retekurdistan.it, 27 settembre 2019
Nuray Çevirmen dell'Associazione per i Diritti Umani Ihd a Ankara riferisce della situazione dei prigionieri malati nelle carceri turche. 23 prigionieri in Anatolia centrale sono malati in modo così grave che non devono assolutamente restare in carcere. La co-Presidente della sede Ihd a Ankara, Nuray Çevirmen, riferisce a Anf della difficile situazione dei prigionieri malati nelle carceri turche. L'attivista per i diritti umani spiega che l'Ihd cerca di ottenere più informazioni possibili sulla situazione dei prigionieri malati. "Il numero dei malati nel 2017 era 137. Oggi per via di rilasci e trasferimenti in Anatolia centrale i prigionieri malati sono 116. Ma questo è solo il numero di prigionieri malati che hanno preso contatto con noi. Il problema dei prigionieri malati nelle carceri della Turchia è enorme. Il Ministero della Giustizia non rilascia dati in merito. Solo in Anatolia centrale 23 prigionieri sono malati così gravemente che in nessuno caso devono restare in carcere", ha dichiarato.
Diritto a cure sanitarie - L'Ihd si è rivolto a molte istituzioni per garantire il diritta cure mediche ai prigionieri malati. Questi sforzi però sarebbero rimasti senza risultati, riferisce Nuray Çevirmen: "Nel 2018 abbiamo pubblicato un rapporto e lo abbiamo trasmesso alla Commissione Parlamentare per i Diritti Umani, al Ministero della Giustizia, alla direzione generale delle carceri e al Ministero della Salute. L'ultima risposta ci è arrivata dopo un mese. Che ci si prendesse così poco tempo per occuparsi di un tema così importante, mostra quante poche indagini siano state fatte in proposito. Noi abbiamo visto quanti prigionieri sono morti perché è stato loro negato il diritto a cure mediche. Sono morti di malattie cardiache, cancro e molte altre malattie. Per esempio nel carcere di Menemen a Izmir sono morti a causa delle condizioni igieniche".
290.000 prigionieri nelle carceri turche - Çevirmen continua: "La capacità delle carceri attualmente ammonta a 194.000. Nel maggio 2019 il numero dei prigionieri era a 280.000, oggi sono 290.000. Nelle carceri ci sono molti più casi di morte di quelli di cui veniamo a conoscenza. Del tema non si tiene conto neanche sulla stampa. Viene accettato come un fatto normale. Ma i casi morte nelle carceri possono essere impediti. Ci siamo rivolti più volte alle istituzioni rilevanti. Noi scriviamo articoli approfonditi per ogni singolo caso. Purtroppo non viene fatto niente. Attualmente la situazione dei prigionieri malati nelle carceri continua a essere un problema enorme".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 27 settembre 2019
Una trentina di uomini rilasciati dopo gli incendi di venerdì scorso nella sezione maschile. Delegazione visita il Centro di permanenza e rimpatrio alle porte di Roma. "Caro ospite, al momento sei trattenuto nel Cie di Ponte Galeria. Ti sarà assegnata una card e un numero". Le regole sono stampate in tante lingue diverse e appese nella prima stanza che si incontra nel Centro di permanenza e rimpatrio (Cpr, ex-Cie). Per leggerle bisogna oltrepassare il grande cancello che interrompe il muro di cinta esterno e le grate grigie interne che per prime danno il "benvenuto".
Il Cpr situato alle porte di Roma ha una capienza di 250 posti, oltre un terzo dei 715 effettivamente disponibili (su 1.035 complessivi) nelle sette strutture simili attualmente in funzione in Italia. Tra queste, Ponte Galeria è l'unica ad avere una sezione femminile che può ospitare fino a 125 donne. "Ospitare", però, non è il verbo giusto. Chi finisce tra mura, sbarre e grate dei Cpr è un recluso a tutti gli effetti. Con una specificità: non ha commesso alcun reato.
Ieri a Ponte Galeria erano detenuti circa 50 uomini e 39 donne. Sono stati visitati da una delegazione promossa dalla campagna LasciateCIEentrare e resa possibile dall'onorevole Nicola Fratoianni (Liberi e uguali).
