di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 10 novembre 2019
Presa di posizione della Camera penale di Milano per la decisione della Procura di distribuire agli organi di stampa atti processuali riguardanti indagini giunte alla loro conclusione.
"Con quale animo e fiducia le persone indagate e i loro difensore" possono "rappresentare le proprie difese" davanti "a un pubblico ministero che si è appena presentato alla stampa magnificando i risultati dell'indagine che ha consentito di accertare le cause e, implicitamente, i colpevoli del fatto?".
La domanda, retorica, è formulata dalla Camera penale di Milano all'indomani della decisione della Procura del capoluogo lombardo di distribuire agli organi di stampa atti processuali riguardanti indagini giunte alla loro conclusione. Se l'iniziativa poteva avere lo scopo di eliminare la rincorsa del giornalista al maresciallo o al sostituto per avere la "chiavetta" con gli atti d'indagine, il risultato è stato però quello di aver "istituzionalizzato" il processo mediatico. Il tema non è nuovo: bilanciare interessi meritevoli di tutela, come il diritto di cronaca e il rispetto della presunzione di non colpevolezza. Le norme attuali vietano la pubblicazione degli atti processuali, ma non del loro contenuto, qualora già conosciuto o conoscibile dall'indagato.
"Si tratta - aggiungono i penalisti - di norme a presidio sia della segretezza delle indagini che delle modalità di formazione del convincimento del giudice". Il problema italiano, quello della indiscriminata diffusione di atti d'indagine coperti dal segreto, poteva essere risolto se fosse stata recepita la direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio dell'Ue numero 343 del 9 marzo 2016.
"Gli Stati membri - si legge - adottano le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato non sia stata provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole".
Tale direttiva avrebbe dovuto essere recepita lo scorso anno. "Ancora non è stato fatto nulla, in piena coerenza con l'imperante populismo giustizialista che sconosce il concetto stesso di presunzione di innocenza", sottolineano i penalisti. "È in questo vuoto normativo che si inseriscono le iniziative della polizia giudiziaria che diffonde ai media i cd trailers giudiziari", affermano, "allo scopo di glorificare la bravura e l'efficienza degli investigatori", con la diffusione "di fonti di prova coperte da segreto", ignorando "il rispetto della presunzione di innocenza".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 10 novembre 2019
"Di tanto il primo giudice ne ha dato debito conto". Non l'ha detto il ministro degli Esteri. Lo ha scritto la corte di appello di Napoli in una sentenza di qualche settimana fa. E si potrebbe fare spallucce davanti a quest'opera di macellazione della nostra lingua, considerando che infine non c'è da stupirsene in un Paese dove il capo del governo si affatica senza risultato a mettere insieme una frase mondata dagli strafalcioni che, per dirla con lui, gli "sgorgano naturali", o dove il direttore di un importante quotidiano se ne esce con "proseguio", e su su fino ai comunicati della Presidenza della Repubblica allegramente maculati da sfondoni che manderebbero alla bocciatura già un undicenne.
Il Dubbio, 10 novembre 2019
Il Garante nazionale partecipa in qualità di persona offesa al procedimento riguardante presunti episodi di maltrattamento nei confronti di un detenuto straniero avvenuti nella Casa circondariale di San Gimignano. Tale ruolo nel procedimento, riconosciuto dal gip di Siena che aveva notificato al Garante nazionale l'ordinanza applicativa della misura cautelare emessa nei confronti degli indagati, "consentirà - si legge in una nota del Garante, che sarà rappresentato dall'avvocato Michele Passione - di seguire l'indagine e di contribuire a fare chiarezza su quanto avviene negli istituti di pena e a contrastare l'impunità". Come riportato da Il Dubbio, lo scorso 23 settembre il Garante nazionale aveva convocato una conferenza stampa nella quale aveva fornito alcuni chiarimenti sul contesto della notizia di reato e su altre inchieste analoghe condotte dalla magistratura.
di Giovanni Tizian
L'Espresso, 10 novembre 2019
Intervista al Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. "A Roma la mafia è capillare. E i clan usano la città come lavatrice di denaro sporco". Le sentenze sulla Capitale e Bologna eliminano il reato di associazione mafiosa. Eppure il metodo è sempre lo stesso: intimidazione e assoggettamento.
È mafia. Anzi no. Prima la sentenza della Cassazione sul "Mondo di mezzo " di Massimo Carminati, la fu mafia Capitale, per intenderci. Poi la corte d'Appello di Bologna che cancella il reato di associazione mafiosa, riconosciuto in primo grado, per il re del gioco d'azzardo legale legato alla 'ndrangheta e riconduce il tutto a una semplice banda di delinquenti lasciando tuttavia l'aggravante del metodo mafioso per alcuni reati. Giudici che smentiscono altri giudici. E il cittadino che fatica a orientarsi in questo continuo altalenarsi di giudizi.
Ne abbiamo parlato con il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, che ha vissuto in prima linea l'evoluzione delle mafie. Prima a Napoli sul fronte di Gomorra e dei clan diventati miliardari con l'affare "monnezza", poi a Reggio Calabria dove ha toccato con mano la masso-'ndrangheta messa sul banco degli imputati dall'aggiunto Giuseppe Lombardo. Gli scenari vissuti da protagonista da De Raho sono contraddistinti da organizzazioni che fanno parte di
sistemi criminali più complessi, nei quali il capitale relazionale conta più del kalashnikov.
Procuratore, proviamo a partire dalle basi per nulla scontate oggi. Ci può spiegare cos'è la mafia, cosa sono le mafie?
