di Errico Novi
Il Garantista, 9 febbraio 2015
Tutti entusiasti dell'anticorruzione. Tutti in attesa del primo sì di Palazzo Madama, atteso per metà della settimana prossima, sul ddl Grasso, che contiene inasprimenti di pena per i corrotti e per il falso in bilancio. Tutti contenti? Non proprio.
Intanto non lo sono i penalisti, non lo sono per nulla, e lo hanno detto molto chiaramente nel corso del maxi convegno da loro celebrato a Palermo tra venerdì e ieri mattina. Ma ci sono anche le perplessità della magistratura, a rendere imbarazzante il trionfale countdown in vista della seduta con cui mercoledì Palazzo Madama darà il primo via libera al testo con l'innalzamento delle condanne per corruzione.
"Alzare le pene è un modo per inseguire il consenso, ma dire che è la strada più efficace per rispondere ai reati, corruzione compresa, è sbagliato", dice Rodolfo Sabelli, presidente dell'Anm, a sua volta intervenuto alla "Inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti".
Stavolta toghe e avvocati sono d'accordo. Nessuno è davvero convinto che la strada giusta sia quella di uno Stato che mostri la faccia feroce. Eppure il ddl anticorruzione è una specie di destino segnato, verso cui ci si avvia con un misto di rassegnazione e finto entusiasmo. Nessuno può dirlo, naturalmente. Tantomeno nel giorno in cui il Movimento Cinque Stelle, con Di Maio, torna ad accusare tutti, e più di tutti il Pd, di non volere davvero farsi paladino della legge Grasso all'esame del Senato, ma solo di reagire in modo scomposto e un po' ipocrita all'ultima spinta esterna arrivata in ordine di tempo, quella del presidente della Repubblica.
Al maxi convegno organizzato dall'Ucpi a Palermo per la verità si finge poco, e anzi persino il presidente dell'Anm Rodolfo Sabelli si sofferma sul controsenso delle norme penali utilizzate come strumento di bonifica sociale (come riferito con ampiezza nell'intervista pubblicata in altra pagina, ndr). Nella seconda giornata di questa "Inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti" si dedica molto spazio a interventi di grande spessore e profondità come quelli di Oreste Dominioni e del professore di Diritto penale di Firenze Fausto Giunta.
Ma è anche l'occasione per ascoltare le considerazioni di un protagonista del processo legislativo che dovrebbe portare le condanne per corruzione propria dall'attuale limite di 6 a 8 anni di pena massima, il relatore il ddl Nico D'Ascola. Con doverosa diplomazia, il senatore dell'Ncd spiega che "il mio interlocutore non può che essere il Parlamento, ho il dovere di rappresentare solo in commissione Giustizia il mio punto di vista, a maggior ragione per la responsabilità che ho rispetto a questo testo".
Ma D'Ascola non manca di ricordare i ritardi che si sono accumulati su molte questioni, e che ancora impediscono di affrontare la riforma della giustizia in modo davvero organico. "Intanto siamo di fronte a una quantità di provvedimenti davvero notevole. È anche la conseguenza dell'inattività registrata per anni sulla revisione del processo penale.
Ma in ordine di priorità, dovremmo inevitabilmente dire che siamo costretti a lavorare a una serie di interventi non sempre caratterizzati dal tratto della sistematicità". I motivi non sono difficili da individuare: "Stiamo intervenendo su una situazione emergenziale, a cominciare dalle carceri. Quello è un intervento a cui siamo stati costretti dalla Corte europea, ma che affronta questioni relative alle sofferenze dei singoli individui. L'applicazione della norma sui rimedi risarcitori peraltro si è rivelata molto problematica.
Dopodiché a mio giudizio, anche da professore di Diritto penale, direi che si dovrebbe innanzitutto intervenire sul processo. Ora registriamo una situazione che rimane identica a quella che era qualche anno fa su alcuni temi". E tra questi, dice D'Ascola, c'è proprio "l'eccesso di reati: quando da giuristi paliamo del carcere come extrema ratio alludiamo a qualcosa che nella pratica viene tradita quotidianamente".
Ecco, e il punto è che l'obiettivo dichiarato del ddl anticorruzione, dopo le modifiche sull'entità della pena, è proprio quello di portare in carcere la quantità maggiore possibile di condannati per reati contro la pubblica amministrazione. Il tutto per rispondere allo sdegno generale provocato dalle inchieste mostre degli ultimi due anni, da Mafia Capitale fino a risalire al Mose.
