di Laura Montanari
La Repubblica, 27 settembre 2019
Il senatore esce dal carcere di San Gimignano a piedi e va incontro a telecamere e microfoni: "Qualcuno è stato condannato ancor prima del processo - attacca Matteo Salvini - ci sono torturatori senza torturati, aggressori senza aggrediti, denunciati senza denuncianti, c'è qualcosa che non funziona". Applaudono da dietro una trentina di leghisti arrivati a Ranza, sul piazzale di asfalto con vista sui palazzoni color crema pieni di grate e di panni stesi.
"Gli uomini e le donne in divisa di polizia penitenziaria non meritano di esser trattati come delinquenti, assassini o torturatori" è la linea di Salvini che aggiunge: "Io, tra guardie e ladri scelgo sempre le guardie, ma certo se qualcuno sbaglia deve pagare". Ha appena incontrato gli agenti della polizia penitenziaria all'interno del carcere, fra loro ci sono anche alcuni dei 15 indagati per tortura (di cui 4 sospesi per 4 mesi dal servizio).
Salvini si schiera senza indugi dalla parte di quelli che sono accusati dall'inchiesta della procura di Siena per il pestaggio di un cittadino tunisino e per l'aggressione di un altro detenuto della sezione massima sicurezza e lancia la sfida: "Mostrate il video, se le presunte torture dipendono da un video fatelo vedere agli italiani. Perché qui ci sono 15 lavoratori accusati di tutti i mali del mondo, senza traccia di un processo, perché in quel video non è volato nemmeno uno schiaffo". Per il detenuto tunisino, nemmeno una parola.
L'inchiesta, partita un anno fa non è conclusa. "Spero che quei 15 ragazzi vengano prosciolti e i 4 sospesi dal servizio possano tornare al lavoro. Sospesi dal servizio vuol dire non pagare il mutuo, né le bollette... mi fa piacere la solidarietà che ho visto fra i colleghi".
Il capo della Lega promette di tornare in visita a questo carcere-isola in mezzo al niente, calato nel verde delle colline del vermentino e gli agriturismi. Un carcere in cui come spiegano quelli del sindacato Uspp le aggressioni agli agenti sono raddoppiate ("da 133 del 2018 a 266 fino al settembre 2019 e gli atti di autolesionismo sono passati da 36 a 61" dice Giuseppe Moretti). Salvini dice che più che il Garante dei detenuti dovrebbe esserci il garante degli agenti, poi se la prende col ministro della giustizia Bonafede: "Se il ministro della giustizia, almeno a parole, è più vicino ai detenuti che ai suoi lavoratori, che a volte vivono peggio dei detenuti, è un problema".
Invita la magistratura senese a fare presto "perché qui ci sono padri di famiglia che hanno addosso il cartello del torturatore", "che dimostrino le accuse, ma se non riusciranno a dimostrarle... non basteranno le scuse". Bravo, bravo gli gridano i leghisti, poco prima dall'interno del carcere si è sentito l'applauso delle guardie: "Vorrei che qualche benpensante di sinistra che sta condannando questi ragazzi passasse una giornata di lavoro qui dentro e si mettesse nei loro panni".
di Sara Botte
ottopagine.it, 27 settembre 2019
Sarà inaugurata venerdì 4 ottobre 2019 alle ore 10,30, all'interno della Casa Circondariale "A. Caputo" di Salerno, la Pizzeria Sociale "La Pizza Buona Dentro e Fuori". Interverranno Rita Romano, direttrice della Casa Circondariale di Salerno, Carmen Guarino, Presidente della Fondazione Casamica, Antonia Autuori, Presidente della Fondazione Comunità Salernitana e Paola De Roberto, Consigliere Comunale di Salerno.
Il progetto, che mira a facilitare il reinserimento dei detenuti, è portato avanti anche dalle donazioni che hanno permesso di effettuare i lavori edili e acquistare le attrezzature utili. Vede coinvolti anche dieci operatori della ristorazione tra pizzerie e ristoranti del territorio che hanno dato la propria disponibilità ad "ospitare" serate finalizzate a sostenere il progetto sociale per l'inserimento lavorativo dei giovani detenuti.
