di Giulia Pompili
Il Foglio, 30 gennaio 2024
Giorgia Meloni promette concretezza ai leader africani e ingaggia un duello con la Francia. L’endorsement dell’Unione europea. I corridoi di Palazzo Madama sono tutto un brulichio di commessi, capi delegazione, funzionari che corrono a occupare stanze e a posizionare le bandiere per i bilaterali - “quella che è, São Tomé e Príncipe?”, “me serve Mozambico di là!”. Il Vertice Italia-Africa, per la prima volta trasformato da Meloni in un vertice a livello di capi di stato e di governo, è un po’ una prova generale del G7 a guida italiana, confuso quanto basta per essere un vertice di 12 ore (domenica sera c’è stata soltanto la cena al Quirinale), senza alcun tavolo di lavoro collettivo ma solo un’esposizione da parte dei singoli ministri di governo di potenziali progetti intervallati da interventi dei rappresentanti africani. Tutto quasi perfetto, però, nella sua funzione di vetrina internazionale. Fuori programma compresi: l’apertura del vertice, che avrebbe dovuto essere tutta una celebrazione della nuova strategia africana di Meloni e del Piano Mattei che porta la sua firma, è stata offuscata dall’intervento di Moussa Faki, presidente della Commissione dell’Unione Africana (per la cronaca, in scadenza di mandato). Faki, l’uomo che impersonava il duo di comici russi nella famigerata telefonata, nel suo discorso d’apertura dice che sul Piano Mattei “avremmo auspicato di essere stati consultati”, e che l’Unione africana è pronta a discuterne ma “non vuole tendere la mano, non siamo mendicanti”.
di Maurizio Ambrosini
Avvenire, 30 gennaio 2024
È una buona cosa sostenere lo sviluppo dell’Africa. Il fatto che se ne discuta seriamente, insieme ai leader africani, che si elabori un piano di aiuti pluriennale, che si preveda di stanziare risorse sostanziose: tutto questo va nella giusta direzione. Purché si tenga conto della preoccupazione delle Ong: rispettare l’impegno di dedicare alla cooperazione internazionale lo 0,70% del Pil, senza dirottare risorse dalla cooperazione alle imprese private.
di Mariano Giustino
Il Riformista, 30 gennaio 2024
Alla fine li hanno impiccati i quattro prigionieri politici curdi in Iran che avevano lanciato un disperato appello ai leader dell’Unione europea, al mondo libero, affinché ponessero fine alle loro relazioni diplomatiche e commerciali con la Repubblica Islamica, per fermare il boia che quotidianamente, all’alba, nell’ora della prima preghiera del mattino, impicca gli oppositori e i pacifici manifestanti del movimento “Donna, Vita, Libertà”. Pejman Fatehi (28 anni, di Kamyaran), Mohsen Mazloum (27 anni, di Mahabad), Vafa Azarbar (26 anni, di Bukan) e Mohammad Hajir Faramarzi (28 anni, di Dehgolan), quattro giovani curdi accusati di essere stati spie del Mossad. Hanno subito un processo sommario.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 30 gennaio 2024
Vogliamo iniziare una riflessione sulla situazione nelle carceri a partire dalla sentenza della Corte Costituzionale 10/2024, che apre orizzonti nuovi, dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’art. 18 dell’Ordinamento penitenziario “nella parte in cui non prevede che la persona detenuta possa essere ammessa, nei termini di cui in motivazione, a svolgere i colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia”.
di Ilaria Dioguardi
vita.it, 29 gennaio 2024
La Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la norma dell’ordinamento penitenziario che nega gli incontri senza controllo visivo tra i detenuti e i partner. L’avvocato Brucale: “È un passo in qualche misura rivoluzionario, che disegna una strada da percorrere, ancora lunga, ancora difficile”. La sentenza della Corte costituzionale, n.10 del 2024 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art.18 dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui non permette di avere colloqui “con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia”. “È un passo di estrema importanza nella direzione della necessità di riconoscere al carcere un volto umano e alla persona detenuta la possibilità di accedere, pur privata della libertà, alla piena estrinsecazione della propria personalità”, commenta Maria Brucale, avvocato, componente del Direttivo dell’associazione Nessuno tocchi Caino.