È il controsenso più chiaro dell'ultima svolta impressa dall'esecutivo alla legislazione in campo penale. Ed è una contraddizione che probabilmente non sfugge neppure al ministro della Giustizia Andrea Orlando, che nella prima delle due giornate del maxi convegno organizzato dall'Ucpi ha chiesto soprattutto di mantenere alta la guardia di fronte ai rischi del "populismo penale".
D'altronde è difficile sottrarsi all'inerzia di questa spinta restrittiva, nel giorno in cui persino il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco evoca a sua volta la corruzione come un male assoluto. E non bastano a modificare questa specie di coazione a ripetere impadronitasi del premier e del suo esecutivo le parole del viceministro della Giustizia Enrico Costa: "Dovremmo avere maggiore cautela quando viene individuata una nuova fattispecie penale", dice, "bisogna cercare di comprendere le conseguenze per il cittadino di una norma".
Evita di esprimersi in modo problematico sulle modifiche all'anticorruzione, si limita a rilevare che certamente con il nuovo impianto della legge Grasso "si affronta il nodo corruzione in modo diverso". Costa ricorda i dati sulla prescrizione e soprattutto quelli sull'ingiusta detenzione, sui risarcimenti che ogni anno lo Stato è costretto a pagare.
In effetti anche su questo versante ci sarebbe una proposta di legge da un bel po' all'esame della Camere, quella che dovrebbe introdurre parametri più chiari e definiti per la custodia cautelare. Ma è assai ragionevole credere che a tagliare il traguardo dell'approvazione finale arriverà prima il testo che fa la faccia feroce con i corrotti.
di Sara Menafra
Il Messaggero, 9 febbraio 2015
La partita sulla riforma del Codice di procedura penale che introduce la possibilità di archiviare alcuni reati sulla base della "lieve entità del fatto" è ancora aperta. Ma dopo l'approvazione dei pareri delle commissioni giustizia di Camera e Senato al decreto legislativo, il governo si prepara a correggere il tiro e a delimitare il campo d'azione della riforma. Nel tentativo di spegnere le polemiche che si sono irradiate da numerosi ambienti, economici e non soltanto.
Negli ultimi mesi, in particolare l'Ania (l'associazione nazionale che raggruppa delle imprese assicuratrici), la Confindustria cultura, l'Enpa e la Lav-Lega antivivisezione hanno sollevato diverse obiezioni alla struttura del testo. L'Ania, più di altri, sostiene che il decreto legislativo "arrecherebbe un pesante vulnus al principio costituzionale di legalità e certezza del diritto in quanto renderebbe di fatto discrezionale l'esercizio dell'azione penale". Va però detto che, nel corso della recente inaugurazione dell'anno giudiziario, il primo presidente della Cassazione Giorgio Santacroce si è espresso a favore del mutamento sottolineando che "il potenziamento delle misure deflative" tra le quali "la rilevanza della lieve entità ai fini della punibilità del reato" si muovono "nella direzione auspicata, tra gli altri, anche dal Consiglio superiore della magistratura".
Il governo ha sempre respinto le obiezioni, sostenendo che i casi di non punibilità saranno limitati a casi specifici e davvero minori. E i pareri appena approvati dalle Commissioni giustizia di Camera e Senato hanno specificato meglio come sarà corretto il testo, chiarendo che l'archiviazione per "lieve entità del fatto" sarà solo per i reati davvero "bagatellari" (il furto della mela al supermercato, ad esempio) e - per quanto possa far rizzare i capelli in testa alle associazioni contro la violenza - per i maltrattamenti occasionali, come il calcio al gatto o lo schiaffo al minorenne.
Per le truffe assicurative, la situazione è più complessa visto che il reato previsto dall'articolo 642 ha come pena massima 4 anni di detenzione e il decreto legislativo interviene su tutti i reati con pena massima di 5 anni. Ma viene assicurato che le tutele alla difesa delle parti offese saranno rafforzate più di quanto previsto oggi.
Tre le correzioni principali proposte finora: prima di tutto sarà chiarito che la legge esclude la punibilità di "offese" tenui e non di "fatti" tenui, escludendo dall'ambito di applicazione della legge "le condotte che determinano la distruzione del bene protetto
(ad esempio uccisione degli animali maltrattati), ovvero comportano una compromissione parziale anche non grave di tale bene". Quindi, saranno delimitate le modalità della condotta collegandolo ai criteri specificati dall'articolo 133 del codice penale, escludendo, scrive la Camera, l'"aver agito per motivi abietti o futili, aver adoperato sevizie o aver agito con crudeltà o in violazione del sentimento di pietà per gli animali o in condizioni di minorata difesa della persona offesa anche in riferimento all'età".