Le cene di solidarietà sono state promosse da Fondazione Casamica insieme ai partners Fondazione Comunità Salernitana, Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Salerno, Casa Circondariale, con la collaborazione di Fondazione Carisal e Camera di Commercio di Salerno.
di Anna Grazia Concilio
romatoday.it, 27 settembre 2019
Prosegue il lavoro dei detenuti per la manutenzione del verde e il ripristino del decoro nei quartieri del sesto municipio. Sono tornati tra le strade del Municipio VI i detenuti delle carceri di Roma che grazie a un protocollo d'intesa tra Roma Capitale, Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e la Società Autostrade per L'Italia, dedicano parte del loro tempo alla manutenzione del verde.
Sfalcio dell'erba e pulizia delle caditoie - Non solo sfalcio, ma anche ripristino del decoro delle parti pubbliche. I detenuti delle carceri romane già durante lo scorso mese di luglio, muniti di guanti e ramazze avevano lavorato, coadiuvati anche dagli operatori del servizio giardini e dell'azienda Ama, a Tor Bella Monaca e Torre Angela e nello specifico tra via Siculiana, Marelli e via Aspertini, ripulendo anche le caditoie. A distanza di qualche mese, ai detenuti sono stati affidati nuovi compiti: per l'intera settimana concentreranno i loro sforzi per restituire decoro ai parchi di Giardinetti. Saranno infatti impegnati, oltre ai soliti lavori di manutenzione del verde, anche all'interno del parco Landini e del parco Duprè. "Auspichiamo una collaborazione sempre maggiore con l'ente decentrato per programmare insieme gli interventi sul territorio" ha detto soddisfatta Katia Ziantoni, assessora all'ambiente.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 27 settembre 2019
Oggi pomeriggio dalle 17:30 nel giardino delle Terme romane di Chieti si svolgerà una serata speciale per presentare i risultati del protocollo siglato tra l'associazione di volontariato Voci di dentro e la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio dell'Abruzzo. Un progetto che ha consentito per tutta l'estate di visitare le Terme grazie al lavoro di persone in pena alternativa, messe alla prova o semilibere, che hanno gestito gratuitamente l'apertura del sito archeologico e l'afflusso del pubblico per l'intera stagione. "L'arte e la cultura diventano veicolo per il recupero di carcerati e persone in difficoltà" ha dichiarato ieri nel corso della conferenza stampa la soprintendente Rosaria Mencarelli, promotrice del progetto.
In programma oggi un confronto-dibattito tra i volontari dell'associazione Voci di dentro e i detenuti che hanno contribuito a tenere aperte le Terme. Oltre a fare un bilancio sul progetto, si parlerà di esecuzione penale esterna e di programmi di reinserimento attraverso le attività di volontariato. L'iniziativa non si esaurisce, infatti, nella sola riapertura delle Terme ma "in prospettiva - ha annunciato la soprintendente - riguarderà anche il teatro e i tempietti.
Si tratterà cioè di un recupero strutturale, architettonico e archeologico, per creare un vero e proprio parco teatino che comprenderà anche i musei". L'incontro, a cui saranno presenti Rosaria Mencarelli e il direttore della casa circondariale di Chieti Franco Pettinelli, si concluderà con l'esibizione del gruppo musicale Save the groovin people.
di Marco Lignana
La Repubblica, 27 settembre 2019
Quei sei colpi esplosi da pochi metri di distanza non furono un eccesso di legittima difesa. Perché mentre l'agente di polizia Luca Pedemonte sparava, il 20enne Jefferson Tomalà stava accoltellando un altro poliziotto, e avrebbe potuto ucciderlo. La decisione del gip Silvia Carpanini ha ribaltato quanto stabilito da un altro giudice, che aveva respinto la richiesta di archiviazione del pubblico ministero e imposto il rinvio a giudizio del poliziotto.
Il sostituto procuratore Walter Cotugno, però, è sempre stato dello stesso avviso: per lui l'agente non poteva fare altrimenti. La sua richiesta di assoluzione infine è stata accolta. La sentenza di ieri ha scatenato la rabbia dei familiari della vittima, che fuori dall'aula hanno parlato di "un assassino in libertà". Mentre il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi ha ricordato quella che "resta una tragedia umana. Non siamo contenti per l'assoluzione in sé".
