di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 28 settembre 2019
Dalla riforma del Csm alle carriere separate: dialogo penalisti-toghe. La riforma della giustizia torna, per iniziativa dell'Unione delle camere penali, al centro del dibattito fra gli operatori del diritto con gli "Stati generali per la riforma dell'Ordinamento giudiziario", convocati ieri e oggi a Roma.
"I penalisti italiani, magistrati, politici, rappresentanti del Consiglio superiore della magistratura, discuteranno - anche da posizioni molto diverse - di sistema elettorale del Csm, delle competenze di tale organo, di carriere da separare o da mantenere unite, dei fuori ruolo, di obbligatorietà dell'azione penale, con uno sguardo anche a cosa accade nei sistemi giudiziari europei e democratici", ha dichiarato il presidente delle Camere penali, l'avvocato Giandomenico Caiazza, presentando l'iniziativa.
La due giorni delle Camere penali cade in un momento molto particolare, all'indomani delle polemiche che hanno travolto l'Organo di autogoverno delle toghe e con la riforma della giustizia, voluta e più volte annunciata dal Guardasigilli Alfonso Bonafede, di prossima approvazione.
"Su queste tematiche è calato il silenzio assoluto della politica. Da emergenza cruciale, dopo le note vicende emerse intorno alla nomina dei nuovi vertici di alcune importanti Procure tra cui quella capitolina, al silenzio. Nulla, nemmeno un chiarimento sul destino della proposta di riforma che Bonafede inserì in quattro e quattr'otto nella legge delega di riforma dei tempi del processo penale, ancora vigente il governo gialloverde", ha puntualizzato Caizza.
Fra i temi oggetto della discussione, un posto di rilievo merita certamente la separazione delle carriere, cavallo di battaglia dei penalisti che hanno al riguardo organizzato una raccolta di firme per un disegno di legge di iniziativa polare, la cui discussione alla Camera è in calendario per il mese prossimo. Senza dimenticare "i fuori ruolo", i magistrati dedicati ad incarichi non giurisdizionali il cui numero è, comunque, stabilito per legge, e i criteri di priorità da parte dei procuratori nella trattazione dei fascicoli, un passo verso la discrezionalità dell'azione penale. "Il nodo cruciale della questione sta nel rapporto tra magistratura e politica", aggiunge il presidente dei penalisti, invitando il Parlamento a prendere posizione sul punto.
"Sul sorteggio come meccanismo di selezione dei consiglieri del Csm, ribadisco qui la mia contrarietà, perché il Consiglio rischierebbe di uscirne azzerato nella sua natura di organo di rappresentanza del pluralismo e ridotto a entità meramente burocratica ed esecutiva", ha dichiarato David Ermini, vice presidente del Csm, rispondendo subito alle sollecitazioni dei penalisti.
Dura la presa di posizione riguardo lo scandalo che ha coinvolto il Csm, determinando le dimissioni di cinque consiglieri togati: "La degenerazione delle correnti in correntismo è innegabile ed è un problema vero e grave. Da anni si assiste a una deriva carrierista, corporativa e clientelare delle correnti che va sicuramente affrontata".
"È in buona sostanza - prosegue Ermini - analoga alla parabola post- ideologica dei partiti, un tempo soggetti di passioni collettive, grandi idealità e progettualità del futuro e ora simili ad apparati autoreferenziali e di potere". Infine una stoccata alle riforma giustizia targata Bonafede. A partire proprio dallo "Spazza-corrotti".
"Resta inaccettabile il fatto che le percentuali più alte per ciò che riguarda la prescrizione si registrino proprio nella fase delle indagini preliminari: il Csm, nel parere su questa legge, non ha mancato di evidenziare questo aspetto, sottolineando l'incongruenza di una riforma, per la quale dal prossimo anno il corso della prescrizione sarà sospeso dopo la sentenza di primo grado, che in effetti non incide minimamente sulla fase delle indagini preliminari.
Quel parere del resto non lascia margini di dubbio sul forte rischio, in assenza di interventi organici e strutturali sul processo penale, di un effettivo allungamento dei tempi, con importanti ricadute sulla posizione delle vittime di reato e degli imputati".
"È chiaro che un processo tendenzialmente illimitato entra in piena rotta di collisione con il principio costituzionale della ragionevole durata e viene a ledere in modo insanabile il diritto di difesa", ha aggiunto Ermini.
"Le indagini preliminari non possono e non devono trasformarsi per l'indagato in una sorta di limbo infamante sottratto alle leggi del tempo: a indagini concluse, o si esercita l'azione penale o si chiede l'archiviazione", il monito finale del vice presidente del Csm.
