di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 18 gennaio 2015
Anni di polemiche contro i costi di uno strumento percepito come "inutile", e ora che diventa essenziale, perché ne siamo sprovvisti. Esauriti i braccialetti elettronici e i detenuti rimangono in carcere. La richiesta per i detenuti da condannare agli arresti domiciliari ha ormai superato la disponibilità dei dispositivi, e alcuni tribunali iniziano a vedere respinte le loro richieste.
di Eugenio Terrani
Corriere della Sera, 18 gennaio 2015
Da pochi giorni il servizio mensa delle carceri di Rebibbia, a Milano - Bollate, Trani, Siracusa, Ragusa, Torino, Padova e Ivrea è di nuovo in gestione all'amministrazione penitenziaria dopo una sperimentazione di successo durata oltre un decennio.
di Agnese Moro
La Stampa, 18 gennaio 2015
Di solito in questa rubrica si parla di cose buone che vivono e vanno avanti. Questa volta devo fare un'eccezione; la cosa buona è quella che finisce. Leggo nel comunicato stampa del Consorzio Giotto, www.officinagiotto.com: "Il progetto di gestione della cucina della Casa di Reclusione di Padova chiude. E il primo pensiero va a tutti quelli che in questi 11 anni ci hanno seguito con affetto, sostenuto con forza, incoraggiato in ogni modo".
Adnkronos, 18 gennaio 2015
"Percepiamo la volontà di riforma di questo governo , se ne è parlato da subito e si sono date scadenze, ma ci vogliono risultati concreti che ancora purtroppo faticano ad arrivare". Lo ha sottolineato il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Rodolfo Sabelli, a margine dell'iniziativa organizzata al Tribunale di Roma in occasione della Giornata nazionale per la Giustizia. Per Sabelli si tratta di "cammino avviato, in qualche caso contraddittorio e che si basa spesso sugli annunci".
Adnkronos, 18 gennaio 2015
Il sempre più crescente interesse da parte dei talk show ai fatti di cronaca e ai processi ad essi legati rischiano "che il luogo della giustizia venga trasferito dalle aule dei tribunali negli studi televisivi, in una sorta di processo parallelo, dove non ci sono regole".
È quanto ha sottolineato il procuratore capo della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati, nel corso di un dibattito pubblico su 'giustizia, poteri dello stato, cittadini sovranì, che si è tenuto al Palazzo di giustizia. Il convegno, cui hanno partecipato tra gli altri il presidente del tribunale di Milano Livia Pomodoro, il presidente della Corte d'appello Giovanni Canzio e, a sorpresa, l'ex magistrato Gherardo Colombo, ha chiuso una giornata dedicata ai cittadini.
Dalle 9 e 30, infatti, i portoni del Palazzo di giustizia si sono aperti ai milanesi che, con una serie di visite guidate, hanno potuto assistere ad alcuni processi per direttissima, visitare i locali della Procura, sedere tra i banchi della Corte d'Assise. "Il fatto che il pubblico possa assistere ai processi e alle udienze -ha sottolineato Bruti Liberati - è un aspetto di grande rilievo.
È un modo con il quale la giustizia si rende responsabile di fronte ai cittadini. Beccaria scriveva che il segreto è il più forte scudo della tirannia. Una riflessione ancor più attuale oggi. Per questo - ha concluso - l'informazione sulla giustizia è essenziale ma a volte nei talk show si esagera rischiando, appunto, di trasformarli in aule di tribunale".
di Maria Brucale
Il Garantista, 18 gennaio 2015
Scrive su Facebook Roberto Saviano all'indomani della scarcerazione dei fratelli Di Lauro, Ciro e Vincenzo, figli di Paolo Di Lauro, detenuto al 41 bis, detto "Ciruzzo 'o milionario": "Mi domando come Napoli li avrà accolti. Qualcuno avrà tappezzato la città di manifesti come quelli che circolavano quando andò in onda Gomorra La Serie? A Scampia ci saranno state riunioni e manifesti come quelli che furono fatti contro di me?".