Il 10 giugno 2018 era stata proprio la madre di Jefferson a chiamare il numero unico di emergenza: "Mio figlio minaccia di suicidarsi, ha un coltello in mano, mandate un'ambulanza". Data la situazione, l'operatore aveva chiamato la polizia. Ancora prima di iniziare le procedure per un trattamento sanitario obbligatorio, vista la mancanza di collaborazione del ragazzo, un agente aveva sparato lo spray al peperoncino nella piccola stanza dove era sdraiato Jefferson.
A quel punto il 20enne aveva reagito, colpendo con il coltello uno dei poliziotti: Pedemonte aveva sparato sei colpi fra petto e schiena, tutti verso organi vitali. Per i parenti del giovane ucciso "senza l'uso dello spray Jefferson non avrebbe fatto male a nessuno".
Per il legale dell'agente, invece, "in quel momento non si trattava nemmeno più di un Tso, ma di un problema di sicurezza e ordine pubblico". A far discutere è stata anche una consulenza del pm che ha stabilito come "Jefferson Tomalà andava fermato istantaneamente a tutti i costi e l'unico modo per farlo, in tali circostanze, era ucciderlo immediatamente".
newsrimini.it, 27 settembre 2019
In Italia ogni otto ore finisce in carcere un innocente. Il calcolo deriva dai numeri diffusi dal ministero della Giustizia sulle istanze di riparazione presentate nell'ultimo anno, poco meno di mille, con una spesa complessiva di 23 milioni di euro. I dati saranno illustrati nel corso del convegno "L'errore giudiziario e l'ingiusta detenzione: il rovescio del diritto", organizzato dalla Camera penale e dall'Ordine degli avvocati di Rimini, in programma domani, venerdì 27 settembre (dalle 14.30 alle 18.30), al Teatro degli Atti (Rimini, via Cairoli, 42). Nel corso dell'incontro, a ingresso libero, verrà proiettato il film documentario "Non voltarti indietro", promosso dall'associazione ErroriGiudiziari.com.
Interverrà, tra gli altri, uno degli autori, il giornalista Valentino Maimone. Con lui anche la co-responsabile dell'Osservatorio sull'errore giudiziario dell'Unione delle Camere penali italiane, Alessandra Palma; il dirigente d'azienda Mario Rossetti, vittima innocente - da incensurato - di un calvario durato più di cento giorni nelle celle di San Vittore prima e Rebibbia poi e proseguito per altri otto mesi ai domiciliari per una vicenda alla quale era completamente estraneo.
Animeranno il dibattito, aperto al contributo dei presenti, Giovanni Rossi, presidente dell'Ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna, il giornalista di cronaca giudiziaria Andrea Rossini, gli avvocati Roberto Brancaleoni, presidente dell'Ordine degli avvocati di Rimini, Alessandro Sarti, presidente della Camera penale di Rimini, Luigi Renni, responsabile della formazione della Camera penale di Rimini. L'Unione delle camere penali attraverso l'osservatorio sull'errore giudiziario ha in progetto di procedere alla creazione di una vera e propria banca dati dei casi di mala-giustizia.
di Sandro Francesco Allegrini
perugiatoday.it, 27 settembre 2019
Si chiama "Scatti in libertà" l'iniziativa proposta dalla Cooperativa sociale Frontiera Lavoro. Si tratta di una mostra fotografica che si aprirà giovedì 3 ottobre alle ore 18 presso il Centro Servizi Camerali Galeazzo Alessi di via Mazzini, 10. "Il lavoro rende liberi"... non è la tragica scritta di hitleriana memoria, ma la filosofia che ispira un evento fortemente voluto dalla direzione del Carcere di Capanne.
È la documentazione fotografica, attraverso immagini d'autore, di due iniziative che hanno avuto vasta eco nei media, con ampio coinvolgimento di cittadini. Le foto raccontano il corso per Addetto di cucina, tenuto presso il nuovo complesso penitenziario di Perugia. La storia prosegue con gli scatti che immortalano la cena evento "Golose Evasioni". Avremo modo di documentare la mostra che intano segnaliamo ai lettori interessati.
corrieredellospettacolo.net, 27 settembre 2019
Casa Circondariale di Trieste - Percorso di scrittura giornalistica. A cura del "Gruppo Noi?! - Giornalisti per caso". Gli autori dell'articolo che segue sono persone attualmente ristrette all'interno della Casa Circondariale di Trieste. Qualche mese fa, negli spazi in cui si svolgono corsi, lezioni, presentazioni di libri e di film, e altre attività educative, è stato messo in scena uno spettacolo di fortissimo impatto emotivo.