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 settembre 2019
Sì del vicesegretario Pd al ddl su Csm e processi: "tempi dimezzati". Tutto si poteva immaginare, nella partita fra 5 Stelle e Pd sulla giustizia, fuorché trovare "l'unico punto di divergenza", come lo definisce Alfonso Bonafede, nel sorteggio per il Csm.
Basta tornare allo scenario pre- voto, quando la sola cosa certa sembrava la fermezza del Movimento nel tutelare le aspettative dei magistrati. E invece al vertice "decisivo" sulla giustizia, celebrato ieri dal guardasigilli e da Andrea Orlando a Palazzo Chigi, alla presenza del premier Giuseppe Conte, a scartare la selezione random dei togati è il vicesegretario Pd.
Sul resto l'intesa è fatta, e prevede un'altra sorpresa- non sorpresa: la non belligeranza sulla prescrizione. Orlando aveva anticipato anche questo, ma da ieri l'ipotesi è realtà: il Pd lascerà che il 1° gennaio 2020 entri in vigore l'abolizione dell'istituto dopo la sentenza di primo grado. Un via libera che, dal punto di vista del predecessore di Bonafede, si compenserebbe con il "netto miglioramento dei tempi dei processi".
In attesa di capire cosa ne dirà il terzo incomodo Matteo Renzi. Bonafede parla di "dimezzamento dei tempi nel penale, che durerà 4 anni" e di "durata media di 4 anni nel civile, il che vuol dire dimezzare i tempi anche lì". Orlando conferma: "Abbiamo condiviso l'impianto e approfondito gli strumenti per raggiungere tale obiettivo, anche con certezze rispetto a questi tempi". Fino al sigillo sull'accordo, impresso da Bonafede: "Non è tra gli obiettivi quello di modificare la norma sulla prescrizione".
Prescrizione, l'incognita Renzi - Eppure si tratta del vero nodo politico. Il Pd rinuncia a rivedere lo stop anche per le sentenze di assoluzione. Su questo, di sicuro, è pronta l'offensiva dei renziani. Pochi giorni fa uno dei più deputati di Italia viva più presenti sul dossier giustizia, l'ex sottosegretario Gennaro Migliore, aveva auspicato che fosse eliminato "il paradosso di un imputato dichiarato innocente in primo grado ma esposto a restare sotto processo a vita".
E dall'opposizione, a parte le previste contestazioni di Matteo Salvini, è forse l'azzurro Renato Schifani a cogliere di più nel segno: "Com'è possibile che un vertice sulla giustizia non abbia visto la presenza del partito di Renzi? Forse per un già aperto dissenso, peraltro condivisibile?". Nonostante "lo spirito costruttivo" dell'incontro di ieri rilevato anche dal sottosegretario dem alla Giustizia Andrea Giorgis, che pure vi ha partecipato, resta dunque un'incognita notevole. Oltre a quella, meno minacciosa per la maggioranza, delle "intercettazioni" che, spiega Bonafede "sono rimaste fuori dal colloquio, così come il carcere per gli evasori, a cui però teniamo".
Le convergenze su Civile e Csm - Il resto sembra liscio. Sul processo civile, per esempio, alcune limitazioni imposte alle parti in fase istruttoria non sono troppo lontane da ipotesi che anche Orlando, da ministro, aveva provato a mettere sul tavolo, fermato anche dal dissenso degli avvocati. E sul Csm, lo stesso vicesegretario dem parla con decisione di "radicale riforma", sulla quale "abbiamo condiviso l'idea di procedere".
Come? Con tutti gli altri vincoli di incompatibilità per l'elezione dei consiglieri - sia laici che togati - in parte anticipati da Bonafede: se appunto "il sorteggio è l'unico punto che andrà approfondito", spiega il guardasigilli, "sulla riforma del Consiglio superiore e su tutto quello che ne deriva in termini di incompatibilità, di spezzare il legame tra politica e magistratura, di combattere le degenerazioni delle correnti, non ci sono dubbi e abbiamo già cominciato a lavorare, per avere norme molto rigide". Rispunta il profilo spiazzante di un Movimento che, nella maggioranza, è il più fermo nell'intransigenza con le toghe. Ma Orlando non è da meno, non dimentica i propri tentativi di riformare il Csm, in parte dismessi quando era lui a via Arenula, ed è pronto a inserire nel ddl, che sarà "nuovo" rispetto a quello discusso da M5S e Lega, le ipotesi di sistema elettorale elaborate dalla "sua" commissione Scotti.