"Da un punto di vista tecnico-giuridico, il reato previsto dal 416 bis delinea un'organizzazione che si distingue per l'utilizzo del metodo mafioso, mentre l'associazione semplice, punita dal 416, non usa tale metodo"
Davamo per scontato cosa si intendesse per metodo mafioso, ci sbagliavamo...
"Il metodo mafioso porta con sé la forza intimidatoria e di assoggettamento, da questi elementi deriva l'omertà, la paura e la soggezione di chi subisce le attività del gruppo criminale. Ma è proprio su questa linea interpretativa che si gioca la partita. In passato si riteneva che l'esistenza della cosca mafiosa fosse determinata soprattutto dalla territorialità: è mafia se ha un territorio di dominio definito e circoscritto sul quale esprime la propria forza intimidatrice. Da qui le conferme in Cassazione dell'esistenza della camorra, della 'ndrangheta e di Cosa nostra. Forza-territorio, il binomio che ha prevalso per molti anni. Ma nel tempo i giudici si sono resi conto che esistono organizzazioni la cui forza si può manifestare non per forza su un territorio o area geografica. Sono arrivate così le condanne per 416 bis di gruppi criminali albanesi, nigeriani e cinesi, che agivano con metodo mafioso sulle loro comunità e non tanto sul territorio circostante. Si è fatto perciò un salto di qualità interpretativo laddove si è ritenuto che possono esistere "piccole mafie" diverse da quelle tradizionali. E questo ha permesso di riconoscere come associazioni mafiose le cellule autonome delle mafie tradizionali fuori delle regioni meridionali. Oppure pensiamo alle "piccole mafie" di Ostia, il percorso di riconoscimento del clan Fasciani ha seguito giudizi altalenanti: primo grado mafia, secondo grado non lo era più, per la Cassazione ritorna a essere mafia e rinvia in Appello. Questi esempi dimostrano come ormai la giurisprudenza dia più valore al metodo del gruppo criminale che al territorio".
Eppure le ultime sentenze, la Cassazione su Carminati e la Corte d'Appello a Bologna...
"Ovviamente non mi esprimo sul giudizio dato dai giudici. Aspetteremo le motivazioni e capiremo solo allora se la Corte ha intrapreso un diverso orientamento. Tuttavia dobbiamo tenere in considerazione un altro elemento. Ci troviamo sempre più spesso a investigare sulle mafie silenti, organizzazioni storiche che però si impongono nel mercato senza alcuna minaccia. Pensiamo alle mafie tradizionali radicate nel Nord Italia, che operano senza atti di violenza esplicita e si impongono nel tessuto economico con la corruzione, con la forza dell'appartenenza a un gruppo. Non, dunque, l'intimidazione classica".
Un modello che in realtà ricorda la mafia raccontata da Leonardo Sciascia nel "Il giorno della civetta". Il potere legale a braccetto con quello mafioso. Un sistema unico, una mafia trasparente, che si vede e non si vede. Per colpirlo servono nuove leggi?
"Fermo restando il 416 bis, che dal 1982 ci permette di contrastare con efficacia i clan nelle loro diverse declinazioni, dovremmo cercare di guardare anche come queste ulteriori evoluzioni criminali possono essere affrontare nel migliore modo possibile".
Carminati e il suo "mondo di mezzo" rientrano in questo processo evolutivo?
"Da quel che abbiamo visto a Roma colpisce l'altalena di giudizi. Si tratterà di capire che interpretazione hanno dato i giudici di Cassazione agli elementi raccolti. Anche perché è utile sottolineare come sia stata proprio la Cassazione in questi ultimi anni a spostare l'attenzione dal concetto di territorio occupato al metodo usato, dando più valore a quest'ultimo nel riconoscimento del 416 bis. Le mafie del nostro tempo aggregano pezzi di economia sana, alla quale offrono servizi illegali. Così entrano e conquistano settori produttivi. Una volta infiltravano con le estorsioni, l'imposizione per entrare negli appalti. Oggi accedono con il metodo dell'accordo, facendo risultare quest'ultimo vantaggioso. Seppure possa sembrare meno invasiva, condiziona pesantemente la vita delle persone. Pensiamo per esempio agli imprenditori perbene che non scendono a patti e restano esclusi dal giro di appalti e commesse. Che cos'è questa se non mafia?".
Neppure la Banda della Magliana lo era secondo la Cassazione. Eppure c'erano omicidi, sequestri, droga, rapporti con apparati deviati dello Stato, con le mafie tradizionali...
"In quegli anni però i giudici utilizzavano l'interpretazione più restrittiva del 416 bis. Fondata soprattutto sulla territorialità".
Ma quindi a Roma la mafia non c'è?
"Nella Capitale c'è una capillare presenza mafiosa, con decine di clan che usano la città come lavatrice di denaro sporco. Quindi c'è ed è forte".
Risaliamo la penisola. Nel processo d'Appello di Bologna contro il re del gioco d'azzardo legale (ex narcotrafficante legato alla 'ndrangheta) i giudici hanno stabilito che si trattava di associazione semplice, lasciando però l'aggravante del metodo mafioso per alcuni reati. In primo grado, invece, il tribunale aveva riconosciuto il 416 bis. In secondo grado, in pratica, si riconosce il metodo per qualche singolo fatto ma non per l'intera organizzazione...
"Anche per la sentenza di Bologna dovremo attendere le motivazioni. Possiamo intanto dire che il metodo è ciò che contraddistingue l'associazione. Non è facile scindere il metodo dall'organizzazione".
