di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 7 febbraio 2026
Accolta la richiesta dei 15 “volenterosi” che avevano modificato il testo votato dai parlamentari. La Cassazione ha ammesso il quesito sul referendum sulla giustizia preparato dai comitati per il No che modifica il quesito già approvato dal Parlamento. Il quesito è stato depositato dopo la raccolta di 500mila firme, lo scorso gennaio. A proporlo era stato il comitato dei quindici “volenterosi”, giuristi coordinati dall’avvocato Carlo Guglielmi. La formulazione del quesito di iniziativa parlamentare approvato dalla Cassazione nella sua precedente ordinanza recita: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 7 febbraio 2026
La Cassazione ammette il testo proposto dai “volenterosi” con 500mila firme: in bilico il giorno della consultazione sulla riforma. Colpo di scena. L’Ufficio del referendum della Corte di Cassazione ha ammesso il quesito referendario sulla separazione delle carriere presentato dal cosiddetto “Comitato dei 15 volenterosi”. A dare la notizia per prima è stata Conchita Sannino su Repubblica. Gli ermellini quindi hanno ritenuto valido quello che elenca tutti gli articoli della Costituzione che verrebbero modificati qualora passasse anche nelle urne la riforma Nordio e sul quale erano state raccolte le 500 mila firme depositate il 28 gennaio a Piazza Cavour.
di Riccardo Carlino
Il Foglio, 7 febbraio 2026
“Sarebbe opportuno sottrarsi a speculazioni dettate dalla cronaca e non inseguire il fronte del No sul loro terreno, che è quello di non discutere del contenuto della riforma”, dice il presidente del Comitato “Sì Separa” della Fondazione Einaudi. “Associare le decisioni della magistratura dopo gli scontri di Torino alla riforma della giustizia, come fa Matteo Salvini, è un’operazione infelice”. Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato “Sì Separa” della Fondazione Einaudi, commenta in questo modo al Foglio le parole del leader leghista, che ha criticato la scarcerazione di tre persone coinvolte negli scontri avvenuti sabato a Torino durante la manifestazione a favore di Askatasuna, invitando subito dopo a barrare Sì alle urne del 22 e il 23 marzo: “Già a piede libero. Vergogna. Votare Sì al referendum sulla giustizia è un dovere morale”, ha affermato Salvini.
di Enzo Musolino
L’Unità, 7 febbraio 2026
La condanna penale segue a un giusto processo e la misura cautelare di carcerazione preventiva - al netto dell’istituto della cauzione che è una garanzia monetaria - risponde, nei paesi liberali e democratici, a esigenze specifiche (ad esempio, pericolo di fuga, di reiterazione del reato, di inquinamento delle prove) e non è un anticipo di pena (umana o “divina”) o l’effetto diretto e “giusto” della condanna morale generalizzata. La “condanna” a prescindere dal processo, nonostante il processo, prima del processo, è come una tentazione delle “ragioni evidenti” che valutano ogni obiezione come vuoto formalismo, orpello, rito esangue indifferente alla “sostanza” del dramma in atto mentre - di converso - è proprio l’evento che incombe con il suo peso di sofferenze e ingiustizia a essere insofferente a ogni pausa, al rinvio, ai tempi lunghi dell’applicazione delle regole a fronte dell’abisso senza tempo e grazia delle morti innocenti.
di Valeria D’Autilia
La Stampa, 7 febbraio 2026
La madre della sedicenne sepolta viva dal fidanzato a Lecce: “Lo Stato ascolti”. “Lo Stato continua a tutelare gli assassini concedendo permessi premio. Solo la parola fa rabbrividire. Chiediamo dignità per le vittime di femminicidio”. Imma Rizzo è la mamma di Noemi Durini, la 16enne salentina accoltellata e presa a sassate, prima di essere sepolta - ancora viva - sotto alcuni massi. Per mano del suo fidanzato, Lucio Marzo, che sta scontando una pena di 18 anni e 8 mesi. Era il 3 settembre 2017. Il corpo venne ritrovato giorni dopo nelle campagne di Castrignano del Capo, nel Leccese. Fu il giovane, all’epoca 17enne, a confessare dove l’aveva nascosto. Imma, da sempre, chiede una “giustizia giusta” perché “chi commette un reato così efferato non ha diritto ad alcun beneficio”. E così, insieme al suo legale Valentina Presicce, il prossimo 23 febbraio presenterà in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare “Noemi Durini”. Imma, in tutto questo tempo, ha trovato la forza nel dolore. Si è fatta promotrice di incontri nelle scuole, iniziative di sensibilizzazione, chiedendo di dire basta ai “regali” per chi si macchia di questi crimini. Lei l’ha vissuto sulla sua pelle. Perché anche Lucio ne ha usufruito. “Se ne andava in giro indisturbato, guidava l’auto in stato di ebbrezza, rientrava in carcere positivo ai cannabinoidi. Tutto questo è assurdo”.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 febbraio 2026
Marcello Dell’Utri non c’entra nulla con le stragi di Capaci e via D’Amelio. Lo dicono, nero su bianco, i magistrati della Procura di Caltanissetta, mettendo fine a un inseguimento giudiziario durato decenni e fatto di teoremi, sospetti e indagini infinite. Dopo anni di ricerche frenetiche per trovare un legame tra l’ex senatore e le bombe che hanno ucciso Falcone e Borsellino, la richiesta di archiviazione firmata dal procuratore Salvatore De Luca e dall’aggiunto Pasquale Pacifico chiude il cerchio: “infondatezza della notizia di reato”. In sostanza, non ci sono prove.