A seguito di ciò è stato avviato un percorso finalizzato alla scrittura di recensioni di carattere culturale, cui partecipano "figli di diverse lingue"; ci sono infatti italiani, albanesi, sloveni, rumeni e altri ancora. In qualche modo rappresentano una parte di ognuno di noi, quella che in un momento qualsiasi della vita può portare chiunque alla scelta di una strada diretta verso conseguenze non considerate e, in seguito a ciò, a oltrepassare le porte di un penitenziario. Questo è il nostro primo risultato.
Cosa le è rimasto dallo spettacolo cui ha partecipato?
A.L. (corso audio-video): Il mio cuore va a insegnanti e colleghi. È grazie a tutti se tante piccole parti sono state capaci di creare un assieme carico di sensibilità e bellezza.
Aveva mai partecipato a esperienze teatrali prima di "Soma"?
M.C. (attore): In realtà ho avuto la mia prima occasione durante la mia permanenza nel penitenziario di Gorizia, prima di essere trasferito a Trieste e già allora mi aveva molto aiutato, rafforzando la fiducia nelle istituzioni dello Stato e aumentando in me la speranza di ulteriori occasioni in cui sia la solidarietà tra le persone a prevalere, anche dietro le sbarre.
Secondo lei, qual è stato l'elemento più significativo di quest'esperienza?
M.M. (riprese e registrazione del suono alle prove dello spettacolo): All'inizio c'erano due corsi, quello di teatro condotto da Elisa Menon e quello di audio-visivi guidato da Erika Rossi; per un caso fortuito hanno avuto occasione di incontrarsi e da lì è nata l'idea di collaborare assieme. Le prove e lo spettacolo sono state così il soggetto delle nostre registrazioni e del montaggio, con un risultato per entrambi davvero sorprendente.
Partecipare a un'attività teatrale o cinematografica all'interno di un carcere può avere delle conseguenze sulle convinzioni di chi ne sia coinvolto?
S.P. (audioregistrazione delle riprese nel corso della rappresentazione): Cerco di partecipare con costanza alle attività culturali organizzate all'interno del carcere. I detenuti sono generalmente considerati rifiuti della società, ma l'aver collaborato a questo progetto mi ha colpito per come le persone coinvolte siano riuscite a trasmettere, nelle persone direttamente coinvolte e nel pubblico presente, emozioni dotate di tale forza e intensità da muovere il cuore della persona più scettica; devo dire che, nonostante la mia fiducia nella società contemporanea non sia alta, in questa occasione ho imparato che anche oggi possono realizzarsi cose meravigliose; l'esempio della collaborazione tra Elisa Menon ed Erika Rossi ne è la conferma.
Il pubblico era costituito da ospiti esterni e da detenuti. Quali sono state le sue impressioni?
L.B. (spettatore): Mi stavo dirigendo nello spazio adibito alla palestra e, invitato a entrare nella sala in cui si sarebbe svolto lo spettacolo, ho deciso di restare pur essendo un po' scettico e senza avere grosse aspettative. Sono stato invece davvero sorpreso dall'intensità delle emozioni provate non soltanto da me o dagli altri detenuti; anche il pubblico esterno era visibilmente colpito e mi sono reso conto che l'intera messinscena è stata seguita da tutti con grande partecipazione. Spero che lo spettacolo possa continuare a "parlare" anche ad altri, rivelando la sua bellezza al mondo esterno.
Essere parte attiva in entrambi i corsi le ha permesso di cogliere diversi aspetti del progetto..
S.D.R. (attore, addetto alle riprese e all'editing): Ciò che forse mi ha colpito di più è stata la forza evocativa e simbolica degli oggetti e delle azioni più semplici, a partire dalle battute, capaci di generare emozioni molto intense e durature e di creare un legame forte e saldo tra sentimenti universali: amicizia, possibilità, ribellione, tentazione. La possibilità di svolgere un doppio ruolo mi ha permesso di osservare quanto avveniva da diversi punti di vista e di comprendere meglio l'importanza di ogni dettaglio.
Quali sono state, a suo avviso, le principali difficoltà affrontate nella realizzazione del progetto?