Certo è difficile farlo comprendere ai cittadini non addetti ai lavori...
"Giovanni Falcone diceva: "Cosa nostra è forte perché ha rapporti con la politica e con i poteri economici". Per smascherare la parte "invisibile" delle mafie è necessario mettere insieme elementi che vengono da anni di indagini, valorizzare quei dettagli che in prima battuta sembravano marginali".
Invisibili. Un altro concetto complesso da spiegare al mio vicino di casa.
"Esistono livelli occulti, riservati, all'interno di un'organizzazione, sconosciuti agli stessi affiliati, ai manovali dei clan".
Riciclaggio, corruzione, evasione. Reati spia della presenza mafiosa ma che la maggioranza delle persone non percepisce come allarmanti...
"Non è semplice far comprendere la complessità di clan che non sparano. Però le ricadute delle mafie d'affari sono sotto i nostri occhi, così come i loro investimenti. Pensiamo ai miliardi di euro riversati nelle nostre città che provengono dai traffici di cocaina. Questo è inquinamenti dell'economia. C'è un fiume di denaro che non riusciamo sempre a intercettare".
Dopo la sentenza di Cassazione su Carminati, alcuni hanno esultato: è "solo corruzione", in fondo siamo a Roma, "da sempre è così". La mazzetta non fa paura?
"Dovrebbe farne molta invece. Distrugge l'economia, riduce la libertà degli imprenditori, dei cittadini. Trasforma i diritti in favori concessi al miglior offerente. Chi non paga resta fuori, fallisce, muore. E non è un caso che nelle indagini sulla corruzione si stiano usando strumenti antimafia. Anche perché sempre più di frequente scopriamo che sono le cosche a usare la corruzione per oliare meccanismi della pubblica amministrazione".
Le indagini sulla massoneria e le mafie, pensiamo a Reggio Calabria, le inchieste sul sistema messo in piedi da Antonello Montante dietro il paravento della legalità, mafia Capitale e le indagini sul gioco d'azzardo legale, come quella di Bologna. C'è un filo interpretativo unico?
"Il tratto comune è la complessità. Sono fenomeni che sfuggono allo stereotipo del padrino. Si inseriscono in contesti più ampi, di sistemi criminali che interagiscono e si rafforzano. Un tempo era sufficiente guardare alla struttura della cosca, oggi andrebbero osservati i settori economici di alto livello, ma qui riconoscere la mafia diventa ancora più difficile. La confisca delle attività, piccole e medie, di proprietà delle cosche non è del tutto indicativa della vera pervasività delle organizzazioni".
Cioè?
"Bisogna investire di più sulle indagini che puntano ai grandi meccanismi economici e finanziari. Andrebbe a vantaggio di chi in quel settore rispetta le regole ed è tagliato fuori da chi invece costruisce imperi con altri metodi".
Non le sembra che l'attenzione di tutti sia notevolmente calata sulla questione mafiosa?
"Che si parli poco di mafia mi sembra evidente. Quando Mario Draghi era a capo di Bankitalia, nella sua relazione finale denunciava l'asfissiante pressione delle mafie sull'economia italiana. Draghi ci stava dicendo: il Paese ha una grande zavorra, le mafie. Da allora, tuttavia, i fatti indicano che nulla è cambiato. Le mafie si sono raffinate ulteriormente e continuano a infettare il mercato e i gangli vitali delle istituzioni".
di Riccardo Sandre
Il Mattino di Padova, 10 novembre 2019
Il giudice del Lavoro di Padova ha accolto le richieste dei carcerati del Due Palazzi: i compensi sono fermi da 26 anni. Anche i detenuti hanno diritto alla giusta paga. È arrivata dal tribunale di Padova il pronunciamento che conferma il principio sancito dopo la sentenza del luglio 2019, con cui il giudice del lavoro Mauro Dallacasa, aveva condannato il ministero della Giustizia a pagare in favore di un lavoratore, detenuto nel carcere Due Palazzi, le differenze retributive in relazione all'attività lavorativa svolta durante la permanenza in carcere.
Ora altre due sentenze dello stesso tribunale, questa volta firmate dal giudice Silvia Rigon, vanno nella medesima direzione. Sono le numero 645 e 646 del 24 settembre 2019: è stato condannato lo stesso ministero della Giustizia a riconoscere a due detenuti del Due Palazzi rispettivamente 7.800 e 3.300 euro per l'attività lavorativa non adeguatamente retribuita.
Un'azione legale che muove dalla costatazione che la Commissione ministeriale istituita per aggiornare periodicamente il trattamento economico dei detenuti non si riunisce dal 1993. Di fatto i carcerati lavoravano oggi con le stesse retribuzioni di 26 anni fa. Un gap vertiginoso ritenuto illegittimo dal tribunale di Padova.
"Il lavoro in carcere" ricordano Palma Sergio, della segreteria confederale della Cgil di Padova, Alessandra Stivali e Roberta Pistorello, della segreteria provinciale della Fp Cgil, Michele Zanella, dell'Ufficio Vertenze della Camera del Lavoro di Padova "non ha carattere afflittivo, non rappresenta un inasprimento della pena, ma è considerato una forma di organizzazione necessaria alla vita della comunità carceraria, oltre che uno dei fattori del trattamento rieducativo. Ciò, non solo secondo l'ordinamento penitenziario italiano, ma anche in base alle regole stabilite dalle organizzazioni internazionali (Onu) e dalle regole penitenziarie europee.