Infine, una modifica che potrebbe incontrare il favore delle assicurazioni è la previsione che alla parte offesa sia sempre data notizia dell'archiviazione. Una tutela rafforzata rispetto a oggi, visto che il querelante attualmente deve precisare di voler essere avvisato, ma che comunque non basta all'Ania.
di Alessandra Vaccari
L'Arena, 9 febbraio 2015
Fa discutere anche tra gli addetti ai lavori la scelta del Governo di depenalizzare i reati cosiddetti minori. E anche all'interno delle forze di polizia c'è dibattito. D'altra parte ogni giorno poliziotti e carabinieri fanno arresti e il giorno dopo le persone arrestate vengono rimesse in libertà.
Roberto Grinzi, del Siap è chiaro: "I poliziotti e tutte le forze dell' ordine si sentono profondamente mortificate da quanto prevede il decreto legislativo sulla depenalizzazione. Chi ci governa deve capire che snellire i carichi di lavoro della magistratura non si concilia con la richiesta di sicurezza della cittadinanza, che quotidianamente ci chiede perché chi delinquere sia poi nuovamente messo in condizione di reiterare determinati reati, irridendo e svilendo il quotidiano lavoro degli operatori della sicurezza.
Se non vi saranno modifiche sostanziali nel decreto in via di conversione, la sua approvazione sarà un ulteriore colpo basso per tutti coloro che vogliono una legge giusta ed equa e soprattutto al passo con la realtà odierna e vicina ai cittadini". Un poco più possibilista il Siulp, con Davide Battisti che afferma che di per sé, la depenalizzazione dei reati minori può non essere una scelta sbagliata "L'attuale sistema carcerario è senza ombra di dubbio da rivedere e, certamente, non è svuotando le carceri (o non riempiendole) grazie a mini-indulti che si risolveranno i problemi. Occorre ragionare in termini più seri e non ricorrere a soluzioni tampone e, per fare ciò, non si può non discutere dell'annosa questione della certezza della pena che, a quanto pare, nel nostro Paese non trova positivi riscontri".
E aggiunge: "Sostanzialmente non potranno beneficiare delle possibili esimenti i delinquenti abituali o chi eccede nella condotta criminosa. Ciò si tradurrà in un potenziale sfoltimento della popolazione carceraria "di primo pelo" e, per l'appunto, attrice di reati minori".
"Quello che più preoccupa è che la depenalizzazione va a toccare reati come il furto, lo stalking, i crimini della strada, e molti altri, cioè quei reati che più creano insicurezza nei cittadini, i cosiddetti reati predatori, e a farne le spese saranno come sempre i cittadini", sostiene Massimiliano Colognato dell'Ugl, "invece di punire si perdona il delinquente che continuerà ad agire forte di queste scelte scellerate in tema di sicurezza Forze dell'ordine prese in giro ancora una volta e sempre più impotenti e una magistratura obbligata ad applicare queste leggi e norme che sono solo una garanzia di impunibilità dei delinquenti.
Aumenterà così la percezione di insicurezza proprio in un momento storico come questo dove tra attentati terroristici, furti, scippi, rapine, i cittadini chiedono sempre più sicurezza da parte delle istituzioni, per questo secondo noi queste non sono di certo le scelte più azzeccate in tema di sicurezza e contrasto alla criminalità".
Altrettanto critico il Sap, con Nicola Moscardo: "Se la scelta del Governo è dare una velocità nuova alle procedure giurisdizionali non si può non affermare che in realtà tale provvedi mento è solamente finalizzato a svuotare le carceri italiane dal sovraffollamento. Non è solo di questi giorni la nostra contrarietà a questo tipo di manovre, anche con l'indulto il Sap si era schierato contro, quindi anche l'attuale indirizzo governativo merita una critica. Tali operazioni non hanno mai prodotto un vantaggio ai cittadini né hanno ridotto la morsa del crimine ma, anzi, hanno determinato, e gli ultimi episodi di cronaca ne sono testimoni, una notevole recrudescenza dei fatti delinquenziali tanto che il nostro territorio viene scelto da consorzi criminali quale miglior teatro dove operare tanto tra incertezza della pena e incertezza della esecuzione della stessa sono sinonimi di impunità".
