di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 14 novembre 2025
Il riflesso automatico dell’“emergenza”: in passato l’invocazione tattica dell’ordine pubblico ha spianato la strada alla destra. La ciclica “emergenza sicurezza” aleggia di nuovo nel dibattito politico italiano. La agita, come è noto, la destra, che con il passepartout della retorica securitaria ha fatto passare il ddl poi divenuto decreto chiamato, appunto, “sicurezza”. Dopo il quale, a colpi di annunci roboanti, Fratelli d’Italia e Lega si stanno sfidando a chi la spara più grossa, promettendo sfratti brevi, caccia ai maranza, cittadinanze ritirate e via reprimendo. Tuttavia, rischia di succedere che anche nel campo avverso l’emergenza riprenda a strisciare.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 14 novembre 2025
La Sesta sezione del Consiglio di Stato ha infatti rinviato alla Corte di Giustizia europea le norme italiane che impongono il divieto di produzione, commercio e importazione delle infiorescenze della canapa non psicoattiva e derivati. Un barlume di speranza si apre per i coltivatori di canapa italiani, e anche per la filiera della cannabis light (Thc sotto lo 0,2%). La Sesta sezione del Consiglio di Stato ha infatti rinviato alla Corte di Giustizia europea le norme italiane che impongono il divieto di produzione, commercio e importazione delle infiorescenze della canapa non psicoattiva e derivati, in aperta contraddizione con le regole della Politica Agricola Comune (Pac) dell’Unione europea. Si tratta in particolare dell’articolo 18 del decreto Sicurezza, convertito in legge nell’aprile scorso, che interviene sulla precedente legge 242 del 2016 con cui si intendeva promuovere la produzione della canapa industriale.
di Michele Gambirasi
Il Manifesto, 14 novembre 2025
Vertice a Roma con il premier albanese Edi Rama: al centro l’ingresso nell’Ue e gli affari. La premier promette: “Con il Patto asilo finalmente funzioneranno”. “Quando entrerà in vigore il nuovo Patto Ue i centri in Albania funzioneranno, come dovevano funzionare all’inizio”. Undici mesi dopo averlo sillabato ad Atreju, il punto per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è rimasto lo stesso: la misura più emblematica del programma dell’esecutivo in materia di immigrazione non resterà incompiuta, costi quel che costi.
di Mauro Bazzucchi
Il Dubbio, 14 novembre 2025
Giorgia Meloni non intende mollare sui centri migranti in Albania e lo ha ribadito di fronte all’esecutivo di Tirana, ieri a Roma per il vertice intergovernativo. Accanto al premier Edi Rama, la presidente del Consiglio ha rivendicato una scelta che considera strategica e ha denunciato apertamente chi, in questi mesi, avrebbe tentato di frenarla. “Tanti hanno lavorato per bloccarlo”, ha affermato, lasciando intendere una resistenza interna che non ha mai smesso di ostacolare il progetto. Ma il governo, ha assicurato, è determinato ad andare avanti comunque. Per Meloni, l’intesa con Tirana non è soltanto un accordo bilaterale: rappresenta un “modello innovativo” che può cambiare la gestione dei flussi a livello europeo. Lo ha ripetuto più volte, sottolineando come numerosi Stati Ue stiano già osservando con interesse l’esperimento italiano e, in alcuni casi, tentando di entrare nella stessa iniziativa.
di Lina Palmerini
Il Sole 24 Ore, 14 novembre 2025
Meloni camuffa il fallimento dell’accordo con l’Albania sul trasferimento degli immigrati. Nel grande allestimento del vertice intergovernativo tra Italia e Albania, un insuccesso è finito sullo sfondo. In effetti, tra i meriti ascrivibili a Meloni ci dovrebbe essere anche quello di camuffare i bersagli mancati quale è stato quello dell’accordo con Rama sul trasferimento di immigrati illegali nei centri albanesi. Due anni di travagli, molte centinaia di milioni di soldi pubblici spesi, per poi essere trasformati in centri (vuoti) per clandestini espulsi con numeri assai esigui.