Anche i lavoratori detenuti hanno dunque diritto alla giusta retribuzione, a non essere sfruttati, a vedere rispettati i propri diritti". Una sentenza che accoglie solo in parte le opposizioni presentante dal ministero di Giustizia in queste due occasioni. "Il ministero della Giustizia ha proposto opposizione al decreto ingiuntivo, chiedendo la compensazione con le spese di mantenimento in carcere" spiega a questo proposito l'avvocato Marta Capuzzo dello studio legale Moro che ha patrocinato le cause promosse dalla Cgil e dalla Funzione Pubblica di Padova.
Prosegue il legale: "Il giudice ha compensato solo in parte ricordando che, ai sensi dell'articolo 24 dell'Ordinamento penitenziario, la legge riserva in favore dei lavoratori-detenuti una quota pari ai tre quinti della remunerazione per l'attività lavorativa svolta. Secondo inoltre l'articolo 22 dello stesso Ordinamento la retribuzione dei lavoratori-detenuti non può essere inferiore ai due terzi di quella prevista dai contratti collettivi di riferimento nel comparto".
Corriere di Bologna, 10 novembre 2019
Una sera nell'osteria dentro al Pratello dove i giovani detenuti servono in livrea. Metti una sera cena al Pratello. Dentro il carcere minorile. In cucina e in sala i giovani detenuti. La "Brigata del Pratello" è finalmente aperta alla città: venerdì sera la seconda cena a inviti, ce ne sarà una terza a dicembre, poi potranno entrare tutti. Tra strigoli e filetto, l'attenzione è tutta per questi ragazzi che cercano il riscatto attraverso il cibo. Andrea 1, Andrea 2, Manuel, Edoardo, Yazir, Ralph: c'erano loro a servirci quando le sbarre si sono chiuse alle nostre spalle.
C'è quell'attimo, appena entrati nella sala affrescata e apparecchiata, in cui si sentono le chiavi delle guardie chiudere le pesanti sbarre alle proprie spalle, che si ha la sensazione netta che quella non sarà solo una cena. Certo, ci sono le diverse portate servite con garbo e competenza, i piatti preparati sono gustosi e degni di un'osteria del centro, ma inevitabilmente gli sguardi, più che sul filetto di manzo e sugli strigoli al profumo di bosco, si posano sui ragazzi, sulle loro mani mentre porgono i piatti ai commensali, sui loro visi emozionati, sui mezzi sorrisi accennati quando si dice loro grazie, era molto buono, sul timore di sbagliare che non riescono a nascondere. Perché sono loro, più che i piatti che hanno imparato a preparare nella grande cucina professionale e tirata a lucido, i veri protagonisti della serata e dell'esperienza che lascia un segno. Certo in loro, ma senza dubbio anche in chi è seduto a mangiare.
L'osteria "Brigata del Pratello" ha aperto i battenti: venerdì sera c'è stata la seconda prova generale con le persone invitate dal direttore del carcere minorile, Alfonso Paggiarino, dalla presidente del centro di formazione Fomal, Beatrice Draghetti, e dalla Fondazione del Monte. La terza cena a inviti sarà a dicembre, poi l'"osteria formativa", come amano definirla gli ideatori, diventerà un luogo accessibile ai cittadini che vorranno passare due ore a fianco dei ragazzi detenuti nel carcere minorile. Entro la fine di novembre sul sito internet si potrà prenotare il proprio posto, ci saranno le doverose verifiche per la sicurezza, e una o due volte al mese si potrà andare a degustare i piatti che i ragazzi stanno imparando a cucinare insieme ai loro tutor. Venerdì sera i giovani chef si erano cimentati negli strigoli al profumo di bosco con funghi e chicchi di melograno, nel filetto di manzo al Sangiovese con flan di patate e spuma di broccoli e nella bolognesissima zuppa inglese.
Andrea 1, Andrea 2, Ralph, Edoardo, Manuel, Jazir: erano loro la "brigata" in cucina e in sala l'altra sera in via del Pratello. Vestiti di tutto punto, professionali in ogni gesto, di questi ragazzi è inevitabile farsi domande sul loro passato. Mentre loro ti raccontano come è stato preparato il piatto che ti stanno servendo, tu pensi a quale stravolgimento abbia avuto la loro vita da adolescenti uno, due, tre, quattro, cinque, sei anni prima per essere finiti lì dentro. Poi bevi un bicchiere di vino, leggi il menu, fai qualche chiacchiera con i tuoi vicini a tavola, quasi ti dimentichi di essere in un carcere, fino a che lo sguardo si posa sulle guardie che, emozionate quanto o forse più dei ragazzi, stanno in fondo alla sala in modo discreto a controllare che tutto fili liscio. Dietro le guardie, le sbarre costantemente chiuse a chiave.
"Le hanno ridipinte i detenuti - racconta con orgoglio un agente della polizia penitenziaria - ci hanno messo molto impegno e molta passione in questo progetto". Lo si capisce. Hanno tutti - ragazzi, guardie, direttore del carcere, formatori, ideatori - una luce negli occhi tipica di chi ha penato a lungo per veder realizzato un sogno, ma adesso il sogno ce l'ha davanti e lo sta servendo a tavola a un pezzo di città. Sperando che i "pezzi" seduti a questi tavoli si moltiplichino cena dopo cena: serve il passaparola, serve la condivisione del senso di un progetto che vuole dare un futuro a chi ha sbagliato in passato e che vuole avvicinare, attraverso il cibo, il mondo là fuori con il mondo lì dietro le sbarre.