È la seconda ispezione in pochi giorni, dopo che venerdì scorso alcuni migranti destinati al rimpatrio hanno dato fuoco ai letti di alcune unità della sezione maschile. Da materassi e coperte non si sono sollevate fiamme (sono ignifughi), ma un fumo denso e tossico che ha reso inagibili diverse stanze. Ancora ieri la puzza rendeva impossibile la permanenza, anche solo per pochi minuti, negli spazi interessati. Per questo diverse persone dormono all'addiaccio e, soprattutto, una trentina di reclusi sono stati liberati per "alleggerire" la pressione. "La rivolta paga", scrivono in un comunicato congiunto LasciateCIEentrare e una rete di associazioni.
I letti incendiati - Chi è rimasto dietro le sbarre chiede perché. Tra loro c'è qualcuno che ha finito di scontare la sua pena in carcere e qualcun altro ritenuto socialmente pericoloso. Lo Stato li vorrebbe rimpatriare. Tanti sono stati semplicemente trovati senza permesso di soggiorno. "Ero pizzaiolo in un locale - racconta un uomo nato in India - Un giorno il proprietario ha litigato con un collega.
Ha chiamato la polizia che mi ha trovato senza documenti. Così due settimane fa sono stato portato qui. Lavoro in Italia da nove anni, ho provato a regolarizzarmi con la sanatoria del 2012 ma il datore di lavoro mi ha truffato non pagando i contributi". "Sono in Italia dal 2009 e ho sempre avuto il permesso di soggiorno, fino a febbraio di quest'anno - dice una donna boliviana - È scaduto prima che la signora da cui lavoravo mi facesse il contratto, come aveva promesso. Un giorno ho provato a sedare una rissa per strada, è arrivata la polizia e mi ha portato qui".
Nella sezione femminile le grate, cresciute in tutta la struttura dopo ogni fuga e rivolta, sono puntellate da asciugamani colorati e vestiti stesi al sole. I muri sono disegnati e ci sono delle scritte. Dietro due ragazze cinesi che giocano a carte si legge: "La tranquillità è importante, ma la libertà è tutto".
Come a ricordare che il problema non sono le condizioni di detenzione o i colori che mascherano il grigio, ma l'esistenza stessa di luoghi simili. La detenzione amministrativa dei migranti, introdotta nel 1998 dalla Turco-Napolitano, ha una storia segnata da sofferenze, episodi di autolesionismo, suicidi, diritti fondamentali negati. Una storia su cui andrebbe solo messa la parola fine. Il 12 ottobre a Milano ci sarà una manifestazione per chiedere la chiusura di tutti i Cpr e la non riapertura di quello di via Corelli.
infoans.org, 27 settembre 2019
"Kanaki Films", è il produttore di Raúl de la Fuente e Amaia Remírez, che ha realizzato un cortometraggio sulla vita di un giovane della Sierra Leone che riesce a cambiare la sua vita: dall'essere carcerato ad essere sostegno per i giovani carcerati. Il cortometraggio-documentario è stato proiettato per la prima volta nel programma "Kimuak" del Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián, Spagna. "L'inferno", racconta la storia di Chennu, un bambino di strada di Freetown in Sierra Leone. A 15 anni è entrato nel carcere per adulti di Pademba Road, nella capitale del Paese africano. È un film che vuole mettere in primo piano "le storie di quelle persone che stanno morendo dimenticate in prigione in condizioni disumane", denuncia Amaia Remírez.
Inoltre, è una storia di superamento personale incentrata sul protagonista, Chennu. Un personaggio "potentissimo", puntualizza Remírez. Dopo aver trascorso quattro anni in carcere, riesce a cambiare la sua vita e "Ora si dedicata ad aiutare i carcerati". "È una redenzione completa e un superamento totale delle difficoltà vissute in carcere". Il cortometraggio è stato prodotto grazie al sostegno del "Centro Don Bosco Fambul" di Freetown in Sierra Leone e di "Misiones Salesianas" di Madrid.
Uno dei gruppi che si assistono al "Don Bosco Fambul", è quello dei detenuti che si trovano nel carcere per adulti, dove hanno incontrato Chennu. "Con questo cortometraggio vogliamo dare visibilità al lavoro nel carcere che stanno facendo i salesiani, specialmente con i minori e i più malati". "Kanaki Films" da alcuni anni si occupa di documentari che prepara la procura "Misiones Salesianas" per dare visibilità al lavoro svolto nei Paesi in via di sviluppo.