L.N. (cameraman e montaggio): Il problema principale per la regista Elisa Menon è stato senz'altro la costante variabilità nella presenza degli attori coinvolti: la fine della pena o il trasferimento comportano inevitabilmente il dover trovare un sostituto per il ruolo rimasto vacante e ciò è avvenuto molte volte nel corso della preparazione. Non bisogna dimenticare poi la presenza di persone parlanti lingue diverse, con la conseguente difficoltà di suscitare nel pubblico emozioni esprimendosi in una lingua di cui non si ha totale padronanza, da parte di persone spesso senza alcuna esperienza di recitazione pregressa. Nonostante ciò, il successo è stato evidente e sarebbe importante che iniziative come questa continuassero ad essere sostenute.
Ci sono elementi dello spettacolo che l'hanno colpita più di altri?
G.C. (cameraman, redattore e dramaturg): Per me è stato davvero notevole osservare nel pubblico la forza delle metafore inserite nell'azione scenica, come il momento in cui una delle attrici coinvolte nel progetto, in scena assieme ai detenuti, è passata sotto un tavolo per simboleggiare la nascita di un bambino. Di certo lo spettacolo ha dimostrato che la bellezza della poesia può essere suscitata nei luoghi più impensati.
di Francesco Di Paola* e Matteo Mainardi**
Il Manifesto, 27 settembre 2019
La forza della decisione della Consulta sta, tra le altre, nell'essersi preoccupata di tutelare la persona malata, in un momento di possibile vulnerabilità anche psicologica, da rischi di abusi. Escludendo così, nel rispetto del controllo pubblicistico, ciò che impropriamente viene definito "pendio scivoloso".
L'incostituzionalità del reato di aiuto al suicidio così come costruito nel 1930, accertata un anno fa dalla Consulta e dichiarata ufficiale nella giornata di ieri, è arrivata dopo due giorni di camera di consiglio. La sentenza, così come preannunciata attraverso un comunicato stampa della Corte costituzionale, segna la storia dei diritti della persona malata nel nostro Paese.
Grazie a Fabiano Antoniani (Dj Fabo) che decise di rendere pubblica la sua storia e alla disobbedienza civile attivata dall'autodenuncia di Marco Cappato dopo averlo accompagnato in Svizzera, con l'ordinanza 207/2018 dell'ottobre scorso, i giudici costituzionali sospesero per 11 mesi il giudizio sull'articolo 580 del codice penale, al fine di "consentire in primo luogo al Parlamento di intervenire con un'appropriata disciplina".
Di fronte a un Parlamento che a luglio di quest'anno osservò come "non sussistono le condizioni per addivenire all'adozione di un testo base", la sentenza di ieri è intervenuta per porre fuori dal nostro ordinamento il reato tassativo, in ogni circostanza, di aiuto al suicidio per chi agevola l'esecuzione del proposito, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili nella piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.
La forza della decisione dei giudici della Consulta sta, tra le altre, nell'essersi preoccupata di tutelare la persona malata, in un momento di possibile vulnerabilità anche psicologica, da rischi di abusi. Escludendo così, nel rispetto del controllo pubblicistico, ciò che impropriamente viene definito "pendio scivoloso". Tutto ciò, viene ribadito, "in attesa di un indispensabile intervento del legislatore".
Nel frattempo, la non punibilità viene subordinata al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda, rimettendo al Servizio Sanitario Nazionale sia la verifica delle condizioni previste, sia delle modalità di esecuzione, sentito il parere del comitato etico competente.
Sono dunque accolte le richieste pubbliche di Fabiano Antoniani che, attraverso la disobbedienza civile di Marco Cappato, si era prefissato sin dal suo inizio la tutela delle persone deboli, il rispetto del loro diritto alla vita combinato con il rispetto del loro diritto di autodeterminazione, nonché l'emersione della clandestinità che fino ad oggi il silenzio del legislatore ha avallato.
Con una siffatta decisione, la Corte non ha in alcun modo evidenziato nel nostro ordinamento un "diritto alla morte", ma si è occupata, dal punto di vista penalistico, di chi aiuta altre persone - nelle indicate e circoscritte condizioni - che decidono di porre fine alla propria vita, nel rispetto del proprio concetto di dignità. Il divieto di istigazione al suicidio e di assistenza al suicidio al di fuori delle condizioni prefissate, rimangono dunque reato per salvaguardare "persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine, che potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita", come scrissero i giudici nell'ordinanza dello scorso anno. Da oggi in Italia siamo tutti più liberi, anche coloro che non sono d'accordo. Nessun diritto già riconosciuto è stato scalfito.