Quando arriva il momento del dolce, in sala escono tutti e sei i ragazzi insieme, tre erano rimasti sempre in cucina guidati dagli chef Mirko Gadignani e Alberto Di Pasqua. Si possono finalmente rilassare e prendersi l'applauso dei presenti, tra i quali venerdì sera c'era anche il vescovo vicario Giovanni Silvagni, entusiasta per gli strigoli ai funghi. Dicono ad alta voce i loro nomi e a premiarli con un applauso ci sono anche le guardie che tutti i giorni li hanno in custodia. L'osteria quasi annulla la divisione dei ruoli: per due ore loro sono cuochi e camerieri, i cittadini sono commensali, gli agenti sono spettatori. "Per me questi ragazzi sono dei figli, sono tutti figli miei", dice un emozionato direttore del carcere Alfonso Paggiarino. Sotto scorre il video con le interviste e con una canzone scritta dai ragazzi della "Brigata" e musicata dalla band "Nuju", dove suona il loro prof-maître Cariati. Si intitola "Ci sono sogni". Alcuni si avverano. Il prossimo: "Far interpretare questo brano da cantanti bolognesi", dice il Fomal. Un altro modo per agganciare il mondo esterno a questo mondo dove i biscotti che ti regalo a fine cena si chiamano "Sbarrini".
bolognatoday.it, 10 novembre 2019
Firmato un protocollo finalizzato all'adozione di misure per la prevenzione e la repressione di tentativi di infiltrazione criminale nella realizzazione dell'opera. È stato siglato ieri mattina presso la Prefettura di Bologna, un protocollo di legalità per la realizzazione di un nuovo padiglione del carcere della Dozza. Il protocollo, finalizzato all'adozione di una serie di misure per la prevenzione e la repressione di eventuali tentativi di infiltrazione criminale nella realizzazione dell'opera, è stato sottoscritto dal Prefetto di Bologna, territorialmente competente, dal Provveditore Regionale alle opere pubbliche di Lombardia e Emilia Romagna, in qualità stazione appaltante, e dall'impresa aggiudicataria.
Tra le misure previste, assume particolare rilievo la creazione di un'apposita banca dati della filiera delle imprese, accessibile alla Prefettura, alle Forze dell'Ordine e alla D.I.A.. Oltre a contribuire all'implementazione di un sistema rafforzato di controlli, sia in funzione antimafia che anticorruzione, il protocollo istituisce in Prefettura un Tavolo di monitoraggio sui flussi di manodopera che lavorerà per garantire la massima trasparenza nelle procedure di reclutamento e il rispetto degli obblighi derivanti dalla legislazione sul lavoro e dal contratto collettivo nazionale. Con riferimento a quest'ultimo profilo, fondamentale per la sicurezza nei cantieri, hanno assunto un impegno diretto associandosi alla sottoscrizione del protocollo anche il Capo dell'Ispettorato territoriale del lavoro e i rappresentanti delle organizzazioni sindacali di categoria maggiormente rappresentative.
di Marco Bruna
Corriere della Sera, 10 novembre 2019
La curda Zehra Dogan. condannata per "propaganda terroristica", espone per la prima volta in Italia, a Brescia. Ha realizzato i suoi lavori in prigione con materiali di fortuna. "Le mie opere sono un archivio di memoria".
L'opera di Zehra Dogan è un grido che nasconde l'ansia e la lotta per la sopravvivenza. Durante i 1.022 giorni di detenzione in tre carceri turche - Mardin, Diyarbakir e nella prigione di massima sicurezza di Tarso - l'artista e giornalista curda (Diyarbakir, Turchia, 1989) ha sfruttato qualsiasi mezzo pur di dare sfogo alla creatività: sangue mestruale, succo di rucola, buccia di melograno, candeggina, cenere di sigarette.
Ne è nato un corpus che dal 16 novembre sarà al centro della mostra Avremo anche giorni migliori. Zehra Dogan. Opere dalle carceri turche, in programma al Museo di Santa Giulia di Brescia con la curatela di Elettra Stamboulis (inaugura venerdì 15 alle 19).
In mostra sessanta opere inedite tra disegni, dipinti e lavori a tecnica mista. Zehra Dogan - autrice della copertina de "la Lettura" #414 dello scorso 3 novembre - è stata arrestata il 21 luglio 2016. È stata condannata per "propaganda terroristica" dopo aver pubblicato, attraverso l'agenzia di stampa Jinha, da lei cofondata nel 2010 e poi chiusa con decreto governativo nel 2016, una lettera che le aveva inviato Elif Akboga, una bambina curda di dieci anni.
La lettera raccontava l'assedio turco della città di Nusaybin, in cui sono morti centinaia di civili. Il secondo capo d'accusa era la condivisione, sul profilo Twitter di Zehra Dogan, di un'opera da lei realizzata con uno smartphone, ispirata a una foto scattata da un soldato turco.
L'immagine mostra le macerie di Nusaybin, con i blindati di Erdogan trasformati dall'artista in scorpioni, simbolo di morte e distruzione. In occasione dell'apertura della mostra "la Lettura" ha intervistato via email Zebra Dogan, protagonista il 23 novembre a Brescia di un incontro pubblico.
Pensa che l'arte sia una risposta "politica" al mondo in cui viviamo?
"La vita stessa è un atto politico. E la mia arte è senza dubbio una risposta politica al mondo in cui viviamo. E una delle risposte migliori che potessi dare".
Che cosa la spinge a fare arte?
