di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 29 maggio 2025
In dieci anni quasi 700 suicidi in cella: Alessandro Trocino con “Morire di pena” denuncia un orrore italiano. “Se una mosca vi si posa - non per avidità ma per conformismo, perché ve ne sono già attaccate tante altre - resta presa dapprima per l’estrema falange ricurva di tutte le sue zampette”, scrive Robert Musil in una delle “Pagine postume pubblicate in vita”, narrando gli spasmi degli insetti inchiodati sulla carta moschicida. Il destino è già segnato. Ogni tentativo di “districarsi frullando le ali” che ricorda quasi “Laocoonte nell’espressione sportiva dello sforzo estremo” è vano finché “le mosche non hanno più la forza di sollevarsi dal vischio, ricadono un poco e in quell’attimo sono interamente umane”.
di Alessandro Trocino*
Corriere della Sera, 29 maggio 2025
“Ci si uccide soltanto per esistere”, ha scritto André Malraux e la definizione si adatta perfettamente ai detenuti, che sono fantasmi, corpi nascosti alla vista della società, presenze rimosse che reclamano di essere vive e ottengono solo silenzio, porte chiuse, attesa, umiliazione. Persone che vivono ancora, ma non esistono. Ci si uccide per disperazione, che è mancanza di speranza. E che speranza possono avere un uomo o una donna che devono trascorrere anni in uno spazio di due o tre metri, spesso senza fare nulla, condannati a tagliare i rapporti con il mondo esterno, carnefici di qualcuno e vittime di un sistema che si limita ad accatastare corpi, materiale di scarto di una società che, una volta usciti, li tratterà da criminali? Marchiati con uno stigma che renderà difficile trovare lavoro e ricominciare una vita fuori.
di Gianni Alemanno*
Il Dubbio, 29 maggio 2025
Esiste “L’Isola dei Famosi”, stucchevole programma di reality, ed esiste “L’Isola dei Divieti”, ovvero gli istituti penitenziari. Qui il gioco è quello di imporre divieti a caso e trovare il modo di aggirarli. Premetto che non sto accusando nessuno, anche perché non so se questi divieti provengono dall’Ordinamento, dal Dipartimento della Amministrazione penitenziaria o dalle singole direzioni delle carceri. Chiamiamola genericamente l’Amministrazione. Posso però dire che, se la prendi bene, è quasi divertente. Ma non aiuta la rieducazione. Cominciamo dal cibo. Ho già spiegato che quasi tutti i detenuti sono costretti ad improvvisarsi chef e che i risultati culinari sono anche apprezzabili.
dai detenuti della redazione di Radio Rebibbia - Jail House Rock
Il Dubbio, 29 maggio 2025
Chi ascolta questa radio, ormai sa bene cosa significhi vivere in carcere, vivere a Rebibbia. E non servono molte altre parole per spiegar loro cosa possono significare otto anni, altri otto anni da passare dentro queste mura. Perché parliamo di otto anni in più di carcere? Perché questa è la pena massima prevista dal nuovo decreto sicurezza per chi, già privato della libertà, si oppone ad un sopruso. Pene pesantissime per i detenuti anche per tranquille forme di protesta pacifica, che ora, inventandosi una nuova espressione, il governo definisce “resistenza passiva”. Basterebbe insomma contestare un ordine sbagliato di un agente per essere puniti.
di Leonardo Fiorentini
L’Unità, 29 maggio 2025
Oltre 500 adesioni in tutta Italia alla catena di digiuno contro il decreto sicurezza, quasi due anni complessivi di astensione dal cibo. Un piccolo ma tenace movimento di resistenza civile nonviolenta contro la svolta autoritaria del Governo Meloni. Tanto è stato scritto e detto su questo provvedimento: un insieme disorganico di norme repressive e illiberali, che puniscono comportamenti inoffensivi o di relativo allarme sociale, ma che nel loro complesso non fanno altro che finire di colpire in modo sproporzionato le persone più fragili. Un insieme di norme razziste e illiberali per cavalcare le paure esistenti e crearne di nuove, colpire i deboli per difendere i forti.