Vede, caro Saviano, è un dato di fatto che Gomorra abbia reso al mondo solo un'immagine di degrado e di orrore di Scampia, tracciata anche sulle tinte tragiche di atti di indagine (spesso tradotti in condanne, talvolta non) e di atti processuali. È comprensibile che gli abitanti di quel quartiere si dolgano di una pubblicità negativa che si rinnova e raggiunge sempre un maggior numero di persone abbattendo la volontà, l'aspirazione di pochi o di molti, di cancellare le stimmate e rialzare la testa.
Umanamente comprensibile che venga stigmatizzata la circostanza, dato di fatto anch'essa, dei guadagni che originano dalla produzione della serie e che non si traducono in alcun giovamento per la realtà dolente di Secondigliano. Nessun reato nel guadagnare del proprio lavoro. Però, Saviano, Napoli non è Gomorra e rattrista il paragone tra le reazioni della gente - di alcuni - alla notizia della tua nuova serie e quelle alla scarcerazione di due persone che, per quanto evocativo sia il cognome che portano, hanno espiato per intero la condanna loro inflitta.
Una condanna pesante per un reato grave, associazione di stampo camorristico, ma una condanna patita per intero, senza progressione né opportunità trattamentali, senza sconti. La legge pretende che queste persone siano uscite dal carcere libere, anche dal pregiudizio. La Costituzione lo pretende. Sul punto si è pronunciata di recente la Corte di Cassazione che, con sentenza 475 del 2015, ha evidenziato la forza diffamatoria connaturata all'appellativo di "pregiudicato"- pur usato attestando il vero - ed ha richiamato "l'esigenza, sancita dagli artt. 2 e 3 della Costituzione, di evitare che il cittadino che si trovi nella condizione personale e sociale di persona processata e/o condannata divenga, in maniera indenne, perenne bersaglio del discredito dei consociati".
Oggi per la legge Ciro e Vincenzo sono due uomini liberi. Hanno pagato il prezzo, hanno scontato la loro pena. Il carattere permanente dei reati associativi, la presunzione di una diuturna immanenza della partecipazione sodale da cui discende la convinzione pedissequa che chi nasce mafioso muore mafioso, non può coesistere con lo Stato di diritto. La proiezione di chi giudica un imputato deve essere lucidamente e pragmaticamente orientata alla congruità della sanzione nell'ottica della scarcerazione e della rieducazione.
Chi ha giudicato i fratelli Di Lauro ha dato un tempo alla loro pena. Un tempo lungo durante il quale la presenza nella società del detenuto si è sospesa insinuandosi una condizione, la carcerazione, che diviene perno e direzione della vita non solo del ristretto ma anche della sua famiglia e suddivide i giorni in pacchi di vestiario e di alimenti, viaggi per destinazioni lontane dalla propria casa, visite di colloquio, vaglia postali, ricezione di telefonate, spese legali.
Una condizione, la carcerazione, che è in sé mutilazione di vita, frattura di rapporti, interruzione di ogni attività lavorativa, esclusione. Chi è stato in carcere per molti anni, anche se si chiama Di Lauro, ha il diritto all'oblio, a una speranza di ricostruzione, di restituzione alla società. In assenza di tale proiezione benevola, la pena, qualunque pena, perde il suo senso, mutila la sua essenza, non ha ragione di esistere.
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 18 gennaio 2015
Un muratore rumeno, ha fatto lavoretti a casa Gambirasio e ha un furgone bianco. Nel 2010 raccontava di avere una ragazza molto giovane, minorenne, che viveva in provincia di Bergamo, faceva la "danzatrice" e si chiamava Yara. Sembra l'identikit perfetto dell'alter- Bossetti. E, come lui, non va criminalizzato. Ma la storia va raccontata. È dai difensori di Bossetti che arriva la notizia di un'indagine difensiva che ha rintracciato una testimone "molto attendibile", la quale ha parlato, nella sua deposizione, del giovane muratore rumeno.
