di Angela Stella
L’Unità, 18 giugno 2026
“Lettere al garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze” è il libro fresco di stampa di Samuele Ciambriello (Iod edizioni), portavoce della Conferenza Nazionale dei Garanti dei diritti delle persone private della libertà personale e Garante della Campania. “Per anni - dice Ciambriello - ho attraversato i corridoi delle carceri, ho ascoltato storie, raccolto silenzi, letto lettere scritte con urgenza e con paura. Questo libro nasce da quell’ascolto. Sono le parole di chi vive la detenzione: richieste di aiuto, denunce, confessioni, ma anche frammenti di speranza. Lettere che mi sono state affidate e che ho scelto di non lasciare chiuse in un cassetto.
di Nathania Zevi
La Stampa, 18 giugno 2026
Un anno di lezioni tradotto in una sequenza di cifre. Una pagella che qualunque algoritmo sarebbe in grado di elaborare ulteriormente. L’anno scorso, quando alcuni maturandi decisero di non sostenere l’orale perché la media dei voti li avrebbe portati comunque alla promozione, mi trovai dalla parte di quelli che storcevano il naso. Ricordo adulti divisi tra chi gridava alla ribellione generazionale e chi applaudiva il gesto come una forma di protesta politica contro un sistema percepito come vuoto, rituale, obsoleto, inutile. Io, ieri come oggi, continuo a pensarla in modo piuttosto semplice e dritto: gli esami si fanno. Perché alcuni passaggi della vita hanno un valore che va oltre il risultato. Agli esami ci si presenta. Ci si mette la faccia, per usare un’espressione abusata. Si accetta l’idea di essere giudicati e basta, perché non tutto deve essere discusso.
di Giovanni Maria Del Re
Avvenire, 18 giugno 2026
Perché le regole sui rimpatri preoccupano i vescovi. La Commissione delle Conferenze episcopali in Europa (Comece) interviene sulle nuove norme comunitarie: la migrazione riguarda gli esseri umani, la loro dignità è inviolabile. Anche Caritas contro i centri di rimpatrio. Le Ong: così si legittima la deportazione delle persone. “Profonda preoccupazione”. Si esprime così la Comece (la Commissione delle Conferenze episcopali in Europa), in una dichiarazione firmata dal presidente, monsignor Mariano Crociata, sul voto che al Parlamento Europeo ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri. Ignorati i numerosi appelli della Chiesa Cattolica, a cominciare quello di Papa Leone XIV, a ripensare questa normativa che introduce anche i centri in Paesi terzi. Proteste giungono anche da numerose ong attive sul fronte dei diritti umani che già avevano chiesto di fermare questa normativa.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 17 giugno 2026
L’urgenza delle ispezioni. La situazione indecente in cui versava il carcere fiorentino era da tanto tempo evidente a chiunque. Nessuno poteva negare di sapere, tanto meno al ministero della Giustizia o al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). Sollicciano chiama Italia. La chiusura per via giudiziaria di ben sette reparti del carcere fiorentino di Sollicciano ha a che fare con il degrado del sistema penitenziario italiano nel suo complesso. Sollicciano è solo l’epifenomeno di un complesso carcerario che sempre più si propone come un apparato pseudo-militare decadente, nel quale le persone detenute sono disumanizzate fino al punto che esse stesse ritengono naturale vivere nell’acqua putrida e tra le cimici.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 17 giugno 2026
Inedita decisione del tribunale di Firenze che dispone il trasferimento di 250 detenuti. Su richiesta dei pm, la giudice ha ipotizzato reati contro le leggi sul lavoro. Un provvedimento senza precedenti nella storia recente d’Italia: la Gip di Firenze ha posto sotto sequestro più della metà delle sezioni del carcere di Sollicciano per le pessime “condizioni igienico sanitarie delle celle di detenzione e di alcuni spazi comuni”, ipotizzando violazioni delle norme sul lavoro e disponendo il trasferimento immediato dei quasi 250 detenuti che vivono in quelle condizioni disperate e che ora dovranno essere sparpagliati in fretta e furia in altri istituti. Non era mai accaduto prima, nel nostro Paese, e l’intervento apre la strada alla risoluzione giudiziaria dei problemi strutturali che affliggono tutto il sistema penitenziario italiano nell’inerzia del ministero di Giustizia.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 17 giugno 2026
Dap e governo sapevano ma non si sono mossi. Il governo non vuole regole, non gradisce controlli. Vuole mano libera e ha deciso che il detenuto deve accontentarsi di meno spazio di quello previsto dalle norme. Lo avevamo detto oltre un anno fa. Era tutto scritto. Sul sito di Antigone, la scheda relativa a Sollicciano si apre così: “Le condizioni strutturali dell’Istituto sono semplicemente disastrose”. Il seguito potete leggerlo da soli. Dopo la visita congiunta di Antigone e Magistratura Democratica del 21 marzo 2025, avevamo chiesto che il carcere di Sollicciano a Firenze venisse immediatamente chiuso. Là dentro si viveva una vita indecente, contraria a ogni senso di umanità, indegna di uno Stato che si vuole presentare come democratico.