La Repubblica, 9 febbraio 2015
Il boss corleonese è stato trasferito sabato scorso nel reparto detenuti. Massimo riserbo sulle sue condizioni. L'avvocato: "Situazione grave e condizioni di detenzione assurde". Il boss di Cosa Nostra Totò Riina, dall'aprile dello scorso anno detenuto in regime di 41 bis nel carcere di Parma, sabato scorso è stato ricoverato nel reparto detenuti del Maggiore. Le sue condizioni sono mantenute nel massimo riserbo per questioni di privacy, ma indiscrezioni parlano di una prognosi preoccupante.
"Il dato del ricovero conferma la gravità della situazione - dichiara l'avvocato Luca Cianferoni, che assiste Riina insieme al collega Antonio Malagò - e conferma l'assurdità delle condizioni in cui Totò Riina viene mantenuto in detenzione". Il legale non entra nel merito delle condizioni di salute "per questioni di rispetto della dignità del mio cliente". Già da tempo gli avvocati di Riina hanno denunciato pubblicamente che il boss corleonese è molto malato, chiedendo al tribunale di Sorveglianza di valutare un'alternativa al carcere duro. Totò Riina, 84 anni, soffre da anni di problemi cardiaci. Ha avuto attacchi ischemici, ha subito interventi chirurgici al cuore per l'applicazione di pacemaker, ha una forma di Parkinson e problemi al fegato.
www.radicali.it, 9 febbraio 2015
Una interrogazione parlamentare a risposta in Commissione ai Ministri della Giustizia e della Salute, Andrea Orlando e Beatrice Lorenzin, è stata presentata dall'Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia.
La Parlamentare calabrese, che da tempo si occupa anche della tutela dei diritti umani fondamentali all'interno degli stabilimenti penitenziari, su sollecitazione di Emilio Quintieri, esponente del Partito Radicale, ha chiesto al Governo di chiarire le circostanze della morte del detenuto Roberto Jerinò, deceduto lo scorso 23 dicembre 2014 presso l'Ospedale Riuniti di Reggio Calabria. Il 60enne, di Gioiosa Ionica, Comune della Provincia di Reggio Calabria, si trovava in custodia cautelare presso la Casa Circondariale "Arghillà" di Reggio Calabria, dopo essere stato ristretto per un qualche tempo presso la Casa Circondariale di Paola, in Provincia di Cosenza.
L'On. Bruno Bossio, nella sua interrogazione (la n. 5/04649 del 05.02.2014), riferisce quanto trapelato in merito agli ultimi momenti di vita del detenuto e narrato su "Il Garantista" lo scorso 6 gennaio 2015 ritenendo che "a giudizio dell'interrogante, i fatti esposti nel presente atto di sindacato ispettivo richiedono doverosi accertamenti dal momento che il signor Roberto Jerinò era affidato alla custodia dello Stato".
In merito, c'è da dire, che a seguito di una denuncia dei familiari dell'uomo, il Sostituto Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Dott. Giovanni Calamita, ha aperto un fascicolo attualmente contro ignoti per accertare se ci siano eventuali responsabilità da parte del personale dell'Amministrazione Penitenziaria che lo aveva in custodia o dei Sanitari Penitenziari ed Ospedalieri che lo avevano in cura.
Sul corpo di Jerinò, su disposizione del Magistrato, è stata eseguito anche l'esame necroscopico. Nei prossimi giorni, secondo quanto riferisce il radicale Quintieri, i congiunti del defunto che sono rappresentati e difesi dall'Avvocato Caterina Fuda del Foro di Reggio Calabria, saranno sentiti come persone informate sui fatti, presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria.
L'Onorevole Enza Bruno Bossio, nello specifico, ha chiesto ai Ministri della Giustizia e della Salute, se e di quali informazioni disponga il Governo in ordine ai fatti descritti; se e quali problemi di salute presentasse il detenuto Roberto Jerinò all'atto della visita obbligatoria di primo ingresso presso la Casa Circondariale di Paola e poi presso quella di "Arghillà" di Reggio Calabria ricavabili dal suo diario clinico e quali motivi abbiano determinato il trasferimento dello stesso dallo stabilimento penitenziario di Paola a quello di "Arghillà" di Reggio Calabria; se e come sia stata prestata l'assistenza sanitaria al detenuto durante la sua restrizione carceraria chiarendo cosa gli era stato diagnosticato ed a quali trattamenti terapeutici fosse sottoposto visto che, in pochissimo tempo, le sue condizioni si sono irrimediabilmente compromesse; quando, da chi e per quali ragioni il detenuto sia stato trasferito presso l'Ospedale Riuniti di Reggio Calabria specificando se il ricovero, in considerazione della gravità del quadro patologico, avrebbe potuto effettuarsi prima che le condizioni del signor Jerinò peggiorassero in modo fatale come è avvenuto; se siano noti i motivi per i quali sia stato negato al detenuto, da parte dell'Autorità Giudiziaria competente, di ottenere la concessione degli arresti domiciliari presso la propria abitazione e di quali elementi disponga il Governo circa la dinamica del decesso e le relative cause e se siano state ravvisate eventuali responsabilità del personale operante presso l'Amministrazione Penitenziaria.