La testimone, una signora di una certa età, lo aveva conosciuto quando lui cercava una stanza dove alloggiare. Non si sa, per ora, in quale città. Prima di aver perfezionato l'accordo (complicato dal fatto che il ragazzo rumeno voleva anche spostare a casa della signora la residenza), il giovane muratore un paio di volte le aveva chiesto la possibilità di ripulirsi o fare una doccia. Le aveva anche raccontato di questa ragazza, che lui rispettava, tanto che mostrava un medaglione e giurava "sul suo dio" che mai l'avrebbe toccata finché lei non fosse stata maggiorenne. Ma come mai si chiama Yara, aveva chiesto la signora incuriosita, è straniera?
No no, aveva risposto lui, è di Bergamo, anzi di un paese vicino a Bergamo. È una danzatrice, aveva aggiunto, fa ginnastica e vince premi con le sue compagne. Il ragazzo dice anche che lui e Yara si vedevano di nascosto dalla famiglia, anche perché tra loro c'era una certa differenza di età.
Questi discorsi erano avvenuti tra settembre e novembre del 2010. Il 26 novembre, proprio il giorno in cui la ragazzina sparì, il muratore rumeno chiama la signora, chiede se può andare da lei a fare una doccia perché è in partenza per la Romania e prima deve andare a salutare la sua ragazza. Poi parte con un'altra persona. Il giorno dopo chiama la signora per dire che è arrivato bene, ma lo fa in modo frettoloso e con un tono brusco che non aveva mai avuto, poi chiude la telefonata. La sua interlocutrice, stupita per il tono e per la fretta, lo richiama, ma trova una segreteria estera. Nel frattempo nelle valli bergamasche tutti cercano Yara. Quando la nostra testimone apprende la notizia della sparizione fa due più due e deduce che i due ragazzi siano scappati insieme, che abbiano fatto la "fuitina".
Tre giorni dopo però, quando apprende dell'arresto scenografico in mezzo al mare del muratore marocchino Fikri, immagina che gli inquirenti siano fuori strada e abbiano fermato un innocente. Che cosa fa dunque? Quello che viene in mente a una persona non pratica di questure e palazzi di giustizia. Ferma un carabiniere per strada, ingenuamente gli dice "avete arrestato un innocente", lui la invita ad andare a deporre, lei si scoccia e gli fornisce le proprie generalità, il numero di telefono e l'indirizzo. Che caratterino! Se vi interessa, sapete dove sono, chiude. Non sarà mai una testimone, nessuno la chiamerà.
Si farà viva di nuovo nei mesi scorsi, quando, dal suo punto di vista, un altro innocente finirà in carcere, Massimo Bossetti. Questa volta impugna carta e penna e scrive all'avvocato. Così nascono le indagini difensive, incontri diversi nel corso delle settimane, decine di viaggi all'estero del dottor Denti, il criminologo che assiste l'avvocato Galvagni nella difesa di Bossetti. Il muratore rumeno è individuato, anche se non ancora contattato. Il resto è ancora notizia riservata. Ma interesserà tutto ciò gli inquirenti, o sono così affezionati alla propria ipotesi inquisitoria da non avere nessuna curiosità?
Intanto arrivano i risultati ufficiali delle perizie disposte su una serie di oggetti sequestrati a Massimo Bossetti, dall'auto al furgone al telefonino: tutti negativi, da nessuna parte ci sono tracce di Yara. Nei confronti del muratore bergamasco rimane solo la prova del dna. Che è parsa troppo poco persino agli inquirenti, tanto che hanno lasciato scadere il termine di 180 giorni entro cui avrebbero potuto far celebrare il processo con il rito immediato. E Bossetti è in custodia cautelare da sette mesi.
di Paolo Comi
Il Garantista, 18 gennaio 2015
Ieri il Fatto Quotidiano ha deciso di tirare un siluro contro Totò Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia in prigione da tre anni perché condannato per favoreggiamento. Il Fatto ha dato la notizia che Cuffaro si era deciso a chiedere la grazia e che la domanda è stata trasmessa dal Quirinale alla Procura di Palermo per un parere.