Ddl delega "entro dicembre" - La tranquillità del vicesegretario Pd fa agio su un altro assioma pronunciato ieri dal successore Bonafede: "La riforma che dimezza i tempi nel penale e nel civile sarà approvata entro il 31 dicembre". Prima che entri in vigore la "nuova" prescrizione, dunque. Certezza che potrebbe valere, però, al più per la legge delega da varare in Parlamento, ma certo non per i decreti legislativi che dovranno seguirla. Stessa dead-line "anche per la riforma del Csm" che, come il resto del pacchetto, "avrà forma di delega ma dovrà comunque essere discussa con i parlamentari", assicura il guardasigilli.
Il quale vede nel colloquio a quattro di Palazz Chigi "un passo fondamentale", verso "una vera rivoluzione". Dettagli da sistemare, anche a livello "apicale", comunque ce ne sono. Non solo sul Csm, perché Orlando ribadisce che nel testo vecchio, quello dell'era gialloverde, "c'erano cose buone e altre che non condividiamo".
Alcune non c'erano affatto: per esempio l'estensione del patteggiamento, sgradita a Salvini e Bongiorno ma cara all'Anm e soprattutto all'avvocatura. Una modifica sulla quale il Pd è d'accordissimo. Chi da via Arenula se n'è andato, come l'ex sottosegretario leghista Jacopo Morrone, ricorda d'altra parte "la collaborazione costruttiva" con il ministro m5s e lo esorta: "Tutta quell'attività non vada perduta per compiacere un alleato che ha fallito su tutti i fronti". Ma in realtà, come dice Schifani, a insidiare le certezze sarà Renzi. Sulla prescrizione innanzitutto. Anche se Bonafede e Orlando, da ieri, sembrano certi di aver disinnescato la bomba.
di Luca Serranò
La Repubblica, 28 settembre 2019
Resta teso il clima nel carcere di San Gimignano, nel Senese dopo l'inchiesta della magistratura che ha portato ad indagare per tortura 15 agenti della polizia penitenziaria di cui 4 sospesi dal servizio per quattro mesi. Dopo la visita del leader della Lega Matteo Salvini che ha incontrato soltanto gli agenti, è scoppiata la protesta di un gruppo di detenuti della media sicurezza.
Verso le 21 di giovedì hanno cominciato la battitura delle sbarre, hanno incendiato delle lenzuola, lanciato oggetti dalle finestre e danneggiato suppellettili all'interno delle celle. "La situazione è stata gestita con grande professionalità e responsabilità dal personale penitenziario che ha evitato conseguenze più gravi" riferisce in una nota il segretario generale del Sindacato polizia penitenziaria (Spp) Aldo Di Giacomo.
"Quanto accaduto è molto significativo del clima che si sta creando nelle carceri del Paese alimentato dalla destabilizzazione del sistema carcerario e dalla delegittimazione del personale penitenziario" prosegue Di Giacomo. Del resto aggiunge "spostare tutta l'attenzione mediatica sui presunti pestaggi di detenuti che sarebbero avvenuti nel carcere di San Gimignano è un'operazione che contiene il rischio di delegittimare tutto il personale di polizia penitenziaria degli istituti italiani che è già costretto a difendersi da mille attacchi dentro e fuori il carcere. Siamo dunque dalla parte degli agenti e prima di esprimere condanne pesanti e definitive attendiamo il procedimento giudiziario".
Il direttore del carcere, Giuseppe Renna, conferma che vi sia stata una protesta dopo la partenza di Salvini (il senatore leghista ha invitato la magistratura a mostrare il video delle presunte torture e si è schierato con le guardie), ma spiega che i detenuti non hanno messo in relazione la loro protesta con la visita del leader leghista. "Quel video io l'ho visto - spiega l'avvocato Sergio Delli, difensore di un poliziotto - ma non mostra nemmeno uno schiaffo".
di Stefania De Cristofaro
brindisireport.it, 28 settembre 2019
Nuovo accordo con la direzione del carcere: anche giardinaggio, in aggiunta al riordino degli archivi e mansioni compatibili con il curriculum scolastico. Il Comune di Brindisi (ri)apre ai detenuti del carcere di via Appia e offre la possibilità di lavorare per l'Amministrazione e, quindi, per la città, dando priorità al verde pubblico: gli ospiti del penitenziario si occuperanno, per quattro ore al giorno, di giardinaggio, in aggiunta alla sistemazione dell'archivio, già sperimentata negli ultimi tre anni.
La convenzione - L'Ente ha rinnovato la convenzione con la direzione del penitenziario, ampliando le offerte rivolte ai detenuti, dopo aver sperimentato progetti di pubblica utilità dalla primavera del 2016. La prima versione dell'accordo, infatti, risale al mese di maggio 2016, quando a reggere le sorti di Palazzo di città c'era la gestione commissariale. Con delibera di Cesare Castelli venne dato il via libera allo svolgimento di "lavori in favore della collettività", per la durata di un anno, poi prorogata nei 24 mesi successivi.