"La mia ispirazione è il Medio Oriente, in particolare la mia terra, il Kurdistan. Le opere che realizzo riflettono la cultura, la lingua e le leggende curde. Riflettono tutto ciò che ha a che fare con la storia del mio popolo e con le sue radici. Penso che la mia produzione sia una reazione, per me inevitabile, alla realtà in cui vivo".
Qual è il valore civile, oltre che artistico, delle sue opere?
"Gran parte dei miei lavori costituiscono quello che chiamo un "archivio storico". Si tratta di opere che fissano le testimonianze del presente in una memoria collettiva. Per me, il valore "storico" di ciò che creo è molto importante, ancora più di quello artistico".
Banksy le ha dedicato un'opera a New York. La solidarietà tra artisti l'ha aiutata a resistere?
"Quando mi hanno condannata per il disegno di Nusaybin ho avuto la sensazione che coloro che parlavano la mia stessa lingua non mi comprendessero, che ci eravamo trasformati in esseri incapaci di pensare e comprendersi. Mentre sei in prigione, tormentata da queste riflessioni, all'improvviso ti accorgi che alcune persone, a migliaia di chilometri di distanza, ti sono vicine. Banksy mi ha ritratta dietro le sbarre in una città come New York e - cosa ancora più straordinaria - ha proiettato un'immagine enorme del disegno che avevo fatto di Nusaybin. In quel momento i muri, il filo spinato, le guardie, la prigione intera, non hanno più senso. E ritrovo tutta la forza per continuare a resistere".
Come ha reagito quando le hanno detto che sarebbe andata in carcere per aver postato un disegno?
"Sui social network avevo visto una foto di Nusaybin distrutta dall'esercito turco. Era un'immagine celebrativa. I soldati avevano appeso le bandiere turche, come trofei, alle case distrutte. Quella foto mi ha colpito molto, e ho voluto riprodurla a modo mio. Non mi ha sorpreso scoprire che quel disegno è stato usato come atto d'accusa. Le persone che vengono prese di mira, che siano giornalisti, artisti, intellettuali o altri cittadini, vengono accusate per ciò che condividono sui social perché non esistono "prove" più consistenti: l tribunale mi ha condannata con questa motivazione: "Zehra Dogan è un'artista, ma ha oltrepassato i limiti della critica". Così oggi prendiamo atto che i tribunali turchi sono anche le autorità incaricate di stabilire i canoni della critica d'arte...".
Ci può raccontare la sua esperienza in carcere?
"In prigione ho incontrato donne di ogni estrazione: braccianti, giornaliste, insegnanti, parlamentari, sindache, studentesse, scrittrici... Una comunità unita da una forte solidarietà. Mettere in comune le nostre conoscenze ci ha arricchito e ci ha dato forza. Ci chiediamo perché ci sbattano in prigione, se poi ne usciamo ancora più forti".
Come faceva a realizzare le sue opere durante la detenzione?
"Nella prigione di Mardin, dove mi hanno rinchiusa per la prima volta nel 2016, i reclusi avevano a disposizione materiale per disegnare. Lì abbiamo dato vita a un giornale scritto a mano, a sostegno del quotidiano "Ózgiir Giindem", che, dopo essere entrato nel mirino della censura, era stato chiuso. Abbiamo trovato il modo per fare uscire il giornale dalla prigione... L'amministrazione era furiosa, ma siamo riuscite persino a realizzarne un secondo numero! Quando mi hanno trasferita a Diyarbakir ho avvertito sin dall'inizio un bisogno irresistibile di disegnare, anche se in quella prigione non c'era il materiale adatto. Tuttavia, molto presto, ho scoperto di avere a portata di mano tutto ciò di cui avevo bisogno. Mi sono servita di carta da lettere, pagine di giornali, scatoloni, tessuti e lenzuola. Ho costruito i pennelli con piume di piccione o con i capelli delle mie amiche. Insieme a loro ho realizzato anche opere collettive".
Come giudica la crisi attuale e l'atteggiamento turco nei confronti dei curdi?
"La logica dello Stato-Nazione implica sempre la distruzione di altre etnie, insieme alla diffusione di teorie monistiche, alla negazione delle "differenze" e al controllo demografico del luogo che viene invaso. È questa la logica con cui la Turchia porta avanti la sua politica, già dai tempi dell'Impero ottomano. Nel Rojava (l'amministrazione autonoma della Siria del Nord Est, non riconosciuta dal governo siriano, ndr), con il motto "Se ci lasciate in pace, costruiremo questo mondo", i curdi hanno dimostrato che la vita democratica è possibile anche in una regione del Medio Oriente in cui continua a scorrere il sangue. I curdi vogliono far conoscere la bellezza delle terre del Medio Oriente e íl patrimonio storico dei popoli che le abitano. Questo è ciò che infastidisce la Turchia e tante altre potenze. Per gli Stati che dominano il Medio Oriente è un'area che si presta ai loro giochi di guerra. Il popolo del Rojava è in grave pericolo: centinaia di persone sono state uccise dai bombardamenti, un massacro che non risparmia i bambini. Oggi, nel Rojava, la popolazione continua a subire gli attacchi dell'esercito turco occupante. Restare in silenzio e non reagire di fronte a quello che sta succedendo significa arrendersi alla perdita di identità, alla deculturazione, all'esilio forzato e al massacro di migliaia di persone. La popolazione del Rojava continua a resistere, ma il suo futuro sarà determinato dal sostegno dei popoli di tutto il mondo".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 10 novembre 2019
La prima volta non era andata secondo le aspettative. Allora, la giustizia statunitense riprova a criminalizzare la solidarietà e la compassione. Scott Warren, un cittadino dell'Arizona, professore di Geografia e volontario dell'associazione "No more deaths", rischia 10 anni di carcere solo per aver fornito cibo, acqua e vestiti puliti a due migranti provenienti dal Messico, che rischiavano di morire - come accaduto migliaia di altre volte - nel deserto di Sonora, nei pressi del confine. Il primo processo era terminato il 2 luglio con un nulla di fatto, dato che otto dei 12 giurati avevano chiesto l'assoluzione di Warren mentre il verdetto richiedeva l'unanimità.