E naturalmente ha lanciato lo scandalo: ma come, ti proclami innocente e poi chiedi la grazia? La notizia - ripresa in giornata da agenzie e siti web - è falsa. Una vera bufala. Cuffaro ha confermato di non aver chiesto la grazia e di non volerlo fare. Il Fatto si riferisce a una vecchia e nota domanda, presentata nel 2013 dalla mamma di Cuffaro e dalla quale Cuffaro espresse il suo dissenso.
Si sa che il giornalismo è fatto di imprecisioni. Talvolta anche di balle grosse. Dispiace quando queste balle vengono usate per distruggere la vita a qualcuno. Dispiace ancor di più quando questo qualcuno è una persona debole, indifesa, per esempio un detenuto, che è in carcere da tre anni, che non ha protettori, che è sotto la mira di uno dei pezzi più potenti e incontrastati della magistratura italiana.
Stiamo parlando di Totò Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia, rinchiuso a Rebibbia dall'inizio del 2011 in seguito ad una sentenza discutibilissima, e accusato comunque di un reato minore ("favoreggiamento" consistente in fuga di notizie). Ieri il Fatto Quotidiano, imbeccato da qualche fonte interna alla magistratura siciliana (una fonte, probabilmente, un po' pasticciona) ha sparato in prima pagina la notizia bomba: Cuffaro, che si è sempre proclamato innocente, ora si è piegato e ha chiesto la grazia. Esultanza per l'avvenuta umiliazione, e raccomandazione al magistrato Scarpinato, che dovrà esprimere il parere: "mi raccomando, dì di no".
Cuffaro, secondo il Fatto Quotidiano ha scontato quattro anni di prigione e deve scontarne altri tre. Si è stancato del regime carcerario e si è convinto a chiedere clemenza al Quirinale. Il Fatto ha notizie apparentemente molto precise: la richiesta di Cuffaro è stata presentata al Colle dai suoi legali, e ora il Quirinale l'ha inviata alla procura di Palermo, e per la precisione a Scarpinato, per avere il suo parere.
Il bello di questa notizia è che è tutta inventata. Non solo Cuffaro non ha presentato nessunissima richiesta di grazia, ma ha dichiarato formalmente che non accetterà mai alcun provvedimento di clemenza (lo ha ribadito ieri pomeriggio al telefono al fratello) ma continuerà solamente a battersi per i suoi diritti, ad esempio quello di essere affidato ai servizi sociali (diritto recentemente negatogli dalla Cassazione).
Come sono andate le cose? Scarpinato effettivamente si è visto recapitare una richiesta di parere, dal Quirinale, per una domanda di grazia a favore di Cuffaro, e qualcuno vicino a Scarpinato, evidentemente, si è precipitato a spifferare tutto al "Fatto". Ma nessuno si è accorto che la domanda non era di Cuffaro, e che era vecchia di più di un anno, e che era stata presentata dalla mamma di Cuffaro, e per di più che la cosa era nota da tempo, e che comunque la grazia non può essere concessa se non è l'imputato in prima persona a controfirmarla. Quindi stiamo parlando di acqua fresca.
Una bufala, si dice in gergo, e una bufala anche un po' antipatica, perché recentemente il giudice di sorveglianza ha negato a Cuffaro un permesso per andare a trovare la mamma malatissima, sostenendo che tanto la mamma era così malmessa da non potere probabilmente neanche riconoscerlo, e dunque il viaggio di Cuffaro sarebbe stato inutile. Roba da "nazisti dell'Illinois". Vabbé, comunque la signora in questione è la stessa.
Poi c'è una seconda questione. Il Fatto sostiene che a Cuffaro mancano da scontare tre anni. Non è vero. Ne manca uno. Ha già scontato i tre quarti della pena. Aveva preso sette anni (sette anni sette: per favoreggiamento! Spesso si danno pene anche inferiori per omicidio), ma uno gli era stato indultato e uno viene decurtato automaticamente per buona condotta (in base alla legge Gozzini: 90 giorni di sconto all'anno, alla fine dei quattro anno sono 360 giorni cioè un anno intero). Vi pare che uno che si è fatto tre anni di carcere perché non vuole riconoscersi colpevole, poi cede a soli dodici mesi dal fine pena? E Cuffaro recentemente non ha ottenuto i servizi sociali, ai quali chiaramente ha diritto, con questa motivazione: "Non si è pentito e non ha fatto i nomi dei complici", cioè dei magistrati che gli hanno dato le notizie. Ma come si può pentire e come può dare nomi dei complici uno che ha sempre detto: "scusate ma io quel reato non lo ho compiuto"?