I lavori di pubblica utilità - L'Amministrazione Rossi, su richiesta della direzione del carcere, ha voluto ampliare le possibilità di reinserimento in ambito lavorativo e, quindi sociali, offerte ai detenuti prevedendo l'impiego nel settore del verde pubblico. Nel giardinaggio, in particolare. Settore sul quale il Comune sta puntando, con l'obiettivo di restituire a Brindisi il decoro che merita. È stata anche sottolineata la necessità di prevedere mansioni compatibili con il profilo professionale in precedenza svolte dai detenuti e con la preparazione scolastica.
La delibera di Giunta - Per questo motivo il contenuto dell'accordo con il carcere è stato modificato e aggiornato. La delibera di Giunta, su proposta dello stesso sindaco Riccardo Rossi, è stata approvata lo scorso 24 settembre. L'esecutivo ha anche deciso di modificare l'accordo sul fronte del numero dei detenuti da impiegare nei lavori: non più un solo, ma più di uno, sempre sulla base delle effettive esigenze dell'Amministrazione.
Più esattamente, stando alla nuova versione del testo della convenzione, "il Comune di Brindisi si impegna ad accogliere nei suoi uffici un numero di detenuti concordato di volta in volta con la casa circondariale, per un periodo non superiore a 12 mesi ciascuno, per lo svolgimento per quattro ore giornaliere - dalle ore 9 sino alle 13 - di lavori di giardinaggio, piccoli lavori di facchinaggio e riordino degli archivi e altri locali, oltre a mansioni compatibili e coerenti con il profilo professionale, la formazione e il curriculum scolastico del detenuto".
La finalità - L'Amministrazione comunale "mira a dare concreta attuazione ai principi costituzionali volti a favorire le sanzioni alternative rispetto alla detenzione carceraria, quali l'obbligo a svolgere lavori socialmente utili, in quanto più efficaci rispetto alla funzione rieducativa che ispira la carta costituzionale e i principi del nostro Stato", si legge nella relazione firmata dal dirigente responsabile dei progetti speciali, Angelo Roma, in risposta alla richiesta della direzione della casa circondariale di Brindisi, pervenuta a Palazzo di città lo scorso 16 luglio. Tutti d'accordo gli assessori.
di Shafique Khokhar
La Repubblica, 28 settembre 2019
Wajih ul Hassan era stato condannato a morte nel 2002. La sentenza è stata poi confermata dall'Alta corte di Lahore. Le prigioni pullulano di innocenti. La Corte suprema del Pakistan - riferisce Asianews - ha assolto un uomo accusato di blasfemia che ha trascorso 18 anni in carcere. Wajih ul Hassan era stato condannato a morte nel 2002 da un tribunale di Lahore per oltraggio al profeta Maometto secondo la sezione 295C del Codice penale pakistano. Alcuni attivisti laici hanno espresso soddisfazione per l'assoluzione e dispiacere per Hassan, rinchiuso per tanti anni per un fatto non commesso. Hamza Arshad, educatore e giornalista, ha detto: "L'omicidio è il crimine più grave, ma è persino peggio detenere una persona innocente dietro le sbarre per 18 anni".
La "prova maestra? Una presunta lettera blasfema. Il 25 settembre il tribunale composto da tre giudici, guidati da Sajjad Ali Shah, ha stabilito che le prove presentate contro il condannato non sono sufficienti per mandarlo al patibolo e ne ha stabilito il rilascio. Al momento l'uomo si trova ancora nel carcere di Kot Lakhpath. I giudici hanno ribadito che in casi così controversi, dove la prova "maestra" era una presunta lettera blasfema, deve prevalere "la presunzione d'innocenza". Hashir Ibne Irshad, direttore di Exist Communications, sottolinea: "Dopo Rimsha Masih e Asia Bibi, Wajih ul Hassan è la terza vittima prosciolta dall'accusa di blasfemia da una corte superiore. Di rado i tribunali di grado inferiore assolvono le vittime. I processi sono molto costosi e i familiari degli accusati arrivano a vendere tutto ciò che hanno, vivendo nell'indigenza e nel dolore costante".
Un sistema giudiziario che fa acqua dappertutto. Lo scrittore lancia una provocazione: "Deve essere riformato il sistema procedurale dei casi di blasfemia e stabilito che entrambi - accusato e accusatore - devono rimanere in carcere durante il processo. A quel punto credo che nessuno più farebbe false denunce". In Pakistan, sottolinea, "il sistema giudiziario fa acqua da tutte le parti, dal basso al vertice. I tribunali non sono trasparenti e equi. Le leggi sulla blasfemia sono applicate per risolvere dispute personali. Ci sono decine di esempi che lo provano. Addirittura a volte i tribunali superiori stabiliscono la liberazione dopo vari anni di carcere, senza nemmeno sapere che il presunto colpevole è già morto mentre era in prigione".