di Elisa Campisi
Avvenire, 14 novembre 2025
Da Milano a Iglesias, Cameri e Viterbo, fino a Strasburgo: sono alcune delle tappe per la nonviolenza e il disarmo, nei territori e nei luoghi di lavoro. Lo abbiamo visto marciare nei cortei e riunirsi nelle piazze. Lo abbiamo visto persino solcare i mari, come nel caso della Flotilla. Ormai lo sappiamo: il popolo della pace non è disposto ad arrendersi di fronte alle ingiustizie dei nostri tempi. Lo sta dimostrando con iniziative diverse in tutti i territori, a volte in modi più eclatanti, come le manifestazioni, altre volte scegliendo il silenzio, come succede per esempio in piazza Duomo a Milano, dove per un’ora al giorno, da cinque mesi ormai, si ritrovano comuni cittadini con cartelli in mano che chiedono la pace in Palestina.
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 14 novembre 2025
Il cooperante italiano è stato arrestato in Venezuela il 15 novembre 2024: da allora è recluso vicino a Caracas. Da innocente. Difficile l’interlocuzione con Maduro, che vuole dall’Italia un riconoscimento politico. Ma il caso non sta suscitando clamore nella società civile, che resta in silenzio. C’è un italiano con una bella faccia buona che ha dedicato la vita a dare una mano a chi soffre e che domani, sabato 15 novembre, compie il suo primo anno da prigioniero innocente in un carcere di Caracas. E la cosa ancora più angosciante è che questa detenzione lunghissima e assurda sembra non smuovere coscienze, proteste, indignazioni istituzionali o popolari. Anche l’informazione latita, salvo rare eccezioni e come tali poco influenti. Eppure il nostro connazionale Alberto Trentini da Venezia, 46 anni, cooperante di professione, è scomparso in un buco nero del Venezuela, prelevato a un posto di blocco esattamente il 15 novembre 2024, trasferito nella prigione infernale di El Rodeo, e lì resta, circondato da guardie brutali e da una indifferenza nazionale che nessun altro italiano finito in mani straniere ha come lui patito. Nessuno, nessuna.
di Elisa Chiari
Famiglia Cristiana, 13 novembre 2025
Colloquio con Luigi Pagano, una lunga esperienza da direttore nelle carceri. Qualche anno fa a Fossombrone, nel corso di un incontro con un giudice e un volontario in tema di legalità nel carcere di alta sicurezza, un detenuto che aveva l’aria di saperla lunga per età ed esperienza, sorridendo amaramente, osservò: “Adesso le chiamano camere di pernotto, perché fa più fine, ma sempre le stesse celle sono. Evitiamo ipocrisie e chiamiamole col loro nome”.
di Antonio Bincoletto*
Ristretti Orizzonti, 13 novembre 2025
L’altro giorno, passando in una sezione della Casa di reclusione per i colloqui settimanali incrocio un detenuto che mi chiede “Allora, l’incontro si fa o no?”. È uno dei partecipanti al gruppo di lettura di Kutub hurra. Gli dico che l’incontro è stato sospeso a causa di una circolare del Dap. Lui mi guarda di traverso, con aria di sconforto e abbozza un amaro sorriso, poi commenta “Vede?” e se ne va, scuotendo la testa.
di Antonia Menghini*
unitn.it, 13 novembre 2025
Dalla riforma del 1975 a oggi, tra principi costituzionali e realtà negata. Quest’anno cade il cinquantennio dall’entrata in vigore della legge n. 354 del 1975 sull’ordinamento penitenziario, una legge che fu salutata con favore e celebrata quale momento di dichiarata cesura con il passato e nello specifico con il Regio decreto del 1931, figlio della temperie fascista, in cui lo status detentionis si configurava come una condizione di perdita totale dei diritti per le persone in esecuzione di pena, c.d. capitis deminutio.
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