*Avvocato del collegio di difesa di Marco Cappato
**Coordinatore campagna Eutanasia Legale; membro Giunta Associazione Luca Coscioni
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 27 settembre 2019
Le proposte sul tavolo sono diverse, l'ultima arrivata è della senatrice Pd: "Bisogna vedere come si comporterà quello che io chiamo "il partito cattolico trasversale" che è presente in tutti gli schieramenti. Ma voglio essere ottimista".
Le sfumature sono molte, ma tutti sono d'accordo su un fatto: la strada aperta dalla Corte costituzionale sul fine vita va parlamentarizzata al più presto. Le proposte sul tavolo sono diverse, l'ultima arrivata in ordine di tempo è quella che porta come prima firma il nome della senatrice Monica Cirinnà (Pd), che già negli anni passati ha combattuto (e vinto) la battaglia sulle unioni civili. La sua proposta, sottoscritta per ora da un pugno di altri senatori di vari schieramenti, prevede la possibilità di accedere all'eutanasia per le persone affette da malattie incurabili e in fase terminale. Dall'altro ramo del parlamento, tuttavia, Riccardo Magi di Più Europa ha già fatto presente che c'è già un dibattito avviato alla Camera e che da lì bisognerebbe ripartire. Sfumature, appunto: il punto fondamentale è che tra Camera e Senato si sta muovendo qualcosa.
Senatrice Cirinnà, qual è il suo giudizio sulla sentenza della Corte costituzionale sul caso Cappato-Dj Fabo?
Il giudizio è senza dubbio positivo: quando il parlamento decide di non decidere, almeno i giudici danno seguito a un'esigenza che proviene dai cittadini. È stato un bene anche che la Corte non abbia portato la questione troppo per le lunghe ma si sia espressa in maniera veloce e chiara: su questi temi serve la certezza del diritto, è il paese che lo chiede.
Bisogna portare il tema in parlamento. Cosa teme di questo passaggio?
Temo soprattutto la grande banalizzazione, non bisogna nascondersi dietro parole sbagliate. Noi parliamo di aiuto medico a persone affette da malattie inguaribili e già in fase terminale. È molto importante che non si faccia disinformazione su questa faccenda. Il parlamento deve trovare il coraggio di discutere e di decidere. Sono fiduciosa, comunque, il paese è molto più avanti dei suoi rappresentanti politici.
Crede questo sia un parlamento maturo per discutere di fine vita e di eutanasia?
In questo parlamento c'è una forza retriva e oscurantista che dimora tra la Lega e Fratelli d'Italia. Per fortuna parliamo di due partiti che stanno all'opposizione. Bisogna vedere come si comporterà quello che io chiamo "il partito cattolico trasversale" che è presente in tutti gli schieramenti. Ma, ripeto, voglio essere ottimista: li ho già visti in azione ai tempi della legge sulle unioni civili e devo dire che i "cattolici maturi", come diceva Prodi, sanno bene da che parte stare. D'altra parte parliamo di misericordia.
Però la stampa e i movimenti cattolici si sono già espressi in maniera piuttosto critica sulla sentenza della Corte e sul dibattito che sta nascendo...
Vorrei ricordare che esiste l'articolo 7 della Costituzione e che in questo paese lo stato fa lo stato e la chiesa fa la chiesa. Noi non apriamo bocca sulle encicliche, il rispetto deve dunque essere reciproco. Come diceva Spadolini: servono le giuste distanze tra le sponde del Tevere. La cosa che più mi ha inquietato è la dichiarazione del presidente della Cei Gualtiero Bassetti, persona che peraltro stimo. Lui dice che vivere è un dovere. Ma io credo sia un dovere vivere rettamente, nel rispetto degli altri, con carità, solidarietà e misericordia. Perché non lasciare spazio alla dignità negli ultimi momenti della vita?
Quindi non teme che in parlamento i cattolici possano bloccare tutto...
Io non ho problemi con i cattolici. Li rispetto e mi aspetto che la loro frangia più estremista verrà messa in minoranza. Siamo parlamentari e dobbiamo rispettare la Costituzione, poi a casa ognuno tenga il suo Vangelo, il suo Corano, il suo Confucio. Ci mancherebbe altro, ma in parlamento dobbiamo obbedire alle leggi dello stato.
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