Destinati a marcire in galera o linciati a morte. Secondo Bilal Warraich, attivista e difensore d'ufficio, "in Pakistan le leggi sulla blasfemia sono così draconiane nella natura che le folle prendono la legge nelle loro mani e gli accusati sono linciati a morte, oppure costretti a languire in prigione per anni senza poter fare ricorso alla giustizia. Wajih ul Hassan e Asia Bibi sono solo due esempi: ci sono centinaia di cittadini innocenti in prigione, i loro casi sono in sospeso, gli avvocati sono costretti a fuggire per salvarsi la vita, fin dall'omicidio dell'avvocato e attivista Rashid Rehman. Prima di lui, il governatore del Punjab Salman Taseer è stato assassinato dalla sua guardia del corpo perché chiedeva la riforma delle leggi sulla blasfemia". L'avvocato ritiene che sia "interessante sottolineare che la 'spada' della blasfemia non colpisce solo le minoranze, ma anche i musulmani. Controversie sui terreni, i soldi e l"onorè diventano proiettili d'argento per le leggi sulla blasfemia. Come avvocato, ritengo che queste norme siano ripugnanti per il vero spirito della Costituzione che sostiene l'uguaglianza all'art. 10A del capitolo 2".
Prigioni che pullulano di innocenti. L'educatore Hamza Arshad è disilluso: "Potrebbe essere scioccante per il mondo civilizzato, ma nel nostro Paese è la routine. Le nostre prigioni pullulano di innocenti rinchiusi a causa di un sistema giudiziario penoso. La lunga e dolorosa prigionia di Wajih ul Hassan ci ricorda che la legge viene usata per perseguitare i cittadini. Si può solo immaginare l'orrore provato da quest'uomo, ciò che egli deve aver pensato all'ombra del cappio che incombeva, lo spasimo senza fine della famiglia, l'umiliazione e la minaccia provate dalla comunità. Ora che la Corte suprema lo ha assolto, chi gli ridarà 18 anni di vita? Gli consentiranno di vivere una vita normale in mezzo alla gente? L'avvocato che ha sporto denuncia sarà arrestato o processato? La società e lo Stato riformuleranno le leggi? La risposta è no. Per questo imploriamo il perdono della famiglia di Wajih ul Hassan, perché lo Stato e la società non faranno nulla per riscattarli".
sestaopera.it, 28 settembre 2019
Fragilità psichiche e carcere: imparare ad avvicinare e accompagnare autori di reato con patologie psichiatriche. Da sabato 12 ottobre (ore 9, piazza San Fedele 4) il corso per volontari penitenziari promosso da Sesta Opera San Fedele Onlus. È dedicato al trattamento delle fragilità psichiche in carcere il ciclo di incontri che Sesta Opera San Fedele Onlus, associazione di volontariato penitenziario, promuove in collaborazione con l'Area Carcere e Giustizia di Caritas Ambrosiana e Seac (Coordinamento nazionale enti e associazioni di volontariato penitenziario).
Gli incontri si terranno a partire da sabato 12 ottobre fino a sabato 16 novembre (Sala Ricci, piazza San Fedele 4, dalle ore 9-12.30) con l'intervento di esperti, magistrati, psicologi e responsabili delle attività di volontariato. Un'occasione aperta a tutti, per approfondire i temi dell'amministrazione della giustizia e del disagio in carcere.
"Un tema spinoso ma purtroppo sempre più diffuso negli istituti penitenziari", ha sottolineato il Presidente di Sesta Opera, Guido Chiaretti. Il quadro della situazione verrà presentato sabato 12 ottobre da Pietro Buffa, Direttore del Prap Lombardia, e da Tiziana Valentini, coordinatrice degli psicologi che operano nelle carceri milanesi dell'Uos Psicologia Settore Penitenziario dell'Ospedale Santi Paolo e Carlo. Il trattamento e la presa in carico delle persone con fragilità in carcere e nelle misure alternative saranno illustrati sabato 19 ottobre da Giovanna Di Rosa, Presidente Tribunale di Sorveglianza di Milano, insieme a Cosima Buccoliero, Direttore del Carcere di Bollate e del Beccaria, e da Severina Panarello, Direttore Uiepe Lombardia.