L'ultimo lavoro è stato "Love", in Sierra Leone, ma anche "30.000" in Costa d'Avorio, e quello che sarà presto pubblicato su "Palabek. Rifugio di Speranza", in Uganda. La prima nazionale de "L'inferno", si svolgerà alla fine di ottobre al "Seminci" (Settimana Internazionale del Cinema), di Valladolid, nella sezione competitiva dei cortometraggi "Tempo di storia". "Per noi è un obbiettivo esserci", ha detto Amaia.
di Andrea Cegna
Il Manifesto, 27 settembre 2019
24 degli arrestati sono già liberi. Cinque anni fa la scomparsa dei ragazzi di Ayotzinapa. Inchieste indipendenti hanno dimostrato le responsabilità delle autorità. "Fu lo Stato" è ciò che resta, 1.826 giorni dopo il 26 settembre del 2014, dei fatti di Iguala, stato del Guerrero, quando furono uccise 6 persone e 43 studenti della Scuola Normale Rurale Isidro Burgos di Ayotzinapa sparirono nel nulla. Ad oggi la determinazione degli studenti sopravvissuti e dei genitori dei morti e degli scomparsi non ha portato alla verità, non ha portato ancora alla luce che fine hanno abbiano i 43, ma ha cambiato per sempre la percezione della violenza politica in Messico.
Per il docente universitario e giornalista Oswaldo Zavala "per la prima volta si è rifiutato il discorso ufficiale sulla sicurezza nazionale secondo il quale i principali responsabili della violenza fossero i trafficanti di droga. Da allora la società ha potuto esaminare la violenza di stato perpetrata dalle forze armate. Nessun altro crimine ha ricevuto tanta attenzione e nessun altro crimine ha consolidato il reclamo collettivo contro i governi assassini di Calderon e Peña Nieto". Per, John Gibler, autore del libro Storia orale di una infamia: gli attacchi contro i normalisti di Ayotzinapa, i fatti di Iguala "risuonano, simultaneamente, nella società come atrocità dolorosissima e come simbolo della macchinazione della violenza e impunità esercitata attraverso la fusione tra l'industria illecita della droga e gli apparati di sicurezza dello stato". La "verità storica" dettata dalla Procura Generale della Repubblica il 27 gennaio 2015 sostiene che gli studenti furono attaccati dalla polizia municipale di Iguala, per conto del gruppo del narco traffico "Guerrero Unidos", e poi portati nella vicina discarica di Cocula e quindi bruciati.
Tutte le indagini indipendenti, però, negano scientificamente e storicamente tale ricostruzione. L'ultima è stata presentata il 28 novembre del 2018 dalla Commissione Nazionale dei diritti umani del Messico e si può riassumere con le parole del suo presidente Luis Raul Gonzales Perez: "a Iguala diverse autorità, a livello federale come locale e municipale, sapevano che l'indagine era stata modificata e contaminata, però nessuno ha fatto nulla per evitare il disastro che si è presentato come verità storica". Per poi aggiungere che "diverse autorità hanno violentato il diritto alla verità delle vittime e della società, in molte occasioni". "Oggi sappiamo che tutte le strutture dello stato messicano dalla Presidenza della Repubblica fino alla Procura Generale e la Segreteria della Difesa collaborarono nell'invenzione di uno scenario falso e torturarono decine di arrestati affinché producessero un discorso falso. L'operazione di copertura da parte dello stato era, ed è, una parte integrante dell'atrocità della sparizione forzata" ricorda Gibler.
Ventiquattro tra i carcerati per il crimine del 26 settembre sono stati liberati ad inizio settembre. Secondo Zavala "il caso ha rappresentato lo spazio dove si sono confrontati potere, gruppi politici, militanti, attivisti e ovviamente le famiglie direttamente interessate. Si è così scoperto che i 43 furono attaccati da forze statali: polizia municipale e federale, così come soldati dell'esercito messicano".