di Luca Cereda
Famiglia Cristiana, 17 giugno 2026
Il dramma dell’uomo col machete a Milano svela il fallimento delle “celle ad alto rischio” negli istituti di pena italiani: il carcere non può sostituire la cura psichiatrica. C’è un paradosso buio, che rasenta l’assurdo kafkiano, nel cuore della giustizia italiana. Accade quando il perimetro del controllo si stringe al massimo, quando l’istituzione dichiara di aver compreso la fragilità estrema di un uomo e, per proteggerlo da se stesso, lo spoglia di tutto. Lo isola. Lo chiude in una “cella liscia”, priva di spigoli, priva di appigli, sotto lo sguardo teoricamente vigile delle telecamere e della ronda. È lì dentro, nella sezione ad “alto rischio suicidario” del carcere milanese di San Vittore, che un uomo affetto da una severa psicosi ha trovato comunque il modo di annullarsi, eludendo la sorveglianza e trasformando l’ultimo avamposto della prevenzione nel teatro del suo definitivo abbandono.
di Gesuela Commisso
L’Unità, 17 giugno 2026
“La dignità non è un favore. È un diritto”. Vi racconto come è morto mio padre. Mio padre aveva 79 anni. Da 16 anni era in carcere con regime di 41bis. A novembre 2025 gli viene diagnosticato un adenocarcinoma. L’intervento per asportare il tumore è fissato per il 19 novembre. Una data che per noi significa speranza, per quanto piccola. Poi arriva il blocco. La direzione del carcere di Sassari manifesta perplessità a ricoverare un paziente in regime di 41bis. L’intervento non si fa. Nessuno ci spiega davvero il perché. Noi restiamo fuori, con una data cancellata e la paura che cresce. A gennaio la situazione peggiora, viene portato d’urgenza per mettere una Stoma. Dai nuovi esami il tumore risulta essere non più operabile. Le metastasi si sono diffuse. Mio padre peggiora. In data 18 marzo 2026 da Sassari lo trasferiscono al carcere di Opera. Dopo una settimana lo spostano all’ospedale San Paolo di Milano.
di Vincenzo Scalia
L’Unità, 17 giugno 2026
17 giugno 1983, il noto giornalista e presentatore tv viene tirato giù dal letto e portato in carcere, senza sapere perché. Esposto al pubblico ludibrio, dato in pasto come mostro. La sua battaglia va portata avanti anche in nome di quel 25% di detenuti in attesa di giudizio che prima o poi viene assolto. La presunzione di innocenza, le garanzie del sistema penale, rappresentano i capisaldi di uno Stato democratico. La vita, la libertà, la reputazione rappresentano, per una persona, prerogative intangibili e inalienabili, che riguardano tutti. Quando nel 1979 scoppiò la montatura giudiziaria del caso 7 aprile, destinata in seguito a sgonfiarsi, se ne accorsero, o se ne vollero accorgere, in pochi. Si trattava, per l’opinione pubblica dominante, di fanatici sovversivi, che meritavano le vessazioni inflittegli. Era iniziata la caccia alle streghe che avrebbe legittimato detenzioni speciali, torture e legislazione premiale.
di Andrea Galli
Corriere della Sera, 17 giugno 2026
L’avvocato Raffaele della Valle: “La sua tragedia dovrebbe lasciare una lezione, per condannare qualcuno servono le prove...” Fabrizio Gifuni, che lo ha interpretato nella miniserie “Portobello”: “La parte più difficile? Lo stupore nei suoi occhi quella notte”. L’indomani, il 19 giugno, la cattura di quest’ultimo. Da lui iniziamo per narrare una delle storie più immonde d’Italia, la persecuzione ottusa e vile e di casta della magistratura ai danni per appunto di Tortora, registrato all’anagrafe di Genova, la città dove nacque nel 1928, come Enzo Claudio Marcello, autore e conduttore televisivo e radiofonico, giornalista, attore, e soprattutto guida della trasmissione “Portobello”, su Rai 2, che trainò addirittura fino al 46 per cento di share, ovvero ventisette milioni di telespettatori. Un uomo di successo, invidiato.
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