Sabato 26 ottobre le esperienze di disagio e rischio suicidario e i diritti alle cure saranno al centro degli interventi di Elisabetta Palù, Vice Direttore carcere di San Vittore, di Roberto Bezzi, Responsabile Area educativa del carcere di Bollate, e di Francesco Maisto, Garante dei detenuti di Milano. Modalità di accompagnamento e di inclusione sociale di detenuti con problemi psichiatrici e il ruolo del Terzo settore saranno invece illustrati sabato 9 novembre, con la partecipazione di Luca Mauri della Cooperativa A&I, responsabile del progetto "Sulla Soglia" che da anni si avvale di un team multidisciplinare, e di vari responsabili delle attività di Sesta Opera. Infine, sabato 16 novembre verranno proposti criteri, atteggiamenti, metodi e strumenti per avvicinare, incontrare e accompagnare i detenuti.
L'iscrizione al corso (50 euro) potrà essere effettuata direttamente sabato 12 ottobre, prima dell'inizio dell'incontro. Per ulteriori informazioni è possibile contattare, da lunedì a venerdì (ore 9.30- 12.30) Sesta Opera San Fedele (tel. 02 863521) oppure scrivere a:
di Giuditta Nelli
imperiapost.it, 28 settembre 2019
Il progetto nasce dall'incontro fra la Direzione del carcere di Imperia, Arci e Uisp, per rispondere a esigenze individuate presso l'Istituto penitenziario. È stato presentato ieri mattina, venerdì 27 settembre, in biblioteca a Imperia il progetto "S.B.A.R.R.E.". "Solidarietà - Benessere - Accoglienza - Rispetto - Responsabilità - Empatia". Il progetto si fonda su diverse attività in carcere, per i detenuti, e si pone l'obiettivo di "portare fuori" una buona pratica che possa essere riproposta in altri contesti detentivi per il miglioramento del benessere fisico e psichico delle persone detenute.
Frutto del lavoro congiunto dei tre enti promotori, il progetto realizza attività intra moenia e extra moenia, con la fondamentale collaborazione delle realtà territoriali, da tempo attive in carcere: Arci Imperia e UISP Imperia. Il progetto S.B.A.R.R.E. è realizzato con il sostegno di Compagnia di San Paolo e della Fondazione Carige, Bando Libero Reload 2018.
"Sbarre è un acronimo, lascia già intuire che si tratta di un progetto legato al carcere, ai detenuti e ha un ampio respiro. Tra le parole ci sono solidarietà, benessere, empatia e responsabilità. Con questo progetto, che ha come capofila Arci Liguria e come partner Uisp Liguria e la casa circondariale di Imperia.
È finanziato da Carige e compagnia Sanpaolo. Desidera innanzitutto lavorare per i detenuti, realizzando attività ludico motorie e mediazione interculturale. Attraverso queste attività andare a delineare quelle che sono le buone pratiche per la scrittura di linee guida che possono essere rese accessibili anche da altri volessero ripetere il nostro progetto.
Abbiamo pensato a uno strumento utile a migliorare la vita dei detenuti, a dare una diversa responsabilizzazione e questo chiaramente stimolandoli al dialogo, al superamento dei conflitti, alla gestione delle proprie relazioni, al miglioramento delle relazione con i propri affetti, con la finalità di un maggior benessere dentro, ma di curare anche i propri legami al di fuori".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 settembre 2019
Il Ministero ha disposto l'allontanamento degli agenti coinvolti. "Risale al 13 agosto scorso la comunicazione con la quale l'Amministrazione penitenziaria informava la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Monza di "comportamenti non consoni di alcuni Operatori di Polizia Penitenziaria"". Lo si legge in una nota il ministero della Giustizia che fa riferimento a un pestaggio che sarebbe avvenuto il 3 agosto 2019 a un detenuto ristretto nell'istituto lombardo. È stata l'associazione Antigone, che si occupa per i diritti dei detenuti, a segnalare il caso al Dap tramite Pietro Buffa, il provveditorato della regione Lombardia.
Nell'esposto presentato alla Procura, il presidente di Antigone Patrizio Gonnella riferisce che il detenuto sostiene che gli sia stato fatto firmare un foglio in cui dichiarava di essersi fatto male da solo. "Il medico che lo ha visitato non ha refertato alcuna lesione", spiega Gonnella. Inutile far notare, che, a differenza di Monza, la dottoressa del carcere di San Gimignano ha invece evidenziato le lesioni del detenuto che sarebbe stato pestato e segnalato alla Asl locale che, a sua volta, ha inoltratato il tutto, come notizia di reato, alla procura competente.