La notte del 26 settembre 2014 è, drammaticamente, solo uno dei tanti fatti atroci che hanno segnato gli ultimi 13 anni di storia del Messico, marchiati dalla mal chiamata "Guerra al Narcotraffico" che ad oggi ha generato quasi 200mila morti e 40mila desaparecidos oltre alla retorica complice secondo cui ogni violenza è solo responsabilità dei trafficanti di droga. A differenza degli altri casi, però, l'estensione dell'attacco e la tipologia del gruppo colpito ha scoperchiato il vaso e rotto la norma. Le scuole Normali Rurali nascono negli anni '20 per garantire le rivendicazioni della rivoluzione anche nelle aree rurali, e sono presto diventate un presidio di radicalità politica. Dopo la mattanza di Piazza Tlatelonco, il 2 ottobre '68, circa la metà delle Scuole Rurali furono chiuse. La particolare natura del gruppo ha generato l'immediata risposta e le denuncia pubblica delle compromissioni e responsabilità delle diverse parti dello stato.
È nato così un movimento che per mesi ha riempito le piazze messicane sostenendo che per trovare i desaparecidos e combattere l'orrore di tale violenza si sarebbe dovuto smantellare l'apparato burocratico dello Stato che permette, protegge, copre, e amministra le sparizioni. Il governo di Pena Nieto entrò in una crisi politica irreversibile che obbligo l'ex presidente a spendere tutte le sue energie nel tentativo di contenere, senza riuscirci, la condanna nazionale. Anche a questo si deve la sconfitta elettorale del Pri alle presidenziali del 2018. Zavala osserva che "Lopez Obrador ha volontà politica di portare avanti le indagini". Il nuovo presidente ha creato una commissione d'inchiesta parlamentare in dicembre, e ha forzato la Fiscalia Generale, la scorsa settimana, ad incontrare i genitori e riaprire il caso, ma per ora non ci sono reali passi in avanti nella ricerca della verità che trasformerebbe, davvero, il paese.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 26 settembre 2019
La visita di Salvini al carcere di San Gimignano sottende l'ostilità delle istituzioni nei confronti dei detenuti. Oggi, giovedì, Matteo Salvini visita il carcere di San Gimignano per portare la propria solidarietà agli agenti della Polizia penitenziaria.
Non è una cattiva idea solidarizzare con la Polizia penitenziaria. Salvini lo fa a ridosso dell'imputazione a 15 agenti, di cui 4 sospesi dal servizio, del reato di cui all'art. 613 bis, quello fresco e controverso sulla tortura, aggravata per essere stata compiuta da pubblici ufficiali e procurando lesioni, a loro volta aggravate dalla crudeltà.
agenpress.it, 26 settembre 2019
"I fatti recentemente emersi dalle cronache, qualora confermati, sono gravi. Anche per questo abbiamo deciso di stabilire una collaborazione ancora più stabile e assidua con il Garante dei diritti delle persone private della libertà". Così il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che ha incontrato oggi Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute.
gnewsonline.it, 26 settembre 2019
Il sottosegretario alla Giustizia è intervenuto all'incontro promosso da Cassa delle Ammende sul tema dei servizi di inclusione socio-lavorativa delle persone in esecuzione penale. "La sfida che ci vede coprotagonisti è quella di promuovere interventi per migliorare l'efficienza e l'efficacia dei servizi di inclusione socio-lavorativa delle persone in esecuzione penale in modo da rafforzare la sicurezza dei territori". Così il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi è intervenuto all'Info day, il seminario inter-istituzionale organizzato da Cassa delle Ammende e svoltosi a Roma, nella sede della Scuola Superiore dell'Esecuzione Penale "Piersanti Mattarella".
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 26 settembre 2019
È "non punibile", a "determinate condizioni", chi "agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 26 settembre 2019
La Corte costituzionale limita la punibilità del suicidio assistito. E, dopo una tormentata camera di consiglio, con un comunicato diffuso in serata, torna a chiedere con forza una legge che viene ritenuta "indispensabile". Nello stesso tempo, dopo un anno trascorso nell'attesa di un intervento del Parlamento, la Consulta mette nero su bianco le condizioni cui subordinare la non punibilità. Una determinazione che è resa necessaria, come peraltro già scritto nell'ordinanza n. 207 del 2018, per evitare abusi nei confronti di persone particolarmente vulnerabili.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 26 settembre 2019
I giudici, dopo aver sciolto il nodo del radicale Marco Cappato imputato per la morte di dj Fab, hanno ribadito di non potersi avventurare oltre su un terreno denso di implicazioni etico-sociali, che va regolato con una normativa organica e adeguata. L'incostituzionalità accertata - o anche solo prospettata - un anno fa, è stata dichiarata ufficialmente ieri sera, dopo due giorni di camera di consiglio.