Inoltre, l'attenzione della Deputata democratica, si è focalizzata anche sulla struttura carceraria. Ed infatti, sono state chieste delucidazioni, su quali fossero le condizioni della Casa Circondariale "Arghillà" di Reggio Calabria all'epoca dei fatti (Dicembre 2014) facendo riferimento alla capienza regolamentare, a quanti detenuti vi fossero ristretti, quanti tra questi fossero tossicodipendenti e quanti affetti da gravi disturbi mentali o altri gravi patologie e se si fosse in grado di riuscire a garantire, in maniera sufficiente ed adeguata, non soltanto la sorveglianza dei detenuti ma anche l'assistenza sanitaria ed il sostegno educativo e psicologico nei loro confronti; se alla data odierna, si trovino ristretti in detto Istituto in custodia cautelare o in espiazione di pena detenuti con gravi problemi di salute e se risulti se siano state presentate dagli stessi alle Autorità Giudiziarie competenti istanze di concessione degli arresti domiciliari o di sospensione o differimento della esecuzione della pena ed, in caso affermativo, quali siano gli esiti delle stesse; se il predetto Istituto Penitenziario sia stato ispezionato dalla competente Azienda Sanitaria Provinciale ed, in caso affermativo, a quando risalgano le visite e cosa sia scritto nelle rispettive relazioni inoltrate ai Ministri interrogati, agli uffici regionali ed al Magistrato di Sorveglianza in merito allo stato igienico sanitario dell'istituto, all'adeguatezza delle misure di profilassi contro le malattie infettive disposte dal servizio sanitario penitenziario ed alle condizioni igieniche e sanitarie dei detenuti ai sensi dell'articolo 11 commi 12 e 13 dell'Ordinamento penitenziario approvato con legge n. 354 del 1975 ed infine, se e con che frequenza il Magistrato di Sorveglianza competente abbia visitato, negli ultimi anni, i locali dove si trovano ristretti i detenuti ai sensi dell'articolo 75, comma 1, del regolamento di esecuzione penitenziaria approvato con decreto del Presidente della Repubblica n. 230/2000 e se abbia mai prospettato al Ministro della Giustizia eventuali problemi, disservizi o violazioni dei diritti dei detenuti nell'ambito della sua attività di vigilanza ai sensi dell'articolo 69 del citato Ordinamento Penitenziario.
www.leccesette.it, 9 febbraio 2015
Ispezione stamattina di una commissione del Partito Radicale per verificare le condizioni del carcere di Borgo San Nicola. Il senatore Perduca: "La situazione migliora, ma è ancora critica". Ispezione questa mattina nel carcere di Lecce di Borgo San Nicola di una commissione composta dai Radicali e dell'associazione "Nessuno tocchi Caino".
Obiettivo: verificare le condizioni di detenzione e l'allineamento con gli standard imposti dalla sentenza Torreggiani, che ha condannato l'Italia per la violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani. In vigore fin dal gennaio 2013, questa storica sentenza impone difatti determinati criteri per la detenzione, con l'obiettivo di garantire ai detenuti adeguate condizioni di esistenza.
Spiega all'uscita da Borgo San Nicola Marco Perduca, già senatore della Repubblica, eletto nel Pd in quota Radicali: "Nonostante le condizioni vadano lentamente migliorando, ancora siamo molto al di sotto di quanto richiesto dalla legge. Siamo a 1.013 detenuti contro i 630 possibili.
Meglio dello scorso anno, ma comunque in una condizione di affollamento. Le nuove politiche carcerarie, che permettono ai detenuti di uscire dalla propria cella dalle 8 fino alle 18 - permettendo così delle interazioni sociali - hanno disteso il clima e alleggerito la pressione sui detenuti, ma ancora c'è molto da fare. Non dimentichiamo inoltre la grave carenza di organico tra le guardie carcerarie, utilizzate per il 15% in funzioni di accompagnamento. Il risultato è che la notte 30 agenti devono badare a circa mille persone".