Tra due giorni, martedì 12 novembre, si ricomincia: di fronte al tribunale federale di Tucson, Warren dovrà rispondere dell'accusa di aver "dato ospitalità" (ossia, nascondendoli alle autorità) a due migranti irregolari nella città di Ajo, dove vive, fornendo loro assistenza umanitaria. Si tratta dell'ennesimo capitolo di una storia ormai lunga: l'abuso del sistema giudiziario, da parte dell'amministrazione Trump, per minacciare, intimidire e punire coloro che difendono i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo lungo il confine tra Usa e Messico.
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 10 novembre 2019
Uomini torturati, donne abusate, bambini che vivono sotto un cavalcavia, Minacciati dalle bombe. Tra i migranti intrappolati a Tripoli. Dimenticati da tutti. Alla fine di aprile Nafisa Saed Musa e suo figlio Abdallah sono scappati dal quartiere di Qasr Bin Gashir, a sud di Tripoli per fuggire dalle bombe di Haftar. La guerra era iniziata da poche settimane, e Nafisa e Abdallah cercavano riparo. È una storia di strazio la loro, una storia in cui le parole d'ordine sono comuni a quelle di decine di altre vite di passaggio in Libia: guerra, fuga, morte, speranza di una vita migliore, e poi tortura, estorsione, prigionia.
Durante il nostro primo incontro, lo scorso aprile, Nafisa e il figlio avevano trovato riparo in un edificio nel quartiere di Garden City, in centro a Tripoli, gestito dalla Mezzaluna Rossa libica. Una scuola adibita a riparo per famiglie di migranti, per lo più sudanesi ed eritrei, scappati dai quartieri sotto assedio o evacuati dai centri di detenzione prossimi alla linea del fronte. Abdullah portava addosso i segni delle torture subite durante i mesi di detenzione in mano alle milizie a Sebha, mostrava i segni dei ferri ardenti che gli hanno marchiato la pelle mentre i miliziani ricattavano sua madre chiedendo soldi e sua madre piangeva, per la disperazione di essere bloccata in un paese in guerra dopo essere fuggita dal Sudan. In cerca di pace per sé e per l'unico figlio che le resta.
C'era poco cibo nella scuola di Garden City, pochi aiuti, poca acqua. Ma c'era almeno un tetto. E dei bagni. Ma il riparo è durato poche settimane, perché la guerra produce conseguenze dirette e indirette e il proprietario dell'edificio ha privato la Libyan Red Crescent dell'utilizzo dell'edificio assecondando il malcontento dei cittadini libici convinti che i migranti privassero gli sfollati locali degli aiuti che toccavano a loro. Così, da allora, quelle famiglie messe alla porta vivono in strada. Qualcuno ha un materasso, qualcuno no.
Qualcuno si ripara sotto il cavalcavia. Nafisa e Abdullah oggi dormono lì, insieme a loro 14 famiglie, 15 bambini, alcuni nati da pochi mesi. Molte donne sole. Asaad al-Jafeer, lavora con la Libyan Red Crescent, aiutava le famiglie a Garden City. Cerca di aiutarli anche in strada.
"È una situazione insostenibile. Gli uomini rischiano di essere rapiti, e costretti a combattere dalle milizie. Le donne, rischiano di essere abusate sessualmente", dice mostrando i materassi sporchi a terra, e i secchi di acqua sporca anch'essa - che sostituisce un bagno che non c'è.
Per usare un bagno le donne e i bambini vanno in moschea. Almeno per lavarsi, una volta ogni tanto. Asaad al-Jafeer dice di sollecitare da mesi le Nazioni Unite, ma di non ricevere risposta.
"Le responsabilità delle Nazioni Unite sono enormi in Libia. Li vedi in televisione, gridare che non vogliono più vedere persone morire in mare. Mi chiedo quale sia la differenza tra vederli morire in mare e lasciarli morire in strada. Si riempiono la bocca di parole come "diritti umani". Qui ci sono gli umani, i diritti dove sono?".
L'ufficio di registrazione dell'Unhcr è proprio dall'altra parte della strada. Le famiglie hanno deciso accamparsi lì per essere più vicine alla sede dell'Agenzia delle Nazioni Unite, e bussare e provare a chiedere informazioni. A chiedere a che punto sono le pratiche, chiedere di essere aiutate. A chiedere di essere evacuati, portati via da un paese in guerra.
Perché in Libia si combatte e di notte, dalla strada, si sentono e si vedono i bombardamenti dei quartieri vicini. Così ogni giorno le donne si mettono in fila di fronte alla sede di Unhcr, mostrano i loro fogli di registrazione, ma tornano sempre a mani vuote sui loro materassi sporchi. Vicino ai secchi d'acqua con il logo dell'Oim. Con la paura di morire sotto una bomba.
Perché, dice Asaad, "a Tripoli ormai non c'è un posto dove non potrebbe avvenire un bombardamento. Queste persone hanno deciso di vivere qui perché c'è una base militare e pensano così di proteggersi dalle milizie ma le basi militari sono le prime a essere bombardate da Haftar, pensa cosa significhi essere una donna sola con un marito rapito e una bambina di sei mesi che da quando è nata dorme in strada".
