detenuti". Lui si difende: "Non sono mafioso, millantavo".
Antonello Nicosia, l'insospettabile del clan Messina Denaro arrestato lunedì, non era soltanto il collaboratore della deputata Giusy Occhioniero, era riuscito a infiltrarsi anche all'università di Palermo, al dipartimento di Scienze Psicologiche.
Teneva seminari sul tema dei diritti dei detenuti. E di questo si vantava, ce n'è traccia nelle intercettazioni di Guardia di finanza e Carabinieri: non certo perché fosse interessato per davvero alla situazione dei penitenziari italiani, ma perché puntava ad avere quanto più spazio nel corso delle ispezioni con la parlamentare. L'unico obiettivo di Nicosia era avvicinare i boss più vicini al superlatitante, per veicolare messaggi riservati.
"Mi sento offesa - dice Maria Garro, attivissima ricercatrice del Dipartimento - un collega me l'aveva presentato come persona preparata e affidabile, in quanto presidente di un'associazione che si occupa dei diritti dei detenuti. Sapevo che aveva avuto dei guai giudiziari, ma non immaginavo fossero così gravi".
Nicosia ha una condanna a 10 anni e 6 mesi per traffico di droga, ma evidentemente nessuno all'università gli ha chiesto il curriculum. E con grande facilità era salito in cattedra a fare dei seminari. Uno l'aveva organizzato sul caso di Giuseppe Gulotta, rimasto per 22 anni in cella da innocente, accusato della strage della casermetta di Alcamo Marina.
"Ma ormai da tempo quella collaborazione si è interrotta", spiega ancora la docente, che oggi dice di essere "parecchio amareggiata per quanto accaduto": "Quella persona ha offeso non solo me, ma tutti gli studenti e le persone che invito nella mia aula per rendere testimonianza del loro impegno: esponenti delle forze dell'ordine e familiari delle vittime della mafia.
Il mio compito, nell'ambito di Psicologia giuridica, è quello di preparare gli allievi ad operare nelle carceri. Sono arrabbiata, offesa - dice la ricercatrice - e chiedo scusa agli studenti che hanno partecipato a quei seminari, immagino che dopo aver letto la notizia dell'arresto di Nicosia si siano sentiti disorientati. Chiedo scusa anche ai genitori di quei giovani, che hanno affidato i loro figli all'università".
Ma dopo l'amarezza, ci deve essere anche il momento della riflessione. "Siamo di fronte sempre più a una mafia degli insospettabili - prosegue Maria Garro - è una questione che riguarda tutti, un tema su cui riflettere". Mentre Nicosia, davanti al giudice, prova a sminuire: "Ero solo un provocatore, millantavo - sostiene - Non sono un mafioso". Ma resta in carcere.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 7 novembre 2019
Avere rapporti sessuali con la propria moglie può costituire violenza, anche se all'atto del congiungimento carnale la donna non oppone un dissenso esplicito, ma nella relazione subisce violenze fisiche o psicologiche che ne riducono l'autodeterminazione.
Così la Corte di cassazione, con la sentenza n. 44956 depositata ieri, ha confermato la configurabilità del reato previsto dall'articolo 609 del Codice penale ogniqualvolta sia lesa la libertà di autodeterminazione in materia sessuale. La condanna era stata di 6 anni e 6 mesi di reclusione per il ricorrente riconosciuto responsabile anche del reato di maltrattamenti in famiglia verso la moglie e violazione degli obblighi di assistenza, in particolare verso i figli minori.
Il ricorso - Il ricorrente sosteneva fondamentalmente l'illegittimità della condanna - confermata in entrambi i giudizi di merito - perché fondata solo su testimonianze dirette della parte offesa e di testimoni "parziali" in quanto parenti di lei. Ovviamente il giudice è chiamato a un accertamento più rigoroso della veridicità delle dichiarazioni se sussistono motivi di astio o risentimento. Comunque nulla esclude, in via di principio, l'accertamento della responsabilità penale solo sulla base delle affermazioni della vittima di un delitto. Inoltre, il ricorso contestava l'attendibilità della moglie proprio perché da lei stessa era stato affermato che mai il marito era stato violento o maltrattante nei confronti delle figlie. Ciò al contrario, dice la Cassazione, depone a favore dell'assenza di un generale malanimo della moglie denunciante nei confronti del coniuge.
La conferma - Confermati quindi tutti e tre i reati contestati. I maltrattamenti non si potevano infatti escludere - come pretendeva il ricorrente - sulla base del fatto che la donna indicasse solo se stessa come vittima del reato e attraverso atti non reiterati perché spesso diversi per modalità e finalità.
Infatti, l'abituale tendenza ad annichilire la donna-moglie può ben essersi manifestata con condotte diverse che oscillino tra violenze fisiche e affermazioni svilenti o anche attraverso un forte controllo dei suoi movimenti. E a nulla rileva che vi siano stati momenti "pacifici" tra i due se di fatto negli anni sono stati reiterati atti che hanno determinato la sopraffazione.
La Cassazione ha rigettato anche la contestazione del ricorrente contro il cumulo tra i reati di violenza sessuale e maltrattamenti. E, ha infatti chiarito che l'abuso sessuale non può essere annoverato come uno degli atteggiamenti maltrattanti se mira non solo allo svilimento dell'altro coniuge, ma ne coarta la libertà sessuale.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 7 novembre 2019
Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 6 novembre 2019 n. 45152. L'assenza del querelante in dibattimento non può essere interpretata come una volontà di fare marcia indietro rispetto alla "denuncia", se questo non è stato prima avvertito dal giudice che l'eventuale mancata comparizione sarebbe stata considerata incompatibile con la volontà di persistere nella querela.