Ma il "giudice delle leggi" ha sciolto il nodo di un singolo processo, quello in cui l'esponente radicale Marco Cappato è imputato per la morte di Dj Fabo, ribadendo però di non potersi avventurare oltre su un terreno denso di implicazioni etico-sociali, che va regolato con una normativa organica e adeguata. Compito esclusivo del Parlamento. Ecco perché la Corte ha definito "indispensabile l'intervento del legislatore". Una messa in mora più incalzante della volta scorsa, quando fu accordato il rinvio del verdetto.
Dopo un anno di attesa, i quindici giudici della Consulta non potevano esimersi dal prendere una decisione che, rispetto all'ordinanza del 2018 con cui avevano già diagnosticato l'incompatibilità di una parte dell'articolo 580 del codice penale con alcuni diritti costituzionali, inserisce qualche limite in più al "suicidio assistito".
Il punto di partenza restano le quattro condizioni necessarie per la "non punibilità", che poi sono quelle del caso concreto arrivato sul tavolo della Corte: l'aiuto fornito a una persona "affetta da patologia irreversibile", alla quale la malattia provoca "sofferenze fisiche o psicologiche che trova assolutamente intollerabili", tenuta in vita da sostegni artificiali e però in grado di compiere scelte "libere e consapevoli". Dunque per dirimere la vicenda di Dj Fabo la corte d'assise di Milano ha ora gli strumenti per disapplicare l'antica formulazione della norma che equiparava l'istigazione con l'assistenza al suicidio, e comportarsi di conseguenza.
Per il resto, nella consapevolezza che nel perdurante vuoto legislativo altri giudici sono già stati o saranno chiamati a decidere su casi simili, la Corte ha introdotto ulteriori limiti alla "non punibilità". Richiamandosi alla legge del 2017 sul "fine vita", è stato stabilito che bisogna rispettare "le modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua". Inoltre, tutte le verifiche sulle "condizioni richieste" e sulle "modalità di esecuzione" dovranno essere fatte da una struttura del Servizio sanitario pubblico. E dopo avere raccolto il parere del comitato etico territoriale, come avviene nei Paesi europei che hanno una legislazione in materia.
Non è una corsa a ostacoli, bensì un modo per restringere il più possibile gli spazi d'azione spalancati dalla medicina e dalla tecnologia e lasciati vuoti dall'inerzia del Parlamento. Per evitare invasioni di campo e sconfinamenti in responsabilità altrui, ma anche per scongiurare il rischio di "abusi nei confronti di persone specialmente vulnerabili". Di qui la necessità di ancorarsi il più possibile a una legge già esistente - quella sul "consenso informato", appunto - individuando al suo interno gli strumenti per impedire che la norma riscritta apra la strada a situazioni del tutto diverse da quelle come il caso approdato alla Consulta.
Il divieto al suicidio assistito, infatti, ha un senso soprattutto per salvaguardare "persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane o in solitudine, che potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita". Così avevano scritto i giudici nell'ordinanza dell'anno scorso, ed è il motivo per cui la norma non è stata dichiarata incostituzionale nel suo complesso, bensì solo in presenza di quelle precise condizioni ora divenute ancor più stringenti. In particolare per ciò che riguarda accertamenti preventivi e procedure.
Per arrivare al verdetto la Corte ha forse impiegato più tempo di quanto preventivato; non a causa di divisioni interne, ma per cercare di riempire ogni vuoto che rischiava di aprirsi anche volendosi limitare al singolo caso in esame. Facendo ricorso, per quanto possibile, alla legislazione esistente, applicandola per analogia o logica conseguenza. Un metodo che diventa un richiamo in più al Parlamento, che dopo questa doppia pronuncia - l'ordinanza del 2018 e la sentenza di ieri, che sarà motivata nelle prossime settimane - non ha più alibi per non intervenire.