di Matteo Pignagnoli
Corriere della Sera, 29 maggio 2025
“Si rischia un’operazione di propaganda”. Il documento redatto anche da due docenti bolognesi illustra i diversi punti critici del disegno di legge. Tordini: “Mancano riferimenti alla prevenzione”. Quasi ottanta docenti universitarie di diritto penale, da sempre impegnate nella lotta contro la violenza di genere, hanno firmato un appello contro il disegno di legge sul reato di femminicidio, presentato lo scorso marzo. Sembra quasi un controsenso, ma le ragioni, come spiegato in seguito, sono diverse. Un documento di cui si parlerà anche giovedì 29 maggio, durante la discussione sul disegno di legge davanti alla Commissione giustizia al Senato. Un’iniziativa partita anche da due docenti bolognesi, Maria Virgilio (presente domani a Roma) e Silvia Tordini Cagli, che sono anche tra le sette autrici del testo.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 29 maggio 2025
Parla la docente di Diritto penale Valeria Torre, tra le autrici dell’appello. Il ddl che introduce la fattispecie di reato autonoma di femminicidio punita con l’ergastolo è una delle “strumentalizzazioni populistiche” utili “più per accreditare l’impegno del legislatore che per offrire risposte effettive ed efficaci” ad un problema serio. A scriverlo sono 77 giuriste di tutte le università italiane in un coraggioso appello contro il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 7 marzo scorso. Valeria Torre, docente di Diritto penale all’Università di Foggia, è tra le autrici del testo.
di Simona Musco
Il Dubbio, 29 maggio 2025
L’incontro del capo dello Stato con le toghe in tirocinio. “Nessun potere dello Stato - nessuno - è immune da vincoli e controlli”. Non lo è la politica, ma nemmeno la magistratura. A ricordarlo è stato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incontrando i magistrati ordinari in tirocinio. Mattarella ha sottolineato che “il raggio di azione dell’intervento giudiziario” trova il proprio confine nella “disposizione normativa”. E la magistratura deve, con “indipendenza e autonomia”, decidere “in modo imparziale, senza influenze o condizionamenti, anche derivanti da eventuali pregiudizi personali”.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 29 maggio 2025
Il discorso ai giovani magistrati del presidente. Il sottosegretario in un retroscena aveva accusato i giudici di parlare “come dei mafiosi”. “I giudici hanno il dovere di apparire ed essere irreprensibili ed imparziali. Rigore morale e professionalità elevata sono la risposta più efficace ad attacchi strumentali intentati per cercare di indebolire il ruolo e la funzione della giurisdizione e di rendere inopportunamente alta la tensione fra le istituzioni”. L’identikit tracciato da Sergio Mattarella ieri pomeriggio nel suo discorso ai magistrati in tirocinio ha una corrispondenza molto precisa: il sottosegretario alla Giustizia Andrea Del Mastro. È lui, almeno in ordine di tempo, l’ultimo autore di “attacchi strumentali” ai magistrati.
di Andrea Laudadio
Il Riformista, 29 maggio 2025
Platone fu tra i primi a individuarlo dandogli il nome di sofista, colui che parla bene ma non sa nulla, manipola, simula e conquista consenso con strumenti vuoti. Quando un indagato proclama di avere “piena fiducia nella magistratura” scatta in me un riflesso pavloviano di incredulità mista a sorpresa. Crederci è difficile. Non so se sia un consiglio degli avvocati (magari tratto da qualche manuale) o una frase spontanea, ma il mio scetticismo non nasce da pregiudizio verso i togati. Nasce da una sfiducia radicale, netta e assoluta nell’umanità (tutta), che conosco benissimo e di cui la magistratura fa parte (o almeno credo).
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