Una condizione comunque estremamente difficile, su cui pesa soprattutto il nodo dolente, l'assistenza sanitaria e il diritto alla cura: "La sanità rimane il punto debole del carcere di Lecce. Molto più che in altre realtà. I problemi sull'assistenza persistono e a breve - sempre che non vengano concesse ulteriori proroghe - la chiusura degli Opg (ospedali psichiatrici giudiziari, ndr) porrà nuovi problemi, con l'arrivo a borgo San Nicola di nuovi detenuti dai bisogni di cura speciali".
Nonostante lo sforzo dell'amministrazione penitenziaria, anche i progetti di inclusione sociale non sono sufficienti: "Mancano i fondi" continua Perduca, "per cui con i progetti riesce ad essere coinvolto appena il 10% dei detenuti". Per quel che riguarda affollamento e composizione, i dati leccesi sono comunque nella media nazionale: circa 1/3 dei detenuti non sono italiani, altrettanto non ha ancora ricevuto la sentenza definitiva.
Il giro ispettivo, prima di Lecce, ha toccato altre città italiane, dal Nord a Sud. Al termine, i dati saranno raccolti e inviati al Consiglio d'Europa, per comporre un resoconto nazionale. Della delegazione, oltre allo stesso senatore Perduca, hanno fatto parte anche Giuseppe e Ada De Matteis, della sezione leccese di "Nessuno tocchi Caino".
Ristretti Orizzonti, 9 febbraio 2015
"Sono ritornati nella Casa Circondariale cagliaritana una trentina di detenuti che erano stati trasferiti a Sassari-Bancali, oltre due mesi fa, per favorire lo spostamento in giornata dei reclusi dal carcere di Buoncammino a quello di Uta".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", che si era fatta interprete del disagio espresso dalle famiglie per effettuare regolari colloqui a causa della distanza e dei costi dei viaggi.
"È per noi un sollievo - hanno detto i parenti dei detenuti esprimendo soddisfazione per il ritorno a Cagliari-Uta dei propri cari - non dover affrontare una trasferta lunga e disagevole per poter incontrare i nostri familiari ristretti. Nelle ultime settimane abbiamo affrontato le difficoltà consapevoli che si trattava solo di un sacrificio transitorio, ma ormai non riuscivamo più a sostenere la fatica e la spesa. Desideriamo quindi ringraziare il Provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria di aver accolto la nostra richiesta".
"Garantire regolari rapporti con i familiari ai cittadini privati della libertà - osserva Caligaris - non è soltanto un'esigenza condivisibile, ma necessaria proprio per rendere più incisiva, come del resto recitano l'ordinamento penitenziario e le circolari ministeriali, l'azione rieducativa del carcere. È evidente che condizioni socio-economiche difficili condizionano negativamente la possibilità di svolgere regolari colloqui con i parenti generando nei reclusi instabilità emotiva ciò a maggior ragione in presenza di figli minori".
"Non si può del resto dimenticare - conclude la presidente di Sdr - che i detenuti hanno perso la libertà ma hanno diritto a coltivare i rapporti affettivi indispensabili per il loro reinserimento sociale. È altresì evidente che i loro parenti non devono scontare alcuna pena come implicitamente accade quando viene meno il rispetto della territorialità".
www.lanotiziaoggi.it, 9 febbraio 2015
Con due progetti finanziati dalla Regione Lazio, il Comune di Valmontone prova ad offrire risposte all'inserimento lavorativo di ex detenuti e disagiati psichici trovando, al tempo stesso, idee e risorse per migliorare le aree verdi comunali, la fruibilità dei giardini pubblici e restituire, così, ai più piccoli spazi adeguati dove giocare e alla città un miglior decoro.
Con oltre 50 mila euro del bando "Innova Tu" della Regione Lazio, infatti, il Comune di Valmontone è stato premiato per il progetto "L'orto e il vivaio" che potrà avviare all'inserimento sociale e lavorativo soggetti a fine detenzione.
Realizzato insieme alla Cooperativa Sociale Gestcom, alla Cooperativa La Sonnina, all'associazione L'umana Dimora, in sinergia con l'amministrazione penitenziaria del carcere maschile di Rebibbia, il progetto consentirà di dare adeguata formazione a cinque persone che verranno inserite nel settore agricolo e vivaistico per produrre, su una serra costruita in un terreno di proprietà comunale, piantine da orto e piante ornamentali da utilizzare per gli arredi a verde e nei giardini pubblici.