di Alessandro Bergonzoni
La Repubblica, 29 gennaio 2024
Nel “decreto sicurezza” c’è una norma che considera reato nelle carceri anche forme di protesta non violenta. Mentre è permesso e legale restare indifferenti di fronte alle ingiustizie. Uccidere è possibile lecito quasi nemmeno più tanto celato, normale e costante, nelle carceri di tutto il mondo, e quindi anche nel nostro stato democratico. Ma “fare il morto”, cioè fingersi tale come estrema antica e gandhiana forma di resistenza passiva pacifica, è diventato reato, contro la legge (leggesi per repressione aumentata attivamente).
di Franco Giubilei
La Stampa, 29 gennaio 2024
Sono 30 mila, in 20 anni, le persone finite in galera senza colpe. Quasi un miliardo le spese per lo Stato. Gli anni di libertà rubati dalla giustizia italiana costano cari per le spese di risarcimento che lo Stato è chiamato a rifondere, due milioni e 460 mila euro all’anno, ma non hanno prezzo per le persone che subiscono la detenzione essendo innocenti. I numeri danno la dimensione di un fenomeno che in vent’anni, fra il ‘91 e il 2021, ha colpito 30 mila persone nel nostro Paese: significa che in media ogni anno 961 cittadini finiscono dietro le sbarre senza avere alcuna responsabilità dei delitti che vengono loro attribuiti. Nel lasso di tempo interessato, lo Stato ha sborsato quasi un miliardo di euro, 932.937.000 per l’esattezza. Nel solo 2022, 539 persone sono state incarcerate innocenti, per una cifra di 27 milioni 378 mila euro per indennizzi liquidati.
di Tommaso Fregatti
La Stampa, 29 gennaio 2024
Michele Lastella, colonnello dell’Arma oggi alla guida del reparto operativo di Genova, ha fatto riaprire il caso: “Oggi vorrei stringergli la mano”. “Quando riaprimmo il caso trovammo che sulla scena del crimine c’era una seconda arma. Lo capimmo da un bossolo calibro 20 profondamente diverso dal 12 utilizzato per il triplice delitto. A quel punto ci siamo detti che a compiere la strage del Sinnai poteva essere stato solo un killer professionista o una “sorta di rambo”. Michele Lastella è un colonnello dei carabinieri attualmente alla guida del reparto operativo dell’Arma di Genova ma più che altro è l’ufficiale che ha coordinato la squadra speciale creata dalla procura di Cagliari per indagare sulla riapertura dell’inchiesta della strage del Sinnai, tre pastori uccisi l’8 gennaio del 1991 all’interno di un ovile. Un eccidio per cui per 33 anni è stato in carcere un innocente: il pastore Beniamino Zuncheddu, oggi 59enne, che venerdì la Corte di appello di Roma ha assolto in maniera definitiva. Lastella, in gran segreto, nel 2019 ha iniziato a lavorare con i suoi uomini - sei militari del nucleo investigativo di Cagliari - proprio con l’obiettivo di capire se Beniamino Zuncheddu - tradito dal super testimone Luigi Pinna scampato alla strage - potesse essere davvero il killer”.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 29 gennaio 2024
Intorno al tema - cruciale in una società civile - delle intercettazioni di conversazioni private, il dibattito e la polemica hanno da tempo preso una piega ben lontana dalle reali criticità democratiche di questo strumento investigativo. Il tema della pubblicazione dei contenuti è certamente un tema sensibile e di grande rilevanza, ma non è il solo e nemmeno il principale. Prima di discutere se, come ed entro quali limiti vietarne la pubblicazione, sarebbe indispensabile informare la pubblica opinione delle norme che regolano la potestà dello Stato di intercettare i cittadini.
di Daniele Negri
Il Riformista, 29 gennaio 2024
Inviolabile. Ovvero, passibile delle più vaste, agevoli, penetranti e prolungate intrusioni. Potremmo racchiudere in questo paradosso la sonora smentita che la realtà delle intercettazioni ha dato, nei decenni, alle alte pretese della Costituzione repubblicana quanto a tutela della sfera comunicativa riservata (art. 15). Riecheggiano flebili da lontananze perdute, del resto, le parole di schietta impronta liberale con le quali la Corte europea dei diritti dell’uomo, ragionando sul doveroso rispetto della vita privata da parte delle pubbliche autorità, poteva ancora qualificare l’ascolto clandestino dei dialoghi al telefono come ingerenza “indesiderabile” e di norma “illegittima” in una società democratica (caso Malone c. Regno Unito, 1984): insomma, un’eccezione da evitare, mal tollerata dallo Stato di diritto; praticabile con diffidenza, solo se strettamente necessaria.
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