La Corte di cassazione, con la sentenza 45152, accoglie il ricorso del pubblico ministero contro la decisione del Giudice di pace di dichiarare il non doversi procedere, perché il reato di lesioni contestato all'imputato era estinto per remissione di querela.
La pubblica accusa aveva chiesto l'annullamento della sentenza per la violazione dell'articolo 152, secondo comma del Codice penale, che regola appunto la remissione di querela extraprocessuale, che può essere espressa o tacita, quando il querelante compie atti non coerenti con la volontà di proseguire nell'azione giudiziaria intrapresa. Nello specifico il giudice di pace nell'assenza aveva letto una volontà in questo senso.
Il Pm aveva però attirato l'attenzione sul fatto che il soggetto che aveva "denunciato", di nazionalità cingalese, si era trasferito in una destinazione ignota, e che per questo non aveva ricevuto nelle sue mani la notifica, che era stata depositata in cancelleria. Un allontanamento che poteva dipendere dalle ragioni più diverse e che non poteva essere inteso come un ripensamento senza la notifica del verbale di udienza e l'espresso avvertimento del significato dell'assenza.
nuovosud.it, 7 novembre 2019
La famiglia di Giuseppe Di Blasi, morto suicida in carcere nel 2011, si è opposta, assistita dall'avvocato Massimiliano Bellini, a una nuova richiesta di archiviazione del caso da parte del pm di Caltanissetta Dario Bonanno.
Per i familiari le responsabilità da parte dell'istituzione carceraria ci furono, visto che l'uomo aveva già tentato il suicidio quattro volte e in un solo anno aveva perso 34 chili. "Come scritto dal gip di Messina - dice il legale della famiglia, Massimiliano Bellini - la Procura di Caltanissetta deve indagare su tutta la gestione del detenuto e per questo ci opponiamo alla richiesta di archiviazione e andremo avanti".
I fatti risalgono a otto anni fa. Di Blasi, che si era sempre dichiarato innocente, decise di farla finita poco dopo Natale. Erano le 16 del 27 dicembre 2011. "Se il personale medico delle strutture carcerarie avesse ben compreso la gravità dei sintomi di lampante malessere di nostro fratello - scrivono i familiari - con molta probabilità, si sarebbe salvato.
Vane e inutili sono state le innumerevoli istanze di scarcerazione presentate dal nostro legale, le perizie mediche redatte dai nostri consulenti medici di parte volte a segnalare all'attenzione delle autorità giudicanti la palese incompatibilità dello stato di salute di nostro fratello con il regime carcerario".
Per la famiglia Di Blasi deve ancora essere accertato se siano state violate o disattese le norme che garantiscono diritti fondamentali ed inviolabili ad ogni persona privata della libertà personale e se tutti i soggetti tenuti per legge a vigilare sulle condizioni psico-fisiche del detenuto abbiano fatto il proprio dovere. Secondo la ricostruzione dei familiari e del loro legale infatti, nonostante i quattro tentativi di suicidio, l'uomo non veniva sorvegliato a vista.
La Repubblica, 7 novembre 2019
Indagati per omicidio colposo la Direttrice del carcere Pagliarelli e il Comandante della Polizia penitenziaria dopo la morte di Samuele Bua, un detenuto con una grave patologia psichiatrica che si impiccò con i lacci delle scarpe nella sua cella il 4 novembre 2018.
Secondo il sostituto procuratore Renza Cescon non venne disposta la sorveglianza a vista 24 ore su 24 del detenuto come prescritto dai medici che lo avevano in cura e non venne rinchiuso in una cella "sicura", privato di lacci e di tutti gli oggetti con cui poter compiere atti di autolesionismo. I familiari di Bua, assistiti dall'avvocato Giorgio Bisagna, a distanza di un anno chiedono che vengano accertate le responsabilità sulla mancanza di controllo e sui ritardi nel trasferimento ad un ospedale psichiatrico.
Corriere Adriatico, 7 novembre 2019
Riceve la notifica dell'ordine di espulsione dall'Italia e inizia la sua personale protesta nel carcere di Montacuto. Prima con lo sciopero della fame, poi si cuce labbra e palpebre, riuscendo anche ad ingerire due piccole pile. L'atto di ribellione è portato avanti dallo scorso sabato da un 34enne tunisino, condannato in via definita a otto anni di reclusione per spaccio di droga.
A fine ottobre, il detenuto - da tempo domiciliato in Italia - ha ricevuto la notifica dell'ordine di espulsione dal territorio italiano da eseguire al termine dalla pena, la cui fine è prevista per febbraio 2020. L'uomo ha impugnato il provvedimento perché non vuole tornare nel suo paese d'origine, ma rimanere in Italia. Nel frattempo che il tribunale competente prenda una decisione sulla sua istanza, ha iniziato lo sciopero della fame. Ieri, era il quarto giorno che non toccava cibo. Con ago e filo si è anche cucito parte delle labbra e palpebre. Martedì mattina è stato portato al pronto soccorso di Torrette perché ha ingerito due piccole batterie. Dopo i dovuti accertamenti, è tornato regolarmente in cella con i suoi compagni.
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