di Marco Birolini
Avvenire, 7 febbraio 2026
La governatrice Todde lancia la mobilitazione per fermare lo sbarco di 240 prigionieri sottoposti al regime 41 bis: “Non vogliamo diventare un’isola carcere”. La Sardegna insorge contro l’ipotesi di destinare ben tre carceri - Uta (Cagliari), Bancali (Sassari) e Badu e Carros (Nuoro) - ai detenuti in regime di 41 bis, il cosiddetto carcere duro riservato ai boss mafiosi. La governatrice Alessandra Todde ha lanciato un appello ai cittadini sardi attraverso un reel pubblicato sui propri canali social, per dire no al piano del governo, che risulta ben avviato e destinato a concretizzarsi a breve, visto che i lavori nelle sezioni designate sono a buon punto. Nel video, la governatrice ricorda di aver inviato nel giugno 2025 una nota al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a seguito delle prime notizie sull’ipotesi di destinare le case circondariali di Badu e Carros, Bancali e Uta al 41 bis.
di B.A.*
Il Mattino di Padova, 7 febbraio 2026
La testimonianza di un detenuto del Due Palazzi dopo i recenti casi di suicidio nell’istituto di pena: “I processi durano troppo e le condizioni carcerarie sono spesso indegne, soprattutto d’estate”. Ogni giorno, dietro le sbarre, c’è chi pensa di farla finita. Muri di cemento, sbarre, corridoi senza fine: spesso non si vede nulla oltre un pezzo di cielo. E nelle ultime settimane altre vite giovani si sono spezzate. Vite che forse si potevano salvare. Vittime di un sistema giudiziario lento, burocratico, e troppo spesso disumano. Quasi la metà delle persone detenute è ancora in attesa di giudizio. Vive in un tunnel senza luce, schiacciata da anni di attesa e da spese legali ormai insostenibili. Difendersi è diventato un lusso. E quando la difesa diventa impossibile, la speranza si spegne. Il pianeta carcere è sovraffollato, al collasso.
di Giada Lo Porto
La Repubblica, 7 febbraio 2026
Si chiude così il processo di primo grado sulle violenze avvenute tra il 2017 e il 2019 nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino, che vedeva imputati 14 agenti della polizia penitenziaria. Le pene per tortura vanno da 2 anni e 8 mesi a 3 anni e 4 mesi. Risarcimento da 40 mila euro. La garante di Torino: “Sentenza che ha svolto un ruolo fondamentale, fare luce su fatti che a volte rimangono nell’ombra”. Otto condanne di cui sette per torture e sei fra proscioglimenti per prescrizione e assoluzioni per “non aver commesso il fatto”. È finito così il processo di primo grado per le violenze al carcere Lorusso e Cutugno di Torino in cui erano imputati a vario titolo 14 agenti della penitenziaria.
La Sicilia, 7 febbraio 2026
Il Gup riconosce la mancata diligenza nella perquisizione del detenuto. Assolti altri due colleghi. Quel suicidio in carcere poteva essere evitato attraverso una più accurata perquisizione del detenuto, che era stato trasferito in una cella singola, e senza suppellettili, in regime di grande e/o grandissima sorveglianza, proprio perché si temeva che potesse commettere un gesto grave e irreversibile. Queste le conclusioni a cui è giunta la Gup del Tribunale di Caltagirone, Desirée Augusto, che ha condannato per omicidio colposo, a 3 mesi e 3 giorni di reclusione ciascuno, con sospensione condizionale della pena e non menzione nel certificato del casellario giudiziale, due agenti di polizia penitenziaria per il suicidio, avvenuto nella casa circondariale di Caltagirone il 14 agosto 2020, di Giuseppe Randazzo, il ceramista 50enne che il giorno prima aveva ammazzato la moglie da cui era in procinto di separarsi, la 46enne operatrice socio-sanitaria Catya Di Stefano, al culmine di una violenta colluttazione nell’androne del condominio di via Pietro Mascagni in cui la coppia aveva vissuto (la donna morì per soffocamento).
- Viterbo. Detenuto morto a 21 anni, assolti dottoressa e poliziotto accusati di omicidio colposo
- Nuoro. 41bis a Badu e Carros, il sindaco dice no: “La città non può diventare una colonia penale”
- Trieste. Droni con la droga, nasce “la voliera” per blindare il Coroneo
- San Gimignano (Si). Parla il direttore del carcere: “Attività e tanti progetti”
- In Sardegna, nell’ultima colonia penale