In seguito all'aggressione a Monza, il detenuto è stato messo in isolamento per quindici giorni e, durante questo periodo, è stato visto dalla suora che frequenta il carcere. L'uomo, che sostiene di essere in grado di riconoscere gli autori delle violenze, a dieci giorni dal fatto è stato trasferito presso la casa circondariale di Modena. Qui al momento dell'ingresso in carcere a seguito di visita medica gli sono state riscontrate le lesioni ancora presenti e gli sono stati dati sette giorni di prognosi. Si è attivata, come di consueto in questi casi, anche l'autorità del garante nazionale delle persone private della libertà.
"Sono stati messi a nostra disposizione i filmati registrati dalle videocamere interne all'Istituto che - spiega il Garante Mauro Palma - abbiamo subito trasmesso alla Procura". Inoltre, "precauzionalmente - aggiunge sempre il Garante - abbiamo chiesto l'apertura della procedura disciplinare nei confronti delle persone sospettate dei reati, eventualmente da sospendere in attesa degli esiti della procedura penale".
Come ha precisato il ministero della Giustizia, in seguito alla segnalazione, l'Amministrazione penitenziaria disponeva la sospensione del procedimento disciplinare e della sanzione dell'esclusione dalle attività in comune. Al tempo stesso procedeva ad assegnare "il personale coinvolto in diversa misura nella vicenda in posti di servizio non a contatto con la popolazione detenuta, in attesa delle valutazioni dell'Autorità giudiziaria".
Infine "successivamente alla segnalazione alla Procura e al Provveditorato regionale lombardo dell'Amministrazione penitenziaria, gli atti venivano inviati alla Direzione generale del personale del Dap, per le valutazioni disciplinari di competenza in merito a "comportamento delle unità di Polizia Penitenziaria nominate in oggetto non in linea con i doveri istituzionali".
di Marcella Cavaliere
La Città di Salerno, 28 settembre 2019
La direttrice Romano chiede fondi per i lavori urgenti. Parte il progetto per i detenuti-addestratori. Ventiquattro detenuti della casa circondariale di Fuorni, con alle spalle un passato da tossicodipendenti, addestreranno cani randagi provenienti dai canili della cooperativa Dog Park di Ottaviano, Monte di Eboli e Salerno. Parte dunque il progetto promosso dalla direttrice della casa circondariale di Salerno, Rita Romano, che prevede il futuro inserimento lavorativo dei detenuti che impareranno in carcere un nuovo mestiere.
Sarà consegnato un attestato a fine corso e se l'esperienza progettuale avrà continuità, la direttrice pensa già "all'eventualità futura di costruire un canile nel carcere". Gianluigi Lancellotta, comandante del reparto polizia penitenziaria, ha spiegato come sono stati scelti i detenuti che diventeranno addestratori di cani. "Sono soggetti che hanno fatto un percorso regolare, privo di sanzioni disciplinari e meritevoli".
Sono 82 i tossicodipendenti nel carcere di Salerno e il progetto ne coinvolgerà 24. Michele Visone, presidente della cooperativa Dog Park di Ottaviano, promotrice del progetto, ha spiegato che la valenza dell'iniziativa è duplice "promuovere l'autostima e il controllo dell' impulsività dei detenuti e l'adottabilità dei cani. Ne impiegheremo 7, incluso tre randagi di riserva".
Daniela D'Angelo, professoressa della Federico II di Napoli ha ribadito che sarà monitorato il benessere dei cani, "tramite il prelievo di campioni salivari per valutare l'aumento del cortisolo e quindi il loro grado di stress, oltre a valutare l'impulsività e l'emotività degli addestratori". Per l'assessore comunale Angelo Caramanno "il recupero e l'inserimento, oltre all'addestramento in sé, sono una grande scommessa e rappresentano per i detenuti la possibilità di dare continuità all'esperienza fatta in carcere una volta concluso il periodo di reclusione".
Per quanto riguarda l'iniziativa la direttrice del penitenziario ha detto che "il progetto può servire da crescita sia per i detenuti sia per i cani e avrà valenza scientifica curata dalla facoltà di Veterinaria dell'Università di Napoli. I risultati di fatto saranno oggetto di una pubblicazione scientifica". Invece per quanto riguarda i fondi Romano ha precisato che "il progetto è stato approvato e la ditta che sarà incaricata di eseguire i lavori impiegherà anche 5 detenuti, ma sapremo quando si procederà con l'erogazione il prossimo 13 ottobre".
Sos dalle celle. Le condizioni del penitenziario non sono ottimali dal punto di vista strutturale in alcuni reparti, tant'è che Romano ha chiesto 480mila euro per eseguire i lavori più importanti, a partire dalla sezione dedicata ai tossicodipendenti.