Mentre si lavora all'inclusione sociale e lavorativa degli ex detenuti, e delle loro famiglie, l'Amministrazione valorizza così le risorse agricole e naturalistiche locali, creando un circolo virtuoso che, attraverso la filiera corta, permette di creare un mercato per i prodotti del vivaio. Le attrezzature utilizzate per il progetto sono messe a disposizione dai diversi partner, che forniscono anche le competenze professionali, in particolare i due tecnici agronomi che curano la formazione. Oltre all'amministrazione penitenziaria di Rebibbia, hanno dato la propria disponibilità a partecipare anche l'Università Agraria di Valmontone, che fornirà altri terreni utili al progetto, e la Coldiretti Roma, per promuovere attraverso la rete dei Farmer's Market di Campagna Amica i prodotti agricoli e ornamentali prodotti nel vivaio.
Un secondo progetto, avviato dall'assessorato alle politiche sociali del Comune di Valmontone e finanziato dal bando "Bene in Comune" della Regione Lazio, punta all'inclusione sociale e lavorativa di disabili psichici e fisici di lieve entità che, selezionati attraverso un bando comunale in pubblicazione e retribuiti attraverso i cosiddetti "buoni voucher", lavoreranno in team per prendersi cura della città, valorizzando e tenendo puliti in particolare parchi e giardini pubblici per restituirli al gioco e alla fruibilità da parte dei bambini.
"Mentre rendiamo più bella e vivibile Valmontone - spiega Eleonora Mattia, vice sindaco e assessore alle politiche sociali - continuiamo il nostro lavoro in quel recupero delle categorie svantaggiate che ci vede da sempre impegnati. Ringrazio l'Amministrazione regionale, guidata da Nicola Zingaretti, per la sensibilità che dimostra continuamente con progetti originali sul sociale, ma anche tutti i partner che, con professionalità ed entusiasmo, hanno condiviso con noi idee che ci hanno permesso di classificarci tra i migliori nel Lazio".
"Attraverso queste iniziative - aggiunge l'assessore all'ambiente Veronica Bernabei - riusciamo a dare risposte concrete al recupero delle aree verdi e dei parchi pubblici di Valmontone e ad investire su formazione, recupero e occupazione nell'ambito dell'agricoltura e della botanica, fondamentale in una città come la nostra visto il grande patrimonio di terreni dell'Università agraria".
di Valentina Rigano
www.mbnews.it, 9 febbraio 2015
"Stavo percorrendo una strada sbagliata e mi sono trovato al capolinea, ora sono un uomo diverso, che cerca il riscatto". Inizia così il racconto, l'intervista a Orazio Pennisi, il 40enne di Muggiò che il 12 agosto 2011, al termine di una lite per un sorpasso, ha investito e trascinato sull'asfalto un libanese di 33 anni, mandandolo in coma. Oggi, giunto quasi al termine dei cinque anni di reclusione patteggiati con l'accusa di tentato omicidio, Orazio cerca la sua strada, dopo l'esperienza del carcere.
È stato un giovane dal temperamento fumantino che, raccontando la mancanza delle persone giuste vicino, si è perso. E dopo aver quasi tolto la vita ad una persona, sul finire della condanna prova a cambiare la sua vita. Dopo aver conosciuto il pentimento, il dolore di essere andato troppo oltre, Orazio tenta la via del riscatto, ma le porte per una nuova vita sono difficili da aprire.
Orazio, cosa ricorda di quel periodo?
"Sono sempre stato un taciturno, non mi curavo del mondo che mi circondava, e mi sono ritrovato in un guaio più grande di me - racconta. Era estate e dormivo sempre poco da tempo a causa dei turni. Ero concentrato sul lavoro, a causa del mio caratteraccio mi ero dedicato solo al lavoro perché non avevo relazioni. Stavo andando a fondo, lo sentivo, ma allo stesso tempo volevo che la mia vita cambiasse. Ci ho provato tante volte, ma ad ogni fallimento cadevo sempre più giù".
La mattina del 12 agosto 2011, cosa è successo?
"Stavo percorrendo la strada sbagliata e mi sono trovato al capolinea. La droga nella mia vita scorreva a fiumi, così come l'alcol - prosegue Orazio. Non facevo mai quella strada, cominciavo sempre presto al mattino, ma il caso volle che il giorno prima avevo fatto un viaggio di notte e quindi la mattina avevo iniziato più tardi e poi, l'ho combinata. Non mi sono neanche accorto di quello che stava succedendo. So solo che all'una di notte ero a San Vittore".