Naima, 25 anni, era a Qasr bin Gashir quando è iniziata la guerra, sua figlia era nata da sei giorni, suo marito rapito dalle milizie per la seconda volta. Il quartiere era immediatamente diventato un teatro di scontro tra milizie contrapposte, proprio il centro di detenzione di Qasr bin Gashir era stato assaltato da milizie che hanno ferito alcuni dei migranti detenuti. È stato solo il primo degli attacchi che hanno colpito i centri dove vengono imprigionati i migranti.
Naima viveva nella stessa area, è scappata via, sola con una neonata. Di suo marito da allora ha perso le tracce. La prima volta che le milizie l'hanno rapito è stato portato a Sebha e costretto a lavorare per un gruppo armato finché la sua famiglia in Sudan non ha trovato il modo di pagare un riscatto sufficiente per farlo liberare. Non ha mai voluto parlare delle violenze subite, quando l'hanno liberato, non ha mai più camminato bene con la gamba sinistra. E delle cicatrici sulla schiena non ha mai dato spiegazione a sua moglie.
Oggi, dopo il secondo rapimento, Naima è sola e vive come le altre famiglie in mezzo alla strada, con sua figlia che ora ha sei mesi: "sono spaventata perché so che non c'è un posto dove possiamo scappare. Vado ogni giorno alla sede di Unhcr e chiedo aiuto, e così pure alla polizia libica e così pure alla sede di Oim. Voglio sapere se mio marito sia vivo, se sia finito in un centro di detenzione. Sono arrivata al punto di sperare che sia in prigione ma vivo, piuttosto che temere che sia stato costretto a combattere e sia morto e io potrei non saperlo mai".
Poi culla la sua bambina, Naima, e guarda una donna, incinta di nove mesi, sola anche lei e che come lei vive sotto un ponte, e dice: "Piangiamo continuamente. Sappiamo che nessuno ci aiuterà, come nessuno ha aiutato i sopravvissuti di Tajoura".
Il due luglio scorso alle 11 e 30 di sera, un bombardamento ha colpito il centro di detenzione di Tajoura, a Tripoli. Dentro c'erano 600 persone. Il bilancio di quell'attacco fu drammatico, 53 migranti morti, almeno 130 feriti. Mohammed era lì quella notte, è scappato dal Ghana un anno fa, due tentativi di attraversare il mare, per due volte intercettato dalla Guardia costiera libica e riportato indietro.
È sopravvissuto al bombardamento del centro di detenzione, è scappato correndo sopra i cadaveri di altri sfortunati come lui, si è nascosto per evitare che le milizie lo forzassero a combattere e un mese fa ha provato ad attraversare il mare di nuovo, ma la Guardia costiera libica lo ha catturato e portato indietro. Oggi si trova nel centro di detenzione di Trik al Sikka, a Tripoli, uno dei centri nominalmente gestiti dal ministero dell'Interno libico che ha un ufficio preposto alla gestione delle facility, il Dcim, Department anti illegal migration.
Benvenuti all'inferno gridano uomini e bambini al di là di due cancelli di grate, Benvenuti all'inferno. Gridano, implorano, pregano di essere portati via. Perché il centro è luogo di abuso. Perché - dicono - c'è una stanza chiusa a chiave col lucchetto, dove vengono tenuti quelli che i giornalisti e le organizzazioni umanitarie non devono vedere.
Vediamo la stanza, vediamo i lucchetti. Chiediamo - invano - che qualcuno li apra. Mohammed ha vissuto abusi per mesi, sia nei centri di detenzione legali sia in quelli illegali, al confine sud, nel deserto e sulla zona costiera. Li ha subiti anche a Tajoura, dove - dice - "i miliziani potevano entrare indisturbati nonostante fosse un edificio sotto il controllo del governo. I guardiani sono minacciati o in accordo con le milizie, e molte volte i guardiani di notte aprivano le porte ai miliziani che portavano via indisturbati gruppi di migranti per ridurli a schiavi, o per minacciare le loro famiglie in cambio di denaro". Oggi Mohammed indossa ancora i vestiti della notte in cui è stato catturato dalla Guardia costiera, sui suoi abiti ci sono i segni del sale.
Sono passate tre settimane, ha perso le scarpe in mare e da allora è scalzo. Nel centro di detenzione di Trik al Sikka ci sono circa 300 persone, la quasi totalità nella sezione maschile, che è una gabbia, di fatto, ci sono reti ovunque, anche nell'area esterna. Ci sono sei bagni per tutti. Tre sono intasati. A terra uomini malati che non ricevono cure, un ragazzo invalido che non riesce a muovere nessuna delle due gambe. In fondo all'unica stanza qualcuno prega, gli altri stesi su materassi luridi consumano il passare del tempo e gridano quando si sente un rimbombo da lontano. Sono bombe, perché a sette chilometri c'è la linea del fronte.
Mohammed ha gli occhi di una persona che ha visto la morte, due volte, ed è vivo, solo apparentemente. Ha gli occhi di un reduce, e un filo di forza che è l'istinto di sopravvivenza, il ricordo di sua moglie e dei suoi figli. "L'ultima volta che ci siamo parlati è stata la notte che ho provato ad imbarcarmi", racconta, "poi quando mi hanno portato qui i soldati mi hanno portato via i pochi soldi che mi erano rimasti e il telefono. Mia moglie non sa dove sia, né se io sia vivo o morto".
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