È tornato sulle condizioni poco decorose del carcere anche il garante dei detenuti per la Regione Campania, Samuele Ciambriello: "La squadra impegnata nel progetto, incluso Asl e Sed (servizi dipendenza, ndr), sta facendo un lavoro ottimo e la direttrice Romano ha tutto il mio appoggio, ma dopo un'ispezione nel padiglione dei detenuti abbiamo notato che era allagato, c'erano problemi igienici e sanitari, non funzionano al meglio i servizi igienici, non ci sono le docce e si vedono fili appesi con il rischio che possa accadere qualcosa". A suo avviso l'amministrazione penitenziaria dovrebbe contribuire a migliorare "la vita poco decorosa dei detenuti anche nel carcere di Salerno".
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 28 settembre 2019
Il regime tenta di camuffare la mobilitazione e fa sfilare al Cairo i propri sostenitori, portati nella capitale con i bus. Minacce "velate" ai reporter stranieri e arresti eccellenti. Ieri un altro venerdì di proteste e repressione ha attraversato l'Egitto, dopo che la scorsa settimana alcune migliaia di persone erano scese in strada in alcune delle maggiori città del paese chiedendo le dimissioni di al-Sisi.
Anche stavolta Mohammed Ali, l'imprenditore in esilio che denunciando gli scandali di corruzione ha dato l'innesco A questa nuova ondata di agitazione, ha lanciato da internet il suo appello a manifestare per un secondo "venerdì della rabbia".
Ma se le manifestazioni della scorsa settimana avevano colto di sorpresa molti (comprese le forze di sicurezza) stavolta il regime non si è fatto trovare impreparato. Il dispositivo di sicurezza schierato al Cairo ha impedito fisicamente l'accesso a Tahrir e a tutte le zone circostanti chiudendo una decina di strade e tutte le fermate metro della zona. L'area vista dalle rare immagini circolate e dalle testimonianze di chi si trovava nel centro città aveva un aspetto surreale per chi è abituato al traffico chiassoso di quei luoghi. Sospeso anche il campionato di calcio.
Il corrispondente del Washington Post al Cairo in un tweet ha raccontato di aver visto decine di uomini a volto coperto e pesantemente armati trasportati su dei pick-up nei dintorni di una delle piazze principali della città. Ma mentre il centro veniva occupato militarmente, alcune proteste sparse si sono verificate nei quartieri popolari ai margini della metropoli (a Giza e a Helwan) e sull'isola di al-Warraq, ancora protagonista con massicce manifestazioni degli abitanti mobilitati da anni contro lo sgombero.
Le manifestazioni sono state rapidamente attaccate con violenza dalle forze di sicurezza con lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. È ancora incerto il bilancio degli arresti della giornata. Secondo fonti vicine al governo citate da MadaMasr l'ordine per le forze di polizia è impiegare "ogni mezzo disponibile" se in pochi minuti l'assembramento non si disperde "con le buone". Altre manifestazioni in alcune province dell'Alto Egitto, compresa la città di Luxor.
Finora si contano più di 2mila persone arrestate in tutto il paese in relazione alle manifestazioni dei giorni scorsi, tra questi noti avvocati, diversi attivisti (spesso non coinvolti nelle proteste), docenti universitari e dirigenti di partiti islamisti e di sinistra. Scomparso da giovedì sera anche lo scrittore Muhammad Aladdin (ospite più volte anche di festival letterari in Italia). Decine di avvocati lavorano incessantemente per individuare gli arrestati, pubblicarne i nomi e offrire difesa legale.
Intanto gli apparati dello Stato hanno messo in campo tutti i mezzi a disposizione per dimostrare di godere ancora del consenso della maggioranza degli egiziani. I media ufficiali ieri hanno diffuso le immagini di un'imponente manifestazione "per la stabilità del paese" che ha avuto luogo nella famigerata piazza Rabea al-Adawiya (dove oltre mille oppositori islamisti furono trucidati in pochi giorni nell'agosto 2013) con tanto di mega-palco, canzoni patriottiche e sventolio di bandiere egiziane.
Secondo MadaMasr e altre fonti locali, molti dei manifestanti pro-regime sarebbero stati trasportati in autobus da diverse province in cambio di un pasto gratuito (pratica largamente in uso sotto Mubarak e tra i Fratelli musulmani). E cresce la pressione anche nei confronti dei corrispondenti stranieri (in molti arrivati nel paese nell'ultima settimana). Il Servizio informazioni di Stato ha diramato una serie di comunicati in cui - senza mai usare la parola proteste - invita la stampa estera a "non esagerare" la situazione e a non dare credito alle notizie raccolte sui social. I loro articoli e i loro servizi, spiega l'autorità governativa, sono "attentamente monitorati".
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