Sono le follie della burocrazia carceraria, che è una delle più spietate, a volte. Dopodiché ci sarebbe da fare un ragionamento sul reato di Cuffaro e sul moralismo di chi non perde occasione per chiedere che la sua prigionia sia prorogata il più possibile. Cuffaro è accusato di avere rivelato a degli indagati per mafia delle notizia riservate sulle indagini che li riguardavano.
Due considerazioni si impongono. La prima riguarda i magistrati: ragionevolmente sono loro che hanno divulgato le informazioni, mentre è molto meno sicuro il fatto che sia stato poi Cuffaro a "propalarle". E però i magistrati la fanno sempre franca, e Cuffaro, sulla base di semplici indizi, ha la vita stroncata dal carcere.
La seconda considerazione riguarda i giornalisti. Cioè noi. Quante volte sui nostri giornali diffondiamo notizie riservatissime sulle inchieste (notizie riferiteci di norma dai magistrati, che in questo modo si fanno amica la stampa)? Del resto la stessa notizia, seppure falsa, sulla grazia di Cuffaro, è una fuga di notizie. E, sempre "Il Fatto", e sempre in prima pagina, pubblicava proprio ieri indiscrezioni si una inchiesta dei Ros, usandole per maltrattare Vanessa e Greta e accusarle di amicizia coi terroristi. Il paradosso è quello: ci si indigna per un signore che ha commesso un reato che noi commettiamo tutti i giorni!
di Dario Del Porto
La Repubblica, 18 gennaio 2015
Napoli seconda soltanto a Catanzaro: nel 2014 decisi 143 risarcimenti per un totale di 4,2 milioni di euro. Il presidente della Corte d'appello, De Carolis: "È una fisiologia del sistema, gli errori sono pochissimi".
Più di quattro milioni in un anno: è la spesa complessiva che lo Stato ha dovuto pagare nel 2014 ai 143 cittadini che hanno ottenuto dalla Corte d'Appello di Napoli l'indennizzo per ingiusta detenzione. Numeri che collocano il distretto partenopeo in cima alle statistiche elaborate dal ministero dell'Economia e trasmesse nei giorni scorsi al ministero della Giustizia, secondo solo a Catanzaro. A fronte di un numero lievemente superiore di ricorsi accolti, 146, il distretto calabrese ha approvato risarcimenti per 6,2 milioni di euro totali.
A Palermo, invece, il numero di casi è inferiore, 66, ma gli indennizzi ammontano a 4,4 milioni di euro, 200 mila in più dei 4,2 di Napoli. "Ma purtroppo nel nostro sistema l'ingiusta detenzione non è una patologia, bensì una fisiologia", avverte il giudice Giuseppe De Carolis, presidente della ottava penale della Corte d'Appello, la sezione che si occupa di decidere sulle istanze. Nel 2014, la Corte ha provveduto su 308 casi. Quasi uno al giorno, dunque. Spiega il giudice De Carolis: "Gli elementi che consentono di arrestare una persona sono diversi da quelli richiesti dalla legge per la condanna.
Nel primo caso sono sufficienti i gravi indizi, nel secondo occorrono le prove. Ecco perché capita frequentemente che una persona, dopo un periodo più o meno lungo di custodia cautelare, venga poi assolta al processo. Quasi sempre il materiale probatorio è diverso perché il giudice del dibattimento non può utilizzare gli atti utilizzati per la custodia cautelare. Il problema semmai sono i tempi eccessivamente dilatati in cui tutto questo meccanismo si sviluppa". Il presidente della ottava penale di Appello (di cui fanno parte anche i giudici Rosa Caturano, Furio Cioffi e Gabriella Gallucci) assicura che "i veri e propri errori tecnici si contano sulle dita di una sola mano.