Nella dinamica ricostruita dagli inquirenti, Orazio ha litigato con un venditore di auto di lusso libanese per un sorpasso. Quando le due auto si sono fermate e il 33enne è sceso, Pennisi ha dichiarato di essersi spaventato all'idea di una colluttazione e di averlo investito per paura.
Da allora come è trascorsa la sua vita in carcere?
"I giorni e le notti passavano, non ci davo peso all'inizio. Poi sono trascorsi mesi e negli anni ho conosciuto altri detenuti, come ad esempio Renato Vallanzasca e Mario Maccione delle Bestie di Satana, che posso dire con onestà si è dimostrato pronto ad aiutare il prossimo. È stata certamente un'esperienza dura, che mi ha scavato e plasmato dentro senza che me ne rendessi conto. Alla fine di tutto posso dire che quello che è successo mi ha trasformato in un uomo diverso. Un ragazzo conosciuto dentro mi ha detto che "se Dio ci ha messo in quel posto di sofferenza non è sicuramente perché gli piaccia vedere i figli suoi che soffrono ma per proteggerli da cose più pericolose che potrebbero accadergli".
Ecco io la penso proprio così, ha voluto farmi conoscere la sofferenza per rendermi uomo migliore, più sensibile e consapevole".
Sono trascorsi quattro anni, la vittima di quella tragica giornata nel frattempo si è fortunatamente ripresa. Orazio intanto è uscito dal carcere, ed è in affidamento fino a fine pena. Il reinserimento però lo racconta difficile. "Quando entri in carcere le istituzioni si dimenticano di te. Il settore pubblico è un incubo, il reinserimento è pressoché una bufala - conclude Pennisi - sto davvero faticando per ottenere un briciolino di aiuto e dignità. È difficile capire come funzionano le cooperative, a chi rivolgersi e come tirarsi in piedi. Io ci credo, ci sto provando nonostante le porte chiuse in faccia, se qualcuno mi vuole dare una mano, sono qui".
Il Centro, 9 febbraio 2015
Un gomitolo di lana per le detenute del carcere di Castrogno. Perché nessuna può permettersi di comprarli, perché i fondi pubblici sono sempre più esigui, perché quelli che portano le volontarie non bastano mai, perché in quest'Italia dalle carceri sovraffollate e dai continui richiami della Corte Europea basta un gesto per accorciare le distanze: comprare un gomitolo di lana o recuperarne qualcuno in casa. È un appello che arriva direttamente dalle detenute della sezione femminile quello che l'area educativa della casa circondariale fa suo e rilancia: chiunque volesse partecipare alla raccolta può consegnare la lana ai sacerdoti della parrocchia Madonna della Salute di Villa Mosca che poi la farà arrivare in carcere.
Perché per le 35 detenute il lavoro a maglia è un ponte con il futuro: molti lavori artigianali sono già stati esposti in alcune mostre e nei progetti c'è quello di realizzare un laboratorio dove creare maglie, sciarpe, centrini, borse e cappelli da vendere all'esterno. Il tutto ricorrendo all'antica arte dei ferri e dell'uncinetto, inventandosi trame che uniscono e avvolgono. Anche nel chiuso di un penitenziario
Come quello di Castrogno, uno dei carceri più sovraffollati d'Abruzzo che ospita circa 400 detenuti a fronte di una capienza di 270. Insieme a quello di Chieti è l'unico della regione ad avere una sezione femminile. Gli agenti di polizia penitenziaria in servizio sono 192, un numero che secondo i sindacati è notevolmente sottodimensionato per far fronte alla presenza di così tanti reclusi. Basti pensare che la pianta organica del 2001 di agenti ne prevedeva 202. La carenza di personale è stata più volte al centro di interrogazioni parlamentari.
Ospita detenuti con gravi patologie sanitarie e psichiatriche perché a Castrogno, unico caso in tutto l'Abruzzo, c'è un servizio di guardia medica 24 ore su 24 e uno psichiatra per alcune ore a settimana. Tra le tante iniziative avviate dalla direzione il progetto con l'istituto agrario Di Poppa-Rozzi con lezioni ai detenuti. Sono stati allestiti spazi verdi, in corrispondenza delle sezioni maschili e femminile, chiamati "Il giardino degli affetti": attrezzati con giochi, sono destinati a colloqui familiari e ad incontri tra i detenuti e i loro figli.
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