Proprio per questo non si parla di risarcimento bensì di indennizzo: lo Stato si rende conto che il cittadino è incappato in una falla del sistema e si sente in dovere di garantirgli una somma". I casi più frequenti, argomenta il giudice De Carolis, "nascono dalle intercettazioni: spesso vengono desunti elementi sufficienti come gravi indizi, ma poi a dibattimento il tribunale o la Corte d'Assise propendono, dopo la trascrizione, per una diversa interpretazione delle stesse frasi. Un'altra fattispecie riguarda le testimonianze ai processi per rapina dove la vittima, nella fase delle indagini, ha riconosciuto in foto o dal vivo il presunto rapinatore, ma poi a dibattimento, magari celebrato a distanza di un paio d'anni, non ha più le stesse certezze".
Arrestare la persona sbagliata può costare allo Stato fino a un massimo di mezzo milione di euro. Non ci sono tetti invece nel caso di errore giudiziario, quando cioè non si sia trattato di custodia cautelare ma di condanna passata in giudicato che si riveli errata, all'esito di una revisione. L'ottava penale di Appello ha però messo a punto un sistema per ridurre l'impatto economico dell'ingiusta detenzione: "La maggior parte dei casi - evidenzia De Carolis - riguarda imputati recidivi, che hanno altre pene da scontare: in queste circostanze, invece del risarcimento economico, il periodo di ingiusta detenzione viene detratto dalla pena da scontare per un altro reato, in modo da consentire all'imputato di ottenere la scarcerazione. Lui risparmia il carcere, lo Stato i soldi".
L'indennizzo non può superare i 253 euro per ogni giorno di carcere. "La nostra sezione - conclude il presidente - tiene sempre conto dell'impatto carcerario, al di là del giorno in più o in meno. Per un incensurato di 50 anni, anche solo tre giorni in una cella di Poggioreale possono essere devastanti".
di Marco Preve
La Repubblica, 18 gennaio 2015
I vantaggi dell'informatizzazione e del processo telematico possono non piacere a tutti. Ad esempio ai detenuti che, da quando i fascicoli sono consegnati su supporto informatico agli avvocati, hanno maggior difficoltà a leggerli considerato che alcuni incartamenti, composti da migliaia di pagine, possono rappresentare un costo notevole in termini di fotocopie.
Per questa ragione l'Ordine degli Avvocati di Genova ha deciso, a proprie spese, di dotare un'apposita sala del carcere di Marassi di computer sui quali i clienti dei penalisti potranno leggere le carte che li riguardano. Ma solo attraverso penne "usb", poiché l'introduzione dei cd è vietata in carcere visto che i "dischetti" potrebbero essere trasformati in arma da taglio. Questo particolare retroscena della modernizzazione giudiziaria, è stato raccontato ieri mattina dal presidente degli avvocati genovesi, Alessandro Vaccaro, nel corso di un convegno svoltosi a Palazzo di Giustizia e incentrato sul rapporto tra giustizia e cittadino.
Organizzata dalla sezione locale dell'Associazione Nazionale Magistrati, l'iniziativa ha visto alternarsi al tavolo di discussione giudici del tribunale, avvocati, docenti di diritto, funzionari di cancelleria. Nel suo intervento, l'avvocato Vaccaro ha sottolineato come le recenti riforme al settore abbiano comportato un aggravio di costi e di responsabilità per i legali, ed ha poi sottolineato come sia necessario arrivare al riconoscimento della responsabilità civile - magari evitando implicazioni di natura economica - dei magistrati.
Nel corso della mattinata, a più riprese, è stato affrontato e contestato il ruolo dei media nei casi giudiziari più eclatanti, le violazioni al codice penale e alla privacy. Argomenti senza dubbio interessanti e in parte sicuramente condivisibili, ma che gli organizzatori del convegno hanno deciso di dibattere in splendida solitudine e autoreferenzialità, senza invitare alla discussione (si contavano 15 relatori) neppure un rappresentante dei giornalisti.
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